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Eppure Amâncio Amaro si risvegliò dal suo sonno inquieto con ancora dentro di sé un dubbio terribile: non sapeva per certo se era proprio se stesso o se era un altro. Stava disteso al suolo, le braccia aperte a croce, sudato, sotto il sole e tutto il cielo, la bocca piena di terra, e non aveva la minima idea del tempo che aveva trascorso lì. Non sapeva se erano passate ore, giorni, niente. Tornava dalle sue scorribande per terre mai prima sognate, uguale a come era partito: senza sapere. Senza sapere di sé o dell’altro. Né se fossero, di fatto, la stessa persona. Si stropicciò gli occhi, si girò su un fianco. Vide in primo piano, a pochi centimetri dal suo viso, una processione di saúvas. Da vicino, erano giganti. Una delle formiche si fermò e lo guardò. Sulla retina di Amâncio, la formica vedeva la formica. Poi rientrò nella fila e proseguì con le altre. Erano intente a trasportare le foglie e le schegge di legno con cui alimentano il fungo che le nutre. Amâncio aveva il suo, di fungo, dentro, nel suo formicaio personale. Tra un amore sfortunato e svariate altre sofferenze, Amâncio Amaro si portava quell’angoscia che gli imputridiva in cuore. Non ce la faceva più a vivere una vita non sua, presa in prestito per sbaglio, sottratta a un altro che la meritava ancor meno di lui. Il suo recente viaggio per terre remote non lo aveva aiutato nemmeno un po’, se si esclude la convinzione a cui era appena giunto. Che il mondo in fondo non è altro che questa stretta che non ci molla mai, un pensiero ostinato che opprime e tormenta tutto quel che contiene. Un qui e ora che non finisce all’improvviso, come il singhiozzo, che non passa con lo spavento perché

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il singhiozzo è anche spavento, malattia e cura insieme. Velenoantidoto. Amante amaro. Si tirò su con uno sforzo enorme e si accorse di essere nudo. Sputò. Si passò la mano sulla nuca, sanguinava un poco. Guardò la piccola pietra per terra, rossa, macchiata anche lei. Dato che il mento praticamente non ce l’aveva, era l’unica parte del corpo che non gli faceva male. Si ripulì le mani indolenzite, tutte sudice di terra, controllò le articolazioni, verificò gli schiocchi delle nocche, cinque – tutto a posto – e cercò per la millesima volta di fischiare. Un’altra cosa che non sarebbe mai stato capace di fare, fistiare. Fistia o fischia, non lo sapeva neanche. Faceva soltanto le cose che sapeva chiamare per nome, sennò niente. Lasciò perdere. Girò la testa e vide in lontananza la base del tronco del carrubbo, poco più in là un cane che abbaiava e il verde della boscaglia che sfiorava il sole. Era sempre nello stesso posto, grazie a Dio. Davanti, la salita verso il Brejo das Contendas, il Pantano delle Contese, dove si era più vicini al cielo e si sentiva il fresco umido dei banani e delle piantagioni di canna da zucchero. Intorno, il villaggio di Santana era tutto pianeggiante. Un’altura di terra, secca e rossa e polvere. Un mondo che diventava polvere. Guardò verso l’alto e preferì dimenticarsi delle proprie manie di grandezza. Era purulento, alienato, finito. Fece un passo indietro, allontanandosi dal lago. Dimenticare se stesso, non poteva. Un altro passo indietro, e alla sua destra spuntò una pianta di umbuzeiro, sul limitare del paesaggio. Lo riconobbe dalla punta dei rami che intravedeva di sbieco. Ancora un passo indietro e l’umbuzeiro rientrò più nitido nel suo campo visivo. Dimenticare sì che era male, dimenticare. Un altro passo e un altro ancora, l’umbuzeiro intero lì davanti a lui, con i frutti che maturando si facevano gialli. Proseguì sulla strada di casa camminando all’indietro, guardava il paesaggio a ritroso – il rovescio di tutto: più bello, allestito molto meglio che alla dritta. Cominciò a correre, il busto che voleva buttarsi all’indietro ma le gambe che correvano ancora più forte per impedirglielo. Fintanto che correva, avrebbe evitato di cadere. E correndo vedeva le cose fuggire, diventare piccole, scivolare via. 6

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Alberi, lago, cane, pietra, erba. Tutto che scorreva come se lui stesse fermo. Amâncio Amaro non aveva mai visto la vita in quest’altra maniera, bellissima, senza dubbio. Stava per piangere. Ci mancava poco. Perché era così, al contrario, con le cose che andavano piuttosto che venire, che si sentiva più in sintonia col mondo. Per la prima volta, nei suoi 14 anni di vita, prese la forma delle cose a rovescio, della vita come viene viene. Corse più forte che poteva, le gambe molli di felicità e di fretta. Non è il mondo che fa girare lui, ma lui che fa girare il mondo. Ce l’ha fatta. Ma senza neanche sospettare che lui è lui – pur se letto a ritroso.

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Uno

Il bambino arrivò a casa di donna Luzia che era ancora presto. Le portava un messaggio di suo marito, sor Manuel. Dai modi concitati del vecchio, doveva essere una cosa importante. Una grande responsabilità per un bambino di sette anni. Si fermò in mezzo al cortile, non fece neanche in tempo a riprender fiato che stava già battendo le mani. Silenzio. Appoggiò le mani sulle ginocchia, cercando di respirare più lentamente, vedeva le gocce di sudore colare a terra. Guardò la finestra della casa, chiusa. Provò a battere le mani di nuovo. Silenzio. Da dentro si sentiva il rumore di persone alle prese con delle pentole, ma nessuno veniva ad aprire la finestra o la porta. Il tempo passava e il messaggio si andava dileguando. Il bambino era avvilito. La casa era lontana da tutto, neanche un vicino a cui lasciar detto, soltanto uno steccato di tenuiflora, tutto nodoso, senza nemmeno il fil di ferro. Batté un’altra volta le mani. Silenzio e ancora attesa. Si stufò: raccolse da terra un sasso, né grande né piccolo, della misura giusta, mirò alla finestra e tirò con forza. Centrò il pappagallo. Come al solito, l’animale fece un baccano della malora – quando era nervoso, il parrocchetto di donna Luzia si scordava il portoghese. Quello puro, per lo meno. Una mano di bambina aprì la finestra. «È quella peste!» gridò da dentro la nipote più piccola, sette anni, la sua stessa età. Da fuori Amâncio fece un cenno, tutto contento. La bambina subito fece la spia: «Ha tirato un sasso al pappagallo, è stato lui». «Ehi, tu» disse la nonna, spuntando anche lei dalla finestra «perché hai spaventato la mia bestiola? Non sei capace di batter le mani?».

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«Le ho battute.» «Dove, che nessuno ha sentito?» «Voleva tirare il sasso al pappagallo, nonna» sussurrò la bambina, ma Amâncio la sentì comunque. «Le ho battute, donna Luzia. Tre volte. Giuro.» «E cos’è che vuoi, peste? Tirare un sasso al mio pappagallo, eh?» «Ma no» Amâncio rise, come se lei avesse voluto fare una battuta. «Ho un messaggio del vostro Mané.» «Ah, Mané. E cos’è che vuole?» Amâncio si fermò a pensare, il messaggio era già sbiadito. Aveva perso più di mezz’ora per venire dal canneto, senza contare quanto aveva dovuto aspettare e la conversazione che stavano avendo in quel momento. Doveva essersi tutto mischiato nella sua testa. Si concentrò, si passò le mani sulle braghette corte. E donna Luzia aspettava. Un filo di ricordo si stava avvicinando, Amâncio chiuse gli occhi e lasciò scorrere: «Amâncio Amaro Jesus Milagre Domingo… Severino… Pampa…». Ogni volta che cercava di ricordarsi una cosa, gli veniva in mente soltanto il suo nome. Si batté sulla testa, cominciò di nuovo: «Amâncio Amaro Jesus…». «Senti, Amâncio, piantala con ’sta tiritera. Cos’è che vuole Mané?» Il bambino notò che le gocce di sudore a terra cominciavano ad asciugarsi. «Non lo so più, donna Luzia», rispose, mentre le sue mani cercavano le tasche che non aveva. «Che ti avevo detto, nonna? Voleva solo tirare il sasso al pappagallo, quello lì.» «Riprovaci così lo vedi, il messaggio. Te lo faccio vedere io, il messaggio» disse donna Luzia, tornando tutta stizzita alle sue pentole. Di sfuggita vide il pappagallo rinchiuso nella gabbia, con la testa girata da una parte, che ascoltava. Intenerita dall’animale, aggiunse: «Puoi scommetterci. Riprovaci e vedi». Lui nemmeno la sentì: era già lontano, correva per andare a riprendersi il messaggio da sor Manuel che se ne stava là, nel fitto 9

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delle piantagioni di canna da zucchero, a sgobbare fin dall’alba. Di pigliarle Amâncio non ne aveva voglia, né dalla moglie né dal marito. Lungo il percorso, si allenava a battere le mani. Solo di tanto in tanto gli riusciva, il più delle volte non ce la faceva a battere una mano contro l’altra. E quasi sempre le palme rimanevano mute. Più stanco che all’andata, impiegò il doppio del tempo a superare la salita del Brejo das Contendas. Arrivò al canneto alle 8 e 30, ora locale. In quanto al sole, era già mezzogiorno. Tirò su col naso – tutti i bambini da quelle parti avevano l’obbligo di tirar su col naso senza mai pulirlo, una resina luccicante e giallastra o al limite seccata dalla polvere – e cominciò a cercare sor Manuel dentro al verde. Si faceva guidare dal rumore delle falci, scopriva persone dietro alle persone dietro alle canne. Flor de Cuba, nascosta dalle prime fronde, che riluceva tutta. Buona da succhiare. A quell’ora gli uomini stavano già aprendo il varco per il falò di fine giornata, sfrondavano un fusto di canna da zucchero per evitare il propagarsi del fuoco. Dovevano bruciare soltanto quel poco che avrebbero tagliato il giorno successivo1. Alcuni dei braccianti a riposo si toglievano la camicia e per ammazzare la sete battevano le canne una contro l’altra finché la buccia si spaccava di netto. Poi se le portavano sopra la bocca, le piegavano e ne bevevano il succo. Un lavoraccio. «Vuoi dare una strizzata, marmocchio?» dissero ad Amâncio. «Allora strizza qui.» E giù a ridere, ma tanto lui non li stava a sentire. Aveva in mente soltanto sor Manuel. Venti minuti dopo scostò un po’ di sterpi e finalmente lo vide. L’uomo si girò, Amâncio si trovò davanti un vecchio tutto sudato, il corpo magro ma pieno di forza, accaldato nella camicia a righe a maniche lunghe, la falce in una mano, i calli dell’altra che levavano il sudore dagli occhi. Quando Amâncio vide sotto al cappello la faccia scura che gli sbuffava davanti, il messaggio gli tornò in mente per filo e per segno: va’ a casa da me e chiedi a Luzia il piatto col mangiare, oggi non l’ ho portato. Parola per parola. Era felice. 1  La canna bruciata perde saccarosio nel giro di 48 ore. 10

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Sor Manuel fece un cenno col mento verso di lui: «Dov’è il piatto, ragazzino?» domandò, abbassando la falce. Vide il bambino, a mani vuote, spalancare un sorriso pieno d’orgoglio e rispondere, senza pensarci due volte: «Va’ a casa da me e chiedi a Luzia. Oggi non l’ho portato, non l’ho», il bambino imitava il suo modo di parlare. Sor Manuel rimase lì a osservare la scena, con la falce che gli pesava nella mano destra. Si sentì un mezzo idiota, un moccioso gli rubava il cibo e per di più lo scimmiottava, prendendo in giro il suo modo di parlare. Alzò l’altra mano, contratta di rabbia, ma prima che potesse rovesciargliela addosso con dentro tutta la sua vendetta, vide Amâncio farsi serio di colpo e correre via dal canneto. Battendo le mani. Non servire neanche da staffetta – unico mezzo di sostentamento per i bambini troppo deboli per la piantagione – fu il primo degli smacchi di Amâncio. Gli altri, quasi tutti, quelli che nel corso della vita lo avrebbero perseguitato sotto diverse forme, erano frutto anch’essi della stessa causa originale, anteriore a tutto ciò che lui sapeva. Perché prima di imparare a recapitare messaggi, battere le mani o fare qualsiasi altra cosa, bisognava che il bambino si adoperasse per una questione di natura piuttosto urgente: imparare a memoria il proprio nome. Amâncio Amaro non si chiamava Amâncio Amaro. Il suo nome completo occupava tre pagine intere nel registro dei battesimi della chiesa madre. E non era esagerato dire, come faceva donna Lia: «Quello lì è venuto al mondo quando è stato battezzato». In effetti il parto gli aveva segnato la vita molto meno del nome. La versione integrale, composta di tutti i tributi possibili a parenti e ad amici, oltre a qualche detto edificante, fu trascritta con cura, con una calligrafia tutta arzigogolata: Amâncio Amaro Jesus Milagre Domingo Severino Pampa dos Santos Manuel con la U Salomão Timbu jud Judas Tadeu Nilton Zé Branco Zé Preto Anche il Salmo Novanta Così Bello Ehm Ehm Sebastião D. Loura Edmilson Con Anche i Suoi Cugini Edileusa Creusa 11

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Carrero Antônio Pertence Tizio Aristides Caio Arcangelo Romeu Xangô Kauô Kabiêcilè Donna Eudíce Santa Cruz Uno a Zero Goal di Givanildo Donna Jandira Tôto Luciano Manco Samuca Che Ore Sono Donna Mocinha Vachintão Bau de Déda le Undici e Venti Carmen Silva Mai Duado D. Laurete Ave Maria Biu Bilola Josefa Abigail Felisberto Salomão Già Si È Fatto Uomo Zé Branco Anche Lui Néviton Dirceu Discorso la Sua Invidia è il Mio Successo Maria de Lourdes Conceição Nancy Canta Quest’Altra Vittoria del Santo Antão Josabat Salute Jairo Joca Chi Altri Tonino Settimo Cammino di Exu Devo Non Nego Larôiê Dandriana Sor Pires Credito Solo Domani Josué Cíço Cunhã Milton Amazão Valentino Quel Bambino Vieni Qua Antônio Ciço Danilse Alice Chiede un Goccetto alla Bottega Zé Cordeiro Dos Santos João Falcão Bambino Svergognato Sor Padre Sor Hélio Ilan e Bi Oxóssi Axé Chiede che Lasci Stare Tutta la Famiglia Sì Ragazzo Josué Ancora Manca Qualcuno José Chi A Posto Amen. Nonostante la buona volontà, una qualche ingiustizia fu commessa lo stesso, magari nei confronti di un amico, dimenticato nella sequela di omaggi che diede nome al bambino. Si tentò di rimediare con ammende posteriori o versioni pirata, molte delle quali create addirittura dagli omessi, oltraggiati dalla grave dimenticanza. Altri, meno intimi e senza diritto a quel riconoscimento che reclamavano a gran voce, si dovettero accontentare di soprannomi e diminutivi. Il resto dei compaesani venne omaggiato da un provvidenziale Ecc (con la maiuscola, come si fa con i nomi propri) aggiunto in fretta e furia, sul finire del battesimo, nella vasca della piccola chiesa madre dell’Invocação do Trânsito de Nossa Senhora. Alle 11 e un quarto di quella mattina, nell’inconfondibile calore di gennaio, la chiesa era tutta luce. Brillava sulle pareti esterne, interamente esposte al sole, il bianco coltello della calce fresca, stesa per le festività di fine anno. Il giorno del battesimo, subito la mattina presto, la madre appese insieme a un’amica un drappo che, da casa sua, andava fino alle porte della chiesa. Quando legarono il primo lembo al ramo più robusto dell’albero di fuoco una vicina, donna Luzia, che sem12

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brava tanto buona e invece era falsa, pettegola, bugiarda, tignosa e molto sulle sue con la madre, subito domandò: «Qual è quindi il nome?» nella speranza di venir coinvolta. Avevano scritto sul drappo un abbozzo del nome completo di Amâncio, dipinto a caratteri piccoli per farcelo stare tutto, e per evitare magagne, di scandali se ne fa anche a meno e poi perché alla festa non c’era posto per troppi invitati, avevano risparmiato al drappo il giro intorno alla bottega di donna Bibalì, con cui la madre non voleva avere più niente a che fare dopo la famosa lite, che sarebbe stata ricordata soltanto nell’ammenda comune dell’Ecc. L’addobbo, a dire il vero, aveva anche un’altra funzione, puramente sociale: era il fasto necessario a sottolineare che quel battesimo era un evento unico. Non perché fosse una cosa originale. Battezzarsi è una cosa normale, che da quelle parti si era sempre fatta e che non aveva mai destato molto clamore. Ma quel battesimo, quello in particolare, aveva un’aura diversa – come già avevano fatto presagire le condizioni straordinarie della gravidanza. A Santana molto si nasceva, molto si moriva. Ma sempre contemporaneamente. Quando ne veniva al mondo uno, un altro se ne andava. Così che i festeggiamenti per le nascite dovevano spartirsi la scena con le veglie funebri. A donna Bibalì questa cosa non piaceva per niente, finiva che vendeva poche candele. «Solo a Santana poteva succedere: il morto che si mangia la candela del vivo.» Era così da moltissimo tempo, per esigenze remote e ormai dimenticate, dall’epoca vile della fondazione del villaggio, quando era capitata da quelle parti una banda di schiavi liberti, indios vagabondi, olandesi stanchi della fede, pernambucani e portoghesi disertori di guerre senza fine. In cerca del sacro riposo, avevano scelto quel luogo solitario e lontano dalla costa, nascosto dietro al Morro das Contendas, dall’accesso impervio, terra arida e sterile, dove per niente al mondo l’avidità degli uomini sarebbe venuta a importunarli. Sarebbero stati dimenticati in grazia di Dio, a patto che non s’immischiassero nella vita oltre i confini di quella terra inutile, da cui nessuno andava via, dove nessuno voleva entrare. 13

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Tanto rigidi e radicati erano stati i princìpi del villaggio, che fino a quel giorno la sua popolazione non era mai cambiata di un’unità. E un evento come il battesimo di Amâncio, con tutti quei nomi, non poteva che dare l’illusione che in molti fossero nati al posto di uno solo. Approfittando della novità, ciascuno lo chiamava col nome che capiva meglio o con le parti che gli piacevano di più. Per ognuno, Amâncio Amaro era una persona diversa. Padre Limarte, responsabile di avergli sacramentato il destino che avrebbe portato come una croce per il resto della sua vita, lo chiamava con il suo ultimo nome, che per lui era il più bello: Amen. Le beghine erano meno pretenziose, si accontentavano di una qualunque delle citazioni bibliche contenute in quel nome. Quelle più infervorate approfittavano del riferimento al novantesimo salmo e lo chiamavano recitandone un versetto qualsiasi, anche se non compariva nell’originale. Le puttane lo chiamavano Amaro, pronuncia corrotta del verbo che vendevano, tempo passato remoto, terza persona plurale: in portoghese amaram, visto che conoscevano l’amore di molti uomini. C’erano tre o quattro tifosi tricolore che gli urlavano dietro Santa Cruz! Santa Cruz! mentre la maggioranza biancorossa e rossonera lo insultava chiamandolo Tricolore Figlio di Puttana, al che i tricolore rispondevano continuando a citare: Uno a Zero Goal di Givanildo, e ricordando il placcaggio di una vittoria indimenticabile, contro cui non c’erano argomenti che tenessero. Il bambino cresceva senza sapere quali, tra le cose che sentiva, facevano parte o meno del suo nome, motivo per cui aveva preso l’abitudine di girare la testa ogni volta che sentiva qualcuno gridare. Non di rado era qualcuno che chiamava un cane, che sollecitava un gregge o che si stava semplicemente schiarendo la gola. Le domeniche di mercato, quando la mercanzia era appesa lungo l’unica via, Amâncio non aveva tregua. Non ce la faceva a rispondere a tanti richiami, quasi tutti falsi allarmi. Se ne stava in stato di costante allerta, girando la testa al ritmo degli strilli. Arrivava a fine giornata, quando il mercato stava chiudendo i battenti, distrutto dal torcicollo e dagli insulti. Le sue domeniche erano di 14

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mercato e di umiliazioni. Al punto che questo era il suo unico ricordo d’infanzia, tanto vivo e pungente che non se lo portava soltanto nella memoria, ma in tutto il corpo. Per tutta la vita, il solo odore di pomodori macerati sarebbe bastato a bloccargli il collo. Gli altri suoi dolori, ben più seri, li avrebbe scoperti solo all’età che il destino avesse ritenuto opportuna. Il peggiore, di pubblico dominio e ludibrio, sarebbe saltato fuori, non a caso, proprio durante un mercato domenicale, molti anni più tardi. Frutto del suo primo e indimenticabile incontro con l’amore.

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