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APPROfoNDIMENTI

Parlando di robot, siamo alla preistoria dell’uomo artificiale. Per il momento non dobbiamo avere paura. Prendiamo per esempio iCub, il robot androide che abbiamo costruito nel nostro istituto. Ha la vista molto simile alla nostra, una pelle che permette di capire dove viene toccato e un equilibrio dinamico simile al nostro, di modo che se viene spinto si muove per non cadere. Sa scrivere, riesce a interagire in modo basilare, può prendere decisioni. Fa cose tipiche da primato, da bambino piccolo. Solo che per farlo spreca un sacco di energia. È un problema di architetture, che si riassume bene in un esempio: la partita di calcio. Un ragazzo che gioca in porta vede arrivare la palla. Non ha studiato fisica, non sa qual è la forza del vento. Vede la palla e si butta, pensando che riuscirà a prenderla. E ci riesce. La macchina, invece, per farlo deve calcolare tutto. Prevede le possibili traiettorie, la forza di chi l’ha calciata, le sue caratteristiche. Solo che nel frattempo la palla è in porta e ha usato circa ventimila watt di energia (che è quello necessario alla sussistenza di un intero quartiere di una piccola città). Noi abbiamo gruppi di neuroni che sovrintendono il movimento, la capacità di vedere e di capire il linguaggio. Questo per essere rapidi, intuitivi. La macchina non lo può fare. Poi ovvio, se giochi a scacchi lei è più forte. La prima domanda da farsi è: veramente dobbiamo temere un oggetto così inefficace? L’umanoide sarà sempre inferiore all’umano. Bisogna capire come crearne uno che sia veramente utile. Ovvio che se lo collego al cloud dobbiamo stare attenti, perché se qualcuno lo hackera riesce a comandarlo. Ma qui il problema è l’utilizzatore. Se uso un Boeing male posso schiantarmi sulle torri gemelle, o un cuscino posso usarlo per soffocare qualcuno. Ma non mi interrogo se sia giusto avere un cuscino in casa. Non voglio supportare grandi timori, perché la robotica ha anche un fondo etico. Pensiamo alle macchine usate negli ospedali, al robot che ad Amatrice entrava nelle case e fotografava tutte le crepe per far capire come erano messe all’interno o in agricoltura i macchinari che curano solo le piante malate. Queste macchine fanno cose straordinarie.

Richard Barry Freeman - Economista, Herbert Ascherman Chair in Economics ad Harvard e Faculty co-Director del Labor and Worklife Program presso la Harvard Law School

Roberto Cingolani - direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova

Non si teme l’inefficienza

Ottimizzate con la collaborazione I titoli di prima pagina che dicono che l’intelligenza artificiale riduce i lavori, sono gli stessi falsi allarmi che c’erano durante gli anni ‘60 con la paura dell’automazione. C’eravamo lì in quel momento, abbiamo creato nuovi lavori e lo faremo ancora. Bisogna guardare al passato per vedere il futuro. I robot, l’automazione, non sono il problema. Il poco potere dei lavoratori lo è. Una macchina è solo una macchina, un aggeggio meccanico. Vero è che, anche se l’uomo ha una versatilità straordinaria, nel tempo il vantaggio competitivo dato dall’uso delle macchine potrebbe spingerci verso mansioni sempre più residuali. Eleni Vasilaki, neuroscienziato all’Università di Sheffield, nota come mentre l’intelligenza artificiale batte gli umani nei calcoli complessi e nella precisione (pensiamo per esempio al campione di scacchi Kasparov, battuto già nel 1996 da Deep Blue, super computer della Ibm), non ci riesce nelle operazioni semplici, come per esempio correre, camminare o calciare una palla. Bisogna capire se correre, camminare e calciare una palla paghi di più che fare calcoli complessi o usare la precisione. Questo per dire che i lavoratori le cui competenze sono complementari alle macchine, ci guadagneranno, mentre quelli che sono dei buoni sostituti, ci perderanno. Il problema è che governi ed economisti non hanno iniziato a affrontare la questione. La soluzione è nella collaborazione tra uomini e macchine perché permetterebbe di ottimizzare le capacità di entrambi. Sul piano economico si potrebbero invece condividere almeno in parte i diritti di proprietà delle macchine, che ora sono nelle mani dello 0,001% della popolazione, con i lavoratori. Discorsi vecchi ritornano con vesti nuove: comproprietà e cogestione dei mezzi di produzione. Il modello è dato dai fondi pensione negli Usa e dai fondi sovrani, che generano un effetto simile a quello del reddito di cittadinanza, garantendo a tutti i cittadini livelli di sostentamento adeguati. imprese e territorio | 27

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Imprese e Territorio  

Confartigianato Imprese Varese n. 02/2018 Magazine bimestrale di economia e imprese di Confartigianato Imprese Varese

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