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roberto cavallera

slm


i

il battista s’avanzava in una lettura per forza di cose incompleta, recitata a braccio, con gioco di polso. l’edizione era tascabile, dentro ci stavano salomesse tutte nude autentico

prodigio,

perso

tra

crepe,

salive,

minutamente scomposto per colpa d'un che di pensato: bene, si disse, la storia è mancamento sangue di cagna sentor di capitale non sapeva più un cazzo di niente e di nessuno: una rabbia.. tutt’intorno bocche tridentine di cantilene consone ad


un brucare lento d’arterie sclerotiche, storpie e tutti a chiedere come va? come non va? cosa fai? ma un lavoro ce l'hai? non faccio niente dammi un soldo improvviso un inebriante profluvio di santi e di fanti sbuca da dietro le tende aggiornandolo sugli ultimi suoi, diciamo cosÏ, smarrimenti. difficile sorprenderli. disputano su questioni fiscali. se ne andranno solo all'alba il momento clou della serata fu la proiezione di quel superotto dove madame si fotteva tutta nuda tutta sola tutta nuda (risate) (si fotteva) (si fotteva) (tutta nuda) (tutta sola) (tutta tutta) calarsi à sens ou en abÎme (impossibile stabilirlo) in certe elucubrazioni di cui tanto si millanta o calarsi


invece perfettamente nella parte,

à travers le

changement de notre échec... ché gli spiriti parlano solo francese, ‘sti stronzi... si trovò a pensare (subito ennesimamente smarrendosi) era il momento, come dire, di significarsi in nozioni, o meglio in categorie d’un certo squisito sfinimento. sentirsi per un attimo a proprio agio: no, sarebbe stato troppo. era però assai sofferente e soffiava da tutti i fori si consumò struggendosi fino all’ultimo in una rabbia vanamente progressiva, moderna, ma piena di rughe bene, si disse il tutto tra il dire il fare il baciare - mentore di cose stupidissime che si fatica persino a pensare nell’unto della cella, immobile e centripeto, sta il battista come un povero cristo


somigli a quel diavolo d’un belfegor.. vero schianto e stridor di gomme presto recisa di netto tutta quella sapienza, con relativo fluire dinamico di ceneri subito disperse tra mille e mille altre. io ho visto poco o nulla superiore ma perfettibile, il buon dio stava a guardare tutto quello tutto quel che vuoi my princess per un tuo ballo tutto tutto quel che vuoi per un tuo fai un salto fanne un altro improvvise, le pelli, si distesero in campiture frolle e nerissime e venose e tutte spese in specie d'acque nere senza meta guarda in su guarda in giù dimmi perché, perché non m’ami più


ii

dittature di crespe, stupidissime godive, di quelle ne vanno a iosa, ebbe a dire s. un dì di maggio, di sotto al pergolato di rose col buon e. seduto poco più in là, sulla sdraio, a buscarsi un bel sole ecc. "si dà alla pittura adesso, lo scemino" scivolandole sulle vesti, quello le tolse dalle mani il tascabile sostituendolo col suo ca.. cavalier? calesse? va? avviato il superotto si vedeva il battista dopo il taglio tirare ancora un respiro - ma no, erano solo i nervi mentre sfrega ancora la testa del santo fra le gambe (l’alito intanto fattosi pesantissimo) la fanciulla rompe l'attimo di silenzio "bel filmino, ma quella sono io?"


elucubrazione & guarigione quella testa, quell'odore.. alla festa e. si guardò intorno preso da un odio.. ma non fece in tempo a profferir parola, solo un "cazzo!" gridato fortissimo per l'esiguo numero di bocche da (appassionatamente) baciare non spirti ma solide carni! declama s. con far da melodramma some infinitely colta da insana allegrezza, s. si felicitò per l’impresa. telefonò alla madre che, compiaciuta, le chiese: e la testa dove la tieni? sorpresa da quella domanda, s. balbettò qualcosa, mordicchiandosi le unghie, come un belfegor qualsiasi,


ma cosa, cosa avete, cosa ho combinato! diss’ella fintamente sgomenta fintamente sorpresa absit om ah le beatitudini avvitate ai candidi panneggi ad altre nude, nude a braccio, disperse in molli ardori sicché s. prese la testa e la piazzò in bella mostra sul bracciolo del trono - va là! guarda vecchio! - mi si rizza il cuore.. - ..va là! neh che messa così sembra più piccola? assicura quindi la reliquia al bracciolo con chiodi e spago. sul legno regale la zarina verga: una cagna di troppo eh? (scritto con un gessetto, forse arancione, forse un rossetto) sì, presa, presissima da un dinamico rimestìo tutto


interiore

romantique - aspirando trinciato forte di

brune semenze interessata a chissĂ quali saperi, a chissĂ  quali cieli. intesa a cucirsi in pelli seminuove, la buona s. bramava ora uno spasimante, uno qualsiasi


iii

s. se ne sta lì, ignuda, son già ore

in copertina

sembravo più magra poco più in là un’alba alquanto liquida a stento riempie vuoti innumerabili, consoni. il festino attraversa una fase di stanca. lo guarda, di tanto in tanto, il cranio del battista, ma com’eri da vivo?.. non ricordo più.. mormora (quasi) inconsolabile.. com’è già che si fa? l’ago, una punta, un niente, com’è già?.. trovata la vena tira su la gamba scoprendola dal plaid te

siamo come ultimi io e

s'appisola

di replica in replica s. recita secondo un proprio ritmo ematico, progressivo, rauco. suda parecchio. enfatica agita le braccia come per dire cosa, cosa mai, cosa mai ho combinato


si trova detestabile, anche quando le ricostruiscono un interno definitivo e refrattario a tutto, per soli denari trenta ai giudici confessò nulla, si raccomandò solo a un poco di sana clemenza sebben deficiente che neanche lui si capiva niente à si solo c’est di cosa nous-m


iv

sui tavoli massicce dosi di diavole mezze crude a concimar grossi vasi per ancor piĂš grossi travasi, spiritesse plastiche pittate in cromĂŹe esuberantissime stilettate da nerchie impertinenti s. sospira, gestendo il cazzo ribelle del secondo soldato. lo prende, lo bruca, pallido e assorto. dammi il piede, tienlo fermo, dritto, su

cosĂŹ, bravo, ma fermo, fermo,

ti faccio vedere ecco, bravo, le vedi adesso? le stelle, dico, le vedi? belle, belle che sembran vive, bravo, tieni fermo, cosĂŹ ti sale meglio la zarina conta fino a tre dei trenta denari, giĂ persa, ha perso il conto, li posa tutti sulla mano del soldato, che ringrazia e se ne va


cosa c’è di più inebriante d’un sangue sibillino e denso disperso in rivoli piangenti nervi del povero g.

sorpresa dalla stranìa dei

non son capace di regolare la

pressione, mi perdoni? e se invece ti facessi una se.. il braccio allungato, correttamente, perfettamente, su s. viene richiesta per un altro ballo dal sempre più centrifugo e. (a scialare)


v

trasferitasi provvisoriamente nei suoi appartamenti, sempre

piĂš

seminuda,

s.

telefona

alla

madre,

confessandole colpe mai sue, m’ha presa la coda del diavolo sficata dal malefizio e dal tremendo, maman, t'es encore là ? la madre offesissima, credendolo uno scherzo, riattacca


vi

colse la zarina un'ansia improvvisa... prese quindi la testa e il resto del battista provandosi a ricollegarne le arterie le vene le ossa i nervi eppure non son passate che due ore.. s. opera energicamente, domando con robusto ricamo la refrattarietà dei pezzi alla loro ricollocazione. da vera regina avvita con più forza le viti, invoca con più voce il divino la scienza non fa miracoli, le scappò di pensare vedi com’è facile stremata dall'impresa per quella guarigione promessa (ma più che altro amplessa), s. venne meno. la ritrovarono a mattino inoltrato, riversa sulla dormeuse,


con il plaid ancora allungato sulle gambe, fintamente morta, fintamente sospesa


vii

era un caldo dì di maggio, ricordi? con affetto tua

oh

ehi... vieni, colazione è pronta, i biscotti li vuoi? no? vuoi solo lappare? oh, ti fa male piegare il collo, piccolo, piccolo, non ti va nemmeno di guardare? in attesa d’ulteriori sviluppi s. disegna sulla tovaglia una testa, ci mette due biscotti, un tappo e un elastico, particolari utili a riconoscerne lo strazio. s. misura poi la testa con compassi precisissimi, tanto da farla sembrare vorrei averti partorito giusto qui, nello stesso posto dove ti vorrei fare-

così rapace, rapace...

l’oscillazione dell’orizzonte, non farti distrarre, fammi dammi fatti dammi almeno una cara


nell’incandescenza divertita delle articolazioni le prose vengon su da sole echte brecht ech tr


viii

non so se mi servi davvero - dai scivoliamo sul verde avverto un sapore - ridi vedendomi scivolare - è solo per rispetto delle convenzioni se mi aiuti a rialzarmi, sei tu a tirarmi, non vedo bene, la colpa è del pasto esiguo del tuo ben volermi. vedi, dobbiamo trovare un passaggio nel cerchio, nell’arco sacrosanto del puro spreco. l’erba sembra vera, ne prendi una ciocca, no, un ciuffo, ci butti una mano, un braccio intero, poi lo tiri fuori intben intb non riesci a dire bene, mi preoccupi un po’ quando fai così, con la terra che m’accorgo essere d’un marzo increscioso rassicuri la terra le

sostanze

più

è piovto, ha piouto mi

conti, enumeri, elenchi a modo tuo comuni

rinvenute

nel

corso

dell'indagine, improvvisamente ti si vede il fiato, riesci a mettere un po' d'erba fra i denti, che ridere, non riesci a masticarla


se non mastichi come fai a mandarla giĂš come fai? allora la mastichi fino a farne una pallottola che poi sputi sul piede, non senti, non vedi granchĂŠ non afferri il senso


ix

frequento da tempo altissime teorie. detto tra noi, niente di che, sono innocue e comunque dicono che si deve soffiare fino a far seccare la pasta, aspettare qualche minuto che venga su una, tipo una creatura, poi gridarle una cosa qualsiasi, la sentirai a sua volta gridare, a pretendere di partorirla ancora, ma subito, poi, ti prende e t'avverte che ha già voglia

l’interprete interpreta il rivederti come un segno nefando, e ti sputa, a te, che non sai proprio niente che non hai colpa di niente l'interprete interpreta i gesti, la postura. ti dà del tu e t’informa che non t’ha mai vista


mai vista prima ma t’insegna come tenere il tempo della battuta, il ritmo, batterlo tap tap per farti ballare tap tap tap, ti dice di bracci e di gambi, madame, farne rami


x

persa nel mare secco del deserto s. è tutta assorta nella pratica miserabile del darsi un tono per quello che sta per dire fare baciare. ha sette domande che non sa domandare. la prima di queste è lunga un tormento. le altre chissà . adesso, non è che si può pretendere..


xi

non venire a teatro

poi ti spiego.. certo che sto qua,

devo staccare i biglietti


xii

il tocco tocca l’ora da almeno un’ora, allora sfila l'ago, la puntura per calmargli il dolore e per abituarlo all’idea che fra poco, per un poco, avrà di che rallegrarsi di quel suo collo rotto e tornato al suo posto annota le seguenti cose: a e b ridono divertite spedirti in un universo postale, ti metto un timbro e ti spedisco lontano, ma non più di tanto. non starei a farla così lunga. poi ti spuntano due ali, toh, me ne devo andare mi fai

(sipario maggio le rose o )

dovrei andare a controllare domani comincerò a dare il bianco, in modo da abituarmi all’idea di non vederti più, e poi mi piace


l’odore della vernice sarà per fatalismo o per la tua innata incapacità al volo ma torni ferito da un colpo di vento che t’ha fatto battere la testa proprio adesso che ho finito le bende e cosa fare del bianco rimasto ti riporto nella tua celletta


xiii

(urla) (sospira) (vomita un po') ah, i nervi, farne un centrino lo frequento, lo stringo al mio seno, pare niente, eppure. magari crederci. decidere se sono ancora ben disposti gli arti secondo geometrie solide e sicure. solo mie. passeggiarti gli orizzonti del piede (oserei, oserei proprio). dare inizio a una nuova indagine. piÚ sostanza alla sostanza smorta del teatro! privi di rete, di sipario e golfo, di quinte e doglianze e d’occhi che non ce n’è mai basta. impara il mio nome ma scrivilo saltando le vocali il guasto pare trascurabile. le ultime quattro cene


ancora nello stomaco, ti vedo dentro sai? togli la testa dal tavolo, fintamente vispo, fintamente sorpreso: sĂŹ sono partito da un pezzo no non ho lasciato detto


xiv

recise di fresco, pendono vaneglorie dai muri. oh, apri gli occhi, mi vedi? oé!... g. sente a tratti, ma quasi niente. s. fotte quel poco di g. rimasto. le sembra di brucare pascoli non suoi infinitely infinitely a ritroso fu così che s. civettò: com'è, com’era, com'era farsi tagliare.. un'inezia, suppergiù..


xv

per la prima del superotto ci teneva a invitare un prestigioso, come dire, parterre telefonò un po’ a tutti, stirandosi al contempo le rughe, una per una programmaticamente (programmaticamente) avrebbe porto loro, romantique, un’arrossatissima figa arf, diss’ella, intesa a rapimenti d'amore, desidero fottere secondo logiche di mercato spumeggiata allegramente da liquidi altrui, da polpe riscaldate, se non scotte, e gli ossi a tintinnar.. oh, non


sulle gambe che me le sono appena fatte rifare mi so gestire l’infoyamme io, romantique comme jamais romantique così per dire replica aristotelicamente il soldato assumendo una postura ardita, a meglio definire

il

concetto

(:)

(<)

in

quel

gineceo

improponibile. s. fa per ridere ma non le viene. tu, lì dietro, vieni un po' qua c’è tempo il brutto dell'inizio è che ha una fine e alla fine si finisce sempre per.. sapete cosa, e che spreco anni di scemenze e un regno da coltivare

mi piaci ma

non è come pensi e non per quelle dosi è la zarina che decide quando basta (ma non basta mai), decide il livello, la quantità, la qualità, la grana,


l'idea: facciamo una festa sfinita da medicine (chissà quante) e miracoli (chissà quali) s. morì poco dopo, in un melodramma tutto rosa, fintamente pallida, fintamente distesa come una madame qualsiasi dirada amori scomposti da pochezze

ulteriori,

incomplete,

impossibili

da

indovinare al secondo ballo s. riferisce a e. di guarigioni, d’apparizioni di teste, di santi dalle tiepolesche effervescenze oh mia, mia amatissima s.. m'hai convinto, avvertite il boia, che il battista sia condannato ad un’estinzione svelta, se possibile, ma non indolore

assai di più sto per levarti, mio caro g., cose che manco ti pensavi


con movimento circolare del ventre, sommariamente peristaltico, s. accompagna la sonatina dell'ascia (..) con slancio s. scalcia graziosa il cesto e prende fra le cosce la testa appena spiccata di g. infinitely, infinetely gentle se non tutto, almeno una parte stato del mancamento: prossimo al vero è un attimo, un taglietto, trapassa subito i posti a sedere sono ordinatamente occupati. madame passa, guarda, sceglie, tratta ne prende uno tra quelli piÚ sgraziati (purchÊ intatti),


lo prende per la gola

come? ti sto soffocando? non ti

cambierei con nessun altro. garçon! altra ambrosia! non vede l’ora di sbucciare e arrotolare per bene quella pelle così perfettamente lunga e fare di quel bel volto un vaso, no una lampada ennesimamente

allungato

corretto perfettamente corretto e allungato stato dell’indagine: vorrebbe ma non ci crede toccata sul vivo, madame dà prova d'un insospettato affetto menandoglielo per quasi un atto fortuna che il re dorme, mormora qualcuno diavolo d’una salomessa, soffia sul taglio dell’amato. cosa cazzo mi restava da fare, dimmi colta da un altrimenti trascurabile fatalismo s. apre il frigo mangiandoci direttamente dentro le cose più buone son quelle più fredde appena dietro il camembert s. incrocia il proprio sguardo con quello del battista (la prospettiva del santo


per forza di cose smorzata) mio buon giovanni: che guardi? mi vuoi dire che t'ho fatto? eh? che mi prende a volte? eh? che mi prende? te ne stai, te ne stai lĂŹ tutto pallido tutto assorto... oh, ma mi ascolti? presa la testa, la stringe al seno

ti faccio solletico con

le mie piume? sarà , ma il tuo non è che una specie di svenimento, davvero, se non fosse per tutto quel sangue.. si fa incartare il pezzo e lascia da pagare


xvi

primo: stare al centro, quinta fila secondo: vedere come va a finire (ma non fa in tempo) terzo: s'accascia priva di sensi, subito si riprende, si riprende tutto, con gli interessi come vorrei farne altri di tagli come quello a maggio li seminerò nel roseto di (frase incompleta) (s'accascia nuovamente)


xvii

s. gli spiega come, frugandoci dentro, poteva toccargli le ossa, davvero, proprio così, mi hai lasciato fare.. poi cos’è che ti ho detto..

(tre volte detto apposta)

dopo l'apertura conservare in luogo fresco e asciutto molto nel roseto non ho più posto per i miei santi (tossicchiando l’interprete si tocca il nodo della cravatta e imbarazzato si sistema sullo sgabello) (sospira, tira su col naso) che farne dunque delle rose? traduca prego farne altre


ode allâ&#x20AC;&#x2122;amato recitata con attenzione per le pause, con intonazione ispiratissima. lâ&#x20AC;&#x2122;interprete, per precisa disposizione, non traduce basta il suono stavo a teatro, sul palco, sul loggione, come si chiama si vedeva tutto (s. reclamava da anni un teatro piĂš consono, in modo da farla sembrare ) piĂš posti a sedere per tutti


xviii

lo prendi per i capelli, lo baci, lo offri agli ospiti, li sorprendi. fai sobbalzare la testa contro la tua testa. gli dici che provi cose.. che adesso lo puoi guarire ma d'una guarigione solo spirituale (tanto-perchĂŠ-tu-nonne-abbia-a-male ) nessuno ti ha ancora detto che sei uno schianto? metti su un altro disco, concedi un altro ballo al centro della sala una cagna prende lâ&#x20AC;&#x2122;orecchio del santo poi abbaia alla testa, la morde, ci salta sopra, la fa rotolare divertendo il re e la corte tutta. applausi il corpo del santo comincia miracolosamente a odorare e viene fatto portare via. il liquido residuo viene fatto defluire lungo apposite canaline di scolo. una


successiva secchiata d’acqua ripulisce il tutto. s. si compiace di tanta efficenza e dichiara che è notte notte da un pezzo ormai via tutti ché tanta sapienza m’ammorba, m'indispetta ma no, tesoro! un altro! un altro ballo ancora! (com’è tutto strano) ho cose più interessanti io, da fare protesta s. applausi


xix

disteso sui propri resti il battista ragiona: sarà il mio un qualche oscuro, complicatissimo espiare? certo è che, mancando, io resto. sorpreso per il cattivo odore che vien su. perduta ogni grazia, guarda l’ora, sistema le pieghe della veste. siamo già a maggio, pensa arrotolando la pergamena sotto il braccio. chiede in francese del caffè s.v.p. inutilmente. almeno una brioche. inutilmente. qualcuno bussa da sopra e, prima che venga accordato il permesso, il coperchio viene aperto, è s., che si sfila i sandali e discende lieve nella cella. madame, non fa ancora abbastanza caldo per girare scalza, puntualizza il battista. non fa mai abbastanza freddo, mio caro, risponde s. mentre gli si siede accanto, i tuoi sandali invece sono elegantissimi, posso provarli? cosa porti di numero? vorrei che ballassi ancora


basta balli, risponde lei con sdentata malizia. è perché son votato al sommo bene? chiede lui. s. lo guarda, gli sorride come si sorride a uno scemo. madame, dovrò stare qua ancora per molto? beh, ci sei sepolto caro, perché sei morto, non ricordi? io volevo solo un bacio, ma non me l’hai dato e m’hai offesa quel tanto, quel tanto che basta. e adesso non mi guardi nemmeno, nemmeno mi odi. e dire che m’hai lasciato strafare, fino a spiccarti quella bocca, quel naso, quel cuore. ti voglio solo baciare, ma niente, non fai che lasciarmi, con quel tuo spirito sbilenco, quasi santo. eppure il taglio non t'ha guastato, e la polpa è ancora bella rossa e fresca, e rosa. dimmi: lo vorresti un caffè?


Postfazione di Ida Isoardi

Un poemetto in prosa dove la fanno da padrone il sesso (mimato), l’antropofagia (desiderata), la follia (reale), il rimorso (delirante), la dissoluzione (totale). Chi ha detto che Carmelo Bene è senza continuatori? Io, ma ora ho dei ragionevoli dubbi in proposito. Limitante parlare di continuatori, è di eredi che qui si tratta, di chi ha colto in pieno lo sfacelo della nostra epoca, cultura teatrale, letteraria e visiva incluse. Come in un diabolico gioco di specchi rotti e deformanti la biblica (e saccheggiatissima) Salomé, comincia con l’essere amputata delle vocali che compongono il suo nome. Il Battista entra ed esce di scena come un truce giocattolo meccanico, trastullo e tormento della protagonista,


esibito in innumeri situazioni chirurgiche, erotiche, imploranti, ecc. Di volta in volta invocato, amato, vezzeggiato, ricucito, surgelato, il Decollato dà inizio al racconto come un “povero cristo” incapace di qualunque orientamento (ci credo!) e in totale balìa della crudele e amante “zarina”. L’assurdo risplende nelle telefonate della settevelista alla madre, nelle pressanti (e pesanti) richieste erotiche rivoltele da un Erode sempre più arrapato e cupo, ma la traccia narrativa,

per

quanto

labile

e

pretestuosa,

è

l’allestimento della “prima”, destinata a un parterre di ospiti prestigiosi (noblesse oblige), di un obsoleto superotto dove il martirio del santo e la danza della fanciulla diventano altrettante occasioni di parodia in stile rotocalco del testo detto sacro. Decisamente umorale il con-testo, quasi fluxus in virtù di frequenti secrezioni corporee. Il procedere della scrittura avviene a scatti, stacchi improvvisi, incursioni felici nel gergo

e

nella

cantilena

infantile,

ellissi

di

interpunzione, dialoghi indefiniti: una esemplare decostruzione di senso e di parola (verbo) che diventa


consolatoria per quanti non ne possono più di risciacqui lirici, di autocontemplazioni ombelicali, di tormentoni

esistenziali

e

di

retorica

del

“bel

verseggiare” (ancora!). Qui siamo invece nel bel mezzo di una catastrofe dove nulla è riscattabile o suscettibile di catarsi. Forza centripeta (Giovanni Battista) e forza centrifuga (Salomé e gli altri) ingaggiano un autentico combattimento sul Nulla, vero eroe di una vicenda irrappresentabile e perciò assolutamente credibile.


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roberto.cavallera.mmvii


roberto cavallera : slm  

roberto cavallera : slm (2009)

roberto cavallera : slm  

roberto cavallera : slm (2009)

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