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Anno III - N. 15 NOVEMBRE 2011 DISTRIBUZIONE GRATUITA 50.000 COPIE

GIORNALE NAZIONALE D’INFORMAZIONE FUMETTISTICA

QUANDO NATALE ARRIVA A OTTOBRE Se state passeggiando per il centro sentendo strane canzoncine che si propagano in tutte le piazze, vedendo strani figuri vestiti da Babbo Natale (ma anche da slitta, da renna, da pacco regalo o da folletto), se siete circondati da un’aria ovattata di dinamica frenesia condita da gente agitata che con buste piene di strani pacchi, pacchetti, scatole e informi peluche, si affrettata da un lato all’altro della città, ci sono solo due possibili spiegazioni: o è Natale o siete a Lucca nei giorni della più importante fiera del fumetto d’Italia, Lucca Comics and Games!!! Che poi, sotto un certo punto di vista, è un po’ la stessa cosa….perchè Lucca, per tutti gli appassionati di fumetto, giochi di ruolo e videogame è un quasi come il Natale, solo che arriva a fine Ottobre! E mai come quest’anno il Natale Lucchese ha portato tanti doni: Jiro Taniguchi, Jeff Smith, David Lloyd, Miguel Angel Martin, Juanjo Guarnido tra gli ospiti, le mostre (tutte splendide, soprattutto quelle dedicate a Sandokan e a Massimo Carvenale), gli incontri, gli approfondimenti dei Comic Talk e tanto tanto altro. Forse addirittura troppo per essere vissuto in pieno nonostante la nuova formula dei cinque giorni. Certo sempre melius abundare quam deficere. Comic-Soon è ancora una volta in prima linea per raccontare questo momento speciale in cui tutto il mondo del fumetto si riunisce, discute, propone, ascolta e parla. Lo vogliamo fare con gli articoli su Topolino di Leonardo Gori, su Tex e gli alieni di Andrea Sani, sui game di Roberto Recchioni, solo per fare qualche esempio. Ma soprattutto lo vogliamo fare con il saluto di Luca Boschi a Sergio Bonelli, l’amico di ogni lettore di fumetti, di ogni autore e di ogni aspirante tale, che da poche settimane è venuto a mancare. A lui tutta la redazione e l’editore dedicano questo numero di Comic-Soon. Andrea Mazzotta

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a partire da 9.900,00 euro! Illustrazione di Flaviano Armentaro - http://flavianoarmentaro.blogspot.com/

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(rivista in registrazione) Prossima uscita: MARZO 2012 - 30.000 COPIE

Tex, Cowboy e Alieni

p. 8

La verità su Topolino

p. 12

Digital Divide di RRobe

p. 33

Redazione Tespi - Via Vigna Fabbri, 5 - 00179 Roma; web: http://www.comic-soon.com; e-mail: info@comic-soon.com. Comic-Soon ® Tespi srl. Responsabile editoriale: Andrea Mazzotta; responsabile pubblicità e diffusione: Valentino Sergi (diffusione@comic-soon.com); grafica e impaginazione: Maryam Funicelli. I copyright, dove non diversamente indicato, sono degli aventi diritto.


L’EREDITÀ FUMETTISTICA DI SERGIO BONELLI

Da sinistra: Alfredo Castelli, Luca Boschi e Sergio Bonelli al Palatrussardi

di Luca Boschi

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ica facile parlare, a distanza di poco tempo dalla sua scomparsa, di un vero Gigante del settore nel quale si lavora: il massimo operatore del Fumetto italiano che per oltre trent’anni ti ha anche onorato della sua amicizia, scandita da appuntamenti costanti, magari rarefatti nel tempo, ma mai superficiali. Incontri densi di “contenuti” e informazioni, di valutazioni sull’andamento del business del Fumetto, costellati anche di qualche sogno e di non pochi rimpianti. La dimensione umana di Sergio Bonelli, la sua curiosità vorace per le idee di storie e personaggi provenienti anche dagli altri media, la sua attenzione per i nuovi giovani autori ed editori, le sue antenne orientate con caparbietà verso i desiderata dei lettori sono cose importantissime, primarie. E tuttavia, in momenti come questi rischiano di far passare in secondo piano, sminuendolo, l’enorme, incomparabile contributo che Sergio, con le sue case editrici e direttamente in prima persona ha apportato al Fumetto internazionale in tanti decenni di lavoro intenso, incessante. L’appassionato odierno, collezionista o lettore occasionale, lo individua soprattutto come inarrivabile patron dell’azienda che porta il suo nome, la Sergio Bonelli Editore, una “macchina da guerra” dall’impianto artigianale che sforna mensilmente il massimo numero di nuove pagine a fumetti realizzate in Italia. Alle quali si aggiunge un considerevolmente vasto campionario di ristampe (editate, provviste di nuovi redazionali e spesso di nuove copertine) di tante altre testate. Una marea di carta con vignette e balloon. Di Sergio Bonelli, i più informati stimano, o addirittura venerano, anche l’attività più specificamente creativa. Gli sono grati per aver dato alla luce personaggi dalle mille avventure come Zagor o Mister No: eroi tradotti, come molti altri dei suoi, in tantissimi Paesi del mondo. Questa di sceneggiatore è un’attività che Sergio ha sempre definito, con sincera modestia, quasi “amatoriale”. Nelle interviste gli piaceva definirsi sceneggiatore della domenica, facendosi scudo per tanti

Tex di Paolo Bacilieri

anni dello pseudonimo di Guido Nolitta, suo alter ego perfettamente simmetrico. Sergio avrebbe cominciato a dissolvere le nebbie di mistero che avvolgevano questo nick negli anni Ottanta; non eliminandolo, ma rivelando occasionalmente l’identità celata, la sua, soprattutto in occasioni non ufficiali. Guido Nolitta, secondo queste dichiarazioni, sembrava entrare in servizio la domenica mattina, per timbrare di nuovo il cartellino alla sera. Scompariva negli altri sei giorni della settimana, per lasciar svolgere a Sergio i compiti imposti dalla conduzione della casa editrice. I compiti più disparati. Se ancora adesso (per fare un esempio) Tex è un clamoroso successo in Finlandia, dove tutto delle sue avventure è già stato stampato e la “sete del ranger” si appaga inserendo anche gli speciali Texoni nella collana regolare, ciò si deve essenzialmente all’agente Sergio, che in tempi non sospetti ha girovagato in lungo e in largo nel mondo per cedere i diritti dei propri personaggi. Ai tempi delle prime manifestazioni di comics, e prima ancora quando i pregiudizi della borghesia italiana si appuntavano contro i “diseducativi” fumetti, il giovane Sergio si era preso la briga di contattare gli altri colleghi editori per impostare iniziative comuni. Si trattava di adottare strategie condivise per propagandare il medium o di creare un codice di autoregolamentazione interno al settore (in nome del marchio Europress Junior) per evitare deleteri attacchi censori dall’esterno. Lavoro duro, questo, perché i colleghi editori di allora, Marino Tomasina di Akim, Leonello Martini della Alpe, Renato Bianconi di Geppo e Braccio di Ferro, faticavano a sentirci. Per tanto tempo, di Sergio sono state appannaggio queste relazioni esterne. Il merito dell’organizzazione tecnica e finanziaria delle etichette editoriali di famiglia, va per un certo periodo pionieristico alla madre Tea Bonelli. Sergio ha sempre tenuto a ricordare l’attività silenziosa quanto tenace e premurosa di sua madre Tea, persona così modesta da autodefinirsi editrice improvvisata, anche perché priva di un passato come lettrice di fumetti. Con la scomparsa di Sergio, si è detto, non si è chiuso un capitolo della storia dell’editoria italiana: si chiusa un’intera biblioteca! Fortunatamente, gli eroi usciti dalla sua fucina continuano a vivere, perpetuando la memoria del titolare della casa editrice anche attraverso le gesta dei “colleghi di matita e china” che li seguiranno. Tuttavia, è senz’altro vero che, in assenza delle case editrici di Sergio (Cepim, Araldo, Isola Trovata, Bonelli-Dargaud, finalmente Sergio Bonelli Editore), il costume italiano dell’ultimo mezzo secolo avrebbe stato diverso. Il merito indubbio di aver fatto vivere tanti personaggi inediti, dando lavoro a uno stuolo di sceneggiatori e disegnatori tanto corposo come mai prima, nasconde e bilancia l’altro, non secondario, di aver consen-

tito a milioni di italiani di coltivare il gusto per la lettura: una pratica difesa addirittura con eroismo negli ultimi decenni, messa sotto attacco com’è state e com’è da televisione, videogiochi, web e altre insidiose distrazioni. Detta con accenti che possono anche apparire retorici, il popolo italiano deve riconoscenza a Sergio per aver alimentato il piacere di leggere avventure di ampio respiro: una tradizione che affonda le sue radici nella frequentazione dei feuilleton, o meglio delle italiche “dispense” diffuse nella prima metà del Novecento. Non è stato un processo naturale, automatico, bensì la conseguenza di scelte editoriali precise avvenute nella fabbrica editoriale di Tex, storicamente circoscrivibili all’epoca in cui Sergio Bonelli ne era al timone. Per capirlo meglio, facciamo un passo indietro. Il personaggio più emblematico della casa editrice, appunto il ranger Tex Willer, ideato da papà Giovanni Luigi, detto Gian, e dal disegnatore Aurelio Galleppini, era nato nel 1948 in un albetto a striscia di poche pagine. Questi piccoli albi, molto acquistati perché dal basso prezzo di copertina ed economici anche da produrre, misuravano esattamente un terzo degli albi modellati sulla falsariga dei comic book americani. Stampati appunto “come un albo” a tre per volta, copertine comprese, venivano poi rilegati ciascuno con un punto metallico e tagliati; sarebbero stati distribuiti in edicola in tre momenti diversi, in base alla periodicità di uscita stabilita. L’uovo di Colombo, la trovata vincente, è stata impaginarli di nuovo, in occasioni specialissime, con tre strisce per pagina, ricostituendo in tal modo (grosso modo) le grandi dimensioni di un albo. In questo modo, con qualche ulteriore passaggio di ottimizzazione, nasce il tipico “formato Bonelli”. Questi albi, soprattutto dopo che il Boom economico permette agli italiani una maggiore disponibilità di denaro per gli “extra”, e quando il problema della scarsità della carta per stampare sembra superato, risultano in perfetta sintonia con le esigenze dei lettori. Le loro richieste di avventure fantastiche e di evasione antistress, oltre che di conoscenza e cultura, possono essere felicemente appagate impegnando circa un paio di ore di lettura: un tempo più soddisfacentemente lungo della visione di un film e meno impegnativo della lettura di un romanzo. Gli albi bonelliani, per giunta, fanno scattare un meccanismo collezionistico che in precedenza coinvolgeva solo delle circoscritte élite. Con le loro

“costole” quadre da libretto, gli albi di Tex, di Zagor, di Mister No (e poi di Martin Mystère, di Dylan Dog, di Nathan Never e degli altri) fanno una buona figura negli scaffali della libreria, non si deteriorano facilmente e consentono una rilettura multipla: chiedono di essere conservati. Quando le storie nate per le strisce sono agli sgoccioli e non è più possibile garantire la sopravvivenza dei mensili con il semplice rimontaggio delle strisce, avviene il grande giro di boa. Infatti, si impone l’ideazione di apposite sceneggiature per l’estensione del centinaio di pagine a fumetti da ospitarsi in ciascun albo. È un passaggio epocale, forse sottovalutato anche dagli stessi lettori, soprattutto alla luce di quanto avrebbe fatto scaturire in seguito. Si provvede lasciando scorrere come meglio si ritiene il flusso narrativo degli eventi da raccontare, superato il limite delle poche vignette concesse da ogni albetto a striscia. In quello spazio angusto, necessariamente bisognava giocare di sintesi per proporre ogni volta al lettore un numero di avvenimenti sufficiente a renderlo soddisfatto per l’acquisto effettuato. Le avventure dovevano essere divise in puntate, sempre a causa della scarsità di vignette disponibili, e si giocava molto anche sulle didascalie e sui cosiddetti cartigli esplicativi per raccontare qualcosa in più, riassumere fatti contenuti negli albi precedenti e nel contempo allungare il tempo di lettura di ogni striscia. Con il format bonelliano di un centinaio di pagine nuove, questi vincoli lentamente scompaiono. Si da spazio a episodi che in linea di massima si dipanano da copertina a copertina, spesso mettendo al bando le puntate. Si costringono i nuovi sceneggiatori a prendere confidenza con questo spazio esteso, ad avvicinarsi al concetto di romanzo grafico, pur seriale, che definirà i suoi contorni in altre sedi e altri periodi storici. L’analisi dei vari passaggi di ciascuna avventura, e anche l’introspezione psicologica dei loro interpreti, quando possibile, hanno la meglio sulla sintesi obbligata degli eventi e sull’azione volute dalle strisce. Il Fumetto bonelliano, senza perdere lettori e anzi acquistandone sempre di nuovi, con questi parametri più elastici acquista una più ricca personalità. Fra gli autori della sempre più popolosa scuderia vi sarà chi, come lo sceneggiatore Giancarlo Berardi per Ken Parker, tenterà con successo di eliminare totalmente le didascalie, lasciando parlare le immagini e affidando ai www.comic-soon.com

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dialoghi tutto il “testo da leggere”. Intanto, aprendo un differente capitolo della sua attività editoriale, Bonelli si inoltra nel territorio del cosiddetto “fumetto d’autore”, quello delle riviste (Orient Express e Pilot) e della prestigiosa collana Un Uomo un’Avventura, dove sfila il meglio della Scuola italiana attiva fra gli anni settanta e Ottanta. Ma nel settore dei bonelliani classici bisogna attendere il luglio 1988 per salutare un’altra importante svolta della casa editrice. In virtù della sua particolare struttura narrativa a episodi (fino allora inedita per il personaggio), il secondo numero speciale di Dylan Dog, Gli orrori di Altroquando, viene affidato alla linea grafica di Attilio Micheluzzi, un disegnatore considerato “della fascia alta” del Fumetto italiano, data la sua partecipazione a riviste di prestigio come Alter Alter o Comic Art. Ma lo stesso esordio del personaggio di Dylan Dog, nel settembre 1986, si è illuminato di una luce colta: sotto la copertina di classico impianto bonelliano, disegnata da Claudio Villa, ideatore grafico dei principali interpreti della saga,

si inaugura un nuovo stile da parte di Angelo Stano, famoso soprattutto per il ciclo di Charlie Charleston, pubblicato su Corrier Boy, ma ora impegnato nel recupero di uno stile grafico debitore della Secessione Viennese del primo Novecento. Gustav Klimt e soprattutto Egon Schiele divengono i modelli di riferimento per l’Angelo Stano di Dylan Dog nel primo episodio della collana, L’alba dei morti viventi, che sposa soluzioni raffinatissime, al limite della deformazione grottesca, con il tessuto narrativo da albo Bonelli, rivolto al pubblico che richiede una lettura di ampio respiro. Dopo Micheluzzi, giungono sulle testate di Bonelli altre firme provenienti delle riviste, da Rodolfo Torti a Sergio Toppi, da Massimo Rotundo a Franco Saudelli. Dal romanzo e dalla musica “cantautoriale”, giunge il prolifico Gianfranco Manfredi. E, mentre si formano sempre nuovi sceneggiatori e disegnatori, in parte provenienti dalle scuole di comics, in un’altra era ecco anche i disegnatori disneyani Corrado Mastantuono, Fabio Celoni, e gli sceneggiatori Tito Faraci e Bruno Enna

(per citare solo alcuni nomi, mi perdoneranno, spero, tutti gli altri). Insomma, è l’intero Fumetto italiano a passare dalla Sergio Bonelli Editore, esprimendosi con moduli classici, ma qualche volta anche sperimentali, come nei casi di Carlo Ambrosini, Luca Enoch o Paolo Bacilieri. I nuovi fan si moltiplicano e, soprattutto per loro, il nome di Sergio Bonelli si ammanta di un’aura simbolica paragonabile a quella che, svariati decenni prima, aveva illuminato Walt Disney. Entrambi fabbricanti di sogni in grado di lasciare in eredità, in eterno, delle fabbriche di fantasia abili a camminare da sole, con le gambe dei tanti creativi arruolati. Le parole di Alfredo Castelli, papà di Martin Mystère, ben sintetizzano, in modo affettuoso quanto oggettivo, uno dei traguardi più miracolosi tagliati da Sergio con la sua dedizione di una vita: “La sua mancanza si sentirà. Sergio è riuscito a gestire un mondo di prodotti considerati deteriori, se non addirittura pericolosi nei confronti dei lettori, per trasformare il Fumetto in un medium con una sua dignità culturale, non di

Sergio Bonelli firma Dylan Dog

nicchia, ma conservandone la grande diffusione. È riuscito a cancellare una vecchia dicotomia fra prodotto per pochi, il fumetto cosiddetto artistico, e quello popolare, che veniva sempre trattato con una certa forma di disprezzo”.

5 GIORNI DI EMOZIONI PER TUTTI I GUSTI A LUCCA COMICS & GAMES

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l maggiore festival italiano del settore riscalda l’autunno confermandosi ormai il punto di ritrovo per eccellenza per professionisti e appassionati. Uno dei cuori pulsanti della manifestazione è collocato nel Loggiato di Palazzo Pretorio, dov’è stata creata un’ala apposita per il mondo del cinema. Tra materiali promozionali, memorabilia e guest-star (tra cui Dirck Benedict, altrimenti noto come Sberla nella recente pellicola dedicata all’A-Team) gli appassionati potranno assistere alle anteprime della prossima stagione, come Real Steel, con Hugh Jackman di casa Disney e 6 minuti di The Avengers, il film evento del 2012. Nelle sale del Palazzo Ducale, cornice unica e preziosa per le gallerie espositive, sono allestiti cinque percorsi dedicati alla Nona Arte. Dal talento degli italiani Emanuele Fior, vincitore del Festival internazionale del fumetto di Angoulême con 5000 chilometri al secondo, e Davide Reviati, autore dello struggente Morti di sonno, alle tigri e ai pirati di Emilio Salgari al cui immaginario fantastico ed evocativo è dedicata la manifestazione. Si continua con il tratto poetico del maestro giapponese Jiro Taniguchi, ospite attesissimo agli stand Panini e Rizzoli Lizard, e

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con le tavole dipinte dell’investigatore felino Blacksad; chiude la carrellata il cupo e visionario David Lloyd, conosciuto ai più per il capolavoro scritto da Alan Moore V per Vendetta (trasposto al cinema nel 2005 da James McTeigue), presente tutti i giorni allo stand NPE per firmare l’antologia Materia Oscura. Ma le mostre non si esauriscono qui, Palazzo Guinigi presenta la mostra Guido Buzzelli, frammenti dall’assurdo dedicata al grande maestro scomparso e una serie di happening non mancheranno di allietare il suo pubblico: un ciclo di incontri a tema sull’Avventura salgariana, un evento dedicato al cinquantenario di Zagor, un ricordo particolare del grande Sergio Bonelli, recentemente scomparso, il ritorno degli appuntamenti creati ad hoc per addetti ai lavori e professionisti del fumetto come Lavorare con il Fumetto e Comics Talks, a cura di Matteo Stefanelli, dai temi decisamente caldi (Video Killed Pornofumetto Star. Il destino del fumetto erotico, nell’era di Internet, è segnato per sempre?, oppure Ascesa e declino del fumetto indipendente) e due showcase per apprezzare le performance degli autori presenti. E ancora incontri e presentazioni a ciclo continuo, come per l’edizione integrale di Bone di Jeff Smith edita da Bao Publishing, la ristampa definitiva dell’Eternauta (001 Edizioni) o il saggio Eccetto Topolino di Fabio Gadducci, Leonardo Gori e Sergio Lama, cronaca dell’anomalia Disney nell’Italia fascista. Ritornano anche i percorsi dedicati al fumetto autoprodotto (Self Area), i luoghi interamente dedicati alla cultura giapponese (Japan Palace, quest’anno ancora più grande come area espositiva), i progetti dedicati allo scouting di nuove firme (Lucca Project Contest e gli Incontri con gli Editor), senza dimenticare l’altissima concentrazione di case editrici in Piazza Napoleone, con centinaia di proposte e sketch session per gli acquirenti. Ma Lucca è anche la vetrina per i cosplayer di tutta la penisola e oltre, pronti a invadere la cittadina per sfilare sulla passerella del contest più atteso dell’anno. L’offerta però non si esaurisce qui e prosegue nell’area Games, con gli eventi legati al mondo videoludico e i big dell’industria (2K, Ankama, Electronics Arts, Kochmedia, Nintendo, Ubisoft e Warner) che offrono la possibili-

tà di provare in anticipo titoli come The Darkness II, seguito dell’avventura horror dedicata al personaggio Top Cow o Batman: Arkham City, una nuova avventura grafica per il cavaliere oscuro di Gotham. Per gli amanti del fantasy, ovviamente, non è previsto solo un intrattenimento a schermo, ma una lunga lista di ospiti ed editori. Tra le Guest Star più attese, Paolo Barbieri, il celebre illustratore delle coper-

di Ernesto Cicerchia

tine dei romanzi di Licia Troisi, Cassandra Clare e George R.R. Martin; il romanziere Herbie Brennan, autore di saggi, libri-game e del recente successo La guerra degli Elfi, e Sandy Petersen, level designer di Doom e inventore del gioco di ruolo Il richiamo di Chtulhu. Peccato che 5 giorni passino così in fretta!


TEX, COWBOY E ALIENI di Andrea Sani

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escolare cowboy e alieni significa confondere due generi letterari, fumettistici e cinematografici che, in teoria, dovrebbero rimanere rigorosamente distinti: il western e la fantascienza. L’effetto surreale delle astronavi nella Monument Valley di John Ford dovrebbe risultare incongruo come la marmellata al posto del ragù sulla pastasciutta. Eppure, se si è degli abili narratori, anche questa contaminazione può essere proposta con successo e con discreta soddisfazione del pubblico (soprattutto giovanile). È questo il caso del recentissimo film di Jon Favreau Cowboys & Aliens (2011), prodotto da Steven Spielberg con Daniel Craig e Harrison Ford. Si tratta di una pellicola tratta dal graphic novel omonimo del 2006 ideato da Scott Mitchell Rosenberg, fondatore di Malibu Comics, e pubblicato in Italia nel 2011 da Rizzoli Lizard (testi di Fred Van Lente e Andrew Foley; matite di Luciano Lima e Magic Eye Studios). L’azione del film è ambientata nell’Arizona del 1873. Jake Lonergan (Daniel Craig) è uno straniero senza memoria che arriva nella cittadina di Absolution, dominata dal colonnello Woodrow Dolarhyde (Harrison Ford). Jake è accolto con ostilità, finché non si scoprirà che proprio lui è l’unico in grado di fronteggiare un attacco di misteriose astronavi, grazie al bracciale metallico che porta al polso sinistro e che si rivelerà un’arma vincente contro gli alieni. I critici cinematografici hanno osservato che l’idea di contaminare il West con la science-fiction risale alla serie televisiva Firefly, andata la prima volta in onda in USA e Canada nel 2002. A dire il vero, se vogliamo attribuire la paternità di questo strano connubio a qualcuno, almeno in Italia il primo nome che ci viene in mente è quello di Gianluigi Bonelli, il padre di Tex Willer. Infatti, alcune vecchie avventure di Tex risultano chiaramente imparentate con la fantascienza. Forse l’esempio più clamoroso è il magnifico episodio La valle della Luna (“Tex - Serie Leopardo Nero”, nn. 2228, del 1962, “Tex gigante” nn. 55-56), disegnato da Aurelio Galleppini (in arte Galep), dove Bonelli favoleggia di un essere dalla consistenza spugnosa e molliccia piovuto dal cielo nel bel mezzo del Vecchio West. Il misterioso personaggio è un vero e proprio extraterrestre, un “marziano” che costringe gli indiani apache a lavorare per lui e a procurargli del materiale radioattivo, da usare molto probabilmente per la sua astronave in avaria o a corto di carburante. Il fascino di questo piccolo capolavoro della suspense consiste nel fatto che Bonelli e Galleppini non mostrano mai del tutto l’alieno, di cui si vedono solo gli occhi e le mani. Le scene più suggerite che mostrate, la drammaticità degli avvenimenti e il finale aperto a varie soluzioni (l’ipote-

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tica astronave è ripartita o si è disintegrata?) evitano all’episodio di scivolare nel ridicolo, e riescono a non risvegliare il senso critico dei lettori, che vengono coinvolti dalla vicenda e non avvertono affatto come incongruente questa contaminazione fra cow-boy e marziani. Già in precedenza, Bonelli ha preparato il suo pubblico a un incontro fra Tex e gli alieni, alludendo a questa possibilità in almeno altre due avventure, sempre disegnate da Galleppini. La prima storia è quella delle Terre dell’Abisso (Tex - Serie Alabama nn. 1-12, del 1960, Tex gigante nn. 4748), dove Tex apprende la leggenda di un’invasione di piccoli esseri dalla pelle verdastra nelle terre dei Pimas. Lo stesso ranger si imbatte negli scheletri di questi strani omuncoli alla fine dell’avventura, dopo che ha incontrato dei dinosauri preistorici in una valle rimasta miracolosamente incontaminata fin dal periodo giurassico. In questo caso, si può dire che Bonelli e Galleppini anticipino anche il film di Steven Spielberg Jurassic Park del 1993, basato sull’omonimo romanzo di fantascienza scritto da Michael Crichton nel 1990. Claudio Nizzi (che ha validamente sostituito Bonelli nelle sceneggiature di Tex) deve essersi ricordato di questi mostri della vecchia avventura bonelliana in Una trappola per Carson, disegnata da Claudio Villa (Tex gigante n. 502 del 2002), dove, davanti a una diligenza, appaiono quattro giganteschi tirannosauri evocati dai poteri magici del diabolico Mefisto. Un’altra allusione di Gianluigi Bonelli a realtà aliene è reperibile nell’episodio del Grande re (Tex - Serie Leopardo Nero nn. 1-21, del 1962, Tex gigante nn. 53-55), dove i mohicani venerano un meteorite dagli strani poteri, a forma di sfera giallastra, dalla superficie cosparsa di aperture regolari come quelle di un nido d’api.

nata la sua idea di riciclare all’interno della saga texiana anche spunti fantascientifici, immettendoli in un universo narrativo apparentemente lontanissimo da tutto l’ingenuo armamentario della science-fiction. Il contrasto tra l’ambientazione western e gli spunti fantascientifici crea indubbiamente un effetto surreale, ma in fondo risponde ai gusti del pubblico giovanile dell’epoca, che è già abituato a simili anacronismi dai film para-mitologici che furoreggiano al cinema. La pellicola Ercole e la regina di Lidia (1959), del regista Pietro Francisci, ha appena dato il via al momento d’oro del genere peplum, e i registi italiani hanno creato anche il sottogenere della para- (o fanta-) mitologia, che rimescola allegramente le epoche storiche in pellicole come Ercole alla conquista di Atlantide di Vittorio Cottafavi, del 1961, o Maciste alla corte del Gran Khan (1961), di Riccardo Freda, per non parlare di Totò e Cleopatra (1963) di Fernando Cerchio. Il vagabondo eroe del peplum, che può essere Maciste, Ursus, Ercole, Golia o Sansone, agisce nella Grecia classica come nel medioevo, in paesi reali come in località leggendarie.

All’inizio degli anni Sessanta, Bonelli è particolarmente recettivo delle mode cinematografiche dell’epoca, e si è evidentemente accorto del notevole successo che hanno avuto, nel decennio precedente, i film di fantascienza, fra cui soprattutto L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, 1956), di Don Siegel, ma anche i film di mostri come Il risveglio del dinosauro (The Beast from 20.000 Fathoms, 1953), di Eugène Lourié, Godzilla (Gojira, 1954) e Rodan il mostro alato (Rodan, 1956), entrambi di Inoshiro Honda. Di qui dev’essere

Anche gli statunitensi seguiranno la strada degli anacronismi nei B-movie, facendo incontrare Jesse James con la figlia di Frankenstein in Jesse James Meets Frankenstein’s Daughter (1966) di William Beaudine, e Dracula con Billy the Kid in Billy the Kid vs. Dracula (1966), sempre dello stesso regista. Nulla di strano, dunque, se persino per Tex Willer le distanze spazio-temporali risultano, ogni tanto, un particolare del tutto irrelevante. Ma Tex non si limita a combattere alieni e mostri preistorici. In un’avventura

del 1960, disegnata da Galleppini, La città d’oro (Tex - serie Città d’Oro, nn.1-7, Tex gigante nn. 43-44), Bonelli si cimenta anche con il romanzo storico d’ambientazione cinquecentesca e ha il coraggio di immaginare che il ranger, insieme a Tiger, scopra in una valle nascosta una città abitata dai discendenti dei Conquistadores spagnoli, e nella quale il tempo si è fermato al XVI secolo. In quest’improbabile ma appassionante avventura, Tex deve misurarsi con personaggi in costume armati di spadino e con il Principe Nero, un perfido tiranno alla Cesare Borgia con tanto di buffone e di astrologo di corte, chiamato, guarda caso, Nostradamus. In sintesi, il regista Jon Favreau di Cowboys & Aliens non ha certo aperto una strada inesplorata. Gianluigi Bonelli prima di lui e i registi di vecchi film di cassetta hanno già tracciato il solco dell’incrocio tra western e altri generi di intrattenimento. Jon Favreau può però permettersi il lusso di rivisitare radicalmente il genere western non più con una produzione a basso costo, ma con i mezzi tecnici straordinari fornitigli dalla produzione cinematografica di Steven Spielberg. Bonelli salvava la plausibilità degli accostamenti più paradossali nelle avventure di Tex Willer con la sua straordinaria vena narrativa e con gli splendidi disegni di Galleppini, mentre Favreau salva il suo fanta-western grazie al carisma dei due interpreti (Daniel Craig e Harrison Ford), e agli effetti speciali dello studio cinematografico della DreamWorks. La domanda conclusiva è comunque questa: perché, per convincere i ragazzi di oggi a vedere un film western, si devono mescolare i cowboy con le astronavi? Non è dunque più possibile realizzare un western “puro”, dinamico come lo vuole il pubblico odierno, ma convincente come quelli degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento (precedenti alla cosiddetta “morte” del cinema western avvenuta negli anni Settanta)? Nel campo dei fumetti riesce egregiamente a ideare entusiasmanti neo-western Gianfranco Manfredi, sceneggiatore delle memorabili avventure di Tex pubblicate nei nn° 585-86 del 2009 (La grande sete e Giochi di potere), disegnate da Fabio Civitelli, e 609-610 del 2011 (Sei divise nella polvere e Il pasto degli avvoltoi), disegnate da Giovanni Ticci. Al cinema, Ethan e Joel Cohen ci hanno provato con Il Grinta (True Grit, 2011), remake del classico film omonimo del 1969 di Henry Hataway, che fece vincere l’Oscar al protagonista John Wayne. L’inzio della pellicola dei fratelli Cohen è bellissimo e il finale risulta decisamente superiore a quello della pellicola di Hataway. Peccato però che, durante tutta la parte centrale del Grinta, lo spettatore rischi più volte di addormentarsi!


COSA TI COMPRO A LUCCA

Andrea Pazienza è assioma recarti allo stand Fandango è fare propria la nuova versione degli Ultimi giorni di Pompeo. Una storia che una volta letta non si dimentica più. Infine, dato che non voglio costringervi a dare in pegno entrambi i reni ma uno solo, fate vostro Sute, il figlio degli spiriti di Yoshiko Watanabe . È una storia che vi sorprenderà. Lucca arriva una volta all’anno. Non abbiate paura di spendere. Leggere arricchisce più di quello che costa.

di Andrea Mazzotta

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e state leggendo queste righe e non è ancora giunto novembre ci sono ottime possibilità che voi siate su una panchina a Lucca, fuori da qualche padiglione a riposare le vostre stanche membra. Forse avrete freddo, forse caldo o forse la temperatura del vostro corpo sarà perfetta. Sicuramente però quella del vostro cervello sarà troppo alta. Ci sono almeno un milione di neuroni agitati, impegnati in un febbricitante lavoro di scavo mnemonico finalizzato a rispondere alla domanda: “Ma ho acquistato tutto quello che avevo deciso o mi sono scordato qualcosa? Ed ecco pronta per voi la rubrica del Comic-Soon che risponde a questa domanda! Il primo acquisto, imprescindibile, è l’Absolute di Bone, edito da BAO Publishing. Il rapporto qualità/prezzo, ulteriormente arricchito dalla presenza di Jeff Smith allo stand della casa editrice lo rende il top della fiera. Sempre allo stand Bao io non mi lascerei sfuggire Beta di Genovese e Vanzella: per tutti gli amanti dei robottoni.

Ricchissima anche l’offerta della Coconino, che con Asterios Polyp di Mazzucchelli e la ristampa in volume di Gli Anni dello Sputnik rendono la loro postazione meta obbligata per tutti gli amanti delle graphic novel e in generale del buon fumetto. Per tutti gli appassionati di Cinema, imperdibile è il primo numero di B i z z a r r o Magazine, edito da Passenger Press. Una gioia per gli occhi. Dato che quando di ama il fumetto si sente il bisogno di capirlo, un volume imprescindibile è Il Sistema Fumetto Thierry Groensteen edito dalla ProGlo. Colto e culturale. La Star Comics invece presenta per tutti gli appassionati di manga la sua edizione di Dragon Ball, detta EverGreen. I classici non tramontano mai. Nuova trasferta oltrealpe della Double Shot che propone il

primo volume dell’Urlo del Popolo di Jacques tardi. Un segno e una storia che vincono e convincono. La 001, del quale dovete assolutamente fare vostro L’Eternauta, rispolvera la cronaca sociale con Vermicino. L’incubo del pozzo, una delle uscite più attese dell’intera fiera. Per tornare a vivere l’arte di

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THE BEST OF JAPAN di Giovanni Santucci

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analità numero 1: I manga sono i fumetti realizzati in Giappone. Banalità numero 2: Per vederli nelle fumetterie italiane qualche casa editrice ne acquista i diritti di pubblicazione e li traduce (o “localizza” per essere precisi). Banalità numero 3: non tutti i manga pubblicati in Giappone sono pubblicati in Italia. Diamo quindi una rapida scorsa alle serie più interessanti del nostro arcipelago preferito ancora inedite nel belpaese. To Aru Majutsu no kinshomokuroku Storia: Kazuma Kamachi Disegni: Chuya Kogino Editore: Square Enix To aru Majutsu no kinshomokuroku (conosciuto dai fan anche come To Aru Majutsu no Index), è un adattamento manga di una serie di light novel che sta spopolando nel Sol Levante, anche grazie alle due stagioni dei cartoni animati (anime) prodotte da J.C. Staff e trasmesse in tv sin dal lontano 2008. La traduzione letteraria del titolo è Un certo indice magico proibito, ma dato che viene uf-

ficialmente pronunciato Index, come uno dei protagonisti, può anche essere interpretato come “Una certa magica Index”. Il manga è un fantasy ambientato nella città scuola Gakuen Toshi dove si studia per migliorare i propri poteri magici anche grazie all’uso della tecnologia. Protagonista delle vicende è Kamijo Toma, uno studente che non possiede poteri magici al di fuori della capacità, tramite il braccio destro, di annullare quelli altrui. Purtroppo però anche la sua fortuna viene annullata con il potere del braccio e quindi il nostro protagonista è sfigatissimo... Un giorno trova sul balcone una ragazza dai capelli d’argento vestita da suora. Si tratta di Index, che ricorda i 103000 grimori proibiti contenuti tutti nell’“Index Librorum Prohibitorum” ora sparito. La chiesa anglicana la sta cercando per evitare che diffonda quello che sa. Indovinate a chi darà una mano Kamijo. La serie è in corso di pubblicazione sul magazine Monthly Shonen Gangan della Enix e finora è stata raccolta in nove volumi. Btooom! Storia: Junya Inoue Disegni: Junya Inoue Editore: Shinchosha Con un’onomatopea così dirompente entriamo nel crudele mondo dei survival

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manga che ha tra i suoi degni rappresentanti Battle Royale o il recente Limit. Ryota Sakamoto è un disoccupato ventiduenne che vive a casa con la madre, sarebbe il classico “bamboccione“ se non fosse che è un campione del video-gioco on-line “Btooom!” (E grazie, gioca dalla mattina a sera!) Un giorno, però, si risveglia su un’isola all’apparenza tropicale senza nessun ricordo del perché sia finito in quel posto. Esplorando l’isola trova un uomo che sembra chiedere aiuto... in realtà gli sta per lanciare contro una bomba a mano (alla faccia dell’aiuto). Realizza così di essere finito in una sorta di versione dal vivo del suo videogioco preferito e, fondamentalmente, che la sua vita è in pericolo e deve lottare per sopravvivere. Da menzionare le copertine dei volumetti che ricordano le confezioni dei giochi per la X-Box.

che si fa apprezzare per il notevole impatto grafico. Non essendo mai stata innamorata per davvero Ninako Kinoshita, una scoppiettante liceale, è decisa a scoprire cosa significa veramente la parola “amore” (al di là dei baci di cioccolato con frasi romantiche nell’incarto selezionate da Federico Moccia). Incredibilmente ci riesce ed è anche piacevolmente sorpresa di come si sente mentre si avvicina al ragazzo più popolare della scuola, Ren Ichinose... sennonché scopre che è fidanzato con Mayuka Korenaga (eh, i migliori vengono scelti sempre per primi). Ma sarà veramente innamorato di Mayuka o sotto sotto è rimasto colpito da Ninako? A complicare la faccenda c’è poi il fratello di Mayuka, Daiki, classico amico d’infanzia da sempre innamorato di Ninako e Ando Takumi, amico fidato di Ren. Baka to Test to Shokanju

Natsume Yujincho Storia: Yuki Midorikawa Disegni: Yuki Midorikawa Editore: Hakusensha E diamo un occhio anche all’altra metà del cielo dal punto di vista dei manga. “Il libro degli amici di Natsume” (questo è il titolo tradotto – ad adattarlo ci pensate voi) è uno shojo-fantasy giunto finalista nel 2008 al prestigioso Manga Taisho (una sorte di Premio Oscar dei manga) ed è stato trasposto anche in animazione con la terza stagione trasmessa quest’estate in Giappone (Natsume Yujincho san). Natsume Takashi ha il potere di riuscire a vedere gli spiriti come sua nonna Reiko, la quale però li rendeva schiavi con l’ausilio del “Libro degli amici”. Ora che l’ha ricevuto in e r e d i t à Natsume, tutti gli spiriti gli danno la caccia per impossessarsene, nonostante faccia di tutto per sciogliere i contratti che li legavano alla nonna. Ad aiutarlo c’è Madara, uno spirito a forma di gatto che gli farà da guardia del corpo, anche se in realtà lui mira al famigerato libro, come tutti gli altri. Il manga è pubblicato sul magazine LaLa e finora le raccolte in volumetto sono giunte al numero dodici al ritmo di una pubblicazione ogni sei mesi circa. Strobe Edge Storia: Io Sakisaka Disegni: Io Sakisaka Editore: Shueisha Rumor che girano selvaggi sulla rete ne danno prossima la pubblicazione in Italia (forse proprio a questa Lucca?), ma nel frattempo rendiamo nota ai più questa serie manga di dieci volumi, conclusa,

Storia: Mosuke Mattaku Disegni: Mosuke Mattaku Editore: Kadokawa Shoten Con un adattamento delle light novel trasformato anche in serie tv di successo abbiamo iniziato e con uno stesso tipo finiamo. Il coloratissimo Baka to Test to Shokanju, ovvero Idioti, esami e evocazioni (come non adorare un titolo del genere) è ambientato nel Liceo Fumizuki, dove (come in molte scuole giapponesi) la competizione tra classi e tra studenti è molto forte, tant’è che ai test iniziali d’ammissione i giovani vengono separati in sei classi equipaggiate con attrezzature via via più scarse (in ordine discendente, dalla A alla F). La classe A, per fare un esempio, quella con i migliori allievi, è attrezzata con aria condizionata, sedie comode, computer, bar interno. La F invece è quasi una topaia (manca il gesso, la finestra è rotta, i posti a sedere sono scomodi e la lavagna tutta sporca). Nella scuola, però, tutti gli studenti hanno anche uno Shokanju, un avatar (o un Pokèmon se preferite) che viene fatto combattere per conquistare le facilitazioni delle classi superiori. La forza e la salute di un avatar sono proporzionali ai voti che prende a scuola il suo padrone. Un giorno, l’intelligentissima Mizuki Himeji a causa di un malanno sbaglia il test d’ingresso e quindi entra nella temibile classe F. Qui conosce Akihisa Yoshii che nella classe F c’è finito invece per demeriti congeniti. Il sogno di Akihisa è di eliminare un giorno tutto questo sistema delle classi. Inizia così la scalata al vertice della classe F. A differenza dell’anime il manga si focalizza principalmente sulla commedia romantica e sugli scontri tra classi. Ah, finora hanno pubblicato nove volumi e due stagioni televisive.

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LA VERITÀ SU TOPOLINO di Leonardo Gori

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na delle tradizioni comprese nella “vulgata” sui primi passi del Fumetto moderno in Italia, riguarda l’arrivo di Topolino. Il 17 dicembre 1932, lo stantio panorama delle pubblicazioni a fumetti (meglio sarebbe dire a “protofumetti”) è bruscamente svecchiato da un nuovo settimanale, edito dalla SAEV di Milano. Si chiama Jumbo, e sulle sue otto pagine ospita anche dei fumetti di produzione britannica, fra cui soprattutto ha grande successo Lucio l’Avanguardista, ovvero Rob The Rover di Walter Booth. Che è il primo fumetto d’avventura pubblicato in Italia. I Nerbini di Firenze vogliono uscire in edicola con un giornalino simile, ma non hanno per le mani fumetti del calibro di quelli inglesi, che la SAEV si è assicurata tramite l’agenzia letteraria Helicon, e di quelli statunitensi che sono rappresentati in Italia da Guglielmo Emanuel, agente del King Features Syndicate di William R. Hearst (Quarto Potere, per capirci). In Italia, come dappertutto, da un paio d’anni ha un colossale successo un nuovo personaggio del cinema d’animazione, ovvero Mickey Mouse di Walt Disney, da noi rinominato Topolino. I Nerbini, in quel dicembre 1932 (o forse anche prima), pensano di approfittarne e fanno le cose in fretta: incaricano il disegnatore Giove Toppi di scrivere e illustrare una tavola umoristica col personaggio e allestiscono un giornalino di otto pagine, che fa in tempo a uscire il 31 dicembre. Ottengono il permesso di utilizzare la “maschera” di Topolino da parte

del consorzio E.I.A., che distribuisce nel nostro Paese i film Disney. Ma né loro né il distributore, a quanto pare, sanno che negli Stati Uniti esiste, da ben tre anni, una produzione a fumetti in strisce giornaliere e in tavole domenicali, opera di Floyd Gottfredson e collaboratori. La “vulgata” di cui sopra prosegue invariabilmente raccontando una precisa concatenazione di eventi. ATTO PRIMO: Guglielmo Emanuel, che rappresenta i fumetti Disney in Italia, vede in edicola Topolino, va su tutte le furie e scrive ai Nerbini, dando loro di pirati o peggio (la sfuriata rientra nella psicologia del personaggio) e minacciandoli di sequestri, azioni legali e chissà cos’altro. Esiste una testimonianza diretta, quella di Mario Nerbini, raccolta da Franco De Giacomo nel 1967: “Allora ci arrivò una lettera tragica, che... che ci trattava di pirati, eccetera eccetera, da Emanuel. Che diceva insomma che noi ci si era appropriati di una figura che esisteva e che era... che lui era il rappresentante per l’Italia. Allora io risposi niente di più gradito, alla sua lettera - per quanto ci abbia dato di pirati - di venire a Roma per contrattare per avere i disegni originali.” ATTO SECONDO: la “vulgata” racconta che i Nerbini, prima di correre a Roma, buttano al macero le copie già stampate di Topolino. In attesa di comporre la vertenza, Giove Toppi è incaricato di inventare sui due piedi un nuovo personaggio topesco, di nome Lino, e di cucir-

gli addosso il settimanale Topo Lino, che peraltro prosegue la numerazione regolare. Con la testata Topo Lino escono i numeri 3 e 4 (14 e 21 gennaio 1933). ATTO TERZO: l’incidente sui diritti viene risolto e il giornale torna regolarmente Topolino col n. 5. Le prime tavole originali di Gottfredson appaiono sul numero 7 dell’11 febbraio 1933. Dubbi, riguardo questa versione, ne ho sempre avuti: se il contatto tra i Nerbini ed Emanuel è immediato, perché sprecare una grossa cifra di denaro distruggendo le copie già stampate del settimanale? Un viaggio a Roma, allora come oggi, prendeva poche ore di tempo, la soluzione poteva essere trovata – come del resto accadde – in un batter d’occhio. Il fatto è che le cose sono andate in modo un po’ diverso. Lavorando a un saggio che appare in libreria proprio in queste settimane, ovvero Eccetto Topolino, scritto insieme a Fabio Gadducci e Sergio Lama (Edizioni NPE) ci siamo imbattuti in una notizia assolutamente inedita: 14 gennaio 1934. Sul quotidiano “La Stampa” di Torino, un anonimo giornalista fa il resoconto chiaro e puntuale di un singolare dibattimento in tribunale. Giuseppe e Mario Nerbini hanno citato in giudizio, per danni, l’editore Carlo Frassinelli. Lasciamo parlare il cronista: «Topolino» nelle aule giudiziarie (...) Il 30 dello stesso mese [dicembre 1932, NdR] edotto l’editore Carlo Frassinelli di Torino inviava al Nerbini una lettera con la quale lo si diffidava a continuare nella pubblicazione di altri numeri del giornaletto sotto il titolo e la maschera di Topolino che diceva a lui assicurati per diritti acquistati direttamente dall’autore. (...) A quanto afferma la Casa Nerbini, in un convegno tenutesi nella nostra città il 5 gennaio dello scorso anno, il Frassinelli

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confermava le sue diffide, minacciando di far procedere ad un sequestro qualora il giornalino non fosse stato cambiato nel titolo e nella figura. (...) Sostenendo, poi, [Nerbini] che in seguito alle diffide e minaccie [sic] di azioni legali da parte della ditta Frassinelli — diffida e minaccie manifestatesi poi prive di qualsiasi fondamento giuridico — aveva dovuto procedere alla distruzione di cento mila copie del giornalino, quasi interamente stampato, ed alla compilazione di altri due numeri col titolo modificato e recanti una «maschera» radicalmente diversa, con conseguente ritardo nella spedizione e diminuzione di vendita del periodico, la Casa Nerbini citava la Frassinelli davanti al Tribunale di Torino, perché la risarcisse dei danni per questi fatti da lei subiti e che fissava nella cifra di dodicimila lire. (...) La quinta Sezione del nostro Tribunale, presieduta dal comm. Clerici, estensore il giudice Bruno, ha accolto la tesi della ditta Frassinelli. assolvendola dalle domande della Casa Nerbini, a cui carico sono poste le spese dl giudizio. Carlo Frassinelli aveva ottenuto da Disney i diritti per l’edizione italiana di due volumetti illustrati (senza comics), affidandone la traduzione nientemeno che a Cesare Pavese. Anche questa è una storia interessante, che però esula dal nostro discorso. Dunque è bastata una semplice ricerca tra i quotidiani dei primi anni Trenta, in occasione del lavoro a Eccetto Topolino, per modificare in modo sostanziale la “vulgata” sul Fumetto in Italia. Il famoso viaggio dei due Nerbini a Roma da Emanuel, è in realtà preceduto da un precipitoso spostamento a Torino, e il personaggio di Topo Lino deve la sua effimera vita non alle minacce di Emanuel, ma a quelle di un finora insospettabile Carlo Frassinelli. Scornati dall’esito sfavorevole della causa giudiziaria, i Nerbini hanno poi “dimenticato” l’episodio, consegnandolo all’oblio, fino a oggi. Non è, quello della lite FrassinelliNerbini, l’unico “buco” alla vulgata della storia del Fumetto in Italia: ne abbiamo trovati moltissimi altri, oltre a notizie inedite che danno maggior consistenza a versioni dei fatti già assodate. Ma è probabilmente fra i più gustosi. È Topolino, d’altronde, il filo che lega tutta la storia della comics craze in Italia, e che dal 1932 arriva al 1949, e al settimanale ancora oggi in edicola, passando per due date chiave, di cui ci occupiamo estesamente in Eccetto Topolino: il 1935, col passaggio di consegne a Mondadori, e il 1938, con l’eccezione concessa a Disney all’epoca del divieto fascista ai comics, e che dà il titolo al nostro studio. Tutti eventi oggetto di approfondita (e salutare) revisione storica.


I LAVORETTI COI FIOCCHI DI YAMATOGAWA di Valentino Sergi

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un’isola deserta popolata da homunculus bisessuati controllati telepaticamente da una fattucchiera in un corpo da adolescente intenzionata a rendere Kyoko e altre sue ex-allieve delle schiave sottomesse.

E se la trama è funzionale a presentare con assurdità e brio le deliziose grazie delle morbide protagoniste in posizioni sempre più estreme, la vena “romantica” dal chiaro intento parodistico nei confronti degli shoujo (manga dalle tematiche sentimentali rivolti a un pubblico femminile adolescente) diviene una sorta di marchio di fabbrica nelle opere successive, tutte di prossima pubblicazione nel nostro paese per Magic

Press, dalla piccante antologia Aqua Bless ai due hentai “di formazione” (i protagonisti sono tutti dei liceali) Tayu Tayu e Un lavoretto coi fiocchi. Senza dubbio il maggior pregio dei volumi annunciati è il talento del disegnatore, ma la finezza dell’edizione (comprensiva di sovraccoperta e pagine a colori) valorizza le tavole, la dinamicità dello stile grafico, le variazioni dei toni di grigio, offrendo così all’appassionato dei veri e propri pezzi da collezione. E diventa così impossibile resi-

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ome affermava Alfred Kinsey, “una chiave per comprendere una cultura straniera è la sua pornografia” e questo non riguarda solo le perversioni (o il fenotipo più sensuale), ma anche i codici sottesi alle storie, alle narrazioni e agli stili di disegno, nel caso dei fumetti. Uno dei generi più floridi dell’industria giapponese di manga e anime è l’hentai, termine che designa “anormalità” o “perversione sessuale”, ma diffusosi in tutto il pianeta come etichetta della produzione nipponica di natura erotica e/o pornografica. Yamatogawa, giovane (classe 1987) autore di punta della linea Black Magic, collana edita da Magic Press e dedicata alle nuvole rosse dell’arcipelago asiatico, si distingue dai suoi colleghi per l’indubbio talento nel raffigurare forme morbide e prosperose, calando i personaggi in situazioni improbabili condite di elementi romantici sul segno di grandi maestri come Haruka Inui (La clinica dell’amore, per intenderci), Teruo Kakuta (Bondage Fairies) o il misterioso NeWMeN (Secret Plot) molto vicino all’autore a cui sono dedicate queste righe per segno e tematiche. Pubblicato in patria da Akaneshinsha, editore specializzato nel genere, Yamatogawa in Italia è noto ai suoi estimatori per quel piccolo gioiello di Witchcraft, un seinen a bollino giallo – ovvero senza alcun tipo di censura, perché rivolto esplicitamente a un pubblico adulto – incentrato sulle avventure di Kaoru, cavia di esperimenti di natura sessuale della chiromante Kyoko, che lo trascinerà con sé, loro malgrado, in un conflitto magico/pornografico tra streghe su

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stere all’educazione sentimentale di Reiji che in Tayu Tayu, trovatosi a vivere da solo nella vecchia casa di campagna della famiglia, sarà costretto a scegliere tra le grazie delle sorelle Midori e Shiho Amane, con cui otto anni prima frequentava le elementari. Ma dopo i primi capitoli il triangolo si complica e altre figure femminili si aggiungeranno a questa geometria amorosa in una torbido gioco di incastri. In Un lavoretto coi fiocchi, invece, assistiamo al travaglio di Yuu, costretto a uno studio matto e disperatissimo dopo aver fallito l’esame d’ammissione all’università, mentre la sua fidanzata, Saki, lo tormenta con irrinunciabili distrazioni carnali. E quando il desiderio chiama... In entrambi i lavori riemerge così il gusto del mangaka per il romanticismo lascivo, con il progressivo abbandono delle inibizioni da parte dei protagonisti in maniera direttamente proporzionale al loro coinvolgimento emotivo, favorendo così il processo d’immedesimazione da parte del lettore e strizzando l’occhio anche al gentil sesso, perché, nonostante l’intento velatamente ironico, l’impianto amoroso è sempre semplice e funzionale, coinvolgente e ben orchestrato. E quest’empatia porno-romantica con il proprio pubblico è una delle chiavi del successo di Yamatogawa, che con appena quattro volumi all’attivo è già una delle voci più fresche e interessanti dell’attuale panorama hentai.


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IL DYLAN DOG DA COLLEZIONE di Giorgio Santoro

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della casa editrice Panini, ne sono stati stampati episodi in ben 27 Paesi. Tra questi ricordiamo, ad esempio, Stati Uniti, Francia, Spagna, Russia, Corea, Serbia, Turchia, Brasile e Germania. Molto spesso si è trattato di una riedizione fedele alla serie regolare italiana ma, in alcune occasioni, gli editori stranieri hanno cercato di apportare delle significative novità per rendere più appetibile la relativa riedizione. Su tutte, a parer mio, spiccano la casa editrice americana Dark Horse e quella spagnola Co&Co. La prima ha selezionato sette storie del Nostro affidando al grandissimo Mike Mignola il compito di ridisegnare le relative copertine. Il risultato è stato ovviamente eccezionale e queste illustrazioni inedite sono divenute dei veri e propri pezzi da collezione a livello planetario. Per certo, una di queste sette copertine fa bella mostra di sé nella redazione della Sergio Bonelli editore. Altra curiosità relativa all’edizione americana è che il nostro amatissimo Groucho, per una questione relativa ai diritti d’immagine con il suo più celebre omonimo comico americano Groucho Marx, ha dovuto subire un leggero ritocco grafico. Con un piccolo espediente gli sono stati tolti i baffi e il suo nome è divenuto Felix; fortunatamente la carica comica che lo contraddistingue non ha perso nulla, e anzi il personaggio è stato molto apprezzato anche oltreoceano. La serie è andata esaurita in breve e qualche anno fa è stata realizzata una raccolta completa chiamata Dylan Dog Case Files giunta ormai alla terza ristampa. Vedremo nuovi episodi oltreoceano? Noi tutti lo speriamo. Stesso discorso dicasi per la casa editrice iberica che ha affidato all’altrettanto grande Alfonso Font il compito di reinterpretare le copertine delle storie Mignola da loro selezionate. Illustrazione di copertina di Mike n Dog Gli episodi pubblicaper l'edizione americana di Dyla ti in Spagna sono stati ben dieci in un formato simile a quello dei Comic Art e, successivamente, ripubblicati in una raccolta di quattro volumi anch’essi esauriti in

er tutti gli appassionati di fumetto, e in particolar modo di Dylan Dog, questo è un anno davvero eccezionale. Si festeggia non solo il 300esimo numero della serie regolare, ma anche i relativi 25 anni di vita editoriale. In anni di crisi del fumetto non è certo scontato che un eroe di carta arrivi a festeggiare questi incredibili traguardi. Su tutto il territorio nazionale sono in tanti ad aver organizzato celebrazioni del personaggio: dalla Puglia a Milano, passando per la tavola rotonda di Narni ai primi di settembre, tutti hanno voluto omaggiare uno dei personaggi più amati…e più collezionati di ogni tempo! Ma che cosa significa e cosa comporta essere collezionisti di Dylan Dog? Non ci sono solo i 302 numeri della serie regolare, i 25 speciali, i 21 almanacchi, le 19 edizioni giganti, i 14 volumi maxi e tutti gli altri fumetti usciti in edicola; anzi! Questi, pur rappresentando l’inizio di una qualsiasi collezione che si rispetti, non sono altro che una piccola goccia nell’oceano che ha visto protagonista Dylan Dog in Italia ed all’estero. Il personaggio è ed è stato, soprattutto negli anni novanta, un vero e proprio fenomeno mediatico, che ha attirato spesso e volentieri interessi da parte del mondo non solo fumettistico. Sin dalla sua nascita hanno cominciato a proliferare iniziative a lui collegate: cataloghi, articoli su riviste e quotidiani, riedizioni estere, manifestazioni, iniziative sociali e tanto tanto altro ancora. Non tutti sanno che Dylan Dog non è stato stampato e distribuito solo in Italia. Grazie prima alla Strip Art Features slovena (SAF) e ora grazie a Stefano Munarini

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breve tempo. Oggi, Dylan Dog è pubblicato in Spagna con regolarità dall’Aleta Ediciones ed il suo primo numero è stato già ristampato una volta. Certo, a onor del vero, le riedizioni estere non sono state sempre un vero e proprio successo. Vari sono stati i casi in cui le case editrici avevano annunciato l’uscita di un volume che, poi, non ha mai visto la luce. È successo, ad esempio, con la prima edizione francese degli anni ’80 della Lug, in Norvegia nei primi anni ’90, e ancora con la pubblicazione russa di qualche anno fa fermatasi al primo numero. Gli editori esteri, in ogni caso, continuano a puntare sul nostro beniamino e sono recentissime le edizioni realizzate in Kosovo e, da ultimo, in Bielorussia. Insomma un vero e proprio fenomeno mondiale. Ma non esiste solo il mondo dei fumetti e della carta. Esiste anche il prolifico e a volte “fantasioso” mondo del mer-

chandising. Il boom si è avuto nei primi anni ’90 quando due aziende ne acquistarono i relativi diritti per lo sfruttamento dell’immagine. La Mondadori acquistò i diritti relativi alla creazione di una linea scolastica, mentre la Veagroup produsse tutta la serie di “articoli da regalo”. È grazie alla prima che abbiamo avuto diari, penne, matite, quaderni, carta da lettere, zaini e quant’altro necessario per andare a scuola con tutto il kit dell’Indagatore. Va detto che la Mondadori, come sempre, è stata in grado di offrire un prodotto di qualità, utilizzando sempre immagini autorizzate del Nostro, con materiali di ottima qualità che negli anni, se ben conservati, hanno mantenuto tutta la loro bellezza. È grazie alla seconda se abbiamo avuto orologi da polso e da muro, contenitori in latta, cuori gonfiabili, salvadanai, biglietti d’auguri e tutto il


necessario per “abbellire” le nostre camerette. In questo secondo caso, purtroppo, i risultati non furono altrettanto positivi. Oltre all’utilizzo di una serie di immagini autorizzate, la Veagroup decise, per alcuni prodotti, di utilizzare immagini “prodotte in casa” o comunque di autori che non facevano parte della casa editrice. E il risultato… si è visto! Rivisitazioni di copertine e illustrazioni dilettantistiche non hanno reso onore alla creatura di Tiziano Sclavi e, purtroppo, questi prodotti non hanno avuto successo come altri che molto andavano tra i ragazzi dell’epoca, come per il merchandising di Lupo Alberto, Cattivik o Mafalda. Sono proprio alcuni di questi pezzi della Veagroup a raggiungere delle valutazioni stratosferiche per i collezionisti. Una loro bassissima pro-

duzione e una non efficace distribuzione sul territorio nazionale li hanno reso di difficile reperibilità sin da quegli anni. Figurarsi oggi! Forse, in Bonelli, non contenti dei prodotti che venivano realizzati con il marchio Dylan Dog, hanno deciso di accantonare questo tipo di mercato, preferendo concedere l’immagine dell’Indagatore dell’incubo a tutta una serie di campagne sociali di sensibilizzazione contro la droga, il fumo, l’inquinamento in generale, l’abbandono dei nostri amici a quattro zampe e a favore della ricerca per l’Aids o della guida sicura o della lettura in generale dei libri. Per quel che mi riguarda, la campagna sociale meglio ideata e di maggiore impatto è stata quella denominata “Droga out” a Firenze e Milano e “Vivi la vita” a Savona. Per l’occasione, sono stati realizzati da Angelo Stano dei disegni che sono stati utilizzati per la produzione di cartoline, adesivi e poster giganti distribuiti nelle scuole e negli ospedali delle città promotrici dell’iniziativa. Anche qui, purtroppo, i mercenari del collezionismo si sono fatti sentire. Le cartoline e i poster, per la loro facile replicabilità, sono tuttora riprodotti e venduti come “originali dell’epoca” a prezzi a volte proibitivi su siti di vendita online o anche nelle fiere. Da qualche anno, anche “grazie”o a causa del recentissimo film Dylan Dog – Dead of Night distribuito in Italia dalla Moviemax, è ripresa la produzione di gadget afferenti al detective di Craven Road 7. Per una lunga vicenda contrattuale, che è meglio non approfondire in questa occasione, quest’ultima ondata di prodotti non è sotto il controllo della Sergio Bonelli Editore, la quale ha dovuto ingoiare bocconi amari vedendo commercializzati materiali quali, ad esempio, accendini, boxer e slip da uomo, t-shirt non sempre di qualità, pigiami, calendari e statuine. Come spiegare ai propri lettori che il Dylan sostenitore di campagne contro il fumo diventava allo stesso tempo testimonial di una serie di venti accendini commer-

cializzati e venduti in tutta Italia? Semplicemente impossibile. Si è preferito, credo giustamente, omettere di pubblicizzare o commentare questi prodotti, creando però nel consumatore l’impossibilità di distinguere tra oggetti voluti effettivamente dalla Bonelli e prodotti creati da altri, cui la Bonelli non ha potuto far altro che apporre il proprio marchio. Come concludere? Cari collezionisti di Dylan Dog fate sempre attenzione. Ci sono persone senza scrupoli che, trovando nel nostro beniamino la gallina dalle uova d’oro, immettono in circolazione falsi, fotocopie o, spesso, si inventano di sana pianta prodotti che non sono mai stati realizzati o comunque autorizzati dalla casa editrice. La stragrande maggioranza del materiale prodotto sull’Indagatore dell’incubo la potete trovare, gratuitamente, sul sito www.dylandogofili.com. Nel 2003 abbiamo iniziato a catalogare e, dopo otto anni, ci rendiamo conto di non aver ancora finito! Sebbene, ad oggi, siano state catalogati più di 4200 pezzi distribuiti in oltre 280 categorie continuiamo a ricevere segnalazioni dai nostri visitatori! www.comic-soon.com

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CYBORG 009 E SHOTARO ISHINOMORI di Giovanni Masi

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hotaro Ishinomori è un nome che, al di fuori della cerchia degli appassionati di manga e animazione giapponese, può dire poco. Di più possono fare i nomi di alcune delle sue opere, come Kamen Rider, Ryu il ragazzo delle caverne, Chobin, Hela Super Girl e, soprattutto, Cyborg 009. Contraddistinta da un successo notevole, la serie animate di Joe e soci viene trasmessa in Italia fin dagli anni ‘80. Introdotta da una splendida sigla di Nico Fidenco, la storia dei Cyborg che si oppongono ai terribili Black Ghost è un classico del genere e ha ancora un notevole seguito (di recente si è inoltre conclusa in Italia anche la pubblicazione del manga originale in un’ottima edizione targata J-Pop). E le avventure del gruppo di guerrieri cibernetici non sono ancora finite. È di questi giorni la notizia di una nuova rinascita per i Cyborg, con un film in animazione in uscita in Giappone nel 2012. Realizzato dallo studio I.G., quelli di Evangelion, vede alla regia Kenji Kamiyama, già autore della serie Ghost in the Shell: Stand Alone Complex. Per un prodotto apparso originariamente nel 1964, i Cyborg godono ancora di buona salute e la morte del loro creatore non sembra aver frenato la loro corsa. Ma chi era Ishinomori, e perché un suo lavoro ha ancora un tale seguito? Al secolo Shotaro Onodera, le sue opere hanno creato dei veri e propri nuovi generi (tra i tanti, ha ispirato in maniera indiretta i Power Rangers) e hanno influenzato produzioni sia in animazione che in live action per anni. Ishinomori è uno dei “grandi vecchi” del fumetto giapponese. Amico e allievo di Osamu Tezuka (può sembrare strano a un occidentale, ma tutto il fumetto giapponese degli anni ‘60 discende dal “Dio dei Manga”, in un modo o nell’altro), maestro di Go Nagai (il creatore di Devil Man, Mazinga, Goldrake e molti altri), assieme allo stesso Tezuka e a Sanpei Shirato (autore di Sasuke di cui pochissimo, purtroppo, è stato pubblicato in Italia) è uno degli inspiratori e attori principali della nascita del manga e dell’industria dell’intrattenimento in Giappone nella metà del secolo scorso. Amato da pubblico e critica, ha vinto numerosi premi e pubblicato migliaia di pagine. Autore

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prolifico in maniera sbalorditiva, era in grado di consegnare cinquecento tavole al mese e gli è stato assegnato postumo il Guinness dei Primati per essere l’autore che ha pubblicato più fumetti in assoluto, totalizzando 128.000 pagine stampate. Anche in una mole così vasta di lavori, Cyborg 009 resta un’opera particolare. Pubblicati con alterne vicende, hanno accompagnato tutto lo sviluppo artistico e personale del loro autore, tanto che le ultime storie sono degli anni ’90, realizzate poco tempo prima della sua morte. Ishinomori aveva deciso di interrompere la pubblicazione dei suoi eroi almeno una volta durante la loro lunga vita editoriale ma il successo della serie non gliel’ha mai permesso e così i Cyborg hanno continuato a essere stampati fino agli anni ’90. L’autore era quasi giunto a concludere la loro epopea; voleva pubblicare la fine della storia di questi soldati dal corpo indistruttibile nel 2000, l’anno che per i mangaka della sua generazione rappresentava il futuro. Ammalatosi di cuore, decide di onorare comunque il suo impegno con i lettori e cerca di arrivare alla conclusione di questa saga durata più di trent’anni. Ma la morte, avvenuta nel 1998, non gli ha permesso di vederlo, quel futuro, e la conclusione della storia di Joe, Jet e dei loro compagni è rimasta inedita. L’autore ha lasciato però disposizioni al figlio di portare a conclusione il lavoro che aveva segnato tutta la sua carriera, anche se per ora nuove storie dei Cyborg non sono state pubblicate. Il manga, soprattutto nella sua prima parte, risente indubbiamente degli anni della sua ideazione ma lo sviluppo del tratto e delle storie che si dispiegano nei ventisette volumi che compongono l’edizione italiana mostra una crescita a livello grafico e narrativo unica nel suo genere. I Cyborg, quindi, sono stati dei precursori, come moltissime altre opere di Ishinomori (il successo di Kamen Rider, altra sua opera, ne è una prova) e in ogni loro incarnazione mantengono l’amore del mangaka per gli scontri con invincibili avversari dotati di “poteri soprannaturali” sempre poi spiegabili con la (fanta)scienza. È stata una serie innovativa sotto molti punti di

vista, primo super gruppo nella storia del fumetto giapponese, ha impresso il proprio marchio sia nell’arcipelago orientale che in Italia e nel mondo entrando nel cuore dei lettori e degli spettatori. Le storie di Ishinomori sono state ampiamente riviste nella trasposizione animata e rese più organiche, anche se la serie conosciuta nel nostro paese è solo la seconda. Prima, erano stati prodotti due lungometraggi e una serie in bianco e nero. Oltre alla nuova uscita cinematografica dell’anno prossimo, i Cyborg hanno goduto in tempi recenti di un altro adattamento a serie animata e di uno spin-off di 13 episodi, sempre in animazione, intitolato 009-1. Le ragioni di un successo così grande sono molteplici. I Cyborg sono spesso costretti a fronteggiare sfide che li portano a travalicare i limiti umani. Limiti che non gli appartengono in virtù dei loro corpi meccanici ma che sono presenti nei loro animi, fin troppo umani. I nove protagonisti più il dottor Gilmore, scienziato che ha partecipato alla loro creazione per conto dell’organizzazione terroristica Black Ghost poi pentitosi, si trovano spesso a fronteggiare sfide più grandi di loro, sempre cercando di restare fedeli ai principi che li rendono “eroi” nella senso più puro del termine. La loro caratterizzazione e la loro differenziazione in base ai loro poteri li hanno resi personaggi iconici. La scelta di non piegarsi mai all’uso indiscriminato della forza ma di usare sempre la propria abilità al servizio di un bene più grande, rendono i Cyborg un gruppo di eroi che ha affascinato per decenni lettori e spettatori di ogni età. Le loro storie sono avventure, spesso piene di mistero e di azione, di umorismo e, a volte, di riflessione sociale. Ishinomori non usa i suoi personaggi solo per distruggere misteriose basi operative sottomarine, ma anche per andare a esplorare i temi più attuali della società giapponese dell’epoca. Le sue storie parlano di guerra fredda e di conflitti sociali nel Giappone del dopoguerra. Non mancano le trame d’amore come quelle di azione più pura e perfino la

space opera. I Cyborg sono un contenitore per più generi e il lettore viene trascinato dalla giungla amazzonica al polo nord, dagli spazi siderali al lago di Lochness. I malvagi sono organizzazioni occulte che vogliono conquistare il mondo o miseri esseri umani che per sete di potere e denaro schiacciano i più deboli. E i Cyborg sono lì sempre pronti a intervenire Eroi, appunto, che hanno attraversato la seconda metà del ventesimo secolo, si sono incarnati in tavole a fumetti e in immagini animate, ma che sono sempre riusciti a trasmettere il profondo amore che il loro autore aveva per il raccontare storie e che continueranno la loro corsa e le loro battaglie anche in futuro. Perché il futuro è il luogo in cui i Cyborg appartengono di diritto.


IL QUIZIONARIO DEI CARTONI ANIMATI A LUCCA COMICS & GAMES 2011!1.

U

n coinvolgente gioco a premi per conoscere Il Dizionario dei Cartoni Animati e mettere a dura prova la propria memoria su questo argomento. Adatto a grandi e piccini rivivremo in allegria il fantastico mondo dei Cartoni Animati. Durante il Quizionario dei Cartoni Animati si parlerà di avventura, tema centrale del Lucca Junior 2011. Capisquadra dei concorrenti due ospiti d’onore: Giorgia Vecchini, splendida cosplayer italiana e Douglas Meakin, cantante di indimenticabili sigle

come: Candy Candy, Mazinga, Sampei, Daltanious, Lulù l’angelo dei fiori... Iniziate dunque a rispolverare i vostri ricordi, il divertimento è assicurato! A condurre il quiz ci sarà Daniel Valentin Simion, l’autore dell’opera, che, una volta tolte le vesti di presentatore, sarà a disposizione per dare risposte su curiosità e domande che adulti e giovani vorranno proporgli. Appassionati e curiosi sono quindi invitati a prendere parte al Quizionario dei Cartoni Animati per imparare a parlare Cantonese: la lingua

ufficiale dei Cartoni Animati. Un intrattenimento unico, animato e coinvolgente, da non perdere! Il Quizionario dei Cartoni Animati è coadiuvato da Quizeta, azienda interattiva e multimediale che renderà il gioco estremamente facile, immediato e intuitivo. La tecnologia del gioco sarà supportata da pulsantiere wireless, che, gestite tramite sistema computerizzato, saranno in grado far giocare in parallelo sia le

squadre principali che il pubblico presente; tutti intenti a sfidarsi animatamente per l’ambito premio finale! Dunque accorrete numerosi, siete tutti invitati Domenica 30 ottobre, alle ore 17:00, presso l’Area Incontri del padiglione Junior, nel Cortile degli Svizzeri. Vietato mancare!

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ProgettoIMMaginario


FRANCISCO SOLANO LOPEZ, LO ZIO DELL’ETERNAUTA di Claudio Ferracci

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ome sanno tutti, non esiste una ricetta per produrre un “cult”, un romanzo “cult”, un film “cult”, un fumetto “cult”. E non potrebbe essere altrimenti. Quando succede, quando nasce un prodotto culturale destinato a segnare la storia, l’autore non ne è consapevole e le cause dell’inatteso risultato sono molteplici e misteriose. Allo stesso modo tutti sanno che un “cult” non si tocca! Hai voglia a dire “questa versione è meglio”, questo “è il final cut”, “lo abbiamo migliorato, aggiornato…”! Quel libro, quel film, quel fumetto noi lo rivogliamo uguale a quello che, quella volta lì, ha cambiato, se non la nostra vita, certamente qualcosa dentro di noi. Nel mondo del fumetto mai un tale concetto è stato dimostrato come quando, nel 1969, apparve sulla rivista argentina Gente la prima puntata della storia a fumetti El Eternauta. Si trattava di un remake, in effetti, dell’originale storia pubblicata su Hora Cero Semanal nel 1957, scritta (o riscritta) dallo stesso Hector German Oesterheld ma disegnata stavolta, anziché da Francisco Solano Lopez, da Alberto Breccia. La scelta era interessante, Oesterheld aveva in quegli anni sviluppato un rapporto privilegiato con l’uruguaiano Breccia, partorendo con lui capolavori del calibro della saga di Mort Cinder. Breccia d’altro canto stava Kelly – vignetta da “L’occhio di 1973 Zoltek” - Audax Pocket – C.E.A.

rtina del ine dalla cope Ana – immag o - 001 edizioni 2007 im volume omon

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Kelly 2 - vignetta da “L’occhio di Zoltek”- Fantastic Pocket – C.E.A. 1973

Eternauta - copertina della raccolta di inserti dalla rivista Skorpio Eura editoriale 1984

dando prova di essere in quel momento, e non temo smentite, il più interessante disegnatore di fumetti del mondo. Ma la cosa non andò. I lettori si ribellarono, attaccando violentemente il tratto raffinato e sperimentale di Breccia, fino a spingere la redazione a interrompere la pubblicazione, costringendo i due autori a realizzare, per la propria correttezza professionale e a titolo completamente gratuito, un finale frettoloso in modo da non lasciare la storia a metà. Ma è certo che quei lettori non avrebbero gradito alcun disegno diverso da quello di Solano Lopez, nella cui versione El Eternauta li aveva fortemente emozionati. A Solano Lopez restò la soddisfazione di aver dato alla luce un fumetto “cult” e la patente di autore minore rispetto al rivoluzionario e moderno Breccia. Non sarebbe stato mai eclettico e brillante come Breccia, ma la critica ed il pubblico internazionali avrebbero presto rivalutato il suo segno classico e, nella migliore accezione del termine, artigianale. D’altronde Solano Lopez, prima di raggiungere Breccia nell’olimpo dei fumetti, era stato soprattutto un grande

Evaristo - da”La grande avventura dei fumetti”a cura di Franco Fossati ed altri – De Agostini 1990

“artigiano”, producendo per anni a ritmi serrati fumetti seriali per il mercato inglese. È per questo che, a metà degli anni ’70, quando arrivò in Italia L’Eternauta (grazie all’ editrice Eura), mi venne naturale definire “inglese” il tratto di Lopez. Solo più tardi scoprii che aveva lavorato per alcuni anni (dal 1963) in Inghilterra per la Fleetway, realizzando storie di guerra, quindi tornato in patria aveva creato uno studio che produceva per gli inglesi fino a nove serie in contemporanea, delle quali scriveva le storie e faceva personalmente le matite. Io lo avevo riconosciuto per la serie Kelly’s eye, tradotta come L’occhio di Zoltec e che mi aveva appassionato da ragazzo sulle pagine di Silvestro (edito allora da Cenisio), ma le serie fantastiche di Solano Lopez meriterebbero tutte una ristampa, da Janus Stark a Professor Kraken, da Galaxus a Adam Eterno. Dopo aver realizzato un sequel dell’Eternauta commissionato direttamente dall’ita- Storia triste - immagine dalla copertina del volume omonimo di Gabriel e Francisco Solano Lop liana Eura, e del quale per 00 ez 1 edizioni 2009 gli stessi motivi della premessa si poteva anche fare a meno, quello Solano Lopez si dedicherà sia al fumet- che può essere definito il suo “capolato erotico (ad esempio con L’istituto) e a voro della maturità”, Evaristo. Se è collaborazioni con scrittori notevoli vero che un fumettista è una specie di come Ricardo Barreiro (con il quale piccolo regista che realizza film di ha creato carta, e se per fare ciò è necessario che SlotBar) e gli attori (disegnati) sappiano recitare, s o p r a t t u t t o allora Francisco Solano Lopez è stato con Carlos un grande “regista” drammatico del S a m p a y o , fumetto mondiale, per il modo in cui i insieme al suoi “attori” sanno trasmettere dolore quale realizza e sofferenza.

Giorno - vignetta da “Il giorno del giudizio”, testi di Ricardo Barreiro - 001 edizioni 2007

Professor Kraken - vignetta da “P.Kraken e la macchina del tempo”- Okay!Pocket – C.E.A. 1974


I 50 ANNI DEI FANTASTICI QUATTRO di Fulvio Pazzaglia

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elebrare il compleanno di personaggi importanti del panorama fumettistico mondiale rappresenta anche l’occasione per riflettere se, quanto e come tali vip del fumetto abbiano a loro modo contribuito nell’evoluzione dell’arte e del mezzo del fumetto stesso. Così, per rimanere in ambito strettamente supereroistico, il settantesimo anniversario della nascita di Superman è stato motivo di riflessione sia sull’affermazione del concetto stesso di supereroe, sia per ciò che questo personaggio ha provocato nel mercato fumettistico americano: vale a dire il fenomeno della Golden Age. Se la celebrazione dei settant’anni dell’Uomo d’acciaio come Padre di tutti i supereroi è stata degna di nota (così come quella di Batman), allo stesso modo festeggiare il cinquantenario della Prima famiglia di supereroi è ugualmente importante. Con i Fantastici Quattro nasceva, nel novembre del 1961, un nuovo modo di intendere il supereroe, inserito in un contesto spaziale, temporale e sociale che il lettore poteva facilmente riconoscere e sentirlo più familiare. Prima dei F4, supereroi come Superman, Flash, Batman e tanti altri, si muovevano in ambienti che ricordavano solo in parte quelli reali. Le città in cui vivevano, ad esempio Metropolis, Coast City o Gotham City, erano sì modellate su archetipi urbani facilmente riconoscibili dai lettori americani, ma sempre e comunque modelli fittizi. I FQ avevano la loro casa e la loro base a New York, che presto avrebbe ospitato altri

Il team attuale © Marvel Comics.

Cover di The Fantastic Four #1 (novembre 1961) © Marvel Comics.

supereroi della casa Marvel. Il lettore si trovava di fronte una metropoli vera, reale e non di fantasia, che aumentava di gran lunga la sua sospensione dell’incredulità. Più degne di nota di questa dimensione spaziale sono le dimensioni temporale e sociale che la novità dei FQ ha comportato. Con dimensione temporale intendo quella che verrà poi conosciuta (osannata, temuta, disprezzata, più volte invocata, vilipesa, ecc.) con il nome di CONTINUITY. Le avventure dei Fantastici Quattro non si concludevano in unico albo. Così come nella vita reale, le azioni e le interazioni compiute o subite dai personaggi avevano conseguenze o influenzavano le vicende degli albi successivi. La storia di un singolo comic book non era chiusa ermeticamente in un compartimento stagno, bensì era parte di un continuum narrativo che coinvolgeva anche personaggi di altre future testate Marvel. Questi incontri fra supereroi venivano ricordati dagli stessi nei loro albi successivi. Si veniva così a creare un complesso e ferreo affresco narrativo, che dava ulteriore spessore e realismo agli eroi di carta che lo vivevano. Questo meccanismo del tutto simile a quello delle soap opera ebbe inizio appunto con i Fantastici

Quattro. Più importante delle due dimensioni spaziale e temporale, è quella sociale (o meglio umana), immortalata dalla celebre frase: supereroi con superproblemi. Il maggiore realismo del set in cui agivano i Quattro imponeva una maggiore caratterizzazione degli stessi: il Fantastico Quartetto fu il primo a comprendere di avere problemi come tutte le altre persone. Essendo poi una famiglia, la prima in assoluto di tutti i supereroi, la situazione si complicava ulteriormente. Tutte le famiglie, ad eccezione di quella del Mulino Bianco, hanno dei problemi: incomprensioni piccole e grandi, invidie, gelosie, frustrazioni, ansie e paure, assieme a tutte quelle difficoltà che la vita ci pone davanti. Il superare queste difficoltà, il convivere con i nostri drammi e i nostri demoni personali, fa di noi degli uomini fallibili ma migliorabili. Allo stesso modo i Fantastici Quattro ci rispecchiano e in loro vediamo molto di noi stessi. Per la prima volta un essere che sfreccia in alto e combatte una minaccia aliena, non ci appare più così distante e diverso da noi, in quanto anche lui ha le nostre stesse inquietudini. Alle quali però dobbiamo aggiungere i problemi derivati dalla sua natura super. Se prima dei F4 i poteri di un superumano erano visti come doni, o qualcosa per cui ringraziare la sorte, nel caso della nostra famiglia prendevano pieghe ben più sinistre. Guardandoli meglio ci accorgiamo che i Fantastici 4 ci appaiono più come fenomeni da baraccone che come eroi: se escludiamo la Donna Invisibile e in parte la Torcia Umana, Mister Fantastic e la Cosa sono a tutti gli effetti dei freak. Mister Fantastic, dal potere di allungarsi, può sperare come la Torcia in una parvenza di vita normale. Lo stesso non si può dire di Ben Grimm, la Cosa, costretto a vivere nelle sembianze di un grosso golem di pietra per il resto della sua vita. Jack Kirby e Stan Lee introdussero il germe di un’idea: quella che a volte il superpotere è una maledizione, qualcosa che allontana l’eroe dagli uomini suoi pari, che lo emargina e lo ghettizza, che può creare odio e paura (… e se quest’idea non vi risulta familiare, non solo non avete letto altri fumetti Marvel, ma non siete neanche andati al cinema negli ultimi dieci anni … e ciò vuol dire che vivete sopra un brullo e sterile asteroide del sistema solare …). Insomma, si possono elencare i contributi narrativi portati dai Quattro e tace-

re del Re? Del genio grafico e delle intuizioni creative di Jack Kirby? Dell’uomo che assieme al ridente Stan Lee ha rivoluzionato una casa editrice e il modo di intendere il supereroe? Non basterebbe certo questo articolo per rendere adeguato merito a Jack Kirby, che ha realizzato graficamente i Fantastici Quattro, rinverdendo una sua precedente creazione: The Challengers of Unknown. Quest’ultimo fumetto, edito dalla DC Comics nel settembre del 1957, narrava le vicende di un quartetto di avventurieri/esploratori/scienziati, chiamati dal Pentagono a rispondere contro minacce strane, inusuali o sconosciute. Non si trattava di supereroi, ma di quattro specialisti senza identità segrete e senza legami di parentela fra loro. Kirby, nella sua collaborazione con Stan Lee, riprese l’idea di un gruppo di scienziati e di esploratori, che volle rendere una famiglia e a cui aggiunse dei superpoteri. Perché è questa, secondo me, la cosa più interessante dei Fantastici Quattro: Reed Richards, Benjamin Grimm, Sue e John Storm, sono in primo luogo degli scienziati, degli esploratori dell’ignoto e degli astronauti. Questa caratterizzazione i FQ l’hanno sempre conservata, anche dopo l’acquisizione dei loro superpoteri. I F4 non hanno mai adottato un’identità segreta, vivono sotto i riflettori dei media e, seppure difendano la Terra dalle minacce più disparate, si sentono sempre e comunque dei difensori della scienza e dei pionieri dell’ignoto. Come tali hanno esplorato dimensioni, sacche spazio-dimensionali, zone negative e microuniversi. In questa rielaborazione di una precedente creazione, Kirby ha dato inizio a una nuova era supereroistica, aperta a una maggiore introspezione dei singoli personaggi, e a un nuovo e sconfinato universo narrativo. www.comic-soon.com

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IL RITORNO DI DRAGON BALL (AGAIN!) di Andrea Mazzotta

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ato che il “fenomeno”, concettualmente, è un evento (perciò, in quanto tale, eccezionale e sporadico), ma la presenza dei manga è così radicata nel nostro paese da far parte ormai in modo consolidato del patrimonio culturale di diverse generazioni di italiani che è essenzialmente sbagliato parlare di Fenomeno Manga. Se però facciamo riferimento al passato, se prendiamo la macchina del tempo della memoria e viaggiamo indietro per una ventina d’anni circa, possiamo individuare il momento preciso in cui qualcosa, nel rapporto tra lettori e produzione fumettistica giapponese, cambia. In questo caso, possiamo parlare del Fenomeno Dragon Ball, perché l’arrivo della creatura di Akira Toryama fu sicuramente un evento, che cambiò i gusti e avvicinò alla lettura decine di migliaia di italiani. Le avventure di Goku iniziano nel 1984 sulle pagine di Shōnen Jump, dove continueranno per circa dieci anni. Il primo approccio che ha l’Italia con il giovane combattente avviene tramite l’emittente televisiva Junior Tv, nel 1989. Qualche anno dopo, appena conclusasi in Giappone, giunge nelle edicole dello stivale la versione a fumetti, ad opera della lungimirante Star Comics (e dei Kappa Boys)! Da quel momento cambia la storia del manga in Italia. La Granata Press (e prima, sporadicamente, qualche altra realtà editoriale) aveva già dato il via a quella che sarebbe stata l’invasione dell’edicola con innovative serie nipponiche, ma non si era ancora consolidato e diffuso il concetto di “lettore di manga”. C’erano i lettori di fumetti che leggevano anche i manga. Nei primi anni ‘90 manga era un prodotto che veniva adattato per il lettore Italiano e non importato. Era come un piatto di spaghetti cucinato in Inghilterra. Simile all’originale, ma non uguale. Il punto di svolta giunge proprio nel 1995, quando appare il primo volumetto pubblicato rispettando l’impaginazione originale giapponese, che propone una lettura da destra verso sinistra. Non casualmen-

te, si trattava del primo numero di Dragon Ball. Il successo, sostenuto delle continue repliche televisive, fu immediato e strabordante, tanto che i sessantadue numeri della prima serie, la mitica serie blu, furono ristampati in due nuove edizioni, prima la Deluxe e la poi Perfect. Tuttavia la forza narrativa di Goku e della sua famiglia, si è rivelata più potente della granitica immutabilità dei proverbi, trasformando il “Non c’è due senza tre” in un eclatante “Non c’è tre senza quattro!”. Torna infatti in una nuova edizione, interamente riveduta e corretta, la serie che più di ogni altra ha contribuito a far sognare i ragazzi di tutte le età. Star Comics riporta in tutte le edicole la caccia alle sfere del drago, con la Dragon Ball Evergreen Edition, lussuosa e corposa edizione che si appresta a compiere una funzione fondamentale: rendere sempre disponibile e alla portata di tutti una storia avvincente e entusiasmante. Ristampare una serie, anche una così diffusa come Dragon Ball, significa permettere ai sempre nuovi lettori che si avvicinano alla lettura, ai manga e al fumetto in generale, di poter accedere a narrazioni che altrimenti non sarebbero facilmente reperibili per tutti. Proporre un fumetto in edicola, significa dare a tutta la popolazione italiana la possibili-

tà di accedervi. Il nostro è un paese costituito da moltissimo microcomuni, dove spesso una libreria o una fumetteria sono sogni a occhi aperti di lettori che si formano su internet, ma che non hanno la possibilità di tenere in mano ciò di cui leggono sui loro schermi. Oltre all’aspetto meritorio dell’operazione, non può sfuggire come il titolo della nuova edizione sia assolutamente descrittivo del particolare manga che ripropone. Dragon Ball è un fumetto Evergreen, sempreverde, caduto da piccolo nella fonte della giovinezza. La capacità narrativa di Toryama è stata tale in quest’opera da cogliere il segreto dell’immortalità, riuscendo a partorire una storia che non accusa minimamente gli oltre vent’anni che le appartengono. Anche il segno, pieno di linee cinetiche, diventate poi un marchio di fabbrica del tratto dell’autore, resta moderno e accattivante. Si apre quindi una nuova stagione di combattimenti, tornei, lotte disperate contro avversari invincibili, ma anche all’insegna dei legami familiari (punto di forza della storia), dell’impegno rivolto a superare i proprio limiti, senza mai arrendersi e della capacità del perdono, caratteristica conclusiva di molte delle sottotrame contenute nella serie. Un messaggio positivo, attuale oggi, come vent’anni fa.

DRAGON BALL EVERGREEN EDITION Dimensioni: 11,5x17,5, B, 192 pp, b/n, con bandelle. Autore: Akira Toriyama Prezzo: € 4.20

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NON SOLO LOST Consigli utili per per fare i fighi con serie tv che nessuno conosce. di Luca Piersantelli

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uando esplose il fenomeno Lost, esplose il fenomeno “serie tv 2.0” o, almeno, così io percepii la cosa all’epoca. Certo, erano già nelle case e nei cuori di molti alcuni miti di gran successo come I soprano, Scrubs, The Shield, X-Files o anche più indietro fino alla preistoria de La Signora in Giallo, MacGyver o Manimal (urca se era figo Manimal), ma Lost stava facendo breccia in una nuova generazione di spettatori, in una nuova cultura, in una nuova era tecnologica. Parlo del popolo di internet. Per la prima volta, l’attesa spasmodica della messa in onda italiana aveva un rivale di tutto rispetto: la messa in onda nativa; la programmazione USA. Ecco perché ho preso Lost come esempio, e non un suo coetaneo altrettanto famoso come Dottor House: perché gli spettatori del dottore zoppo erano diversi, diversi dai lost-maniaci che DOVEVANO sapere che diavolo ci facevano degli orsi bianchi in un’isola tropicale, o che accidenti era la nuvola nera, o se Kate si sarebbe denudata e dedicata a pratiche saffiche con Juliet (poi alla fine sappiamo tutti com’è finita, per carità, e certo sarebbe stato meglio perdere tempo in attività più edificanti, tipo spaccare sassi con un sasso [cit], ma tant’è).

Ed ecco che, proprio come accadde col primo non-ribaltamento di un manga in Italia con Dragon Ball, la rivoluzione avvenne naturale e senza traumi. Per gli spettatori divenne la norma trovarsi le puntate in lingua originale ed aggiungerci i sottotitoli che vari siti realizzavano (Itasa, Subsfactory e via dicendo). Poi, oh lettore, magari adesso mi verrai a dire che eri il più figo dell’interweb e che guardavi serie in lingua originale già da prima che J.J. Abrams iniziasse a farsi di peyote e l.s.d, ma qui non sto parlando di te, sto parlando della massa, la moltitudine. Quindi calmati, siediti e rinfodera il magico Mjolnir. Uno dei vantaggi del seguire le serie in originale capitava a fagiolo, infatti era anche la soluzione ad un annoso italico problema: la censura! Ma non è di questo che voglio parlarvi (anche perché sarei

preso da rabbia incontrollabile e inizierei a sparare ingiurie su questo e quello senza ritegno, finendo probabilmente per auto-censurarmi, e sarebbe un paradosso grande così, visto l’argomento). No, quello di cui voglio parlarvi è il vantaggio numero 2: l’ampia gamma di titoli da cui scegliere cosa guardare, cosa seguire. Nella nostra piccola televisione italiana (piccola concettualmente, non metricamente), le cose che vengono trasmesse sono spesso sterili, dozzinali, non danno fastidio a nessuno. Intrattengono e basta, insomma. Ma se, come me, amate le cose rozze, politicamente scorrette, pure di nicchia se vogliamo, beh, allora non avrete altra via se non il passaparola tra appassionati di serie tv non-mainstream in lingua orginale. Con questo spirito, quindi, ora vi rifilerò una sfilza di serie, più o meno famose, che spesso mi è capitato di spammare e suggerire a chi non ne aveva mai neanche sentito parlare. Cercherò di trattenere il mio piccolo fanboy interiore ed essere il più sintetico ed oggettivo possibile, ma so già che non ci riuscirò. Iniziamo. Misfits: parto con un titolo che probabilmente molti di voi già conoscono. Avete presente Heroes? Ecco, se Heroes fosse stato bello, sarebbe stato Misfits. È un must, una serie inglese che ha come protagonisti dei giovani disadattati che si ritrovano ad essere possessori di grandi poteri, ma anche di grandi responsabilità che puntualmente verranno disilluse. Il pregio primo della serie era decisamente Nathan, personaggio che da solo riusciva a far passare in secondo piano alcuni buchi (o trovate scontate) nella sceneggiatura. Purtroppo la terza stagione ne sarà orfana ma, se non conoscete questa serie, la prime due stagioni non potete comunque perdervele. Divertente, veloce, grezza, Misfits è un’ondata di aria fresca, però sparata nelle parti basse. Father Ted: rimaniamo in Inghilterra per una serie geniale. Father Ted parla di tre preti che vivono su di un’isola grigia ed insulsa. Il mio personaggio preferito è padre Jack, vecchio lurido alcolizzato che per tutte e tre le stagioni non fa altro che dire “Gilrs! Drink! FECK OFF!”. Poi c’è padre Douglas, un novizio che nel cervello ha due neuroni. Morti. Epica la scena in cui, nella prima puntata, non ricordando le parole del Padre Nostro, se ne esce con un “Papa don’t preach”. Poi c’è il padre Ted del titolo. Prete sempliciotto, brizzolato e molto, molto sfigato. Vorrei sottolineare che la serie, nonostante l’ambientazione clericale, non è incentrata sullo sfottò religioso, pur non facendosi problemi ad entrarvici a gamba tesa. Serie esilarante e anche un po’ datata (parliamo del ‘95), purtroppo venne interrotta al terzo anno per la morte dell’attore che interpretava Ted, Dermot Morgan. The IT Crowd: pensate che la massima espressione comica sul nerdismo sia The

Big Bang Theory? Beh, vi sbagliate. Serie inglese pure questa. Protagonisti due informatici, Moss e Roy, e Jen, una donna in carriera, ma nella carriera sbagliata. La sigla è un capolavoro. Il nerdismo è over9000. La comicità è spesso rozza. Ma la cosa migliore è l’assenza delle sottotrame smielose stile Sheldon & co. In the IT Crowd il sesso è più forte dell’amore e del buon senso (e del buon gusto), soprattutto dopo litri di birra e whisky. It’s Always Sunny in Philadelphia: dal titolo si dovrebbe capire, siamo negli Stati Uniti. Philadelphia, per i meno attenti (o per Leonard Shelby, se stesse leggendo questo articolo). Qui siamo ad un passo dal baratro, ma dalla parte del baratro. La cattiveria fatta sitcom, il politicamente scorretto diviso in stagioni (sette, per la precisione; rinnovata per un’ottava ed una nona, fuck yeah!), una specie di South Park interpretato da quelli di Friends, ma più cattivo e più idiota. Scherzare sull’aborto? Droga? Razzismo? Corruzione? Prostituzione? Nazismo? Falsi invalidi? Danny De Vito? Sì, la risposta è sempre e solo sì. Poi ci sono tre serie, nate e morte nel giro di un anno, che meriterebbero almeno una messa commemorativa: Testees (due cavie umane che subiscono trattamenti assurdi, come la super colla che li unisce guancia/chiappa, o la capsula del super peto); Almost Heroes (due fratelli agli antipodi che gestiscono una fumetteria, dove la comicità sembra un po’ ricalcata da Scrubs, ma lo Scrubs degli inizi, non quell’orrore delle ultime stagioni); Dead Set, miniserie horror con 28 Settimane Dopo versus il Grande Fratello. Per finire, un po’ di titoli nuovi/nuovissimi che promettono bene per il futuro: Shameless, rifacimento di una serie british che fa ridere, riflettere, emozionare un po’ e arrapare come solo il network Showtime sa fare (Californication e Weeds vi dicono niente?); Wilfred, rifacimento anche questo, ma dall’Australia, con Frodo che si ammazza di canne e cilum insieme al cane della vicina (devo aggiungere altro?); Blue Mountain State, guardate la sigla su youtube e avrete subito una visione chiara di cos’è presente in questo Smallville + cocaine + pocket pussy; Death Valley, da MTV una comedy splatter in stile documentario; NTSF:SD:SUV::, ovvero il C.S.I. dell’imbecillità; Childrens’ Hospital, ovvero il Grey’s Anatomy della super-imbecillità +1; Modern Family, divertentissimo sguardo sulle famiglie, tutte le famiglie, da quella classica a quella vecchio-ricco/giovane-prosperosa passando per la famiglia arcobaleno, che finiscono per essere tutte un unico nucleo di ilarità intelligente ed acuta. Poi ci sarebbero i cartoni brutti e cattivi, come I Simpson (quei cosi gialli che un po’ hanno stufato, eh), ma ho finito lo spazio. Sarà per la prossima. E se non ci ribecchiamo, spero dipenda da voi.

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L'ULTIMO TERRESTRE di Elena Orlandi

A

settembre il mondo del fumetto era in subbuglio per l’assoluta novità della presentazione in concorso alla 68a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di un film diretto da un fumettista italiano. Si trattava de L’ultimo terrestre di Gipi (o meglio Gianni Pacinotti come recita la locandina). L’opera prima di Gipi si è poi portata a casa quindici minuti d’applausi, il Premio Arca Cinema Giovani, la segnalazione al Premio Pasinetti come migliore opera prima e il Premio Fondazione Mimmo Rotella, e anche se gli incassi al botteghino sono stati deludenti, dovremo abituarci all’idea che Gipi non ha intenzione di tornare al fumetto. Incrociando interviste, si nota che sia Gipi sia Giacomo Monti (autore di Nessuno mi farà del male, Canicola Edizioni, cui il film è ispirato) hanno insistito nel sottolineare che le loro sono opere autonome e svincolate l’una dall’altra, ma il credit all’opera di Monti è sempre ben presente quando si discute del film di Gipi e pare, quindi, legittimo accostare film e fumetto e parlarne in uno stesso articolo. Giacomo Monti, cesenate, entra in Canicola quando è soltanto gruppo e rivista e non ha ancora assunto l’attuale fisionomia di casa editrice. Su Canicola escono numero dopo numero i suoi racconti, che confluiranno poi nella prima edizione di Nessuno mi farà del male (2010), ulteriormente integrata con un ultimo racconto nella seconda edizione, uscita a settembre in concomitanza con la presentazione del film di Gipi a Venezia. Nessuno mi farà del male è un fumetto straniante. Visivamente coerente con le scelte del gruppo Canicola, il fumetto di Monti è un bianco e nero di piccoli tasselli regolari che si accostano sulla tavola, lasciando vuoti più o meno consistenti a segnare il tempo che passa. Le tavole, a prima vista meticolosamente e ossessivamente costruite, sono in realtà molto variate: l’unità di misura della vignetta si moltiplica assecondando la

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scelta costruttiva dell’autore, dando (guarda caso) in alcuni passaggi la sensazione di vedere lo scorrere dei fotogrammi di un provino cinematografico. Di cosa parla il fumetto di Giacomo Monti? I primi racconti tratteggiano la vita in una provincia non meglio identificata, fatta di sale da bingo, quartieri residenziali deserti, autogrill, frettolosi incontri con prostitute e transessuali. Ogni storia si concentra su un personaggio diverso e la coerenza viene mantenuta grazie a un’atmosfera generale spaesante e gelida. Poi arrivano gli alieni. Eppure questo evento potenzialmente dirompente si invischia immediatamente nell’atmosfera di stasi desolante: lo sfruttamento economico degli alieni, i rapiti dagli alieni abbandonati al loro destino solitario, una possibile storia d’amore “interrazziale” fallita immediatamente. Si è tentati di sovrapporre il mondo ricreato da Monti (votato al sesso, al denaro, a una stanca violenza fine a se stessa e alla religione come consolazione ed esercizio di potere) a quello reale, anche se l’autore rifugge ogni interpretazione semplicistica e invita a farsi più domande, guardandosi bene dal fornire risposte. Perché sono arrivati gli alieni? Di quale cambiamento sono forieri? È davvero possibile un cambiamento? Venendo a Gipi, sull’artista c’è molto da raccontare, ma è ben poco necessario, dato che si tratta probabilmente del fumettista italiano più conosciuto in Italia e nel mondo. L’anno scorso Domenico Procacci, che con Fandango Libri è diventato socio di maggioranza di Coconino, gli propone di dedicarsi alla regia di un film. A sorpresa Gipi decide di non trarre il soggetto da uno dei suoi fumetti, come probabilmente Procacci si aspettava, ma di ispirarsi a Nessuno mi farà del male di Giacomo Monti. Ed ecco L’ultimo terrestre, film girato nella provincia pisana, che, a differenza della pluralità di voci del fumetto di Monti, si concentra su un unico protagonista: Luca Bertacci (interpretato dall’esordiente Gabriele Spinelli), un trentenne solitario, incapace di avvicinarsi alle donne per imprinting della rabbia misogina del padre. Le giornate di Luca sono equamente suddivise tra il lavoro alla sala bingo del paese (circondato da colleghi ossessionati dal sesso e intrappolati in vite ordinarie), le visite alla casa di famiglia, qualche incontro con una prostituta che “riceve” in un negozio di mobili (forse tra le scene migliori del film, grazie al fascino inquietante di un non-luogo perfetto e di un’Ermanna Montanari sempre stupefacente), le chiacchierate con il miglior amico transessuale e il controllo compulsivo della vicina di casa carina. Tutto mentre il mondo là fuori si prepara all’arrivo degli alieni e i discorsi dei media ballano tra il

gossip e la critica da bar. La storia si mette in movimento quando il fidanzato della vicina carina le uccide il gatto - e Luca ha il pretesto per conoscerla - e parallelamente il padre di Luca conosce un’aliena, che si insedia in casa riportando il tocco femminile che da tanto mancava. Senza voler raccontare nei particolari la trama dal film, che magari qualcuno ancora non ha visto (e che dovrà penare per recuperare perché oramai il film è uscito dalle sale), si può dire che dal fumetto di Monti Gipi riprende l’atmosfera desolata della provincia, in questo caso dichiarando apertamente di aver voluto rappresentare in una storia finzionale la realtà del mondo odierno. A differenza di Monti però Gipi cerca di dare un significato all’arrivo degli alieni: mentre il fidanzato è alla guida di un’attività tutta improntata allo sfruttamento di credulo-

ni, Anna (la vicina di Luca) immagina che gli alieni stiano per arrivare sulla terra per aiutare gli umani a distinguere il bene dal male. Il film di Gipi ha sicuramente alcuni difetti, che possiamo perdonare a un’opera prima dal budget non elevato. La fotografia, per esempio, è abbastanza claustrofobica e infarcita di mezzi busti televisivi, con rarissime aperture al campo lungo (così tipico, per dire, delle tavole a fumetti di Gipi), ma è soprattutto la sceneggiatura a risultare un po’ forzata. Gipi cerca, infatti, di far tornare tutto (si veda la risoluzione finale tra padre e figlio, per parlare dell’esempio più plateale e fastidioso), guidando apertamente lo spettatore a parteggiare per il protagonista (che tra l’altro evolve dalle stalle alle stelle e di nuovo alle stalle con redenzione finale in modo francamente un po’ troppo repentino). In fin dei conti è probabilmente questione di gusti: il fumetto di Monti è certamente ostico, a tratti respingente, ma ha il grande pregio di non offrire una soluzione pronta e di rimanere aperto all’interpretazione del lettore, che deve ricostruire il mosaico dei diversi racconti e rispondere in prima persona alle domande che l’opera pone; il film di Gipi è invece più risolto e sostanzialmente più ottimista (si finisce per immedesimarsi in Luca Bottero, la cui emozione in chiusura del film è chiarissima), una storia con un suo inizio e una sua fine (che è forse un altro inizio, ma non è poi una novità), che lo spettatore può seguire piacevolmente, senza porsi troppe domande. A voi la scelta.


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di Roberto Recchioni

DIE, HIPSTER, DIE!

I

n origine, giocare ai videogiochi era una faccenda da ragazzini perdigiorno che passavano il loro tempo chiusi in una saletta buia a infilare i loro spiccioli in macchine note come videogiochi arcade (o videogiochi da bar, per il volgo). All’epoca,

l’opinione pubblica s’indignava contro questi strumenti dannosi a causa della n e f a s t a influenza che queste macchine infernali avrebbero potuto esercitare sulle mente plasmabili dei loro virgulti. Oggi, invece, che di macchine arcade non se ne fanno più e nel retro dei bar ci sono degli adulti che dilapidano i loro stipendi nei videopoker, sembra che nessuno abbia nulla di cui lamentarsi. In seguito, i videogiochi sono diventati una faccenda da sfigati nolifer. Nerd, ossessionati da stupidi giochini, chiusi nella loro cameretta, senza alcuna vita sociale, persi in mondi sintetici in cui sfogare le loro frustrazioni. Reietti, puri e semplici. Poi, i videogame sono diventati un passatempo divertente. Qualcosa

a tenere in salone, sotto il televisore, buono per farsi un paio di partite a PES con gli amici. Ma nulla di serio. Che mica sei più ragazzino che stai ancora a giocare ai videogiochi, no? Oggi, che i nerd sono diventati di moda e che non c’è ragazza che non inforca un paio di occhiali con le lenti grandi e la montatura d’osso e si fa fotografare con una reflex in mano, i videogiochi sono fighi. È figo parlarne. È figo indossare capi di vestiario a essi ispirati. È figo far vedere di saperne. Ancor di più se sei la ragazza di cui sopra. E poco importa se sei nato nei novanta e il Q*bert che hai sulla maglietta ha la stessa età di tuo padre. Poco importa se non ha mai caricato un gioco a nastro sul registratore del Commodore 64 e a dirla tutta, non hai proprio mai avuto nulla a che fare con i nastri magnetici in generale, manco per la musica. Poco importa che tu non abbia la minima idea di cosa sia l’Amiga Workbench e che tu creda che il primo sistema operativo al mondo sia l’iOS 5 del tuo iPhone. Non preoccuparti. Tutta questa roba non è importante. Quello che conta è l’appropriarti ironicamente di una cultura che non conosci e farne lo strumento con cui esprimi il tuo orgoglio nerd. Non sai come si fa una spazzata alta a Karate Champ? Puoi sempre metterti nella posa dell’airone di Daniel San (che hai visto su quel Tumblr che conoscete solo tu e la tua amica con gli occhiali) e farti una foto con Hipstamatic e poi postarla su Istagram. Non hai sai nulla della Psygnosis, non conosci l’origine del nome di Noob Saibot e non hai esplorato Black Mesa? Oh, noes! Ma, non agirati: c’è Wiki! E la puoi consultare anche dal tuo smart phone. L’unica cosa che conta, è che tu non perda mai il tuo disicanto post-modernista.

E il mondo continuerà a girare. Solo una cosa devi temere. Noi. Guardati le spalle, maledetto hipster. Perché sappiamo dove abiti e un giorno, quando meno te lo aspetti, ti verremo a prendere. Noi, i vecchi sfigati. Noi, quelli che una vita non ce l’avevano davvero e che hanno coltivato con maniacale ossessione tutte le loro...err... ossessioni. Noi, che abbiamo passato infinite notte e lunghissimi giorni tra la Britannia e Azeroth. Noi che ancora ci sogniamo DE_Dust e che conosciamo a memoria la disposizione di ogni singola moneta di ogni singolo Super Mario. Noi, che la maglietta dell’Atari la indossavamo quando l’Atari faceva ancora i giochi. Noi, che sapevamo fare l’Hadouken anche nel primo Street Fighter. Noi, che Sheldon Cooper lo odiamo perché è un ridicolo dilettante. Ecco, un giorno, NOI, torneremo a prenderci tutto. Entreremo a casa tua, frugheremo tra le tue cose, ti porteremo via le magliette che non ti meriti e che non capisci e posteremo su Facebook le tue foto di quando ancora facevi l’emo. E ti romperemo pure gli occhiali, che tanto non ti servono a nulla che ci vedi benissimo. Sappi questo, ragazzino: un giorno tutto quello che era nostro e che tu ci hai rubato, tornerà a essere nostro. E di te non resterà più niente. Perché tu sei la colla. E noi la gomma. www.comic-soon.com

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VENDICATORI UNITI... AL CINEMA!

di Valentino Sergi Poster Promo © Marvel.com 2011

E venne un giorno, un giorno diverso dagli altri, in cui gli Eroi più potenti della Terra si unirono contro una minaccia comune! Quello fu il giorno in cui nacquero i Vendicatori, per combattere quei nemici che nessun supereroe, da solo, avrebbe mai potuto affrontare!

C

on queste frasi si apriva alcuni mesi fa il primo teaser trailer di The Avengers, mentre la rete già brulicava di video e poster fasulli, creati dagli appassionati sul poco materiale centellinato dagli uffici marketing dei Marvel Studios e dalle pellicole dei suoi protagonisti: Thor, Iron Man, Capitan America e Hulk. Nelle ultime settimane, con quasi un anno di anticipo, è diventato ormai impossibi-

le sfuggire al tam tam promozionale della pellicola più attesa del 2012 dai Marvel fan, che raccoglie un fomidabile cast composto da Chris Evans, sotto lo scudo di Steve Rogers, Robert Downey Jr., nell’armatura di Tony Stark, Chris Hemsworth, con il martello del Dio del Tuono, Samuel L. Jackson, ancora una volta bendato come Nick Fury, Scarlett Johansson, nelle attillate vesti della Vedova Nera, Mark Ruffalo, new entry nel cast per impersonare il gigante verde dopo il rifiuto di Edward Norton, e Jeremy Renner, armato di arco e frecce come Occhio di Falco. Insieme dovranno affrontare la minaccia del Dio dell’Inganno, Loki (interpretato da Tom Hiddleston), impadronitosi del cubo cosmico – oggetto di poteri incommensurabili che gli spettatori di Captain America: The First Avenger ricorderanno bene – per appoggiare i piani d’invasione terrestre da parte di un’armata d’invasori alieni (i rumor circolanti nel web danno ormai per certo si tratti

degli Skrull, ma ancora non sono state rilasciate immagini ufficiali). Alla base del progetto, un’attenta e organizzata pianificazione transmediale senza precedenti che in questi anni ha unito le sottotrame dei kolossal cinematografici legati ai protagonisti in modo tale da rendere ogni nuova esperienza in sala un tassello fondamentale del puzzle, e tutto questo senza dimentica-

dichiarazione d’indipendenza della Marvel Enterprises e il raggiungimento dell’accordo con Paramount Pictures per la distribuzione nelle sale dei film prodotti dal colosso editoriale. A tirare le fila dietro la macchina da presa troviamo Joss Whedon, sceneggiatore noto ai più per essere il creatore di Buffy - l’Ammazzavampiri, e

Teaser Poster © Marvel.com 2011 Clip da The Avengers – The Movie © Marvel Studios 2011

re i fumetti (e in particolare l’universo Ultimate, responsabile di aver ripensato gli eroi classici della Casa delle Idee in una chiave più moderna, violenta, smitizzata e ironica, instaurando un forte legame di scambi narrativi e iconografici con le pellicole). E se l’attesa fino al maggio del prossimo anno vi sembra lunga, provate a pensare a quanti hanno sognato di vedere il team più potente della terra in azione dall’aprile 2005, quando il CEO dei Marvel Studios Avi Arad durante una conferenza stampa ne aveva annunciato lo sviluppo in seguito alla

uno degli scrittori maggiormente apprezzati della serie a fumetti degli X-Men. Al suo fianco, a completare la stesura di scene e dialoghi, Zak Penn, la firma dietro agli script di Last Action Hero - L’ultimo grande eroe, Inspector Gadget e, sul versante supereroistico, Elektra, L’incredibile Hulk, X-Men 2 e X-Men – Conflitto Finale. Alla produzione, oltre a Kevin Feige e Stan Lee (padre dell’universo Marvel che non manca quasi mai di ritagliarsi un piccolo cameo in ogni film con protagoniste le sue creazioni), anche Jon Favreau, noto attore e regista responsabile del successo di Iron Man.

UNITI DAL 1963 Il primo numero della serie The Avengers, a firma di Stan Lee e Jack Kirby, fece la sua comparsa sugli scaffali delle fumetterie americane nel settembre 1963 e presentava una prima formazione composta da Thor, Hulk, Ant-Man e Iron Man, personaggi già titolari di una propria testata che godevano di una notevole fama presso i lettori dell’epoca. L’idea era nata in risposta alla Justice League, collana dedicata al supergruppo creato dalla diretta concorrente, la Detective Comics, che univa le forze di eroi del calibro di Superman, Batman, Wonder Woman, Flash, Lanterna Verde, Aquaman e Martian Manhunter. I vendicatori ottennero ben presto il successo sperato e nel corso degli anni annoverarono tra le proprie file tutti i più potenti paladini dell’universo Marvel, per ben 402 numeri (e svariati spin-off, albi speciali, miniserie ecc.) fino al settembre 1996, quando la casa editrice decise di rilanciare la serie all’interno dell’iniziativa “la rinascita degli eroi” che riportava le testate storiche alle origini. L’esperienza di The Avengers vol. 2, scritta da Rob Liefeld e disegnata da Jim Valentino, durò 13 numeri e lasciò l’amaro in bocca a molti fan, al punto da convincere i vertici della Casa delle Idee a compiere un passo indietro a livello narrativo. Così nel febbraio del ‘98, venne dato alle stampe il primo albo di The Avengers vol. 3, la cui numerazione rimase stabile fino all’84 (agosto 2004). Infatti, per sfruttare l’appeal di quello che sarebbe stato il cinquecentesimo numero della serie originale, i creativi della Marvel ripresero il conteggio storico pubblicando quattro uscite (The Avengers 500-503, dal settembre al dicembre 2004), e il one-shot Avengers Finale, che, alla fine di un drammatico arco narrativo a firma di Brian Michael Bendis, aveva portato allo scioglimento del gruppo. Nel gennaio del 2005 una nuova versione del team fece la sua comparsa in The New Avengers, seguita da The Mighty Avengers, Avengers: The Initiative, e dalla collana Dark Avengers gruppo di supercriminali impiegato dal governo capitanato da Norman Osborn (noto anche come Goblin, letale nemico dell’Uomo Ragno). Cinque anni dopo, nel maggio 2010, per la gioia dei fedelissimi, al richiamo di una nuova Heroic Age, Thor, Occhio di Falco, L’Uomo Ragno, Wolverine, Capitan America, Spider-Woman, Iron Man, sotto la guida dell’agente S.H.I.E.L.D. Maria Hill, erano di nuovo insieme nel primo numero di Avengers vol. 4 per combattere il male al grido: Vendicatori uniti!

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Cover The Avengers #1 (1963) © Marvel Comics


#0 1! SPECIALEMIC S&GAMES 201 L U C C A CO

RAVIOLI UÉSTERN DI PIERZ

IN LIBRERIA E FUMETTERIA EDIZIONINPE.IT


LETTERE E NUVOLE di A n d r e a M a z z o t t a

â&#x20AC;&#x153;

Dove devo venire? Dove vuoi che venga? Se, come logicamente accade, la domanda è posta durante o verso la fine del rapporto, la risposta è, di norma, determinata da tre fattori: vena del momento, scopo del gioco e metodo anticoncezionale usato. Esempi di risposte pertinenti e accettabili sono dentro, fuori, addosso, per terra; vienimi nel cuore no. Vienimi nel cuore spesso e volentieri neanche lo si dice. Vienimi nel cuore non vuol dire mi piaci, ti amo; Vienimi nel cuore vuol dire magari sei stato qui dieci minuti, ma quello che mi hai dato voglio portarmelo dentro per sempre. Anche se era solo una scopata. Anche se quella persona è molto probabile che non la rivedrai piÚ.

â&#x20AC;?

B

asterebbero queste parole dellâ&#x20AC;&#x2122;autrice a descrivere quello che è probabilmente al tempo stesso la piĂš concentrata dose di veritĂ e la piĂš strana amalgama di sincere, spudorate e limpide bugie che possiamo trovare sugli scaffali delle libreria italiane: Vienimi nel cuore, di Micol Arianna Beltramini, edito da Mondadori nella collana Strade Blu. Non si tratta di un romanzo. Non si tratta di un saggio o di una serie di racconti. Non si tratta di un diario. Ă&#x2C6; un saggio diario romanzato in alcuni racconti. Ă&#x2C6; un ossimoro di timida sfacciataggine nel quale unâ&#x20AC;&#x2122;autrice abituata a mettersi a nudo emotivamente nel suo blog da anni (http://www.vieniminelcuore.it/), decide di spogliarsi ancora di piĂš, abbandonando anche lâ&#x20AC;&#x2122;ultima dimensione privata, quella del pensiero interiore e della coscienza messa a tacere, per renderla pubblica e alla portata di tutti. Quando si dice superare confini che non temevamo di avereâ&#x20AC;Ś

La lettura è piacevole, da fiatone, da occhi sgranati, da palpitazioni e forse a volte gratuitamente volgare. Ma toccante. Soprattutto per un certo tipo di lettori. La Beltramini, è infatti una creatura rara. PiĂš mitologica dellâ&#x20AC;&#x2122;unicorno, piĂš rara di una fenice e piĂš ritenuta estinta di un dodo, Micol è una nerd. Donna. Una nerd donna: un accostamento di parole che stonano e disturbano nella stessa frase ma che per rendere bene lâ&#x20AC;&#x2122;idea non possono che essere abbinate. Non so se è stato il conoscere lâ&#x20AC;&#x2122;infinito scibile dellâ&#x20AC;&#x2122;indefinito sapere nerdico o se è stata la particolare sensibilitĂ che si acquisisce quando per ore e ore si cerca di attingere

alla Forza di starwarsiana memoria, che glielo hanno permesso, ma allâ&#x20AC;&#x2122;interno del libro, le righe piĂš toccanti sono quelle in cui lâ&#x20AC;&#x2122;autrice descrive, racconta e dipinge con parole tenui il concetto di nerd, descrivendo forse un poâ&#x20AC;&#x2122; anche se stessa. Rendere â&#x20AC;&#x153;innamorevoleâ&#x20AC;? e affascinate ciò che per decenni è stato lâ&#x20AC;&#x2122;antitesi del fascino, sono il merito piĂš grande del libro e lo rendono una lettura imprescindibile per tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno voluto provare il brivido di impugnare una vera spada laser.

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INTERVISTA A PAOLA BARBATO di Micol Beltramini

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icol Beltramini: Okay, partiamo dalle basi. Ti ho sentita parlare di Dylan in mille occasioni, più di una volta anche qui a Lucca. C’è una cosa che non mi pare ti abbia chiesto nessuno, forse perché di solito chi ti intervista non è donna: ma tu, ti sei mai innamorata di Dylan Dog? Paola Barbato: E invece ti sbagli. Sono ormai 14 anni che parlo di Dylan, l’ho ribaltato come un calzino, conosco lui più di quanto conosca me stessa. Per cui sì, è capitato che qualcuno me lo chiedesse, e io ho risposto sinceramente: no. Quel qualcuno si è anche mezzo indignato: non so cosa si aspettasse, forse un sì a scatola chiusa. Ma che vuol dire? Nemmeno di te sono innamorata, e nemmeno il tuo fascino mi fa effetto. Quindi? Solo per questo dovrei volerti meno bene? MB: Mi offende moltissimo che tu non subisca il mio fascino. PB: Cretina. MB: Grazie. Va bene, non era una domanda originale e la risposta era no. Però sarei comunque curiosa di capire com’è che lo vedi tu, Dylan, in quanto donna e in quanto Paola Barbato. Per dire: ci sono dei tratti del suo carattere in cui ti piace indulgere, o che più facilmente gli perdoni? PB: Perdonargli non gli perdono niente, in questo son poco flessibile. Ma come ogni altro lettore, conosco Dylan attraverso il mio personale filtro emotivo. Non esiste un Dylan collettivo, Dylan non può esserlo. Tex sì, per esempio, può essere visto come figura granitica e intaccabile. Tex è Leale. Dylan lo è? Sì, forse no, molto, ma a volte viene preso dall’emotività, non tradirebbe mai un amico ma a volte può ferirlo e quindi… Quindi a questa domanda ogni lettore dà la SUA risposta. Ed io ero una lettrice, perciò Dylan passa inevitabilmente attraverso il mio filtro. Tiziano lo ha creato così, umano, fallibile. La sua forza, lo ripeto sempre, è il suo essere Persona e non Personaggio, il suo uscire dalle pagine ed entrare con naturalezza nella vita di chi lo legge e sente che la distanza non è la stessa che c’è con Superman, con Wolverine, con Tex stesso. Ciascuno può ritrovarsi almeno in una reazione di Dylan, in un suo dubbio, in una sua scelta. È stato creato a immagine e somiglianza di uno degli individui più carico di umanità che io conosca, non po-

teva essere altrimenti. MB: A questo proposito. Alla mostra che il Museo del Fumetto di Milano ha dedicato ai 25 anni di Dylan Dog, Angelo Stano ha dichiarato che per lui sarebbe un sogno se Tiziano Sclavi tornasse a scrivere Dylan. Tu credi che sia possibile? PB: Piacerebbe a tutti, ma non credo che sia possibile, almeno per ora, non credo che Tiziano stesso abbia voglia di tornare. Quando lo ha fatto, qualche anno fa, si è trovato a subire uno spietato confronto con se stesso. E a sentire domande idiote come: “Perché Sclavi non è più Sclavi?”. Forse perché non aveva più 30 anni ma ne aveva 50? Forse perché le persone crescono, cambiano e anche il loro modo di scrivere e di concepire le storie cambia? Per noi il confronto perenne con Tiziano è gravoso e perso in partenza, fa parte del pacchetto “Dylan Dog”. Ma lui perché dovrebbe dimostrare qualcosa? E a chi? È uno scrittore eccezionale, un uomo eccezionale e ha creato un personaggio eccezionale e se per ora non ne vuole più scrivere non vedo perché biasimarlo. MB: In un’intervista rilasciata a Sette nell’aprile 2011 a Sergio Bonelli veniva chiesto: “Il fumetto è in crisi?”. Lui rispondeva: “È in trincea. Prima la tv. Poi i giochi elettronici, i telefonini. Intrattenimento facile per i ragazzi. Imbattibile. I fumetti invece hanno bisogno di silenzio e concentrazione. Chi fa fumetti è destinato a una battaglia di retroguardia. Ma questo è un problema di chi verrà dopo di me”. Tu cosa ne pensi? Che tipo di battaglia combatti? PB: Il fumetto è un linguaggio completo, è IL linguaggio per eccellenza. Pensiamoci. La lettura e l’ascolto costringono l’immaginazione a creare qualcosa che il fumetto invece ti fornisce attraverso il disegno. Leggi e vedi. Come al cinema, ma il cinema non conosce pause, non si ferma, se un passaggio ti sfugge, se hai un dubbio devi tenertelo, devi andare avanti, mentre nel fumetto puoi rileggere, tornare indietro. E puoi fermarti se quella pagina, vignetta, balloon tocca una corda delicata. Non è mai violento, il fumetto, non ti costringe mai. Parlandone come mezzo, sia chiaro, è un discorso generale, certe parole e certe immagini possono fare del male eccome,

ma questo vale sempre e comunque. E comunque ci vuole coraggio, a scrivere fumetti. Perché a differenza della scrittura “libera” non ci sono scorciatoie, non puoi appellarti allo stile personale, non c’è anarchia. Perché se non sei leggibile fallisci. Quindi ci sono delle regole da seguire, regole che sono come un metronomo, un direttore d’orchestra. Perso il ritmo, persa la storia. È tutta una questione di pesi e contrappesi, a livello di scritto ma anche di immagine. Non è facile, bisogna essere incoscienti o coraggiosi per farlo. Non è un mestiere da ignavi. MB: Ho letto sul tuo sito (www.paolabarbato.it) il tuo toccante intervento in memoria di Sergio Bonelli. Per non rigirare ulteriormente il coltello nella piaga preferisco farti una domanda un po’ più di servizio: cosa significa per uno sceneggiatore lavorare per la Sergio Bonelli Editore? PB: Lavorare per la Sergio Bonelli Editore mi ha rovinata. Leggo (per fortuna raramente, nel senso che non mi vado a cercare i travasi di bile) di gente che critica la casa editrice e il suo editore (ne parlo al presente, visto che lo criticano anche ora che non c’è più) attribuendo ogni tipo di colpa alle sue scelte editoriali. Gente che in un simile paradiso lavorativo non lavorerà mai, poverini. Ma saranno abituati a essere maltrattati, calpestati, a vedere stravolto il loro lavoro e lo riterranno normale. E lo è, nel nostro ambiente come un po’ dappertutto in Italia. La Bonelli è un mondo a parte, invece. Un mondo senza licenziamenti. Un mondo con lo scatto dell’aumento annuale. Un mondo pieno di leggende che sono tutte vere. Certo, esci dalla Bonelli, vai a lavorare per un altro e ti ritrovi all’inferno. Ma tant’è. Io infatti sono emotivamente inabile a lavorare con persone sgarbate. E la colpa è tutta di Sergio Bonelli. MB: E ora il momento clou dell’intervista: il progettone intorno a cui ti vedo scalpitare da mesi. Vuoi raccontare a tutta Lucca quel che stai cercando di fare, pazza bastiancontraria che non sei altro? PB: È noto che i timidi sono testardi, e spesso aggressivi. Aggiungo che io sono una timida testarda, aggressiva e idealista. E che non ho mai accettato i “perché sì” o i “perché no” come risposta. Da qualche anno mi chiedevo perché in Italia non venisse pubblicata una serie intimista, romantica, di formazione, definiscila come ti pare. Insomma, “di vita”. Un sacco di lettori divorano manga, nello specifico shojo, leggono le vicende quo-

Paola Barbato, milanese classe 1971, inizia la sua collaborazione con Sergio Bonelli Editore nel 1999 con l’albo numero 157 della serie Dylan Dog (Il sonno della ragione) a cui ne sono seguiti molti altri apprezzatissimi dai fan dell’Old Boy, tanto da considerare l’autrice uno dei pochi sceneggiatori in grado di portare avanti l’eredità di Tiziano Sclavi. Ha pubblicato tre romanzi thriller per Rizzoli: Bilico, nel 2006, Mani nude, nel 2008 (vincitore del Premio Scerbanenco) e Il filo rosso nel 2010. Sempre nel 2008 è uscito nella collana Romanzi a fumetti Bonelli Sighma, disegnato da Stefano Casini. L’anno seguente ha co-sceneggiato per Filmmaster la fiction Sky Nel nome del male. L’autrice si occupa anche di attività sociale come presidente dell’Associazione “Mauro Emolo” ONLUS per assistere le persone colpite dalla sindrome della Corea di Huntington.

tidiane di ragazzi come loro ambientate però in un paese diverso dal nostro, con altre abitudini, altre “normalità”. Perché non ambientare una serie simile in Italia, quindi, perché non crearla? Ho avuto due risposte, una dal signor Bonelli e l’altra dal rimanente Gotha del fumetto italiano. Il signor Bonelli, in tutta onestà, mi ha semplicemente detto che a lui interessavano i fumetti d’avventura, quindi pubblicava ciò che avrebbe in qualche modo letto, e una storia simile non rientrava nei suoi gusti. Il Gotha ha sentenziato: in Italia il fumetto “romantico” NON VA. Ma come, ho obiettato io, se nemmeno si prova, dall’epoca di “Valentina” sul “Giornalino” nessuno ha più fatto un fumetto seriale di quel genere… Eh, ma se NON VA NON VA. Allora sai che c’è? Lo faccio io. Da sola. Subito molti si sono affrettati a consigliarmi di chiedere ad amici professionisti, grandi nomi, di partecipare. Ma era come barare, metti il grande nome, fai un po’ di baccano e poi come riesci a capire se il progetto funziona, se alla gente piace? Ho preferito un’altra strada, mettere un annuncio in cui cercavo disegnatori. Non offrivo compenso ma un po’ di visibilità sì: sei tavole sul web. Hanno risposto in più di 150, mi hanno mandato le prove in 60, ne ho presi una ventina. Con me fin dall’inizio c’è stato Matteo (Bussola), il mio compagno, che da disegnatore ha quel peletto di esperienza tecnica in più e mi ha aiutato nelle scelte (oltre a impostare i personaggi e gli ambienti della serie), ma poco a poco sono arrivati altri professionisti, programmatori, coloristi, letteristi, e nessuno voleva niente, solo partecipare. Questo è stato bellissimo, entusiasmante, al punto che se anche il progetto naufragasse a noi dispiacerà, certo, ma ci resterà questa sensazione di passione collettiva e amore per quel che facciamo. Se mi sono sbagliata accetterò la sconfitta. Ma se invece avessi ragione… MB: Allora apritevi, o porte dell’inferno. PB: Esatto. MB: Un’ultima domanda: la serie, online dal 7 novembre, si chiamerà “Davvero”. Perché questo titolo? PB: Perché non mi interessa raccontare cose improbabili, intrighi internazionali, altri mondi, poteri sovrannaturali. Voglio cose vere, reali, realistiche. Cose che chiunque possa riconoscere o sentire di poter toccare con mano. Le ambientazioni seguono questa linea: Brescia, Milano, Bologna, Firenze, Roma, tutte città perfettamente conosciute, conoscibili e riconoscibili. Non in ultimo la protagonista si chiama Martina Ferrari ed è una ragazza di 19 anni, normale, non bella, non brutta, non scheletrica o dal fisico grottesco, simile a migliaia di sue coetanee in carne ed ossa. Infine il post-it: mi è sembrato simbolico, perfettamente rappresentativo di ciò che è quotidiano. Lo prendi, scrivi, stacchi e attacchi. Non ci pensi su, è così e basta. E sì, tutti i postit li scrivo io, perché come dice Makkox (che ha ideato il sito): “Se ci metti la faccia e il nome allora devi metterci tutto quello che puoi di te”. Anche una brutta calligrafia. www.comic-soon.com

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LETTERE A UN GIOVANE FUMETTISTA Caro autore (cara autrice) Mi scuso innanzitutto per il ritardo nella risposta. Sono riuscito a vedere solo l’altro giorno le tavole che mi hai inviato e ho avuto bisogno di tempo per riflettere e proporti le mie opinioni. Spero quindi di non suscitare una spiacevole delusione se eviterò di entrare nel merito di quanto ho ricevuto. Non ti dirò se il soggetto è plausibile e se i tuoi personaggi sono credibili. Né ti dirò se la sceneggiatura e il montaggio rendono comprensibile e brillante la tua storia. Non ti dirò nulla del tuo segno, né se è ancora acerbo, né se invece appare promettente. Non accennerò neanche all’inchiostrazione, al lettering o alla colorazione. Scelgo di non dirti nulla su come hai presentato il tuo lavoro, come l’hai impaginato, se mi sono piaciute o meno le illustrazioni e gli altri file che hai allegato e se, infine, aveva senso o meno che lo spedissi proprio a me, piuttosto che ad altri. Ci ho pensato bene, prima di comunicarti questa mia decisione. Sono ormai circa venticinque anni che pubblico e consiglio autori come te. Ho acquisito questo ruolo “sul campo”. Ho dalla mia l’esperienza e un po’ di risultati. Se ti sei un attimo informato, se sei arrivato a contattare proprio me, avrai un’idea di chi sono, cosa faccio e quali autori ho avuto l’occasione di consigliare e magari pubblicare. E se ci hai provato senza conoscermi, devi sapere che ho anche fatto degli errori. Ho sbagliato delle valutazioni. Mi sono illuso che un certo segno potesse evolversi, che una stella potesse sorgere o che almeno ne venisse fuori un mestiere. Anche queste esperienze, però, sono state utili. Se oggi ci ripenso, e se soprattutto rifletto sul momento storico ed economico che stiamo vivendo, mi rendo conto che più che darti dei consigli, forse è meglio che ti faccia delle domande. Per esempio, cosa vuoi raccontare veramente con il tuo fumetto? Ho capito i tuoi personaggi e la trama che racconti. Al di là che mi ricordi qualcosa che ho già letto, come è normale che sia, qual’è la vera storia che stai raccontando? Oppure vuoi

emozionare il tuo lettore? Oggi ho visto il filmone Cowboys & Aliens, tratto da un fumetto. È un film pieno di frasi fatte e luoghi comuni che vuole intrattenere, citando a mani basse da Alien in poi. E ci riesce benissimo: sono state due ore piacevolissime. Vuoi fare questo? Ci sono tanti autori che lo fanno e che confezionano blockbuster a fumetti perfetti. E si sa mai che ne venga fuori un film anche dal tuo... Però ti servirà tanta gavetta. Lo sai, vero? Devi pensarci bene. I risultati potrebbero arrivare dopo anni. Così come i primi compensi. Piacerebbe a tanti lavorare per Bonelli o per la Marvel. Sai già che non tutti possono arrivarci... Se invece vuoi raccontare veramente una storia tutta tua, non pretendere di sfornare subito il capolavoro e non cercare di atteggiarti come gli altri grandi autori a cui evidentemente ti riferisci (si capisce chiaramente da certe posture dei tuoi personaggi...). Scrivi e disegna onestamente come sai fare e valuta bene le reazioni che susciterai. Ti saranno molto utili per costruire il tuo codice grafico, il tuo linguaggio narrativo, lo stile che un po’ alla volta ti renderà riconoscibile. Lo sai già che non tutti possono diventare Toppi, Gipi o Pazienza. Questi autori hanno anche sofferto per realizzare le loro opere. Hanno pagato dei prezzi. Sei pronto anche tu? Lo sai che potresti diventare un autore riconosciuto senza che questa diventi la tua vera professione? Sarò più esplicito: potresti pubblicare tanti libri, vincere tanti premi, eppure dover avere un altro lavoro per mantenerti. Ne sei consapevole? Certo, tu volevi dei consigli e invece ti ricambio con delle “menate”. Mi hai contattato perché vuoi pubblicare, non certo per avviare delle riflessioni esistenziali. Hai ragione. Scusami ancora. D’altronde la tua richiesta potrebbe anche essere solo il capriccio di un momento e domani avrai già abbandonato i tuoi propositi. Eppure, chi lo sa... Forse, entrando in questo mondo come scrittore e disegnatore, potresti invece rivelarti un ottimo calligrafo o un abile grafico. Non sono in grado di indicarti una strada. Non so se diventerai un artista o un artigiano (o un po’ tutti e due). Ti

Una delle ricchezze del mondo del fumetto è l’infinito numero di giovani autori desiderosi di emergere e di far conoscere a migliaia di lettori la propria arte. Ma la strada che intraprendono per questa meta è sempre corretta? Prendendo spunto da Lettera a un giovane poeta di Rilke, abbiamo chiesto a esperti del settore di scrivere una lettera aperta al giovani fumettisti, per consigliarli come sbagliare il meno possibile. In questo numero pubblichiamo la lettera di Michele Ginevra, responsabile del Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona e grande scopritore di talenti fumettistici! auguro solo di credere in quello che fai e provarci fino in fondo. E sii umile, senza mai perdere la tua dignità. Solo così, i consigli e gli indirizzi che adesso ti scriverò potranno esserti veramente utili. In bocca al lupacchione, Michele Ginevra P.S. Grazie di cuore ad Andrea Mazzotta per lo spunto decisivo che mi ha dato per questo intervento.

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IL LIFTING DEGLI EROI: COME RETCON E REBOOT SOSTITUISCONO IL BOTULINO di Gennaro Costanzo

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ei fumetti, specie quelli statunitensi in cui la serialità si combina ad uno sviluppo costante delle vicende dei personaggi, la retcon e il reboot sono ormai una prassi consolidata. Ci viene in aiuto Wikipedia che, per il primo, riporta: “è un espediente narrativo che consiste in una particolare applicazione della continuity: si modificano eventi e situazioni descritti in precedenza, o il loro significato, per adattarli ai nuovi sviluppi narrativi o per correggere preesistenti violazioni della continuity”. Mentre, per il secondo: “termine con cui nell’industria mediatica si indicano prodotti [...] appositamente realizzati per tentare di dare un nuovo slancio a saghe assopite. Il reboot prevede un nuovo inizio, con la totale o parziale riscrittura degli eventi avvenuti nella saga originaria”. In realtà, questi concetti hanno qualcosa di antico. Se riflettiamo bene, infatti, i miti, le leggende e le epica gesta degli eroi tramandati oralmente subivano continue variazioni per adattarsi a nuovi contesti di vario caratte-

re. L’accostamento fra mitologia e fumetto non è affatto azzardato se si pensa che gli eroi di carta ormai costituiscono spesso epopee che, narrativamente, hanno poco da invidiare a quelle classiche. Gli intrecci narrativi, inoltre, sono molteplici e complessi e sono vittima costante di retcon (o addirittura di reboot) necessari sia per scopi puramente narrativi che per adattare i personaggi alle nuove generazioni di lettori e ad una società in continuo cambiamento. La lunga continuity ed eroi in piedi dagli anni ‘30, insieme alle numerosissime realtà alternative esistenti, portano negli anni ‘80 la casa editrice DC Comics a fare bel repulisti e a rilanciare un intero universo narrativo. Esce, così, la maxiserie Crisi sulle Terre Infinite che farà un po’ di ordine, rilancerà personaggi e creerà un universo narrativo al passo coi tempi. A giovarne è proprio Superman, un personaggio che sotto la guida del cartoonist John Byrne, ne esce totalmente ringiovanito. La DC, quindi, opera la prima grande e rischiosa operazione di reboot della storia dei Comics. Arriviamo agli anni ‘90. Nella prima metà i comics sembravano all’apice del loro successo ma alla fine del decennio l’intera industria è in ginocchio. Gli eccessi di inizio decennio hanno lasciato un segno indelebile che bisognava superare. La Marvel, con il progetto Il Ritorno degli Eroi, riconsegna al proprio pub-

blico i suoi classici personaggi senza rinunciare alla modernità ed eliminando gli eccessi degli anni precedenti. Ma, in particolar modo, sono state altre le linee vincenti dell’editore. La linea “adulta” Marvel Knights, che lancerà la figura di editor in chief del cartoonist Joe Quesada, ma sopratutto la linea Ultimate, che presenta versioni alternative e giovani degli eroi con l’intendo di lasciare alle spalle decenni di continuity. Il successo è tale che lo stile Ultimate diventa quello Marvel e la continuity, pur sempre presente, verrà alleggerita rendendo le singole storie più fruibili ma altrettanto ricche. C’è da aggiungere che negli anni 2000 la Marvel commercialmente non ha sbagliato un colpo grazie a grandi eventi su cui ha mosso il proprio universo narrativo creando sempre costanti punti di interesse per i lettori. Cover Superman Action Comics #1 © DC Comics. E, cosa molto importante, ha avuto una grandissima spinta dai successi cinematografici dei suoi eroi. La nuove serie, alcune con team trabalDC, sotto la guida di Dan DiDio, non lanti o discutibili, è un azzardo fortisha potuto far altro che stare a guardare simo. In ogni caso, ancora una volta e, pur creando serie di qualità, ha visto troviamo rinnovate le gesta degli eroi fallire i vari tentativi di rilancio. Così, e di Superman, più sfrontato e senza come estremo tentativo, la DC ha pen- mutandoni rossi o addirittura in jeans, sato di rebootare ancora una volta l’in- pronto a risolvere i problemi del tero universo narrativo (non senza mondo. Ma d’altronde, proprio come creare un’eventuale scappatoia se le nell’antichità, gli eroi sono figli del cose dovessero andar male) nonostante proprio tempo e hanno bisogno di questo non presentasse grosse esigenze continui lifting per essere sempre di retcon; la strategia è dunque pura- attuali ai nostri occhi. mente commerciale. E, stando ai primi risultati, vincente. Il problema è, ovviamente, quello di mantenere vivo a G.C. (Coordinatore di Comicus.it lungo l’interesse dei lettori. Lanciare 52 www.gennarocostanzo.blogspot.com)

LA NUOVA DC, TRA COSTUMI ALLA MODA E BACCHETTATE A BERLUSCONI

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l figlio di Kripton campeggia sulle copertine delle nuove serie a lui dedicate in tenuta “casual”, jeans e t-shirt, sostenuto però dal talento narrativo di Grant Morrison che ridefinisce il personaggio non solo nel costume, ma nello spirito stesso, rendendolo un giovane ricercato in lotta contro criminali comuni, in un mondo che guarda con sospetto ai supereroi. Wonder Woman, in pantaloni neri e busto rosso, tenuta decisamente più casta della precedente, protegge l’umanità, spada alla mano, contro la collera degli dei, quando non combatte al fianco della Justice League, costituita – preparatevi a un tuffo nel passato - dall’Uomo d’Acciaio, Aquaman, Flash, Lanterna Verde, Cyborg e Batman. L’uomo pipistrello, d’altronde, è il personaggio che forse ha avvisato in maniera

davvero minima gli effetti di questo “ritorno alle origini”, ma lo stesso non si può dire di alcuni suoi comprimari, come Barbara Gordon (non più paralitica, pur avendo comunque sofferto l’assalto del Joker narrato in quel piccolo capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons in The Killing Joke) o Harley Quinn, la spalla del Joker, che in un’inedita tenuta sexy e attillata compie terrificanti gesta criminali al fianco di Deadshot e King Shark, nella Suicide Squad. Catwoman, dal canto suo, seducente come non mai nella veste classica (ma leggermente più scollata), fedele alla sua natura di ladra, continua a rubare il cuore al cavaliere oscuro, concedendo anche qualche sequenza hot ai lettori. Ma la pietra dello scandalo spetta alla Cacciatrice, The Huntress in originale, che alterna al costume hi-tech aderen-

ti e raffinati completi che catturano gli sguardi maliziosi di poliziotti e mafiosi italiani, senza nascondere un malcelato disappunto per lo stato rovinoso in cui versa la capitale partenopea: “Napoli puzza... Berlusconi aveva giurato che avrebbe risolto lo sciopero della spazzatura... ...ma come tutti gli uomini, è stato distratto da altro.” La cacciatrice si muove quindi in un mondo di traffici di droga e minorenni destinate al mercato della prostituzione, giornalisti imbavagliati e potenti corrotti, frutto di un immaginario noir, impietoso quanto realistico, che si poggia sulla nostra attualità.

di Valentino Sergi

Cover The Huntress #1 © DC Comics.

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IL ROCK A FUMETTI di Enzo Rizzi

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umetto e musica sono due forme d’arte più simili che differenti. Per rendersene conto basta pensare alla mia esperienza personale: il “primo contatto” con la rock-band che più di ogni altra avrebbe incarnato alla perfezione il connubio tra musica e fumetto, i Kiss, avvenne una sera del 1976 quando, allora tredicenne, gironzolando con i miei genitori nella Upim della mia città (Taranto), mi ritrovai per caso nella poco fornita “zona dischi” del suddetto ipermercato. Non è difficile comprendere come, agli occhi di un ragazzino che aveva appena intrapreso il suo viaggio nell’universo del fumetto (leggendo serie come Sadik, Kriminal, Satanik, Zagor e L’Uomo Ragno) la visione della copertina dell’elleppì Alive I con quelle quattro figure minacciose vestite di nero che, brandendo i rispettivi strumenti come se fossero delle armi, spuntavano tra i fumogeni, con stivaloni dai tacchi vertiginosi che li slanciavano verso il cielo e un face-painting che avrebbe catturato almeno tre generazioni di rock’n roller, fu come una folgorazione. I Kiss e con loro Alice Cooper, i W.AS.P., King Diamond, i Motley Crue (che con il look sfoggiato nella sleeve di Too Fast for Love avrebbero fatto nascere in me il desiderio di “disegnare Metal”) sono solo alcune delle band il cui aspetto si è prestato con facilità a una “trasposizione fumettistica”. Come si può non vedere nel personaggio della “strega” Alice Cooper o del “vampiro” Gene Simmons il classico “cattivo dei fumetti”? Il merito di aver realizzato per primi degli albi a fumetti aventi delle pop-star come protagonisti spetta alla “DC Comics” che, alla fine degli anni ‘50 pubblicò degli albi dedicati al cantante Pat Boone , performer dalla faccia pulita che, si racconta , fu “creato a tavolino” come contro altare alla figura di Elvis che con il suo conturbante movimento del bacino (Elvis “The Pelvis”) turbava non poco gli adolescenti dell’epoca. Lo stesso Stan Lee

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all’inizio della sua carriera ,con la realizzazione del volume World’s Greatest Songs (1954) si dedicò al binomio “music & comics”. L’idea, che era quella di fare raffigurare a fumetti i testi di alcune canzoni, non raggiunse il successo sperato. Ma era solo questione di tempo e di band (quelle giuste) da coinvolgere. I Beatles e i Kiss avevano i numeri per portare le vendite a livelli vertiginose e così accadde. Si iniziò nel 1977 con i Kiss che, prima di andare in stampa, si recarono presso la tipografia che avrebbe per depositare delle fialette contenente il loro sangue da miscelare con il rosso dell’inchiostro. Il gruppo negli anni sarebbe stato protagonista di altri fumetti (non autorizzati) così come di miniserie supervisionate dallo stesso Simmons e pubblicate dalla Image di Todd McFarlane Sempre Simmons avrebbe poi fondato la Simmons Comics Group che, in collaborazione con la IDW Publishing avrebbe pubblicato titoli come House of Horror e Dominatrix. L’ anno successivo (1978) sarebbe toccato ai Beatles con il Marvel Super Special #7, un adattamento del film Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Il fumetto in questione, almeno negli Stati Uniti, non fu mai pubblicato a causa dell’insuccesso commerciale della pellicola, ma la band di Liverpool sarebbe poi apparsa in numerosissimi altri albi (ricordiamo ad esempio l’apparizione dei quattro al matrimonio tra Reed Richards e Susan Storm in Marvels, miniserie dipinta da Alex Ross). Ma torniamo ad Alice Cooper. Il performer di Detroit, che, pagando il suo tributo al treatro del Grand Guignol, aveva creato il cosiddetto “shock rock”, nel 1979 fu protagonista di un numero speciale edito dalla Marvel intitolato Tales from the inside, titolo che parafrasava il suo undicesimo album From the Inside, viaggio del folle Alice (in preda a incubi e paranoie) in un manicomio. Alice sarebbe tornato al fumetto venti anni dopo con il bellissimo The Last Temptation, realizzato da Neil Gaiman e Michael Zulli e pubblicato da Dark Horse. Quando si parla di fumetti “non autorizzati” legati al connubio musica e fumetto non possiamo non accennare ai tipi

della Revolutionary Press che tra il 1989 e il 1992 realizzò una collana chiamata Rock’n Roll Comics che vide tra i protagonisti Guns n’ Roses, Metallica, Bon Jovi, Rolling Stones e Motley Crue tra gli altri. I fumetti della R.C. sarebbero poi stati ristampati nel 2009 dalla Blueater Productions. Poi fu la volta di un’altra collana simile, Rock Fantasy Comics. In tutto 18 numeri che videro raffigurati i Pink Floyd, Led Zeppelin, Jimi Hendrix e altri ancora. C’è da dire che il denominatore comune di questi albi, alcuni dei quali vendettero un numero rilevante di copie, fu la qualità di testi e disegni piuttosto bassa. A un livello sicuramente più alto i lavori editi da Chaos! Comics ispirati a vari gruppi metal (allegando in alcuni casi il cd) come accadde per Megadeth, Slayer, Metallica, Anthrax e Insane Clown Posse. A farci da collante con la prossima rockstar che ha legato il suo nome al mondo dei fumetti è il maestro Gene Colan che realizzò un fumetto (mai pubblicato) avente come protagonisti la metal band dei White Zombie, capitanata da quel Rob Zombie diventato famoso anche per il suo lavoro come regista horror e come, appunto, fumettista. Tra le sue storie ricordiamo El

Superbeasto, Werewolf Women of the S.S., The Nail, Bigfoot e Whatever Happened To Baron Von Shock?. Una menzione speciale merita il Wolverine del Metal (vedere per credere) e cioè il cantante Glenn Dazin, (The Misfits, Samhain and Danzig) che, a capo della Verotik, ha pubblicato diversi titoli di un certo successo come The Jaguar Gods, Grub Girl, Death Dealer e un libro di testi delle sue canzoni illustrato da Simon Bisley. La nostra veloce panoramica termina con un certo Heavy Bone - Serial killer di rockstar, protagonista di due volumi (Heavy Bone:La Storia del Metal e Heavy Bone: Diabulus in Musica), entrambi editi dalla Edizioni NPE. Stay Heavy (Bone)!


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INTERVISTA A P. CRAIG RUSSELL a cura di smoky man sm: nella tua lunga carriera hai adattato a fumetti, con successo, numerose opera provenienti da media diversi. Qual è il tuo approccio al materiale originale? In genere fai molte ricerche e studi prima di iniziare? PCR: in realtà non faccio moltissime ricerche e studi prima di iniziare un progetto. Ovviamente se la storia è ambientata ad esempio nel Giappone feudale o nell’Olanda del XIX secolo devo reperire per tempo le informazioni sugli abiti e l’architettura del periodo e se è richiesto un approccio più realistico faccio posare dei modelli e scatto delle foto da usare come riferimento. Le uniche volte in cui faccio molti sketch è quando inizio a disegnare una storia il cui approccio grafico è maggiormente cartoon. Per il mio adattamento del racconto di Oscar Wilde, L’amico devoto, ho riempito cinquanta pagine del mio quaderno di schizzi. sm: qual è il tuo approccio nell’adattamento? Segui un procedimento “standard”? Suppongo che dipenda dall’opera o dall’autore specifico… ma forse ci sono degli aspetti comuni, dal punto d vista tecnico o dello storytelling, che puoi identificare... PCR: quando inizio un adattamento per prima cosa fotocopio il libro due pagine per foglio in formato Ledger [432 × 279 mm; simile a un A3, N.d.T.]. In questo modo ho molto spazio ai margini per i thumbnail delle varie versioni di tavola di cui ho bisogno per trovare una soluzione all’adattamento delle pagine. Inoltre uso questi fogli così grandi per fare una prima “cernita” delle parti di testo da utilizzare nel fumetto. In altre parole, basandomi sull’esperienza, “stimo” quanti paragrafi possono “passare” dalla prosa alla tavola a fumetti. A volte non si tratta neppure di interi paragrafi ma solo di alcune frasi che diventano una tavola. Cerco anche di trovare dei validi punti per chiudere ogni tavola, un po’ come le

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stanze di un poema. Non si può interrompere nel mezzo di una frase. Ancora, è più semplice dispiegare questi foglio sul tavolo di lavoro che stare costantemente a sfogliare il libro mentre faccio i layout. sm: come è cambiato il tuo metodo nel corso del tempo? Se è cambiato… PCR: per me, “metodo” è evoluzione nello stesso modo in cui la grafia o il modo di disegnare si evolve pian piano col passare degli anni. Detto questo, ci sono stati alcuni “cambiamenti sismici” come passare dal realismo de Il dono dei Magi (di O. Henry) al segno fortemente cartoon de L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna (di Cyrano de Bergerac. Ma quei cambiamenti nel disegno erano dettati dalla natura intrinseca della storia. Lo stile dei layout è stato più costante nella sua evoluzione anche se nell’anno (il 1996?) in cui non ho fatto altro che pagine di layout, oltre seicento, ho rapidamente sviluppato un approccio alla tavola che era fortemente consapevole dell’allineamento e della confluenza dei vari spazi bianchi tra una vignetta e l’altra. C’è stato un altro cambiamento parecchi anni dopo quando stavo lavorando a Coraline e ho iniziato a “inserire” gli spazi bianchi nell’ottica delle doppie tavole. Non è una cosa che accade in maniera coerente in tutto il libro ma è piuttosto presente. Con Coraline ho anche iniziato a prestare attenzione, nella maggior parte delle tavole se non in tutte, ai rimandi e alle relazioni che ci sono tra vignette molto grandi e vignette molto piccole. Mi piaceva la sfida di rendere le tavole visivamente interessanti come un succedersi di vignette rettangolari, senza perdere di vista lo storytelling, ossia lo scopo per cui quei rettangoli si trovavano sulla pagina. In altre parole sarebbe stato un fallimento se avesse prevalso un aspetto rispetto all’altro. sm: parlando nello specifico di Coraline, come è nato il progetto? Quali sono state le difficoltà, se ce ne sono state, che hai dovuto affrontare? PCR: la prima parte della domanda è facile da rispondere. Il progetto è nato da una telefonata di Neil Gaiman che mi ha chiesto se fossi interessato ad adattare Coraline. Ho risposto “sì”. È stato facile. Non ci sono state grandi difficoltà eccetto una: la descrizione di Neil dell’“altro padre” quando è relegato nel seminterrato e sta regredendo in una creatura innaturale. In pratica è una lumaca con delle braccia come ramoscelli. Nella storia deve inseguire Coraline per tutto il seminterrato. E questo funziona nella prosa, ma l’ho trovato molto difficile da disegnare. La mia versione è una creatura, seppure in decadimento, che ha ancora fattezze umane, solo così potevo

far in modo che si muovesse. Vedendo il lavoro completato Neil malinconicamente mi ha chiesto che fine avesse fatto il suo “padre-lumaca”. E io gliel’ho spiegato. Quando è uscito il film non vedevo l’ora di scoprire come gli animatori avevano risolto il problema. ANCHE LORO L’AVEVANO SEMPLICEMENTE EVITATO. Avevano messo l’altro padre su una specie di bicicletta a inseguire Coraline per il giardino. Sprofondando all’indietro nella poltrona ho esclamato: “Oh no, povero Neil. Mi dispiace.” sm: ho davvero apprezzato il tuo approccio al romanzo con un tono “leggero”. Mi piace davvero il modo in cui hai disegnato Coraline. Mi piace pensare sia una sorta di “cartoon realistico” Che cosa ci puoi dire sulle tue scelte grafiche? Sul design dei personaggi? Suppongo conoscessi le illustrazioni che Dave McKean aveva fatto per il libro… erano molto più dark rispetto alla tua versione… PCR: le splendide illustrazioni di Dave erano certamente più dark e con un segno più “nervoso” rispetto alle mie. Quando stavo discutendo del progetto con Neil sentivo una certa circospezione da parte sua sul perché mi stessero coinvolgendo. L’avevo capito. Gli ho detto: vuoi un artista dal segno più “facile” che piaccia ai ragazzi. Lui ha risposto “sì” e ho potuto percepire nella sua voce come un sorriso di sollievo. sm: facendo un passo indietro… sono sempre rimasto ammaliato dal tuo Ramadan, il tuo episodio di Sandman che, a mio modesto parere, è una delle massime espressioni del medium, un vero capolavoro. Mi chiedevo… com’è lavorare con Gaiman? PCR: la ragione per cui faccio così tanti adattamenti di classici della letteratura è perché, come molti registri che girano film basandosi su romanzi o opere tea-

trali, vado semplicemente alla ricerca di una buona storia da raccontare. E così sei già a metà del lavoro. Lo stesso vale per le mie collaborazioni con Neil. Lavorare con Neil non è diverso dal lavorare con Oscar Wilde o Rudyard Kipling. Tranne per il fatto che loro sono morti mentre Neil è… vivo e vegeto. Ed è molto eccitante lavorare con uno scrittore “vivente” la cui opera è ancora in divenire e non un corpus definito. Inoltre Neil è sempre molto propositivo nei miei confronti e questo a cercare di fare ancora meglio in ogni nuovo progetto. sm: a cosa stai lavorando al momento? Qualche coinvolgimento m a i n s t r e a m ? Supereroi? Di recente ho visto la tua storia per l’albo di Spirit in b&n ed è stata una lettura davvero divertente e d’ “intrattenimento intelligente”… PCR: all’inizio di quest’anno ho finito Il Principe felice, il quinto volume della serie dedicata all’adattamento di tutte le fiabe di Oscar Wilde. Ora sto lavorando al sesto e all’ultima di quelle storie, Il Pescatore e la sua Anima. C’è anche un libro di racconti di Neil Gaiman che dovrei fare più avanti. Stiamo anche discutendo di un adattamento di qualche centinaio di pagine de Il figlio del cimitero che dovrebbe coinvolgere differenti disegnatori che lavorerebbero basandosi sui miei layout. Niente supereroi al momento. La storia di Spirit è quanto di più vicino al genere mi sia capitato di fare da un po’ di tempo a questa parte. E che sceneggiatura deliziosa Will Pfeiffer mi ha dato! Così tra Gaiman e Wilde ho praticamente pianificato i prossimi anni. E questo mi fa venire in mente una vecchia barzelletta. Domanda: “Come far ridere Dio?” Risposta: “Raccontagli quali sono i tuoi piani.” Intervista condotta nel mese di Ottobre 2011.


CORALINE

DI NEIL GAIMAN & P. CRAIG RUSSELL

IN LIBRERIA E FUMETTERIA

CARTONATO CON SOVRACOPERTA 192 PP • 20,00 EURO • COLLANA CLOUDS

EDIZIONINPE.IT


Comic-Soon 15  

Il numero 15 di Comic-Soon diffuso in 50.000 copie a Lucca, nelle scuole di fumetto e in tutte le fumetterie Alastor

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