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Libertà e Giustizia

03/02/10 16:18

Giustizia

"Altro che riforma, così la politica vuole controllare i pm" Colloquio con l' ex procuratore capo di Firenze Ubaldo Nannucci, a cura di red leg, 03-09-2008

“E’ un insieme di elementi che demolisce il sistema costituzionale”. Ubaldo Nannucci, l’ex procuratore capo di Firenze che si è occupato, tra l’altro, della vicenda del Mostro, della strage dei Georgofili e da ultimo (archiviandole) delle denunce contro i lavavetri, sintetizza così la riforma della Giustizia annunciata dal ministro Alfano. Per Libertà e Giustizia, di cui è socio, entra nel merito di alcuni dei nodi in discussione: il doppio Csm, la separazione delle carriere e la priorità nella trattazione dei reati che cancellerebbe l’obbligatorietà dell’azione penale. “La creazione di due Csm non può essere fine a se stessa: prelude a un Csm per i soli pubblici ministeri nel quale sarebbero rappresentati anche interessi politici. E’ deontologicamente sbagliato, perché non possono esserci regole diverse tra magistrati giudicanti e requirenti. Il fine politico non viene dichiarato, ma è l’unico sbocco per una riforma di questo genere”. Eppure che la giustizia sia lenta davvero e che necessiti di una riforma è chiaro a ogni cittadino che sia incappato in un processo, anche solo da testimone. "Ma se si volessero segnalare abusi, incompetenze, inadeguatezze, ritardi e negligenze, queste ci sono sia tra i magistrati che tra i pm. La verità è, a mio parere, che vogliono distruggere il Csm per modificare il sistema di autocontrollo della magistratura, dunque per controllarla". Sulla separazione delle carriere la questione sembra più semplice: si registrano aperture da parte dell’opposizione. “La separazione delle carriere è orientata allo stesso criterio: escludere la possibilità che ci sia un pm con senso della giustizia, così come dettato dalla Costituzione, e cioè che preveda la persecuzione dei colpevoli e la tutela degli innocenti. Il ruolo che la Carta ha affidato alla magistratura volle affermare il principio che il pm è al servizio della legge, come del resto è scritto anche nel codice di procedura penale”. In ogni caso, per fare queste riforme si dovrà metter mano alla Costituzione. Però l’obbligatorietà dell’azione penale sembra toccare più direttamente i cittadini. Non è così? “Abolire l’obbligatorietà dell’azione penale vuol dire abolire il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E’ dal ’91 che lo dico, mi creda, più volte hanno tentato blitz per stilare elenchi di reati con priorità. E’ accaduto anche quando furono istituite le Procure circondariali. Allora ci furono magistrati alla guida di procure circondariali che proposero la tesi delle priorità. Mi opposi subito: è chiaro che se c’è da fare una scelta inevitabilmente quella scelta finisce per ricadere sul governo e quindi si lega a principi di natura politica. E’ una forma di abuso, una discriminazione bella e buona”. Che succederebbe oggi se a scegliere la priorità sui reati da perseguire fosse il governo? “Per esempio, visto che le carceri sono sovraffollate, piene soprattutto di condannati per reati come truffe e rapine, si smetterebbe di perseguire quei reati per svuotare le celle. Ma così si disarticola il principio di soggezione di tutti alla legge e quello secondo cui un cittadino vittima di un reato, anche minore, ha diritto di ottenere giustizia". Ma questi provvedimenti, secondo lei, potrebbero risolvere almeno in parte i problemi della giustizia italiana? "Sono sicuro di no. La lentezza della giustizia, per esempio, è un problema nato con il nuovo codice di procedura penale. Purtroppo ho lavorato abbastanza a lungo per avere esperienza anche con il vecchio codice e posso basarmi sulla mia esperienza: il nuovo codice è folle. Si erano innamorati del rito americano e lo hanno recepito solo nell’aspetto televisivo. Da noi è stato introdotto un sistema che copia quello statunitense, senza i contrappesi di quello d’oltreoceano. Un sistema accusatorio, in cui ogni teste deve essere ascoltato in udienza, perché le prove si devono formare in aula e non valgono le dichiarazioni eventualmente già fatte a verbale".

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Vuol dire che con il vecchio codice la giustizia non era così lenta? "Prima, se non c’erano controversie tra le parti, si procedeva spediti. Il legislatore inoltre ha pensato una duplice strada: un rito normale e uno abbreviato. A mio avviso una strada nobile, per imputati di lusso che possono permettersi il processo, e una scorciatoia, costruita esclusivamente sui verbali di polizia, per gli altri. Di fatto il sistema è fallito, perché si pensava che la via ordinaria potesse rappresentare al massimo il 10 per cento di tutti i procedimenti. Ma mi spieghi perché un cittadino che sa già che – per pene al di sotto dei tre anni - non va in galera nessuno, dovrebbe scegliere il rito abbreviato?" | www.libertaegiustizia.it - disclaimer | realizzato da

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Ubaldo Nannucci - Intervista  

Materiale preparatorio