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La rivista d ei

focus

azimut capi del La zi

o

2.2013

rivista bimestrale - anno X - numero 2- ottobre 2013 - Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 2 e 3, Roma //2013


i sviluppo in associazione si parla molto, specie all'arrivo dei dati annuali sui censimenti. Solo in quel momento, con il viso contrito, si elencano una serie di buoni propositi che spesso vengono dimenticati sin dalla riunione successiva. Il termine sviluppo ha diverse modalità di utilizzo, noi abbiamo cercato di declinarlo nei vari aspetti che riteniamo ci competano. Sviluppo, come ci ricorda Piero Lucisano (di cui ammetto imparziale ammirazione profonda), non è solo l'aumentare di un numero (di anni, di centimetri o quel che sia) ma è un aumento globale di numeri e qualità. Sarebbe da abolire d'ufficio la diatriba dei soloni tra quantità e qualità dello scautismo, spesso fine a se stessa. Ognuna senza l'altra perde la valenza per cui serve: l'educazione dei ragazzi. Non siamo qui a confrontarci sui confronti e a verificare le verifiche. Fra Paolo, sempre puntuale nei suoi argomenti, ci riconduce al termine discernimento, arte del discernere, nell'antichità era la capacità di separare la farina dalla semola, capacità che noi possiamo tradurre nella qualità che un individuo mette in atto per

D AZIMUT la rivista dei capi del Lazio direttore responsabile Sergio Gatti capo redattore Niccolò Carratelli redazione Massimo Galimi, Valeria Cacciotti, Andreina Del Grosso, Luisa Mostile, Gianni Polifroni, Stefano De Paolis. progetto grafico e impaginazione Gigi Marchitelli copertina di Valeria Caciotti edito da Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (Agesci Lazio) sede via Adalberto 13/15, 00162 Roma e-mail redazione.azimut@lazio.agesci.it stampa Omnimedia srl - Via Sambuca Pistoiese, 56 - 00138 Roma finito di stampare Roma, ottobre 2013

QUALE SVILUPPO?

di Massimo Galimi

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dietro il concetto di

sviluppo non può non esserci quello di condivisione o spirito di servizio

far buon uso dell'esperienze (positive o negative che siano) e trascurare gli elementi insignificanti. Ogni bivio dell'uomo è al tempo stesso una crescita e una rinuncia e questa avviene con una costante interazione con l'esterno. Ecco perché abbiamo dedicato uno spazio al significato di sviluppo come relazione nel territorio sia attraverso la testimonianza di Mario Ruda, che ha appena riaperto il suo gruppo, sia con un'intervista all'assessore regionale alle politiche sociali Rita Visini. I numeri che ci presenta Dino Nencetti, Incaricato regionale allo Sviluppo, potrebbero farci riflettere, perché spesso dietro al calo dei censiti non ci sono “solo” ragazzi che singolarmente abbandonano la proposta scout, ma talvolta ci sono unità o gruppi interi che chiudono, lasciando scoperte dallo scautismo parti di territorio. La chiusura di un gruppo o di un'unità è una ferita profonda, spesso effetto della indisponibilità di capi che faticano a coniugare il servizio con le altre scelte della propria vita. Ecco che dietro il concetto di sviluppo non può non esserci quello di condivisione o spirito di servizio, che potrebbe spingerci ad andare oltre il colore del nostro fazzolettone e offrire tempo, esperienza e capacità a quei gruppi che mostrano di essere in difficoltà.


L'adesione al patto associativo ci chiede di servire e questo potrebbe già essere illuminante per evitare campanilismi di gruppo o di zona. Scegliere di fare servizio in un altro gruppo, invece di essere uno dei molti dello staff, è una scelta forte che potrebbe servire a "salvare" molti ragazzi. Infine mi permetto una riflessione eretica, maturata in anni di servizio con i ragazzi e da quadro associativo. Le altre associazioni educative preparano i loro educatori dall'interno, in un fluido passaggio da educando ad educatore. Mi è sembrato talvolta di percepire che in alcune comunità R/S si snobbi il servizio associativo di rover e scolte, dando più valenza a quello extra associativo come se il secondo fosse più formante per la persona. Beh se noi siamo convinti che il nostro metodo sia efficace per cambiare una parte di mondo e per far crescere i ragazzi da buoni cittadini e buoni cristiani, dovremmo essere più orgogliosi del servizio fatto dagli R/S in unità, e dovremmo far loro assaporare con più determinazione la gioia del servizio in branco o reparto.

la chiusura di un

gruppo o di una unità è ferita profonda

una

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“…Canta con noi, batti le mani alzale in alto, muovile al ritmo del canto. Stringi la mano del tuo vicino e scoprirai che è meno duro il cammino così…” ggi in AGESCI sentiamo più forti che mai i concetti di identità e di solidità dell’associazione, con una forte attenzione alle realtà non raggiunte e come risposta ai bisogni nel mantenimento delle unità. E il settore Sviluppo si muove proprio su questi due binari. Il termine “sviluppo” infatti porta in sé due accezioni. La prima è il supporto ai gruppi

O

Cultura dello sviluppo Abbiamo parlato di “cultura dello sviluppo”, ma cosa intendiamo? Intendiamo quell’attenzione particolare che occorre avere: 1. nel curare buone relazioni sia interne all’ associazione (gruppo, zona,...) sia esterne, nel territorio in cui si opera; 2. nel condividere le risorse e le difficoltà, in ordine alla definizione dei servizi dei capi e al reperimento dei ragazzi; 3. nel delineare visioni e strategie a lungo termine che vedano l’azione educativa sempre più incisiva e determinante;

AAA NUOVI 4| SCOUT CERCASI... esistenti, in termini di formazione, aiuto alle Comunità Capi in difficoltà e reperimento di nuovi Capi, ovvero tutte quelle attenzioni e quelle azioni finalizzate al consolidamento dell’esistente. La seconda è in termini di apertura di nuove unità e di nuovi gruppi, vale a dire tutte quelle attenzioni e quelle azioni che comportano una crescita dell’associazione. Tuttavia la modalità con la quale vogliamo lavorare è punta a coniugare mantenimento e crescita in ogni realtà progettuale, avendo chiarissimo il ruolo fondamentale della zona e in particolare del Consiglio di zona.

al riconoscimento sociale della popolazione e delle istituzioni che la rappresentano. La nascita di una nuova realtà scout, in un nuovo contesto, sarà una bellissima novità, capace di permeare il territorio circostante, offrendo nuove prospettive e nuove speranze. Ma c’è un punto nodale in tutto questo, il ruolo della zona.

La zona Su questo punto occorre essere molto chiari: il sistema associativo deve sostenere senza sovrapporsi. Ogni livello deve fare il proprio mestiere, ma chi fa veramente lo sviluppo è un

di Dino Nencetti Incaricato settore Sviluppo AGESCI Lazio

4. nell’essere ‘distintamente’ presenti nel proprio territorio, come presenza attenta, feconda ed incisiva, portando un serio contributo nel terreno dell’educazione, per il miglioramento della realtà circostante.

Il rapporto col territorio Dalle esperienze vissute in questi anni abbiamo rafforzato l’idea che le azioni di sviluppo devono essere costruite e portate avanti con la Chiesa e nella Chiesa, con le istituzioni locali e nel territorio; non possono essere un’azione privata ma comunitaria, grazie anche

solo soggetto, la zona. La zona con le Comunità capi, il Consiglio di zona come luogo di lavoro congiunto delle Comunità Capi. Alla zona viene chiesto di essere promotrice dello sviluppo associativo sul territorio, predisponendo un proprio progetto di ampio respiro da declinare poi nelle situazioni specifiche. Esso è il “Progetto di sviluppo”, come ci ricorda l’articolo 23 dello statuto AGESCI.

Il Consiglio di zona Nei nostri Consigli di zona dobbiamo innescare processi culturali che poi produrranno


azioni di sviluppo. Il nostro compito principale è mettere in moto dei pensieri, delle riflessioni, una dimensione di voglia di fare percorsi virtuosi; in seguito verranno le azioni, non iniziativa individuale di “qualche impallinato”, ma esito di un processo condiviso nei Consigli di zona. Questo è cruciale perché abbiamo grandi generosità e grandi passioni, però da sole non sono sufficienti: abbiamo bisogno di un supplemento di intelligenza, di condivisione, di pensiero e di strategia.

Progetto di sviluppo Il nuovo passo in avanti che dobbiamo provare a fare è quello di costruire gradatamente dei Progetti di sviluppo di zona connessi e collegati ai Progetti di zona, e non disgiunti. Solo attraverso una reale condivisione dei Progetti educativi di gruppo, delle difficoltà e dei successi di ciascuno può nascere un impulso generativo forte. Anche i casi

di estrema difficoltà (il rischio di chiusura di un gruppo) devono essere assunti come responsabilità del Consiglio, che ha il dovere di mettere in atto tutte le azioni possibili di supporto, dalla possibilità di un gemellaggio con un gruppo limitrofo, al prestito di capi o aiuti, ad un supporto alle unità, ecc.

Incaricato allo sviluppo Per far sì che le azioni delineate nel progetto siano ancor meglio seguite e monitorate, sarebbe utile se le zone, soprattutto le più grandi, si dotassero di un Incaricato allo Sviluppo. Questo incaricato sarebbe prezioso per i Responsabili di zona nelle attività di supporto alle Comunità Capi e un punto di riferimento per tutte le attenzioni e le problematiche connesse con l’apertura di nuove unità e nuovi gruppi, per le collaborazioni tra gruppi o nelle attività di supporto ad essi.

Il territorio ci interroga Solo in questi primi mesi dell’anno abbiamo ricevuto in vario modo e a vario titolo diverse richieste da parte di parroci, di giovani, di adulti, per avere il supporto dell’Associa!zione e iniziare un percorso insieme. Un percorso che possa portare all’apertura di un nuovo gruppo scout. Richieste pervenute da realtà molto diverse tra loro: piccoli e grandi centri delle province di Rieti e Roma e quartieri della capitale. Senza contare il lavoro che già stanno portando avanti alcune zone per aprire ex-novo o riaprire gruppi nelle loro realtà. Ciò ci dice a chiare lettere che c’è bisogno di educazione in generale, ma anche di educazione con il metodo scout. Se tanti che non conoscono lo |5 scautismo si avvicinano a noi, dopo aver analizzato la loro realtà ed individuato delle possibile risposte, è perché ci vedono come una risposta efficace alle difficoltà dei giovani, delle famiglie, degli adolescenti con i quali lavorano. Tutto questo deve renderci ancor più responsabili.


Premessa I dati presi in esame sono relativi agli anni dal 1997 al 2012 e si propone l’elaborazione, in questa prima fase, dei soli dati aggregati a livello regionale e, per il momento, non vi è la pretesa di un’analisi statistica rigorosa peraltro necessaria. L’approccio è stato non tanto quello di cercare risposte nei numeri ma piuttosto di cercare domande, vedere quello che manca, cercare di capire che cosa chiedere ed a chi per completare il quadro. Inoltre emerge senz’altro il bisogno di una lettura “qualitativa”, magari toccando anche nervi scoperti e nodi profondi

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I dati numerici assoluti (gra- quali strategie attuare, se necessario, per invertire la tendenza? fico “andamento censiti”) L’evidente emorragia di censiti, Capi e soci giovani, sembra aver rallentato e dal trend distruttivo (circa 500 ragazzi censiti in meno l’anno) negli anni 1997-2002 si passa ad un andamento più stabile, pur sempre a saldo negativo, degli anni 2002-2012 ma comunque rimane il dato complessivo di oltre 3000 ragazzi “persi” in 15 anni. Ovviamente analoghe considerazioni per i censiti in totale. Per i Capi saltano all’occhio i 300 “persi” nel quindicennio. Le domande potrebbero

CENSIMENTI, I NUMERI DELLO SCAUTISMO tipo l’annosa questione dell’attualità della proposta scout, le scelte e la solidità dei Capi oppure il tema della Partenza. In definitiva sarebbe il caso di lavorarci a più mani (quadri, comunità capi, Formazione Capi...).

essere: sappiamo cosa è successo alla fine degli anni ’90? Quali cause hanno reso meno attraente la proposta scout dell’AGESCI? L’attuale trend di diminuzione è stabile e verso quali scenari porta? Da cosa è governato il trend negativo, e

I rapporti tra dati (grafico “andamento rapporti”) Il rapporto capi-gruppi, da depurare del numero dei capi censiti nei comitati regionali e di zona, e cioè il numero dei capi censiti mediamente in Comunità Capi sembra essere altalenante ma in ogni caso in diminuzione, nel quindicennio considerato. Il rapporto capiragazzi è in tendenziale diminuzione e ci consegna meno ragazzi per ogni capo censito complessivamente. Le considerazioni possono essere molte

di Germano Di Francesco ma ancora di più le domande: tendiamo a diventare un’associazione di adulti? Quanto pesa il turn-over, cioè esistono flussi entrata-uscita-ritorno in Comunità Capi? Cosa fanno realmente i capi in associazione? I capi censiti in Comunità


Capi sono veramente in “servizio permanente effettivo� con i

ragazzi o abbandoni e turnover segnalano la fatica ed il

disagio di pochi sui quali pesa il carico educativo?

ANDAMENTO CENSITI 17.125

16.569 15.874

14.341

13.804

13.232

15.341

12.734

censiti totali 14.964

12.384

14.704 14.942 12.171

14.852

12.358 12.247

14.996

12.434

14.804

12.234

14.479

14.504

14.283

14.272

14.332

11.884

11.912

11.673

11.718

11.776

2.595

2.592

2.610

2.554

2.556

censiti ragazzi

14.051

11.578

14,27

14,44

2.473

2012

14,75

2011

14,40

2010

2.570

2009

2.562

2008

2001

2.605

2007

2000

2.584

2006

1999

2.533

2005

2.580

2004

2.607

2003

2.642

2002

2.765

1998

censiti capi 2.784

1997

18.000 17.500 17.000 16.500 16.000 15.500 15.000 14.500 14.000 13.500 13.000 12.500 12.000 11.500 11.000 10.500 10.000 9.500 9.000 8.500 8.000 7.500 7.000 6.500 6.000 5.500 5.000 4.500 4.000 3.500 3.000 2.500 2.000

ANDAMENTO RAPPORTI

4,80

4,80

4,78

4,70

4,85

4,76

4,58

4,60

4,47

4,59

4,61

4,68

2010

2011

2012

13,89

12,77

2009

14,03

2008

13,74

2007

13,77

2006

13,71

2005

13,53

13,06

2004

13,10

2003

13,28

2002

13,96

2001

14,42

rapporto capi-gruppo

5,15

4,99

5,01

4,88

2000

1999

1998

rapporto capi-ragazzi

1997

16,00 15,00 14,00 13,00 12,00 11,00 10,00 9,00 8,00 7,00 6,00 5,00 4,00 3,00 2,00 1,00 0,00

i dati completi al link: www.agesci.lazio.it

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è sempre un certo via vai ad inizio anno nelle nostre Comunità Capi… persone che entrano ed iniziano per la prima volta il percorso da educatori, altre che rientrano dopo una pausa per motivi vari, altre ancora che ci salutano e lasciano la Comunità Capi. Beh, parleremo proprio di queste ultime, per capire se ci possano essere dei fattori comuni all’origine della scelta di abbandonare nonché per riflettere se in qualche modo si possa arginare l’uscita di così tante persone dall’Associazione. È ovvio che i motivi per l’uscita sono molteplici: chi mette su famiglia, chi va

C’

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Da uno studio a livello nazionale, relativo ai capi usciti dall’Associazione negli ultimi anni, emergono alcuni spunti interessanti, che afferiscono a 3 questioni precise. Di queste brevemente tratteremo: • il livello di formazione • la permanenza media in Comunità Capi • il servizio svolto, l’incarico ricoperto. Capi usciti e livello Fo.Ca. Emerge dallo studio che i capi usciti sono per la maggior parte persone all’inizio del loro percorso formativo. Detto in altro modo, si verifica che si esce

si sono meglio interiorizzate le scelte del Patto Associativo? Chissà… Comunque sia, siamo di fronte ad un dato di fatto ed allora la domanda potrebbe essere: come incentivare la partecipazione ai momenti formativi? Ragioniamoci nelle nostre Comunità Capi... Capi usciti: età e permanenza Due altri dati emergono dallo studio: i capi usciti hanno una permanenza media in Comunità Capi che si attesta intorno ai 6 anni, mentre è più difficile restare in Associazione per i capi più giovani. Sembrerebbe allora che la “diceria associativa” che un

IDENTIKIT DI CHI ABBANDONA a studiare o a lavorare fuori, chi aspetta un bambino, chi si sente scarico di idee e motivazioni, chi è travolto dai ritmi dell’Associazione, chi ha litigato in Comunità Capi e così via. Appare evidente che su alcuni tipi di motivazione non si può essere di aiuto, eventualmente se ne gioisce insieme e ci si stringe la mano, ricordandoci sempre che Semel Scout Semper Scout (o se piace di più Once Scout Forever Scout). Ma su altre motivazioni si può lavorare, anzi si deve lavorare e questo impegna tutti, a partire dalle nostre Comunità Capi per arrivare alle varie strutture associative.

di Dino Nencetti

meno se si è più avanti nel proprio iter di formazione. Se ne potrebbe dedurre che più si è formati e più si è motivati o che

capo dura tre anni non sia così vera. Sarebbe interessante provare a verificarlo anche nelle nostre Comunità Capi e nelle

CAPI USCITI PER LIVELLO DI FO.CA. SULL’ANNO PRECEDENTE 30,00 25,00 20,00

25,90 22,17 17,64

15,00

17,89 17,17

15,12

16,93

12,01

10,00

12,47 11,78

5,00 0,00 niente

CFM

CFA

% usciti 2008 su 2007

nomina

totale

% usciti 2009 su 2008


nostre Zone. Rispetto ai giovani capi vogliamo chiederci: li accompagniamo a sufficienza nel loro servizio? L’Associazione è splendida ma ha il difetto di essere carnivora, divora il tempo e le forze, possiamo aiutare i giovani “a difendersi” o li lasciamo subito “sbranare”? Ci sono alcuni fattori associativi che possono incidere sulla questione?

CAPI USCITI PER SERVIZIO SULL’ANNO PRECEDENTE 30,02 27,06

30,00 25,00 20,00

24,55 18,18

17,5317,31

15,00

12,50

11,51

12,9112,54

10,00 5,00 0,00

Capi usciti e servizio Escono meno i capi gruppo e i capi unità rispetto agli aiuti e ai capi a disposizione. È possibile pensare che i servizi con più responsabilità siano più motivanti e trattengano di più i capi in Associazione ? Se sì, come si può allora superare la difficoltà iniziale ad assumersi responsabilità?

aiuti

capi

capi gruppo

2007 su 2006

Conclusioni I margini per lavorare pare ci siano. In quali direzioni? Motiviamo i tirocinanti e tutti i capi non in regola con l’iter ad impegnarsi nel proprio percorso formativo, in tempi accettabili, ma certi. Verifichiamo la “vivibilità”

AE

disp.

2008 su 2007

della nostra Comunità Capi, in termini di relazioni, efficacia e tempi. Progettiamo bene le nostre staff di unità, non concentrandoci solo sui capi unità. Lavoriamo bene sul Progetto del Capo. Accompagniamo i nostri tirocinanti, non |9 lasciandoli al loro destino…


a nascita di un gruppo scout non è un’impresa facile da realizzare, ma è sicuramente fattibile, così come è stato per noi del Roma 52. La mia esperienza suggerisce di individuare alcune fasi ben precise da seguire. Come prima cosa bisogna individuare un “nocciolo duro” di temerari disposti ad essere di aiuto nella fase di passaggio dalle parole ai fatti. Non è necessario che questi siano per forza i Capi del futuro gruppo, è invece utile che siano persone di esperienza e competenza c he aiutino a escogitare il sistema giusto di agire, questo richiede

L

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molti incontri preliminari di confronto di idee ed esperienze. Un’altra fase importante è quella del coinvolgimento della Parrocchia, quindi è necessario andare a parlare con il parroco per sentire quale è la sua disponibilità, se gradisce la cosa, se è disposto a collaborare mettendo a disposizione i locali per le sedi, se si impegna ad appoggiare il progetto. A questo punto però bisogna capire se la nascita di un gruppo è una cosa utile per il quartiere, può avere un seguito oppure no. È arrivato il momento di uscire dall’anonimato e di verificare

con una analisi di ambiente l’effettiva utilità del progetto. Come fare? Un questionario può essere un buon sistema. Poche domande chiare, esempio: 1) Ritiene che i punti d’ incontro per giovani siano adeguati all’interno del nostro quartiere? 2) Sa chi sono e cosa fanno gli scout? 3)Ha avuto esperienze di vita scout in passato? 4) Le farebbe piacere se ci fosse un gruppo scout in parrocchia? 5) Sarebbe interessato a far frequentare ad un figlio il gruppo scout? 6) Vorrebbe essere contattato se nascesse un gruppo scout in parrocchia? Ecc. Il

APRIRE UN GRUPPO SCOUT, di Mario Ruda (Capo Gruppo Rm 52) ISTRUZIONI PER L’USO tutto presentato da poche righe scritte dal parroco. Il questionario andrebbe distribuito in tutte le buche della posta del quartiere con preghiera di restituzione direttamente in parrocchia in una apposita urna. I risultati del questionario sono fondamentali perché dicono intanto a quante persone interessa il progetto (coloro che lo riconsegnano)se sono favorevoli a mandare i propri figli (potenziali adesioni) e infine a stanare qualche capo “imboscato”. Una volta ottenuti e analizzati i risultati del questionario, si chiede un incontro con i

responsabili di zona ai quali si sottopongono i numeri, presentando anche il resto dei capi (brevetti competenze ecc. ecc.). Ottenuto il benestare dalla zona si può dare il via alla nascita ufficiale della Comunità Capi che deciderà il numero del gruppo tra quelli a disposizione e i colori del fazzolettone. Ma la cosa più importante è che comincerà a lavorare con calma e senza fretta, ma con estrema scrupolosità alla preparazione dell’apertura vera e propria del gruppo. Si potranno fare degli incontri con i responsabili di zona, oppure con gli incaricati alle branche

per la formazione, ci si dovrà iscrivere agli eventi di formazione, incontrare psicologi ecc. ecc. C’è però un grande dilemma che presto bisognerà affrontare: da dove iniziare? Dalla branca R/S oppure da quella L/C o E/G? Purtroppo noi abbiamo visto, e le nuove linee di orientamento allo sviluppo hanno confermato, che non è più così scontato che si debba iniziare dalla branca R/S, ma bisogna adattarsi al “materiale umano” a nostra diposizione. Per questo motivo il progetto del capo e il progetto educativo devono tener conto della possibilità di aper-


disegno di Tommaso Pedullà

ture anche faticose e con molti anni di disponibilità richiesta. Quando tutto è chiaro si parte, si accettano le iscrizioni con le staff pronte ad ogni eventualità: se ci sono i ragazzi, cominceranno a “giocare il gioco” con loro; altrimenti lavoreranno sul reclutamento e saranno sempre

pronte a partire. Il lavoro è duro ma non impossibile, mi sento di consigliare di non sottovalutare l’entusiasmo dei capi di provenienza extra associativa, la loro

voglia di giocare a volte è quell’arma in più che sprona anche il capo consumato e “stanco”. Una cosa è certa: vedere il branco, il tuo branco fare il grande urlo per la prima volta in assoluto, ti ripaga di ogni sforzo.


ettembre di un anno imprecisato, stiamo iniziando un nuovo anno scout, in ogni gruppo siamo alle prese con l’assegnazione degli incarichi per le unità. La Co.Ca. di capo1 e capo2 è riunita.

S

capo1: Sai che Agilulfo del Roma settordici quest’anno non è più maestro dei novizi, svolgerebbe un “Servizio di supporto al gruppo svolto in coerenza con il Progetto Educativo”1 ma sarebbe disponibile a fare anche un servizio in un altro Gruppo! A noi manca giusto giusto il Capo Clan...

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forse li potremmo aiutare, in fondo siamo tutti fratelli ? capo2: manco morto, già li ho aiutati tre anni fa a quelli… Lasciàstà. Probabilmente dialoghi simili non si sentono in nessuna delle Comunità dei Capi del Lazio, siamo certi - come Comitato di Zona - che non siano nemmeno lontanamente udibili nei discorsi che si fanno nelle Comunità dei Capi della Zona Roma Centro Urbis, siamo ancor più sicuri che nelle Comunità dei Capi degli scriventi i discorsi siano diametralmente opposti….ma ne siamo proprio sicu-

Il ruolo dei Capi Gruppo in questo processo è fondamentale; grazie alla visione più d’insieme e meno coinvolta nel dettaglio operativo, i Capi Gruppo possono avere l’occhio “lungo” e preoccuparsi di un orizzonte temporale di più ampio respiro. Le Comunità dei Capi sono quindi incoraggiate a considerare tutte le tematiche relative al mantenimento, siano esse legate alle esigenze dei ragazzi (identificare possibili criticità od occasioni educative legate a unità con pochi o con troppi ragazzi, problematiche legate ad annate particolarmente corpose o

LA ZONA, SE SVILUPPO FA RIMA a cura del Comitato di CON MANTENIMENTO Zona Roma Centro Urbis capo2: Ah sì? beh ma chi lo conosce.. piuttosto ci arrangiamo con Torrismondo capo “ombra” che può dare un “supporto esterno”…facciamo a meno della diarchia e censiamo come Capo Clan “fittizio” un vecchio elefante del gruppo. Così funzionano le cose caro mio…te lo dico io che ho 'na certa esperienza! capo1: mmm forse hai ragione…probabilmente questi meccanismi li governi meglio tu. Piuttosto lo sai che mi è giunta voce che il Roma seiunozero sta quasi pe chiude il branco causa esodo in massa di Vecchi Lupi Erasmi… noi 1 2

ri? E la Zona in questo dialogo

carenti, ecc) o alle dinamiche

tra Capi (e tra Gruppi) che dei capi (difficoltà nella copertura di tutte le unità, problemi ruolo svolge? di diarchia, carenze di forma-

Mantenimento e Sviluppo. zione, ecc). I Capi Gruppo si Fortunatamente il dialogo tra capo1 e capo2 è un dialogo di fantasia ma è pur vero che le Co.Ca. tendano a volte a cercare da sole le risorse necessarie per il loro sostegno o decidono da sole di chiudere le unità: questo pensiero debole va definitivamente superato. Per avere buone politiche di mantenimento e di sviluppo dei gruppi della Zona, bisogna che tutti i livelli associativi diano il proprio contributo.

faranno poi portavoce di tali aspetti all’interno del Consiglio di Zona. Il Consiglio di Zona è il luogo della “corresponsabilità”. Occorre evitare che sia solo ratificatore di decisioni di collaborazioni, fusioni, sdoppiamenti, aperture o chiusure già quasi definite e consentire invece a tutti di fare proposte ed avanzare disponibilità per tempo, per sostenere gruppi in difficoltà e anche gruppi che si

cfr art. 1 Regolamento AGESCI cfrPdZ 2010-2013 http://www.agescicentrourbis.org/documenti/atti_ufficiali/Progetto%20di%20Zona.pdf


lanciano in azioni di sviluppo. Progettare quindi il rafforzamento di tutti i gruppi, tramite la creazione di una corresponsabilità tra gruppi vicini. Tutte le esperienze di dovrebbero essere scritte, riportando anche i tempi, le scadenze e i criteri di verifica. In questi anni varie sono state le esperienze di mantenimento e sviluppo adottate dai Gruppi della nostra Zona Roma Centro Urbis, sempre supportati da un costante dialogo con il Comitato ed il Consiglio. La nostra Zona, ad oggi composta da 14 gruppi, nasce dall’unione di diverse Zone preesistenti. Questo si riflette ancora oggi in una non equa distribuzione nel territorio. Come si legge nel Progetto 2010/2013, “la Zona Centro Urbis ritiene che la “chiave di volta” per la costruzione di gruppi solidi sia il porre una attenzione costante sulla qualità della nostra proposta educativa, favorendo

tra le Co.Ca. e tra i Capi stessi un confronto tale da costruire e facilitare una rete di relazioni utili al sostegno e alla stabilità delle Comunità dei Capi, alla definizione di buone prassi e soprattutto alla valorizzazione del nostro metodo che unisce singole realtà in un unico grande movimento.”2 A conclusione del nostro Progetto di Zona abbiamo voluto “dare un segnale di forte presenza sul territorio, nel cuore della Capitale” con l’evento “Lo scout ti s-Piazza!”organizzato dalla zona lo scorso 21 aprile, un evento che ha visto come protagonisti più di 1.100 scout romani, scesi in piazza per conoscere e farsi conoscere, per testimoniare il proprio impegno sociale, per dire “ci siamo anche noi !”. Occorre infine una coraggiosa apertura al territorio, “smettiamo di giocare solo in casa”:

invece di aspettare solo le proposte dall’esterno, dobbiamo osare di più e provare a promuovere nel territorio iniziative o riflessioni, che possono aiutarci ad avere un respiro più ampio e dalle quali possono nascere anche positive sinergie con entità e persone esterne, utili per le finalità dello sviluppo. In quest’ottica si inquadrano alcuni degli spunti usciti dal Convegno di maggio 2013, in cui abbiamo sognato un nuovo Progetto, come la collaborazione con un ente parco.

Riferimenti • AGESCI Regione Lazio — Linee Guida — La cultura dello Sviluppo (gennaio 2013) • AGESCI Regione Lombardia — Linee Guida — Vademecum per un sostenibile, oltre che indispensabile Sviluppo Associativo (Documento Consiglio Regionale giugno 2009) • Documento per il Consiglio generale 2008 della Commissione Sviluppo dell'AGESCI nazionale.

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il mio canto libero... 14|

Lo Scautismo... tranne noi di Felice Stonato i ho cresciuto ma… tu non mi vedi più eri un cucciolo… è stato un attimo ma il mio gruppo sai…. è come chiuso ormai o era fermo prima e…. non ha ripreso a vivere Tante volte io... l'ho immaginato vederti in Co.Ca... che effetto mi farà però adesso che... il gruppo è chiuso... Non importa più se sia... stata colpa tua o mia il nostro gruppo è quel che tutti temono quei disastri che i capi evitano tanto scarno, triste e debole che sembra inutile ed impossibile con la sede che sembrava esplodere che non serve altro in più per vivere che potrebbe scomparire lo scautismo tranne noi tranne noi le riunioni che… sembrano lame fanno male ma… però ci aiutano per dare vita e… ricominciare ogni riunione insieme a te il mio gruppo insieme al tuo e la zona si… è complicata un po' ma gli eventi sai… quelli ci aiutano

T

però il cuore sai… me l'ha giurato sa che un giorno tornerò… sì il mio gruppo riaprirò e saremo quel gruppo che tutti sognano quel reparto in cui tutti cantano tanto forte, potente immenso che sembra di B.-P. reincarnato in me con il fuoco che sembrava esplodere che non serve altro per vivere che non c'è promessa per descrivere che ho progettato e ho aperto te. e saremo quel gruppo che tutti sognano con quei lupi che sempre cacciano tanto belli allegri e immensi che sembran figli di Olive e B.-P. e che il cerchio fa quasi esplodere quando Akela è sempre in mezzo a noi che potrebbe scomparire lo scautismo tranne noi ooh oh tranne noi. (sulle note di Max Pezzali, L’universo tranne noi)


N

on troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro

ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani. (Robert Kennedy, 18 marzo 1968) |15

nodo scorsoio

da leggere...


“ il valore aggiunto dello sviluppo sono le persone” intervista a rita visini. assessore alle

di Niccolò Carratelli

politiche sociali della regione lazio

C

onosce lo scautismo? Ha mai avuto contatti o esperienze dirette con il mondo scout? Non ho avuto un’esperienza personale tra gli scout ma li conosco bene, certo! La mia storia di cristiana è legata a doppio filo al percorso dell’Azione cattolica e negli anni, con gli amici scout, ci sono state tante piccole occasioni di scambi, di incontri, anche di lavoro pastorale comune.

Lei è stata presidente regionale dell’Azione Cattolica ed è quindi ben consapevole del ruolo importante svolto sul territorio da 1 6 | associazioni e gruppi di volontariato: come intende coinvolgerli nella sua attività di governo? Ha già avviato collaborazioni? Da responsabile associativa ho sempre pensato che il mondo associativo dovesse giocare da protagonista nella vita sociale e civile, e ho spesso sperimentato la frustrazione di chi lavora a tempo pieno per la crescita e la promozione delle comunità sul territorio e poi viene sistematicamente messo ai margini delle scelte politiche. Oggi che sono stata chiamata a un ruolo politico e amministrativo, è chiaro che le mie “radici” pesano, e molto. È il motivo per cui fin da subito ho voluto il riavvio e la valorizzazione delle diverse consulte e degli osservatori regionali, dal tema del volontariato a quello dell’handicap, come luoghi non solo di dibattito autoreferenziale, che poi non trova ascolto e traduzione in scelte concrete, ma di proposta politica e di programmazione autentica. Negli ultimi anni il terzo settore ha patito molto l’esclusione dai luoghi delle decisioni vere, e la Giunta Zingaretti è nata anche sull’onda di questa voglia di protagonismo del sociale. L’Assessorato

adesso è la casa delle associazioni, che sono chiamate a dare il loro contributo insostituibile: penso soprattutto al percorso che ci porterà finalmente alla legge-quadro regionale sulle politiche sociali. Faremo presto e lo faremo insieme: in queste settimane sta partendo il dibattito sulle linee guida della legge e entro settembre, anche grazie al lavoro del terzo settore, presenteremo in Consiglio regionale una proposta che possa essere discussa e approvata prima della fine dell’anno. In quali ambiti la proposta scout può risultare più efficace? Che tipo di contributo si aspetta lei, nel suo lavoro di assessore alle politiche sociali, da un’associazione come l’AGESCI? L’esperienza educativa dell’Agesci è preziosa per molte ragioni, e credo che siano molti i fronti sui quali l’associazione è chiamata a lavorare dando un contributo all’intera società. Me ne vengono in mente due in particolare. Il primo è quello della formazione all’impegno civile e alla cittadinanza attiva, che è un punto importante della pedagogia scout ed è una delle necessità educative più urgenti che hanno le nuove generazioni. Gli strumenti sono tanti, e come assessore alle politiche sociali mi occupo direttamente di uno di questi, il servizio civile volontario. Questo è certamente un primo ambito di impegno. Il secondo è quello dei più piccoli: tra i miei obiettivi c’è quello di portare in Consiglio una legge regionale per l’infanzia, e certamente nel percorso che ci porterà a costruirla ci sarà anche l’Agesci. L’AGESCI Lazio si occupa da sempre di educazione dei più giovani: quali sono secondo


lei le sfide e le emergenze da affrontare, su questo fronte, nella nostra regione? Sono molte, sicuramente. Come ho detto, c’è bisogno di investire sul protagonismo civile dei giovani, spesso relegati a “futuro” delle nostre comunità, mentre invece è nel presente che vanno coinvolti e valorizzati: penso alla politica stessa e a quanto poco sia stata “permeabile”, in questi anni, al contributo delle nuove generazioni. E poi abbiamo bisogno di dare risposte forti alle fragilità che i giovani sperimentano, e qui sicuramente il lavoro è la prima delle questioni. Per quanto di mia competenza, poi, stiamo avviando una riflessione importante sul sostegno alla genitorialità e alle coppie giovani. Ci dica almeno tre obiettivi, legati all’educazione e alla formazione dei ragazzi del Lazio, che spera di raggiungere entro la fine del suo mandato. Quali iniziative avete già avviato o state per avviare? Obiettivi ne abbiamo tanti, ma se devo pensare a tre che credo siano davvero urgenti mi viene subito in mente quello di sostenere con decisione i percorsi di integrazione scolastica dei ragazzi disabili. Proprio in queste settimane siamo tornati, dopo due anni di vuoto, a finanziare il sostegno per gli alunni delle superiori con uno stanziamento alle Province, che sono gli enti competenti. Chi vive la disabilità deve essere messo in condizione di avere gli stessi diritti e le stesse opportunità di tutti gli altri cittadini, a partire dalla scuola. Il secondo obiettivo è quello legato al servizio civile, che è uno strumento prezioso di formazione dei giovani alla gratuità e al servizio agli altri, ma che è stato progressivamente abbandonato con una sistematica riduzione dei fondi. Stiamo lavorando sia per irrobustire il sostegno ai progetti, sia per dare al Lazio una legge regionale sul tema. L’ultimo punto, infine, mi sta particolarmente a cuore: si tratta delle politiche per l’affido familiare e per i minori abbandonati. L’affido va promosso e sostenuto, in modo tale che per un ragazzo in difficoltà quella in casa famiglia sia un’esperienza di passaggio verso l’accoglienza in un nucleo familiare sereno e non una sistemazione definitiva, come purtroppo spesso accade.

Questo numero della rivista è dedicato al tema dello “sviluppo”: a parte la necessità di una ripresa economica, di che tipo di sviluppo abbiamo più bisogno nella regione Lazio? Tutti concordano sul fatto che è terminata l’illusione che le risorse sono illimitate e che è possibile soddisfare i desideri di ciascuno su un modello di crescita continua, forzata ed esponenziale. Nel Lazio, come nel resto del Paese e direi in tutto il mondo occidentale, va radicata l’idea che a generare la ricchezza non può essere l’economia così come l’abbiamo concepita fino ad oggi. Il modello di sviluppo che dobbiamo costruire insieme è quello nel quale il valore aggiunto è dato dalle persone, dal loro know-how, dalla loro storia, dalla loro umanità, dalle ric|17 chezze delle nostre comunità, dalle risorse ambientali e culturali. E anche il welfare deve evolvere in questa direzione. C’è tanto da fare, ma c’è anche tanta gente che ha già le maniche rimboccate!


di Pietro Lucisano (docente di Pedagogia sperimentale, Università La Sapienza di Roma)

scegliere di crescere

18|

“P

overa me! Come ogni cosa è strana oggi! Pure ieri le cose andavano secondo il loro solito. Non mi meraviglierei se stanotte fossi stata cambiata! Vediamo: non son stata io, io in persona a levarmi questa mattina? Mi pare di ricordarmi che mi son trovata un po’ diversa. Ma se non sono la stessa dovrò domandarmi: Chi sono dunque? Questo è il problema.” (L. Carroll, Alice nel paese delle Meraviglie) Parlare della crescita è relativamente facile dato che si tratta di un fenomeno di cui tutti abbiamo una qualche esperienza sia di tipo personale sia attraverso l’osservazione della natura. In tutti i casi la prima impressione è che la crescita sia un processo “naturale”: non abbiamo scelto di crescere, siamo cresciuti talvolta anche a

nostra insaputa, cioè senza rendercene del tutto bene conto. Il problema della presa di coscienza del cosa vuol dire essere cresciuti in termini di aumento delle nostre misure, della nostra forza e delle nostre capacità si propone con grande intensità durante l’adolescenza, ma poi dura tutta la vita. La consapevolezza e la comprensione della crescita fisica e intellettuale di massima seguono la crescita, poiché rappresentano la presa di coscienza di qualcosa che è avvenuto. Nelle fasi di massima crescita con l’esplosione della pubertà a volte abbiamo faticato a riconoscerci, lo sanno bene quei ragazzi che diventati alti improvvisamente inciampano sulle loro gambe troppo lunghe, ma la crescita non è solo fisica riguarda il modo di sentire e di sentirsi, il modo di guardare al mondo, di riflettere.


Da bambini si ha fretta di crescere, si invidiano i grandi e le loro libertà. I grandi ci sembrano grandi. È una questione di prospettive. Li guardiamo dal basso in alto, una volta cresciuti scopriremo che quello zio che ci sembrava tanto grande è un palmo più basso di noi. La prospettiva deforma anche la comprensione delle libertà e del potere dei grandi e ci vorrà più tempo per capirlo. La crescita avviene per stimoli interni ma si realizza in una costante interazione con l’esterno. Se lo stimolo a crescere viene dalla nostra costituzione la crescita in realtà è il prodotto di questa spinta e di tanti fattori esterni, il nutrimento che ci viene fornito non solo in termini di cibo (anche se il cibo ha un ruolo importante) ma anche in termini di cura, di affetto di amore. Contano anche il clima e gli ambienti, conta la cultura. Come una piantina mentre cresciamo siamo esposti a tanti incidenti, a traumi e malattie e tuttavia cresciamo, a dire il vero alcuni meglio, altri con più disagio. Se la crescita è sempre interazione, tuttavia possiamo dire che nelle fasi iniziali molti degli elementi di questa interazione sono proposti dall’esterno. Sono altri che ci nutrono, che ci curano, che ci parlano senza che noi capiamo fino a quando non ci impadroniamo del dono della parola. Già in queste fasi la crescita di ciascuno di noi è soggetta a infinite possibilità, come un percorso pieno di deviazioni e ogni deviazione cambia quello che stiamo diventando da quello che avremmo potuto essere, nelle fasi iniziali della nostra esperienza sono prevalentemente gli altri a scegliere per noi. Poi a noi umani è data la libertà di scegliere. La minestra non gli piace, eppure gli fa tanto bene. A Luigi non piace il pesce. Pensa che Silvia non ama i dolci. Ogni bivio e ogni scelta può essere spiegata in tanti modi, l’organismo di Silvia teme la glicemia o più semplicemente i dolci della mamma di Silvia fanno schifo. Giulio ama la musica fin da piccolo e i suoi gli comprano giocattoli musicali, e quando lui strimpella dicono che diventerà un

grande musicista. Geltrude gioca da bambina con bambole vestite da monaca e si convince di avere la vocazione. Ma non c’è determinismo nessuno stimolo e nessun condizionamento sociale intacca una sorta di fondamentale identità che ciascuno di noi si va costruendo. Poi viene il tempo delle scelte. Nel tempo delle scelte rimangono forti i condizionamenti esterni, ma crescono i margini di autonomia, c’è chi decide di curare il suo fisico e chi preferisce ingobbirsi sui libri e chi riesce a crescere insieme sano e colto. Ogni bivio è tuttavia insieme una crescita e una rinuncia. Talvolta rinunciamo per paura di una cattiva figura, della reazione degli altri, abbiamo paura di non farcela, talvolta rinunciamo perché non si possono fare troppe cose insieme e bisogna stabilire priorità, talvolta ancora non riusciamo a scegliere e lasciamo che la situazione scelga per noi (abbiamo scelto cioé di lasciare ad altri la nostra scelta). Ad ogni bivio scegliamo non solo un fare diverso, ma anche un essere diverso. A questo modo |19 pur nati tutti sotto i cavoli diventiamo un giardino fatto di piante tutte uniche e tutte speciali, una meraviglia. Ma questa meraviglia al tempo stesso ci spaventa e tendiamo a cercare di essere un po’ più uguali. Chi ci governa ci vorrebbe tutti uguali e tutti consenzienti, ma anche noi facciamo fatica a comprendere il diverso. Insomma il fatto che le campane di Frère Jacques a differenza di quelle di Fra Martino campanaro facciano “ding dang dong” ci disturba oltremodo. Ci sembra che questa diversità “naturale”, meravigliosa e sublime, debba in qualche modo essere corretta. Del resto le campane di San Pietro fanno “din don dan”. Forse bisogna convincere i Francesi con le buone o con le cattive ad adottare il suono cattolico. Qui nasce con le sue contraddizioni la coltivazione. Bisogna arare la terra, strappare le erbacce, mettere i tutori alle piantine perché crescano dritte, potare i rami inutili, eliminare gli insetti, togliere dai cesti le mele marce, fare in


modo che ogni pianta dia il meglio di sé. Nascono i maestri che sanno qual è il bene dei loro discepoli e che per il loro bene li guidano e scelgono per loro. La pulsione a trovare il posto giusto è così forte che anche il Dio di Israele che non voleva un tempio è stato alla fine chiuso in un tempio. “Un posto per ogni cosa ed ogni cosa al suo posto”. Oggi questa pulsione standardizzatrice globalizzata raggiunge vette di ridicolo e per ogni cosa ci sono regole e esperti che normano il respiro corretto, la postura corretta, l’alimentazione corretta, le competenze per la vita e gli esperti quando riescono impongono leggi, sempre ragionevoli e giuste, a cui siamo tenuti a conformarci per il nostro bene. Noi ci occupiamo di educazione e viviamo costantemente questa tentazione. Non vi è dubbio che ci sia una estetica dei filari e dei campi arati e anche una utilità marginale dell’agricoltura intensiva. Consente sognare di crescere in modo illimitato, come cellule impazzite. 20| Ma noi abbiamo anche imparato il fascino della diversità e dell’avventura, del bello che viene

dall’irregolarità, la diversità delle nuvole in cielo, le onde del mare, un bosco selvaggio. La pulsione verso una crescita standardizzata tende a considerare ridicoli questi discorsi, a crescere nella paura del diverso, a cercare di imprigionare il nuovo fino a farlo diventare cattivo. Ci è chiesto un grande esercizio di equilibrio, a volte la soluzione di tutti i problemi è in una piantina storpia come Tirteo, dobbiamo imparare che la crescita ha i suoi ritmi e non va forzata che l’interazione è fatta di progetto e di ascolto, di conoscenza e di comprensione. Ho iniziato dicendo che cresciamo anche contro la nostra volontà. E tuttavia non possiamo rinunciare a crescere e a scegliere quotidianamente di crescere. L’Isola che non c’è, non c’è, e anche nella fiaba l’isola che non c’è è un presente privo di passato e di futuro, fatto di emozioni e stimoli forti, ma senza memoria. Solo chi accetta di crescere ha memoria. Oggi a sessant’anni me ne rendo conto più che in altri momenti, continuo a crescere, a scegliere e anche a fare errori. Si tratta di una crescita diversa, non si cresce più in altezza e l’efficienza fisica non è più quella di una volta, anche le capacità di studio crescono in modo diverso. Se osserviamo una piantina sappiamo che continuerà a crescere e che man mano i suoi rametti si induriranno le foglie si ingialliranno, e dopo i fiori e i frutti e la disseminazione, ogni crescita si trasformerà nel grande ciclo della vita. Non è facile comprenderlo ma è la chiave del segreto della felicità che Baden-Powell ci ha regalato. Se abbiamo imparato ad essere felici attraverso i sentieri più strani, abbiamo imparato che ciascuno può e deve trovare la sua strada e che è possibile fare strada insieme e crescere come singoli e come associazione, senza rimpianti per il passato e senza paura del futuro e del diverso. Crescere divertendosi (diverso e divertente hanno la stessa radice e le piante felici danno più semi e sono più utili. E grazie a Dio non c’è diserbante che tenga.


Mentre chiudevamo il numero di Azimut Focus, ci è arrivata la notizia della scomparsa di Mimmo, gestore della rivendita scout de La Tenda. La notizia, oltre a coglierci di sorpresa, ci addolora per la giovane età di Mimmo. Come capita in queste circostanze vengono alla mente i ricordi del tempo trascorso insieme, spesso a pranzo, e la dedizione che aveva per il suo ruolo che lui concepiva, in un significato non dissimile dalla realtà, come servizio in associazione. Quando volevamo farlo arrabbiare, scherzando gli dicevamo che avremmo acquistato da Decathlon il materiale che anche la cooperativa vendeva e lui ribatteva che il mondo scout è un sistema in cui la parte economica è integrata e a supporto della parte formativa ed entrambe concorrono e fanno parte dell'offerta educativa scout. Chiudendo il numero sullo sviluppo le frasi di Mimmo ci conducono ad una riflessione che non può essere staccata dalla valenza associativa della rivendita scout. La scelta per un consumatore attento non può definirsi esclusivamente nell’ultimo significato del “dove spendo meno” ma nel significato che do al mio acquisto. Ogni gruppo scout del Lazio è socio della cooperativa La Tenda ma non solo in virtù di un ruolo di consumatore ma di partecipatore attivo, attraverso assemblee e iniziative. La Coop. La Tenda non è uno dei tanti negozi che vendono materiale scout è il nostro negozio, dove siamo tutti proprietari. È uno dei tanti luoghi in cui contribuiamo allo sviluppo dello scautismo. Il concetto di cooperativa scout è stato fondato su un insieme di principi e di valori che sono i principi ispiratori dell'intero movimento scout e per l'Agesci richiamati nel Patto Associativo. Spirito associativo, solidarietà, democrazia interna e soprattutto centralità dell'uomo e valorizzazione del suo servizio e dei suoi bisogni sono i valori che guidano tuttora anche il servizio della Cooperativa scout. La Cooperativa La Tenda è un'impresa che, oltre a dover competere sul mercato, cerca di realizzare alcuni importanti valori di solidarietà e di mutualità. Se pensassimo ad una Carta dei valori che riprenda e sintetizzi l'insieme di quei principi ideali

elaborati dalle diverse generazioni di scout, nel corso della lunga storia del movimento, potremmo enunciare che: • Il socio scout è il nucleo originario di ogni forma di mutualità e rappresenta il primo riferimento concreto dell'azione della cooperativa scout. • La cooperativa scout svolge il proprio servizio a favore dei soci scout, delle generazioni future scout, della comunità sociale. • Essa offre ai propri partecipanti sicurezza etica dei prodotti, vantaggi, servizi e riconoscimenti in proporzione al concorso individuale di ogni Gruppo. • La principale risorsa della Cooperativa è rappresentata dai soci scout che ne fanno parte, in quanto appartenenti ai Gruppi delle varie Zone e Regioni. • La Cooperativa scout si manifesta con la qualità dei valori che svolge: la trasparenza, l'onestà e la correttezza dei comportamenti. • Essa agisce nel mercato non solo in osservanza delle leggi, ma secondo i principi di giustizia e utilità per i propri soci e per la collettività. |21

Nuovi orari della Rivendita Scout Roma: dal Martedi al Sabato 10,00-13,00 e 15,00-19,30; Latina: mer 16 - 19.30; gio e ven 9.30 - 13 e 16 19.30 sab 9.30 - 13

Ciao Mimmo! Perdiamo un collaboratore prezioso, scrupoloso, fidato capace, con il pensiero sempre rivolto al bene della cooperativa ed attento ad offrire il miglior servizio possibile per il bene dei ragazzi e dell'associazione. Il Comitato Regionale e il Cda della coop. La Tenda.


crescere la fede, crescere nella fede

L

di p.Paolo Benanti tor

a fede come l’amore e la ragione sono elementi chiave del nostro essere persone: siamo esseri in relazione con il mondo (la ragione che lo comprende), con gli altri (amore) e con l’Altro (fede). Queste capacità non ci sono date fin dalla nascita in maniera compiuta e completa: dobbiamo imparare pian piano a ragionare, ad amare e a credere. Questa dimensione nel tempo del nostro essere uomini fonda tutta l’attenzione educativa che accompagna, fin dalle origini, la nostra civiltà occidentale: la scuola e le altre forme di educazione non formale. Per capire meglio come aiutare la fede a crescere dobbiamo ricordarci che la fede si fonda su quel desiderio di Dio che è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio che non cessa di attirare a sé l’uomo che a sua volta soltanto scopre, nella fede, in 22| Dio la verità e la felicità che cerca senza posa (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 27). Ma come crescere, cioè far divenire matura, la fede? Divenire cristiani maturi significa crescere in due direzioni complementari e tra loro inscindibili: crescere la fede e nella fede. Crescere la fede significa approfondire la conoscenza di quel Dio che si rivela a noi nella storia come prossimo e salvante. Questo significa approfondire la Scrittura con strumenti quali, per esempio la lectio Divina. Nella tradizione cristiana, la lectio Divina (lettura divina) è un modo tradizionale di pregare la Bibbia, è un’operazione di ascolto di Dio, che ci vuole parlare attraverso le Scritture. Questo può diventare il tempo forte quotidiano di Ascolto. Ma la fede si fonda oltre che sulla Scrittura anche sulla Tradizione, in particolare su quella forma di Tradizione espressa nel Magistero. Allora crescere la fede significa mettersi in ascolto del Magistero per cogliere quanto e

come la fede sappia farsi interprete di quei segni dei tempi in cui continua a farsi presente e operante il Signore della storia. La statura di cristiano matura si costruisce anche crescendo nella fede. La relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è chiamata a crescere insieme al resto della nostra vita. Questa consapevolezza di essere in relazione con Dio ha un nome tecnico: discernimento. Partendo dall’etimologia latina discernere proviene da dis-cernere, ossia separare due volte, oppure separare doppiamente (in senso quindi intensivo). L’applicazione tipica del termine riguardava la separazione della farina dalla semola per mezzo del setaccio. Contiene quindi l’idea di dividere minutamente


le cose, per conservare ciò che utile ed eliminare ciò che non lo è. Abbiamo due indicazioni dalla Scrittura: il discernimento vero e proprio, in senso pieno, non è possibile all’uomo durante questa esistenza terrena, non è in mano alla storia, ma sarà l’opera finale di Dio; il giudizio finale sarà una grande opera di discernimento, di distinzione del bene dal male, di svelamento del cuore. L’altra indicazione, che invece riguarda il tempo della nostra vita terrena, è che l’attore del discernimento non è comunque l’uomo, ma è Dio attraverso la sua Parola. Il discernimento cristiano è frutto dell’aprirsi all’opera di Dio. L’uomo che discerne è in definitiva l’uomo spirituale, il cristiano maturo, colui che cresce nella fede.

Non è mai agevole classificare l’opera dello Spirito Santo, che ha molta più fantasia di noi. Comunque sembra possibile nel Nuovo Testamento individuare almeno tre grandi ambiti nei quali soffia, che sono dunque i tre ambiti della “spiritualità” cristiana: la crescita personale di ciascuno, la crescita della comunità e la testimonianza al mondo o missione. Sono i tre grandi ambiti - intrecciati e mai separati - dell’esercizio del discernimento: il cuore dell’uomo (ambito della persona), la comunità cristiana (ambito della Chiesa), il mondo (ambito della società). Crescere la fede e nella fede significa dunque saper portare frutti per sé, per la Chiesa e per il mondo.

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La

natura

umana non è una

macchina da

costruire secondo un modello e da regolare perchĂŠ compia esattamente il lavoro assegnato, un che ha bisogno di e di svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una vivente.

ma albero crescere

persona

John Stuart Mill, Sulla LibertĂ , 1859

continua

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Azimut Focus - 2.2013  

Azimut Focus - La rivista dei capi del Lazio