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—Compassion Mag N. 01/2013

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India, una luce tra le montagne del Ghats

Grandi come un bambino

Il capitale del padrone

“Sono solo un ruandese”

L’incanto è tale da sempre: l’antica civiltà e le tradizioni in terra indiana avvolgono di uno scintillio particolare il Paese dalle tante facce... »

Tutti gli adulti sono stati bambini, purtroppo non tutti i bambini diventeranno adulti... »

Davanti all’ingresso del paradiso accadrà un evento dalle ripercussioni eterne. Ma prima di parlarci di questo evento, Gesù ci racconta una parabola... »

Hutu o Tutsi? Per chi vive ancora nel Paese delle mille colline, questa distinzione non ha più alcun senso. Anzi, è diventata un tabù... »

Rivista periodica di COMPASSION ITALIA ONLUS | Poste Italiane | Spedizione in a.p. | Art. 2 Comma 20/C

| Legge 662/96 |

D.C.

| D.C.I. Torino – N. 01/2013


— Compassion in azione Organo d’informazione di COMPASSION ITALIA ONLUS sostegno a distanza

COMPASSION ITALIA ONLUS Via Corio, 15 – 10143 Torino Tel. 011 7710212 – Fax 011 7768231 NUMERO VERDE 800 462999 www.compassion.it – info@compassion.it Direttore di COMPASSION ITALIA Silvio Galvano Direttore responsabile della rivista Luca Brignolo Progetto grafico Giuseppe De Chirico Redazione Ufficio Comunicazione di Compassion Italia Hanno collaborato a questo numero: Daniela Alonge, Ernesto Bretscher, Ester Civiletto, Stefania Totaro. N. 01/2013 Autorizzazione del Tribunale di Torino n. 5619 del 21 giugno 2002 Chiuso in redazione il 18 aprile 2013 © 2013 Compassion Italia Onlus Il materiale contenuto in questa pubblicazione non può essere riprodotto in alcuna forma senza il permesso scritto. Compassion Italia è un’Associazione senza fini di lucro. Aderisce al Coordinamento Nazionale per l’Adozione a Distanza. Dal 4 aprile 2008 è Socio dell’Istituto Italiano della Donazione (IID) che ne verifica annualmente la trasparenza e il corretto uso dei fondi raccolti. www.istitutoitalianodonazione.it È certificata ISO 9001:2008 Le quote mensili e le donazioni sono detraibili dal reddito in base alle normative vigenti. Compassion è presente su:

Contiene inserto redazionale.


Questa rivista è dedicata a voi, che avete dimostrato di saper investire nel bene duraturo della solidarietà.


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— Editoriale Silvio Galvano | Direttore di COMPASSION ITALIA

Grazie al sostegno di tanti amici e amiche in tutto il mondo oggi stiamo aiutando: – 1.459.442 bambini inseriti in 6.200 centri – 27.716 mamme con i loro neonati – 3.247 studenti universitari

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iamo felici di inviarvi il primo numero del 2013 della nostra pubblicazione. Quanta voglia abbiamo avuto tutti di dimenticare un 2012 che ci ha ricordato (se mai ce ne fosse bisogno) quanto siano labili le certezze materiali a cui siamo soliti aggrapparci! Lavoro, finanze, politica... Quando la stabilità vacilla ci viene automatico chiederci quali punti fermi rimangano, cosa possa non essere scosso dal terreno traballante su cui viviamo. Se anche voi vi siete posti domande simili, senz’altro tra le pagine di questa rivista troverete molte risposte! In un suo celebre discorso, Gesù aveva ben delineato il rischio che si corre affidandosi a pseudo certezze che non hanno fondamento in valori solidi, inattaccabili anche in momenti di crisi come questo. Cari sostenitori e donatori, questa rivista è dedicata a voi, che avete dimostrato di saper investire nel bene duraturo della solidarietà, che credete nell’impatto e nei risultati concreti che il vostro sostegno porta a un bambino che si trova dall’altra parte del mondo. Sempre più Compassion vuole

farsi portavoce di questi valori, diffondere un’etica della solidarietà che vada al di là del semplice aiuto economico, perché quest’ultimo non si risolva in un dare sterile e asettico. Voi siete i nostri migliori collaboratori in quest’opera di sensibilizzazione e di promozione di certezze che non verranno mai meno, perché la vita di un bambino è un bene inalienabile e l’adulto che ne deriverà sarà il frutto delle opportunità che quel bambino avrà avuto. Questa è la filosofia che Compassion International sta perse-

guendo da oltre sessant’anni in tutto il mondo, e che ci ha permesso di avere oggi 1.459.442 bambini iscritti ai nostri 6.200 centri, di aiutare 27.716 mamme con i loro figli e di sostenere 3.247 studenti universitari. Senza di voi tutto questo non sarebbe stato possibile. Ho la speranza che quanto leggerete possa darvi il senso del vostro impegno e che la rinnovata veste grafica della rivista possa essere specchio di una rinnovata fiducia nel prezioso lavoro che voi con noi state portando avanti. —


— India, una luce tra le montagne del Ghats

L’incanto è tale da sempre: l’antica civiltà e le tradizioni in terra indiana avvolgono di uno scintillio particolare il Paese dalle tante facce. Una fragranza di sandalo e gelsomino percorre le strade che si allontanano dalla frenesia di Mumbay e Nuova Delhi, fino a scendere giù per le infinite spiagge di Goa, sulla costa meridionale, e costeggiare i fiumi lungo le foreste tropicali, per poi fermarsi sulle backwaters del Kerala... »


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I donatori italiani finanziano interamente il programma Mamma e Bambino del centro “Shanthi Bhavan” (IN–C15) di Cochin in India, nello stato del Kerala. Le foto a destra ritraggono alcune delle mamme che vengono aiutate.

Il paradosso indiano è ovunque: la maggior parte degli abitanti urbani si trova in una situazione di povertà estrema, non avendo i mezzi per sfamare se stessi e la propria famiglia, ma per lo Stato risultano essere abbienti. La soglia della miseria oggi è infatti considerata pari a un reddito giornaliero di circa cinquanta centesimi di euro. Molti indiani si trovano perciò a essere annoverati nella cerchia dei benestanti, quella dell’Above poverty line (Apl), pur non avendo abbastanza per vivere. Addentrandosi tra le montagne Gaths, un clima salubre avvolge la località, circondata di paesaggi scenografici, le cui foreste

sempreverdi ospitano oltre trecento specie a rischio di estinzione tra vegetali, volatili, anfibi, rettili e pesci. È qui che abita la famiglia di Smitha Sathyan, trent’anni. Una vita passata nella povertà più dura, prima di incontrare Dio attraverso il programma Mamma e Bambino nel Centro di Cochin, nello stato del Kerala. Smitha e suo figlio minore Arjun sono iscritti a questo programma volto alla sopravvivenza dei bambini a Santhibhavan, una località la cui chiesa è situata nel distretto di Wayanadu, nel nord-est di Kerala. La comunità che beneficia del progetto è di circa 2.500 persone, di cui il 12% è composto da bambini al di sotto dei cinque anni di

età. Calcolando che l’età media in cui le ragazze del luogo diventano madri è diciotto anni, e che il numero dei figli per famiglia varia da cinque a sei bambini, è facile intuire quante siano le difficoltà legate a uno stile di vita degradante, in un contesto come quello indiano. I problemi di salute che affliggono i piccoli sono principalmente herpes, diarrea, dissenteria, colera, tutte malattie derivanti soprattutto dalla mancanza di un ambiente igenico adeguato e di cibo sufficiente. Gli uomini sono per lo più lavoratori stipendiati a giornata, e questa evidente instabilità economica della famiglia porta a uno stile di vita precario e difficilmente gestibile.

“Ci sono molte cose che abbiamo imparato attraverso Compassion – racconta Smitha – Il programma Mamma e Bambino ci ha aiutato così tanto, che noi ora viviamo in pace. Ci hanno dato cibo e ci hanno aiutato in molti modi”. Il programma cerca di fornire un aiuto completo, interessandosi a quattro aree principali per la crescita delle famiglie indiane. L’area spirituale, presentando il messaggio biblico senza imposi-

zioni alle persone coinvolte nelle attività; l’area fisica, provvedendo a un nutrimento specifico e all’assistenza medica sia per le mamme che per i bambini; l’area cognitiva, che si occupa di alfa-

betizzazione delle famiglie e, più in generale, di insegnamento per uno stile di vita sano; ed infine l’area socio-emotiva, che offre consulenza familiare e lavori di gruppo. (ST) —


“Ho conosciuto l’amore di Dio attraverso le lezioni spirituali condotte dalla chiesa collegata al programma – confida la ragazza – Ho portato tutti i miei problemi a Lui, che ha risposto alle mie preghiere. Ho imparato davvero tante cose dalla Bibbia e ora posso essere una testimonianza anche verso gli altri”.

Sostenere il programma Mamma e Bambino è molto di più di un semplice versamento in banca o in posta. Sostenere il lavoro a favore delle madri e dei loro figli è un aiuto concreto che arriva nelle mani di una famiglia, nella cui vita entra finalmente un raggio di sole, che col suo calore è in grado di ridare la speranza. Il tuo aiuto sarà la coperta che avvolgerà un neonato, il sapone con cui una mamma laverà il proprio bambino, il piatto caldo che una famiglia mangerà riunita accanto al fuoco. Usa il bollettino allegato per contribuire con il tuo dono, o visita il nostro sito per le altre forme di versamento. Grazie! —

“Tutto ciò che non è donato è perduto”. Proverbio indiano


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— Grandi come un bambino Tutti gli adulti sono stati bambini, purtroppo non tutti i bambini diventeranno adulti. Molti adulti hanno avuto un’infanzia difficile, troppi bambini non hanno un’infanzia. In-fanzia, letteralmente, è il tempo della vita in cui si è in-capaci di parlare, di esprimere i propri pensieri, vissuti, emozioni; in cui si dipende da qualcuno che accolga il non detto e gli dia forma, prendendosi cura di tutto ciò che per il bambino è sostanza, i suoi bisogni. Il bambino è bisogno allo stato puro, la sua stessa sopravvivenza è in mano al mondo dei Grandi, che a volte “grandi” non sono per niente. È bisogno di vedere riconosciuti e rispettati i propri diritti per imparare a onorare i doveri; di essere nutrito per poter crescere e far crescere; di ricevere sicurezza, per potersi fidare e diventare a propria volta affidabile; di essere ascoltato per imparare ad ascoltarsi e ad ascoltare; di essere amato per sentirsi importante e diventare capace di amore; di essere riconosciuto per poter comprendere il proprio valore; di ricevere per poter scoprire la gioia di dare. Bambini: il futuro di domani? No, nostro presente di oggi! L’infanzia non è una premessa alla vita reale, una fase non produttiva dello sviluppo che va superata o bruciata il più in fretta possibile, in un mondo a misura di adulto in cui, secondo la logica della produttività e dell’efficienza, tutto va fatto velocemente e non nel rispetto dei tempi evolutivi di un bambino. Non è neanche una condizione in cui si debba restare a vita. Ciò accade nei Paesi più sviluppa-

ti perché adulti incapaci di invecchiare impediscono ai bambini di crescere, mantenendoli in una condizione di fragile dipendenza che legittima in loro un insano senso di indispensabilità e onnipotenza. Come anche nei Paesi in via di sviluppo perché non è data loro la possibilità di crescere, terminando spesso troppo precocemente e contro natura la loro breve vita di bimbi, che invecchiano, ma non crescono, vedendosi costretti a fare lavori pesanti per sostentarsi, o a vivere nella costante paura di essere rapiti, drogati, violati non solo nel fisico, ma nella loro stessa identità. Tutti ricordiamo la nostra infanzia come il momento in cui con maggiore o minore spensieratezza abbiamo avuto la possibilità di far valere i nostri crediti, accumulando debiti nei confronti di chi si è preso cura di noi, nell’attesa di diventare adulti in grado di saldarli, scoprendo così che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Ma che succede quando così non è stato? Quando la vita di un bambino è fatta solo di crediti insoddisfatti e le sue aspettative restano inascoltate?


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Beguens Theus, 33 anni, è stato recentemente eletto al parlamento di Haiti. È qui ritratto durante una visita al centro Compassion che lui stesso ha frequentato quando era un bambino sostenuto a distanza. La sua incredibile storia di emancipazione dalla povertà gli permette oggi di aiutare direttamente i bambini di Haiti, incoraggiandoli a credere nei loro sogni di libertà.

I piccoli sono le più grandi vittime di ingiustizia, vengono così spesso messi a tacere, feriti, eliminati, perché proprio loro, i nostri piccoli, ricordano al mondo la grandezza di Dio. Toccarli è una vendetta trasversale: chi vuol ferire mortalmente il cuore di Dio, fa del male ai Suoi piccoli. Abbiamo l’onore di poter dare voce a chi non ce l’ha e aiutare gli “altri grandi” a guardare il mondo con gli occhi di un bambino.

Abbiamo la possibilità, che la vita ci offre, di passare attraverso il prenderci cura di un altro come presupposto per riappropriarci di noi, per recuperare ciò che ci è mancato e arrivare così a spostare l’attenzione da noi all’altro, realizzando che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Dio, il più grande Terapeuta, ci ricorda in Isaia 58 che se “divideremo il pane con l’affamato, introdurremo in casa i miseri, vestiremo uno che vediamo nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della nostra carne... Allora la nostra luce sorgerà come l’aurora, la nostra ferita si rimarginerà presto”...si prenderà cura della nostra guarigione, mentre noi siamo impegnati a prenderci cura di qualcun altro. Se i piccoli ricordano al mondo la grandezza di Dio, che gioia dunque per noi poterla mostrare a loro! Partendo dai bisogni primari, possiamo garantire al bambino non solo cibo, assistenza medica, istruzione, amore, sicurezza, rassicurandolo sul suo valore, ma abbiamo l’onore più grande: metterlo in condizione di arrivare al cuore di Dio. Potrà così realizzare di essere al centro del Suo Progetto e riuscirà anche a “centrare” il Suo Piano, quello che Dio, fin dall’eternità, ha pensato per lui e per i figli dei suoi figli, che non saranno mai più poveri fino alla millesima generazione! (DA) —


— Occhio limpido Paul Schafer | Presidente di COMPASSION ITALIA

Il brano del vangelo di Matteo 6:19-24 non è sempre ben compreso, in modo particolare i versetti 22 e 23. Che cosa intendeva Gesù parlando dell’occhio limpido e dell’occhio malvagio?

L’

occhio limpido indica la predisposizione alla generosità e l’occhio malvagio ne indica la mancanza o l’essere tirchio. Tutto dipende da ciò che succede in noi quando vediamo gli altri, come consideriamo le persone che vediamo nella nostra quotidianità. Perché intorno a noi ci sono sempre persone che soffrono, che sono in difficoltà economica, che non riescono a risolvere da sole i propri problemi. Le vediamo ma non sempre siamo disposti a fare quello che potremmo e dovremmo per sollevare, almeno in parte, i pesi che portano. Ciò che ci impedisce di reagire con generosità è il conflitto interiore tra il “tesoro” delle cose che possediamo e il senso di compassione che sentiamo vedendo e immedesimandoci con chi soffre. Che cos’è più importante per noi? Conservare quello che abbiamo, con il rischio di perderlo comunque per le varie forze che lo rovinano o ce lo rubano, o donare a chi ne ha più bisogno, dimostrando così che le persone sono più importanti delle cose? Gesù insegnò che le persone hanno un valore eterno (i tesori in cielo), ma che le cose ci servono soltanto in questa vita. Dobbiamo anche considerare che non vediamo persone che non ce la fanno più soltanto intorno a noi, ma che siamo anche colpiti dalle immagini e dalle grida di chi soffre in tutto il mondo. Non possiamo fingere di non vedere. Che cosa faremo? Gesù ci ha esortato a coltivare un occhio limpido, che riceve gli impulsi e comunica a tutto il corpo; cioè la mente per comprendere, il cuore per sentire, i piedi per andare, le mani per fare e donare. Gesù ci chiama a servire il Dio che ama tutti e non il dio mammona-denaro che vuole dominare e distruggere tutti. Ora, so che ci sono dei falsi poveri; ma ci sono molti più veri poveri!

Esistono persone e organizzazioni che truffano e riescono a speculare anche sulla sofferenza e la povertà; ma ci sono altre organizzazioni che sono impegnate nel servire i poveri con onestà e trasparenza. Compassion International si propone come una missione che porta avanti i programmi di aiuto e di sviluppo amministrando con la massima diligenza ciò che viene offerto da sostenitori e donatori per il beneficio dei bambini, delle mamme, delle famiglie e delle chiese. Dio ci ha chiamati a questo: essere un ponte che connette persone generose in dodici nazioni con persone prive di mezzi in altre ventisei nazioni. I nostri occhi sono stati aperti; siamo stati toccati in profondità; ci è stato dato il privilegio di fare dei “tesori in cielo”. Ogni bambino è prezioso agli occhi di Dio! Molti di quelli che sono stati aiutati, ora adulti, stanno contribuendo a cambiare in meglio le condizioni di vita del proprio popolo. Se, come sono certo, il tuo occhio è limpido, considera l’opportunità di continuare a sostenere un bambino, a donare a un programma di aiuto, e a incoraggiare altri a seguire il tuo esempio. Ti ringrazio e ti auguro le copiose benedizioni del Signore per la tua vita e quella della tua famiglia! —


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— Il sostegno, come si conclude un gesto di cuore Ogni bambino sostenuto a distanza ha cominciato la sua nuova vita nello stesso modo: qualcuno molto lontano ha deciso di dare spazio all’amore disinteressato e lo ha accolto nella propria famiglia. Molti fra quelli che ci leggono hanno fatto questa esperienza! Ma a volte non è altrettanto chiaro come il percorso arrivi al suo completamento; proviamo a spiegarlo a beneficio di tutti gli amici di Compassion che ogni tanto ci chiedono indicazioni. Idealmente, non si conclude mai! Perché il legame che si crea tra bambino e sostenitore rimane per sempre, nutrito dai sentimenti di gratitudine e di vicinanza che un rapporto atipico ma speciale come questo fa nascere. Formalmente invece, il sostegno termina quando il bambino, ormai ragazzo, finisce gli studi parallelamente al programma di Compassion grazie a cui lo accompagniamo in un percorso che gli fornisce gli strumenti per garantirsi un futuro e un lavoro. La conclusione può avvenire normalmente tra i 18 e i 22 anni, a seconda dei Paesi e dei contesti sociali e culturali in cui i ragazzi vivono. L’età più elevata è influenzata anche dal fatto che provvediamo alla copertura parziale o totale delle tasse scolastiche, permettendo così ai giovani di completare gli studi secondari e di seguire dei corsi professionali. Considerando che lavoriamo in diverse nazioni, ognuna con un sistema scolastico e leggi che dobbiamo rispettare, adattiamo la nostra strategia per essere efficaci nelle vite dei bambini. Così lasceranno il centro come giovani adulti responsabili e con il bagaglio necessario a crearsi una vita indipendente. Può anche succedere però che il bambino lasci il centro e il programma di sostegno prima della data ipotizzata. Le cause possono essere molte, sia positive sia negative, ma tutte accomunate dall’impossibilità da parte nostra di garantire al sostenitore che il bambino riceva tutti i benefici previsti. È importante ricordare che anche se di breve durata, il tempo trascorso dal bambino al centro non va perduto. In contesti di povertà estrema ogni tipo di aiuto, economico, sociale, spirituale, per quanto piccolo può fare la differenza nella vita di chi non ha nulla. Vediamo comunque insieme alcune fra le più comuni cause di uscita anticipata e di interruzione del sostegno a distanza.

Trasferimento altrove I genitori non riescono a trovare un lavoro e la famiglia si trasferisce in una zona dove non ci sono Centri Compassion. In questo senso, spesso i nostri corsi di formazione professionale (aperti anche ai genitori/tutori), offrono opportunità che diversamente non avrebbero avuto. Qualcuno sceglie di trasferirsi perché la nuova località offre più occasioni di lavoro e quindi di autonomia rispetto alle opportunità lavorative locali. ASSENZE PROLUNGATE A causa di varie ragioni familiari il bambino non riesce a frequentare con regolarità le attività del centro. Questo però non gli impedirà necessariamente di continuare a frequentare la scuola pubblica locale in maniera autonoma. CONDIZIONI ECONOMICHE La situazione economica della famiglia migliora, tanto da poter provvedere direttamente al mantenimento del bambino. In una certa misura l’investimento fatto nella sua vita comincia a dare frutti molto prima del previsto. VARIE Alcuni genitori hanno bisogno che i figli li aiutino nel lavoro e non possono fare a meno del loro contributo. Altri, sebbene informati fin dall’inizio della natura cristiana di Compassion, decidono che questo costituisce un problema per la loro religione. A volte sono i bambini stessi che non vogliono più frequentare il centro. Può succedere infine che, in alcuni Paesi dove ci si sposa molto giovani, una ragazza in età da matrimonio voglia o debba sposarsi o avere un figlio. In tutti questi casi lo staff di Compassion prova a parlare con la famiglia per spiegare i benefici della frequenza al Centro, ma la decisione finale spetta ai genitori dei ragazzi o comunque alla famiglia. (EC) —


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D I servi raffigurano tutti noi. Gesù insegna che Dio ha affidato ad ognuno una parte dei suoi talenti, del suo capitale, perché lo facciamo fruttare. L’apostolo delle genti scrive: “...siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo” (Efesini 2:10). Questo brano ci spiega che i talenti (naturali e spirituali) ci vengono affidati da Dio per realizzare i SUOI propositi e le SUE opere, non i NOSTRI. Anche noi ci presenteremo alle porte del paradiso e ciò che avremo fatto per Lui e per gli altri verrà misurato: “Beati i morti che da ora innanzi muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, essi si riposano dalle loro fatiche perché le loro opere li seguono” (Apocalisse 14:13). Quello che invece avremo fatto e costruito per noi stessi, rimarrà sulla terra! Solo quello che facciamo animati da bontà, generosità, sacrificio, misericordia, amore, ha la capacità di far fruttare il capitale del padrone. Perché questo capitale è formato dalle virtù stesse del Padrone, gentilmente messe a nostra disposizione per compiere l’opera che ci ha affidato. Nel Vangelo Gesù afferma che l’uomo buono dal suo buon te-

— Il capitale del padrone avanti all’ingresso del paradiso accadrà un evento dalle ripercussioni eterne. Ma prima di parlarci di questo evento, Gesù ci racconta una parabola. Un ricco proprietario di terre deve partire ed affida i suoi beni ai servi secondo le loro misure e capacità perché li lavorino e li facciano fruttare. Alcuni hanno lavorato duro e sacrificato tanto ma anche raccolto molto. Qualcuno invece ha preferito fare altro nella vita nascondendo il “proprio” talento. E’ a questo punto che Gesù parla del grande appuntamento alle porte del paradiso dove ognuno è chiamato a rendere conto di come ha investito il capitale del padrone. Chi lo ha lavorato con impegno e saggezza ne ebbe gran lode e venne promosso al governo addirittura di alcune città. Chi invece restituì il solo capitale venne trattato da infedele, malvagio, fannullone e finì per essere cacciato dalla sua presenza in meandri tenebrosi (Matteo 25.14-30). soro trae cose buone; e l’uomo malvagio dal suo malvagio tesoro trae cose malvagie (Matteo 12:35). La bontà è una qualità che può essere espressa solo dal cuore. Il buon o malvagio tesoro parla del cuore, di intelligenza, sensibilità, ingegno,

che la nostra vita terrena serve a farci dei “tesori” e un “capitale” in cielo. Ci si preoccupa più dell’oggi e delle nostre problematiche quotidiane che a costruirci un’eternità di qualità. Il concetto di “tesori in cielo” ci è alquanto estraneo!

La salvezza in Gesù ha il compito di riportarci alla visione originale: quella celeste ed eterna dell’amore di Dio per le persone! abilità, carattere, qualità, competenze, motivazioni e attitudini verso beni e persone. Un tesoro che può essere usato bene o male, per servire Dio e le persone o per possedere cose e servire se stessi. Ma quante persone hanno capito che tutto ciò che sono ed hanno non è solo per se stesse ma è per condividerlo con chi è nel bisogno e che da questa attitudine dipenderà la qualità della loro eternità? Il limite è che la nostra visione delle cose è troppo terrena. Raramente va oltre i confini della nostra esistenza. Pochi sanno

Ciò che ci porteremo con noi è l’insieme delle azioni d’amore espresse qui in terra in favore di altrettante persone molte delle quali estranee e in gravi difficoltà. Gesù disse: “Quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi, e sarai beato, perché non hanno modo di contraccambiare; infatti il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti” (Luca 14:12). Azioni che là, ci verranno restituite moltiplicate, tra l’altro, proprio dalle persone che avremo benedette qui sulla terra! La chiave risiede nel nostro cuore. Ciò che si è determina ciò che

si fa! Abbiamo letto che l’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone. E’ buono chi “vede” le persone, le loro necessità, fragilità, vulnerabilità e non si tira indietro dal sacrificarsi ed investirsi per loro. E’ invece malvagio chi “vede” solo le cose ed i propri interessi materiali. E’ proprio questo il peccato: il vivere prevalentemente per se stessi e per le cose, con una visione egoistica, temporanea, terrena, materialistica della vita. La salvezza in Gesù ha il compito di riportarci alla visione e condizione originale: quella celeste ed eterna dell’amore di Dio per le persone! La bontà è una qualità divina che si riceve e che si pratica. Il rapporto con Dio fa di noi degli esseri buoni. Non si può affermare di essere credenti se non si esprimono le qualità di Dio. Non è per nulla che l’apostolo Paolo ricorda ai benestanti di non riporre la loro speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo; di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere generosi nel donare, pronti a dare, così da mettersi da parte un tesoro ben fondato per l’avvenire, per ottenere la vera vita (1 Timoteo 6:17). Dio non è contrario ai beni ma-


L’impegno a versare costantemente il sostegno al proprio bambino, per quanto la cifra non sia elevata, può essere un peso. Ma invitiamo chiunque si trovi in difficoltà a contattarci per affrontare insieme il problema e trovare la migliore soluzione possibile per il bambino.

teriali ed al benessere, ma è offeso dal fatto che li usiamo prevalentemente o esclusivamente per noi ed i nostri affetti. I tempi di crisi e le ristrettezze economiche sono anche un banco di prova grazie a cui capire se arriveremo a preferire il sostegno ai poveri piuttosto che qualche comodità. Ahimè, troppo spesso finiamo per sacrificare il sostegno dato ad un bambino che grazie a noi aveva ricevuto l’opportunità di riscattarsi dalla povertà! I poveri possono aspettare... magari ci sarà qualcun altro che potrà occuparsene. Certo ognuno ha ragioni legittime ma debbo constatare che molti di noi non hanno ancora capito quali sono le priorità di Dio! I talenti che Dio ci ha dato sono alcune delle Sue grandi e preziose qualità, che abbiamo l’onore di riversare da parte Sua nella vita di persone vulnerabili dedicando loro il nostro tempo, il nostro affetto, le nostre competenze, abilità, energie ed investendo in loro favore parte dei nostri tanti o pochi beni materiali. Quando abbiamo scelto di sostenere un bambino a distanza, o una madre, una vedova o una persona in grave condizione di povertà, abbiamo scelto di investire il capitale del Padrone nella vita di persone preziose. Abbiamo contribuito a rendere visibile tramite quell’atto di gentilezza, di sacrificio, di rinuncia e di bontà, la bellezza dell’amore di Dio! Così ora possiamo tornare davanti alle porte del paradiso. Leggiamo Matteo 25:31-43. Il giudizio di Dio distingue fra giusti e ingiusti, fra chi mette in pratica il suo amore e chi no, con criteri che sono ben diversi dai nostri! In questo tempo di crisi economica, molti benefattori e sostenitori sono posti davanti a scelte difficili. Le entrate scarseggiano ed ogni mese bisogna riuscire a far quadrare i conti. Che si fa? Interrompiamo ogni atto di generosità perché noi abbiamo altre priorità? Lasciamo il bambino sostenuto? Prima di tagliare il sostegno ai poveri, agli emarginati, ai deboli, taglierei il telefonino, digiunerei un giorno a settimana, lascerei il motorino o la macchina a casa. Ma personalmente non taglierei mai il sostegno a un povero! Perché non si tratta di finanziare un’organizzazione, ma di investire nella vita di persone che Dio ama. Come insegna Gesù: “Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta” (Matteo 5:7). Che Dio ci aiuti a fare le scelte giuste nella nostra vita! (EB) —


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— “Sono solo un ruandese” Hutu o Tutsi? Per chi vive ancora nel Paese delle mille colline, questa distinzione non ha più senso. Anzi, è diventata un tabù. È stata tolta dalle carte di identità, con le quali i colonizzatori belgi avevano catalogato la popolazione, è stata rimossa dai musei etnologici, spazzata via dai libri di storia. I Tutsi erano allevatori, gli Hutu contadini. Uno studio compiuto ai tempi della colonizzazione dai Padri Bianchi belgi, preoccupati di trovare qualcosa che distinguesse gli uni dagli altri, stabilì solo che gli Hutu avevano in media il naso di due millimetri più piccolo dei Tutsi. Oggi, quasi vent’anni dopo il massacro che nell’aprile del ‘94 lacerò il Ruanda durante cento giorni di follia, la primavera non si tinge più di rosso, ma di viola, il colore nazionale del lutto. In poco più di tre mesi furono sterminati un milione di Tutsi e di Hutu moderati, che caddero colpiti dai machete degli Hutu, la classe minore del tempo. E poi coltelli da cucina, bastoni e martelli, armi improvvisate, ma anche le uniche a disposizione, dal momento che la Banca Mondiale aveva negato il finanziamento per le più pratiche armi da fuoco, sostenendo che il governo dell’Hutu Power non era economicamente solvibile. Così si è svolto quello che è stato definito il “genocidio dei poveri”. Uno sterminio di popolo portato a termine dalla gente comune: colleghi di lavoro, vicini di casa, persino parenti, considerato che moltissime famiglie erano miste. Hutu contro Tutsi, ma anche contro altri Hutu che si rifiutavano di massacrare a sangue freddo le “blatte” Tutsi. Oggi, un milione di morti dopo, il Ruanda è un Paese profondamente ferito, ma che guarda avanti. È il Paese di Clementina, una giovane mamma di quattro figli che vive a Kigali, la capitale, con suo marito Jean.

“Rimasi incinta del mio quarto bambino, piangevo e avevo perso ogni speranza. Mi chiedevo: come potrò sfamare i miei piccoli?”


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In Ruanda sosteniamo 58.755 bambini grazie al lavoro di 217 centri. Se vuoi vedere le loro attività in prima persona partecipa al viaggio che faremo dal 19 al 26 agosto 2013. Vai su www.compassion.it per tutti i dettagli.

Dopo esser stata registrata al programma Mamma e Bambino, la sua vita è cambiata. E anche quella della sua famiglia! “La mia vita è cambiata grazie al personale del Centro. I miei figli oggi hanno da mangiare e quando ho dovuto partorire l’ultima volta sono stata assistita. La mia piccola è sana”. Oltre alla salvezza della figlia, Clementina ha altro per cui sorridere: oggi crede in Dio e prega che suo marito faccia lo stesso! È il Paese di Angelique, ventinove anni. Nel ‘94 aveva una famiglia numerosa, fra cui dieci fratelli. Dopo la primavera dello sterminio, parte della sua famiglia aveva perso la vita, mentre altri erano fuggiti in Burundi fino alla pacificazione del Paese. Appena maggiorenne fu costretta a sposarsi, perché la mancanza di soldi le rubò il futuro, impedendole di continuare gli studi superiori. La vita che la aspettava non aveva niente di meglio in serbo per lei. Imprigionata nel matrimonio con un uomo violento, rimasta incinta, durante la gravidanza stette così male da credere di aver contratto l’HIV. L’aborto era il suo unico pensiero, la sua sola prospettiva. Quattro mesi dopo, però, la sua vita cambiò.

“Il personale di Compassion mi conobbe mentre ero in questura – ci racconta – Ero senza speranza, completamente disperata per la bambina che portavo in grembo”.

“Due mesi dopo, mentre camminavo, arrivarono le contrazioni. La gente si avvicinò e qualcuno chiamò l’ambulanza. Dovevo andare in ospedale, ma non avevo abbastanza denaro. Qualcuno pagò per me 2000 franchi ruandesi (circa tre euro) per il trasporto. Arrivata lì, i medici mi spiegarono che a causa delle violenze non ero abbastanza forte per continuare la gravidanza, così mia figlia nacque tre mesi in anticipo, pesava solo 1,3 chilogrammi”. Angelique non è stata abbandonata! Oggi è una donna in grado di sostenersi economicamente in modo autonomo, è una donna sorridente, ma soprattutto è una donna in pace. “Ero ansiosa, ma Dio mi ha dato la sua pace! Amo mia figlia più di ogni altra cosa, le persone che sostengono Compassion mi hanno aiutato tantissimo, sono davvero grata!”. Il lavoro di Compassion in Ruanda è iniziato nel 1980 e attualmente 58.755 bambini sono sostenuti a distanza grazie al lavoro di 217 centri di sviluppo infantile. Ognuno di loro è collegato a una chiesa locale attiva nel dare ai bimbi del Ruanda l’opportunità di emanciparsi dalle circostanze in cui sono nati per diventare ciò per cui Dio li ha creati. Di un Paese ferito ed umiliato, Dio può medicare le ferite. Come recita un famoso proverbio Hutu, oggi “la lancia della lingua vince le lance di una truppa di guerriglieri”. Con la nostra e la vostra opera vogliamo forgiare una generazione di persone che non permetterà mai più che un Paese, già provato dalla miseria e dalla povertà, sprofondi nell’odio etnico. Come quel ragazzo studente di legge, ci racconta un nostro operatore sociale, che alla domanda di un giornalista se provenisse da una famiglia Hutu o Tutsi rispose inorridito: “Oggi questa domanda non ha più alcun senso. Sono solo un ruandese”. (ST) —



Compassion Mag N. 01/2013