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impresE territorio 01 17

BIMESTRALE DI INFORMAZIONE DI CONFARTIGIANATO IMPRESE VARESE

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Upgrade Varese Le strade giuste per non essere periferia del mondo

CINQUE GIGANTI IMPRESE NEL MONDO DAGLI USA ALLA CINA

GIOVANI E LAVORO UN’OPPORTUNITÀ CHE VALE IL FUTURO

DONNE IN AZIENDA LA CONCILIAZIONE OGGI E' POSSIBILE?

S P E D I Z I O N E I N A . P. 4 5 % A R T 2 C O M M A 2 0 / B L . 6 6 2 / 9 6 A R T 1 - 2 D P C M 2 4 / 0 2 D C V A R E S E E U R O 0 . 2 5


3 EDITORIALE

Salvaguardare l’apertura all’Europa e ai mercati mondiali è una condizione indispensabile per un futuro di sviluppo

Locale&globale, sempre più difficile, sempre più necessario “Globalizzazione addio?”. Questo il titolo dell’ultima edizione di uno dei più autorevoli rapporti sullo stato del mondo, il rapporto sull’economia globale e l’Italia, realizzato ogni anno dal Centro Einaudi e coordinato da Mario Deaglio. Il punto di domanda appare quasi un artificio retorico. Negli ultimi mesi non solo si sono moltiplicate le scelte, dalla Brexit all’elezione di Trump, che hanno messo sul banco degli imputati le aperture commerciali e la collaborazione politica, ma si sono anche poste le basi per uno scenario di profonde incertezze che rischiano di compromettere le potenzialità di crescita. Bisogna riconoscere che negli ultimi vent’anni abbiamo vissuto una globalizzazione a due dimensioni. Da una parte la crescita del commercio mondiale, l’apertura di nuovi mercati, la rapida diffusione dell’innovazione, l’uscita dalla povertà di milioni di persone, in particolare nei paesi asiatici. Ma dall’altra parte sono cresciute le disuguaglianze all’interno dei singoli paesi, è aumentata la disoccupazione causata dalla rivoluzione tecnologica, è diventato sempre più complesso controllare e governare i flussi delle migrazioni. Partendo dalla realtà locale per arrivare a quella globale ci sono comunque tanti fattori che possono essere un segno non solo di speranza, ma di concreta possibilità di affrontare costruttivamente il futuro.

di Spectator

I dati sull’economia dei paesi europei, come ha segnalato l’ultima analisi della Commissione, dimostrano che, nel suo complesso, l’Europa sembra aver

riconquistato ritmi di crescita soddisfacenti con una continua riduzione della disoccupazione. Anche l’Italia partecipa alla crescita anche se fatica ad uscire dai risultati “zero virgola” e si mantiene sconsolatamente agli ultimi posti nelle classifiche dell’occupazione. Ma anche l’Italia è a due dimensioni: se guardiamo alle regioni settentrionali, e in particolare alla Lombardia, abbiamo dati in linea, e in molti casi migliori, rispetto alle medie europee. Le imprese italiane stanno trasformando in un punto di forza quel fattore dimensionale che tradizionalmente veniva considerato un limite. Le piccole e medie imprese stanno in gran parte dimostrando di avere i requisiti adatti per affrontare le sfide dell’innovazione, del cambiamento, della flessibilità, dell’offerta il più possibile personalizzata. Abbiamo perso la battaglia dell’hardware, le grandi innovazioni sono ormai sviluppate lontano da noi, ma siamo in prima linea nella battaglia del software, in quella innovazione incrementale che rende possibile unire le più moderne tecnologie ai prodotti “belli e ben fatti” della tradizione italiana. Le esportazioni continuano a costituire uno dei piedistalli più importanti per l’economia italiana: lo scorso anno la crescita è stata del 3,7%, dal 2012 l’export ha superato i livello pre-crisi e la bilancia commerciale è tornata saldamente in attivo. Ecco perché sposare locale e globale e salvaguardare l’apertura all’Europa e ai mercati mondiali resta una condizione indispensabile per costruire un futuro di sviluppo, anche e soprattutto per l’occupazione 


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ommario

GENNAIO| FEBBRAIO 2017

3 LE STRADE DELLA STORIA | E QUELLE DEL FUTURO Quei nonni visionari ci hanno portato fin qui E noi, dove arriveremo?

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EDITORIALE Locale&globale, sempre più difficile, sempre più necessario LE STRADE DEL MONDO | L'ALTRA ECONOMIA D'OLTREOCEANO Il Paese "decaffeinato" che s'è fatto da sè E ha voglia d'innamorarsi

LE STRADE DEL MONDO | NOI E LA CINA _1 Un Paese veloce come la luce Le Pmi sapranno raggiungerlo?

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LE STRADE DEL MONDO | INCOGNITE A STELLE E STRISCE Trump non è il diavolo Chi prima s'accomoderà con lui troverà l'America

LE STRADE DEL MONDO | NOI E LA CINA _2 Gigante che premia soltanto chi investe

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LE STRADE DEL MONDO | INCOGNITA RUSSIA GERMANIA - MADRE O MATRIGNA? Donald salverà il Made In «I problemi sono altri: guardate l'embargo»

Il lusso? Roba vecchia La Cina vuole l'artigiano LE STRADE DA ESPLORARE | PIATTAFORME E BUSINESS La sharing economy tra rischi e opportunità C'è anche una via italiana alla nuova economia

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LE STRADE DELL'IMPRESA | IDEE CHE PORTANO LONTANO Rasizza e la lezione fai da te «Unisci i puntini e alla fine tutto torna»

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LE STRADE DELL'IMPRESA | INVESTIRE SU SE STESSI Le idee degli under 35 sono sempre da raccontare

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LE STRADE CHE SI INCONTRANO | VISTE DA VICINO_1 ImpresaAperta lancia il dialogo Confronto possibile con la Regione

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LE STRADE CHE SI INCONTRANO | VISTE DA VICINO_2 La carica delle "300" del sindaco in azienda

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LE STRADE DA SEGUIRE | FORMAZIONE E LAVORO_1 L'impresa del futuro vista dai giovani

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LE STRADE DA SEGUIRE | FORMAZIONE E LAVORO_2 La vecchia università è un ricordo del '900 Arriva l'ateneo"impresa-friendly"

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LE STRADE DELL'IMPRESA | CAMBIARE PER CRESCERE Il passaggio generazionale Quattro storie per raccontarlo

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LE STRADE PIÙ DIFFICILI | DONNE, LAVORO E CASA CONCILIAZIONE POSSIBILE? «Mi rimetto in gioco a cinquant'anni Nella mia vetrina affari e famiglia» Manager per forza, specie dopo la maternità...

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LE STRADE POSSIBILI | RIFLESSIONI SULL'INDUSTRIA 4.0 Non fate esplodere il popcorn 4.0 Al Sciur Brambilla serve lo smanettone

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6 LE STRADE DELLA STORIA | E QUELLE DEL FUTURO

L’analisi di Marco Dal Fior

Quei nonni visionari ci hanno portato fin qui E noi, dove arriveremo? Provincia tosta, quella di Varese, capace di intercettare i cambiamenti e di trasformarli in ricchezza: dalla ferrovia all’Autolaghi, nei secoli il benessere è cresciuto lungo le strade Ora bisogna rimanere al passo con la storia, per non diventare paracarri scrostati ai margini dell’economia che conta I

n principio fu l'acqua. Le civiltà sono fiorite lungo le sponde di fiumi e torrenti. Garanzia di terreni fertili, certamente, ma anche vie di comunicazione semplici e a basso costo. Bastava una zattera per trasportare uomini e merci verso la foce. Da queste parti Milano – Mediolanum, come la chiamavano i romani – veniva riconosciuta con un nome che significa appunto “in mezzo ai corsi d’acqua”. E su Olona, Lambro e Seveso ha costruito le sue fortune. Anche dalle nostre parti l’acqua è stata fondamentale. A Golasecca o all’Isolino Virginia restano tracce evidenti dei nostri avi primordiali. Che avevano scelto le rive pescose di Ticino e Lago di Varese per colonizzare questo territorio. Le carrozze e l’unità d’Italia Ai fiumi, nel tempo, le direttrici della storia e della civiltà hanno affiancato le strade. Quelle romane, ma anche i grandi “cammini” medievali, sui quali si spingevano pellegrini, merci e briganti. Lungo questi percorsi procedevano non solo i carri e i loro carichi, ma anche le informazioni e, con loro, il progresso. Lo avevano capito molto bene i nostri nonni quando, tra la fine del 1800 e i primi anni del secolo scorso, puntarono decisi sullo sviluppo delle vie di comunicazione. La ferrovia che unisce Gallarate a Milano ha visto passare i primi treni ai tempi dell’unità d’Italia. Da Gallarate a Varese si sale in carrozza dal 1865, Porto Ceresio è stata raggiunta nel 1894. E siccome

una ferrovia sola non bastava, tra Varese e Milano dal 1885 si può viaggiare anche con i treni delle Ferrovie Nord, sfruttando due terzi della linea che collega il capoluogo lombardo a Laveno Mombello e alle rive del Lago Maggiore. 1924: prima autostrada a pedaggio al mondo Ma ai nonni non bastava. Avevano visto sfrecciare sulle malconce strade di allora le prime automobili. L'ingegner Piero Puricelli, conte di Lomnago, uno che aveva la vista lunga, concepì per primo l'idea di una strada dedicata unicamente ai mezzi a motore. Lo fece in un periodo – gli anni Venti - nel quale in tutta Italia circolavano meno di 90.000 veicoli (57.000 automobili, 25.000 autocarri e 2.700 autobus). Puricelli, imprenditore di costruzioni stradali e industriali, nel 1921 aveva fondato la Società Anonima Autostrade e ottenuto la certificazione di “progetto di pubblica utilità” per alcune delle sue idee. Morale: dopo solo 15 mesi di lavori, il 21 settembre 1924 veniva inaugurato a Lainate il primo tratto dell’Autostrada dei Laghi, la prima autostrada a pedaggio del mondo. Ad inaugurarla fu una Lancia Trikappa di Casa Savoia con a bordo re Vittorio Emanuele III in persona. Meno di un anno dopo, nel giugno 1925, venne aperto il tratto da Lainate a Como e sempre nello stesso anno anche il tratto tra Gallarate e Sesto Calende. Cos’abbia significato questo collegamento veloce con Milano lo raccontano le migliaia di imprese che su quella direttrice hanno messo radici.

E anche le ville che punteggiano le pendici delle nostre montagne, mete fresche, verdi e a portata di Balilla per la borghesia milanese fra le due guerre. Agusta e Caproni spalancano il cielo di Malpensa In quegli stessi anni altri due pionieri della modernità, Giovanni Agusta e Gianni Caproni, vicino a una fattoria, la Cascina Malpensa, avevano allestito una pista d’aviazione per far volare i loro prototipi, mettendo le basi di quella “provincia con le ali” che ha fatto decollare il Varesotto e le sue imprese. Attorno a quella stessa cascina, agli inizi di questo secolo, è fiorito un grande aeroporto, centro di smistamento di uomini e merci, che apre le porte di questo territorio direttamente sul mondo. Nel terzo millennio quelle strade – acqua, rotaia, asfalto, piste di atterraggio – sembrano essersi trasformate da risorse in problemi. Traffico, inquinamento, rumore mettono a rischio quel modello di sviluppo che dall’uomo di Golasecca ai nostri yuppies rampanti ha sempre rappresentato la via maestra della civiltà e del benessere. Il villaggio globale non è per i pigri Ma il mondo ha cambiato marcia. Se fino al secolo scorso ogni trasformazione richiedeva generazioni per diventare un linguaggio comune, adesso il progresso e la tecnologia hanno accorciato all’inverosimile i tempi della trasformazione. Se ripensiamo alla vita di 20 o 30 anni fa, ci sembra preistoria.


E’ per questo che è importante individuare subito e con lungimiranza le nuove strade che conducono al futuro. Non sono più, lo abbiamo detto, quelle tangibili e palpabili fatte di acqua, ferro o bitume. Sono quelle che collegano il “villaggio globale”, costituite di chip, byte, jpeg e bit. In poche parole Internet e i suoi derivati. Che possono piacere o meno – come ai nostri nonni vetturini di piazza potevano piacere o meno le automobili – ma che hanno già fatto partire la rivoluzione. Sta a noi gestirla, diventarne protagonisti, o limitarci ad osservarla, con il rischio che ci passi accanto e ci lasci a terra. Un discorso questo che vale certamente per chi ha il compito di gestire il Paese, ma che interpella ciascuno di noi, soprattutto nei rispettivi ambiti professionali. Voltare la testa dall’altra parte per abitudine, pigrizia o nostalgia del tempo che fu è una pratica pericolosa e, aziendalmente, suicida. Si diceva una volta che tutte le strade portano a Roma. Quelle di oggi portano nel futuro. Attenti a non rimanerne ai margini, come paracarri scrostati 


8 LE STRADE DEL MONDO | L’ALTRA ECONOMIA D’OLTREOCEANO

Corrado Paina, Direttore generale della Camera di Commercio dell’Ontario

di Sara Bartolini sara.bartolini@asarva.org

Il Paese “decaffeinato” che s’è fatto da sé E ha voglia d’innamorarsi Ha un tessuto sociale ed economico solido, ha retto l’urto della crisi a stelle e strisce e considera l’immigrazione un valore Il Canada, oggi, è una terra di opportunità Ce le racconta Corrado Paina dopo una visita in Confartigianato Varese che ha posto le fondamenta al ponte degli affari tra Lombardia e Toronto M

entre i mutui subprime mettevano in ginocchio un gigante chiamato America, sgonfiando bolle immobiliari, serrando banche e riducendo a briciole le colossali fortune cullate dalla Borsa, otto ore d’auto e 790 chilometri più in là, l’altra economia d’oltreoceano reggeva il colpo, maturava un’identità, costruiva relazioni e tesseva opportunità. Per sé stessa e per il resto del mondo. Chiamatelo “miracolo canadese” o, come direbbe Corrado Paina, milanese residente da trent’anni a Toronto dove guida la Camera di Commercio dell'Ontario, miracolo di un Paese “decaffeinato”. «Da noi si dice così –racconta dopo una visita nella sede di Confartigianato Imprese Varese che ha il sapore del ponte sull’oceano – L’America è febbrile, è caffeina pura. Il Canada no, ma è stabile, è la nazione per la famiglia, è il posto dell’immigrazione produttiva e proattiva, è la terra dell’integrazione che diventa elemento di stimolo e di forza».

nada nella mappa dell’economia mondiale è un mercato appetibile, forse non dai ritorni incontrollati tipo Cina e India, ma importante, stabile e dalla forte identità economica e sociale». Un’identità rafforzata, sull’asse Toronto-Bruxelles, dall’accordo commerciale tra Ue e Canada (Ceta) che, votato dal Parlamento Europeo il 15 febbraio scorso, semplificherà l’esportazione di beni e servizi, con vantaggi reciproci per cittadini e imprese. Certo dire Canada non è come dire Usa, soprattutto in Italia, dove la foglia d’acero ha ancora assai meno appeal dei grattacieli di New York: «Lo sappiamo, io per primo ne sono consapevole. In Italia soffriamo di un po’ di provincialismo, l’andare in America viene visto come una conquista. Il Canada? Una meta come tante. Ma ribatto in cifre: oggi Toronto è una delle dieci città più importanti del mondo, è in altissima classifica per la qualità della vita ed è la decima Borsa internazionale».

Chiunque dovrebbe fare i conti con noi Il Canada è una terra d’opportunità che ha tanta voglia d’Italia: «Oggi – prosegue Paina – chiunque in Europa dovrebbe fare i conti con il Canada e con ciò che il Canada è diventato». Tanto più l’Italia, «con la quale c’è una grande maturità di relazioni, ma di relazioni tra persone che si conoscono poco. Ma io lo so, scoppierà l’amore, nostro compito è solo fare in modo che scocchi la scintilla».Perché sprecare l’occasione? «Il Ca-

Pragmatismo e business plan chiari L’importante è non imbarcarsi impreparati: vale per il turista, e ancor di più per le Pmi, perché diffidenza (o non conoscenza) sono reciproci. «Chi viene in Canada deve conoscerne la legislazione e deve recepirne il pragmatismo. Qui un incontro di lavoro dura venti minuti e non un’ora e mezzo, quindi in poco tempo devi dire ciò che fai, presentare piani reali e business plan ben strutturati, e dimostrare una progettualità ben definita». Ciò che invece rende Canada e Italia, Toronto e Varese, più

simili di quel che geografia e distanze potrebbero far pensare, è l’essere entrambe “Pmi-land”. «Forse quelle canadesi non hanno un’identità familiare come quelle italiane, ma ce ne sono moltissime, soprattutto fra Toronto e Montréal. Sono Pmi innovative che possono godere di un sostegno finanziario inimmaginabile in Italia». Come dire, perché non provare a farla scoccare davvero quella scintilla? Venture capital e distretti affini Due pilastri, su tutti, potrebbero reggere il peso di un ponte sempre più affollato sulla direttrice Varese-Toronto. «Gli imprenditori italiani, in Canada, possono imparare, ad esempio, ad utilizzare il venture capital, conoscere una burocrazia snella e business-friendly, e acquisire un’apertura che rende le nostre aziende diverse rispetto a quelle europee, in genere più stratificate» prosegue il numero uno della Camera di Commercio dell’Ontario. L’altro pilastro si chiama distretti: moltissimi coincidono con quelli lombardi e varesini, dall’aerospace alla meccanica, dal turismo ai beni strumentali. Un alleato, Varese, a Toronto ce l’ha. E si chiama proprio Camera di Commercio dell'Ontario: «Per capirsi, per creare occasioni di business reciproche, occorre conoscersi. Noi diremo alle imprese canadesi chi è Varese, dove si trova, cosa fa, quali opportunità offre, che distretto rappresenta e da che economia viene sostenuta» assicura Paina.


CANADA IN CIFRE Popolazione 36 milioni di abitanti

Lingue ufficiali inglese e francese

Popolazione attiva: 17.040.000 Tasso di disoccupazione: 7,8 %

Pil: 958,7 miliardi di US$ Pil: pro capite 29.800 US$

Inflazione: 2,8 %

Esportazioni 279.3 miliardi di US$ Importazioni 240.4 miliardi di US$

Una finestra su Toronto Lo stesso, questa è l’intenzione, farà Confartigianato Imprese Varese, che dopo l’incontro di Corrado Paina con i vertici dell’associazione e lo staff internazionalizzazione, ha scelto di guardare con grande attenzione all’altra economia d’oltreconfine. «Montanelli, trent’anni fa, sosteneva che Canada e Amsterdam fossero i due punti più illuminati della società. Io, trent’anni fa, mi sono innamorato di Toronto e di questo Paese che si fonda sul principio che nessuno è un non migrante, e che nessuno è realmente nativo» conclude il direttore generale dell’Italian Chamber of Commerce Ontario. Benvenuti in Canada, «il Paese che non ha inseguito i cambiamenti, li ha voluti». Il Paese che ha voglia di conoscere Varese 

Il Canada è una delle nazioni più sviluppate del mondo: si classifica all'ottavo posto per Pil pro capite e al sesto posto per indice di sviluppo umano, è ai primi posti al mondo per alfabetizzazione, trasparenza del sistema politico, qualità della vita, libertà civili ed economiche


10 LE STRADE DEL MONDO | NOI E LA CINA_1

di Davide Ielmini davide.ielmini@asarva.org

Si è presentato a Davos, al Forum Economico Mondiale, con un invito liberista che nessun leader al mondo si sarebbe aspettato da una dittatura dirigista E invece il “miracolo” cinese, che vuole trasformarsi in motore dell’economia globalizzata, continua, senza sosta Il leader Xi Jinping, al summit in Svizzera, ha spiazzato facendosi portabandiera dello scambio internazionale, del mondo economicamente libero, del capitalismo ibrido lanciato contro il protezionismo di marca statunitense E ha detto: «Se volete il mercato, il mercato siamo noi» Come possono vincere, in un mercato vischioso fatto di fendenti alla competitività, le Pmi italiane? E quelle varesine cosa ne pensano di questa Cina che a loro non è mai piaciuta e forse piace poco ancora adesso? In questo numero di Imprese e Territorio abbiamo raccolto le voci di chi conosce bene la Cina con l’obiettivo di capire come affrontarla, gestirla e renderla un nuovo “mercato possibile”

Dalla Montschlif alla Airs Srl, chi lavora con i cinesi sa cosa cercano: «Cervelli» I timori della Modelmeccanica Sfericad «Da noi super controlli, da loro… Come si fa a competere?»

Un Paese veloce come la luce Le Pmi sapranno raggiungerlo? V

Xi Jinping

incenzo Monteggia della Montschlif macchine utensili, non ci va da quattro anni. Tanti, forse troppi, per capire dove è arrivata oggi la Cina. Ma il ricordo di quel Paese, della sua «continua sete di migliorarsi e crescere», ce l’ha ben presente. Là ci passava mesi interi a montare e mettere in servizio le rettificatrici della Ghiringhelli Spa di Luino. Pechino e Shangai le tappe principali, «l’inglese come minimo, la rincorsa alla tecnologia, l’export spinto ai massimi, una ridotta produzione per i bisogni interni». Ma ora tutto è cambiato e ci si chiede quanto la nicchia della produzione italica riesca a resistere alla veloce capacità di apprendimento dei tecnici cinesi. Il problema lo solleva Simone Rizzetto, titolare della Airs Srl, azienda di automazione industriale specializzata nell’avviamento di impianti e sviluppo software: «La Cina ha investito molto sull’innovazione tecnologica, sa risolvere problemi sempre più complessi, recupera terreno in quei settori dove noi eravamo forti. Come uscirne? L’Italia dovrà esportare sempre meno macchine e sempre più “cervelli” nel senso di idee, progettualità e supervisione per l’assistenza e la gestione delle macchine». Il nostro futuro in quel Paese? «All’insegna della partnership, del problem solving e della supernicchia d’eccellenza – conclude Rizzetto - D’altronde


Il gran rifiuto della Cosmel «I cinesi ci volevano ma io ho detto no» Il Made In resta qui

parliamo di una Cina dove in un anno costruiscono una città e magari non ci va a vivere nessuno perché mutano gli equilibri economici e sociali, di imprese che occupano 20mila dipendenti (le considerano di media grandezza) e dove accade che per raggiungere la sala mensa dal punto in cui stai lavorando ci vogliano 45 minuti di autobus». Del Made in Italy i cinesi sono golosi. L’importante è che si punti alla fascia medio-alta di chi, di italiano, vuole prodotti super e prestigiosi. Marco Civelli, titolare della Almar, nell’Impero Celeste ci è arrivato grazie a un agente conosciuto alla fiera di Francoforte: «Ai suoi cataloghi mancava quello che noi facciamo tutti i giorni: docce, soffioni, saliscendi – interviene Marco – ma siamo entrati nel mercato cinese in punta di piedi: oggi il nostro fatturato con questo Paese non supera l’1%; se ci aggiungiamo Hong Kong saliamo però al 4%». Su questo mercato non ci sono “ma” che tengano: la Almar ha puntato su componenti da 600/700 euro l’uno nel settore del contract e ha capito che commercializzare prodotti “da poco” non porta a niente. Marco, in Cina, c’è stato tre volte. Una valutazione sull’oggi? «Quasi impossibile: la Cina viaggia alla velocità della luce, cambia tutto in

pochi mesi». Un unico neo, la burocrazia: «Dal momento del primo contatto a quello della prima fatturazione ci vuole circa un anno, ma ne vale la pena». Però c’è chi di Cina parla solo in termini negativi e non cambia idea. E’ il caso della Modelmeccanica Sfericad di Germignaga. Alessandro Cerinotti, nell’azienda di famiglia specializzata nella costruzione di attrezzature per la microfusione dei metalli, esporta in Europa (Inghilterra, Germania, Svizzera, Spagna e qualcosina in Francia) ma la Cina non gli piace. «Il nostro lavoro è fatto di conoscenze e competenze che fanno di un collaboratore un lavoratore super specializzato - dichiara Alessandro - Lavoratori così preparati in Cina scarseggiano, così un mio dipendente se n’è andato proprio là». Mai avuto un’offerta dai cinesi? «Certo, ma nel mio settore loro si propongono come fornitori e non come clienti». Alla Sfericad non ci girano intorno, perché i problemi sono anche altri: «Qui in Italia si muore di controlli mentre loro non ne hanno. Poi non si preoccupano affatto di tutto quello che è ambiente, ecologia, sicurezza e diritti dei lavoratori». Fermiamoci qui 

Il Made in Italy è un plus soprattutto per chi italiano non é: da un lato si compra perché c’è un valore culturale, dall’altro perché tutto si traduce in valore economico. Chi pianifica le partecipazioni ai grossi gruppi, o gli acquisti in massa delle grandi industrie di casa nostra, questo lo sa. E’ normale. La Cina è uno fra i Paesi dove il Made in Italy si apprezza e si paga bene. Ecco perché tiene così tanto ad acquisire o entrare in società nei marchi Pirelli, Ansaldo Energia, Olio Sagra, Ferretti Yacht, Krizia, Fiorucci, Cerruti, Benelli, Telecom, Fiat, Eni, Enel. Tutte queste, e molte altre società, oggi parlano il mandarino. A non volerlo parlare è Trasparano (Rino) La Cognata, titolare della Cos.Me.L., impresa specializzata in carpenteria e in lavorazioni meccaniche d’eccellenza di 30 dipendenti. Lui, che si dice “affezionato al mondo”, ai cinesi non ha voluto vendere. Lui, che il cuore ce l’ha diviso in due: una metà con i colori della bandiera italiana e l’altra con il colore rosso della Ferrari. Lui che dice: «Non è la Cina a doverci fare paura» ma i «cugini europei in un’Europa che non c’è – i cechi, i polacchi, gli ungheresi, i rumeni – possano essere più pericolosi». D’accordo, ma la Cina? «La guardiamo da lontano, anche se questo Paese ci ha visti da vicino. Molto vicino». Il fatto: nel 2013, dopo anni di investimenti in tecnologia, macchine all’avanguardia e know how, la Cos.Me.L accetta la visita di una delegazione di tecnici e «imprenditori Paperoni» cinesi disposti a comprare: «Loro sono fatti così: il prezzo non è un problema, si guardano in giro, gli occhi si illuminano, scatta l’offerta». A tutto questo alla Cos.Me.L non erano pronti: «Non ho venduto allora e non venderò mai». Però sul fronte di una possibile collaborazione La Cognata non nicchia: «Con la Cina ci lavorerei eccome perché ho sempre pensato che un tuo competitor può diventare una risorsa preziosa. Quindi, come dico spesso, le porte della Cos.Me.L sono aperte a tutto il mondo: ma solo per portarci le mie macchine»  D. Iel.


12 LE STRADE DEL MONDO | NOI E LA CINA_2

Gigante che premia soltanto chi investe «Pmi fuori dai giochi? No, ma l’export va pianificato e servono professionalità nuove, che conoscano quel Paese» Da un lato c’è la Cina e dall’altro il resto del mondo. Quello che all’Impero non vuole riconoscere lo status di economia di mercato. L’Italia fa pressing sull’Unione Europea e l’America ha deciso per il no, per evitare che le aziende cinesi inondino in modo scorretto i mercati con prodotti a basso prezzo. Dunque, la Cina fa così paura? Ne parliamo con Renzo Cavalieri, professore all’Università “Cà Foscari” di Venezia al Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea e direttore del Master in Global Management for China. Professore: chi deve avere paura della Cina? Questo Paese sta scardinando gli equilibri economici del mondo: in qualche modo bisogna certamente averne paura perché la Cina richiede un’evoluzione alle imprese. Chi vuole inseguire questo mercato in quello che là si sa già fare perde inevitabilmente. Da un lato ci sono economie, come quella tedesca, che tengono botta a questo mercato ma dall’altro ce ne sono altre – come la Turchia o il Messico – che hanno già sofferto tantissimo perché basate su un’economia di prodotti di basso valore. Questa è anche la chiave di lettura del rapporto tra Italia e Cina: le logiche imposte da questo Paese sono molto grandi.

Però non sufficiente? Vede, il mercato cinese è difficile perché molto articolato e molto lontano. La dimensione della piccola impresa non è il solo ostacolo. Per arrivare in Cina bisogna essere disposti ad investire, e tanto, perché la Cina ripaga solo chi ci investe. La Cina è grande, è fatta di tanti mercati diversi, offre un ventaglio illimitato di possibilità ma è irrealistico dire “ci provo” o “in qualche modo ci posso riuscire”. Quindi si deve investire prima di tutto in risorse umane tecnicamente adeguate: figure professionali che parlino benissimo l’inglese (e ancor meglio, il cinese), che conoscano il Paese, che sappiano fare da intermediatori culturali e che abbiano una preparazione anche di management. Ad esempio, figure che escono dalla Cà Foscari di Venezia, ma che non tutte le imprese si possono permettere, e questo lo capisco.

Docente alla Cà Foscari e direttore al master in Global Management for China

Troppo grandi per le piccole e medie imprese italiane? Per le imprese medie, medio grandi e le grandi industrie la Cina è un rischio ma anche un’opportunità; per quelle piccole è sostanzialmente un rischio perché la tipologia di produzione di queste imprese non si accorda con le dimensioni e con la rapida trasformazione del sistema economico imposta da questo mercato. I Piccoli possono trovare spazi da aggredire con un’attività ben pianificata di export, e diciamo che per chi non ha dimensioni aziendali e strutture organizzative adeguate l’e-commerce può essere un buon strumento. Perché i prodotti fatti bene e di un certo tipo sono sempre apprezzati. L'intervista completa su www.asarva.org

Si teme il riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato: rischiamo di essere messi “sotto assedio”? E’ vero che i cinesi stanno investendo massicciamente in Italia ma non si deve parlare di depredazioni. Il cinese, con i suoi capitali, non è sempre dannoso e io credo che l’ingresso di capitali in Italia sia molto positivo. Diverso è il discorso per lo stato di economia di mercato, perché questo potrebbe invece sbilanciare il rapporto import-export. Però la partita è aperta e in Europa ci sono parecchie resistenze e una tendenza generale di tipo protezionistico  D. Iel.

Renzo Cavalieri


Il lusso? Roba vecchia La Cina vuole l’artigiano Per lavorare con i cinesi servono sistema, preparazione, presenza, programmazione e flessibilità Con la partecipazione del presidente cinese Xi Jinping al Forum Economico Mondiale si conferma la svolta nelle relazioni economiche mondiali: cosa ci dobbiamo aspettare? Ci troviamo di fronte a un momento storico particolare, in cui la Cina non solo cambia ma si fa portatrice di cambiamento. Guardando alla politica interna, l’attuale fase nota come “New Normal” coincide con una transizione verso una crescita più sostenibile e un benessere diffuso nel Paese. La Cina programma di raggiungere questi obiettivi muovendosi verso un modello di sviluppo che faccia meno affidamento sull’export a vantaggio dei consumi interni. Nonostante la crisi economica mondiale avesse già evidenziato la dipendenza cinese dalla domanda internazionale, la Cina non è l’unico Paese ad aver bisogno delle altre economie. Proprio su questo punto è tornato il Presidente Xi Jinping al Forum Economico Mondiale, evidenziando che i flussi di scambio e il livello di interconnessione raggiunti oggigiorno non permettono più di troncare i rapporti con l’estero. Basti pensare che le aziende cinesi sono sempre più presenti nei mercati internazionali e che ormai gli investimenti cinesi all’estero hanno superato quelli stranieri in Cina. Infatti, solo nei primi nove mesi del 2016 gli investimenti cinesi all’estero di natura non finanziaria sono cresciuti del 53,7%, un aumento di oltre il 56% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Come devono attrezzarsi le Pmi per entrare in questo Paese? Con preparazione, presenza, programmazione, flessibilità e sistema. Conoscere la cultura e il sistema economico cinese, essere presenti per avere la percezione del mercato e delle opportunità che devono essere colte seguendo il rapido ritmo cinese, adattarsi al mercato, recepire i cambiamenti e, se necessario, adattare il proprio modello. Per questo servono programmazione a medio-lungo termine e flessibilità. Infine, bisogna considerare che le peculiarità regionali richiedono alle aziende di localizzare. Bisogna ricordare che le difficoltà di accesso al mercato persistono, quindi alle aziende spetta il compito di trovare il giusto mix per identificare o eventualmente adattare il proprio prodotto affinché risponda ai gusti e ai trend del mercato, identificando i canali più adatti.

Segretario Generale Camera di Commercio Italo Cinese

Quale partita potrebbero giocare le piccole e medie imprese italiane? In Italia come in Cina, sono le imprese più piccole a farsi promotrici dell’innovazione: un tema cruciale per il progresso tecnologico e industriale cinese, che il governo centrale mira ad incentivare per raggiungere gli obiettivi del piano Made in China 2025. L’Italia ha sviluppato tecnologie e know-how in settori che possono beneficiare lo sviluppo cinese. L'intervista completa su www.asarva.org

Quali sono le qualità della piccola impresa italiana più apprezzate dal mercato cinese? In tutto il mondo sono apprezzate la creatività e la tradizione italiana che, unite al sapiente utilizzo di materiali pregiati, riflettono l’essenza del Made in Italy. Se fino a qualche anno fa il consumatore cinese ne vedeva l’incarnazione esclusiva nei prodotti di lusso, si è recentemente aperta una porta sul Paese del Dragone per i prodotti di manifattura artigianale. Non si può nascondere che i marchi più conosciuti attirino l’attenzione dei clienti cinesi e che per una piccola azienda sia più difficile emergere. Eppure i retailer cinesi hanno identificato l’opportunità di associare i brand più noti a marchi meno conosciuti, sfruttando l’effetto calamita dei primi per ampliare l’offerta  D. Iel.

Marco Bettin


14 LE STRADE DEL MONDO | INCOGNITE A STELLE E STRISCE

di Andrea Aliverti Giornalista La Provincia di Varese

I gallaratesi Mauro Porcini ed Emanuele Tosolini raccontano ascesa e obiettivi del nuovo commander-in-chief della Casa Bianca

Trump non è il diavolo E chi prima s’accomoderà con lui troverà l’America L'

era-Trump vista dagli italiani d’America. Una lezione per tutti, ma anche una speranza e un monito per il futuro e per le nostre imprese. «La lezione più sorprendente e significativa di queste elezioni presidenziali, agli occhi di un professionista del design e del brand come lo sono io - spiega Mauro Porcini, gallaratese laureato al Politecnico di Milano che vive a New York City, dove ricopre il ruolo di Senior Vice President e Chief Design Officer di Pepsi Co - riguarda come i media e i social media non possano essere considerati il riflesso reale del pensiero comune. Non sono specchi piani della realtà, ma lenti che distorcono la verità in base a come vengono puntate. Sono gli amplificatori dei punti di vista dei pochi che hanno accesso a queste piattaforme, che hanno il profilo demografico per esserne utilizzatori o controllori, la cultura di base per esprimere un’opinione e infine la volontà, il coraggio e il tempo di farlo». Social media: ascoltateli ma non credeteci Per Porcini si tratta di una «preziosa lezione per tutti, inclusi brand leader, designer e innovatori», tanto da suggerire una serie di “morali della favola” da trarre dal “caso-Trump” e da tenere in considerazione per chi ha a che fare con il mercato dei consumatori: «La prima? Prestare attenzione ai media e ai social media, ma non crederci: analizzare, assimilare e interpretare le informazioni».

Mauro Porcini

I media non sono lo specchio della realtà Eppure le nostre imprese guardano con un misto di apprensione e curiosità il nuovo corso di Donald Trump, che ha fatto volare gli indici di Borsa ma ha anche suscitato grandi preoccupazioni sul futuro delle relazioni economiche con l’Europa, in particolare per il cambio di rotta delle politi-

che commerciali della nuova amministrazione Trump, prospettato nel memorandum presidenziale del 23 gennaio in cui è stata rivelata l’intenzione di «promuovere l’industria americana, proteggere i lavoratori americani e aumentare i salari americani». L’export in cifre della Lombardia e di Varese Imprese del Made in Italy a rischio? Di certo il mercato Usa è rilevante, essendo l'Italia il primo Paese fornitore europeo degli Stati Uniti d’America per prodotti realizzati nei settori a maggior concentrazione di Mpmi. Secondo l’Osservatorio Mpmi di Confartigianato Lombardia, la nostra regione «è la prima in Italia per valore dell’export di Mpi e la sesta per maggiore esposizione nei settori di Mpi sul mercato statunitense». Pur registrando uno dei gap più significativi, più 14,7%, tra l’export di Mpi rispetto alla media del Manifatturiero (dati cumulati quarto trimestre 2015-terzo trimestre 2016), segno che le esportazioni delle Mpi verso gli Usa hanno tenuto rispetto a quelle del manifatturiero in generale, Varese non è tra le province più esposte nei settori a più alta concentrazione di Mpi (0,62% sul valore aggiunto). Un gallaratese nella Trump Tower È ottimista sul futuro Emanuele Tosolini, avvocato 37enne di Gallarate, trapiantato a New


Emanuele Tosolini

made in lombardia

Donald darà continuità alla crescita E’ un’opportunità da sfruttare York dove è socio di uno studio legale internazionale con sedi negli Usa e in Italia. È stato tra i primi sostenitori di “The Donald”, tanto che era uno dei volontari della campagna del tycoon e aveva anche la possibilità di accedere al quartier generale della Trump Tower. «La fortuna dell'America è che il Presidente ha enormi poteri quindi può veramente in breve tempo lasciare una sua ben precisa impronta. Ci aspettiamo un mercato robusto per i prossimi mesi. La fiducia è alta e i bonus di Wall Street in linea con i migliori anni. La vera difficoltà del Presidente Trump sarà quella di dare continuità alla crescita senza fare esplodere il debito pubblico, ma qui ci si aspetta con grande entusiasmo il taglio alle tasse che dovrebbe essere sostanziale, se verrà rispettato il programma annunciato durante la campagna elettorale». Accordi mirati con gli Stati E se il programma “America First” suscita qualche preoccupazione sul fatto che l’Italia, Paese di esportazione verso gli Usa, possa subire i contraccolpi della nuova linea di politica economica di Trump, Emanuele Tosolini è convinto che dalla crescita economica attesa negli Stati Uniti possano nascere opportunità anche per le nostre imprese: «Certo, chi si attovaglia al ristorante prima trova le portate migliori - sostiene l’avvocato originario di Gallarate - Trump ha detto

Un’americana su due abita qui Gli Stati Uniti figurano terzi tra i maggiori mercati del “made in Lombardia” nei settori di Mpi. La Lombardia pesa per il 25,1% sull'interscambio complessivo Italia-Usa, con un’incidenza sull'export del 24,3% e sull'import del 31,9%, che porta al 23,2% l'apporto della Lombardia al saldo positivo del Commercio estero tra Italia e Usa per i prodotti realizzati nei settori a maggior concentrazione di micro e piccole imprese. L’export di Mpi va meglio della media del Manifatturiero in nove province su 12, con un gap rilevante (+14,7%) proprio per Varese. Più di un’impresa americana su due (1142 su 2147) in Italia ha sede in Lombardia, secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi della Camera di Commercio di Monza. Milano, con 947 aziende, recita la parte del leone, ma Varese è sul podio, con 31 aziende, dietro a Monza e Brianza (60) e davanti a Bergamo (27) e Brescia (23). «Gli imprenditori americani - fa notare il vicepresidente di Regione Lombardia con delega all’internazionalizzazione delle imprese, Fabrizio Sala - vedono nel territorio lombardo un luogo privilegiato e particolarmente attrattivo nel quale investire e sviluppare il proprio business»  A.Ali

chiaramente che vuole fare accordi mirati con gli Stati, infatti ha cancellato tutte le negoziazioni per il Tpp che considerava un disastroso accordo. Perciò l'Italia deve essere attenta e pronta e cercare tramite accordi bilaterali di ottenere il massimo. Se invece semplicemente aspettiamo passivamente dei benefici, resteremo indietro: e chi arriva per ultimo non trova più niente di buono al ristorante…» 

Se aspettiamo passivamente i benefici, restiamo indietro


16 LE STRADE DEL MONDO | INCOGNITA RUSSIA. GERMANIA - MADRE O MATRIGNA?

Donald salverà il Made In «I problemi sono altri, guardate l'embargo...» La Comec Italia lavora con gli Usa e non teme il vento del protezionismo «Senza di noi l’America rischia grosso. Le frizioni tra Ue e Russia, invece, sono state un salasso» L

e imprese italiane che lavorano con gli Stati Uniti d’America cosa si devono aspettare dal presidente Donald Trump? Esportare sarà più difficile? I controlli saranno più stringenti? Quali le condizioni nei rapporti di collaborazione? E’ troppo presto per valutare i risultati di questi spostamenti geopolitici, vero, ma un po’ di tensione ci potrebbe essere. Alla Comec Italia di Walter, Edgardo e Manuele Baggini, si studia la situazione e si attende. In questa azienda di Cavaria, una certezza c’è: «A metterci relativamente in crisi, e il nostro fatturato lo dimostra, è stato l’embargo sorto dai contrasti tra l’Unione Europea e la Federazione russa di Vladimir Putin. Il nostro export nel Paese era importante e su quello ci si faceva anche conto, ma poi – quasi improvvisamente – il mercato è stato drasticamente ridimensionato. Noi cerchiamo ovviamente di mantenere i rapporti consolidati che abbiamo con queste aziende». Donald Trump, per ora, non preoccupa. Per la Comec Italia, che con gli Stati Uniti lavora dagli anni Ottanta ed oggi sono il primo mercato di riferimento per un’azienda che occupa circa sessanta dipendenti, The Donald «senza gli italiani potrebbe avere qualche problema». Un pizzico di protezionismo, «quando con questo si intende la difesa delle proprie peculiarità anche imprenditoriali, ci può stare ma è difficile che Trump cambi il mondo – fanno sapere i Baggini – Da parte nostra ci auguriamo che il Presidente riveda qualche sua posizione: le tecnologie italiane, il nostro know how, la progettualità che mettiamo nelle nostre macchine sono inso-

stituibili». Non si potrebbe pensare diversamente visto il successo che la Comec Italia riscuote da tanti anni nella terra a stelle e strisce grazie ai suoi agenti. Tampografia: è questa la tecnica che ha fatto delle macchine della Comec Italia un’eccellenza del Made in Italy. La stampa su qualsiasi superficie con tamponi fatti ad hoc per qualsiasi esigenza e la realizzazione di macchine automatizzate ad alto contenuto tecnologico che vanno in buona parte dell’Europa, che superano la Brexit inglese, che invadono l’Irlanda «dove molte imprese americane hanno spostato la loro produzione e si sono specializzate nel biomedicale», dice Manuele. Alla Comec non hanno nulla da temere perché si lavora su tutto quello che è «speciale e che è sviluppato da progettisti e ingegneri in un’impresa dove tutta la filiera è interna: ufficio tecnico e grafico, parte elettrica e meccanica, verniciatura e tamponi in silicone». Certo, bisogna essere bravi e preparati. Preparati anche di fronte all’“American first” di Trump: prima gli americani, ma senza gli italiani la sua macchina funzionerà?  D. Iel.


Faberlab - Astrakhan Un patto tecnologico formato tridimensionale

Pignoli e severi sempre Ma i tedeschi pagano in quattordici giorni…

Quello che accade nel mondo, spesso fa riflettere. Un esempio: è più semplice firmare un accordo di collaborazione con la Russia (perlomeno, quando l’oggetto della collaborazione è estraneo agli embarghi incrociati tra Ue e Federazione Russa), che gestire l’apparato burocratico che soffoca le imprese italiane. Dall’esempio si è passati alla pratica perché ad aver sottoscritto un accordo con l’Università statale di Architettura e Ingegneria Civile di Astrakhan (nella figura del rettore Anufriev Dmitry Petrovich, titolare anche di una cattedra di design), è stata Confartigianato Imprese Varese. L’intesa, voluta dal Ministero dell’Educazione e della Scienza della regione di Astrakhan, vede il pieno coinvolgimento di Faberlab e si pone come principale obiettivo la condivisione delle conoscenze delle rispettive parti nel campo dell’applicazione della stampa 3D e delle nuove tecnologie digitali proprio nell’ambito delle costruzioni. A dare piena attuazione all’accordo sarà la volontà di stabilire relazioni sempre più salde tra Confartigianato e l’ateneo russo, per favorire la formazione specialistica degli studenti, la ricerca e l’attuazione di programmi innovativi che passeranno dal trasferimento delle tante esperienze di cui ha fatto tesoro, in questi ultimi anni, proprio Faberlab. Perché sarà grazie al laboratorio digitale di Confartigianato Varese che gli alunni dell’Università di Astrakhan potranno dare un’impronta diversa ai loro studi. Ed è facile capire come: tra l’Associazione varesina e la Russia non ci saranno semplici scambi di informazioni ma una continua contaminazione che passerà da seminari, conferenze e consulenze. Ad essere coinvolti, ovviamente, saranno anche i docenti perché Faberlab è un luogo dove le più diverse teorie nel campo dei processi di modellazione sono entrati nella vita quotidiana delle imprese, dei giovani e dei professionisti come architetti e designer. A completare l’accordo, l’invito ricevuto da Confartigianato Varese e Faberlab dall’Università russa per partecipare nell’aprile 2017 al Forum del Mar Caspio dedicato all’innovazione e alla stampa 3D  D. Iel.

Germania sì o no? Germania sempre, perché i tedeschi saranno pignoli, maniacali, severi e pretenziosi ma pagano. E lo fanno subito. Alla Codato Srl di Cassano Magnago e alla Minniti Snc di Malnate, la prima con un’esperienza di cinque anni nell’export verso la Germania mentre la seconda alle sue prime esperienze, non ci sono dubbi: i tedeschi pagano non solo nei tempi, ma addirittura a quattordici giorni. Che l’America sia in Germania, almeno per quanto riguarda la rapidità nel saldare le fatture, si sa. Ma bisogna rigare dritti e «conquistare la loro fiducia – ci dicono dalla Codato. Se l’impresa è seria, consolidata, con una storia alle spalle e ci mette la faccia allora tutto potrebbe andare per il verso giusto». La differenza la fa la trasparenza: foto della sede, elenco dei macchinari e dei collaboratori, chiarezza nella produzione. Se è interna o se è affidata all’esterno. Il lasciapassare è però la certificazione di qualità ISO: «Per i tedeschi è come il pane sulla tavola: se non ce l’hai non sei appetibile come fornitore», proseguono i titolari della Codato. Andare allo sbaraglio? «Con la Germania è impossibile e nulla è immediato». Anche perché «loro parlano l’inglese, ma preferiscono il tedesco». La Minniti Snc, con la Germania sta muovendo i primi passi ma con contratti di un certo livello. Le esperienze fatte sono due: una con un’azienda ungherese di madrepatria tedesca e un’altra con un’impresa che è nata e produce in Germania. «Sono venuti da noi, dopo l’audit hanno redatto un report, ci hanno chiesto di acquistare una macchina di misura ottica – fanno sapere dall’azienda di Malnate. Ci siamo dati da fare e abbiamo firmato il preventivo». Le aziende con le quali è entrata in contatto la Minniti sono tedesche e lavorano nell’automotive: «Precisione su precisione: la puntigliosità aumenta». Però le soddisfazioni sono immediate: «A parte la richiesta di una norma per la pulizia dei componenti che sembra impossibile trovare – prosegue il titolare - i tedeschi staccano l’assegno per i lavori richiesti in pochissimi giorni. Ma a dire il vero è la Turchia ad avere il primato nella velocità: pagano subito e senza mercanteggiare sui preventivi»  D. Iel.

Il servizio completo e il video sul sito www.asarva.org


18 LE STRADE DA ESPLORARE | PIATTAFORME E BUSINESS

Angelo Senaldi

La sharing economy tra rischi e opportunità C'è anche una via italiana alla nuova economia

Il varesino Angelo Senaldi (Pd) è tra i promotori della legge che definirà il perimetro dell’economia di condivisione. «Il fenomeno c’è, a noi il compito di evitare concorrenza sleale e deregulation» Si comincia da una cifra: diecimila euro S

i chiama sharing economy e, dizionario alla mano, «definisce un modello economico basato su un insieme di pratiche di scambio e condivisione di beni materiali, servizi o conoscenze». E fin qui siamo alla filosofia. Perché cosa sia, davvero, oggi la sharing economy, e quali sviluppi possa portare, è oggetto della riflessione di schiere di economisti, investitori, giganti della Rete e istituzioni pubbliche. Intelligenze chiamate a mettere ordine in un settore ancora tutto da comprendere, soprattutto in relazione ai riflessi prodotti sulla cosiddetta “economia tradizionale”. La prima a metter mano alla questione sharing economy è stata l’Europa che, nel giugno 2016, ha allungato la propria ala di protezione su colossi dai nomi altisonanti – Airbnb e Uber – e su altre piattaforme analoghe. E ha fatto arrivare un messaggio chiaro alle orecchie dei 28 Paesi dell’Unione: proibire Airbnb o Uber è possibile, ma solo “come misura estrema”. Come dire: i muri, ai tempi dell’economia di condivisione, sono fuori dalla storia. «Divieti assoluti e restrizioni qualitative devono essere solo una extrema ratio» ha messo nero su bianco la Commissione, ricordando che le aziende in questione, nel 2015, hanno fruttato ricavi per 28 miliardi in tutta Europa. Un conto al quale hanno contribuito realtà tra loro eterogenee, dalle piattaforme di car sharing agli home restaurant, tanto per citarne un paio non a caso. L’Italia, chiamata a sua volta a fare ordine in un

settore il cui perimetro è da delineare, ha infatti recentemente battezzato una legge che regolamenta l’attività del cosiddetto “ristorante di casa” e si prepara a varare un quadro normativo entro il quale normare i restanti fronti della sharing economy. Protagonista di entrambe le azioni in atto è, tra gli altri, il deputato democratico varesino Angelo Senaldi, che s’è confrontato sul tema con il direttore generale di Confartigianato Imprese Varese, Mauro Colombo, per cercare di comprendere se sharing economy, per le Pmi, si possa tradurre in opportunità o rischio. Una prima risposta, dal punto di vista normativo, l’Italia ha provato a darla partendo da un tema caro ai palati (e ai portafogli) nazionali: Senaldi è stato infatti relatore del testo unico che disciplina l’attività di ristorazione nelle abitazioni private. La legge si è concentrata sulle piattaforme digitali che mettono in contatto i fruitori degli home restaurant e gli operatori (cuochi non professionali), piantando paletti che potrebbero diventare strutturali per l’intero “universo sharing”. In sintesi: pagamenti solo in modalità elettronica e tracciabili; piattaforme garanti dell’idoneità dei cuochi ad esercitare l’attività e della relativa copertura assicurativa; limite di 500 coperti, e di cinquemila euro di introiti, all’anno. Resta inteso che andranno rispettate le norme vigenti sull’igiene e la conservazione dei prodotti alimentari. Da qui a una “legge quadro” il passaggio pare scontato, ma è tutt’altro che semplice: «La sharing economy è una spinta che nasce dal basso impossi-

bile da reprimere – spiega Senaldi – Nostro compito è incanalarla, distinguendo tra attività professionali e attività non professionali. Su queste ultime, l’intento è di adottare tassazione flat, regime fiscale semplificato e una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme, con obbligo della tracciabilità dei pagamenti». Detto in altri termini, c’è sharing e sharing. E c’è business e business. La futura legge riguarderà solo le piattaforme per operatori non professionali, non quelle entro le quali operino, per esempio, partite Iva. Troppo sfarinato sarebbe, infatti, il confine tra condivisione e business in senso stretto. Tanto che è al vaglio la possibilità di fissare in diecimila euro il tetto massimo di compensi annuali, sui quali si potrebbe applicare una cedolare secca del 10%. «Al di sopra, si rientrerà invece in una tassazione ordinaria». L’operatore non professionale – raggiungendo un compenso massimo di diecimila euro – arriverebbe a novemila euro netti di incasso ai quali sottrarre, nella peggiore delle ipotesi, costi per circa il 30% del totale. Totale: 5-6 mila euro in cassa a fine anno. «Ma ci sono interrogativi ancora aperti: ad esempio, i compensi andrebbero ivati oppure no?» riflette Senaldi. Domande fondamentali per arginare il rischio che attività estemporanee (non professionali) possano scivolare in professioni vere e proprie, non regolamentate, estese a mercati potenzialmente infiniti ma senza i vincoli di tipo burocratico e normativo ai quali sono sottoposte le professio-


Benefici per tutti o restrizioni per qualcuno? Che differenza c’è tra Blablacar e Uber? Stando a quel che si va costruendo in termini di normativa quadro, la prima piattaforma rappresenta un esempio di sharing economy. La seconda no. «Blablacar – sintetizza il deputato Dem Angelo Senaldi – non garantisce guadagni, ma una condivisione dei costi su tragitti già programmati. Uber, invece, è un servizio a chiamata, identico all’auto con conducente o al taxi». Altro esempio di sharing: se ho un cane e, mentre lo porto a fare la passeggiatina quotidiana, prendo con me anche quello del vicino, che mi ripaga offrendomi un caffè, posso parlare di sharing economy. E allora le domande, suggerite dal direttore di Confartigianato Imprese Varese Mauro Colombo al legislatore, sono due: è opportuno introdurre meccanismi che facciano sì che, oltre una certa dimensione (contingentata ad un numero X di transazioni economiche), l’attività di sharing economy e le relative piattaforme non passano andare? Oppure è meglio avvicinare, anche dal punto di vista del benefici, le attività più strutturate a quelle della cosiddetta sharing economy? Alla politica l’ardua sentenza: restrizione o liberismo?

ni svolte attraverso formule “tradizionali”. Facciamo un esempio: mettiamo che una piattaforma ospiti ipotetici “imbianchini per caso”. Come evitare che un’attività non professionale di “scambio e condivisione” si trasformi in concorrenza sleale nei confronti degli altri operatori sul mercato? «Il punto – prosegue il deputato Dem – è questo: c’è un fenomeno che esiste, e non possiamo comprimere. Dobbiamo regolamentarlo e responsabilizzare le piattaforme che, incassando percentuali sulle transazioni, sono veri e propri operatori economici». Insomma, c’è tanto da discutere e su cui riflettere: «Al momento abbiamo concluso un primo giro esplorativo, confrontandoci con operatori economici e associazioni, e devo dire che tutti stanno monitorando con attenzione il fenomeno. C’è però, lo ripeto, una certa difficoltà nel comprenderlo» aggiunge Senaldi citando il caso simbolo: Uber. «Parli di sharing economy e pensi a Uber, ma Uber raccoglie operatori professionali e, di conseguenza, non rientrerebbe nel contesto di questa normativa». Come dire: la sharing economy c’è, ed è meglio guardarla negli occhi. Chi si volta è perduto  S. Bar.

LA SHARING ECONOMY IN NUMERI

186

Gli italiani che navigano su internet usando i servizi collaborativi

MLD DI EURO

Le piattaforme collaborative in Italia nel 2015 + 34,7% rispetto al 2014

25% 13 300

DA

A

Entrate globali derivanti dalla sharing

se guadagni fino a

10.000 10%

EURO/ANNO

puoi avere la tassazione flat fino al

Proposta di legge sharing economy – Dati di sintesi On. Veronica Tentori

Pagamenti solo in modalità elettronica e tracciabili, tetto massimo dei compensi e una tassazione flat del 10%


20 LE STRADE DA SEGUIRE | FORMAZIONE E LAVORO_1

Davide Galli Presidente Confartigianato Imprese Varese

apprendistato 4.0 E’ quello che può dare una svolta al mercato del lavoro giovanile. Apprendisti sì ma addirittura 4.0, cioè capaci di inserirsi nelle imprese in modo dinamico, curioso e tecnologico. Figli di un nuovo mondo, i giovani sono a loro agio con tutto quello che è digitale. Dal web ai social, i ragazzi 4.0 lanciano alle imprese la sfida del cambiamento.

giov

conoscenza

Quello che i giovani portano in azienda è anche il frutto del lavoro dei professori incaricati dell’alternanza. Spetta a loro fare rete: conoscere le imprese, andarci qualche volta, raccogliere le esigenze delle aziende e dei giovani, farli incontrare e individuare i profili più adatti alle richieste di ogni azienda. Docenti, ragazzi e titolari sono una squadra che si deve muovere in modo coordinato.

Il decalogo delle opportunità reciproche Ci sono almeno dieci motivi per investire sui giovani. Ma dieci sono pochi perché incontrandoli, e ascoltando le loro prime esperienze di alternanza scuola-lavoro, si scopre quanto valore portino nelle aziende. Un valore pratico, da toccare con mano. E’ quello che abbiamo definito “apprendistato 4.0”, perché essere smart e veloci serve non solo nell’uso delle nuove tecnologie ma nel lavoro di tutti i giorni. Allora web, e-commerce, Facebook, marketing digitale ma anche lingue, tanta disponibilità, competenze e coraggio. Il senso di responsabilità che muove questi giovani e la loro passione verso le piccole imprese dove – dicono questi ragazzi - «non si è mai lasciati soli».

Durante e dopo la scuola, il giovane sente il bisogno di “rendersi utile” in modo pratico. E’ per questo che i giovani in azienda scalpitano per portare quelle conoscenze che, seppur in un primo momento solo teoriche, possono contribuire ad un confronto costruttivo con le aziende. La condivisione di quello che si è appreso e di quello che si vorrebbe fare in azienda è il primo passo di un rapporto positivo.

competenze

coraggio

disponibilità

Se non ce l’hanno i giovani…E’ il coraggio di osare, di pensare all’impresa in modo libero, di tentare vie intentate e di provare. Alcune volte le aziende si sentono bloccate da timori infondati, ed è a questo che servono i ragazzi: il coraggio apre le porte a nuovi spazi, a nuovi clienti, a nuovi prodotti. E’ il coraggio di chi dice quello che pensa.

Non basta portare in azienda quello che si è imparato e non basta voler lavorare. I giovani portano nelle imprese la voglia di stare nelle imprese: in pratica, il loro tempo. Disponibili quindi a spendere le loro ore qui o anche all’estero. A muoversi, a mettersi alla prova, ad accettare e a far parte dell’impresa senza guardare l’orologio.


vani Fai parte anche tu della community IFE Accogliere i ragazzi in azienda fa la differenza. Ed essere preparati è importante. La community esclusiva di Confartigianato Varese Imprese Formative di Eccellenza (I.F.E.) aiuta le aziende in un percorso di qualificazione per seguire i ragazzi in alternanza scuola-lavoro. E permetterà loro di trovare i giovani migliori e farli crescere in azienda attraverso un percorso definito. I vantaggi sono numerosi, perché i ragazzi portano nelle imprese occhi nuovi e nuove competenze per migliorare la produttività e la competitività, gli imprenditori avranno a loro disposizione risorse potenziali e talenti da formare “su misura”, gli studenti trasmettono entusiasmo e valori veri. Per far parte della nostra community chiama lo 0332 256207 oppure scrivi a ife@asarva.org

idee

Una mente giovane, veloce e sveglia osserva il mondo con occhi diversi. Quello che fa la differenza, in un’azienda, sono le idee. Meglio se tante, anche se non tutte realizzabili. L’idea giusta fa la differenza sul fatturato, sul futuro dell’azienda e su quello del giovane. L’idea non deve essere sempre bella ma funzionale al mercato: è questo l’obiettivo dei ragazzi.

Se ne sai tante ancora meglio. Se ne parli poche devono essere quelle più conosciute: inglese, francese, tedesco e spagnolo. Le imprese, soprattutto oggi in un mondo che è un unico mercato, hanno un gran bisogno di giovani che sappiano le lingue ma che tengano anche i rapporti commerciali con i partner stranieri. I ragazzi, a maggior ragione quelli che hanno già lavorato all’estero in alternanza, possiedono una parlata sciolta e professionale.

lingue

piccole imprese

Sono queste le realtà preferite dai giovani perché in queste si ricevono consigli, non si è mai lasciati soli, si trova sempre una risposta, si lavora in team, si è valorizzati e ascoltati. Nelle piccole imprese ci sono disponibilità e familiarità. Da questi valori, i giovani ne ricavano altri: il rispetto per il lavoro manuale e per la fatica dalla quale qualcosa di nuovo nasce ogni giorno.

Sono giovani ma si sentono già responsabili, e sanno che questo è un valore anche per l’impresa. Responsabili non solo nell’apprendere ma anche nell’accettare i nuovi compiti che verranno assegnati loro dal titolare. Camminare con le proprie gambe significa poter dimostrare di meritarsi la fiducia degli altri. La fiducia reciproca è la base in un rapporto di lavoro.

responsabilità

ESE FORMATI PR

VE

IM

L’impresa del futuro vista dai

IFE

DI

ECCELLENZA

tecnologia

Stampa e scanner 3D, tanto per cominciare. Le nuove tecnologie sono oggi per le imprese quello che i primi torni e fresatrici erano anni fa. Chi sa usare gli strumenti dell’Industria 4.0, chi sa progettare in tridimensionale e sviluppare prodotti sempre più funzionali alle esigenze dei clienti è avvantaggiato. Anche perché, per vivere il futuro si deve dare una nuova forma al presente.


22 LE STRADE DA SEGUIRE | FORMAZIONE E LAVORO

La vecchia università è un ricordo del ‘900 Arriva l’ateneo “impresa-friendly”

C

hi l’ha detto che le università non preparano al mondo del lavoro? Forse qualche studente, ma all’Università dell’Insubria le cose vanno diversamente. Una cosa è certa: non siamo più nell’epoca in cui si studia, si prende la laurea e poi si cerca un’occupazione. Tutto deve essere fatto contemporaneamente per non perdere tempo ma, soprattutto, per farsi quelle esperienze che una volta entrati in azienda possono fare la differenza. E’ per questo che all’Insubria i tirocini formativi e di orientamento, l’apprendistato in alta formazione, gli stage sono all’ordine del giorno. E l’Ufficio “Orientamento e Placement” conta su personale qualificato, come il dottor Eduardo Prencis, dedicato a tempo pieno ad incrociare l’offerta delle aziende e la domanda dei ragazzi. Così, nell’ateneo varesino le offerte di lavoro ricevute lo scorso anno, principalmente dai territori di Varese, Como e Milano, sono state 273 e 353 quelle per tirocini extracurriculari e post-laurea. In questa corsa all’azienda, a vincere è il corso di laurea di Informatica (nell’ultimo anno il 90% dei ragazzi che sono usciti da qui, anche senza esperienza, hanno trovato subito posto) ma al termine del tirocinio, oltre il 50% dei giovani che lo hanno fatto è stato regolarmente assunto. Dalla contabilità alla scrittura creativa Non ci sono segreti ma solo buonsenso: «Perché

il percorso di alternanza scuola/lavoro funzioni – dice il Rettore dell’Università dell’Insubria, Alberto Coen Porisini – bisogna catturare i ragazzi prima che arrivino alla laurea. E devo dire che il nostro impegno continuativo ci dà ragione: secondo AlmaLaurea, il Consorzio interuniversitario che è un punto di riferimento per i laureati e il mondo del lavoro, l’Insubria è al quarto posto su 74 atenei italiani per l’assunzione dei giovani ad un anno dalla laurea». Ma anche questo non basta: «Lavorare per i ragazzi – dice la professoressa Michela Prest, delegata dal Rettore per l’orientamento - significa smontare la vecchia logica dei “cassetti”. In poche parole, conoscenze e competenze devono andare di pari passo». Non è una moda, ma una necessità. E’ per questo che all’Insubria non ci si accontenta di specializzare i giovani nelle materie di studio scelte, ma si allarga il campo a tutto quello che è trasversale e che serve a «riempire la loro cassetta degli attrezzi – prosegue Prest – con corsi su amministrazione e contabilità, comunicazione, lingua inglese, tecniche del teatro per creare e coordinare un team, scrittura creativa, marketing e fundraising». Su questo si fonda in particolare un’esperienza che l’Insubria ha sviluppando per ora a Como assieme a Fondazione Volta, con il collegio virtuale di merito Scuola di Como, ma che probabilmente arriverà anche nella nostra città: imprenditori e studenti

si incontrano, si conoscono e lavorano insieme. Con Borse di studio, per i ragazzi meritevoli, di duemila euro. E non solo: grazie ad una convenzione con il Forum della Meritocrazia, ad esempio, Insubria offre a studenti prossimi alla laurea un percorso di Mentoring, organizzato e praticato da importanti Mentors con esperienze professionali di successo in società italiane e internazionali, per aiutarli a realizzare una scelta consapevole del loro futuro professionale e a costruire un profilo professionale competitivo che favorisca un rapido ingresso nel mondo del lavoro. Poi c’è anche l’Erasmus: ai fondi europei l’ateneo aggiunge un contributo per chi è veramente bravo. Il database è a quota duemila: vincono le Pmi L’eccellenza, in questa università, si tocca con mano: «Sono attualmente in corso sette percorsi di apprendistato in alta formazione (la prima laurea in apprendistato d’Italia si è registrata proprio all’Insubria) e dal 2011 ad oggi se ne contano ventisette», interviene Prencis. I numeri non mentono: dal 2015 al 2016, gli stage post laurea sono stati 74 con 38 inserimenti nel mondo del lavoro. Il rettore Coen ci tiene, però, a sottolineare che «due sono i punti sui quali fare leva: il primo è che le imprese devono credere in questi stru-


#impreseaperte menti e, secondo, che tirocini, stage, alta formazione funzionano se i ragazzi credono nel curriculum accademico personalizzato. Cioè ricco di competenze». Ecco perché all’ateneo c’è un data base con più di duemila nominativi di imprese: piccole, medie e grosse. Ma il riferimento standard, per la maggior parte degli studenti, sono le Pmi nelle quali la filiera produttiva si osserva da vicino e si può entrare meglio nei meccanismi che la regolano. Insomma i risultati non mancano, sia da parte dell’Insubria che da parte degli studenti: le opportunità offerte sono innumerevoli, il numero dei ragazzi e delle imprese interessate sta aumentando gradualmente. Forse perché in tutti questi anni «si è ragionato per il bene dei giovani ma anche per quello delle aziende: a loro, infatti, forniamo i profili che più sono funzionali ai loro obiettivi», conclude il Rettore Coen. Con un’ultima certezza: se vuoi trovare un lavoro, l’alternanza è lo strumento migliore  D. Iel.

Chi si immagina luoghi chiusi come fortini si aggiorni Oggi formazione universitaria significa avvicinamento al lavoro e alle esigenze delle aziende Lo conferma il rettore dell’Insubria, Alberto Coen Porisini: «L’epoca dei cassetti è finita, puntiamo su alternanza scuola/lavoro e competenze trasversali. Ma devono crederci anche gli imprenditori»

arealavoro Guardiamo il futuro con gli occhi dei giovani Ce lo siamo chiesti un po’ tutti e se lo chiedono, ancora, ragazzi e genitori: quello che si impara a scuola serve davvero? Domanda importante alla quale oggi diventa più facile rispondere grazie all’alternanza scuola-lavoro: si passano molte ore a studiare ma anche un po’ in azienda, così l’entrata nel mondo del lavoro diventa meno traumatica ed è più semplice capire quale storia scrivere nel proprio futuro. Ecco, questa è l’alternanza scuola lavoro vista dai giovani, questo è il significato che le attribuiscono. Ce l’hanno raccontata gli studenti stessi nel corso del viaggio che, per quasi due mesi, ci ha portati a incontrare ragazzi, docenti, dirigenti enti scolastici, universitari, il rettore dell’Insubria, formatori e aziende. Con un obiettivo: comprendere, attraverso fatti e testimonianze dirette, perché i giovani non sono solo il nostro futuro, ma anche menti brillanti in grado di offrire alle imprese opportunità di crescita. D’altronde le imprese, si sa, sono sempre alla ricerca di nuove competenze e di professionalità vivaci, mentre i giovani vogliono farsi esperienza per trovare un posto di lavoro che li soddisfi. Il gioco, che piace a entrambe le parti, è fatto: vai in officina o in laboratorio, ti fai le ossa, porti idee e progetti. E dopo lo stage o il tirocinio potrebbe scattare l’assunzione. E’ questo il caso di alcuni ex studenti dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore “Isaac Newton” che, dopo il periodo di alternanza, si sono portati

a casa un’offerta di lavoro e contratti che oggi fanno gola a molti. Semplice? Niente affatto. A dare una svolta al proprio futuro non sono l’alternanza e l’apprendistato (che non cancellano colloqui di lavoro e selezione del personale) ma la convinzione che il giovane ci mette nel fare il suo lavoro. I dati in provincia sono confortanti: dal gennaio 2009 al settembre 2016, una piccola e media impresa su sei di Confartigianato Varese ha assunto un giovane dopo uno stage o un tirocinio. Una speranza per quei cinquanta ragazzi dell’Ipc Einaudi, dei Licei Manzoni (Scienze Umane e Economico Sociale), del Liceo Sacro Monte e dell’Istituto Newton M di Varese che si trovati d nella sede provinciale di n Confartigianato VareC sse per raccontare le loro esperienze di lo alternanza. Ma a anche per i ragazzi dell’Isis Gadda Rosselli di Gallarate. Per loro «andare nelle imprese fa bene» perché i libri aiutano ad aprire la testa e il lavoro ad affrontare, e risolvere, i problemi. Ecco, è questo quello che abbiamo voluto raccontare nel nostro viaggio: abbiamo voluto raccontare una storia di opportunità. #ife #impreseaperte

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24 LE STRADE DELL’IMPRESA | IDEE CHE PORTANO LONTANO

L’ad di Openjobmetis racconta la nascita di un sogno o «L’ho capito a 16 anni: i: dare lavoro è un lavoro» o» Ma bisogna na buttar giù i muri e crederci erci

Rasizza e la lezione del destino fai da te «Unisci i puntini e alla fine tutto torna» di Sara Bartolini sara.bartolini@asarva.org

S

cegliere di sfidare il mercato, la concorrenza, destini già scritti e storie già sentite. Abbandonare sentieri battuti, sonni tranquilli, stipendi (quasi sempre) assicurati. Diventare responsabili di sé stessi, della propria fortuna e di quella di chi, ogni mese, ti affida la sua. Mettersi in proprio è per molti, non per tutti: servono idee chiare, determinazione, testa dura e visione.

re, nell’ufficio dove la scrivania - la stessa dal 2001 - porta i segni di pensieri, preoccupazioni, tensioni e vittorie. Ed è cartina di tornasole di una certezza: innovazione è sì Industria 4.0, ma è anche costruire quello che non c’è, o cambiare i connotati di quello che c’è, ma può essere migliorato: «Io, per esempio, sono stato il primo a credere che una cosa chiamata ai tempi interinale potesse arrivare in Italia».

Mettersi in proprio è la scelta che ha portato Rosario Rasizza, 49 anni da compiere a maggio, a partire da un diploma di perito elettrotecnico e ad arrivare all’apertura di un’agenzia di lavoro interinale diventata, nel 2015, la prima e unica realtà del settore sul mercato telematico azionario di Borsa Italiana (segmento Star). Vista oggi, dagli uffici del quartier generale di via Marsala a Gallarate, quella di Rasizza è il paradigma della scelta vincente, rafforzata da numeri che lasciano il segno. L’amministratore delegato di Openjobmetis guida, infatti, una squadra di oltre 500 dipendenti e una rete di oltre 120 filiali distribuite in tutta Italia.

La svolta del pacchetto Treu Che c’è di innovativo nel dare lavoro? Allora, quando Rasizza iniziò a maturare l’idea che oggi chiamiamo Openjobmetis, di innovativo c’era tutto. Era un po’ come parlare di e-mail a chi davanti a sé aveva un vecchio fax. All’estero, certo, c’erano arrivati. E, se non fosse stato per le norme del Bel Paese, forse anche Rasizza avrebbe tradotto ben prima in impresa un’idea nata tra un diritto, un rovescio e una visita in azienda. Un’idea semplice rivelatasi, con il tempo, strategica: dare lavoro è un lavoro (specie quando il lavoro è difficile da trovare). Prima del 1997, in Italia un’azienda come quella nata nel 2001 sarebbe stata illegale. Il “pacchetto Treu” ha invece spalancato il mercato del lavoro alla flessibilità e all’intermediazione del lavoro.

«Facile? Per niente, c’è voluta tutta la mia convinzione per arrivare sin qui» mette in chiaro il cavalie-

Caduto il muro, bisognava essere abili (e veloci) a sfruttare le nuove opportunità. Rasizza il quadro lo aveva chiaro: «Dopo il diploma, ero andato a lavorare al gruppo Gefran, come tecnico commerciale– racconta – Avevo iniziato a girare le imprese e sentivo gli imprenditori lamentarsi: “Mi manca un operaio, avrei bisogno di un impiegato, per mandare avanti l’impresa mi occorrerebbe un manager”. E, neanche a farlo apposta, spesso e volentieri io le persone e le figure adatte alle loro esigenze le avevo in mente». Domanda: come mettere in comunicazione domanda e offerta, superando i limiti delle conoscenze incrociate? Da oggi lo faccio per me Quattordici mesi dopo l’inizio in Gefran, in assenza di un accordo sulle provvigioni, il rapporto di lavoro di Rasizza si conclude: «E, nel viaggio in auto da Varese a Laveno per timbrare il libretto di lavoro, decisi che da quel momento avrei lavorato per me stesso». La prima partita Iva viene aperta dall’Associazione Artigiani di viale Milano, in contemporanea alla nascita della GlobalService, specializzata nei servizi di manutenzione dei centri sportivi (1995).


Compra i competitor o fatti comprare L’uomo della Borsa non si ferma mai «Se sei di nicchia, devi evolverti dal punto di vista tecnologico e dell’offerta, ma la dimensione non conta. Se invece fai cose simili a quelle che fanno altri, allora devi essere bravo a comprarti i tuoi competitor. No al nanismo, no alla scarsa visione: non serve “uccidere un concorrente”, ma devi acquisirlo. E, se non riesci a comprare tu, allora fatti comprare, ma non lasciare mai che la tua azienda si ritrovi in difficoltà». Parola di Rosario Rasizza, fondatore e ad di Openjobmetis, l’agenzia per il lavoro con sede a Gallarate che, negli anni, al nanismo ha sempre preferito l’evoluzione. Nata nel 2001, Openjob è arrivata nel 2011 alla struttura attuale, con l’acquisizione di Metis Sp. Ultima in ordine di tempo dopo Pianeta Lavoro, In Time, QuandoccoRre e Job (Just On Business). Una scalata senza vittime, tanto che nel

Nel 1997 GlobalService diventa Servizi Italia, società di servizi per aziende e privati. Sempre in quell’anno, sul Corsera, compare un articolo: “Temporary, forza lavoro in franchising”. Un segno: «Mi sono presentato alla fiera del franchising per incontrare l’ad di Temporary che, alla richiesta di aprire una filiale a Varese, mi chiese: ha 50 milioni? Andai a Gazzada, alla Popolare di Bergamo, e un illuminato direttore, anziché rispedirmi da dove ero venuto, mi fissò un appuntamento. Gli raccontai il progetto e la convinzione: in Italia ci sarebbe stato sempre più bisogno di lavoro interinale». Guadagnare facendo i compiti Rosario Rasizza l’aria l’aveva fiutata sin da adolescente. «A sedici anni, essendo un ottimo giocatore di tennis avevo iniziato una collaborazione estiva con un centro sportivo di Varese». Una collaborazione proseguita anche alla ripresa delle lezioni: «Finivo di studiare e iniziavo a lavorare: dalle 14.30 alle 20 il sabato e dalle 8 alle 20 la domenica». «In quel centro sportivo ho imparato a gestire le persone e ad osservarle, e ho capito che dando lavoro si può guadagnare». Tutto avviene

per caso: un compagno chiede a Rasizza di poter lavorare a sua volta in quel centro sportivo. Lui cede all’amico un po’ delle sue ore. «A conti fatti, anche quando stavo a casa a fare i compiti, riuscivo a guadagnare». «Tranquillo, cambia tutto» L’intuizione del sedicenne si rafforza nel tempo. E Rasizza scopre la regola dei puntini, rivelata nel 2005 da un gigante di nome Steve Jobs: «Bisogna credere in qualcosa: il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Perché credere che alla fine i puntini si uniranno ci darà la fiducia necessaria per seguire il nostro cuore anche quando questo ci porterà lontano dalle strade più sicure e scontate, e farà la differenza nella nostra vita». I puntini di Rasizza si uniscono nel 1997, quando apre in via Carrobbio la prima Agenzia per il Lavoro sotto l’insegna Temporary (da allora, quella sede non è mai stata chiusa): «Prima non sarebbe stato possibile avere gente in produzione. Anzi, bastava un controllo dell’ispettorato del lavoro per ritrovarsi una sanzione penale – prosegue l’ad di Openjobmetis – Io me ne sono ritrovate due. L’ultima volta, però, il giudice mi disse: “Tranquillo, tutto sta per cambiare”». Era arrivato il pacchet-

2008 Rasizza viene nominato cavaliere della Repubblica e, dal febbraio 2013, è presidente dell’Associazione Italiana delle Agenzie per il Lavoro (Assosomm). Ma, si sa, chi si ferma viene scavalcato. E l’ultimo atto di questa storia non ancora scritta fino in fondo si chiama Borsa e va in scena alle 9 in punto di giovedì 3 dicembre 2015, quando è lo stesso Rasizza, con il presidente Marco Vittorelli, a suonare la campanella che segna l’avvio della quotazione delle azioni di Openjobmetis. Una quotazione avvenuta in 225 giorni, e diventata garanzia di sicurezza e di crescita. Rosario Rasizza, oggi, ha messo insieme tutti i puntini. Ma il primo, quello che ha segnato davvero il distacco dal “posto fisso”, è stato una partita Iva che l’ha reso artigiano. Ed è ai “colleghi” di allora che oggi, forse, consiglierebbe ciò che consigliò Jobs nel 2005: «Siate affamati, siate folli». E fate squadra perché farcela non è solo possibile, è il sogno che diventa realtà.

to Treu. Ennesimo puntino immaginato dall’uomo che, dalla Silicon Valley, anni dopo avrebbe detto ai giovani: «Siate affamati, siate folli». «Non farlo per loro» Affamato e folle Rasizza lo fu quando, ai tempi di Temporary, venne chiamato da Metis per aprire Metis Swiss. «Un amico avvocato mi disse: non farlo per altri, fallo per te». Certo, bisognava trovare dieci miliardi di lire, racimolati grazie a una giacca buona per tutte le temperature, a Gianni Bitetti, un laureando della Liuc - ora stimato consulente finanziario a un buon business plan e a tanta determinazione. Il 5 febbraio 2001 nasce Openjob che, dal milione e settecentomila euro di fatturato iniziale, in quattro anni arriva a quota 30 milioni. E’ il puntino che fa la differenza, che ti dice: ce l’hai fatta 

La prima partita Iva l'ho aperta all'Associazione Artigiani


26 LE STRADE DELL’IMPRESA | CAMBIARE PER CRESCERE

La vocazione del figlio d’arte: «Papà, indovina chi viene in azienda?» Alessandro Girola, titolare della Erresse di Cairate, ha 57 anni; il figlio Riccardo, diploma all’Istituto Aeronautico, 23. In azienda il padre non lo voleva («avrei preferito seguisse la sua strada, magari una laurea in ingegneria»), mentre lui in azienda ci è entrato senza pensarci troppo: «E’ la mia vocazione: da piccolo davo fastidio al capofficina». Il papà gli dice di “fare così” e lui “fa come vuole”. Ma intanto ha portato alla Erresse il disegno e la progettazione tridimensionale. Così «il cliente si confronta subito con noi e nessuno perde tempo». Tutti e due sono determinati, onesti e disponibili ma Riccardo pensa all’azienda come a «una tavola rotonda dove tutti sono trasparenti e a loro agio».

Il passaggio generazionale Quattro storie per raccontarlo

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Io, papà, e due figli in azienda «Tante pedate, ma di loro sono fiero» Livio Cozzi ha 63 anni, Alessandro 39 (studi alla Scuola Alberghiera di Varese) e Roberto 35 (Istituto per Operatore Alberghiero). «Hanno mollato gli studi, così in azienda ci sono entrati per passione ma anche un po’ per forza», dice il padre. Lui impaurito, loro testardi. Lui orgoglioso, loro che danno ragione a papà. Lattonieri con creatività che hanno imparato «dove mettere i piedi» e a camminare sui tetti come i gatti. Perché il primo consiglio non si dimentica mai: quello migliore, a volte, è la tirata d’orecchi. Poi ci si mette al lavoro: Livio trasmette il principio di «non essere sbruffoni e lavorare con umiltà», loro ammettono che «con papà ci si fa il fegato grosso, ma è normale». Insieme fanno una squadra formidabile, e tutti insieme dicono: «Quello che fai ti deve piacere».

Se pensate sia normale che un figlio di imprenditore diventi un imprenditore a sua volta, vi sbagliate. A volte, invece, sono i papà a restare sorpresi: il figlio si diploma o si laurea in qualcosa che poco o nulla c’entra con l’attività di famiglia e poi eccolo lì. Si chiama “passaggio generazionale”, ma a volte ad “ostacolarlo” sono gli stessi genitori perché sognano per i figli un lavoro che non sia «così faticoso». Nel nostro viaggio nelle imprese, ne abbiamo incontrate molte che a questo passo ci sono arrivate senza accorgersene. Altre lo incoraggiano, altre sono indecise, altre lasciano che le cose vadano come devono andare. Ma tutte, allo stesso modo, sperano che l’azienda di famiglia resti alla famiglia. E i giovani? Quando entrano in azienda sono motivati, entusiasti ma, soprattutto, portano idee nuove e progetti che fanno la differenza. E i genitori, quasi sempre, approvano.

Papà voleva vederci qui Oggi è lassù ma la sua azienda vive con noi

Cinquant’anni e tre generazioni «Imprenditori oggi? Più dura di quando ha iniziato papà»

Giuseppe ha 34 anni e Sabrina 32. Fratello e sorella, figli di Antonio Salemme (scomparso all’età di cinquantotto anni), diploma di perito termotecnico il primo e di analista tecnico di laboratorio la seconda. Giuseppe di lavori edili stradali, proprio non ne voleva sapere. Il padre, di poche parole, decise di non insistere. Ma i ricordi di un tempo aprono le porte del futuro: «Da bambino papà mi faceva salire sugli escavatori, mi teneva sulle ginocchia e io vedevo il mondo in modo diverso». Oggi la Salemme Giuseppe ha tredici dipendenti (anche un apprendista), età media sui 30 anni, più di 40 macchine tra autocarri, rimorchi, pale, frese. E i principi sono quelli di papà: «Essere all’avanguardia e trovare sempre nuove soluzioni». E quando Giuseppe avrà un figlio? «Quando arriverà il momento farò con lui quello che ha fatto mio padre con me».

I fratelli Valli sono tre (Marco, Felice e Daniela; c’è anche Marinella moglie di Marco) e tre sono i figli e nipoti in azienda: Francesco e Andrea sono laureati in Ingegneria gestionale, Luca in Architettura. Il passaggio generazionale è calcolato: «Noi vecchi ci faremo da parte nel 2020, poi l’azienda sarà nelle mani dei giovani», dice Marco. I ragazzi parlano poco, non si sentono ancora imprenditori ma qualche novità l’hanno già portata: Francesco ha studiato un software per la gestione delle commesse; Luca studia soluzioni creative per gli espositori e le vetrine dei clienti. Andrea, per ora, osserva e impara. L’augurio di Marco Valli: «Vorrei che loro lavorassero meno e con serenità». L’obiettivo dei giovani: «Implementeremo i nuovi reparti, staremo al passo con le ultime tecnologie e sostituiremo le figure obsolete». Marco, Felice, Daniela e Marinella si guardano, sorridendo.


LE STRADE DELL’IMPRESA | INVESTIRE SU SE STESSI

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Sartoria online di Chiara Telazzi Lavorare con le emozioni e la fantasia

Ombee di Giacomo Visconti Un mese che vale un anno intero

Da piccola si cuciva da sola i vestiti della Barbie perché quelli nuovi costavano troppo. Da allora i ricordi di Chiara Telazzi sono fatti di ago e filo. E questo è quello che la giovane fa oggi: la sarta. Una passione, e poi un lavoro, che la fa sentire bene perché la lega alle tradizioni di nonna e bisnonna. Così da più di dieci anni, Chiara pensa e realizza i suoi capi – unici come richiede il valore dell’artigianato – e a chi li indossa: comodi e come una seconda pelle. Lei dice di lavorare «con le mani, la fantasia e le emozioni. Insomma, con tutta me stessa». Per dare valore al lavoro e alla sua artigianalità.

Spumeggiante ed entusiasta, Giacomo Visconti è un «tipo che quando arriva la primavera inizia ad agitarsi». Un po’ come le sue api. Che ti dettano i tempi e le condizioni: insomma, sei tu a doverle seguire e accontentare. D’altronde l’apicultore vuole che le api siano in forma, che la famiglia sia numerosa e che tutti gli insetti siano in salute. Ma devi essere curioso e infaticabile. Perché in un mese raccogli i frutti di un lavoro che dura un anno. E non è detto che tutto vada poi bene. Quindi ci vuole anche pazienza. Ma a Giacomo piace «mettere le mani in pasta e giocare in prima persona». Come ogni imprenditore che si rispetti.

Le idee degli under 35 sono sempre da raccontare

Sono tredici i vincitori del concorso “Accendi le tue idee” lanciato da Regione Lombardia e promosso da Confartigianato Imprese Varese con i comuni di Varese, Saronno e Luino, Cesvov, le cooperative Codici, Lotta contro l’Emarginazione, Naturart, Totem e l’associazione giovanile “The lab”. E hanno storie interessanti da raccontare. Noi, dopo l’intervista a Francesco Pirini e Vanessa Tripy di Flupazzi (la potete leggere su www.asarva.org), ve ne raccontiamo altre quattro. I protagonisti sono sempre giovani under 35 che hanno deciso di investire su loro stessi per percorrere la strada dell’autoimprenditorialità. I vincitori si raccontano anche su Youtube con i video di Filippo Corbetta e i testi di Chiara Casuscelli.

Gilet online di Matteo Mazzeri e Nicolò Monica Due ragazzi con destinazione Parigi

Iceberg di Karakorum Teatro Poesia e avventura diventano un affare

Si potrebbe dire “moda d’altri tempi”, ma Matteo e Nicolò vi sapranno convincere del contrario. Realizzare gilet, per Matteo, è stato il primo vero approccio alla sartoria perché per capire quali sono le logiche che reggono questo lavoro, il giovane si è messo a tagliare e a cucire. E così ha scoperto il mondo dell’artigianato e le tante soddisfazioni che ti dà quando raggiungi un obiettivo comune. Perché con Matteo ci sono altri giovani con tante altre competenze. Per esempio quelle che stanno dietro ad una piattaforma per la personalizzazione digitale a distanza dei capi. Il sogno nel cassetto? Portare le sue creazioni a Parigi, capitale dell’alta moda.

L’identità di un territorio raccontata con la libertà del teatro. Loro sono i Karakorum Teatro, che a grandi e piccini narrano la storia di un gruppo di uomini e un pezzo di terra. Senza colonizzarla, ne riscoprono le radici e i valori. Artigiani, dunque, dell’anima perché «la storia è ciò che ci definisce – dicono - Quando porti il teatro in città, la finzione e la realtà si mischiano. La finzione ha la capacità reale di modificare la realtà». Un’impresa culturale, in tutti i sensi. Perché «dimenticare è perdere il senso civico, cioè la volontà di partecipare. Se riusciamo a innestare un po’ di poesia, avventura e passione sulla nostra città anche la città si modifica». Mica male.


28 LE STRADE PIÙ DIFFICILI | DONNE, LAVORO E CASA: CONCILIAZIONE POSSIBILE?

«Mi rimetto in gioco a cinquant’anni Nella mia vetrina affari e famiglia»

di Paola Provenzano Giornalista @Paolaprove

M

ettersi in proprio attraverso internet, scegliendo questa via come trampolino di lancio nel mondo del lavoro: una scelta solo in apparenza “semplice”, soprattutto quando a farla è una donna, appena oltre i cinquanta, e madre di due adolescenti. Elena Marantelli sembra il paradigma tutto varesino di un fenomeno osservato anche altrove. Al di là dell’oceano le neo imprese concentrate su moda e bellezza, con un taglio e-commerce, sono un fenomeno tenuto sotto osservazione, che ha in sé un doppio volto e raccontano quello che anche la neo imprenditrice nostrana dice. «Ho voluto mettermi alla prova e accettare una sfida: l’ho fatto con l’e-commerce perché in questo ambito i costi sono minori rispetto a una attività tradizionale, ma anche perché è più semplice gestire la vita di una famiglia». In altre parole l’autoimprenditorialità attraverso internet è un obiettivo più facilmente realizzabile e una nuova via verso la conciliazione. Vetrina virtuale e…conciliante La vetrina virtuale che Elena gestisce da casa sua si trova all’indirizzo www.6bellezzanaturale.it: bastano un pc e uno smartphone per tenere alzata la saracinesca praticamente sempre. Elena ha deciso di portare dentro la sua attività quello che nella sua vita si chiama passione. «Da sempre

Elena Marantelli ha due figli e tanta voglia di ripartire «L’e-commerce mi permette di gestire casa e impresa Con www.6bellezzanaturale.it punto sui prodotti e le donne …»

sono interessata a un approccio che metta al centro il benessere di sé stessi e dell’ambiente che ci circonda». Lo sbocco naturale è stato la vendita on line di prodotti destinati alla cura della persona e al make up pensati e prodotti con ingredienti rispettosi per le persone che li utilizzano. Sugli scaffali virtuali la scelta è ampia: dai prodotti per il viso a quelli per il corpo, passando anche alla linea per bimbi e alla profumeria botanica. «Si tratta di prodotti che io già conoscevo – racconta – e altri che ho imparato a conoscere in questi mesi in cui la mia attività è partita. Ho conosciuto tante belle realtà imprenditoriali piccole e spesso guidate proprio da donne e questo mi ha dato molta carica rispetto alla sfida che avevo davanti, proprio perché ho conosciuto altre imprenditrici». L’inizio dell’attività in proprio per Elena è stato un ritorno nel mercato del lavoro dopo anni di inattività, legata alla necessità di stare accanto ai propri figli. «Ho fatto la scelta che mi sembrava più giusta per quella fase della mia vita - racconta Elena – constatando che senza una rete familiare alle spalle per me era impossibile andare avanti a lavorare». E ora – quando oramai l’età rischiava di essere per lei un ostacolo per rientrare al lavoro, è arrivata tutta l’energia necessaria a rimettersi in gioco.

«Rispetto ad una attività tradizionale – racconta Elena – posso gestire i miei tempi in accordo con le esigenze della famiglia: mio marito e i miei figli mi hanno sostenuta molto e io ne sono felice». La conciliazione, insomma, appare nella vita di un’imprenditrice come un esercizio di stile, dove al posto di strumenti legislativi e normativi, si fanno i conti con un equilibrio di tempi e di spazi da gestire al meglio. Il sogno nel cassetto per il futuro? Ora che il sito è nato e ha davanti a sé la sfida di essere sempre più conosciuto, per Elena ci sono altri passi da fare per far crescere la sua attività. Un’attività che si situa in una nicchia di mercato considerata promettente: il valore degli acquisti in rete di cosmetici e prodotti di bellezza è cresciuto di 20 punti percentuali all’anno attirando circa 2milioni di acquirenti che sono per lo più donne, per le quali la possibilità di fare acquisti on line diventa spesso ancora una volta una scelta di conciliazione dentro giornate dai ritmi frenetici, ma anche occasione di entrare in contatto con altre donne per scambiare opinioni ed idee. «Per questo mi piacerebbe ampliare l’offerta – conclude Elena – fornendo l’opportunità di creare in città momenti di incontro per parlare dei temi connessi al benessere e alla salute in senso ampio» 


Manager per forza specie dopo la maternità… Molte Pmi investono su welfare e organizzazione con part-time, job sharing e telelavoro Conciliazione, impresa, libera professione: sono tutti temi che si intrecciano e che hanno un peso determinante per il lavoro di una donna. Lo sa bene Rossella Sobrero, esperta di comunicazione sociale, materia della quale è docente universitaria: dei temi della responsabilità sociale d’impresa parla anche attraverso il Blog “Csr e Dintorni” da lei creato e gestito.

medio-piccole, investono sul welfare aziendale dando vita a iniziative che migliorano il rapporto con i dipendenti. Non sempre è necessario mettere mano al portafoglio: a volte può essere sufficiente prevedere un cambiamento organizzativo che si trasforma immediatamente in un aiuto per le persone che lavorano in azienda. Tra le attività che possono essere realizzate in tema di conciliazione ci sono flessibilità degli orari, part time, job sharing; telelavoro, borsa ore. Gli esempi possono essere tanti…

Parliamo del tema della conciliazione partendo dal valore aggiunto che ha per l’azienda: perché attivare o incentivare strumenti di conciliazione può far bene anche alla piccola impresa? Come vede, invece, il discorso dal punto di vista della Dipendenti soddisfatti sono persone più motivate e quindonna imprenditrice? La libera professione è la nuodi più produttive… sembra scontato ma questo semplice va conciliazione? concetto non è ancora entrato nelle logiche di tutte le Spesso per una donna diventare una libera professioaziende. Se è vero che qualsiasi organista o un’imprenditrice non è una nizzazione cresce e si sviluppa grazie scelta ma una necessità. In particolare alla sua capacità relazionale, il primo le donne che rientrano dalla maternità passo è valorizzare dipendenti e colsi trovano a volte di fronte alla scarsa laboratori. Quando una persona non flessibilità dell’impresa. Anche per vive bene sul posto di lavoro, non è questo le start up al femminile sono contenta e non trova soddisfazione in continua crescita: sono sempre di nell’attività che svolge, l’impresa nel più le donne che decidono di mettersuo complesso ne risente: ci sarà si in proprio per cercare di risolvere i www.rossellasobrero.it problemi di conciliazione. Il successo meno creatività e meno iniziativa personale. E alla fine anche minori ridi iniziative come Piano C a Milano sultati economici. Non dimentichiamo, dimostrano quanto sia importante poter infatti, che gli obiettivi di profitto dell’impresa vengono trovare soluzioni alternative. conseguiti grazie a professionalità diverse e complementari: una rete di competenze in cui il singolo vive Qual è la sua esperienza personale da professionista in relazione con i colleghi e l’organizzazione, cresce e in tema di conciliazione? si sviluppa grazie ai rapporti di fiducia che si instaurano Sono diventata mamma a 23 anni e dovevo conciliare il tra le persone. lavoro, lo studio (stavo finendo l’università), la famiglia e la cura di mio figlio. Un vero slalom tra mille impegni Ci sono esempi e buone prassi di cui possiamo parlasenza genitori che mi potessero aiutare. Una fatica verare e che siano riferite non solo a imprese grandi, ma mente grande…  P. Pro. a realtà di medie dimensioni? In una società in grande cambiamento tutte le imprese, anche le più piccole, vengono valutate in base agli asset intangibili tra cui il capitale umano e il capitale relazionale. Gli analisti finanziari affermano che questo capitale intangibile pesa per più dell’80% sul valore dell’impresa: un rapporto invertito rispetto a 40 anni fa quando pesava meno del 20%. Per questo molte imprese, anche

Esperta di comunicazione, autrice del blog Csr e Dintorni

L'intervista completa su www.asarva.org

Rossella Sobrero


30 LE STRADE CHE SI INCONTRANO | VISTE DA VICINO 1

ImpresAperta lancia il dialogo Confronto possibile con la Regione V

edrete, vi stupirà conoscerci da vicino: siamo lo specchio della nuova economia». Inizia con il presidente del consiglio regionale Raffaele Cattaneo il viaggio che, nel corso dell’intero 2017, porterà Confartigianato Varese nelle imprese del territorio, per raccoglierne richieste e bisogni e anche per costruire nuovi ponti di dialogo con le principali istituzioni pubbliche. A cominciare, per l’appunto, da Regione Lombardia. «In occasione della visita del 3 febbraio scorso nella sede provinciale della nostra associazione e in Faberlab, ho invitato il presidente Cattaneo a visitare tre imprese della provincia di Varese e ritengo molto positivo il fatto che l’invito sia stato immediatamente accolto» spiega il numero uno di viale Milano, Davide Galli. Di qui l’avvio del percorso ImpresAperta, inserito nel più ampio progetto denominato “Imprese e Territorio”. «E’ fondamentale che le istituzioni abbiano l’opportunità di vedere con i propri occhi, e non solo per sentito dire, ciò che è oggi il variegato mondo delle Pmi e ciò che può offrire in termini di produzione, know how e interpretazione del contesto economico nel quale si muove questa provincia» prosegue Galli, ricordando come, più volte, da parte dell’associazione sia

stata avanzata una simile richiesta nei confronti degli esponenti di Governo «L’esito dell’inchiesta realizzata a Sacconago alcuni mesi fa ha portato il Comune a porre le fondamenta per la costruzione di una mensa a beneficio delle imprese dell’area industriale – prosegue Galli – Questa esperienza ha confermato l’importanza dell’ascolto e del confronto reciproco, a beneficio di un territorio che può crescere, anche dal punto di vista occupazionale, solo nel momento in cui comprende ciò di cui le imprese hanno bisogno per poter operare nel modo più efficiente ed efficace». Sindaci, ora tocca a voi L’intero percorso di ImpresAperta (tre, in questa prima fase, le imprese coinvolte: Bbr Models di Saronno; B.Lab Srl di Gallarate e Tintoria Maino di Busto Arsizio) verrà seguito e documentato, e rappresenterà un case study da replicare. «In tal senso siamo disponibili sin d’ora ad ospitare i sindaci del territorio che vorranno avvicinarsi al mondo della produzione e delle Pmi». Uno sforzo non inutile: in occasione delle ultime elezioni amministrative di Varese, Confartigianato Imprese aveva effettuato

Le istituzioni devono vedere con i propri occhi, non farsi guidare dal sentito dire un sondaggio su un campione di 1.500 imprese per comprenderne priorità e bisogni. Buona parte delle aziende aveva denunciato scarsa attenzione da parte dei Comuni rispetto alle realtà imprenditoriali, sottolineando in particolare una scarsa conoscenza dell’economia reale 


31 LE STRADE CHE SI INCONTRANO | VISTE DA VICINO 2 Nicola Poliseno, sindaco di Cassano Magnago

Il primo cittadino di Cassano ha voluto capire l’economia ascoltando gli imprenditori «Solo così posso fare le scelte più giuste per sostenerle»

La carica delle “300” del sindaco in azienda N

icola Poliseno, sindaco di Cassano Magnago, visita un’impresa alla settimana. Come se fosse un medico: non della salute ma dell’economia. Le contatta, prende appuntamento, e poi parte. Dall’altra parte del ricevitore è accaduto più di una volta di avvertire una certa incredulità: «Il sindaco? E che ci viene a fare da noi?». Sembra strano, vero, ma Poliseno ha deciso che «il sindaco deve andare in azienda, perché conoscere il tessuto produttivo del proprio territorio rientra nel suo programma politico. Ma anche economico e sociale: «Gli imprenditori non hanno tempo, quindi vado io da loro», dichiara il primo cittadino di Cassano Magnago. Che in pochi anni ha riempito la sua agenda di aziende e sfoglia le pagine di uno fra i racconti più belli mai raccontati da un’amministrazione comunale: l’avventura di conoscere (e ascoltare) le imprese del proprio territorio. Bastasse il racconto per uscire dalla crisi, saremmo tutti contenti. Ma se al racconto si abbina la volontà di fare qualcosa di vero, di tangibile e di strutturale si amplifica il messaggio. A maggior ragione se proposto da un sindaco che, diciamocelo, è sempre un politico. E dalla politica, se non si hanno risposte, il clima si fa incandescente. Invece Nicola Poliseno le risposte le vuole dare: «Questo percorso mi aiuta a capire di più gli imprenditori del territorio ma anche a definire le misure necessarie per agevolarli. Da qui la scelta di ridurre la Tari (la parte fissa è calata di un 13%) e l’Imu: chiediamo meno alle imprese perché sappiamo che ciò che risparmiano non se lo mettono

in tasca, ma lo investono in quello che serve per migliorare, crescere, diventare più competitivi». I sindaci dovrebbero essere abituati a fare due conti, e Poliseno in questo non fa difetto: «Con la sola riduzione della tassa rifiuti il Comune rinuncia a circa 80mila euro in un anno e li lascia a chi, sul territorio, mantiene o dà occupazione.

Poi un’azienda può risparmiare 300 euro e un’altra mille, ma tutto aiuta a creare un clima di collaborazione che dà una marcia in più Ad oggi, tra imprenditori della piccola e grande impresa, Poliseno ne ha incontrati quasi 300: nelle intenzioni del primo cittadino, un numero pronto a salire vertiginosamente. Perché non si tratta di semplici “chiacchiere”: «Sono storie bellissime – incalza il sindaco – con prodotti-perla così specializzati che quasi si fatica a capire a cosa servano e come fanno ad essere così precisi». D’accordo, ma cosa dicono gli imprenditori al sindaco? «Non si lamentano ma puntualizzano.

Andare avanti è difficile, i sacrifici fatti e che si stanno ancora facendo non si contano però c’è ancora l’orgoglio degli inizi: il garage con i primi lavoretti nel tempo libero, il primo capannone vicino all’abitazione, i figli che entrano in azienda e che ora sono manager che parlano le lingue, vanno all’estero, cambiano l’impresa con nuove idee. La storia d’Italia è anche questa». Storia di innovazione «che si basa sulla cultura del fare», incalza Poliseno. Ma un sindaco, i conti li deve fare con i fallimenti e non con i successi. La crisi economica non dipende da Poliseno e da nessun altro, ma le imprese di Cassano Magnago una mano la chiedono prima di tutto a lui: «Nel mio viaggio ho visto tanti casi difficili: imprenditori fermi ai ricordi, capannoni semivuoti un tempo pieni di macchine e dove, ora, di macchine ce ne sono solo due, imprese che non sono riuscite a stare al passo con i tempi e hanno mancato l’appuntamento con il futuro. L’impegno che si è presa l’amministrazione pubblica, però, non è solo quello di ascoltare: dove possiamo, e con le risorse a nostra disposizione, cerchiamo di mettere mano a quei problemi che possono incidere sulle tasche delle imprese». Qualche esempio? Gli interventi sul manto stradale a favore di un’impresa che non riusciva più a far passare i mezzi di fornitori e clienti, e servizi ad hoc per le imprese che hanno scarti di produzione non ritirati dalla differenziata. Per tutto il resto ci sono l’ufficio del sindaco e il suo numero di telefono: se dovesse essere in azienda, lasciate un messaggio  D. Iel.


32 LE STRADE POSSIBILI | RIFLESSIONI SULL'INDUSTRIA 4.0 di Gabriele Nicolussi gabriele.nicolussi@asarva.org

Non fate esplodere il popcorn 4.0 «Tu ignori e ignori perchè il tuo business va bene, ma quando le cose cambiano?» Meglio far subito i conti con le nuove tecnologie «Veloce o non veloce, la digitalizzazione prima o poi arriva. Meglio farsi trovare preparati, sennò si rischia l’effetto popcorn. Tu ignori e ignori, perché il tuo business va bene, non è drammatico. Poi arriva un bel giorno in cui la cosa esplode e, se sei rimasto un seme di mais, non riesci più a recuperare». Nell’era dei reality culinari di successo, metafora non fu mai così appropriata per descrivere il rischio che le imprese corrono non restando al passo con i tempi. Copyright del concetto: Enrico Pagliarini, giornalista di Radio24 e conduttore di 2024, trasmissione che ogni venerdì affronta a 360 gradi il tema dell’innovazione. L’abbiamo intervistato per aiutarci a capire cosa bisogna fare per restare competitivi. Impresa 4.0, digitalizzazione dei processi produttivi, Internet delle cose. Ad alcune aziende sembrerà che si stia parlando di un futuro lontano, ma non è così. Questo è il presente e bisogna farci i conti, soprattutto perché le tecnologie ci sono, a volte anche a basso prezzo. Pensiamo a un sensore di movimento, a un microchip o a un display led da inserire in un macchinario. Non sono più fantascienza, hanno ormai raggiunto costi abbordabili per tutti. «Non sono d’accordo con chi dice che per digitalizzare un’impresa ci vogliano sempre e comunque enormi investimenti di capitale. La vera sfida è piuttosto capire di cosa stiamo parlando». La difficoltà, dunque, non sta solo nell’aprire il portafoglio, ma soprattutto nel rispondere in modo corretto alla domanda di base: io, con questa tecnologia, cosa posso farci? Perché puoi avere tutti i soldi che vuoi, ma se non hai le competenze per comprendere le potenzialità che ti vengono offerte, sei punto e a capo. «In questo i consulenti esterni sono fondamentali, ma non puoi affidarti in toto a loro. Devi essere in grado di capire se ti vogliono fregare o se ti stanno proponendo qualcosa di interessante. Il rischio che ti vendano una tecnologia che non ti serve a niente è molto alto».

Cosa può fare, quindi, una piccola e media impresa per non restare indietro? In primo luogo assumere giovani competenti e formare persone nuove, sempre aggiornate. «Si dica quel che si vuole, ma l’età anagrafica conta. Però non basta. Bisogna cambiare il modo di pensare l’impresa. Mentre i benefici di molte tecnologie sono facilmente evidenti - come per esempio quelli del cellulare, che li capisce anche mia nonna - i vantaggi che ti può dare la digitalizzazione di un processo produttivo non sono facilmente percepibili». Un’altra soluzione per risolvere il gap è fare rete, aiutarsi a vicenda, condividere conoscenze persino con il proprio competitor. «Orrore!» penserà qualcuno. Niente di più sbagliato. «Stiamo parlando – spiega Pagliarini - di tecnologie che si conoscono e che non sono esclusive di uno o di quell’altro. Capire cos’è l’Internet delle cose e tenerlo nascosto non ha senso, perché tutti sanno che esiste». Tanto vale mettersi insieme, organizzare corsi di formazione, aumentare la competitività di tutti, con nuove tecnologie al servizio dell’impresa. Poi, a fare la differenza, sarà sempre il prodotto finale (e quindi l’idea). Come un tempo. E il piano 4.0 del Governo? Pagliarini si dice a favore, perché «aiuta, attiva il dibattito, fa in modo che le aziende ci pensino. Ma non bisogna enfatizzarlo. Rimane il fatto che se uno non ha capito niente, rischia di investire in cose inutili. È controproducente: butta via soldi e fa un danno al Paese, perché sfrutta risorse pubbliche senza un vero beneficio. Le aziende poco “smart”, però, non sono da condannare, perché stiamo parlando di qualcosa di nuovo, che si sta affermando da qualche anno. È normale non capirci ancora nulla». È grave, invece, continuare a fregarsene 

Giornalista Radio24 e conduttore della trasmissione 2024 dedicata all’innovazione

Enrico Pagliarini


di Enrico Marletta Giornalista quotidiano “La Provincia”

Al Sciur Brambilla serve lo smanettone Quanta retorica attorno all' Industria 4.0 Il saper fare oggi non basta più bisognerà formarsi velocemente al cambiamento L’evoluzione digitale sta modificando i cicli produttivi portandoli verso quella che viene definita l’industria 4.0, automatizzata e interconnessa. Le nuove tecnologie richiedono alle imprese grandi e piccole la capacità di elaborare e archiviare i dati per produrre valore. Aldo Bonomi, sociologo, fondatore del consorzio Aaster che dirige dal 1984, editorialista de IlSole24Ore e direttore della rivista Communitas, analizza l’impatto del cambiamento e le possibilità per le microimprese di inserirsi nei processi di sviluppo. Come si collocano in questo contesto le imprese piccole o artigiane? Sono tempi di retoriche arretrate focalizzate soprattutto intorno all’industria 4.0. Credo sia necessario scomporre e ricomporre questa parola chiave nel rapporto tra produzione, innovazione, saperi, tematiche che rimandano al digitale. E’ necessario farlo non solo per le grandi e medie imprese ma anche per le imprese piccole e artigiane.

Come potrebbero comportarsi le microimprese e l’artigianato? Intanto non bisogna spaventarsi. Anche loro devono essere in grado di svilupparsi in questo scenario. E’ in atto un meccanismo di diffusione che coinvolge le piccole imprese collegate alla filiera delle grandi. Bisogna recepire le indicazioni che arrivano dal fornitore. Ci sono già piccole imprese che rientrano a pieno titolo nell’industria 4.0 e ce ne sono altre in difficoltà davanti ai processi descritti. Non basta più il saper fare nemmeno nei settori del legno, dei mobili, del design. Serve formazione rispetto al cambiamento avviato. Ricordo sempre la centralità degli istituti tecnici che devono incorporare la capacità di formazione dei futuri quadri.

Sociologo, fondatore del consorzio Aaster, editorialista de IlSole24Ore e direttore della rivista Communitas

L’industria 4.0 prevede due processi. Il primo è l’immissione nel sistema produttivo delle informazioni sia all’interno sia all’esterno dell’impresa. Non si tratta solo di automatizzare o di ottimizzare la logistica. Bisogna porsi il problema per tutta la ragnatela del valore che si genera nel sistema produttivo. Significa inserire nel sistema tra l’altro i desideri del consumatore finale e del committente. A questo riguardo bisogna capire quanto un’impresa riesce a inserire saperi e innovazione, attraverso la formazione del personale che non corrisponde più all’operaio nella catena di montaggio e attraverso il rapporto con le università. Il secondo processo riguarda appunto il lavoro ibrido. Non è più sufficiente il saper fare. Occorre aggiungere competenza e formazione alla manualità operaia e all’artigianalità. Questi due processi ne producono un terzo che è l’aumento della robotica. Il lavoro manuale rimane ma lo sviluppo dell’industria 4.0 non significa più occupazione.

E all’interno dell’impresa? Esistono delle soluzioni possibili. A mio parere sarebbe importante affiancare a ogni sciur Brambilla un giovane smanettone. Uno non ha familiarità con le tecnologie o non le sa usare, l’altro non sa usare il tornio. Si potrebbe verificare uno scambio formativo reciproco all’interno di un processo produttivo. A che punto di questa fase di cambiamento si può collocare il tessuto imprenditoriale lombardo? Ci sono due laboratori che sto osservando con grande attenzione e sono le due pedemontane del Nord, quella lombarda e quella veneta, dove è più evidente un sistema manifatturiero in via di cambiamento. Si iniziano a connettere università e impresa e si iniziano a elaborare questi processi. Scelgo di usare il termine “si inizia” perché siamo all’esordio 

Aldo Bonomi


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Portiamo in vetrina la Varese Design Week E la panchina digitale Per tutte le informazioni info@varesedesignweek-va.it www.varesedesignweek.it

Digital marketing A VersioneBeta va in scena il bis Per tutte le informazioni www.vbeta.it info@vbeta.it | tel. 0332 256201

Il pezzetto di sogno è diventato realtà il 18 febbraio quando, nell’ambito di Filosofarti, in viale dei Tigli a Gallarate è stata inaugurata la mostra “Palmira, i tesori ritrovati”, nata da una collaborazione tra licei dei Tigli, liceo Crespi di Busto Arsizio e Faberlab di Tradate. Palmira, “sposa del deserto” custode di un patrimonio archeologico di inestimabile valore, è stata vittima della furia dell’Isis che, dopo averla catturata nel maggio 2015, ha distrutto ciò che la storia aveva conservato. Una distruzione che non ha risparmiato il tempio di Baalshamin (II secolo) e il tempio di Bel (I secolo), ai quali la stampa 3D è riuscita – seppur solo a beneficio della memoria – a ridare vita. Un segno di speranza, non di fantascienza: la ricostruzione di due busti funerari pesantemente danneggiati, è stata infatti affidata alla tecnologia, che dovrà reintegrare ciò che è andato perso con una speciale protesi frutto di una sofisticata stampa 3D (polvere di nylon sintetizzata con il laser).

C’è una cosa che, più di altre, pesa sulle spalle delle imprese: il ritardo nei pagamenti. Un male che colpisce soprattutto le pubbliche amministrazioni. Eppure la legge parla chiaro: entro trenta giorni il conto va saldato. Ecco perché, quando c’è un Comune (Varese) che sceglie di cambiare rotta, la decisione fa notizia. A dare l’annuncio è stato il sindaco Davide Galimberti il 31 gennaio, giorno di presentazione del primo “Protocollo d’intesa per la regolarità e la sicurezza del lavoro nel settore delle costruzioni” sottoscritto da Confartigianato Varese, amministrazione comunale, Ance, Cna, Fillea Cgil, Filca Cisl e Fenea Uil. Una scelta non casuale, quella del capoluogo, in vista delle opere pubbliche che lo interesseranno a breve. Il documento punta anche a sostenere l’occupazione locale, la sicurezza, la legalità e la buona occupazione in un settore che ha pagato il conto salato della crisi.

Torna la Varese Design Week, kermesse che dal 7 al 13 aprile accenderà i riflettori su vetrine, botteghe e locali del capoluogo per trasformarli in una galleria diffusa della creatività, del gusto e dell’innovazione. Il fulcro dell’evento, promosso dall’associazione Wareseable, sarà il centro, ma l’intera città entrerà nel circuito di eventi e manifestazioni che esploreranno il “dietro le quinte” del design. Ovvero tutto ciò che c’è oltre l’oggetto, dal progetto al prototipo, dallo schizzo al brevetto. Le aziende interessate a mettere a disposizione la propria location possono prendere contatto con gli organizzatori scrivendo a info@varesedesignweek-va.it. Faberlab sarà parte di questo percorso, e co-protagonista del concorso di idee “Progettare una panchina”, finalizzato alla rivitalizzazione di alcune parti della città. L’officina della prototipazione digitale di Confartigianato, con sede a Tradate, stamperà in 3D dieci progetti inviati da altrettanti designer e si occuperà della produzione e realizzazione della panchina vincitrice del concorso.

Marketing digitale: ovvero, un successo da bis. Dopo il tutto esaurito della prima edizione, Confartigianato Varese e VersioneBeta ripropongono il percorso formativo dedicato al marketing digitale e a tutti gli strumenti per migliorare le performances della propria azienda online. Un percorso a misura di Pmi realizzato in collaborazione con The Vortex e Magoot. Il viaggio nei segreti del web si snoda lungo tutte le fasi della comunicazione e promozione, dal search marketing (come farsi trovare da Google) all’email marketing (come utilizzare le newsletter nella strategia aziendale), dall’utilizzo delle forme di pagamento elettroniche, alla creazione del carrello della spesa per giungere alla costruzione della branding reputation sui social media. Senza dimenticare la concorrenza e le community online. I corsi si terranno in Versione Beta a Busto Arsizio - via Baracca 5


2017

Congresso Provinciale Ordinario

Ai sensi dell’art. 17 dello Statuto Sociale e dell’art. 2 del Regolamento Elettorale è convocato il Congresso Provinciale Ordinario per il giorno

Domenica 14 maggio 2017 » Varese Centro Congressi Ville Ponti - Villa Napoleonica Parte privata Ore 9.00

Apertura ed accreditamento dei partecipanti al Congresso Provinciale ordinario Approvazione del Regolamento del Congresso Provinciale ordinario Nomina Presidente e scrutatori del Congresso Provinciale ordinario Presentazione dei candidati a Presidente Provinciale e relativo programma Elezione del Presidente Provinciale e dei Consiglieri Provinciali effettivi e supplenti Elezione dei componenti il Collegio Sindacale Elezione dei componenti la Commissione Disciplinare Approvazione modifiche Statuto Sociale

Parte pubblica Ore 11.00 Tavola rotonda Ore 13.30 Buffet e chiusura Congresso Provinciale ordinario


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Imprese e Territorio  

n. 01/2017 Magazine bimestrale di economia e imprese di Confartigianato Imprese Varese

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