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Anna Rita Fusco IL SERVIZIO TERRITORIALE PERMANENTE PER LE POLITICHE INTERCULTURALI DEL COMUNE DI CASTEL VOLTURNO Ipotesi di intervento di prassi sulla base degli assunti della pedagogia interculturale e delle pratiche riflessive

LE TESI


Università del Salento Università della Val d’Aosta

MASTER IN PEDAGOGIA INTERCULTURALE E DIMENSIONE EUROPEA DELL’EDUCAZIONE

ELABORATO FINALE

IL SERVIZIO TERRITORIALE PERMANENTE PER LE POLITICHE INTERCULTURALI DEL COMUNE DI CASTEL VOLTURNO Ipotesi di intervento di prassi sulla base degli assunti della pedagogia interculturale e delle pratiche riflessive

Anna Rita Fusco

Anno accademico 2005/2006


1. LE RAGIONI

Stiamo vivendo in questi ultimi anni un periodo di profondo e vorticoso cambiamento su scala planetaria che attiene tutte le sfere della vita degli uomini. Questo

fenomeno

estremamente

complesso,

che

prende

il

nome

di

globalizzazione e che fonda le sue radici nella storia economica e politica dell’intero pianeta, ha generato, tra le sue conseguenze più immediate ed evidenti, un massiccio e continuo spostamento di persone attraverso i continenti e, di conseguenza, un cambiamento radicale dello scenario socio-culturale di intere regioni. Non è questo il luogo per parlare di globalizzazione, né delle sue connotazioni storiche, politiche ed economiche. Questo è il luogo per dire che la globalizzazione ha sicuramente influito nell’imporre su scala mondiale i modelli economici, politici e culturali dominanti, da cui la definizione di “villaggio globale”, ma ha anche inciso nella creazione e nella diffusione, nei luoghi più diversi e reconditi, di innumerevoli e variegate comunità multiculturali, per le quali si è parlato di “villaggio glocale”1. In realtà, il “villaggio glocale”, nell’accezione di comunanza e vicinanza di culture diverse all’interno di una stessa comunità o nell’agire di uno stesso individuo, rischia di essere un concetto generale ed astratto se non si tiene conto del fatto che le conseguenze della globalizzazione, come può essere il fenomeno migratorio, incidono immediatamente alla superficie modificando il paesaggio umano e urbano di un dato territorio, mentre non riescono altrettanto velocemente a modificare gli assunti culturali profondi che ognuno porta iscritti nella propria identità e che il più delle volte, paradossalmente, indulgono al carattere folcloristico, pittoresco e stereotipico e non fanno altro che consolidare posizioni reciproche di chiusura e di difesa verso tutto ciò che è nuovo e diverso.

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Il concetto di “villaggio globale” è stato introdotto da Marshall McLuhan nel suo “The Gutenberg Galaxy” (1962) in riferimento al mondo mediatico, per poi divenire sinonimo di globalizzazione in molte sue accezioni.


Le ragioni del presente lavoro partono proprio da questa riflessione e dalla consapevolezza che, in questo dato momento storico, le tensioni e le criticità di un determinato tessuto umano che è divenuto multiculturale, ma che ha difficoltà a diventare interculturale, possono essere stemperate soltanto attraverso un percorso pedagogico globale, sistematico e continuo che, in linea con il nostro sistema giuridico fondato sul rispetto dei diritti dell’uomo, investa e coinvolga tutti gli attori di uno stesso territorio. Castel Volturno in provincia di Caserta, che ormai da anni rappresenta uno dei più importanti crocevia dei flussi migratori del sud d’Italia e per questo incarna il luogo dell’emergenza, dell’incontro-scontro e della frizione tra culture diverse, sembra essere il contesto ideale per promuovere un discorso pedagogico improntato all’interculturalità.


2. IL CONTESTO

2.1 Analisi del tessuto socio-economico Il Comune di Castel Volturno in provincia di Caserta è un territorio di frontiera sia dal punto di vista geografico, sia dal punto di vista

socio-

ambientale. Esso sorge alla foce del Volturno, si estende per 25 Km sulla fascia litoranea al confine con la provincia di Napoli ed è suddiviso in due aree dall’asse viario della Domitiana: la prima area si spiega lungo la fascia costiera, è ricoperta dalla Pineta mediterranea ed è caratterizzata da attività commerciali e turistiche, la seconda è rivolta all’entroterra ed è prevalentemente a vocazione agricola e zootecnica, con la presenza di numerosi allevamenti bufalini. La struttura urbana di Castel Volturno risulta frammentaria e disseminata lungo la Domitiana: a parte i nuclei più consistenti per densità demografica del Centro Storico e di Villaggio Coppola, la popolazione abita in località separate l’una dall’altra e non collegate da servizi di trasporto pubblico che sono: Scatozza, Baia Verde, Villaggio del Sole, Mezzani, Borgo Domitio, Ischitella, Destra Volturno, Mazzafarro, Pescopagano, Bagnara e Seponi. Alcuni di questi luoghi sono nati come raggruppamenti in gran parte abusivi di seconde abitazioni per residenza estiva, per trasformarsi nel tempo in dimora di gruppi diversificati ed eterogenei di persone. E’ un dato che il turismo balneare di questa area risulta poco apprezzabile rispetto ad altre zone costiere della regione Campania e alcune cause vanno ricercate proprio nell’abusivismo edilizio che ha prodotto la cementificazione delle coste e la devastazione di ettari di pineta mediterranea di demanio statale, così come nel degrado urbanistico dovuto all’occupazione abusiva delle seconde case da parte dei terremotati della provincia di Napoli dopo il sisma del 1980 e il bradisismo di Pozzuoli2. La condizione abitativa di questa vasta e incontrollata area si è andata in seguito appesantendo con il 2

In seguito, il flusso di italiani provenienti dalla vicina provincia di Napoli è continuato a causa della difficoltà a trovare un’abitazione nel capoluogo campano e nelle aree limitrofe.


massiccio flusso di cittadini stranieri provenienti prevalentemente da Africa, Oriente ed Est Europeo3. Per quanto riguarda il tessuto produttivo di Castel Volturno, nei centri rurali di Seponi, Mazzafarro e Mezzani, la popolazione si dedica all’allevamento bovino, ovino, avicolo, equino e ittico; la zona del Centro Storico è caratterizzata da piccole attività commerciali, terziario e pesca marittima e fluviale, mentre lungo la litoranea Domitiana vi sono essenzialmente attività commerciali collegate al turismo balneare e all’industria casearia. Se si esclude la popolazione impiegata nella pubblica amministrazione e nella gestione di piccole attività commerciali, quest’area non ha mai registrato un processo consistente di crescita del suo tessuto produttivo a causa dei condizionamenti prodotti dalle attività illecite della criminalità organizzata, come il traffico e lo spaccio di droghe, il traffico di rifiuti tossici, lo sfruttamento della prostituzione e il racket delle estorsioni. Non è un caso che un’alta percentuale della popolazione sia costituita da disoccupati, sottoccupati, precari e lavoratori in nero e, in generale, si registra un numero molto elevato di famiglie numerose e monoreddito. A tali condizioni di degrado economico ed ambientale si aggiunge la carenza di servizi sociali e socio-sanitari, un numero esiguo di spazi di socializzazione e di sevizi socio-educativi e dunque la diffusione di valori negativi che causano violenza, abuso e sopraffazione e una sempre più diffusa scarsa cultura della legalità soprattutto tra le fasce di popolazione più deboli, dunque tra i giovani e tra coloro che hanno un basso livello di istruzione e scarsi redditi. Negli ultimi decenni, Castel Volturno è stata al centro di grandi e piccole correnti migratorie, che hanno determinato un radicale cambiamento della città dal punto di vista demografico e dell’identità sociale. In linea di massima nel giro di venti anni, i residenti sono divenuti 15.439 di cui 1.885 stranieri con regolare permesso di soggiorno, ossia

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più del 10% della popolazione, dato che,

Dati non ufficiali fanno ritenere che attualmente ben 40.000 persone dimorano nell’area comunale.


purtroppo, elude la presenza dei migranti clandestini4. Lo status giuridico di fronte alle leggi italiane di regolare o clandestino è determinante nel cogliere se la presenza sul territorio sia temporanea o permanente e se i cittadini non italiani siano impegnati in attività lecite o illecite. Comunque, a prescindere dal proprio status o dal periodo di permanenza sul territorio, la popolazione immigrata nel suo insieme ha contribuito a rendere ancor più problematico il quadro complessivo di quest’area, che è divenuta multiculturale, ma non per questo aperta. Al contrario, la presenza di immigrati è stata sin dall’inizio ed è tuttora vissuta con diffidenza dalla gran parte dei residenti storici che ad essi attribuiscono i problemi di degrado economico, sociale e ambientale. Di fatto Castel Volturno è divenuto un territorio “difficile” non soltanto a causa dei flussi di migranti stranieri che lo hanno interessato, quanto per la distribuzione incontrollata e incontrollabile della popolazione sul territorio, per la variegata provenienza e per la notevole mobilità di italiani ed extracomunitari, buona parte dei primi senza residenza, buona parte dei secondi senza permesso di soggiorno. Soprattutto negli ultimi anni, questa situazione ha sollecitato in particolare le istituzioni regionali e nazionali in uno sforzo straordinario di sviluppo economico, risanamento ambientale, gestione e controllo del territorio attraverso una serie di finanziamenti e progetti, iniziative concepite in funzione sistemica come supporto indispensabile ad una politica sociale di ampio respiro5. In questo quadro così complesso, tuttavia, fatta eccezione per l’attività del terzo settore, la politica sociale locale sembra essersi limitata fino ad ora a rispondere più che altro alle emergenze dei nuovi arrivati, magari con maggiore o minore grado di “assistenza”, senza farsi veramente carico di costruire percorsi di fruizione dei

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FONTE: Ufficio Anagrafe del Comune di Castel Volturno così come riportato da Baldascino e Casale in “Donna tratta…ta”, Edizione Quaderni Fernandes, Capua, 2005. Dati riferiti al 31.12.2004. 5 Uno degli esempi di risanamento ambientale è rappresentato dall’intervento denominato “Riqualificazione e messa in sicurezza della Pineta di Castel Voltuno” nell’ambito dei Progetti per lo Sviluppo del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo del Ministero dell’Economia e delle Finanze previsti per le Regioni Obiettivo 1, Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006. L’intervento ha interessato i 368 ettari della Pineta di Castel Volturno. Esso ha previsto la recinzione dell’intero perimetro della Pineta, l’illuminazione dei principali accessi, l’abbattimento di 140 strutture abusive, la bonifica dai rifiuti, l’installazione di un sistema antincendio e di un apparato di videosorveglianza collegato con la sala operativa del Corpo Forestale dello Stato, la realizzazione di un eliporto per gli interventi di soccorso della Protezione civile.


diritti e di interazione positiva con la popolazione autoctona che consentissero di stabilire un giusto equilibrio tra coesione sociale e diversità culturali. Vale la pena dunque capire chi sono gli immigrati presenti oggi a Castel Volturno e quali sono le problematiche che non permettono loro ancora di entrare e di sentirsi parte della società di accoglienza. Esse rispecchiano più in generale le esigenze dei cittadini non italiani oggi residenti sul suolo nazionale e riguardano essenzialmente il lavoro, la casa, la salute e l’inserimento scolastico dei minori, ambiti di integrazione sociale che purtroppo, in questo contesto, diventano spesso indici di emarginazione, isolamento ed illegalità.

2.2 Chi sono gli immigrati presenti a Castel Volturno? Dei 22.234 immigrati della provincia di Caserta6, i residenti nel Comune di Castel Volturno sono nel numero di 1.885 e rappresentano dunque circa il 8,5% delle presenze regolari di stranieri su base provinciale. Di questi, 685 sono maschi e 1200 sono femmine. La prevalenza di donne

è di per sé dato

indiscutibilmente e visibilmente dissonante rispetto agli indici nazionali, secondo cui esse rappresentano meno del 50% delle presenze di stranieri7. Disgregando il dato per continenti di provenienza, è possibile verificare che il grosso delle presenze a Castel Volturno è dovuto a cittadini provenienti da paesi africani, che sono 1240, di cui 411 maschi e 729 femmine, con una prevalenza di nigeriani (199 maschi e 580 femmine) e ghanesi (55 maschi e 53 femmine). I cittadini non italiani dell’Unione Europea sono 172 (50 m. e 122 f.), con una prevalenza di polacchi (29 m. e 94 f.), mentre persone provenienti da altri paesi europei sono 413 (146 m. e 267 f.), con una prevalenza di ucraini (49 m. e 188 f.), albanesi (43 m. e 18 f.) e montenegrini (33 m. e 27 f.). Per quanto riguarda le Americhe, vi sono 93 presenze (38 m. e 55 f.), con una prevalenza di cittadini

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FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes 2005. Precisamente il 48,4% su una popolazione straniera sul territorio nazionale di 2.194.000.000 al 31 dicembre 2003. FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazione su dati OECD. 7


statunitensi (25 m. e 25 f.), mentre la popolazione asiatica è rappresentata da 67 presenze (40 m. e 27 f.), con una prevalenza di iraniani (23 m. e 17 f.)8. La preponderanza di determinate nazionalità e di donne rispetto agli uomini trova risposta nelle cause delle diverse ondate migratorie che hanno interessato l’area litoranea casertana e l’entroterra domitiano. La prima ondata di stranieri, in gran parte marocchini, tunisini, africani e albanesi, risale agli anni ’70 e ‘80, quando essi vennero utilizzati prevalentemente nell’attività edilizia abusiva e nella raccolta stagionale dei pomodori: questi lavori erano redditizi e di richiamo soprattutto per chi era in Italia clandestinamente, essendo l’area difficilmente controllabile dalle forze dell’ordine, una sorta di “zona franca” della camorra9. Trattandosi di lavori al nero, precari e stagionali, molti clandestini furono assorbiti come manovalanza dalle organizzazioni dedite allo spaccio di droga e alla prostituzione.

La

presenza abnorme di stranieri divenne visibile per la nascita di bidonville periferiche, in cui si viveva in condizioni disumane e il dilagare della prostituzione e dello spaccio sulle strade litoranee. In un territorio già devastato dall’illegalità e culturalmente arretrato, questo fenomeno provocò gravi atti di intolleranza sfociati, il 25 agosto 1989, nell’uccisione di un rifugiato politico sudafricano, Jerry Essan Masslo, nel “ghetto” di Villa Literno a pochi chilometri di distanza da Castel Volturno. Questa data è emblematica, poiché quell’assassinio ha segnato uno spartiacque nell’atteggiamento istituzionale e della società civile rispetto ai problemi legati al fenomeno migratorio, che non poteva essere più ignorato o semplicemente trattato occasionalmente come problema di ordine pubblico. E’ stato l’inizio della consapevolezza

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FONTE: Ufficio Anagrafe Comune di Castel Volturno. Va ricordato che l’Italia diviene paese di immigrazione negli anni ’70, quando, a causa della crisi petrolifera, in Europa si assiste ad un periodo di ristrutturazioni industriali e di aumento della disoccupazione. I paesi tradizionalmente interessati dai flussi migratori come Francia, Inghilterra e Germania chiudono le loro frontiere e dunque vi è una deviazione dei flussi migratori verso i paesi europei del Mediterraneo, come l’Italia. Gli immigrati sono clandestini per l’assenza di leggi e la prima sanatoria dei flussi migratori è la L. 943/86. Prima del 1986, l’Italia era vista come un paese di transito per poter raggiungere il nord Europa. Dopo l’emanazione di questa legge, i flussi migratori iniziano a perdere il loro carattere di fenomeno occasionale e temporaneo e l’Italia diventa sempre più area di insediamento. Con la legge, molti immigrati fanno arrivare le loro famiglie.

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dell’importanza di far prevalere i valori della solidarietà e di promuovere la convivenza tra etnie e culture diverse10. Così, la prima metà degli anni ’90 è stata caratterizzata da una grande mobilitazione civile oltre che da interventi di carattere istituzionale, come la Legge Martelli del 1990, il secondo decreto di Sanatoria nel 199511 e una serie di procedure di rimpatrio. Tra il 1994 e il 1997, con diverse operazioni di polizia, è stato inferto un duro colpo alla rete dello spaccio dell’area di Castel Volturno e si è passati, alla fine degli anni ’90, da 13.000 a 3.000 clandestini, che hanno fatto rientrare il fenomeno migratorio nell’andamento fisiologico su scala nazionale, anche se da un punto di vista meramente numerico di dato aggregato. Parallelamente, nel 1996, grazie al lavoro sinergico tra la Caritas di Capua l’amministrazione comunale di Castel Volturno e la Regione, è stata istituita la prima struttura di accoglienza per immigrati, il Centro Immigrati Campania “Donazione Fernandes”. Esso rappresenta un superamento della logica della repressione nella direzione della creazione di un sistema integrato che si occupasse di legalità, accoglienza, servizi e cultura. E all’inizio della sua attività è stato anche il luogo di incontro tra rappresentanti dei cittadini non italiani e le istituzioni locali, finalizzato a costruire le condizioni per una convivenza civile all’interno del tessuto sociale cittadino. Questa impostazione ha permesso l’istituzione dello sportello “Informagiovani”e di un “Osservatorio permanente 10

Ai funerali di Jerry Masslo, il 30 agosto 1989, parteciparono le più alte cariche dello Stato, tra cui Claudio Martelli, allora Vice Presidente del Consiglio, sindaci con i gonfaloni e, soprattutto, migliaia di persone. Sull’onda di quel tragico evento ripreso dalla stampa nazionale, si svolse a Roma la prima grande manifestazione a favore di una politica dell'accoglienza per gli immigrati e nacque la cosiddetta “legge Martelli” (L 39/90), che è stato il primo dispositivo giuridico nazionale ad affrontare in modo sistematico il fenomeno migratorio. 11 La legge 943/86 introdusse misure di regolarizzazione e blocco dei nuovi ingressi, varando una sanatoria dei lavoratori stranieri già presenti sul territorio nazionale. Questa legge fallì nelle sue intenzioni di pianificazione dei flussi, sia perché non riuscì a far emergere completamente la componente irregolare sia perché si rivolgeva soltanto ai lavoratori dipendenti sulla base dell’assunto che si trattasse di una immigrazione da domanda, trascurando la componente dei lavoratori autonomi e la riluttanza dei datori di lavoro a denunciare i rapporti di lavoro. La legge 39/90 corregge in parte gli errori della 943/86, riconoscendo l’esistenza di un “effetto spinta” ma chiudendo contemporaneamente le frontiere mentre sono ancora in atto le cause espulsive e attrattive, fomentando, di fatto, l’immigrazione illegale. I provvedimenti in materia di chiusura vengono rafforzati dal decreto 489/95, il decreto Dini e da quelli seguenti, 22/96, 269/96 e 286/98 che rimangono sostanzialmente inefficaci nelle azioni di repressione dell’immigrazione clandestina prevedendo, nel contempo, periodiche sanatorie per regolarizzare le stesse componenti illegali.


del disagio e dell’immigrazione”, che aveva lo scopo di fare del Centro il luogo di incontro delle nuove generazioni con altre culture e di formazione all’interculturalità. Purtroppo la convenzione a tali servizi non è stata rinnovata dalle successive amministrazioni comunali relegando il Centro Fernandes a svolgere da solo, o con altre associazioni di terzo settore, laiche e religiose, un’attività di accoglienza, inclusione, cura, educazione, riscatto sociale, sostenuto dai progetti su scala regionale e provinciale, ma non più nelle condizioni ideali per rappresentare il luogo di incontro e mescolanza dei migranti con la cittadinanza storica12. Tra il 2002 e il 2004, Castel Volturno è stato interessato da un’altra forte ondata di stranieri, questa volta richiedenti asilo politico, persone dunque in possesso di regolare permesso di soggiorno perché

provenienti da regioni

africane interessate da conflitti, come la Liberia, il Sudan e la Sierra Leone, per i quali, tuttavia, al loro arrivo in Italia non era stato previsto dalle istituzioni alcun percorso di inserimento ed accoglienza. Ancora una volta il Centro Fernandes diviene punto di riferimento per i nuovi arrivati offrendo soprattutto sevizio mensa e ambulatorio medico e cercando, allo stesso tempo, di coinvolgere e di richiamare alle proprie responsabilità l’ente locale, la prefettura e il governo nella soluzione di un problema che diveniva di giorno in giorno sempre più critico. Ancora una volta si è creata nella cittadina domitiana una situazione esplosiva che ha ricalcato le condizioni di ghettizzazione e gli episodi di intolleranza verificatisi una quindicina di anni prima. E il Centro Fernandes è stato paradossalmente e strumentalmente additato da una fetta della popolazione autoctona e da alcune parti politiche come responsabile del degrado, a causa della sua meritevole e instancabile opera di accoglienza.

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Malgrado questo, il Centro negli anni è divenuto punto di riferimento nel campo dell’immigrazione, offrendo una serie qualificata di servizi. Molti dei suoi ospiti sono stati aiutati a trasferirsi in altre zone d’Italia e a trovare lavoro, per molti altri ci si è fatti carico, con una serie di progetti, di risolvere i problemi dell’irregolarità, della tossicodipendenza, della prostituzione e della malattia fisica e mentale. Insieme ad altre associazioni, in particolare l’associazione di medici volontari Jerry Essan Masslo, è stato costituito un vero e proprio presidio socio-sanitario e negli ultimi anni è stato offerto alloggio, sostegno e cure a persone segnalate dalle forze di polizia, dai vicini ospedali e dai servizi sociali.


Quanto finora detto spiega il perché di una presenza così preponderante di migranti provenienti dal continente africano, molto al di sopra delle percentuali su scala nazionale, dove figura che nel 2004 il 47,3% degli stranieri soggiornanti proveniva da paesi europei, il 23,7% dall’Africa, il 17,3% dall’Asia e l’11,5% dall’America13. Il dato poi della preponderante presenza femminile è purtroppo dovuto in parte al proliferare di organizzazioni criminose dedite allo sfruttamento della prostituzione e alla tratta di esseri umani, che colpisce non soltanto donne africane, prevalentemente nigeriane e ghanesi, ma anche polacche, ucraine, albanesi e tunisine14. Per quanto riguarda le nazionalità europee e nord africane, la loro stratificazione sul territorio ha seguito nel corso del tempo l’orientamento regionale e provinciale, e questo spiega la presenza di maghrebini, ucraini e polacchi. Vi è inoltre un insediamento di pachistani, indiani e bengalesi che è del tutto caratteristico dell’area15.

2.3 Le principali problematiche dell’immigrazione L’ultima regolarizzazione16 ha prodotto alcuni cambiamenti nelle caratteristiche che attualmente connotano la presenza degli stranieri sul territorio della Regione Campania e, dunque, anche a Castel Volturno. Seppure continuino i flussi in uscita dalla regione verso l’area del centro nord, come anche verso l’estero, il numero dei soggiornanti regolari, se paragonato alle presenze degli anni scorsi, è sensibilmente aumentato17. Questo fatto introduce diverse novità 13

FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazione su dati del Ministero dell’Interno e dell’ISTAT. 14 Baldascino M. Casale A. (a cura di) ,“Donna tratta…ta”, Edizione Quaderni Fernandes, Capua, 2005. 15 La presenza delle diverse comunità è legata al mercato del lavoro come più avanti specificato. Vedi il paragrafo intitolato “Il mercato del lavoro”. 16 Legge 189/02, nota come Legge “Bossi-Fini”. Questa legge rappresenta un giro di vite in materia di regolamentazione dei flussi di entrata. La clandestinità è praticamente equiparata al crimine. I migranti non sono considerati persone, ma semplicemente forza lavoro. 17 In particolare molti nigeriani e ghanesi, continuano a considerare Castel Volturno zona di transito e di regolarizzazione, per poter poi trasferirsi in Gran Bretagna, America o Paesi Bassi.


nella relazione tra territorio e immigrati che si riflettono nel rapporto tra questi ultimi e i servizi territoriali. Analizzare questo rapporto, soprattutto in relazione alle difficoltà incontrate, diventa dunque importante per cogliere gli aspetti salienti dell’attuale situazione dell’immigrazione nel territorio di Castel Volturno.

2.3.1 I processi di accoglienza degli immigrati nella comunità locale L’analisi dei servizi di accoglienza disposti dal territorio per i cittadini stranieri e delle condizioni abitative, l’indagine sulle condizioni di inserimento sociale degli immigrati dal punto di vista delle relazioni che si sono venute ad instaurare fra cittadini immigrati e autoctoni riescono a fornire una serie di elementi interessanti circa la situazione dell’immigrazione con specifico riferimento ai processi di accoglienza in atto. Alcuni incontri con soggetti, pubblici e privati, erogatori di servizi sull’immigrazione, hanno evidenziato come le strutture di accoglienza territoriali, sia quelle che forniscono servizi di prima accoglienza che quelle più a carattere di comunità, rappresentino, per gli immigrati, indispensabili strumenti per “traghettarsi” verso condizioni migliori di permanenza sia per coloro che sono appena arrivati sul territorio sia per fronteggiare situazioni di estrema difficoltà da parte di chi è già presente18. Ciò viene testimoniato dall’alta domanda di posti soprattutto nelle strutture come il Centro Caritas Fernandes me che tuttavia non riesce a far fronte a tutte le richieste. Si rileva, quindi, una inadeguatezza quantitativa rispetto alla generale richiesta di spazi, dove una prima sistemazione in attesa di trovare un alloggio proprio diventa uno degli elementi fondamentali di lotta all’emarginazione anche abitativa. Non è infatti raro assistere a situazioni 18

Ringrazio per la disponibilità dimostratami il dott. Antonio Casale responsabile del Centro Caritas Fernandes, il dott. Francesco Nuzzo, sindaco di Castel Volturno, il dott. Angelo Luciano, responsabile del Centro Laila, il prof. Alfonso Caprio vice-preside della SMS “Garibaldi” e il dott. Ignazio Del Vecchio, Dirigente Scolastico del 1° Circolo Didattico di Castel Volturno che hanno voluto rispondere ad alcune mie domande e fornirmi utili materiali di ricerca. I loro spunti sono disseminati in varie parti del presente lavoro.


di emergenza, dove gli immigrati occupano casupole abbandonate, ubicate maggiormente nelle zone rurali/agricole e, addirittura, alla presenza di una vera e propria bidonville ai limiti del nucleo urbano di Castel Volturno. Dal punto di vista della partecipazione degli stranieri alla vita pubblica locale, gli immigrati risultano alquanto isolati rispetto al territorio. La consulta territoriale che accoglie le rappresentanze degli immigrati con cui periodicamente le istituzioni si incontrano per ascoltarne le esigenze e pianificare soluzioni non sempre funziona con efficienza e le associazioni organizzate sia su basi etniche e/o nazionali e/o sulla comunanza della condizione di “straniero”, esistono ma non sono sempre sufficienti a fare da raccordo con il tessuto sociale19. Questo fatto, insieme alla scarsità di spazi pubblici al chiuso utilizzabili per attività collettive, emerge come un grosso limite della qualità dell’accoglienza. Soltanto il terzo settore riesce con grandi sforzi ad alleviare il problema, organizzando singoli e gruppi attorno agli specifici servizi offerti e sostituendosi talvolta all’ente pubblico che negli anni sembra aver sottovalutato il fenomeno migratorio20. Alcune associazioni e cooperative finiscono, così, per essere gli unici punti di riferimento dei cittadini non italiani. Esse forniscono gli spazi per l’incontro e la socializzazione e sono loro ad occuparsi delle prime azioni di accoglienza, a fornire le prime rassicurazioni, le prime informazioni ed i primi orientamenti e, eventualmente, ad effettuare azioni di accompagnamento presso i servizi. Gli stranieri ripongono molta fiducia in tali enti, frutto di una relazione, 19

Numerose le associazioni presenti sul territorio di Castel Volturno. Tra le altre mi preme citare il Centro Laila, che svolge le seguenti attività: accoglienza di minori, immigrati e disagiati; osservatorio dei minori costretti all’accattonaggio, osservatorio della famiglia, osservatorio del disagio, ricerche e studi d ascolto ed orientamento. Questa associazione di volontariato ha nel tempo accudito più di 900 minori facilitandone l’inserimento familiare, ha realizzato due case famiglia per minori extracomunitari e svantaggiati e accoglie in regime semiresidenziale minori che vivono in famiglie con gravi disagi socioculturali. Partecipa a numerosi progetti in rete con le scuole. 20 Nel tentativo di dare una risposta più efficace ai tanti problemi sociali del territorio, alcune associazioni hanno pensato di costituire un coordinamento, il “Bilanciere” che nasce dalla consapevolezza che i problemi di Castel Volturno non possono più essere affrontati senza una comunanza di intenti e di sforzi che ricostruisca il tessuto socio-politico di una città ormai gravemente compromesso dalla mancanza di programmazione territoriale e di identità Le associazioni coinvolte nel coordinamento sono: A.R.C.A, CENTRO FERNANDES, CENTRO LAILA, ARCOBALENO, MOVI PROVINCIALE, RA.DI.CA., Coop. "GISELE", JERRY ESSAN MASSLO, MAGNIFICAT, BAGNARA CHE VIVE, Coop. Soc. CITTA' IRENE, Ass. AFRODITE.


quella fra erogatore e fruitore, che nasce a partire da un contesto la cui organizzazione risulta assai più informale (quindi maggiormente calibrata su valori affettivi) rispetto alla organizzazione strutturale di enti ed organismi pubblici. L’ente locale sembra dunque non dare il giusto peso al fenomeno migratorio non prevedendo un’adeguata programmazione delle politiche sociali e questa

considerazione si sostanzia se si pensa ad esempio al problema

dell’alloggio e della presenza di persone non regolarizzate. Gli immigrati “invisibili”, i clandestini, sono quelli che devono sottostare a condizioni abitative inumane e sono anche quelli soggetti alla pressione della criminalità organizzata. Sembra vi sia una non volontà di elaborare e strutturare i giusti canali comunicativi da parte dell’ente locale, per individuare, insieme alle forze di sicurezza, tutti i migranti presenti sul territorio, regolari e non, mettendo fine allo sciacallaggio abitativo di chi affitta tuguri a somme elevatissime sfruttando persone senza diritti e, allo stesso tempo, mettendo un argine alla criminalità attraverso il controllo capillare delle presenze. Il problema abitativo interessa naturalmente anche i regolarizzati, che hanno grande difficoltà a reperire abitazioni idonee alle proprie esigenze e a quelle dei propri nuclei familiari se non a condizioni capestro o sono costretti a subire i pregiudizi della maggior parte di proprietari ed affittuari di case che sono sospettosi e dimostrano una mancanza di fiducia sulla loro capacità ad assicurare la corresponsione del fitto pattuito col tempo21.

2.3.2 Il mercato del lavoro L’inserimento lavorativo degli immigrati in tutto il Mezzogiorno d’Italia appare assai problematico, poiché, a differenza del centro nord del paese, esso si 21

Va segnalato che , con deliberazione n. 392 del 7 marzo 2007, la Regione Campania Immigrazione – Idee progetto per contrastare le manifestazioni di disagio nelle periferie urbane, ha proposto una serie di interventi per migliorare le condizioni di vita degli immigrati, soprattutto per quanto attiene le condizioni abitative. Tra le aree considerate vi è pure Castel Volturno.


inserisce in una situazione fatta di grandi difficoltà da parte dei locali a reperire un’occupazione stabile ed ufficiale22. Nella provincia di Caserta e in particolare nell’area domitia, i settori maggiormente

interessati

sono

l’agricoltura,

l’edilizia,

l’assistenza,

l’ambulantato, il terziario dequalificato. Con ogni probabilità, almeno la metà dei braccianti agricoli, quasi tutti maschi, è di origine straniera23. Le attività agricole svolte sono per lo più quelle dequalificate, ossia le attività di raccolta intensiva e stagionale e l’immissione nel mercato avviene attraverso l’intermediazione del cosiddetto “caporale”, che non è più un italiano, come all’inizio dei flussi, ma è un “capo nero”, ossia un immigrato che si è “riqualificato professionalmente” rispetto ai suoi connazionali. Una particolarità della zona agricola litoranea è rappresentata dalla presenza di pakistani, indiani e bengalesi, quasi tutti regolari, che rappresentano ben l’80% degli addetti del settore dell’allevamento bufalino. Essi hanno risolto la crisi di comparto e, a differenza di altre aree produttive, il loro lavoro non è complementare, ma sostitutivo del lavoro degli italiani. Per quanto riguarda l’assistenza e la collaborazione familiare, essa segue una distribuzione uniforme in tutta la provincia di Caserta ed è svolta prevalentemente da donne dell’Europa centro-orientale, ucraine e polacche. E’ il settore a più alto tasso di regolarizzazione24 ed è stato favorito nel tempo dalla modificazione della struttura sociale e del mercato del lavoro italiano che ha visto un aumento del lavoro femminile e dunque un aumento del bisogno di assistenza domestica. A differenza del lavoro in agricoltura, il lavoro domestico a Castel Volturno è di tipo complementare e ciò provoca talvolta frizioni con quelle fasce della popolazione locale che si vedono sottratte del loro mezzo principale di sostentamento. 22

Alcuni dei dati riportati fanno riferimento al seminario “La presenza straniera in Campania e nella Provincia di Caserta: flussi e progetti migratori” a cura della dott.ssa Rosa Mauriello, sociologa e mediatrice culturale del progetto MIRA, Corso di aggiornamento per il personale docente della Regione Campania sulle tematiche dell’Immigrazione, tenutosi a Caserta venerdì 1 giugno 2007. 23 In prevalenza provenienti dall’Africa sub-sahariana (Ghana, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Benin, Togo), dal Maghreb (Tunisia, Algeria e Marocco), dall’Europa centro-orientale (Polonia, ex Unione Sovietica, Romania, Albania e Bulgaria) e dall’Asia (India, Pakistan e Bangladesh). 24 Per effetto della sanatoria del 2002.


Per quanto riguarda l’edilizia, gli addetti sono per lo più maschi dell’Europa centro-orientale, Maghreb e Africa sub-sahariana e anche in questo caso la loro distribuzione è uniforme su tutto il territorio provinciale. Il settore, come e più di quello agricolo, è caratterizzato da forte precarietà, stagionalità e irregolarità.

Inoltre è soggetto ad un alto tasso di infortuni sul lavoro non

denunciati. Per quanto riguarda l’ambulantato esso è svolto come lavoro sostitutivo dagli addetti all’agricoltura o all’edilizia nei periodi di disoccupazione. Vi sono comunità che ne fanno lavoro prioritario, come marocchini e senegalesi. Infine il terzo settore dequalificato è rappresentato da tutti quei lavoro perlopiù in nero come addetti di attività commerciali di vario tipo. Castel Volturno presenta un’anomalia rispetto ai dati provinciali, regionali e nazionali, relativamente ai mestieri dichiarati: gli immigrati risultano per un terzo lavoratori autonomi25, mentre nel resto d’Italia questa voce incide marginalmente sui permessi di soggiorno, che riguardano invece essenzialmente il lavoro subordinato e i ricongiungimenti familiari. Una spiegazione va trovata nel fermento della comunità africana, particolarmente nigeriana e ghanese, che ha aperto varie attività commerciali molte di esse consacrate ai cibi e prodotti etnici, anche se probabilmente una percentuale di tali licenze è a copertura di attività illecite.

2.3.3 I servizi sanitari In termini generali, la difficoltà nell’erogazione dell’assistenza sociosanitaria ai migranti da parte dei servizi territoriali campani si può leggere tenendo presenti alcuni elementi. Innanzitutto, le persone entrate nel territorio nazionale clandestinamente, o coloro che per vari motivi (disoccupazione, perdita dell’alloggio, ecc.) hanno 25

Dunque si tratta di circa 600 residenti su 1885 censiti.


perso lo status giuridico regolare, non accedono facilmente alle strutture sociosanitarie26. Questa situazione di disagio permane poiché, nonostante l’istituzione della carta socio-sanitaria "Stranieri Temporaneamente Presenti (STP)" finalizzata alle prestazioni d’urgenza, gli immigrati privi del soggiorno temono di essere segnalati alle forze dell’ordine. Un altro fattore di ostacolo nell’erogazione dei servizi agli immigrati, riguarda la comunicazione tra paziente e operatore, soprattutto nella prima fase di arrivo. Le difficoltà linguistiche e culturali vengono vissute, nella maggioranza dei casi, come insormontabili, trasformandosi in un efficace deterrente. A questo va ad aggiungersi la disinformazione degli operatori dei servizi sanitari sulla normativa nazionale in materia di diritto alla salute per i cittadini immigrati27. Paradossalmente, quanto detto finora non vale per Castel Volturno, che si trova in una situazione molto più avanzata in rapporto al resto della Regione Campania, avendo costruito un esperienza significativa relativamente ai servizi sanitari, ancora una volta attraverso il terzo settore. Nel 1989 è fondata a Villa Literno, per volontà di un gruppo di medici, l’associazione volontaria Jerry Essan Masslo con lo scopo di garantire un’assistenza medica di base per gli immigrati e che potesse essere un punto di riferimento per la tutela e la promozione dei diritti. Dal ’93, questa associazione inizia ad operare anche a Castel Volturno presso il Centro Fernandes, assicurando l’apertura bisettimanale di un ambulatorio medico. Con il progetto “Centro Epidemiologico ed Ambulatorio di Etnopsichiatria” finanziato dal Fondo Nazionale per il Volontariato, viene avviato un monitoraggio sulla TBC e sulle malattie sessualmente trasmesse, in collaborazione con il Ser.T. San Paolo di Napoli. Con il Dipartimento di Salute Mentale di Aversa, si avvia un osservatorio di etnopsichiatria. Molti medici 26

Ancora una volta, la normativa vigente fa sì che i servizi vengano meno alla loro funzione istituzionale Il Disegno di Legge della Regione Campania del 26 maggio 2006, Norme per l’inclusione sociale, economica e culturale delle persone straniere presenti in Campania, invita tutti i servizi e le strutture competenti a collaborare per una programmazione coordinata degli interventi e stimola la creazione di reti tra le pubbliche amministrazioni, le strutture sanitarie e i medici del Servizio Sanitario Nazionale, le associazioni di volontariato, finalizzate a monitorare in particolare le condizioni sanitarie degli stranieri e l’attivazione di servizi di prevenzione. Ciò implica uno sforzo organizzativo, con un attento lavoro di rete tra servizi e territorio, una maggiore permeabilità dei servizi stessi e una specifica formazione del personale, soprattutto per garantire l’accesso ai servizi sanitari di base (medico curante, pediatra ecc.).

27


volontari svolgono il ruolo di operatori di strada, girando lungo la Domitiana, contattando le ragazze prostitute e i tossicodipendenti e accompagnandoli presso l’ambulatorio. Nel 1999 è siglato un protocollo d’intesa con l’ASL CE2, che migliora la qualità del servizio e inizia la pubblicazione di studi specifici, come il volume “Nell’inferno della Domitiana” nell’ambito del progetto “P…come Persona”. In partenariato con le ASL CE2 e NA2 nel 2001 è avviata la prima annualità del Progetto Estrella, che consiste in interventi integrati su prostituzione e tossicodipendenza, per abbassare la soglia di accesso ai sevizi socio-sanitari di soggetti svantaggiati. Nel tempo, gli interventi più frequenti dell’associazione in collaborazione con l’ASL CE2 hanno riguardato le patologie chirurgiche, broncopolmonari, neuropsichiatriche, urologiche, cardiovascolari, traumatiche, gastrointestinali, dermatologiche e ginecologiche e, tra il 2000 e il 2006, 6415 utenti hanno usufruito del servizio. Di notevole importanza il monitoraggio effettuato per la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili, tra cui l’AIDS. Molti i pazienti sieropositivi curati, in gran parte nigeriani e ghanesi, i quali vengono sottoposti a controlli periodici. Inoltre si effettua assistenza a domicilio per i pazienti con HIV28. Oltre il personale medico, operano per i servizi sanitari alcuni mediatori culturali e, presso il Distretto Sanitario dell’ASL CE2 di Castel Volturno, il servizio è effettuato da operatori dell’associazione “Medici senza frontiere”.

2.3.4 I servizi sociali del Comune I servizi sociali del Comune di Castel Volturno si trovano ad operare in una situazione di continua emergenza. Questo non dipende essenzialmente dalla presenza dei cittadini stranieri, ma dalla problematicità complessiva del tessuto 28

Soltanto per capire i termini del problema, i pazienti sieropositivi registrati sono 57, mentre i pazienti affetti da HIV sono 109, di cui 84 donne.


sociale. Su una popolazione ufficiale di 15.439 residenti e di circa 40.000 abitanti, secondo stime non ufficiali, il servizio è certamente in una situazione di carenza di organico29, considerato che può contare soltanto su due assistenti sociali, di cui una responsabile di servizio e un’operatrice30. Dovendo operare su più fronti, l’immigrazione e tutte le problematiche ad essa connesse non possono essere considerate in queste condizioni una priorità del servizio, e dunque gli immigrati che di volta in volta si presentano presso gli uffici comunali, vengono aiutati individualmente in base alle specificità delle richieste. Questo comporta una grande duttilità delle operatrici presenti, che si trovano a dover risolvere problemi anche complessi senza l’ausilio di personale specializzato come potrebbero essere dei mediatori culturali, dovendo di volta in volta preoccuparsi di comunicare con consolati, tribunali, traduttori e innumerevoli altre figure ed enti. Pochi i progetti a cui partecipa il Comune attraverso i suoi servizi sociali. L’ultimo di una certa rilevanza è stato un progetto in cofinanziamento con la Regione Campania per l’apertura e il funzionamento di due Centri multietnici per minori in due diverse aree del territorio comunale. I centri hanno funzionato per soli sei mesi e sono stati chiusi con la fine dei finanziamenti. Del resto, il Comune di Castel Volturno fa parte di un ambito territoriale più ampio, che ha come capofila il Comune di Casal di Principe e che tra i suoi servizi per gli scorsi anni non ha previsto nessuna politica sociale specificatamente rivolta agli immigrati. Comunque va detto che, a parte i servizi sociali, anche se non direttamente, il Comune di Castel Volturno patrocina le numerose iniziative messe a punto da associazioni e scuole. Inoltre, alcuni progetti di inclusione sociale sono curati ed attuati in partenariato con la Provincia di Caserta. 29

Secondo Legge 8 novembre 2000, n. 328. "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali" dovrebbe operare un assistente sociale ogni 5.000 abitanti. 30 Ringrazio la sig.ra Paola Parisi, assistente sociale presso i Servizi Sociali del Comune per aver voluto gentilmente rispondere ad alcune mie domande.


2.3.5 I minori stranieri e la scuola la scuola è la prima istituzione a livello nazionale ad accogliere e permettere di avviare l’inserimento dei minori stranieri nella società locale. Nella Regione Campania, secondo i dati del Ministero della Pubblica Istruzione, gli alunni di cittadinanza non italiana sono stati 8.598 per l’a.s. 2005/2006 con una percentuale che si attesta intorno al 2,0% della popolazione scolastica di cittadinanza non italiana distribuita nelle diverse regioni31, per lo più concentrata nelle scuole elementari e medie inferiori. Di questi, 2.227 hanno frequentato le scuole della provincia di Caserta, numero che è pari all’1,47% della popolazione scolastica globale dell’intera provincia32. Castel Volturno si attesta naturalmente tra i comuni con il numero di alunni stranieri più significativo, con un’incidenza ben al di sopra del dato complessivo percentuale per l’intera provincia. Per la scuola dell’infanzia, Castel Volturno 1° Circolo ha l’11,4% di stranieri (36 su 316 allievi), Castel Volturno 2° Circolo ha il 9,1 % di stranieri (23 su 253), che nel totale rappresentano il 20% circa degli alunni stranieri presenti nelle scuole della provincia per quel grado di istruzione33. Per quanto riguarda la scuola primaria, in Castel Volturno 2° Circolo la presenza di stranieri è pari al 12,86% degli allievi (72 su 560), mentre in Castel Volturno 1° Circolo è del 9,97% (64 su 642), e dunque il totale degli alunni stranieri per il primo grado d’istruzione, che è di 136 unità, ha un’incidenza del 13,62% su base provinciale34. Infine, per la scuola secondaria di 1° grado, Castel Volturno Pinetamare ha il 12,53% di presenze di alunni non italiani per un totale

31

FONTE: Elaborazione su dati del Sistema Informativo del Ministero della Pubblica Istruzione. “Rapporto sugli Alunni con Cittadinanza non Italiana, Scuole statali e non statali, anno scolastico 20052006”. 32 FONTE: “Monitoraggio alunni stranieri presenti nelle scuole della provincia, anno scolastico 20052006”, a cura e su gentile concessione della dott.ssa Eugenia Carfora, responsabile Ufficio Alunni Stranieri presso l’USP di Caserta. Secondo il Monitoraggio, il numero totale degli alunni iscritti nelle scuole statali della provincia è stato di 156.434 unità, ivi compresi gli alunni stranieri. 33 In base al “Monitoraggio alunni stranieri presenti nelle scuole della provincia, anno scolastico 20052006” (vedi nota 16), il totale degli alunni stranieri iscritti alla scuola dell’infanzia in provincia di Caserta è pari a 302 unità. 34 Sempre in base al “Monitoraggio alunni stranieri presenti nelle scuole della provincia, anno scolastico 2005-2006”, il totale degli alunni stranieri iscritti alla scuola primaria in provincia di Caserta è pari a 998 unità.


di 49 unità su 391, mentre la S.M.S. Garibaldi ha un’incidenza del 3,11%, ossia 12 alunni stranieri su un numero totale di 385, con un totale di 76 alunni per la scuola secondaria di 1° grado, pari al 11,56% su base provinciale35. La presenza di alunni frequentanti è un indice importante a dimostrare che l’immigrazione del territorio è sempre meno temporanea e sempre più permanente. Inoltre la percentuale rilevante di iscritti alla scuola dell’obbligo ed in particolare alla scuola dell’infanzia e primaria indicano che siamo in presenza oramai di cittadini non italiani di seconda generazione, cioè nati in Italia, per molti dei quali la lingua italiana non è più soltanto lingua veicolare, ma è lingua madre. Dunque, così come rilevato dagli insegnanti e operatori scolastici presenti sul territorio, le difficoltà di insegnamento della lingua italiana ai bambini stranieri che a casa sentono parlare altre lingue è la stessa che si riscontra tra i bambini italiani che a casa utilizzano il dialetto, tanto più in un territorio difficile come Castel Volturno, dove il concetto di interculturalità non riguarda semplicemente le diversità culturali ed identitarie caratterizzate dalla provenienza geografica, ma anche e soprattutto dal contesto sociale e familiare di provenienza degli stessi alunni cittadini italiani.36. L’esigenza di potenziare le attività di insegnamento dell’italiano come L2 riguarda piuttosto i genitori e per questi dovrebbero essere pensati corsi continuati e sistematici. Tra gli alunni stranieri, invece, vanno promosse iniziative relative al mantenimento della propria lingua d’origine, soprattutto per i minori nati in Italia o arrivati nel paese in tenera età. Diventa, inoltre, necessario, individuare e adeguare spazi dove poter svolgere attività che aiutino i minori a sviluppare le diverse capacità, ad interagire con i coetanei italiani, a rafforzare il senso di fiducia verso se stessi e la comunità, dove poter riconoscersi 35

Secondo il “Monitoraggio alunni stranieri presenti nelle scuole della provincia, anno scolastico 20052006”, il totale degli alunni stranieri iscritti alla scuola secondaria di 1° grado in provincia di Caserta è pari a 536 unità. 36 Ringrazio per vari suggerimenti e per l’interessante e ricco confronto, Gaetanina Ricciardi e Antonio Gucchierato. La dott.ssa Getanina Ricciardi è responsabile Legalità e Intercultura del 1° Circolo Didattico di Castel Volturno, il dott. Antonio Gucchierato, è organico funzionale della stessa scuola per il Programma d’intervento “Il Disagio: dalla rilevazione … agli interventi, per il raggiungimento del BEN ESSERE”, percorso sulla prevenzione del fenomeno della dispersione scolastica, anche in particolare per gli alunni extracomunitari.


come risorse imprescindibili per lo stesso paese che li accoglie, senza dimenticare però, la cultura d’origine. Questo, in alcune realtà scolastiche, si scontra con processi di marginalizzazione che sfociano spesso in fenomeni di abbandono, devianza o malessere. Una delle istituzioni che meglio ha risposto alla presenza di stranieri sul territorio è stata proprio la scuola. Mentre in buona parte della provincia, dove il fenomeno migratorio non è così vistoso, non si sono fatti grandi investimenti sull’interculturalità e le istituzioni scolastiche si trovano talvolta ancora impreparate rispetto ai molteplici dubbi e situazioni che la presenza degli alunni immigrati, portatori di altre culture, evidenziano, le scuole di Castel Volturno37 hanno saputo nel tempo costruire percorsi che possono essere senza indugio annoverati come “buone prassi” in termini di accoglienza, integrazione e educazione degli alunni stranieri. A titolo esemplificativo e senza nulla togliere all’impegno degli operatori delle altre scuole presenti sul territorio38, è interessante citare alcune delle tante attività poste in essere dal 1° Circolo Didattico di Castel Volturno in questo ultimo anno scolastico, che rappresentano la maturazione di un’esperienza decennale di professionalità in termini di educazione interculturale39. Il P.O.F. per l’anno scolastico 2006/2007 è praticamente costruito intorno ai concetti di legalità ed interculturalità, nell’ambito dell’educazione alla convivenza civile, che concepisce la scuola come centro di aggregazione sociale e culturale e come luogo di incontro delle diversità, per favorire i rapporti interpersonali, le relazioni sociali, un opportuno arricchimento culturale, 37

Le scuole attualmente presenti nel comune di Castel Volturno sono: 1° Circolo Didattico di Castel Volturno, 2° Circolo Didattico Villaggio Coppola, Scuola Media Statale "G.Garibaldi", II Scuola Media Statale "Pineta Mare", Scuola Alberghiera, Istituto d’Arte, Liceo Scientifico e varie scuole private. 38 Con il Decreto Dirigenziale n. 349 del 2006, la Regione Campania ha finanziato, per l’anno scolastico 2006/2007, il Progetto “Scuole Aperte” con l’obiettivo, tra gli altri, di “favorire l’apertura delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado anche oltre l’orario curricolare, allo scopo di rafforzarne la funzione di centro di promozione culturale, sociale e civile del territorio e di formazione di cittadinanza attiva”. Tra le scuole che hanno ricevuto il finanziamento di 50 mila euro vi è anche l’Istituto Alberghiero di Castel Volturno, con il progetto “FOCUS” (formazione, orientamento e cultura per l’uguaglianza sociale), a cui hanno aderito il Centro Laila, il Centro Fernandes e il Comune di Castel Volturno. 39 Si fa riferimento alle attività del POF per l’a.s. 2006/2007 che è lo strumento di Programmazione dell’Offerta Formativa nella scuola dell’Autonomia.


l’inserimento e l’integrazione di tutti gli alunni che vivono in situazioni problematiche. Senza andare ad indagare negli assunti teorici alla base della progettazione didattica contenuta nel P.O.F., attorno a queste due aree, ossia legalità ed interculturalità, si sono elaborati i seguenti percorsi operativi: “Educazione alla salute – cibi, sapori e salute”, “Il libro mio amico”, “Il cinema a scuola”, “Gioco sport a scuola”, “Torneo Fair Play – la pallamano a scuola”, “Il Consiglio Scolastico dei ragazzi”. Essi sono stati sviluppati in attività corali, di laboratorio e di educazione ai valori religiosi, laici ed interculturali, oltre che in progetti realizzati con finanziamenti PON e POR destinati alle scuole per Area a rischio e a forte flusso migratorio. Le attività40 sono in molti casi attuate in collaborazione con altri istituti scolastici e/o con gli enti del terzo settore, con il patrocinio del Comune. Sono attivate, inoltre, collaborazioni con gli enti del terzo settore, come il Centro Laila, o con i servizi sanitari pubblici, come l’ASL CE2 settore Neuropsichiatria Infantile, per facilitare l’inserimento e l’integrazione dei minori a rischio. Questo quadro roseo delle istituzioni scolastiche sul territorio nasconde tuttavia qualche tinta fosca. La scuola si attiva e produce iniziative efficaci per l’integrazione e contro le devianze. Tuttavia, coloro che tra i suoi operatori si interessano maggiormente a queste problematiche devono far fronte a momenti di demotivazione dovuti alla percezione di una indifferenza velata rispetto a tutte le loro iniziative. E’ come se la scuola, malgrado le tante connessioni e reti poste in essere, si sentisse in qualche modo isolata, senza punti di riferimento e senza interlocutori per un confronto.

40

Tra le esperienze attuate vanno citate “la tombolata della solidarietà”, “ricordiamo la shoah”, “festeggiamo la giornata della legalità”, “la giornata interculturale e multietnica”. Solo a titolo di esempio, la giornata interculturale e multietnica è caratterizzata da una serie di attività come: l’allestimento di biblioteche di classe; la lettura di testi; la videoproiezione di film; la sceneggiatura, riprese e montaggio di un filmato; la mostra fotografica; i dossier giornalistici; canti, danze, arte culinaria, poesie dei paesi di provenienza degli alunni stranieri presenti nella scuola, mostra didattica in un intera settimana “per riscoprirci insieme”.


3. IL PROGETTO

Rispetto a quanto sopra delineato,

sembra chiaro che l’anello di

congiunzione tra i vari provvedimenti ed iniziative passi attraverso una profonda riflessione da parte di tutti coloro che operano per il territorio. Malgrado l’impegno istituzionale, sembra che manchi a monte una politica interculturale integrata che consenta di affrontare i problemi di Castel Volturno in maniera globale e sistematica e che si traduca, nella prassi, in un lavoro di rete. Si ha cioè l’impressione che ogni istituzione, sia essa il Comune, la scuola o l’associazione di volontariato, leggano il problema della convivenza civile ognuna secondo i propri strumenti, senza interagire pienamente tra di loro e senza che questi strumenti siano sempre adeguati ad analizzare la situazione reale. L’analisi di contesto effettuata ha sostanziato le ipotesi iniziali, che possono essere così sintetizzate: -

la popolazione oriunda di Castel Volturno non si confronta adeguatamente con la comunità di residenti non italiani e persiste ancora diffidenza tra le comunità.

-

Non si conosce il reale numero di presenze di cittadini non italiani, per la forte percentuale di irregolari, e ciò a causa di: a) leggi nazionali vigenti; b)

area

considerata

come

luogo

di

residenza

temporanea

o

passaggio/smistamento; c) controllo di gruppi di stranieri da parte della criminalità sia italiana che straniera; d) mancanza di un censimento delle effettive presenze da parte degli uffici dell’ente locale preposti; -

La popolazione non italiana continua in certa misura a riscontrare difficoltà per quanto attiene l’accoglienza, le condizioni abitative, il lavoro, i servizi sociali e sanitari;

-

Le scuole presenti nel perimetro del comune, elaborano ormai da tempo piani di offerta formativa interculturali lavorando anche in rete con


associazioni di terzo settore. Il loro lavoro di buone prassi è spesso tuttavia limitato dall’insufficienza di risorse, umane e finanziarie, e dalla mancanza di un riscontro e di un punto di riferimento in una politica integrata di territorio; -

Non vi è un progetto sistematico di integrazione culturale degli adulti stranieri che passi attraverso l’istruzione e la formazione;

-

Non vi è un vero e proprio lavoro di rete tra comune, associazioni e scuole presenti sul territorio. L’ente comune attualmente dimostra estrema sensibilità alle problematiche interculturali ed offre sempre la sua disponibilità. La sua collaborazione esiste, ma risulta collegata alla specifica iniziativa e dunque termina con il termine dell’iniziativa stessa.

-

La conoscenza delle problematiche correlate all’interculturalità non è omogenea tra i vari operatori istituzionali, sociali ed educativi; le competenze risultano settorializzate.

Il progetto trova la sua motivazione proprio nella divulgazione e messa in rete dei diversi aspetti dell’interculturalità, tramite le pratiche riflessive e il rafforzamento delle conoscenze e competenze interculturali che travalichino i confini della singola scuola, della singola associazione o dell’ente locale, per l’elaborazione di una progettazione comune che abbia un definito fondamento pedagogico, che è quello del cambiamento. Come poter infatti risolvere una serie di criticità se non vi è un coordinamento tra coloro che sono chiamati a farlo ma ognuno agisce in base alle proprie necessità, ai propri servizi, alle proprie competenze? Come poter aprire la popolazione oriunda al diverso, come far sì che essa accolga pienamente di vivere in un tessuto multiculturale se le stesse istituzioni non studiano sistematicamente il fenomeno, non riflettono sul loro operato quotidiano e non elaborano progetti sociali di integrazione e accettazione insieme a tutte quelle organizzazioni che da anni hanno sviluppato notevoli competenze operando sul territorio? L’azione pedagogica consiste proprio nel non trattare più le criticità sopra accennate ognuna secondo un percorso specifico, com’è stato fino ad ora, ma nel


modificarle e ripianarle attraverso l’elaborazione di un progetto complesso che sia al contempo territoriale ed interistituzionale. Esso deve avere l’obiettivo di promuovere la riflessione interculturale nell’attività quotidiana di gestione delle criticità; deve inoltre e soprattutto potenziare le capacità di lavoro di rete. Questo può verificarsi soltanto attraverso l’istituzione di un servizio territoriale permanente, che faccia capo all’ente comune, con funzione di coordinamento, progettazione ed attuazione di politiche interculturali integrate, che, partendo dal territorio, concepisca le sue prassi in una dimensione europea e le colleghi ad un percorso educativo continuo di formazione formatori.

3.1 Il servizio

Il servizio territoriale permanente per le politiche interculturali nasce come settore collegato all’ufficio per le politiche sociali del comune, ma con una propria autonomia gestionale, una propria capacità di risorse umane e finanziarie ed una propria specificità tematica. Qui non si tratta di stabilire le priorità sociali del territorio, che a Castel Volturno interessano sicuramente più i cittadini italiani che non gli stranieri, avendo questi ultimi potuto usufruire nel tempo di una vasta e diversificata rete di solidarietà che ha sopperito in molti casi alla mancanza o alla scarsità di servizi sociali. Qui si tratta di raccogliere, e questo va ribadito, esperienze positive ma disgiunte ed utilizzarle per porre le fondamenta di una politica territoriale comune, che possa diventare modello di buona prassi su scala nazionale ed europea. Bisogna istituire una struttura stabile con un suo dirigente e un suo gruppo di lavoro di emanazione comunale, ma con correlazioni territoriali, provinciali e regionali41 e con capacità di proposta di percorsi innovativi, di attrazione di fondi dedicati e di lettura ed applicazione aggiornata ed appropriata degli strumenti 41

Non è questo il luogo per delineare le figure professionali coinvolte. Questo richiederebbe un approfondimento del progetto e un’articolazione molto dettagliata di funzioni e attività. Il senso di quanto descritto è semplicemente quello di abbozzare un’idea di fondo e di individuarne il profilo pedagogico e la dimensione europea.


normativi in essere sul piano regionale, nazionale ed europeo, che sia un punto di riferimento per tutti i suoi fruitori, siano essi cittadini non italiani o istituzioni, e che abbia, come finalità correlate e parallele, il coordinamento, la progettazione, la ricerca, la formazione e la valutazione42. Per quanto riguarda il coordinamento delle politiche interculturali, esso deve sopperire alla funzione di informazione, di accoglienza, di assistenza nella ricerca di una soluzione abitativa e di un lavoro, nell’introduzione dei minori alla vita scolastica e sociale, nella scelta di percorsi formativi di integrazione per gli adulti,

nell’accompagnamento ai servizi sanitari. Questo servizio, seppure

istituzionale, deve essere aperto a tutti i cittadini stranieri in arrivo, regolari e non regolari. Ciò vale a dire che, superando la vigente legislazione nazionale in materia di immigrazione e nella prospettiva delineata dal nuovo disegno di legge nazionale e da quello regionale, esso deve considerare la persona non italiana, come un cittadino a tutti gli effetti, a prescindere da quella che sia la sua provenienza e il suo progetto di vita, e questo approccio, nella funzione della creazione di un sentimento di fiducia reciproco tra chi arriva e tutte quelle istituzioni che rappresentano lo Stato a livello territoriale43. In questo senso, la funzione di coordinamento deve tradursi in azioni specifiche volte all’incontro dei fruitori del servizio con tutte le strutture ad esso collegato. Per quanto riguarda ad esempio l’accoglienza, il servizio dovrebbe guidare il migrante nella sua prima sistemazione, ricerca di opportunità lavorative, diritti e doveri. Questo significa, in pratica, registrare il nuovo venuto e i suoi familiari come residente, anche se non regolare o di passaggio, e accompagnarlo nei vari uffici ed enti che debbono garantirgli i suoi diritti, ma 42

Trattandosi di un progetto ipotetico, non ho indagato sui meccanismi e gli strumenti normativi che consentirebbero l’istituzione di un servizio come quello che ho tentato di descrivere. Sono tuttavia convinta che, se si riuscisse a trasformare questa ipotesi in volontà politica comune, sarebbe forse possibile prevedere uno studio di fattibilità che rispetti i termini e le competenze stabiliti dalla legge per la creazione di un servizio interistituzionale di pubblica amministrazione sulle politiche interculturali su base territoriale. 43 Uno dei primi e grandi ostacoli alla piena integrazione è, infatti, proprio la paura e la diffidenza degli immigrati appena arrivati in Italia, generata dalla non conoscenza dei servizi che esistono e che sono a loro disposizione, ma anche da una legge nazionale, la Legge Bossi-Fini, contraddittoria e talvolta incostituzionale che, nel momento in cui considera gli stranieri soltanto quando regolarmente inseriti dal punto di vista lavorativo, crea essa stessa sacche di clandestinità ed irregolarità punibili per legge, in un circolo vizioso dove la persona straniera non ha diritto di cittadinanza.


anche prospettagli i suoi obblighi. Dunque accompagnamento ed iscrizione a scuola dei minori; iscrizione al Centro per l’impiego territoriale e ai servizi sanitari; iscrizione agli elenchi per l’ottenimento di abitazioni popolari a basso fitto e informazione sui servizi di locazione privata adeguata a canoni agevolati stabiliti dall’Ente comune; informazione sulle attività sociali e culturali comunali e delle associazioni e cooperative di terzo settore. Per quanto concerne la progettazione delle politiche interculturali, essa rappresenta un nodo fondamentale del servizio. Questa funzione fa da raccordo tra il livello di orientamento politico e quello di prassi e interessa trasversalmente tutti i servizi aperti sul territorio. Essa è alla base di tutte le altre, ossia il coordinamento, la ricerca, la formazione e la valutazione, ed è alla base di tutte le azioni che sostanziano le diverse funzioni. La capacità di progettazione prende le mosse dalla capacità di ricerca, ossia di lettura del territorio e delle sue criticità, così come dalla capacità di riflessione sui bisogni che via via si manifestano nella gestione delle attività del servizio e sul loro superamento attraverso l’attuazione dei tanti strumenti progettuali previsti in particolare su base regionale ed europea. In questo senso, il servizio, deve anche mirare alla promozione e alla proposta di cambiamenti legislativi necessari per rendere efficaci le politiche interculturali integrate44. Anche nel caso della progettazione, le azioni specifiche si orientano al miglioramento dell’offerta di servizi e alla piena integrazione. Le azioni possono tradursi in progettazione vera e propria in settori differenziati con l’ausilio delle competenze dei vari enti del territorio, ma anche di coordinamento di diversi progetti settoriali di iniziativa di diversi enti, ma rivolti alla realizzazione di un unico percorso integrato. La progettazione dovrebbe interessare, ad esempio, percorsi di formazione professionale in concomitanza con i Centri per l’Impiego, i centri di Educazione per gli adulti, le categorie professionali con maggiore 44

Senza approfondire questo aspetto, che richiederebbe un’ indagine a parte, è chiaro che mi riferisco alla politica di coesione dei fondi strutturali europei, attraverso la quale l’Unione Europea incoraggia quelle iniziative e quei progetti che valorizzano la dimensione europea del territorio, come le operazioni di gemellaggio tra città europee, e sostiene i programmi destinati a sviluppare le azioni transnazionali di aiuto, con il fine di migliorare le condizioni di vita e di lavoro in seno al mercato unico, favorendo la cooperazione tra cittadini, imprese e amministrazioni europee.


presenza di cittadini non italiani, come l’edilizia, che assicurino una qualificazione professionale ed un assorbimento nel mercato del lavoro. Il servizio potrebbe inoltre provvedere progetti di gemellaggio con cittadine europee, in particolare olandesi o inglesi, che sono oggi luogo di residenza di migranti transitati per Castel Volturno o, nell’ambito delle politiche di ritorno previste dall’UE, progetti di cooperazione decentrata rivolti ai paesi di maggiore immigrazione, come ad esempio la Nigeria45.

3.2 La formazione

Certo tutto questo non è possibile se a monte non si prevede l’elaborazione e l’attuazione di un percorso di formazione continua rivolto agli stessi operatori del servizio e ai responsabili di tutti quegli organismi, la scuola, l’ASL, le associazioni di terzo settore che contribuiscono al suo funzionamento. Una formazione che deve rispondere a diverse condizioni. Innanzitutto deve basarsi sugli assunti teorici che fanno capo alla pedagogia interculturale, poiché, fermo restando le diverse competenze e funzioni che ogni figura professionale coinvolta deve esprimere e su cui deve essere continuamente formata, è indispensabile che si costruisca un nocciolo comune di conoscenze teoriche che diano a tutti la motivazione e il senso del cammino da percorrere e degli obiettivi da raggiungere. Allo stesso tempo, essa deve innestarsi sulla riflessività, ossia sulla capacità di scavare ed indagare sulle proprie azioni, sul proprio lavoro in équipe, sulla propria capacità di superare le routine e promuovere il cambiamento. Appare essenziale, in questo senso, lo studio dei rapporti tra prestazioni richieste nell’attività del servizio permanente, abilità necessarie, contenuti di sapere, congruenza tra sapere generale e specifici interventi operativi. Il nodo critico della questione è quello della competenza di persone capaci di mutare e 45

Le politiche di ritorno prevedono lo sviluppo del tessuto economico e sociale del territorio di provenienza in concomitanza alla creazione di appropriate condizioni lavorative.


valutare le forme e i modi con cui realizzare le proprie azioni passando attraverso la realizzazione della propria crescita. Affrontare in questi termini la questione, significa superare l’idea che la competenza riguardi la qualifica professionale posseduta. La competenza ha caratteristiche sociali, si lega alla conoscenza nella sua accezione più ampia, si realizza nell’ambito di una data cultura. Questo per dire che dovendo operare sui temi dell’interculturalità in un servizio integrato permanente, non basta mettere insieme distinte professionalità che lavorano con competenza nei loro settori di appartenenza, è fondamentale piuttosto che si costruisca una base di conoscenze trasversali sui temi generali della pedagogia interculturale che consentano, nell’atto pratico, di prendere decisioni e risolvere problemi in più contesti specifici seguendo tutti uno stesso approccio interculturale, anche se con saperi acquisiti e verificati in situazioni diverse. E ciò nella convinzione che le più sofisticate capacità professionali devono essere accompagnate da una visione etica dell’uomo e della vita. A livello strategico, risulta importante operare contemporaneamente sulle fasce indicate come potenziali utenti del servizio, i migranti e, nel contempo, su chi effettua il servizio, sulle strutture ed istituzioni promotrici degli interventi e sui residenti storici. L’obiettivo formativo che ci si deve porre è complesso e complessivo, perché persegue una trasformazione delle rappresentazioni che i singoli e la collettività, che gli operatori e i fruitori, dentro e fuori delle istituzioni hanno delle proprie possibilità di agire sulla realtà e sull’ambiente. La struttura non deve limitarsi a fornire servizi più o meno efficaci, ma che comunque hanno la sola funzione di compensare una sperequazione, di attenuare alcuni bisogni che sono l’accoglienza, la ricerca di un lavoro o di migliori condizioni abitative, senza però mutare i rapporti di subordinazione in cui si collocano i migranti e continuando a considerarli un gruppo, una etnia, una parte, un fenomeno diverso, che ha il suo spazio nel contesto ma che si sovrappone ad altri gruppi e parti senza trovare termini di incontro se non quelli del riconoscimento e del rispetto della diversità. Essa deve educarsi, attraverso la


formazione continua dei suoi operatori e degli enti ad essa collegati a scardinare comportamenti consolidati di chiusura sociale, a modificare il clima emotivo complessivo, le percezioni reciproche, le modalità interattive, passando da un atteggiamento multiculturale ad un atteggiamento interculturale. Il multiculturalismo pone l’accento sul riconoscimento delle differenze etniche, religiose, sessuali e addiziona queste differenze, giustappone gruppi e sfocia in un mosaico sociale dove sono privilegiate le strutture, le caratteristiche e le categorie. Come è stato fino ad ora a Castel Volturno, di fatto ci si arena su una strutturazione sociale di co-abitazione, di co-presenza

di gruppi e di

individui che può risultare conflittuale, in quanto non sono poste in causa le relazioni inique tra cittadini italiani e cittadini stranieri, le relazioni tra gruppi. L’approccio interculturale non ha, al contrario, l’obiettivo di identificare l’altro racchiudendolo in una rete di significati, né di stabilire paragoni sulla base di una scala etnocentrica: il dialogo non è con uno “straniero”, ossia con una persona di nazionalità o cultura diverse, ma semplicemente con l’altro. La formazione continua ha lo scopo di cambiare l’approccio degli operatori in senso interculturale, ponendoli nella capacità e nella condizione di decentrarsi e dunque di guardare da altre prospettive, di mettersi al posto dell’altro e sviluppare l’empatia, di cooperare, di comprendere come l’altro percepisce la realtà che non è più un mosaico ma un corpo dinamico in cui i gruppi, gli individui e le identità interagiscono. Da questo lavorio continuo di riflessione e cambiamento che attiene all’aspetto educativo e pedagogico della formazione possono derivare precise conseguenze sul piano della creazione di forme di compartecipazione con tutto il tessuto sociale ed uso delle risorse in un’ottica progettuale che, sulla base di obiettivi precisi e di indicatori coerenti per una valutazione, riesca a determinare mutamenti strutturali in quanto all’integrazione sociale. In questo senso, il servizio dovrà dotarsi, di una funzione di valutazione interna che controlli l’efficacia e l’efficienza delle sue azioni. Ma come misurare efficacia ed efficienza? Gli indicatori che darebbero la misura del cambiamento


potrebbero essere, solo per fare degli esempi, il numero di progetti elaborati ed attuati; l’aumento del numero percentuale dei fruitori dei vari servizi; la diminuzione della dispersione scolastica tra minori stranieri; il miglioramento delle condizioni abitative; l’aumento di occasioni di incontro e scambio multietnico. Naturalmente essi sarebbero appropriati alle diverse azioni poste in essere e la loro variazione, oltre che punto di arrivo, sarebbe anche punto di partenza di un lavoro dinamico di ricercazione.


4. CONCLUSIONI

Questo elaborato ha avuto nelle mie intenzioni lo scopo di intraprendere un percorso di analisi del territorio di Castel Volturno, partendo da presupposti diversi rispetto a quelli che fino ad ora erano stati presi in considerazione. Molto è stato fatto in quest’area della provincia di Caserta e molto ancora sarà fatto con grandi competenze e grandi professionalità, quelle richieste in un contesto così difficile e complesso. Eppure, in qualche modo è stata confermata la mia impressione iniziale, e cioè di trovarmi di fronte ad una situazione in cui, malgrado l’impegno di tutti è come se ci fosse stato una sorta di corto circuito del dialogo. Quando per la prima volta mi sono recata sul territorio per capire, raccogliendo le informazioni e le impressioni delle persone che ho incontrato e che mi sono state indicate come punti di riferimento sui temi dell’immigrazione, ho perso la fiducia e l’entusiasmo nel lavoro che volevo intraprendere. Ero partita dall’idea, confermatasi valida durante il mio percorso di riflessione ed elaborazione, che mancasse in qualche modo un collante tra i diversi attori e operatori e questo, malgrado la grande professionalità e i grandi risultati raggiunti nel tempo, comunque era di ostacolo alla realizzazione di una società integrata nelle sue componenti sociali. Ingenuamente, all’inizio, senza conoscere i termini del problema, pensavo di concentrarmi sull’elaborazione di una corso di formazione formatori di pedagogia interculturale che avesse come suoi utenti i dirigenti ed operatori degli enti e associazioni presenti sul territorio, poiché nella mia idea questo percorso formativo sarebbe bastato di per sé a fare interagire i diversi attori del tessuto sociale nella risoluzione dei problemi legati alla convivenza civile di persone con identità e provenienze diverse. La mia demotivazione si è manifestata al primo impatto, poiché mi sono resa conto che dovevo confrontarmi con anni ed anni di esperienze sul campo, anche dolorose, di studi e di ricerche già realizzati, di problematiche tra le più


svariate e l’idea che mi aveva entusiasmato, al confronto di tutto questo, sembrava aver perso spessore e consistenza. Ho messo tutto da parte per qualche mese, lasciandomi prendere dal lavoro quotidiano e facendo finta di non pensare. Ho superato il momento di crisi quando ho capito che il mio approccio poteva funzionare se non avesse enfatizzato le “emergenze”, ma piuttosto considerato il contesto nella sua complessità e al contempo nella sua normalità. Probabilmente, ho avuto la fortuna di poter lavorare sull’oggi, di poter elaborare nella mia mente un quadro sincronico della realtà e di non lasciarmi coinvolgere troppo emotivamente rispetto a coloro che invece hanno tracciato anno dopo anno i percorsi dell’integrazione. Con questo voglio dire che ora Castel Volturno non è più quella di venti anni fa: non è più una società in cambiamento, ma una società già cambiata, dove l’immigrato non è più lo “straniero” o il “migrante”, ma è un cittadino che ha costruito progressivamente i suoi spazi, le sue reti e i suoi punti di riferimento. Ed egli è vissuto come tale dal resto della popolazione. Molto si è realizzato per ambiti di intervento, anche grazie all’attuazione di collaborazioni trasversali, ma comunque si è prodotta una frattura che è politica in senso lato, prima ancora che sociale, tra chi opera a favore dei cittadini non italiani e chi al contrario li percepisce come un ostacolo al benessere collettivo, frattura alimentata da un’idea sbagliata che tende a considerarli nel loro insieme come una “categoria” da difendere o da denigrare. Parafrasando Roland Barthes, ogni classificazione è un’oppressione. Superare questo scoglio vuol dire proiettarsi mentalmente in una società multietnica matura, dove il rapporto dell’uno con gli altri non si misura per classificazioni ma per relazioni interpersonali e dove non vi è differenza se la persona che si ha di fronte è bionda o è bruna, ha una madre italiana o polacca, ha un nome cristiano o mussulmano. Queste considerazioni mi hanno spinto a proporre qualcosa di diverso. Non un corso di formazione formatori ben progettato per fasi ed articolazione,


ma piuttosto un servizio sociale ipotetico, che espletasse tra le sue funzioni quella di coordinare tutto quanto esiste già sul territorio e quella di progettare e realizzare il nuovo, ma che procedesse nelle sue attività educandosi continuamente al cambiamento del proprio approccio. E questo nuovo approccio dovrebbe promuovere un nuovo concetto di cittadinanza. Come dice il dott. Amadou Dieng46 nel suo intervento alla 3a Conferenza provinciale sull’Immigrazione tenutasi a Benevento nel 2005: “In conclusione, mi sembra urgente aprire un dibattito serio e non estemporaneo sulla cittadinanza, forse ripensandone la definizione. Un ruolo importante della cittadinanza e l’affermazione della stessa dovrebbe essere svolto dagli enti di informazione e dalla scuola. Sarebbe necessaria una educazione alla cittadinanza, se la si considera come la partecipazione alle attività di una comunità. A prescindere dai riconoscimenti giuridici e politici, si può essere cittadini facendo parte attiva del gruppo sociale di accoglienza, stabilendo dei rapporti di mutua reciprocità. In questo modo si attuerebbe il dissolvimento di certe barriere, principalmente ideologiche che impediscono di coniugare una cittadinanza inclusiva alla quale partecipa un numero crescente di persone con il rispetto delle singole individualità.”

46

Il dott. Amadou Djeng, sociologo ed antropologo, è mediatore culturale del Progetto MIRA promosso dal Ministero delle Politiche Sociali e del Lavoro. Lo ringrazio per avermi fatto condividere, attraverso la sua generosità e disponibilità, la sua idea interculturale di cittadinanza.


5. BIBLIOGRAFIA

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Disegno di Legge Regione Campania, Norme per l’inclusione sociale, economica e culturale delle persone straniere presenti in Campania, Giunta Regionale - Seduta del 12 maggio 2006 - Deliberazione n. 579, B.U.R.C. n. 25 del 5 giugno 2006 Habermas J., Taylor Ch, Multiculturalismo, Lotte per il riconoscimento, Miliano, Feltrinelli, 1998 Legge 943/86, Norme in materia di collocamento e di trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati e contro le immigrazioni clandestine, 30 dicembre 1986 Legge 39/90, Norme urgenti in materia di asilo politico, d’ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione dei cittadini extracomunitari ed apolidi già presenti nel territorio dello Stato, 28 febbraio 1990 Legge 189/02, Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo, 30 luglio 2002, G. U. n. 199 del 26 Agosto 2002 Mauriello R., La presenza straniera in Campania e nella Provincia di Caserta: flussi e progetti migratori, scritto non pubblicato, Progetto MIRA, Corso di aggiornamento per il personale docente dei Centri Territoriali Permanenti per l’Istruzione e la Formazione in Età Adulta della Regione Campania, Caserta 1-12 giugno 2007 McLuhan M., The Gutenberg Galaxy, Toronto, University of Toronto Press, 1962 McNiff, J., Action Research in organizations, London, Routledge, 2000 Meghnagi S., Il sapere professionale, Milano, Feltrinelli, 2005 Ministero della Pubblica Istruzione, Pronunzia del Consiglio Nazionale della P.I. sull’educazione interculturale nella scuola, Circolare Ministeriale n.122 del 28 aprile 1992 Ministero della Pubblica Istruzione, Dialogo interculturale e convivenza democratica: l’impegno progettuale della scuola, Circolare Ministeriale n. 73 del 2 Marzo 1994 Ministero della Pubblica Istruzione, Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri, Circolare Ministeriale n. 24 del 1° marzo 2006 Ministero della Pubblica Istruzione, Rapporto sugli Alunni con Cittadinanza non Italiana, Scuole statali e non statali, anno scolastico 2005-2006, dicembre 2006. Oriol M. “Aspects situationnels et aspects structuraux”, in Marine Abdallah Partceille et Alexander Thomas, Relations et apprentissages interculturels, Paris, Armand Colin, 1995 Pugliese E., Razzisti e solidali. L’immigrazione e le radici sociali dell’intolleranza, Roma, Ediesse, 1993 Primo Circolo Didattico di Castel Volturno, Programmazione dell’Offerta Formativa anno scolastico 2006/2007, ottobre 2006 Regione Campania, Immigrazione – Idee progetto per contrastare manifestazioni di disagio nelle periferie urbane, Deliberazione n. 392 del 7 marzo 2007 Schön D., The reflective practitioner. How professionals think in action, Temple Smith, London, 1983


INDICE

1. LE RAGIONI..............................................................................................................3 2. IL CONTESTO...........................................................................................................5 2.1 Analisi del tessuto socio-economico ....................................................................5 2.2 Chi sono gli immigrati presenti a Castel Volturno?..........................................8 2.3 Le principali problematiche dell’immigrazione ..............................................12 2.3.1 I processi di accoglienza degli immigrati nella comunità locale..................13 2.3.2 Il mercato del lavoro .....................................................................................15 2.3.3 I servizi sanitari.............................................................................................17 2.3.4 I servizi comunali ..........................................................................................19 2.3.5 I minori stranieri e la scuola .......................................................................21 3. IL PROGETTO ........................................................................................................25 3.1 Il servizio .............................................................................................................27 3.2 La formazione .....................................................................................................30 4. CONCLUSIONI .......................................................................................................34 5. BIBLIOGRAFIA ......................................................................................................37

politiche-interculturali  

IL SERVIZIO TERRITORIALE PERMANENTE PER LE POLITICHE INTERCULTURALI DEL COMUNE DI CASTEL VOLTURNO LE TESI Ipotesi di intervento di prassi su...