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Bimestrale di informazione di Confartigianato Imprese Varese 05 - 2017

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alle origini della L’uomo rispetto alle macchine realtà ha un vantaggio:

l’intuito


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EDITORIALE

ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ c'è l'inizio di una ripresa vera

S DAVIDE GALLI

Presidente Confartigianato Imprese Varese

editoriale

arà l’anno della ripresa, ma non ci riporterà a quello che è stato, per l’Europa, Varese e lo scacchiere economico internazionale, il mondo prima del 2008. Sarà, il 2018, l’anno che tratteggerà con toni netti e linee marcate quel che il 2017 ha lasciato solo intravedere. Sarà, di sicuro, un anno sfidante, non facile ma importante. Tratteggiarne sin d’ora i connotati e le nervature - con la mente sgombra dalla babele interpretativa affidata alla contingenza dell’attualità, alla ricerca del consenso o all’urgenza di soffiare polvere su verità scomode - significa andare alle origini della realtà. Con l’obiettivo di maturare un vantaggio competitivo. Un vantaggio da spendere subito, in contanti, a sostegno di un territorio, come quello della provincia di Varese, perfettamente incardinato nelle strategie di sviluppo dell’Eurozona per tipologia e diversità dei settori che lo rappresentano, consolidata vocazione all’export e centralità infrastrutturale rispetto ai corridoi di sviluppo sugli assi Nord-Sud ed Est-Ovest. Come interpretare e valorizzare, in questa cornice, i dati congiunturali di Unioncamere, Istat e Banca d’Italia? La nitidezza delle cifre identifica un’area relativamente omogenea a forte trazione di Pmi, con margini di sofferenza ancora presenti solo tra le aziende di piccole o piccolissime dimensioni. Una ripresa a due velocità determinata dal fatto che la base della filiera produttiva beneficia per ultima di ciò

che per la locomotiva economica è già consolidato. A questo s’aggiungano le difficoltà d’accesso al credito, spesso ingiustamente ricondotte più a un difetto della domanda che a un problema di offerta. Il 2018 sarà certamente l’anno che amplierà la forbice tra il banca-centrismo storico e le nuove linee d’accesso al credito. Ma questo non dovrà compromettere le opportunità da garantire alle imprese strutturate al pari di quelle di piccolissime dimensioni. Sarà il mercato a segnare il solco. Compito nostro sarà assicurare che alle sfide del 2018 possano concorrere tutti, senza distinzioni, se non quelle della domanda e dell’offerta. E allora, la prima, vera, grande realtà alla quale guardare in faccia senza sconti nell’anno che comincia è quella di maturare la capacità, le professionalità e le strategie per accompagnare tutti al nastro di partenza. Con un sistema bancario che non dimentichi il valore e l’etica insita nelle piccolissime imprese, con un quadro normativo consapevole di non poter spezzare le catene produttive, con un sistema formativo adeguato e funzionale. E con processi consulenziali realmente personalizzati. Non sarà perdendo la tradizione che si arriverà a modellare la nuova realtà. O ci ritroveremo solo orfani, di Ema e di altre occasioni sfumate. Solitari, rancorosi e incapaci di guardare la realtà con i tratti chiari e le linee marcate d’un quadro. Mettiamo la locomotiva sul binario della ripresa con vagoni, carburante e nuovi obiettivi.

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sommario

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Gli approfondimenti – anche video – ai temi trattati nel bimestrale si possono trovare sul sito

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Tutti gli aggiornamenti sono inoltre disponibili sui nostri social

Confartigianato Imprese Varese

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riflettiamoci su

Editoriale

DA MONDRIAN A VISCONTI L’ordine delle forme nel disordine etico e sociale

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L'analisi

L’INNOVAZIONE, I GIOVANI e la riscoperta dell'acqua calda

6

L’analisi di Spectator

«SIATE I MODERNI ULISSE Prendete il vizio di appassionarvi dell’ignoto»

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I cambiamenti del cantastorie Federico Buffa

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Come affrontare i cambiamenti

IL PICCOLO-TECH È A RISCHIO Difendersi si può. Ed è anche low cost

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Protezione 4.0? Forse…

CYBER ATTACCHI DA NOVE MILIARDI DI EURO Ci salverà solo la formazione

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Protezione 4.0? Proviamoci

C’È TUTTO UN MONDO A PORTATA DI MOUSE Tocca a noi uscire dalla bolla

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Siamo nell’era delle iper opportunità?

VENTI MILIONI DI VOLTE Industria 4.0…

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Una parola da decifrare

L’INCENTIVO NON BASTA E NON È INDUSTRY 4.0 Il mio consiglio? Studiateci su

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Una parola da decifrare/1

LA RICETTA DELLA TRIPLA “C” Se ne manca una si resta al palo

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Una parola da decifrare/2

“COSÌ FAN TUTTI” È PREISTORIA Tecnologia è “lo faccio io”

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Costruire l’innovazione

IL ROBOT È PERFETTO OGGI L’uomo lo sarà anche in futuro

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Il nuovo che (non) fa paura

COL TELEFONO FACEVI GLI AFFARI Con Industria 4.0 fai la rivoluzione

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Le nuove rotte del business

QUANDO LA FINE DEL TUNNEL porta all’affare che non t’aspetti

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Fuori confine

VIRTUALE NON È “IRREALE” Giù la maschera: il social vuole la verità

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Digitale è anche reale?

CHIARE, SU MISURA E SENZA SCIVOLONI Tu chiamale, se vuoi, strategie

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Dentro la Rete

LAVOREREMO MEGLIO Lavoreremo per creare

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Il nuovo lavoro

youtube.com/confartigianatoVA

L'uomo rispetto alla macchina ha un vantaggio: se mancano le informazioni usa l'intuito Pier Giorgio Furcas, Deputy General Manager del Consumer Group di Huawei Italia

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ECONOMIA DI CONSUMO, ADDIO È tempo di economia generativa

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L'aspetto delle forme naturali si modifica, mentre la realtà rimane costante. Per creare plasticamente la realtà pura è necessario ricondurre le forme naturali agli elementi costanti della forma, e i colori naturali ai colori primari Piet Mondrian, pittore olandese fondatore del neoplasticismo

ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ c'è l'inizio di una ripresa vera

Crediamo che il codice sia la lingua del futuro e che tutti dovrebbero avere la possibilità di impararla Tim Cook, Ceo di Apple La quarta rivoluzione industriale sarà un'onda che ci stupirà. C'è l'internet of things insieme agli open data, poi l'intelligenza artificiale con i software che imparano da se stessi e invadono le nostre vite. La quarta forza è il cloud, una potenza elaborativa non è più risorsa 'scarsa'. Un'economia delle idee che per chi ha intraprendenza può cambiare tutto. La novità può arrivare da chiunque. E produrrà una accelerazione dell'innovazione. Stefano Venturi, Ceo di Hewlett-Packard Enterprise Italia

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OTTOBRE-DICEMBRE 2017

Bimestrale di informazione di Confartigianato Imprese Varese 05 - 2017

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alle origini della L’uomo rispetto macchine ha un vantaggio: realtà alle

l’intuito

Bimestrale di informazione di Confartigianato Imprese Varese. Viale Milano 5 Varese Tel. 0332 256111 Fax 0332 256200 www.asarva.org asarva@asarva.org

Autorizzazione Tribunale di Varese n.456 del 24/1/2002

INVIATO IN OMAGGIO AGLI ASSOCIATI ED ENTI VARI

Caporedattore Davide Ielmini

Direttore Responsabile Mauro Colombo Presidente Davide Galli

Impaginazione Geo Editoriale www.geoeditoriale.it

Stampa Litografia Valli Tiratura, 11.600 copie Chiuso il 12 dicembre 2017

Interventi e contributi: V. Bolis, N. Antonello, T. Bassani, D. Ielmini, M. Inzaghi, E. Marletta, D. Mammano, G. Nicolussi, P. Provenzano, Spectator

Il prezzo di abbonamento al periodico è pari a euro 28 ed è compreso nella quota associativa. La quota associativa non è divisibile. La dichiarazione viene effettuata ai fini postali


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ L'analisi

DA MONDRIAN A VISCONTI L’ordine delle forme nel disordine etico e sociale MATTEO INZAGHI

Altrettanto significative, seppur diverse, le geometrie di Edward Mani di Forbice (1990), magnifica fiaba contemporanea di Tim Burton. Nel paese in cui approda matteo.inzaghi@rete55.net lo sfortunato Johnny Depp - creatura struggente e incompleta, dotato di lame taglienti al posto degli arti - a regnare ici Mondrian e pensi alla sovrano è il conformismo, caratterizzato sensuale asimmetria delle da un’urbanistica volutamente fittizia, forme, alla audace intensità visi truccati in maniera sovraccarica e dei colori, alla armonica grottesca, case e strade immerse nei linearità delle traiettorie. colori primari e disegnate da rigide Pensi a un Mondo in cui tutto può (ri) perpendicolari, analoghe a quelle che collocarsi, perché tutto - righe, oggetti, hanno caratterizzato il precursore del piante - rientra in uno schema emotivo neoplasticismo. A quelle forme, così prima ancora che mentale. È l’appello fredde e asettiche, Edward risponderà all’ordine dell’apparenza, cui sottende con le sagome arrotondate di siepi, il disordine sociale. L’equilibrio estetico chiome e cespugli, da lui ingentilite, che cela lo squilibrio etico. Il calore delle intenerite e, quindi, rivoluzionate. Un tinte che mascherano il grigiore della attacco, quello alla omologazione, ripreso materia. dal cult movie Matrix (1999), dove i E subito, dalla Settima Arte, affiorano fratelli Wachowski immaginano una alcune geniali intuizioni visive, alcune organizzazione occulta (ed eroica) che pennellate che registi visionari hanno combatte la falsificazione della realtà, attinto a piene mani dallo sguardo di quindi del vissuto, operata dal Potere Mondrian, per rielaborarne l’essenza, adeguandola ai loro canoni narrativi. 1 È il caso di Stanley Kubrick, che ci ricorda l’artista olandese nel finale del capolavoro 2001 - Odissea nello Spazio (1968). Il superstite dell’equipaggio, unico scampato alla furia di Hal (prototipo di un’intelligenza artificiale, eppure gelosa e vendicativa), si lancia alla scoperta 2 dell’Infinito, proiettandosi a velocità 1) 2001 - Odissea supersonica verso un destino ultra nello Spazio 2) Edward dimensionale, che lo vedrà invecchiare, perire e infine risorgere sotto nuove Mani di Forbice 3) Matrix sembianze (forse sovrumane). 4) Senso Nel pieno di quel viaggio verso l’ignoto, la navicella attraversa porte spaziotemporali che esprimono in maniera affascinante le variopinte asimmetrie del pittore di Amersfoort. Direttore Rete55

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attraverso un codice numerico che, nella opprimente linearità delle cifre, riflette la propria natura tirannica. Guardando, infine, al cinema di casa nostra, restiamo incantati dalle splendide pennellate visive di Luchino Visconti, che nel manifesto del Realismo Senso (1954) sembra attingere a piene mani dall’opera di Piet Mondrian per rendere al meglio il contrasto etico (e storico) tra ciò che appare e ciò che è. Attraverso un approccio contrario rispetto a quello neorealista, Visconti dipinge un affresco denso di fascino, visi ammalianti, figure sensuali, luci calde. Una bellezza formale brutalmente contrapposta all’anima - corrotta e deteriore - dei personaggi e del passaggio storico narrato. 3

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ L’analisi di Spectator

L’INNOVAZIONE, I GIOVANI e la riscoperta dell'acqua calda Dal Rosatellum 2.0 in politica al 4.0 della nuova rivoluzione industriale: tra paradossi, eccessi e falsi miti, una cosa è certa: viviamo nell’epoca delle grandi opportunità e di una inimmaginabile estensione del potere della persona grazie ai nuovi percorsi della conoscenza

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e non fossimo in una situazione politicamente drammatica ci sarebbe da sommergere la notizia con una sonora risata. Non tanto il fatto che il Parlamento abbia varato la nuova legge elettorale, rientra nei suoi compiti e nelle sue responsabilità, quanto che questa legge sia subito ribattezzata “Rosatellum 2.0”. Ma non si può ridere sulle cose serie. Lasciamo stare il nome che richiama più un buon vino che una fondamentale regola istituzionale. Ma dire 2.0 è troppo. Ingiustificato e fuori luogo. Significa che 2.0 ha perso il suo significato originario. Questa sigla stava ad indicare il secondo passo dello sviluppo del web costituito dalla capacità di interagire con i siti creati da altri. Ma ora è diventato semplicemente un segno di modernità, segnala

qualcosa che vorrebbe stare al passo con i tempi, indica che in qualche modo si ha a che fare con la tecnologia. Che cosa avvicini tutto questo con un sistema elettorale è tutto da dimostrare. Ma dopotutto anche il figlio maggiore del 2.0 ha perso qualunque contatto con la sua origine. Si parla infatti di 4.0 (dopo un fugace e sorniona apparizione del 3.0) non tanto per indicare un quarto gradino nello sviluppo della rete, quanto per far riferimento a quella che viene considerata la quarta rivoluzione industriale.

Dopo il vapore, l’elettricità e l’informatica è infatti arrivata la grande avventura della connessione, dell’internet delle cose, della globalità a portata di mano. Così è, anche se non vi pare. Ma al di là dei numeri e delle loro interpretazioni il risultato è che viviamo in un’epoca di grandi opportunità.

Da una rivoluzione all’altra si riducono i tempi

Rispetto alle rivoluzioni industriali del passato 4.0 vuol dire anche vi sono almeno quattro importanti elementi di novità.

Le innovazioni tecnologiche non servono per fare in modo diverso quello che si faceva prima; creano nuovi prodotti e nuove potenzialità, offrono nuove opportunità di business


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ L’analisi di Spectator

In primo luogo i tempi: è passato un secolo dalla prima, iniziata nella seconda metà del ‘700, alla seconda rivoluzione industriale, e un altro secolo dalla seconda alla terza. Sono passati meno di cinquant’anni invece dalla terza alla quarta. Vi è poi il fatto, ed è questo il secondo punto, che quest’ultima rivoluzione industriale si sta sviluppando a ritmi esponenziali: le capacità di memoria e di elaborazione dati dall’invenzione del microprocessore sono nei primi decenni raddoppiate ogni 18 mesi rispettando la legge di Moore, che ha preso il nome dal co-fondatore di Intel. Ma ora la velocità è ancora cresciuta. Il terzo elemento di novità può essere definito un cambiamento di paradigma: le innovazioni tecnologiche non servono per fare in maniera diversa e più efficiente quello che si faceva prima, ma creano nuovi prodotti, nuove potenzialità, offrono nuove opportunità di business. Basti pensare agli smartphone con la loro pervasività nella nostra vita quotidiana.

Mai come oggi la creatività può esprimersi grazie ad una tecnologia che può esaltare non solo il bello e l’utile, ma anche quello che dà soddisfazione

Tutto può assumere forme nuove

Ma eccoci alla quarta e più importante novità: le innovazioni riguardano tutte, ma proprio tutte le attività umane. Non è solo automazione, non sono solo i robot, non è solo la connessione tra gli oggetti, non è solo l’intelligenza artificiale: è tutte queste cose insieme con in più una inimmaginabile estensione del potere della persona unita grazie ai nuovi percorsi della conoscenza. Ogni attività economica e sociale, dalle più

semplici attività manuali alle più sofisticate professioni intellettuali (lavori che comunque hanno tutti la stessa dignità), viene di fatto coinvolta in questa nuova dimensione della conoscenza. Non ci sono settori maturi o superati a prescindere. Perché tutto può assumere nuove forme, aggregare nuove ipotesi di business, sviluppare nuove potenzialità di marketing. Può sembrare una provocazione o un paradosso, ma si può dire che i giovani di oggi sono più fortunati dei loro padri: perché hanno di fronte una prateria di possibilità, hanno la possibilità di sviluppare antichi e nuovi mestieri, hanno visto praticamente annullare le barriere di ingresso per l’avvio di nuove imprese. Mai come oggi la creatività può esprimersi grazie ad una tecnologia che può esaltare non solo il bello e l’utile, ma anche quello che dà soddisfazione e profitto. Basta non fermarsi ad inventare l’acqua calda.

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ I cambiamenti del cantastorie Federico Buffa

Federico Buffa

«SIATE I MODERNI ULISSE Prendete il vizio di appassionarvi dell’ignoto» Avvocato, giornalista, telecronista, narratore e attore: l’uomo che ha fatto dello sport un racconto pieno di passioni spiega perché fermarsi a ciò che è noto, è un errore: «Poter cambiare è un privilegio, è necessario e conviene, nel mio mondo e nell'economia» VALENTINA BOLIS Giornalista

valebolis@hotmail.com

U

n po’ Omero e un po’ Ulisse. Federico Buffa ha il talento del cantastorie. Nato a Milano 58 anni fa, ha dalla sua la vis comunicativa degli antichi aedi. Le storie, sempre a memoria, ma anche l’intraprendenza degli eroi classici che solcano il mare fin oltre le colonne d’Ercole. Ulisse, il suo modello di riferimento. «Ho un vizio: mi appassiona tutto, in particolare ciò che non conosco». E la sua forza è nelle parole «metterle insieme per poter raccontare». Apprezzato dal pubblico,

dagli appassionati di sport e non solo, Buffa è tra i professionisti del mondo dell’informazione che più ha saputo cambiare il contenuto del suo prodotto rendendolo sempre più al passo con i tempi. Innovatore di professione, ha creato una nuova semantica dello sport, come soltanto Gianni Brera aveva saputo fare. Con energia, passione e una buona dose di rischio. «Il cambiamento è necessario. L’ho sperimentato in primo luogo nella mia vita. Ogni 15 anni ho cambiato. Il lavoro prima di tutto il resto. Nasco avvocato, ho fatto il telecronista, poi il narratore e ora ho una attività ‘live’ che definirei più simile a quella dell’attore. Sono sempre stato attratto da ciò che non so fare. Non voglio ripetere quello che so. Poter cambiare è un grande privilegio e credo che alla fine convenga».

Vale la pena rischiare

Buffa ha rischiato ed è forse quella la chiave del suo successo: «Vale la pena rischiare. Ora sto preparando un grande lavoro per il cinquantennale delle Olimpiadi (in Messico, ndr). Mi sto concentrando su quattro storie in particolare». Era il 1968, anni difficili e controversi. Buffa apre il quaderno e legge alcuni appunti presi: «“I sogni sono realtà e l’esagerazione è l’inizio dell’invenzione". Queste sono frasi che venivano scritte in quegli anni sui muri di Parigi. Forse utopiche, però ci fanno rendere conto che le barricate possono chiudere un sentiero, ma aprire altre strade. Io credo che l’esagerazione richieda un cambiamento radicale, ma arrivi ad un certo punto e ti rendi conto che non puoi farne a meno se vuoi essere ancora fertile». Buffa scatta una “polaroid”


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ I cambiamenti del cantastorie Federico Buffa

siamo progressivamente più vecchi e perché le statistiche ci dicono che c’è una fetta del Paese che è giovane, ma non studia e non lavora».

giovani sono quelle che hanno saputo innovare». Buffa racconta: «La mentalità imprenditoriale non mi appartiene, ma credo di essere un buon imprenditore di me stesso». In particolare in ambito sportivo sport che per lui è “pretesto per parlare di tutto”. Da giornalista racconta lo sport che è «un semplice mezzo per interpretare lo spirito di un luogo in un determinato contesto storico e sociale». Per comprendere la storia di un popolo si può partire da tanti aspetti: «La memoria è un muscolo e come tale va considerata, ma è anche il simbolo della nostra identità, l’unico valore che abbiamo per capire chi siamo davvero. Ciò che mi spaventa nel nostro Paese è la totale incapacità di recuperare la nostra memoria». Lo fa con un esempio: «La nazionale italiana ha vinto il suo primo mondiale nel 1934 a Roma in uno stadio che è stato poi ricostruito negli anni. Mi domando perché non ci sia una targa per ricordare questo evento che nella memoria collettiva dovrebbe rappresentare qualcosa anche per riconoscere l’identità di un popolo che fa del calcio un vessillo. Forse perché ricordare il contesto in cui è stata ottenuta questa vittoria è scomodo, ma io credo sia fondamentale avere questo coraggio».

Chi innova offre opportunità

Sopravvivere nonostante i limiti

«L’Italia ha la grande capacità di sopravvivere nonostante i propri limiti Siamo ricchi di talenti individuali che fanno fatica a lavorare insieme»

«La memoria è l’unico valore che abbiamo per capire chi siamo davvero: ciò che mi spaventa nel nostro Paese è la totale incapacità di recuperare quella memoria»

della situazione in cui si trova il nostro Paese: «La questione fondamentale riguarda in primo luogo la demografia. Solo Italia e Giappone hanno una aspettativa di vita così alta, ma anche un debito pubblico esorbitante e un sistema pensionistico che si sta allargando sempre di più. Una parte del Paese è improduttiva perché

I cosiddetti "Neet", persone che non sono impegnate nello studio, nel lavoro e nella formazione. «Anche nel mercato del lavoro accade così. Le imprese che funzionano e che in questo momento hanno opportunità da offrire ai più

Se Buffa giudica il passato come un valore, il suo sguardo è sempre proiettato più in là, come una finestra sul futuro. Il suo in prima battuta: «Vorrei continuare a fare il performer. In televisione ho speso molta della mia attività professionale, ma credo che la tv sia un medium freddo a differenza del palcoscenico. Per quanto riguarda il nostro Paese, direi che l’Italia ha la grande capacità di sopravvivere nonostante i propri limiti. Siamo un popolo ricco di talenti individuali che fanno una grande fatica a lavorare insieme. Fare gruppo non è una delle capacità innate che caratterizza il nostro Paese. Spero che le cose cambino presto anche se sono alquanto scettico al momento. Credo sia arrivato il momento delle intese collettive. È il mio auspicio e l’augurio più bello che sento di poter fare all’Italia».

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Come affrontare i cambiamenti

ECONOMIA DI CONSUMO ADDIO È tempo di economia generativa

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a rivoluzione digitale sta cambiando il dna delle aziende alle prese con nuove sfide e l’apertura al cambiamento. Luca Pesenti, sociologo e ricercatore all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, autore del volume “Il welfare in azienda. Imprese smart e benessere dei lavoratori” pubblicato per i tipi di Vita e Pensiero, prova ad analizzare le cause di quanto sta avvenendo e punta i riflettori sui fattori in gioco.

Luca Pesenti, sociologo e ricercatore in Cattolica, e la rivoluzione in corso: «Individualismo, indebolimento della concezione di Stato e tecnologia generano resistenze» Il welfare? «Le aziende possono insegnare alla politica»

Siamo in un’epoca di grandi cambiamenti. A quale tipo di trasformazione stiamo andando incontro?

Il libro "Il welfare in azienda. Imprese smart e benessere dei lavoratori" di Luca Pesenti

La trasformazione in atto è la ricombinazione di tre elementi che stanno generando insieme cambiamenti e resistenze. Il primo è il processo di individualizzazione sempre più marcato, dovuto all’infragilirsi delle relazioni e dei nuclei familiari. Il secondo elemento è l’apertura dei nostri sistemi con il conseguente indebolimento di un certo modo di concepire lo Stato nazionale e il sistema di welfare. Il terzo fattore è l’impatto della tecnologia che ha ricadute significative su tutto il nostro sistema sociale: dall’educazione dei più giovani all’economia e produzione legate all’industria 4.0.

Quali conseguenze si produrranno?

Questi fattori partono da fenomeni in atto: bassa demografia, l’invecchiamento della popolazione, l’apertura che comporta la competizione internazionale e insieme una maggiore tecnicizzazione, che porta ad avere giovani più svegli. C’è una grande trasformazione sociale in atto e quindi economica che riguarda l’intero mondo del lavoro. Gli effetti sono ancora tutti da capire.

Industria 4.0, tecnologia. Un ‘pericolo’ o una opportunità?

Mi limito a guardare i fatti e l’industria 4.0 è un fenomeno – anche sociale – inesorabile che non si può contenere, ma si può provare a orientare. Stiamo cominciando a fare i conti con questo aspetto in maniera seria e ci interroga sul modello che verrà fuori e non è ovviamente ancora chiaro quale sarà il prossimo futuro. Quello che è certo è che c’è un ripensamento in corso che sta superando, il modello di consumo in quanto tale e va verso un’economia generativa.

L’ultima sua pubblicazione è una finestra aperta sulla terza fase di sviluppo del welfare aziendale in Italia. Cosa l’ha spinta ad affrontare questo tema?

Le forme di welfare sono plurali e nel mondo aziendale c’è molto fermento in questa fase. Ho voluto scrivere quel volume perché credo ci sia bisogno di una alfabetizzazione anche per i non addetti ai lavori e c’è bisogno di una maggiore cultura su questo tema perché le aziende hanno molto da insegnare anche allo Stato in materia di welfare. // Valentina Bolis


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Protezione 4.0? Forse…

IL PICCOLO-TECH È A RISCHIO

Difendersi si può. Ed è anche low cost GABRIELE NICOLUSSI

Confartigianato Imprese Varese

gabriele.nicolussi@asarva.org

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otare ogni dispositivo di un programma antimalware sempre aggiornato. Fare backup frequenti, da conservare in modo corretto. Usare password adeguate, da cambiare regolarmente. Far sì che i dipendenti autorizzati all’accesso ai servizi informatici dispongano di utenze personali non condivise con altri. Proteggere la propria impresa vuol dire anche questo: occuparsi di cybersecurity. Perché tutti, nessuno escluso, sono soggetti ad attacchi informatici. Soprattutto le Pmi. «Per la piccola azienda questo discorso è ancora più importante, perché spesso non ha le risorse tecniche al proprio interno». Antonio Lioy, professore di Sicurezza informatica al Politecnico di Torino, di attacchi informatici è esperto. Si occupa di queste tematiche dal 1996 e ha contribuito a stilare l’Italian Cybersecurity Report. Redatto dal Laboratorio Nazionale Cybersecurity, è indirizzato in particolare alle Pmi e contiene delle linee guida (www. cybersecurityframework.it) che le aziende dovrebbero seguire per essere protette da attacchi esterni. «Un tempo gli attaccanti colpivano solo i pesci grossi, con cui si faceva grande business, ma che erano difficili da affondare. Adesso invece hanno imparato che è molto più facile con i pesci piccoli, perché sono tanti e indifesi».

Il blocco e il riscatto

Non si sa quante imprese ogni giorno subiscano attacchi informatici, né il

valore delle perdite subite. Ma i numeri sono grossi e in aumento. Lioy viene chiamato anche nel cuore della notte da aziende disperate, con i sistemi bloccati e un riscatto da pagare. Bisogna correre a ripari. Gli attacchi più diffusi, racconta il professore, sono due. Innanzitutto c’è il ransomware. «Quasi tutti lo hanno sperimentato. È il più frequente, quello che prevede un riscatto. È un attacco tecnico: ti bloccano il pc, piuttosto che i server, e per sbloccarli ti chiedono dei soldi, rigorosamente in bitcoin». Molte aziende cedono al ricatto, anche perché le cifre, in genere, sono abbordabili (mille-duemila euro). L’altra grossa categoria sono gli attacchi di social engineering (ingegneria dei rapporti umani). In questo caso vengono utilizzate tecniche di comunicazione per ottenere o compromettere informazioni. «Lo fanno soprattutto con chi ha rapporti con l’estero. Ti arriva per esempio una mail da un cliente straniero che ti dice di aver cambiato conto corrente e di girare lì i nuovi pagamenti». Tu paghi, per poi scoprire che la mail, in realtà, l’ha mandata un hacker e che i tuoi soldi sono svaniti nel nulla.

Iniziamo dall’antimalware

È impensabile per un’azienda essere sprovvista di sistemi di sicurezza informatica. Il report (che indica 15 punti essenziali su cui puntare) è sicuramente una guida utile per capire cosa è necessario avere per dormire sogni tranquilli. Vediamo qualche esempio. «Vista la quantità di ransomware – ammonisce Lioy - è delittuoso non aver installato su tutti i dispositivi un antimalware. Poi altra cosa da considerare bene è come fare i backup, che ti permettono di conservare i dati. Molte aziende fanno semplicemente la

Antonio Lioy, docente al Politecnico di Torino

copia dei dischi, ma li lasciano attaccati alla rete». In questo modo, quando arriva il virus, vengono sì cancellati i dischi sul pc, ma con essi anche le copie. «Poi bisogna fare attenzione anche al controllo degli accessi e all’aggiornamento dei software». Quest’ultimo è problema molto spinoso, perché spesso i programmi non possono essere aggiornati e, di conseguenza, protetti. I malware sono in continua evoluzione, è necessario che anche le difese stiano al passo.

Investimenti graduali per salvare la reputazione

Poi c’è tutta la questione delle certificazioni. «Per esempio io ho acquistato un robot, che è certificato solo su una certa versione di Windows. Se voglio aggiornarlo, rischio che non funzioni, la garanzia non è più valida e non ricevo più assistenza». In pratica, rimango fregato. Bisogna proteggersi e per farlo, assicura Lioy, gli investimenti necessari non sono esagerati e possono essere fatti in modo graduale. E poi il gioco vale la candela. Quanto perdo, in termini di denaro, dal blocco degli impianti o da un versamento fatto su un conto corrente sbagliato? Quanto mi costa, anche psicologicamente, pagare un riscatto? Che fine fa la mia reputazione, se si viene a sapere che la mia rete non è sicura? Domande a cui è il caso di dare una risposta. // Gabriele Nicolussi

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Protezione 4.0? Proviamoci

CYBER ATTACCHI DA NOVE MILIARDI DI EURO Ci salverà solo la formazione Gabriele Faggioli, responsabile scientifico dell'Osservatorio Information Security & Privacy del Politecnico di Milano, registra un ritardo a tutti i livelli sul fronte della cybersecurity. E il conto è sempre più alto TOMASO BASSANI

Giornalista VareseNews

tomaso.bassani@varesenews.it

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li attacchi informatici tra nazioni e le cyber-intrusioni tra le campagne elettorali americane, se non altro, hanno avuto un merito: l’eco mediatica che hanno prodotto, ha alzato il livello di attenzione nei confronti di un tema che dovrebbe averne molto di più. Parliamo della cybersecurity, l’insieme di mezzi e tecnologie che servono a proteggere i sistemi informatici e i nostri dati. Un elemento fondamentale in un mondo che diventa sempre più digitalizzato e che fino ad oggi non ha raggiunto un adeguato livello di investimenti e la giusta percezione culturale come priorità di sicurezza e sviluppo.

Non soltanto imprese

Tra coloro che si stanno impegnando da anni per ribaltare la definizione delle priorità nello sviluppo delle tecnologie informatiche c’è Gabriele Faggioli, responsabile scientifico dell'Osservatorio Information Security & Privacy del Politecnico di Milano che al tema della cybersecurity dedica gran parte dei suoi sforzi accademici e

imprenditoriali. Con lui abbiamo sviscerato alcuni degli aspetti più importanti sulla sicurezza informatica. «Innanzitutto è bene individuare i tre filoni principali che caratterizzano gli attacchi informatici - spiega Faggioli -. Se parliamo del singolo consumatore i rischi maggiori sono caratterizzati da ramsonware e pishing, quegli attacchi che arrivano attraverso posta elettronica convincendo il lettore ad aprire determinati file». Questa prima categoria dobbiamo immaginarcela un po’ come una pesca a strascico: vengono lanciati milioni di attacchi in modo indiscriminato.

Pubblica amministrazione e politica: pesci grossi

«La seconda categoria è quella che riguarda la pubblica amministrazione e la politica e sono gli esempi che abbiamo visto nelle recenti contese elettorali». Infine, e in definitiva quella più interessante per un imprenditore, «esiste una fitta attività di cybercrime mirato allo spionaggio aziendale orientato a sottrarre informazioni o

«Bisogna prendere coscienza dei rischi: come si valuta di mettere una porta blindata in casa, allo stesso modo bisogna fare con la sicurezza in azienda»


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Protezione 4.0? Proviamoci

a creare danno alle imprese. C’è un dato che non siamo in grado di valutare, ma che sicuramente può dare un’idea del problema - racconta Faggioli - ed è quello che nel 2016 in Italia gli attacchi informatici hanno prodotto danni per 9 miliardi di euro». Fortunatamente le contromisure esistono e, seppure complicate, sono sostanzialmente due: cultura e investimenti. «Il livello culturale diffuso sulla cybersecurity è troppo basso. Alcuni grandi fatti di cronaca hanno aiutato ad imporre il tema, ma bisogna fare di più. La prima contromisura, infatti, è la formazione, uno strumento necessario per dotare gli addetti delle conoscenze minime per evitare gli attacchi più banali».

Manca la figura professionale adatta

Il vero nodo, tuttavia, sta tutto negli investimenti: «Sono bassissimi conferma Faggioli -. Come Politecnico di Milano abbiamo stimato che il mercato dell’information security in Italia nel 2016 valeva 972 milioni di euro, con un tasso di crescita del 5% sul 2015, un valore importante che tuttavia non può tranquillizzarci. Le grandi organizzazioni italiane sono ancora indietro: oltre la metà non ha ancora una figura manageriale codificata per la gestione della sicurezza informatica, evidenziando un gap importante rispetto a quanto avviene in altri Paesi. Inoltre si denota un ritardo nella comprensione delle implicazioni dei trend dell’innovazione digitale quali Cloud, IoT, Big Data, Mobile, sulla gestione della sicurezza».

Pmi, iniziate dall’autovalutazione

Si tratta, naturalmente, di un problema che riguarda in modo diverso le realtà economiche a seconda della loro natura di impresa e soprattutto della loro dimensione: «La spesa sulla cybersecurity è concentrata prevalentemente tra le grandi imprese (74% del totale) suddivisa tra tecnologia (28%), servizi di integrazione IT e consulenza (29%), software (28%) e managed service (15%) - spiega Faggioli - ma anche le piccole e medie imprese devono imparare ad affrontare il tema». Proprio alle Pmi Gabriele Faggioli riserva l’ultima parte della sua riflessione. «Queste imprese, se non lo hanno già fatto, devono affrontare al più presto una valutazione della propria capacità di affrontare queste sfide al proprio interno. Vanno compresi i rischi e le contromisure e se non si è in grado si può sempre pensare di affidare la gestione di dati e applicazioni in outsourcing e in cloud. Uno può pensare che sia rischioso esternalizzare i dati, ma affidarli a realtà aziendali preparate alla sfida della sicurezza spesso può risultare la soluzione migliore». Il consiglio alle aziende è dunque questo: «Bisogna prendere coscienza dei rischi che si corrono: così come si valuta di mettere una porta blindata in casa, allo stesso modo bisogna fare con la sicurezza informatica in azienda. Prevenire vuol dire avere cultura, attenzione sul tema e capire che la tecnologia oggi è fondamentale, ma può anche essere pericolosa».

«Il mercato dell’information security in Italia nel 2016 valeva 972 milioni di euro, con un tasso di crescita del 5%, ma il dato non può tranquillizzarci»

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Siamo nell’era delle iper opportunità?

C’È TUTTO UN MONDO A PORTATA DI MOUSE Tocca a noi uscire dalla bolla L’analisi di Luciano Floridi, filosofo dell’Oxford Internet Institute, tra i massimi esperti di rivoluzione digitale: «In passato uno poteva dire “io sto nella mia bolla”. Oggi abbiamo tutti maggiori responsabilità»

ENRICO MARLETTA

Giornalista quotidiano La Provincia

e.marletta@laprovincia.it

L

a promessa della rivoluzione digitale era quella di una società con maggiori opportunità. Anzi, di più, secondo i più ottimisti una serie infinita di opportunità. Ma sta andando davvero così? Chi ci invita alla cautela è Luciano Floridi, filosofo dell’Oxford Internet Institute, tra i massimi esperti della materia da diversi anni.

Professore, abbiamo a portata di mouse una quantità di informazioni e conoscenze come non è mai accaduto prima. Eppure la circostanza, spesso, non fa di noi persone più informate e consapevoli… Sì, spesso è così e io credo che in questo meccanismo c’entri

Luciano Floridi


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Siamo nell’era delle iper opportunità?

innanzi tutto la fortissima commercializzazione del web. C’è in sostanza tanta pubblicità e la tendenza di quest’ultima è far sì che il potenziale cliente resti sempre uguale a se stesso. Se ti voglio vendere un cane, devo fare di tutto affinché, tra qualche giorno, non ti piacciano i gatti. La pubblicità vuole rinforzare le nostre scelte, non ha interesse a presentarci una

«Siamo in una grande stanza piena di specchi che riflettono e deformano la nostra personalità: io sono appassionato di squash e dovessi considerare solo Facebook il mondo che mi rappresenta gioca soltanto a squash…»

varietà di opportunità. Ora, tutta questa informazione finisce per costringerci sempre di più nelle nostre “bolle”, limitando la nostra capacità di vedere il mondo attraverso diversi punti di vista.

Vuole dire che eravamo più liberi e meno conformisti?

Attenzione, non è che prima andasse molto meglio. Si comprava magari sempre lo stesso giornale, si guardavano gli stessi programmi televisivi. È che in passato, mi permetta la battuta, non avevamo alternative, uno poteva dire “io sto nella mia bolla, ma non è colpa mia”. Oggi invece abbiamo più responsabilità, nel senso che se io sto nella mia bolla è anche perché non faccio la fatica di andare su un sito web diverso dal solito, fare magari una ricerca su Google per verificare se una certa notizia è vera o falsa.

Queste “bolle” che gli algoritmi del web ci costruiscono intorno sono una sorta di specchio di noi stessi…

Sì esattamente, una grande stanza piena di specchi che riflettono e deformano la nostra personalità. Le faccio un piccolo esempio: io sono un appassionato di squash, mi interesso delle racchette e delle partite… bene, se io dovessi considerare solo Facebook, il mondo che mi rappresenta gioca soltanto a squash, si interessa solo di questo e considera lo squash l’unico sport esistente. Ora questo meccanismo ha delle implicazioni un po’ preoccupanti, chi è più scaltro e attrezzato può riuscire da sé a comprendere che, giusto per restare all’esempio di prima, esiste anche lo sci. Ma gli altri?

Cambiamo prospettiva, proviamo a considerare questa situazione dal punto di vista di un investitore pubblicitario. Ora il grande vantaggio rispetto ai media tradizionali è quella di raggiungere il singolo potenziale cliente, ma qual è il limite? Il limite è quello di non riuscire a sfruttare abbastanza la capacità

«È come se ci accontentassimo del buono e non guardassimo a ciò che potrebbe essere meglio: il detto “il meglio è nemico del buono” non sempre vale»

della tecnologia di essere flessibile. Immagini che io sia un venditore di pacchetti vacanza, capisco che a Luciano piace il mare e continuerò a proporglielo in ogni salsa. Bene, forse, ma attenzione perché così facendo mi levo magari la possibilità di considerare che, sì, a Luciano piace il mare, ma farebbe volentieri una seconda vacanza, al lago o in montagna. Ora, la tecnologia sta già cominciando ad essere più flessibile, non si basa più solo sul profilo rigido degli utenti. Ma questo però è anche un po’ un guaio…

Un guaio?

È un po’ come se noi ci accontentassimo del buono e non guardassimo a quello che potrebbe essere meglio. È vero che c’è il detto popolare “il meglio è nemico del buono” ma non sempre. Ora noi ci stiamo perdendo grandi opportunità di fare di più e meglio perché ci siamo adagiati su quello che in inglese si dice “good enough”, cioè abbastanza buono.

Ritiene che ci sia una relazione tra informazione digitale e diffusione dei populismi in politica?

Non credo a un meccanismo causaeffetto. Direi che i due fenomeni sono convergenti. Il punto è che la manipolazione dell’opinione del singolo individuo si manifesta sia sul versante dei consumi e sia su quello della politica.

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Siamo nell’era delle iper opportunità?

«Nel contesto attuale un politico avveduto attirerà l’attenzione su problemi semplici, un po’ urgenti, e che richiedano pochissimo dispendio intellettuale»

È del tutto evidente che in un contesto come l’attuale, un politico avveduto non farà altro che attrarre l’attenzione, di giorno in giorno, su problemi semplici, macroscopici, un po’ urgenti, che richiedono pochissimo dispendio intellettuale. E allora oggi si parla solo di rifiuti, domani di immigrazione, dopodomani di no Tav. Pubblicità e politica, in un mondo digitale, sono vettori che funzionano in base alla stessa domanda di fondo: come si fa ad attrarre l’attenzione in una società dell’opulenza?

La conseguenza è il calo del livello del dibattito pubblico…

Certo, esattamente come la comunicazione pubblicitaria, sempre più sempliciotta e ripetitiva.

I media tradizionali possono sottrarsi a questo meccanismo? No, i media tradizionali ne sono parte, pur essendone vittime. La testata giornalistica tradizionale si trova condannata o all’irrilevanza

«Trasformiamo le multinazionali in good corporate citizens forzandole a partecipare al gioco sociale, e coinvolgendole nei processi decisionali»

o all’omologazione rilanciando gli stessi meccanismi di attrazione che funzionano sul web.

E qual è la via d’uscita? Fare un passo indietro credo sia impossibile…

Sì, la retromarcia nella storia non si può mettere. Credo si debba andare più avanti, passare il guado e raggiungere l’altra riva del fiume, occorre che i grandi mass media entrino a far parte del meccanismo decisionale. Guardi che sto dicendo una cosa grossa perché significa sostenere che la politica, oggi, è in parte una questione aziendale. Immaginare che la politica da sola risolva il problema è illusorio, se ne uscirà quando la politica accetterà di condividere parte delle responsabilità con le multinazionali dell’informazione. E allora bisogna fare due cose: trasformare le multinazionali in good corporate citizens forzandole a partecipare al gioco sociale, dall’altra ripagarle coinvolgendole nel processo decisionale. Non è fantascienza, in passato qualcosa del genere è stato fatto in Germania nei grandi accordi con sindacato e industria automobilistica. Ecco, è venuto il tempo di pensarci anche per i social media.


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Una parola da decifrare

DAVID MAMMANO

Giornalista VareseNews

david.mammano@gmail.com

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ndustria 4.0 nell’epoca del web: quanta informazione è disponibile sui diversi canali social per artigiani e imprenditori che intendono rimanere aggiornati sulle novità e le

ricerca del termine su Google restituisce più di 20 milioni di risultati. Il primo risultato di ricerca organico è il Ministero dello Sviluppo economico, che ha una sezione dedicata con dossier di approfondimento molto utili relativi all’Iper e Super Ammortamento, alla nuova Sabatini per il credito all’innovazione, al Fondo di Garanzia, al credito d’imposta in ricerca e sviluppo, alle startup e piccole medie imprese innovative

pagina Industria 4.0, che rilancia notizie selezionate su questa tematica, di provenienza nazionale, ma anche internazionale. Su LinkedIn, esiste un gruppo di confronto e discussione chiamato Industria 4.0, a cui è possibile iscriversi per partecipare alla discussione di questa community. Il motore di ricerca della piattaforma suggerisce anche il collegamento con Giuliana Micali, Sales Account & Business Developer di Dedagroup, uno dei più importanti attori dell’Information Technology che si

Se ne parla dall’ottobre 2015, ma il boom delle ricerche online è avvenuto nel settembre 2016, e la tendenza, a esclusione dei mesi estivi, è in crescita costante. Ma esiste una definizione esatta?

VENTI MILIONI DI VOLTE Industria 4.0… opportunità offerte da questo nuovo approccio alla produzione? Stiamo parlando di diverse dimensioni, tutte in qualche modo interconnesse tra loro, e che toccano la vita anche delle imprese di piccole dimensioni: dalle novità sulle tecnologie produttive che creano un ecosistema di lavoro basato sulla collaborazione agli aggiornamenti sulle infrastrutture che integrano i sistemi e magari li connettono alle intelligenze artificiali, alle condivisioni di contenuti di know how e buone pratiche.

Parola discussa: buzz word

Industria 4.0 è una “buzz word”, ovvero una parola molto discussa e rilanciata online e che crea un acceso dibattito e confronto. Una

e alla Patent box per dare valore ai beni immateriali. L’interesse sul tema è così forte che addirittura alcuni soggetti sponsorizzano contenuti nella pagina dei risultati di ricerca su Google. In Italia, abbiamo cominciato a cercare in modo massiccio contenuti e informazioni relativi all’Industria 4.0 dal mese di ottobre del 2015, ma il vero boom delle ricerche online su questo tema è avvenuto nel settembre 2016, e la tendenza, a esclusione dei mesi estivi, è in crescita costante.

I social non fanno eccezione

Su Facebook è stata creata la

occupa di sviluppo dell’innovazione digitale di aziende, enti pubblici e istituti finanziari. Su Twitter, un’analisi delle discussioni e degli account coinvolti restituisce l’immagine di un social media capace di discutere costantemente e in modo vivo su questo tema. Nell’arco di una settimana vengono pubblicati migliaia di tweet, ci sono centinaia di retweet e più di 1500 account coinvolti. Quali account seguire? Sicuramente quello del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, @CarloCalenda, che talvolta risponde direttamente dal proprio profilo alle domande e alle curiosità, e quello del Ministero dello Sviluppo Economico, @MinSviluppo.

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Una parola da decifrare/1

Fabio Bolognini, esperto di finanza, oggi prestato alle Pmi per le quali cura il connubio tra investimenti e tecnologia, non ha dubbi: «Industria 4.0 è prima di tutto un investimento intellettuale, vale a dire quello più coraggioso da fare»

L’INCENTIVO NON BASTA E NON È INDUSTRY 4.0 Il mio consiglio? Studiateci su

Q

ual è la prima immagine che viene in mente quando ci si imbatte nell’espressione “Industria 4.0”? Probabilmente un futuristico robot, spesso con sembianze umane, alle prese con lavori o azioni che siamo abituati a svolgere noi. È la migliore immagine che possiamo utilizzare per parlare di un tema così complesso e strutturato come quello della quarta rivoluzione industriale? Probabilmente no, anche perché il nostro amico robot rischia di portare il dibattito su dimensioni altre e distanti da quelle che sono le necessità di chiarezza e concretezza di chi fa impresa, piccola o grande che sia. E di far dimenticare che Industria 4.0 è una tendenza e una rivoluzione che coinvolge tutti nel quotidiano e che abbraccia una dimensione culturale e di competenze, ancora prima che tecnologica.

«Quando uno ha la responsabilità di una piccola azienda, non ha manager che lo aiutano. Le associazioni devono essere punto di confronto per rompere questo isolazionismo delle Pmi»

Nuove competenze prima di tutto

Ne è convinto Fabio Bolognini, che dopo una lunga carriera da dirigente bancario si occupa di piccole e medie imprese e del connubio tra finanza e tecnologia. «Se tutto quello che facciamo in Italia, tra cui anche tutto quello che riguarda Industry 4.0, non è ricollegato alla formazione, avremo un enorme problema di carenza di veri specialisti, come ad esempio laureati in data science che sappiano interpretare i dati anche grazie all’interazione con sistemi di intelligenza artificiale». Secondo Bolognini, il rischio è che la diffusione di pratiche e azioni di Industria 4.0 nel nostro Paese sia

guidata dalla leva degli incentivi fiscali, dimenticandoci che ognuno di questi processi richiede nuove competenze. «Industria 4.0 è un’evoluzione del sistema del modo di produrre molto rapida che comporta degli investimenti che non sono esclusivamente fisici. In realtà è prima di tutto un investimento intellettuale, che è l’investimento più coraggioso da fare».

La fatica di cavalcare l’onda

Come fare quindi il salto qualitativo nell’atteggiamento con cui ci si approccia alle opportunità offerte dall’Industria 4.0?


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Una parola da decifrare/1

Per Bolognini «occorre definire gli ingredienti che ci consentono di fare il salto qualitativo avendo bene in mente i bisogni dei grandi clienti e facendosi trovare pronti a gestire le loro richieste. Quando uno ha la responsabilità di una piccola azienda, non ha attorno a sé manager che lo aiutano a compiere scelte e a strutturare strategie. Per questo, il ruolo delle associazioni di categoria è determinante e Varese costituisce un ottimo modello da tanti punti di vista. Le associazioni devono riuscire a farsi percepire come punto di confronto. In questo caso, si innesca un meccanismo virtuoso

che rompe l’isolazionismo in cui spesso è intrappolato il piccolo imprenditore». Pertanto, formazione e confronto diventano fondamentali soprattutto per le piccole e medie dimensioni artigiane. «L’industria 4.0 riguarda sempre di più la dimensione artigiana», conclude Bolognini. «Dobbiamo essere lucidi a sufficienza per dire che tutta una parte di imprese cavalcherà con fatica l’onda di questa rivoluzione. Senza artigiani il Paese non va avanti. Il grande problema per gli artigiani è che non hanno nessuno che spieghi loro le

«Senza artigiani il Paese non va avanti: il grosso problema per gli artigiani è che l'imprenditore è solo e non può imparare sempre con facilità»

cose. L’imprenditore è solo e non può imparare sempre con facilità».

Investire su dati e competenze

Quali possibili soluzioni, quindi? «Vedo un importante ruolo da parte delle associazioni nello spiegare i diversi livelli di interconnessione dell’Industria 4.0 che partano dalla capacità di risolvere i problemi fino ad arrivare all’intelligenza artificiale. Se devo dare due consigli a un artigiano, sono questi: investite sui dati per rendere più efficiente la produzione e investite sulle competenze dei vostri collaboratori». // David Mammano Fabio Bolognini

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Una parola da decifrare/2

LA RICETTA DELLA TRIPLA “C” Se ne manca una si resta al palo

Con Tommaso Rossi, Executive Program L’eandustry 4.0 della Liuc, smantelliamo lo schema di I4.0, per ricostruirlo «Non comprate per il benefit, cambiate i meccanismi»

C

onsapevolezza, competenze e conoscenza. Sono le tre “C” che

un’azienda, piccola o grande che sia, deve applicare se vuole compiere una transizione verso un modello di Industria 4.0 per acquisire

competitività, mantenerla o più in generale rendere snello e intelligente il proprio ambiente di lavoro. Lo sostiene Tommaso Rossi, responsabile scientifico dell’Executive Program L’eandustry 4.0 della Liuc Business School.

«Lo schema di riferimento dell’Industria 4.0 va guardato con un minimo di attenzione alla genesi della quarta rivoluzione industriale. Siamo nel contesto industriale tedesco, ma soprattutto siamo in un contesto automobilistico, che è “lean” per eccellenza. Rendere snelli i processi è il primo step verso una trasformazione 4.0».

Il tema dell’Industria 4.0 è all’ordine del giorno anche perché ha effetti concreti sulla vita delle imprese, piccole o grandi che siano. Secondo lei, è corretta la percezione che le imprese hanno di questo tema e in generale della portata di questa rivoluzione rispetto al modo in cui si riconfigura il business?

È difficile definirlo, ma penso che tutto quello che stanno facendo tutti gli attori che si impegnano nella diffusione del paradigma dell’Industria 4.0 debba per forza portare a una corretta consapevolezza sul fatto che si tratta di un cambiamento epocale e che rischia di lasciarsi indietro chi non si adegua. Penso alle università che stanno facendo molto sul tema, ma anche al Cluster Tecnologico Nazionale Fabbrica Intelligente e a tutto quanto ha fatto il Governo e in modo particolare il ministro Calenda con la

misura dell’iperammortamento. Il rischio in realtà, sotto questo profilo, è che le aziende comprino solo per sfruttare l’iperammortamento senza cambiare il meccanismo.

Quali sono le migliori leve da utilizzare affinché nelle imprese avvenga lo scatto culturale necessario a comprendere che Industria 4.0 non è solo una “finestra fiscale”, ma un cambio di approccio e di passo su tante dimensioni, come ad esempio la formazione?

Penso che la vera leva sia quella di mantenersi competitivi rispetto agli altri, perché se non si fa qualcosa in questo senso, attivando una trasformazione che è prima lean e poi digitale delle proprie fabbriche, si rischia di rimanere indietro di molti punti di competitività rispetto ai competitor che si sono mossi in anticipo. Rimanere competitivi in settori che cambiano sempre più rapidamente e poter servire il proprio cliente sempre meglio e facendo sempre di più con costi minori rimane il faro che deve guidare le imprese. Questo in primissima battuta si può fare aumentando la produttività.


«Obiettivi chiari, formazione del personale e comprensione del paradigma che regge la rivoluzione: chi incomincia da qui ha già vinto»

I recuperi nella produttività servono a mantenere una posizione di leadership oppure a scalare posizioni. Chi si avvicina solo per l’incentivo fiscale corre il rischio di non avere vantaggi che portino a un aumento della competitività perché non avrà reso davvero digitale e intelligente la sua fabbrica, ma avrà semplicemente sfruttato un beneficio fiscale che non permane nel medio e lungo periodo.

Come può il nostro Paese risolvere il problema legato alle competenze, ai talenti e alla formazione necessaria a riconfigurare le imprese in un’ottica di Industria 4.0?

Alcune università sono più reattive di altre. Noi ci siamo attivati già nel 2016 quando il ministro Calenda presentava il piano di formazione che prevedeva la necessità di formare entro il 2020 200mila studenti e tremila manager sul tema dell’Industria 4.0. Già da quell’anno accademico abbiamo un corso, ora arrivato al secondo anno, in progettazione e gestione di fabbriche intelligenti. Un corso nel quale si danno agli studenti competenze

ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Una parola da decifrare/2

«Per una Pmi applicare tutti i pilastri di Industria 4.0 è impensabile. La sfida è quella di capire, dati il contesto, i prodotti e i processi, quali pilastri si devono implementare» trasversali rispetto a tutto quello che è la quarta rivoluzione industriale, ma poi si approfondiscono pilastri legati all’Industria 4.0 come la simulazione, la costruzione di modelli di calcolo del sistema produttivo reale e l’analisi dei dati. Notevole importanza è da dare alla parte di analisi, ma anche alla parte di costruzione pratica di linguaggi.

L’industria 4.0 coinvolge anche gli artigiani? E in che modo?

Certamente. Il sistema produttivo italiano è fatto da tanti soggetti piccoli e flessibili e rispetto a questo ci differenziamo molto da una realtà come la Germania. Per una Pmi italiana, pensare di applicare tutti e 9 i pilastri del paradigma di Industria 4.0 è impensabile. La vera sfida è quella di capire, dati il contesto, i prodotti e i

processi, quali siano i pilastri che si devono prioritariamente implementare. Bisogna quindi anche insegnare a comprendere a seconda del contesto quali siano gli elementi tecnologici rilevanti e da dover implementare.

Quali sono i tre consigli principali e pratici che si sente di dare a un’impresa artigiana che vuole cogliere la sfida di questa rivoluzione? Il primo è conoscere. Un’azienda deve investire nella formazione delle sue persone per far sì che comprendano la portata del cambiamento, i vantaggi e gli svantaggi. Poi, conoscere il paradigma in sé dell’Industria 4.0 con tutti i suoi prerequisiti. Infine, è necessario mettere in piedi un piano di trasformazione partendo da obiettivi chiari. // David Mammano

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Costruire l’innovazione

“COSÌ FAN TUTTI” È PREISTORIA Tecnologia è “lo faccio io” Sbagliato farsi guidare dalle novità, bisogna mettere l'innovazione al servizio delle esigenze. Federico Vicentini, Institute of Industrial Technologies and Automation del Cnr: «Se qualcuno ce la può fare, queste sono proprio le Pmi»

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a tecnologia, si sa, corre, scappa. È come una creatura affascinante e veloce, difficile da acchiappare. Siamo abituati a pensare che la vedremo sempre di spalle, mentre la rincorriamo con il fiato grosso. Uno smartphone dopo qualche mese è già vecchio. Per non parlare di pc e sistemi operativi, che si succedono l’un l’altro in un ciclo senza fine. Parlando del settore produttivo manifatturiero, robotica e automazione sono ormai all’ordine del giorno. Rimanere nel presente, o anticipare ciò che sarà, è imperativo, una battaglia da combattere e da vincere. In questo le imprese non devono però avere paura. L’innovazione, nelle Pmi, la fanno le Pmi stesse, che hanno le

«La tecnologia deve essere nascosta o viene rigettata. Chi si preoccupa, d’altronde, di cosa c’è dentro il nostro telefono quando fa un riconoscimento facciale?»

competenze e la visione giuste per vivere nel futuro. «L’evoluzione tecnologica, nelle Pmi, la costruiscono coloro che la utilizzano, coloro che quella tecnologia la usano tutti i giorni». A parlare è Federico Vicentini, ricercatore Itia (Institute of Industrial Technologies and Automation) del Cnr. «Molto spesso il fornitore di tecnologia non va neanche a cercare il cliente, ma viene contattato. L’utilizzatore finale si fa egli stesso promotore». Conosco questo robot, ho questa esigenza, ho sentito che si può fare così. L’imprenditore, o il tecnico specializzato, si rivolgono direttamente a chi la tecnologia la produce, proponendo soluzioni alternative ai propri problemi e dando una spinta all’innovazione.


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Costruire l’innovazione

Vincere le resistenze al cambiamento

«Il vero problema – continua Vicentini – non è tanto acquisire tecnologia, perché i costi si sono abbassati. Il problema è come espanderne l’uso. Il primo passo, l’inserimento della robotica nell’azienda, è semplice. Più complicato è quello successivo: usarla bene e automatizzare ciò che non è scontato automatizzare». Utilizzare gli strumenti per fare qualcosa che nessuno aveva ancora pensato. «È l’imprenditore o il tecnico che deve farsi venire in mente come alcuni processi, che sono ancora largamente manuali, potrebbero essere fatti da robot o con l’aiuto di microchip». Detta così sembra facile, ma sarebbe ipocrita sostenere che

la robotizzazione intelligente di un’azienda sia una passeggiata. Le resistenze (ad abbracciare una nuova tecnologia, agli investimenti) ci sono sempre. E qui Vicentini sottolinea più volte come sia importante fare il primo passo. «La realizzazione pratica può essere graduale. Per esempio partendo da un robot molto semplice, che fa lo scarico macchine e quindi sposta solamente degli oggetti da una parte all’altra. In poco se ne aggiungeranno altri e inizieranno a svolgere mansioni più complesse». Bisogna farlo in modo semplice, che non cambi troppo la struttura produttiva, i tempi di lavorazione e le modalità in cui le persone si muovono all’interno dell’officina. «Il primo passetto è di soppiatto, morbido, veloce, perché c’è sempre resistenza al cambiamento».

La fantasia aumenta l’efficacia

Federico Vicentini

«Attenzione a non concentrarsi sempre solo sui ragazzi, perché poi in azienda ci sono anche i cinquantenni e sono loro a usare le macchine»

Vicentini sostiene che la tecnologia deve essere nascosta, trasparente, sennò viene rigettata. «Noi non ci preoccupiamo di cosa c’è dentro il nostro telefono quando fa un riconoscimento facciale, o mi dice prendi un’altra strada perché su quella c’è traffico». Nonostante ciò abbiamo imparato a usare tranquillamente lo smartphone e ci affidiamo senza esitazioni al gps. Anzi, in qualche caso non riusciamo più neanche a farne a meno. «Quando uno è abituato ad avere sul banco solo un cacciavite e adesso ha un robot, inizia a diventargli familiare, tenta di scoprirne nuovi utilizzi e nel farlo si diverte pure». Poi diventa una questione di competenza e creatività. «Messo il primo piede ti deve venire la fantasia di trovare dove la tecnologia diventa più efficace». In questo la formazione ha ruolo importantissimo. L’imprenditore, il capo tecnico, chiunque può prendere decisioni in azienda deve sapere quali opportunità le tecnologie mettono a disposizione. «Attenzione – mette in guardia Vicentini – a non concentrarsi sempre solo sui ragazzi, perché poi in azienda ci sono anche i cinquantenni, che sulle macchine ci lavorano da trent’anni e continueranno a lavorarci per molto ancora». // Gabriele Nicolussi

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Il nuovo che (non) fa paura

«Oggi le imprese hanno bisogno di soluzioni nuove in poco tempo Per questo servono sistemi flessibili e interattivi»

IL ROBOT È PERFETTO OGGI L’uomo lo sarà anche in futuro NICOLA ANTONELLO Giornalista La Prealpina

nicola.antonello.giornalista@gmail.com

L'

artigianato, gli artigiani e la loro creatività, flessibilità e inventiva salveranno l’uomo (e il lavoro umano) dall’avanzata dei robot? Difficile dirlo. Di certo, il futuro si sta scrivendo oggi, anche all’Istituto italiano di Tecnologia (Iit) di Genova, il centro specializzato in ricerche avanzate, fra cui la robotica. Già, i robot, le macchine. Quelle narrate nei film, con lo spettro che possano diventare intelligenti (o che lo siano già più di quanto si sappia), col rischio di sostituire

Cosa ci distinguerà da tecnologie sempre più perfette e umanoidi? La creatività, la capacità di risolvere i problemi, lo spirito di adattamento. Compito delle macchine, secondo l'Istituto italiano di tecnologia di Genova, sarà comprenderci l’uomo come specie leader del pianeta. Eppure proprio da Genova, chi lavora tutti i giorni per migliorare i robot, sostiene che l’uomo è e resterà “insostituibile”. Lo dice la ricercatrice Alessandra Sciutti del Dipartimento di robotica e scienze cognitive del cervello dell’Iit, specializzata nello studio dell’interazione fra uomo e robot. In Liguria si sta, per esempio, sviluppando un robot di nome iCub, che dispone di 53 motori, grazie ai quali può muovere la testa, gli arti superiori e inferiori e la vita. Può vedere e sentire e ha

il senso della sua posizione nello spazio. Sa gattonare e mettersi a sedere, può afferrare e in generale manipolare oggetti grazie alle sue mani dotate di tatto, caratterizzate da nove snodi. Inoltre “impara” dall’esperienza e dall’interazione con tutto ciò che lo circonda.

I nostri stati d’animo

Ogni giorno è una nuova occasione per migliorarsi, così come continuano a migliorano le tecnologie che lo rendono sempre più simile a noi esseri umani. Ed è


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Il nuovo che (non) fa paura

questo l’obiettivo del team di sviluppo: «Vogliamo creare – spiega Alessandra Sciutti – un sistema per cui il robot capisca cosa vogliamo comunicargli, permettendo di comprendere anche lo stato d’animo di una persona, cosicché migliori la collaborazione e la macchina possa comportarsi di conseguenza in base alle esigenze richieste». Proprio in questa nuova frontiera della ricerca si inserisce il concetto di insostituibilità dell’essere umano. Paradossale? No. «L’obiettivo della robotica di oggi – aggiunge la ricercatrice - non è più quello di creare macchine per sostituire l’uomo, ma investire sull’interazione con l’uomo. E così creare degli strumenti sicuri e intuitivi da utilizzare per sommare le migliori proprietà dei robot e dell’uomo: il primo non si stanca mai, è preciso al millimetro e solleva pesi enormi. Il secondo è creativo, innovativo, risolve problemi e si adatta facilmente».

Flessibili e interattivi

Insomma, si è anni luce lontani dai robot così come si sono conosciuti o immaginati finora: «Quelli hanno occupato la grande industria dell’automobile e dell’elettronica. Ma oggi anche la maggior parte delle industrie, piccole e medie, hanno bisogno di soluzioni diverse: risolvere imprevisti, poter cambiare e customizzare il prodotto in poco tempo. E quindi servono anche robot flessibili e interattivi con l’uomo». Insomma la varietà, per esempio, di un settore come l’artigianato sta “salvando” uomini e posti di lavoro dal potenziale avvento delle macchine che hanno oramai invaso le grandi fabbriche. I nuovi robot, per esempio, potranno essere inseriti in settori come «la Pubblica amministrazione oppure in ambienti domestici per aiutare e accompagnare le persone in diversi servizi ed esigenze. Infine ci tengo a sottolineare come ogni giorno noi ricercatori ci confrontiamo sugli aspetti etici relativi all’intelligenza artificiale. L’intera comunità sta cercando risposte per il futuro della robotica». La scienza, insomma avanza, ma pari passo con la coscienza.

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L'INNOVAZIONE È DEMOCRAZIA E riduce la forbice sociale

In merito alle nuove strategie per coinvolgere i clienti, Fabrizio Politi, fondatore di SixthContinent, sostiene che «le rivoluzioni spaccano le società ma, alla lunga, permettono a tutti di crescere e acquisire ricchezza. Car sharing, affitto di appartamenti, viaggi low-cost: chi risolve i problemi ha la chiave per crescere». Un’economia che ingolosisce tutti – promotori e acquirenti – perché suddivide i guadagni: può essere l’economia del futuro o, comunque, un modo con il quale alcune aziende possono ripensare il coinvolgimento con i propri clienti? Fabrizio Politi su questo tema sostiene come «la tecnologia ci permette di ripensare l’intera catena del valore nel mercato e portare nelle tasche dei cittadini denaro, prodotti e servizi che prima non potevamo neanche immaginare. Il limite è solo la fantasia, siamo soltanto agli inizi dell’era digitale e nei prossimi anni vedremo tante soluzioni che riequilibreranno il divario attuale, che si genera sempre all’inizio di ogni rivoluzione economica-commerciale. I vantaggi della rivoluzione portano ricchezza ai pochi che hanno sfruttato per prima la rivoluzione e l’innovazione: pensiamo alla rivoluzione industriale, che nel breve termine ha arricchito poche famiglie e ne ha impoverito moltissime, ma nel medio termine molte imprese si adeguano, si innovano, i giovani creano nuove idee e il mercato, le risorse e le ricchezze vengono ridistribuite in modo più equo». Dunque, che strada devono prendere i giovani, ha ancora senso e come si evolverà il lavoro dell'artigianato? «Oggi l’artigiano – dice ancora Politi - è colui che scrive codici di qualità per

comandare un robot o un algoritmo che migliora la vita a milioni di persone. Qualsiasi lavoro desiderino fare i giovani, invece, è necessario che studino un po' di Giurisprudenza e un po' di Codice, perché anche se si sogna di fare il cuoco si deve saper comprendere e far rispettare i diritti e capire come funzionano le tecnologie che aumentano le capacità». Nonostante robot e algoritmi, è evidente che lavori come «falegname, idraulico, elettricista non spariranno, ma sopravvivranno soltanto quelli che saranno rintracciabili tramite app e piattaforma web e che puoi pagare tramite smartphone. Quindi consiglio a chi vuole sopravvivere e crescere di digitalizzarsi». Sempre a Politi è molto caro il concetto sul divario sociale tra ricchi e poveri: «Si tratta di un problema attuale – conclude il fondatore di SixthContinent - planetario e sempre più grande, ma come tutti i problemi gravi e insostenibili nel lungo periodo, rappresenta anche un’opportunità per imprese, inventori e imprenditori. Molte imprese e molti imprenditori vedono i problemi diffusi come opportunità, risolvere il problema del divario è la sfida del momento e molte imprese ci stanno lavorando. Molte imprese del settore IT hanno sfruttato la disintermediazione permettendo l’accesso a servizi che un tempo erano molto più costosi e non per tutti. SXC, ad esempio, ha applicato la disintermediazione per condividere i “profitti” delle grandi aziende con i consumatori, permettendo a famiglie e consumatori in tutto il mondo di avere una sorta di “extra-cash” nella propria vita per arrivare a fine mese». // Nicola Antonello


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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Le nuove rotte del business

COL TELEFONO FACEVI GLI AFFARI Con Industria industria 4.0 fai la rivoluzione

«Nei prossimi cinque anni il nuovo corso potrebbe ridurre i posti di lavoro, poi assisteremo a una crescita basata proprio sulla formazione» dice Marco Taisch DAVIDE IELMINI

Confartigianato Imprese Varese

davide.ielmini@asarva.org

S

e ne parla anche in Svizzera, e nell’ottica della collaborazione con le imprese italiane. Industria 4.0, secondo Marco Taisch del Politecnico di Milano, è un’occasione per conoscersi meglio e per lanciare un ponte oltreconfine perché «l’aumento di produttività che ci aspettiamo dalle nuove tecnologie sarà significativo. Ci aiuteranno a ridurre il gap creato dal Sud Est asiatico dove il basso costo della manodopera ha creato serie difficoltà». A riportare l’attenzione sui fondamentali di crescita, secondo il professore, è stata «la bolla speculativa del 2008 e l’impresa manifatturiera è ritornata al centro dell’impegno non solo del nostro governo. Francia, Germania e la stessa Cina si sono accorti di quanto questo mondo produttivo possa dare una spinta alla competitività.


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Le nuove rotte del business

Ma sono proprio le piccole e medie imprese a dover capire che non si può più pensare di fare a meno di Industria 4.0. È come se un imprenditore del passato avesse preteso di fare affari senza usare il telefono o il fax».

Conoscersi per crescere

Insomma, non c’è una ricetta, ma solo l’impegno ad interpretare i cambiamenti economici di questo nostro mondo ed entrare nel merito delle nuove tecnologie, per mettere in chiaro la loro utilità all’interno del business delle imprese. Italia e Svizzera, in questo campo, avranno molto da fare. L’una confrontandosi con l’altra. Perché già nei rapporti commerciali la Confederazione Elvetica è il sesto partner dello Stivale e quest’ultimo è il terzo nei confronti della terra rossocrociata. La prima domanda che, secondo Taisch, i due Paesi devono porsi per una reciproca crescita 4.0 è questa: «Da dove partiamo e dove vogliamo andare?». Il primo passo è quello di creare valore per entrambi facendo leva sulla sinergia, perché Italia e Svizzera non si conoscono ancora abbastanza: «È riconosciuta la struttura unica delle piccole e medie imprese, ed è questa che bisogna valorizzare nelle due nazioni».

frequenza: giovani. Per non perdere il treno dell’innovazione, saranno proprio i ragazzi a doversi mettere in discussione.

Industria 4.0 non ha bisogno di burocrazia

Secondo Taisch, infatti, «l’alternanza scuola-lavoro, che è ormai obbligatoria in Italia, dovrebbe originare forme di scambio con la Svizzera». Un’alternanza, quindi, sovrastatale da collegarsi all’organizzazione di eventi e workshop nei quali la ricerca «potrà portare alla conoscenza di eventuali partner tecnologici per entrambe le parti. Facendo attenzione però alla burocrazia: proprio e soprattutto in Industria 4.0 tutto dovrà essere più semplice, snello e veloce». Come dire, se cambiano il mercato e l’impresa non si capisce perché non dovrebbe cambiare tutto quello che ci gira intorno. Alleggerire i faldoni dove ci stanno timbri, autorizzazioni e certificazioni (non nell’importanza, questo è ovvio, ma nelle trafile che li accompagnano) è fondamentale

Marco Taisch. docente al Politecnico di Milano

per poter liberare tempo agli imprenditori. Che in questo caso dovranno concentrarsi sul fatto che «i dati sono la vera materia prima di un sistema imprenditoriale. Il consiglio è quello di non pensare solo al metallo o a quello che è strettamente legato al prodotto finito. Inoltre se da un lato l’analisi dei dati assume un ruolo strategico, dall’altro è la condivisione di questi a dare uno scossone all’azienda, per restare competitiva oggi e domani».

Dal crollo alla crescita fondata sulla formazione

Interrogandosi anche sul grosso tema delle persone, del know-how e delle competenze: «Una mappatura delle opportunità è doverosa così come lo è il rendersi consapevoli del fatto che nei prossimi cinque anni Industria 4.0 potrebbe portare ad una crisi di posti di lavoro – perché sia Italia che Svizzera non riusciranno a formare con tanta fretta i loro collaboratori – ma poi assisteremo ad una crescita basata proprio sulla formazione. Riconsiderare e rivedere le proprie skills professionali significherà dare un nuovo impulso a quello che fanno le imprese». Le parole chiave, nel settore della digitalizzazione, sono tante ma ce n’è una che compare con maggiore

«L’alternanza scuola-lavoro dovrebbe originare forme di scambio con la Svizzera, da collegarsi all’organizzazione di eventi nei quali la ricerca potrà portare alla conoscenza»

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Fuori confine

QUANDO LA FINE DEL TUNNEL porta all’affare che non t’aspetti Le nuove infrastrutture tra Italia e Svizzera polverizzeranno i confini. E stando alle previsioni di Oliviero Baccelli, Bocconi, i benefici ci saranno: «Bellinzona, Lugano, Como e Varese sono centri di riferimento per Malpensa, ma riflettiamo anche sui tracciati che daranno una spinta ai flussi dei passeggeri e delle merci»

«Il territorio della provincia di Varese può giocare le sue carte, e farlo nel modo più corretto. Perché si può scommettere anche su servizi regionali e di lunga distanza»

U

n’impresa competitiva, oggi, guarda ai mercati esteri. E a come far arrivare nel mondo i propri prodotti nel modo più veloce, e sicuro, possibile. Oliviero Baccelli, professore all’Università Bocconi di Milano, da anni studia il cambiamento e il potenziamento dei collegamenti tra Italia e Svizzera, ma non solo. Per lui parlare di ferrovie, tunnel o trafori significa discutere di nuove opportunità di business. Perché si muovono le persone e si muovono le merci.

Impresa e turismo

E le infrastrutture legate ai servizi sono un tema caldo anche nel rapporto tra la sponda italiana e la Confederazione Elvetica. Anzi, «la domanda di modalità tra i due Paesi – dichiara Baccelli – si intensificherà non solo su tutto ciò che riguarda l’impresa, ma anche sul grande bacino del turismo». Proprio qui sta la riflessione del docente: «Le politiche svizzere sono molto chiare nella scelta della modalità di trasporto che preferiscono. Infatti si concentrano sul sostegno del trasporto

«Si deve avere chiaro l’obiettivo pubblico per il sistema economico, con un concorso di contributi che soddisfino le esigenze di ammodernamento delle linee preoccupandosi anche del loro impatto ambientale»

su ferro, in particolare sul trasporto intermodale». Una rete che, se vogliamo guardare da vicino il territorio lombardo, porterà grande vantaggio alle imprese dell’area Nord-Ovest della regione: «Busto Arsizio e Gallarate, dove sono presenti i terminal da cui partono i servizi verso l’Europa centrale (in particolare la Germania) ma anche verso i porti di Rotterdam e Anversa, nel Nord Europa.


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Fuori confine

Oliviero Baccelli (Bocconi)

Insomma, la posizione di questi centri è privilegiata proprio perché si possono avvantaggiare dei servizi di trasporto ferroviario. Altre aree, invece, saranno obbligate ad utilizzare il trasporto su strada».

Il tunnel delle Ceneri

Via di sbocco strategica

Anche le Regioni e le amministrazioni pubbliche sono chiamate all’impegno del domani. Se da un lato il trasporto su gomma può riorganizzarsi e addirittura competere (ma bisogna tenere conto del cabotaggio e del dumping salariale praticato soprattutto dagli operatori dei Paesi dell’Est Europa) con quello su ferro, dall’altro «si deve avere chiaro l’obiettivo pubblico per l’intero sistema economico-territoriale, con un concorso di contributi che devono soddisfare le esigenze di ammodernamento delle linee preoccupandosi anche del loro impatto ambientale». Il territorio della provincia di Varese può giocare le sue carte. E farlo nel modo più corretto. Perché si può scommettere anche «su servizi regionali e di lunga distanza – prosegue il docente - Bellinzona, Lugano, Como e Varese sono centri di riferimento per l’accesso a Malpensa, ma possiamo riflettere anche sui tracciati che daranno una spinta tanto ai flussi dei passeggeri quanto delle merci. Da un lato l’Arcisate-Stabio (ma anche la direttrice Varese-Mendrisio), dall’altro la linea di Luino, lungo il Lago Maggiore, e il tunnel del Ceneri». Sarà questo a rappresentare una via di sbocco strategica anche per le merci che, una volta raggiunta Chiasso, potranno arrivare con maggiore velocità nel Nord Europa attraverso il traforo del Gottardo. Insomma i collegamenti sembrano capillari, ma pensando alle valli del luinese – dove le strade di

«Il 70% dei traffici verso l’Italia usa la ferrovia, sarà utile ragionare su strumenti fiscali che possano incoraggiare una connessione più veloce» collegamento ci sono, ma non tutte possono essere percorse dai mezzi pesanti sopra un certo tonnellaggio – non si può non cercare una soluzione su ferro. E Baccelli non lesina in buone notizie: «Sulla linea ferroviaria che passa da Luino sono stati stanziati fondi importanti: da parte svizzera ci sono sul piatto 120 milioni di euro. È per questo che la tratta resterà chiusa per circa sette mesi. Un periodo di tempo importante, vero, ma durante il quale si cercherà di ammodernare strutture e infrastrutture: gallerie, nuovi incroci, pannelli di insonorizzazione». Anche perché il lavoro incessante che

vede impegnata la Confederazione Elvetica nel potenziamento del trasporto su ferro sta dando buoni frutti: «Il 70% dei traffici verso l’Italia usa la ferrovia – conclude il docente – quindi sarà utile ragionare anche su strumenti fiscali, parafiscali o sussidi che possano incoraggiare, anche da parte italiana, una connessione più veloce, un’interazione e un coordinamento operativo migliore tra i due Paesi». In una sola parola, puntare alla interoperabilità. //Davide Ielmini

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Digitale è anche reale?

VIRTUALE NON È “IRREALE” Giù la maschera: il social vuole la verità

Rudy Bandiera, guru dei blogger in Italia, racconta l’altro modo di essere al passo con Facebook, Twitter&Co. «La differenza è essere se stessi. Se siamo sette miliardi, tutti diversi, si esce dai cliché raccontando le differenze» Rudy Bandiera

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a domanda che si farebbe oggi Amleto non è “essere o non essere?” ma “social o non social?”. Questo, in realtà, è il problema. Di facile soluzione. Di Facebook, Twitter, Instagram, Youtube alcuni potrebbero (forse) fare a meno, ma non si deve. Ed è fuori di dubbio che per guadagnarsi una seria reputazione su questi strumenti bisogna essere se stessi. Nulla di più che presentare, a tutti, le proprie differenze. Rudy Bandiera è un blogger che disquisisce spesso e volentieri di social network. Il suo pane quotidiano è il post condito al tweet.

Sarà anche per questo che il suo blog RudyBandiera.com - è considerato tra i più influenti nel nostro Paese. Lo abbiamo intervistato partendo da qui: vita digitale e vita reale si possono fondere? Non si rischia di generare una doppia personalità? «Questo è uno dei grandi problemi del mondo dei social. Tutti tendiamo a costruire un’immagine di noi stessi – individui e aziende – che potrebbe non coincidere con la realtà. Un’impresa potrebbe inventarsi, per esempio, che i suoi prodotti sono i migliori, la sua storia è unica, fa cose strabilianti: e se poi non è così? Costruire il personaggio è la prima cosa che dobbiamo fare (d’altronde digitalizziamo la nostra immagine per questo) ma deve riflettere il più possibile ciò che siamo. Differenziarsi dagli altri consiste in questo: la differenza è essere se stessi. Se al mondo ci sono sette miliardi di persone, e tutte sono diverse, si può uscire dai cliché solo raccontando le nostre differenze».

«Il web è prima di tutto un luogo di relazione e poi un mercato. Ecco perché è importante che gli altri si fidino di noi. Prima la fiducia e poi il business»


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Digitale è anche reale?

«Dove vogliamo arrivare? La nostra comunicazione sarà la conseguenza delle nostre strategie. Non sempre dobbiamo comunicare cose nuove. Anzi, la novità va di pari passo con quello che è utile»

già cosa vogliono: si sono informati online. Poi, magari, si sono informati male però sanno che quella cosa esiste.

Muoversi in un mondo nuovo non è facile: gli imprenditori cosa possono fare? Una sola parola: formazione. Devono studiare, imparare, capire come vanno le cose e perché vanno in questo modo. Dopo aver acquisito alcune conoscenze specifiche, allora l’imprenditore potrà scegliere se affidarsi ad un esperto di social, e valutare se è un esperto.

Per un’impresa agganciare una persona influente per il suo settore non è difficile?

Sui social l’obiettivo è quello di crearsi una reputazione, generare fiducia negli altri e poi puntare al business. Regole comuni non ci sono?

In realtà si punta solo al business, perché tutti restiamo sui social per questo. Vero, non ci sono regole comuni precise, però esistono macroregole comuni. Pensiamo ancora alle imprese: vanno sui social, postano la loro offerta commerciale, nessuno compra. Scatta la risposta di pancia: ho buttato solo dei soldi. Non è così. Piuttosto bisognerebbe pensare a come cambiare l’approccio ai social, perché il web è prima di tutto un luogo di relazione e poi un mercato. Ecco perché è importante che gli altri si fidino di noi. Prima la fiducia e poi il business: le due cose sono legate. Conversione diretta (la vendita) e attività di branding funzionano bene solo se abbinate.

Quanto è importante presentare bene i propri prodotti?

Diciamo che io vendo aspirapolveri: posto la foto del prodotto, lo pubblicizzo sottolineando la sua capacità di aspirazione (supera tutti gli altri), incito

all’acquisto. Nessuno lo comprerà mai perché l’offerta commerciale la si trova sui volantini o su siti come Subito.it. Se invece lo presento come aspirapolvere senza fili, mio figlio che ha 5 anni si diverte ad usarlo perché leggero, silenzioso, soprattutto è sicuro allora otterrò un altro risultato. In quel momento umanizzo il prodotto e alla gente piace.

Immagini di avere di fronte un imprenditore: ha provato con i social, non ha ottenuto i risultati sperati e così ritorna al passaparola dei tempi passati. È sbagliato? D’accordo, ma il “passaparola” oggi dove si fa? Sui social, e si chiama marketing. I concetti sono gli stessi; gli strumenti cambiano. Un esempio sulla vendita di autovetture: dieci anni fa la media di concessionarie che venivano frequentate da chi avrebbe voluto acquistare una macchina era 10; oggi la media è 3,4. Perché? Le persone sono online. Io ci posso credere, o meno, ma è un dato di fatto. Una persona su 3 di chi va in banca per acquistare prodotti finanziari sanno

Diciamo che non è facile. Oggi però ci son dei tool che permettono di fare attività di crawling e individuare per il nostro settore le persone che sono più influenti. Nel B2C i risultati sono più diretti, mentre nel B2B è diverso. Pensiamo ad un’azienda che lavora nella meccanica: su Facebook non dovrà mostrare i suoi pezzi ma il “dietro le quinte” che le ha permesso di arrivare ad oggi. Questo serve a catturare imprese e nuovi clienti. Si tratta di un’attività di puro branding, tanto importante quanto l’attività di vendita.

Usare in modo divertente e fattivo i social può aiutare il business?

I social sono un luogo di relazione. Sui social bisogna affrontare tanti argomenti diversi, ma con toni leggeri. Esseri seri, non seriosi, e mai superficiali.

E si deve condividere tanto ma non tutto?

È così. Dobbiamo capire cosa vogliamo rappresentare, agli altri, nel contesto socio-economico nel quale viviamo. Cosa vogliamo che gli altri vedano nel nostro logo? Dove vogliamo arrivare? La nostra comunicazione sarà la conseguenza delle nostre strategie. E non sempre dobbiamo comunicare sempre qualcosa di nuovo. Anzi, la novità va di pari passo con quello che è utile.

In che senso?

È umanamente impossibile essere sempre innovativi, però bisogna essere costanti e utili. Raccontare qualcosa di nuovo che arriva da altri mercati e far valere le esperienze raccolte nel rapporto con altri clienti serve. Ed è questo che conta. // Davide Ielmini

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Dentro la Rete

CHIARE, SU MISURA E SENZA SCIVOLONI Tu chiamale, se vuoi, strategie On-line a tutti i costi? Meglio di no, suggerisce Francesco de Nobili, autore di “Seo Google: guida pratica per farsi trovare con Google”. Perché l'errore è sempre dietro l’angolo Il consiglio? «Solo chi lavora con voi sa chi siete davvero»

PAOLA PROVENZANO Giornalista

paolaprove@yahoo.it

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iù che gli strumenti vale la strategia, e più dei complicati ragionamenti su come funzionano motori di ricerca e algoritmi valgono i contenuti. Così la pensa Francesco de Nobili che conduce un laboratorio di web marketing all’Università di Bologna ed è autore di diversi testi dedicati all’argomento, tra cui “Seo Google: guida pratica per farsi trovare con Google” (Hoepli). Da poco tempo è anche online con il suo sito (www.francescodenobili. it) dove pubblica scritti e riflessioni

sul social media marketing e dintorni, ovvero quel mondo che per le imprese rappresenta nello stesso tempo un luogo dove essere presenti, ma anche un terreno sul quale è facile scivolare. «Complice la scarsa conoscenza degli strumenti – dice de Nobili – può essere facile affidarsi alle mani sbagliate: agenzie di comunicazione grandi che vendono soluzioni non su misura, oppure persone che si improvvisano». Francesco de Nobili, quando non è in cattedra, è nelle aziende e lo si capisce bene dal linguaggio che utilizza: lasciando

Il libro “Seo Google: guida pratica per farsi trovare con Google”


ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Dentro la Rete

da parte tecnicismi anglofoni parla prima di tutto di strategie e contenuti.

Strategia e contenuti

«Quando un’impresa decide di investire nel marketing on line deve farlo partendo dai suoi obiettivi – dice de Nobili – mettendo in campo una strategia ben precisa. Gli strumenti disponibili, grazie alla tecnologia, sono tanti e in continua evoluzione, ma sono solo strumenti e come tali vanno valutati». L’esempio che usa è quello di chi deve costruire una casa e lo fa partendo dalla progettazione. Poi ci sono i contenuti, che rappresentano il cuore della comunicazione. «Il consiglio che do

«I miei contenuti dovranno contenere anche parole non necessariamente tecniche. Solo così riesco a farmi trovare da un pubblico più ampio»

che avrò colto la domanda giusta, la mia risposta dovrà essere coerente, completa, comprensibile e soddisfare chi sta leggendo. «Google punirà il mio contenuto se chi vi arriva lo abbandona subito senza neppure leggerlo fino alla fine. Il cosiddetto “rimbalzo” è un fenomeno di cui il motore di ricerca tiene conto, penalizzando i miei risultati nelle successive ricerche».

Il futuro è mobile

Il web marketing non si esaurisce certo nel funzionamento delle ricerche. Altre frontiere da esso aperte, rispetto al marketing tradizionale, sono quelle della possibilità di avviare campagne mirate a specifici target, la misurabilità dei risultati di una campagna e il feed back che può attivarsi rispetto alla nostra comunicazione. «Le campagne di marketing online – spiega de Nobili – ci permettono di misurare l’efficacia del nostro investimento quantomeno

Tecnicismi a piccole dosi

alle aziende – spiega de Nobili – è quello di formare del personale interno perché solo chi lavora in una realtà è in grado di portare on line i valori dell’azienda e di trasmettere una immagine veritiera. Inoltre chi lavora a contatto con i clienti, ad esempio, sarà fondamentale per suggerire quali sono le domande, le richieste, i bisogni: per comunicare bene occorre ripartire dall’ascolto. Non dimentichiamo che chi interroga Google sta cercando risposte e che la nostra azienda potrebbe avere proprio la risposta giusta».

Qui si entra nel delicato mondo della Seo (Search Engine Optimization) ovvero l’“ottimizzazione per i motori di ricerca”: un universo sul quale le indicazioni si sprecano. «Si parte dal capire che tipo di ricerca potrebbe fare il mio potenziale cliente – spiega de Nobili -. Se ad esempio produco infissi vetrocamera, sicuramente chi è del settore cercherà queste parole, ma il cliente finale più facilmente digita nel motore di ricerca finestre doppio vetro. Questo significa che i miei contenuti dovranno contenere il più possibile anche parole che tra loro non sono necessariamente tecniche, se devo farmi trovare da un pubblico più ampio». E tuttavia ciò non esaurisce l’esigenza di avere contenuti “buoni”, dal momento che una volta

in termini di contatti e visualizzazioni. Inoltre ci sono strumenti di email workflow che permettono di fare tesoro e sfruttare al meglio i contatti con i nostri clienti o potenziali clienti». Il futuro? «Difficile dirlo vista la velocità con cui tutto cambia in questo settore – dice – ma sicuramente si giocherà sugli strumenti di marketing su mobile perché è lì che le persone oramai si connettono sempre più spesso. Ma al centro ci sarà sempre la nostra strategia, i contenuti e anche la capacità di ascoltare chi sta dall’altra parte».

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ALLE ORIGINI DELLA REALTÀ Il nuovo lavoro

«C

osa succede se in una società fondata sul lavoro il lavoro viene a mancare?» si domandava la filosofa Hannah Arendt quando, alle 7.28 del 4 ottobre 1957, venne lanciato il primo Sputnik. Sarebbe questo, si chiedeva nell’opera “Vita Activa”, «l’esito dell’emancipazione e della secolarizzazione dell’età moderna?». Domande che oggi, con la tecnologia diffusa, l’intelligenza artificiale, la connettività, la rimodulazione dei

dall’assillo dell’ideologia stessa del lavoro. Viviamo oggi nell’ultima fase di una rivoluzione orientata a questo obiettivo, iniziata a fine ‘700 con le macchine meccaniche, quelle elettromeccaniche, il computer e l’intelligenza artificiale» prosegue De Masi. Sì, il lavoro cambierà. Cambieranno i suoi ritmi, le sue dinamiche e probabilmente si ridurrà anche il tempo impiegato per svolgerlo: «Come succede altrove, come accade in Germania, dove già oggi le ore di

1997 mentre Skype ha iniziato a farci comunicare nel 2003. Gli ultimi nati? Facebook, 2004. E Twitter, 2006. «Ciò significa che nel 2030 chi è nato con Microsoft avrà 55 anni, chi è cresciuto con il web compirà 39 anni; chi ha mangiato pane e Google non supererà i 33 anni. E così via, fino ai nativi di Twitter, che di anni ne avranno 24». Ricambio lento, come la digitalizzazione e l’innovazione. Ricorda De Masi: «L’elettricità ha richiesto più di cento anni per essere acquisita e, attorno all’elettricità, in quei cento anni sono

Quanto influirà la tecnologia sulle attività professionali? Domenico De Masi, sociologo: «Avremo più tempo e l’uomo tornerà ad essere ciò che è, un creatore»

LAVOREREMO MEGLIO Lavoreremo per creare processi, entrano nella quotidianità del dibattito sul futuro dell’uomo, del suo ruolo alla guida di un’impresa o nel contesto di un processo produttivo dominato dalla robotica. «I cambiamenti fanno paura da quando l’uomo ha cercato di costruire attorno a sé strumenti e macchinari che potessero sottrarlo progressivamente dal lavoro fisico brutale e dalla sua eccessiva ripetitività» spiega Domenico De Masi, sociologo, docente emerito dell’università La Sapienza di Roma e interprete attento delle conseguenze prodotte dai cambiamenti del lavoro sulla società. «Da sempre l’uomo ha operato per poter tornare a esprimere la sua essenza, ovvero la capacità di creare e d’essere creativo, astraendosi dalla fisicità e

lavoro all’anno sono 1.371 contro le 1.725 dell’Italia, ma il Pil pro-capite è di 48.042 euro (35.865 quello italiano) e il tasso di occupazione è del 79%, ben distante dal 57% medio del nostro Paese». Cambierà anche la mentalitàguida del lavoro: «Oggi abbiamo un mondo diviso tra analogico, perlopiù rappresentato dai vertici di enti, aziende e istituzioni, e digitale, incarnato nei giovani. Un gap, inevitabile, che verrà superato e, a quel punto, potremo parlare di rivoluzione compiuta». D’altronde si fa presto a fare due conti: Microsoft è nata nel 1975; il web è del 1991; Google ha messo la prima pietra della sua storia nel

maturati stereotipi di tutti i tipi. Lo stesso accadrà per la digitalizzazione». Ma la svolta è vicina. Il progresso ci restituirà ciò che siamo: creatori, creativi. Flessibili e capaci di sognare, forse, un’altra nuova grande rivoluzione. //Redazione Domenico De Masi


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