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GUIDO NOLITTA

Sergio Bonelli nasce a Milano nel 1932 da Gian Luigi Bonelli, creatore di Tex, e Tea Bertasi, fondatrice dell’attuale Sergio Bonelli Editore. Nel

1957 è lui ad assumere la direzione della casa editrice e dal 1958 riveste anche il ruolo di sceneggiatore con lo pseudonimo di Guido Nolitta. Nel 1961, per i disegni di Gallieno Ferri crea Zagor, tutt’oggi uno dei punti di forza della casa editrice, mentre nel 1975 viene pubblicato il primo numero di Mister No (la cui fisionomia definitiva è opera di Roberto Diso), il primo antieroe del fumetto italiano. Dal 1976 al 1999 Nolitta si alterna, con altri autori, ai testi di Tex. Viene a mancare all’improvviso il 26 settembre 2011, l’anno in cui ha festeggiato i 50 anni di Zagor.

MORENO BURATTINI (San Marcello Pistoiese, 1962) è il curatore e, da molti anni, il principale sceneggiatore di Zagor. Studioso di fumetti è autore di numerosi saggi tra i quali, con Graziano Romani, Gallieno Ferri e Giovanni Ticci nella collana “Lezioni di Fumetto”. GRAZIANO ROMANI (Casalgrande, 1959) è un noto cantautore e rocker italiano. Grande appassionato di Zagor, nel 2009 ha dedicato al personaggio il concept album Zagor King of Darkwood, cui sono seguiti nel 2011 il disco My Name is Tex e nel 2014 Yes I’m Mister No. Ha scritto, assieme a Moreno Burattini, i volumi dedicati a Gallieno Ferri e Giovanni Ticci.

Questo volume andò in stampa per il cinquantesimo anniversario dello Spirito con la Scure, nel 2011. Nessuno sapeva che avrebbe preceduto di pochi mesi la morte dell’autore. Esaurito da anni, viene ristampato, arricchito dai pensieri e dalle testimonianze di chi lavorò accanto a Sergio Bonelli, editore lungimirante, popolare e innovatore, viaggiatore, lettore e sceneggiatore, che inserì nell’avventura più pura le inquietudini di una generazione che, negli anni Sessanta, visse un cambiamento epocale. All’interno del libro, scritto e curato da Moreno Burattini e Graziano Romani, si aggiungono le firme di Mauro Boselli, Michele Masiero, Mauro Marcheselli e Graziano Frediani, che hanno collaborato strettamente con lui e furono amici e compagni di avventure; con la prefazione di Francesco Coniglio, lettore, amico e collega di Sergio, che per primo volle questo libro, lo curò e pubblicò.

¤ 14,90

S C U O L A D I FU M E T TO • LE Z I O N I D I FU M E T TO

GUIDO NOLITTA / SERGIO BONELLI

Una volta un lettore ha scritto: «So di aver avuto un’infanzia splendida, grazie allo Spirito con la Scure». È esattamente ciò che pensano centinaia di migliaia di persone altrettanto affascinate dalle avventure di carta che Nolitta, mese dopo mese, ha sfornato per anni. Storie che hanno segnato l’immaginario di più generazioni sia in Italia che all’estero.

Questa collana di manuali affianca la rivista «Scuola di Fumetto», per la diffusione e comprensione della Nona Arte.

LEZIONI DI FUMETTO

Dietro lo pseudonimo di Guido Nolitta (creatore di personaggi che hanno segnato indelebilmente la storia del Fumetto, come Zagor e Mister No, nonché sceneggiatore di Tex) si nascondeva Sergio Bonelli, figlio d’arte e fondatore della casa editrice che porta il suo nome, fucina di eroi di carta amati in tutto il mondo.

Creatore di Zagor e Mister No sceneggiatore di Tex e il più grande editore italiano

Titoli già usciti: • Angelo Stano (esaurito) • Claudio Villa (esaurito) • Dave Gibbons • Roberto Diso • Gipi (esaurito) • Davide Toffolo • Bruno Brindisi • Gallieno Ferri • Ivo Milazzo • Corrado Mastantuono • Giovanni Ticci • Silvia Ziche • Luca Enoch • Guido Nolitta (esaurito) • Dave McKean • Gipi (edizione aggiornata) (esaurito) • Zerocalcare (2ª ristampa) • Roberto Recchioni • Tito Faraci • Alfredo Castelli (speciale a colori) • Claudio Villa (edizione aggiornata) • Moreno Burattini • Sio • Guido Nolitta Sergio Bonelli (edizione ampliata)


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Guido Nolitta – Sergio Bonelli di Moreno Burattini e Graziano Romani © 2011 Moreno Burattini e Graziano Romani © 2016 ComicOut I edizione: settembre 2016 Editing: Lorenzo Bertini Impaginazione: Andrea Climinti Grafica di copertina: ComicOut Disegni della copertina: Bruno Brindisi © Disegni della quarta di copertina: Claudio Villa © Collana “Scuola di Fumetto ● Lezioni di fumetto” a cura di Laura Scarpa e Sal Tascioni Ass. Cult. ComicOut Via Prenestina, 18 00176 Roma Tel.: 06.92928145 www.comicout.com info@comicout.org


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Lezioni di Fumetto • Sceneggiatori – 24 – Moreno Burattini e Graziano Romani

© Jo Oliveira

GUIDO NOLITTA SERGIO BONELLI


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● La caricatura di Guido Nolita nei panni di un cangaçeiro, che compare nel frontespizio di questo libro, è opera di Jo Oliveira.


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Anni d’oro Una volta, nella rubrica della posta di uno degli albi di Zagor, un lettore confidava a Sergio Bonelli: «So di aver avuto un’infanzia splendida, grazie allo Spirito con la Scure». È esattamente quello che potremmo dire noi, che allo sceneggiatore principe dell’eroe di Darkwood, di Mister No e di alcune fra le più belle storie di Tex ci accingiamo a dedicare questo libro. Ma sono anche le parole che potrebbero scrivere o pronunciare centinaia di migliaia di altri ragazzi (non solo italiani ma di mezzo mondo) altrettanto affascinati e rapiti dalle storie che Guido Nolitta, mese dopo mese, ha inanellato per anni in una collana che ancora oggi sembra non dover avere fine. Chi ha letto nei nostri stessi anni le avventure dello Zagor dell’epoca d’oro (c’è sempre una golden age nella nostalgia di ciascuno) non potrà mai dimenticare le insidie di Hellingen, la minaccia del Re delle Aquile, il dramma dell’Odissea Americana e le tante altre fantastiche avventure scritte da Nolitta e disegnate da Gallieno Ferri e Franco Donatelli. Un giorno, invece, il nostro sceneggiatore preferito smise di scrivere le storie di cui noi tutti ci nutrivamo. Non ci fu subito chiaro quando, come e perché. Notavamo che negli albi l’autore dei testi non era più indicato e speravamo sempre che la storia successiva recasse la consueta targhetta: “Testo di G. Nolitta”. Invece niente. L’inizio di qualche avventura lasciava sperare che forse era ancora lui a raccontarcela ma subito si sentiva che no, non si trattava di lui. Mancava qualcosa: quel tocco inconfondibile, quella “nolittianità” che chi era cresciuto assimilandola giorno dopo giorno poteva riconoscere a colpo sicuro e che, purtroppo, per quanto imitata non c’era più. Nolitta non scrive più storie per la serie di Zagor dal n. 233 della «Collana Zenith», datato settembre 1980: in pratica da oltre trent’anni. In seguito si sono progressivamente diradate, fino a scomparire, anche le sceneggiature per Tex e Mister No (personaggio di cui Bonelli ha scritto nel 2005 i capitoli finali). Da allora i lettori, noi per primi, non hanno mai smesso di sperare che Nolitta tornasse. Per fortuna Zagor è ancora sulla breccia, proseguito da autori che si sono sforzati di raccogliere l’eredità del primo sceneggiatore. Ma appunto perché ogni nuovo numero 15


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ripropone il confronto fra le storie degli anni d’oro rimaste nel cuore di tutti e chi, oggi, prova a percorrere la strada tracciata da Nolitta, è il caso di provare ad analizzare l’opera di questo mitico sceneggiatore, tenendolo ben distante, per quanto possibile, dalla figura del suo alter ego, l’altrettanto mitico editore, su cui molto è già stato scritto. Anche su Guido Nolitta esistono articoli, parti di libri e un saggio dedicato al suo lavoro su Mister No. Mancava però qualcosa di più organico ed esaustivo e ci abbiamo provato noi. Perché grazie a Nolitta abbiamo avuto un’infanzia splendida e dovevamo dirgli grazie. L’identità segreta A nessuno dei lettori di un tempo, in verità, è mai venuto in mente che Guido Nolitta non si chiamasse Guido Nolitta. Forse noi ragazzi degli anni Sessanta e Settanta non eravamo svegli come quelli di oggi, però non dubitavamo che ci fosse un signore con quel nome che scriveva per noi storie affascinanti. Ne ammiravamo la cultura, la documentazione, la fantasia, il talento umoristico, la capacità di farci impaurire e commuovere. Magari qualcuno avrà cominciato a notare che più il signor Nolitta scriveva storie memorabili, più si notava la sua assenza nelle fiere del fumetto che iniziavano a venire organizzate, e mai si accennava alla sua vita o si pubblicava una sua foto o capitava che una sua lettera fosse rivolta ai lettori. Poi, un giorno, a pagina 25 del n. 15 della rivista amatoriale «La Striscia», datato luglio/agosto 1983, comparve un articolo del direttore Stefano Mercuri, intitolato “Profilo di Guido Nolitta”. Un pezzo davvero imperdibile per ogni nolittiano, soprattutto perché corredato da un’intervista e da un ritratto dello sceneggiatore realizzato da Sergio Toppi. E lì trovammo la rivelazione. Il testo descriveva così il nostro autore: «Altezza media, corporatura robusta, capelli ondulati, elegante nel portamento ed amabile conversatore, fine conoscitore di musica ed accanito frequentatore di sale cinematografiche, si diletta in diverse discipline sportive con un “discreto” passato di calciatore e un “apprezzabile” presente di tennista. Adora la buona tavola e il buon vino e non riesce a sottrarsi all’irresistibile fascino del viaggiatore, prediligendo le misteriose e inesplorate terre del Sahara e dell’Amazzonia. Milanese purosangue, Guido Nolitta è tra i pochi personaggi veramente riservati e alquanto schivi da qualsiasi forma di pubblicità. Dalla solida preparazione culturale e dalla grossa conoscenza degli strumenti di comunicazione di massa, egli ha saputo creare uno stile di narrazione estremamente preciso e complesso, che ben si evidenzia nelle lunghe didascalie narrative e nel susseguirsi delle scene costruite intorno a spericolate azioni d’incredibile audacia, a drammatiche rappresentazioni irreali e fantasiose, a simpatiche situazioni umoristiche dal piacevole tono di comico risvolto. Il tutto basato su una dettagliata e scrupolosa documentazione, per conferire alle sue storie una reale e autentica 16


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rappresentazione degli ambienti ed una più accettabile e credibile psicologia dei suoi personaggi». E fin qui tutto bene. Ma ecco, improvvisa, la folgorazione: «Ma chi è Guido Nolitta? Chi è questo personaggio che per tanto tempo ha preferito celare la propria identità dietro il paravento dello pseudonimo, creando intorno al proprio nome un alone di mistero e di curiosità? È presto detto! Per quei pochi, naturalmente, che ancora non sanno che Guido Nolitta non è altri che Sergio Bonelli, editore e direttore del gruppo editoriale Altamira-Cepim-Daim Press, erede della gloriosa Audace». Figlio di tanto padre Sergio Bonelli nasce a Milano il 2 dicembre 1932, figlio di Tea Bertasi e di Gian Luigi Bonelli, “romanziere prestato al fumetto e mai più restituito”, come egli amava definirsi. Prima di passare anima e corpo alla narrativa disegnata, infatti, Gian Luigi (classe 1908) aveva pubblicato, fra le altre cose, tre romanzi d’avventura. Il primo fu Le Tigri dell’Atlantico, che apparve a puntate nel 1936 su «L’Audace» e venne ristampato in volume quattro anni più tardi. Si tratta di un noir in cui gli elementi tradizionali del poliziesco si mescolano con suggestioni puramente avventurose ispirate da Conrad, Salgari, London e Verne, i suoi autori più amati. «Ho sempre preferito l’azione alla complessità della trama», ha dichiarato Bonelli. «I miei personaggi si muovono in grandi spazi selvaggi e quindi devono essere molto più dinamici di un Hercule Poirot o di un Philo Vance». Nel 1940 l’editrice AVE pubblicò Il Crociato Nero, che narra le avventure di Ugo di Ivrea, un nobile cavaliere partito per la prima crociata. Dello stesso anno, ma edito dalla SADEL, è I fratelli del silenzio, in cui l’investigatore John Mauri (già protagonista del primo romanzo) affronta, in Marocco, una setta di fanatici adoratori del dio Molok. La carriera di scrittore di Gian Luigi era iniziata verso la fine degli anni Venti, quando, dopo aver svolto vari mestieri, aver viaggiato e aver combattuto come pugile, e pur avendo soltanto la licenza ginnasiale, Bonelli senior iniziò a scrivere poesie, racconti rosa e avventurosi per il «Corriere dei Piccoli» e per il «Giornale Illustrato dei Viaggi e delle Avventure di Terra e di Mare» edito da Sonzogno. Nella seconda metà degli anni Trenta diresse alcune testate della casa editrice SAEV di Milano: «Jumbo», «Primarosa», «Rin Tin Tin», «Pinocchio», «Robinson». Bonelli padre incarnava anche fisicamente l’avventura. Nel libro-intervista Come Tex non c’è nessuno, curato da Franco Busatta, il figlio Sergio così ricorda il genitore: «Era un padre speciale, fisicamente molto bello, sempre vestito in maniera particolare, sportivissimo, che nuotava egregiamente e andava in barca a vela. A casa, poi, usava vogatore e punchingball, oltre a frequentare una palestra di pugilato, dalla quale lo vedevo tornare con le tracce di qualche colpo andato a segno sul viso. Quando poteva mi portava al cinema a vedere 17


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un buon western o mi regalava un bel libro di avventure». Insomma, grande lettore, grande appassionato di cinema, di natura, di sport. Ma soprattutto portato a identificarsi con le avventure che scriveva. A un intervistatore che gli chiedeva quale fosse il segreto del successo di Tex, Gian Luigi rispose: «Il motivo del successo? La mia identificazione nel personaggio: le avventure di Tex le vivo io. E se non le “sento” resto fermo davanti alla macchina da scrivere anche due o tre giorni senza battere una sola riga. Quando l’idea arriva, mi calo nel personaggio e mi metto furiosamente a scrivere. So che cosa vogliono i miei lettori: il trionfo del bene. La carogna presa a cazzotti. La gente odia il militare arrogante, il pezzo grosso, il banchiere. Odia il potere. E anch’io odio il potere o, come si dice oggi, il “palazzo”. Siamo tutti anarcoidi, ribelli, infastiditi da mille problemi. Ecco perché la gente cerca di evadere. E io gli offro l’evasione: un ranch nel deserto, un’apacheria, una giungla». L’Audace Bonelli Nel 1939 Gian Luigi Bonelli rilevò dalla Mondadori la gloriosa ma ormai traballante testata «L’Audace», di cui era da qualche anno uno dei collaboratori. Con l’aiuto della moglie Tea aprì una piccola casa editrice per continuare in proprio le pubblicazioni della rivista. Con il primo numero della nuova gestione (il n. 331, datato 18 gennaio 1941) l’impostazione cambiò: non più giornale, ma “albogiornale”. Una scelta vincente, che permise alla rivista di adeguarsi ai tempi: nel marasma degli avvenimenti bellici i lettori non erano in grado di seguire storie a puntate, anche perché la precarietà della distribuzione non poteva garantire agli interessati l’acquisto di tutti i numeri. «L’Audace» iniziò a proporre racconti lunghi, e per di più dedicati inizialmente a un eroe di sicura presa: Furio Almirante, un pugile dal pugno di ferro con un gorilla come assistente, che viveva avventure ambientate in contesti esotici, in grado di passare disinvoltamente attraverso mille peripezie e sotto le mani di diversi disegnatori. Gian Luigi Bonelli cominciò a sfornare anche altri personaggi che si succedettero sulla testata madre e sui suoi supplementi, insieme a storie altrui, come quelle di Rino Albertarelli che realizzò testi e disegni di Capitan Fortuna (1942). La formula “albogiornale” prevedeva, comunque, accanto a storie complete, anche qualche racconto a puntate. Il regime aveva cominciato a imporre gravose limitazioni alla stampa a fumetti, che per di più doveva essere vagliata da una commissione di censura con sede a Roma. Per dirne una, gli eroi non potevano avere nomi anglosassoni. Gian Luigi riuscì ad aggirare i diktat fascisti sceneggiando alcuni adattamenti di classici della letteratura italiana, come L’Orlando furioso e La Gerusalemme liberata, su cui nessun censore avrebbe mai potuto avere qualcosa da ridire. In un’intervista rilasciata a Graziano Frediani e Silvano Mezzavilla per il volume Tutto Bonelli (a cura 18


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di Mauro Giordani e Gisello Puddu, Glamour International Production, 1997), Sergio così rievoca quei giorni e il clima di cui fu testimone, sia pure con gli occhi di un bambino di poco più di otto anni: «L’uscita del primo albo di Furio Almirante influenzò pesantemente l’esistenza della nostra famiglia, per moltissimi motivi. Innanzi tutto, insinuò l’elemento del rischio e dell’insicurezza in un tenore di vita scandito dai guadagni modesti ma sicuri che arrivavano a mio padre dalle collaborazioni a giornali come “Il Vittorioso”; in secondo luogo provocò uno sconvolgimento addirittura “fisico”, dal momento che la redazione della neonata casa editrice venne improvvisata nella sala da pranzo dell’appartamento di due locali in via Rubens, nei quali vivevamo da un paio di anni. Per quanto possa sembrare incredibile, l’unico impiegato risultava un ragazzotto tuttofare che, con il passare del tempo, sarebbe poi diventato mio grande amico e prezioso disegnatore: Franco Donatelli. Privato di buona parte del mio spazio vitale nel piccolo appartamento, mi consolavo con il privilegio di poter osservare in anteprima le prove di stampa delle poche paginette che costituivano “L’Audace”, e con l’emozione di veder entrare dalla nostra porta e di avere spesso alla nostra tavola gli

● Tavola originale di Amok di Antonio Canale (firmata come Tony Chan) risalente al 1946. Dalla collezione privata di Guido Nolitta. 19


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● Copertina originale di Dick Fulmine, “I cercatori d’avorio”, disegno di Carlo Cossio risalente agli anni Quaranta. Dalla collezione privata di Guido Nolitta.

autori più rappresentativi del fumetto italiano: Rino Albertarelli, Antonio Canale, Franco Chiletto, Franco Caprioli, Carlo e Vittorio Cossio, e altri ancora. Davvero un bel gruppo di amici che seguivano con affetto e interesse il coraggioso progetto cui aveva dato vita mio padre». Altrettanto amici di casa Bonelli erano anche alcuni editori di maggior esperienza e già consolidati sul mercato, come Giovanni Della Casa e Gino Casarotti, che permettevano al piccolo Sergio di fare man bassa degli albi da loro pubblicati, come quelli di Dick Fulmine, che al ragazzino piaceva molto. Sergio Bonelli così racconta gli anni della propria infanzia ad Alberto Cassani di Ink On Line: «Quand’ero ragazzino vedevo arrivare in casa tutti i fumetti per i quali lavorava mio padre: “Rin Tin-Tin”, “Il Vittorioso”. E poi le mie prime letture erano anche le sue: la letteratura popolare dell’epoca, la famosa libreria Sonzogno, che ospitava Conrad, London e Zane Grey, soprattutto. E quindi anche quella mi ha condizionato, spingendomi verso il mondo del sogno e dell’avventura. Poi, essendo lui appassionato di cinema, mi portava con sé, e le scelte per mia fortuna erano sempre film avventurosi, dinamici. Sono stato indirizzato in quel senso, a questo mondo sognato che poi per tutta la vita mi ha inseguito. Ancora oggi, pur avendo tanti altri interessi, non trascuro mai il lato dell’avventura». Fu in questo clima che, in un terreno sicuramente fertile, furono gettati i semi della passione per la narrazione a fumetti che, in seguito, sarebbero germogliati dando vita al talento di sceneggiatore di Sergio. 20


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Venti di guerra Arrivò la guerra e Milano subì i primi bombardamenti. Pur non essendo ricchi, i Bonelli furono tra i fortunati che riuscirono a sfollare e a lasciare il capoluogo lombardo, trasferendosi a Lavagna, in Liguria. Li seguirono due giovanissimi disegnatori, Franco Donatelli e Mario Faustinelli (lo stesso che poi, insieme a Hugo Pratt e ad altri, avrebbe creato l’Asso di Picche), impegnati a illustrare le avventure di Furio Almirante. Nel 1943 gli eventi bellici costrinsero Gian Luigi Bonelli, come molti altri italiani in fuga dai rastrellamenti, a riparare in Svizzera lasciando moglie e figlio, che lo avrebbero rivisto soltanto a guerra finita, sulla riviera ligure. Riviera che però, di lì a poco, cominciò a sembrare anch’essa poco sicura. Si temevano bombardamenti aerei e navali, si parlava addirittura di un possibile sbarco alleato. Così, Tea Bertasi e l’undicenne Sergio si trasferirono nuovamente, spostandosi in un paesino di un centinaio d’anime in una valle isolata dell’entroterra, a una quarantina di chilometri dal mare. Racconta ancora Bonelli in Come Tex non c’è nessuno: «Tuttora mi piace ritornare – spesso non solo con il ricordo, ma anche fisicamente – alla minuscola casa, poco più di un fienile, in cui trascorremmo giorni cupi e felici allo stesso tempo. Oggi, di quella costruzione, non rimane che qualche muro cadente. Mia madre, una bella donna sui trent’anni, sola, dimostrò un ammirevole coraggio scegliendo di stabilirsi in un luogo del genere. Le nostre notti erano sovente turbate dal rumoroso passaggio delle colonne militari tedesche in cerca di partigiani ma anche dalle pattuglie degli stessi partigiani che bussavano alla ricerca di cibo, chiedendolo proprio a noi che avevamo problemi di sussistenza e ci accontentavamo di un po’ di farina delle castagne di cui era ricca la zona. Il sorgere del sole portava invece lunghe ore spensierate, trascorse nei boschi o lungo il torrente. Lì, con gli altri ragazzini del posto, mi trasformavo in pastore o contadino, ben felice di dover rinunciare agli obblighi scolastici, visto che la scuola più vicina era ad almeno dieci chilometri di distanza, da percorrere a piedi o al massimo in bicicletta». Tempo di pace La guerra finì. Quando Gian Luigi fece ritorno dalla Svizzera, nell’estate del 1945, aveva una nuova compagna. «I due anni che mio padre trascorse all’estero, senza quasi riuscire a contattarci, sancirono la fine di un’unione che aveva già dimostrato in precedenza la sua fragilità», spiega Sergio. La separazione, sia pure consensuale, fu una scelta coraggiosa soprattutto per la signora Tea. Il divorzio sarebbe diventato legale soltanto nel 1970 e una donna separata dal marito, vent’anni e più prima della legge Baslini-Fortuna, era guardata quantomeno con sospetto. Tuttavia, con molto spirito pratico, Tea Bertasi si rimboccò le maniche e trovò il modo di sbarcare il lunario accettando dall’ex-marito la cessione dell’«Audace» 21


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â—? Copertina originale di Asso di Picche, disegno di Mario Faustinelli (1945). Dalla collezione privata di Guido Nolitta. 22


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quale fonte di sostentamento per lei e per il figlio. La signora Tea, scomparsa nel 1999, così si racconta in una intervista rilasciata a Gianni Brunoro e pubblicata sulla rivista «Dime Press»: «Subito dopo la guerra, divorziammo. Bonelli preferisce affrontare la ricostruzione dell’Italia come free lance e non ha più voglia di assumersi la responsabilità come imprenditore, cioè come editore. Decido allora di diventarlo io, editore, proprio per risolvere i problemi di sopravvivenza che avevamo (stiamo parlando del 1946) io e mio figlio Sergio, che ovviamente viveva con me. Così, da titolare della casa editrice, recupero alcune casse contenenti dei vecchi disegni, materiale pubblicato prima della guerra. Mi prendo il rischio piuttosto pesante di firmare cambiali per i tipografi e i fornitori di carta e pubblico dapprima i vecchi albi di Furio e di Albertarelli, poi, a poco a poco, comincio ad agganciare nuovi soggettisti e disegnatori. Riesco persino ad assicurarmi la collaborazione di mio marito Gian Luigi, con il quale, dopo il divorzio, avevo trovato un rapporto assolutamente civile e amichevole. Veniva nella redazione-abitazione soltanto di tanto in tanto, giusto il tempo per consegnare il suo lavoro». Così le redini della casa editrice passarono nelle mani di Tea Bonelli (e al momento giusto sarebbero finite in quelle del figlio Sergio). Va sottolineata l’abilità di Tea Bonelli imprenditrice: fu una delle prime donne italiane ad avere il carattere e il coraggio di emanciparsi in tempi durissimi come quelli dell’immediato dopoguerra. «Mia madre era una casalinga quando diventò editrice – continua Sergio raccontandosi a Franco Busatta – e di certo conosceva personalmente i fumettisti che frequentavano casa nostra, ma non i loro lavori. Non credo che abbia mai letto un fumetto prima del 1946. Le piacevano invece i libri degli autori presentati in Italia sulle pagine della collana Medusa della Mondadori, scrittori come Cronin, Steinbeck, Greene, Fallada. Era una donna dotata di una forza d’animo e di una decisione che le hanno permesso di affrontare le preoccupazioni e le ansie derivate sia dai debiti contratti nel fondare la casa editrice, sia dai molti malanni fisici che purtroppo ha dovuto patire. Altri due meriti che le attribuisco sono l’umiltà nel riconoscere la propria “ignoranza” fumettistica (e di far tesoro dei consigli di gente più navigata di lei, come l’ex marito) e la capacità di prendere decisioni importanti senza troppi ripensamenti». Casa dolce casa Sergio Bonelli, intanto, concluse gli studi classici, anche grazie a un breve periodo trascorso in collegio, presso i padri Scolopi di Cornigliano Ligure, dove aveva recuperato gli anni scolastici perduti a causa del conflitto. Di questo periodo, ecco che cosa racconta a Franco Busatta: «Andai in collegio nell’immediato dopoguerra, a Genova, perché avendo avuto problemi di salute, l’aria del posto mi giovava. Era un istituto situato in un edificio ancora mezzo distrutto da un 23


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bombardamento, talmente severo, nei miei ricordi, da assomigliare più a una prigione minorile che a un collegio vero e proprio. E con la disciplina quasi militare che vi vigeva, le letture erano controllate anticipatamente dagli insegnanti, con la conseguenza che i fumetti erano praticamente tabù». Una delle cose che a Sergio capita ogni tanto di raccontare è come, dopo il lungo periodo di separazione dovuto alla guerra, lui abbia finito per cominciare a chiamare il padre, un po’ scherzosamente e un po’ no, non “papà” ma semplicemente “Bonelli”. Al di là dell’affetto, è chiaro, qualcosa era cambiato. Gian Luigi stava al gioco e comunque continuava a frequentare la casa dell’ex moglie e del figlio come il più attivo dei loro collaboratori. Si trattava, a tutti gli effetti, della sede della principale casa editrice per cui lavorava. Una casa editrice formata dalla signora Tea, da una segretaria e da Sergio che faceva il fattorino, sbrigando mansioni di magazziniere, smistando le richieste delle copie arretrate, aiutando in ufficio con piccoli lavori di grafica o compilando redazionali, fino addirittura a rispondere alle lettere dei lettori. Si improvvisa anche “ritoccatore” dei disegni inviati dagli autori in redazione: «Facevo il rifinitore – spiega Sergio nel 1992 in una intervista a «Fumo di China» – qualche fondale, qualche pianta, al massimo potevo arrivare a mettere sullo sfondo una tenda indiana». Le stanze dell’appartamento, situato in via Saffi (e dunque non distante da via Rubens e da via Buonarroti, dove attualmente ha sede la Bonelli Editore), erano diventate la redazione e una cantina adiacente fungeva da magazzino. Riguardo al lavoro nella casa editrice di sua madre, Sergio Bonelli così racconta a Frediani e Mezzavilla: «Una mini-azienda come la nostra non poteva esentare il sottoscritto dall’assumere qualche ruolo compatibile con la condizione di studente ginnasiale. Un’errata valutazione delle mie doti artistiche, rivelate da bambino, autorizzò mia madre a nominarmi rifinitore di disegni nonché titolista. Ne nacquero dei titoli scritti con caratteri talmente ignobili che ancora oggi, quando mi capita di rivederli, non smetto di vergognarmi a morte! La stessa incapacità manuale tormentava il mio ruolo di spedizioniere di albi arretrati, facendomi odiare i ferri del mestiere: forbici, colla e spago. Molto meglio me la cavavo nel rispondere alle lettere dei lettori e soprattutto, dicono i maligni, nello scaricare i camioncini che portavano nella nostra cantina le copie invendute». Laggiù nell’Arizona Nel 1948, in piena crisi postbellica di alloggiamenti, Tea decise di ospitare in casa propria anche un giovane disegnatore molto promettente, giunto a Milano dalla Sardegna: Aurelio Galleppini. Nella città ancora devastata dalla guerra, infatti, Galep non era riuscito a trovare una sistemazione migliore della stanza, adibita anche a studio, messagli a disposizione dalla sua editrice, e collocata a fianco di quella dove dormiva il giovane Sergio. Fu lì che, nel 1948, Galleppini disegnò la 24


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prima striscia di Tex, Il totem misterioso. Il successo di Tex non era previsto né sperato. Gian Luigi Bonelli era uso sfornare nuovi personaggi a getto continuo, e in generale il mercato italiano vedeva cambiare collane, serie ed eroi con una certa facilità. Un character iniziava a comparire in edicola, vi rimaneva finché le vendite ne giustificavano l’uscita, ai primi cenni di stanchezza si provvedeva a sostituirlo con un altro eroe più fresco. Probabilmente, nelle aspettative della casa editrice, Tex avrebbe dovuto seguire questo tipo di iter. Anzi, Tea Bonelli contava molto di più su un altro eroe, sempre realizzato dall’ex marito e da Aurelio Galleppini: Occhio Cupo. Racconta Sergio Bonelli, ricordando Galep poco dopo la scomparsa e rievocando i tempi in cui il disegnatore si era trasferito a lavorare e a dormire in una stanza che fungeva da studio proprio accanto alla sua: «Ogni sera, quando io lo salutavo per andarmene a letto, lo vedevo sistemare un mucchietto di strisce bianche su quello stesso tavolo da disegno sul quale, per tutto il giorno, si era accanito a disegnare minuziosamente le pagine di Occhio Cupo: un personaggio sul quale la casa editrice aveva riposto molte delle future speranze, un eroe mascherato che agiva durante le guerre coloniali indiane dell’America di fine Settecento. Quelle strisce bianche rappresentavano invece, a suo dire, il “relax” notturno dopo le fatiche e la tensione dell’impegno profuso durante il giorno.

● Guido Nolitta con Aurelio Galleppini nei primi anni Sessanta. 25


QUESTIONE DI TONAL di Graziano Frediani

Avevo cominciato a scrivergli da fan, nell'estate del 1970, a tredici anni. Prima di ricevere una sua lettera di risposta, mi arrivò un cartoncino con l'intestazione della sua Casa editrice di allora, la Daim Press, in cui una sua segretaria (sicuramente la Signora Liliana) si preoccupava di avvertirmi che Sergio Bonelli era in viaggio, fuori dall'Italia, ma, al suo ritorno, mi avrebbe risposto personalmente. E così fece, quella volta, ma anche tante altre, negli anni successivi. Ricordo quando, nei giorni di una lontana LuccaComics (che, all'epoca, si chiamava Salone del Fumetto), lo accompagnai con la mia Panda da Lucca sino a Pisa, dove doveva ritirare un'automobile presa a noleggio. Durante il tragitto, gli parlavo dei fumetti che sceneggiava firmandosi Guido Nolitta, e, fra l'altro gli dissi che il mio preferito era Zagor, perché, nelle sue storie, aveva messo un grande “sense of wonder”. Molti anni dopo, mi confessò che si ricordava ancora di quella faccenda del “sense of wonder”, perché, sin allora, non gliel'aveva mai detta nessuno. Lo ribadisco: lo Zagor di Nolitta era un ragazzo dallo sguardo profondo e dal cuore pulito, malinconico al fondo, ma sempre pronto a sorridere, a sorprendersi e ad affrontare il mondo (e le persone) senza pregiudizi. Trovarne, di eroi così… Il primo impatto con il mondo in cui Sergio Bonelli viveva, sia quando andavo a trovarlo ogni tanto in redazione, sia quando lavoravo stabilmente lì, era legato alla sua passione più grande. Secondo un vecchio proverbio, se vuoi conoscere davvero una persona, devi dare un'occhiata ai libri che tiene accanto a sé. Facile a dirsi, per la maggior parte di noi; più difficile a farsi se la persona in questione è o è stata, come Sergio, un lettore instancabile, ma, soprattutto, un ancor più instancabile “raccoglitore” di carta stampata. Sui tavoli del suo ufficio, della redazione e del suo appartamento privato (e persino sui comodini della sua camera da letto), troneggiavano piccole e grandi montagne, in continua crescita, composte dai quotidiani, dai 140


settimanali d'attualità, dalle riviste specializzate italiane e straniere da cui strappava o su cui segnava con un adesivo giallo gli articoli, le recensioni, le notizie che potevano offrirgli uno spunto per una rubrica, per un viaggio o per una nuova storia del “suo” alter-ego a fumetti, Mister No. Ma questo non gli bastava; perché Sergio era sempre alla ricerca di libri, che scovava e acquisiva l Cino e Franco, da “La fiamma della regina Loana”. senza posa, dovunque si trovasse, in un mercatino milanese, su una bancarella della “rive gauche” parigina, in un chiosco di Madrid, in un emporio di Puerto Alegre o dell'Avana, in un “book-store” di Londra o di New York. Non gli interessavano le preziosissime prime-edizioni, i tomi ancora intonsi, le edizioni a tiratura ultra-limitata che mandano in estasi i bibliofili puri e duri. Anche un volumetto malconcio, venuto da chissà-dove e smanazzato da chissàchi, poteva diventare, per lui, un “imperdibile” oggetto del desiderio; bastava che stuzzicasse la sua curiosità, che riguardasse seppur marginalmente uno dei suoi tanti campi d'interesse, o che gli ricordasse con quanta soddisfazione ne aveva già comprato un paio di copie qualche anno prima, in qualche altra parte del mondo… e subito quel titolo doveva diventare suo, entrando così, con tutti gli onori, nel Grande Mare di Carta che gli piaceva avere intorno. Ancor oggi è difficile orientarsi nella BBB, la Babelica Biblioteca di Bonelli. Accanto a due o tremila titoli ondeggianti sotto la voce “varia”, si aprono, qua e là, interi continenti: sono i settori dedicati alla Conquista del West e alle guerre (non soltanto le due Mondiali) che hanno segnato la storia dell'umanità, all'Amazzonia, al cinema hollywoodiano, alla l Da Cino e Franco, vignetta con coccodrilli. 141


corrida, ai cangaçeiros, alla Legione Straniera. Una zona a parte – vastissima, ovviamente – raccoglie i libri a fumetti, fra i quali emergono le storie che più avevano appassionato Sergio Bonelli nella sua infanzia. Al posto d'onore, Virus, il mago della foresta morta, un racconto a puntate, firmato da Federico Pedrocchi (per i testi) e da Walter Molino (per i disegni), che vide la luce sull'Audace nel 1939, e che impressionò i giovani lettori mettendo in scena uno scienziato pazzo in grado di risvegliare le mummie egizie conservate nei musei di tutto il mondo. «Quella scena», confessava Sergio, «resta uno dei momenti più emozionanti della mia carriera di lettore di fumetti: una volta divenuto autore, volli renderle omaggio in una mia storia di Zagor. E ancora oggi, se metto piede in un museo egizio, mi aspetto quasi di veder fremere le mummie sotto le loro bende!». Poi venivano La banda aerea, l'episodio, datato 1936-1937, in cui l'Uomo Mascherato di Lee Falk e Ray Moore affronta le “piratesse dell'aria”, tanto spietate quanto sensuali, capitanate dall'algida Baronessa, e "La misteriosa fiamma della regina Loana", l'episodio di Cino e Franco, sceneggiato e illustrato fra il 1933 e 1934 da Lyman Young, in cui i due giovani esploratori incontrano

l Diversi materiali e provenienze per alcuni coccodrilli e alligatori della collezione di Sergio Bonelli. 142


l In questa pagina e nelle due successive, illustrazioni e stampe con coccodrilli, della ricca collezione Sergio Bonelli. 143


la bella e crudele Loana, l'immortale discendente del popolo di Atlantide, ispirata ad Ayesha, l'altrettanto bella, crudele e immortale protagonista di due capolavori della letteratura avventurosa scritti da Henry Rider Haggard: La donna eterna (o Lei) e Il ritorno di Ayesha. Fra i “livres de chevet” di Sergio Bonelli – ovvero fra quei testi che si tengono a portata di mano sul comodino per rileggerli di continuo – c'erano, infine, le classiche storie del Topolino disneyano realizzate da Floyd Gottfredson: Topolino giornalista, Topolino alla caccia del bandito Pipistrello, Topolino nella Legione Straniera, Topolino e il tesoro di Clarabella, e quella dove l'intraprendente Mickey Mouse finisce magicamente dentro un libro illustrato che lo catapulta all'epoca di Robin Hood. Proprio il leggendario Arciere di Sherwood era uno degli eroi che Bonelli amava di più: «Fra tutti gli avventurosi compagni della mia infanzia», diceva, «Robin è stato uno dei più fedeli. L'ho frequentato al cinema, nei romanzi e nei fumetti, e ogni volta restavo affascinato dalla sua allegria, dalla sua audacia, dal suo spirito ribelle, dalla sua libera vita nei boschi». Una volta ho chiesto a Sergio Bonelli se fra i suoi libri ci fosse un “Numero Uno”, ovvero un titolo che potesse considerarsi il primo arrivato, il mattone su cui “l'edificio” era stato fondato. Sergio disse di sì, e me lo fece vedere con orgoglio: si intitola Pictorial History of the Wild West, è stato scritto da James D. Horan e Paul Sann per la casa editrice newyorkese Crown, nel 1954, e 144


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rievoca, con una gran quantità di foto originali, le tragiche gesta dei più famosi personaggi del West, svelandone, senza retorica e oltre la leggenda, i veri volti. Sergio lo acquistò personalmente, a metà degli anni Cinquanta, nell'unica libreria milanese che importava volumi e pubblicazioni “made in Usa”, e, da allora, non smise mai di consultarlo. Oltre ai saggi (che erano la sua lettura preferita), Sergio Bonelli aveva un debole per quei racconti che, in un pugno di pagine, riescono a condensare un mondo, un'atmosfera e il senso stesso di un'esistenza che fa i conti con le proprie illusioni. Fra gli altri, rileggeva spesso due piccoli capolavori: Amok (1922) di Stefan Zweig, storia di una passione che divora un uomo sino a spingerlo al suicidio, e Il nuotatore (1961) di John Cheever, da cui il regista Frank Perry aveva tratto, nel 1968, uno dei suoi film preferiti: Un uomo a nudo. Anche in questo caso, dietro l'apparente appagatezza del protagonista, Neddy Merrill (interpretato, nel film, da Burt Lancaster), si nascondono uno straziante senso di vuoto e lo sgomento irredimibile che prova chi è incapace di sopravvivere ai propri fallimenti. La seconda passione di Sergio, dopo i libri, riguardava un rettile a lui molto caro, in tutte le sue varie specie, da quella africana (il coccodrillo propriamente detto) a quella sud-americana (il caimano) e centro-americana (l'alligatore, diffusissimo, per l'appunto, in Louisiana e in Florida). Così, dovunque, intorno a lui, campeggiavano le sagome di decine di coccodrilli, caimani e alligatori di ogni foggia e materia. Gli piacevano, diceva, in quanto misteriosi e indecifrabili: «apparentemente pigri e lenti, ma capaci invece di scatti fulminei, sono di certo fra gli animali più difficili da osservare, essendo campioni di mimetismo, sia tra le erbe della riva che nelle acque del fiume. Anche quand'ero un ragazzino e li vedevo nei primi film di Tarzan, il loro silenzioso scivolare nell'acqua e il loro aspetto da mostri preistorici sopravvissuti al passare dei secoli me li facevano identificare con uno dei simboli più classici dell'Avventura, oggi sempre più difficile da trovare. Ammetto che mi piace ancor di più vederli dal vivo: non a caso, nei miei viaggi, non manco mai di inserire gli itinerari che mi permettano di incontrare, anche se per pochi secondi, qualcuno dei pochi esemplari che sono riusciti a sottrarsi alla caccia dei fabbricanti di borsette, portafogli e cinture. Non a caso, la progressiva scomparsa, nel giro di pochi anni, dei caimani amazzonici significa che quel mondo romantico e selvaggio che ho cercato di ricostruire nelle storie del "mio" Mister No è destinato a far parte dei nostalgici ricordi del passato». Ma alle radici di quell'ossessione c'era qualcosa di più profondo: «Chissà, forse, i pochi giorni che ho trascorso tra gli Huaves, gli indios che vivono a San Mateo del Mar, in Messico, mi hanno fatto inconsciamente assorbire qual146


© SBE

l Da «Tex» n. 332, sceneggiatura di Claudio Nizzi, disegni di Fernando Fusco. l Copertina di Terry, di Franco Gamba, dove compaiono coccodrilli in azione.

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© SBE

l Illustrazione di Claudio Villa che raffigura Sergio Bonelli mentre assiste all’uccisione di un coccodrillo da parte degli indios amazzonici.

cuna delle loro credenze», diceva. «Gli abitanti di quella bella regione mesoamericana ritengono, infatti, che esista una sorta di relazione – un legame invisibile ma fortissimo, anzi praticamente indissolubile – tra ciascuno di noi e un determinato animale, che arriva quindi a trasformarsi in un alterego mistico, una sorta di spirito guardiano, indicato nella lingua locale con il termine "tonal". L'uomo e il suo tonal, pur vivendo lontanissimi, sono uniti dalle vicende esistenziali: le malattie dell'uno si riverberano sulla salute dell'altro fino al punto che la morte dell'uno coinciderà con la morte anche dell'altro. L'animale-tonal è sempre di tipo selvatico, e non appartiene quindi alle specie domestiche che ci affiancano nella vita quotidiana; anche se nessuno sa con certezza quale sia il suo tonal, la fantasia popolare si è sbizzarrita nell'escogitare mille modi per mezzo dei quali possa avvenire tale riconoscimento: per esempio, attraverso le corrispondenze somatiche, il modo di camminare o persino certi atteggiamenti caratteriali… Fra ogni individuo e il suo tonal vi è, insomma, una corrispondenza di qualità psico-fisiche: così, chi ha per tonal 148


una volpe sarà particolarmente furbo, chi invece ha per tonal un giaguaro sarà un tipo insonne, che preferisce muoversi di notte piuttosto che di giorno, e così via. Secondo me, il mio tonal è il coccodrillo, perché mi piace nuotare e perché avverto irresistibilmente il richiamo dei fiumi…». In mezzo a montagne di carta e a decine di coccodrilli, dalla primavera del 1994 sino all'estate del 2011, ho lavorato durante il giorno in redazione, per poi fermarmi, dopo l'orario di ufficio, a lavorare insieme a Sergio. Scrivevamo, ma, spesso e volentieri, ci mettevamo ad ascoltare i dischi vintage che teneva nei coloratissimi juke-box anni Cinquanta di cui era collezionista. I suoi cult (e in questo assomigliava a Jerry Drake) erano gli evergreen, i cantanti confidenziali, le signore sofisticate del blues, My Funny Valentine, I Only Have Eyes for You, Summertime e, soprattutto, Body an' Soul. Chiacchieravamo anche molto, in quelle serate, e mi piaceva ascoltare gli aneddoti dei suoi viaggi a Manaus, a New York, a Rio de Janeiro, ad Agadès, a Palenque, dove aveva conosciuto il pilota che gli avrebbe ispirato Mister No. L'aneddoto che più mi divertiva (e che gli chiedevo spesso di raccontare di nuovo) era però una piccola cosa, uno sketch a cui aveva assistito negli anni Sessanta, dalle parti di Capri. Dunque: c'era in spiaggia una specie di stilista, ovviamente languido e raffinato, che teneva con sé una specie di efebo francese di nome Didier, tanto bello quanto pigro. E le rare volte che Didier era costretto a fare qualcosa (tipo: spostare una sdraio, aprire un ombrellone o portare una borsa), lo stilista si affrettava a dargli una mano, e gli chiedeva con amorosa sollecitudine: «Didier, es-tu fatigué?». Ora che Sergio Bonelli non c'è più, a fine giornata, esco come gli altri colleghi all'orario di ufficio e ho tanto tempo libero per andare al cinema, a teatro, a un concerto, a una vernice. Bella vita, ma, ripensandoci, era più divertente prima. Quando butto un'occhiata nel suo vecchio ufficio, mi sembra ancora impossibile non ritrovarlo dietro quella scrivania piena di lettere, di riviste, di libri, di souvenir, di appunti per articoli e rubriche. Mi fa rabbia pensare che il suo tonal si sia spento. …e poi, se devo dirla tutta, a me quel Didier è sempre stato sui coglioni. Milano, luglio 2016

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INDICE

The paper pied piper di Francesco Coniglio

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Nolitta per sempre di Moreno Burattini e Graziano Romani

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Doctor Sergio o Mister Guido di Mauro Boselli

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Guido Nolitta – Sergio Bonelli

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Appendice

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26 settembre 2011 di Moreno Burattini

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Uno dei 10.000 di Michele Masiero

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Un uomo di altri tempi di Mauro Marcheselli

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Questione di tonal di Graziano Frediani

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Cronologia generale

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Bibliografia

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finito di stampare nel mese di settembre 2016 presso Arti Grafiche La Moderna via Enrico Fermi, 1317 Guidonia Monte Celio - Roma per conto di Ass. Cult. ComicOut Tel. 0746 606732

Guido Nolitta - Sergio Bonelli  

Lezioni di Fumetto 24 http://comicout.com/content/guido-nolitta-sergio-bonelli

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