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Stefano Medori e Aldo Fabio Venditto

Coltiviamo il cambiamento Prefazione di

Enrico Letta

IN VENDITA NELLE MIGLIORI LIBRERIE

Š Edizioni Il Bene Comune, 2009 ISBN 978-88-96068-04-5 Progetto grafico e impaginazione di Silvano Geremia In copertina: disegno di Fabio Palma

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Prefazione di Enrico Letta La strana idea che la competizione – delle persone e delle idee – crei disastri continua purtroppo ad affermarsi. È piuttosto vero il contrario: è l’assenza di competizione ad ingessare tutto, a spingere verso equilibri conservativi, ad impedire – di fatto – una reale partecipazione alla politica. In assenza di confronto e competizione, la politica si riduce alla negazione o all’elargizione della soluzione. Queste pagine di Stefano Medori e Aldo Fabio Venditto non sono solo una riflessione acuta e documentata sulla difficoltà a sviluppare la partecipazione nei partiti, ma un appassionato appello rivolto ad un mondo – quello dei politici – che continua a chiudersi a nuove possibilità paralizzato dalla retorica dell’emergenza, dall’obbligo della contrapposizione, dall’equivoco che l’identità si consolidi solo arroccandosi. Il paradosso sta nel fatto che è proprio la paura di perdere identità ad impedire all’identità di crescere, di aprirsi a nuovi contributi, a diverse visioni, a un confronto libero sui contenuti. Il muro diventa allora una necessità: “Il muro non tiene lontano quanto ci fa paura, dà alla paura un nome, una geografia conosciuta: di qua noi, di là gli altri, i barbari. Al limite possiamo perdere, ma non perderci” [Baricco, 2006]. A giudicare dagli ultimi risultati elettorali sembra che il risultato di “perdere per non perderci” sia stato effettivamente raggiunto… Suggestivamente gli autori contrappongono al modello di partito chiuso in un recinto che ne definisce l’identità, l’immagine di una pergola che sostiene senza delimitare, uno spazio identitario che guarda agli altri, proteso nella crescita, senza postulati intransigenti e precostituiti. La spinta democratica, la ricerca e la tensione per lo sviluppo degli spazi liberi non può essere associata ad un solo progetto e ad una sola cultura in contrapposizione con il resto del mondo. Quella tra muro e pergola non è la sola contrapposizione che ci stimola ad una maggiore apertura: “offrire la mobilitazione invece che la partecipazione è la moneta inflazionata con cui le oligarchie


centrali cercano di pagare la fame di contare della base”. Più che la mobilitazione (passiva) di numeri e braccia quello che fa oggi un partito vivo è (dovrebbe essere) la partecipazione (attiva) di chi vuol capire, contribuire sul piano dei contenuti, sviluppare nuove soluzioni. Una partecipazione commisurata agli interessi e alle competenze di ciascuno, a servizio della complessità dei problemi e dei conflitti, per non ridursi a darne continuamente un’immagine semplificata, anzi banalizzata, in uno schema duale che ha il solo effetto di polarizzare le posizioni senza rendere ragione delle difficoltà e delle conseguenze delle diverse soluzioni: semplicità e complessità non sono necessariamente antitetiche. Mi sembra che gli autori centrino il problema quando affermano che spesso non c’è modo di mettere in relazione la percezione soggettiva dei problemi e le evoluzioni delle soluzioni possibili o praticate: la partecipazione deve diventare lo spazio in cui questa relazione si può finalmente cogliere e, al tempo stesso, lo spazio in cui si riesce a tracciare insieme (e a comunicare!) il percorso tra il problema e la soluzione. Norberto Bobbio sostiene che quando si vuol appurare se ci sia stato uno sviluppo della democrazia, bisognerebbe capire “se sia aumentato non il numero di coloro che hanno diritto di partecipare alle decisioni, ma gli spazi in cui possono esercitare questo diritto”. Legittimamente gli autori si chiedono “in Italia e nel Pd, qual è l’efficacia di questi spazi?”. Voglio rispondere loro: certamente meno di quella che vorrei e di quella che servirebbe al partito per uscire dalle secche verso cui sembra a volte scivolare. È però importante non cedere alla tentazione di mollare, esserci, insistere, continuare a bussare alla porta anche quando sembra che tutti siano occupati altrove. Vincerà sui tempi lunghi chi avrà il coraggio profetico di superare la paura di esporsi, di costruire un partito-pergola non recintato, in cui la partecipazione non sia una concessione ma una necessità e in cui gli “spazi aperti alla competizione delle idee” diventino il vero luogo in cui il partito definisce le sue proposte e prende le sue decisioni.

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Coltiviamo il cambiamento

Alcuni ritagli del libro


La libera competizione premia il merito Enrico Letta dichiarava da candidato alla segretaria del Pd, come “merito e meritocrazia” siano sinonimi di “competizione”: «La nostra forza è proprio la voglia di protagonismo delle persone. C’è questa strana idea che la competizione crei disastri. Invece la competizione porta avanti. La competizione spinge ognuno a dare il meglio di sé. È che in Italia forse siamo abituati poco a questo». E la competizione impone trasparenza: «Secondo me – ancora Letta – l’unico modo per evitare l’effetto calderone è la chiarezza e la trasparenza. Quello che ci chiedono di più in assoluto è una politica che decida: fatti precisi, concreti, scelte». Nonostante la chiarezza di Enrico Letta rispetto alle criticità del nostro sistema politico, resta in piedi tutta una fase del governo politico della società italiana che non solo non è regolamentata da normative o semplici tacite condivisioni, ma è sommersa in dinamiche unanimemente riconosciute come il risultato di processi scarsamente democratici. Se si cercano invece gli spazi aperti, bisogna rassegnarsi ad una visione dell’avversario aperta ed empirica, ad una dura pratica di coabitazione con l’altro da sé, di tutto lo spazio politico in senso lato, senza frammentazioni o recinti invalicabili tra noi e gli altri. Si tratta di imparare a convivere con tutto ciò che vorremmo di primo istinto rimuovere o cancellare, considerandolo non più come un’anomalia insanabile, uno scarto da gettare nella pattumiera della storia, ma una parte dell’infinita diversità che abita normalmente questo mondo. In generale la sfida democratica è sintetizzabile come lo sforzo di capire in che modo l’essere umano possa costruire le condizioni di un vivere comune, malgrado gli interessi in conflitto. Se non addirittura attraverso il conflitto: mettendo fine al sogno o all’incubo di chi vorrebbe eliminare tutto ciò che gli è d’impedimento o d’ostacolo per il trionfo della propria e particolare idea di armonia [Benasayag - Del Rey, 2008] tra le istituzioni e gli ordinamenti so-

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ciali, le utopie negative e i conflitti considerati mere zavorre dal passato. Intesa in questo modo, la finalità della partecipazione politica è l’elaborazione del significato più profondo e aggiornato del proprio agire pubblico.


Chi non tollera gli spazi aperti

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arebbe facile rispondere puntando il dito contro le oligarchie che non hanno ovviamente alcun interesse ad aprire nuove opportunità a chi vorrebbe in definitiva anche subentrargli. Ma sarebbe una risposta incompleta. Se fosse questo l’interesse prevalente e decisivo, che soffoca lo sviluppo degli spazi aperti alla partecipazione, ci troveremmo davanti alla classica oligarchia che istaura un regime dittatoriale reprimendo ogni forma di opposizione divergente. Non è il caso dell’Italia e dei paesi occidentali. La competizione tra i partiti invece rimane libera, con tutti i limiti discutibili di accesso all’informazione, ma nulla vieta agli elettori di dare la maggioranza assoluta al Partito Radicale o a quello Anarchico. Dunque deve esserci una ragione più profonda, un modalità dei cittadini di sentirsi parte di un soggetto politico attivo che rifugge dallo sviluppo di più efficaci e ampi spazi della partecipazione democratica. Anche seguendo Foucault1 ci ritroviamo a focalizzare lo sforzo per una maggiore partecipazione democratica alla politica intesa come “la lotta per una soggettività moderna (che) passa attraverso la resistenza alle due forme attuali di assoggettamento: l’una consiste nell’individuarci in base alle esigenze del potere. L’altra consiste nel fissare per ogni individuo un’identità saputa e conosciuta, determinata una volte per tutte”. E proprio in questa identità ideologica che noi identifichiamo come irreversibilmente tradizionale, ravvisiamo la resistenza forte allo sviluppo della partecipazione democratica. È questo freno che spinge in direzione opposta agli spazi aperti della democrazia che, d’ora in avanti denomineremo FIT (Forme Identitarie Tradizionali). Dal Defluenze. Paul Michel Foucault (Poitiers, 15 ottobre 1926 - Parigi, 26 giugno 1984) è stato uno storico e filosofo francese. Tra i grandi pensatori del XX secolo Foucault fu l’unico che realizzò il progetto storico-genealogico propugnato da Nietzsche allorché segnalava che, nonostante ogni storicismo, continuasse a mancare una storia della follia, del crimine e del sesso. I lavori di Foucault si concentrano su un argomento simile a quello della burocrazia e della connessa razionalizzazione trattato da Max Weber. Egli studiò lo sviluppo delle prigioni, degli ospedali, delle scuole e di altre grandi organizzazioni sociali. Sua è la teorizzazione che vide il modello del Panopticon, ideato da Jeremy Bentham come applicabile alla società moderna [Wikipedia]. 1

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L’identità

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’identità è un bisogno umano. L’aspirazione di sapersi riconoscibile e sentirsi riconosciuti [Amato, 2006] attraverso “l’insieme delle caratteristiche che ci rendono unico, non replicabile e facilmente distinguibile in uno scenario variegato e alternativo”2. Quindi, “l’identità individuale può essere cercata e affermata attraverso identità collettive di cui si è e ci si sente partecipi”3. La mia nazionalità, la mia fede, la mia squadra del cuore o il partito politico in cui milito, mi definiscono in opposizione agli altri. Possiamo quindi dire che “la questione dell’identità è incentrata sul principio di unità, contrapposto al pluralismo”4. In tal senso, “l’identità è un io presunto (…) costituito da principi, valori, idee che vengono reputati dai membri del gruppo quanto di meglio esista. Questi assiomi vengono poi opposti ai principi, idee e valori degli altri (il peggio), in un dualismo basato sul convincimento strenuo della propria superiorità”5 etica, morale, culturale. Questa la linea di demarcazione tra interno ed esterno del gruppo che assume, nella visione delle identità tradizionali, le sembianze di una muraglia rigida. È questa, ad esempio, la regola alla base dei conflitti etnici e interreligiosi: l’extracomunitario o l’islamico è sempre dipinto come un ladro o un terrorista, comunque soggetto che si oppone a pratiche consuete e non qualificanti. Ed ecco configurarsi il barbaro e più in generale il sentimento cupo della barbarie, il sospetto o il timore verso la diversità6. Francesco Remotti, Contro l’identità, Editori Laterza, 1996. Giuliano Amato, Un altro mondo è possibile?, Mondadori, 2006. 4 Tony Bennett, Nuove parole chiave, Il Saggiatore, 2008. 5 Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, 2006. 6 Pensiamo alla pellicola, L’onda di Dennis Gansel (2008): per spiegare la genesi di una dittatura un professore mette in atto un singolare esperimento. Una classe di una trentina di studenti viene indotta a forme di cameratismo attraverso l’uso della disciplina, dell’uniforme, e di un gesto di riconoscimento (l’onda per l’appunto. La situazione però gli sfugge di mano e si trova a dover arginare una vera e propria fazione di stampo nazista. Ci pare questo un ottimo esempio di come possa nascere spontaneamente un’identità collettiva in contrapposizione rigida con l’esterno. 2 3


Pensiamo alla matrassa intregralista, la scuola coranica che forma un buon musulmano. La luce filtra dalle spesse vetrate, propaga i versi sacri per irradiazione, a cascata. Le donne ammantate di scuro interagiscono con il mondo a piccoli sorsi, ebbre del timore della diversità, dell’interazione come adulterio. Virulente, dopo esposizioni massicce, serrano lo sguardo accasciandosi in quarantena dentro in loro. Persino l’aria è pervasa dall’incenso, quasi a decontaminare ogni impurità esterna e d’attorno un clima di diffidenza, un sospetto vicendevole unisce chi passa spedito all’esterno, adocchiando furtivo quanto accade all’interno del tempio e chi, dentro, s’indottrina di superbia. Verrà il giorno, è scritto nel Corano, della vittoria per coloro che seguono Allah. Alla fine il simbolo dell’Islam verrà issato (…) e sarà la più grande jihad della storia. A quella data ci si avvicina formandosi in una roccaforte dell’integralismo, accogliente ricovero per l’ideologia. Palese appare la logica dell’integrità e della coesione del gruppo, plasmato come “un’entità unitaria e omogenea, una comunità condivisa nella sostanza, mentre le complessità e le diversità interne vengono disconosciute” (…). In secondo luogo, il gruppo si è sforzato di mantenere attraverso il tempo la sua cultura (…) di negare la realtà della discontinuità e del cambiamento storico”7. “Solo lo straniero mi consente d’essere me stesso facendo di me uno straniero”. Edmond Jabès C’è una splendida immagine che Pietro Citati, in quanto cattolico incapace di integralismi, oppone alla matrassa. Dalle colonne Tony Bennett, Nuove parole chiave, Il Saggiatore, 2008. Uno scetticismo verso il cambiamento lo abbiamo notato tanto nel processo costituente del Partito democratico quanto in quello del Popolo delle Libertà, con Alleanza Nazionale intenta a rimarcare i propri valori di riferimento. 7

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de La Repubblica inveisce contro la religione delle ortodossie che si percepisce come una “cittadella assediata: fuori ci sono gli empi, gli infedeli, i laici cattivi; e dunque bisogna alzare muri, muretti, scavare fossati, puntare cannoni o piccoli fucili, alzare il dito, proclamare principi o assiomi”. Una critica verso coloro i quali non mettono “il naso alla finestra per paura di essere violentati”8.

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La Repubblica, 15 dicembre 2008.


Le forme identitarie della pergola

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ispetto al paradigma di superiorità/inferiorità della FIT, è possibile abitare uno spazio identitario che guarda agli altri, proteso nella crescita della pianta, senza limiti intransigenti e precostituiti. Qualcosa che riguarda ognuno di noi con il nostro modo di sentirci soggetto collettivo. L’idea che ci siamo fatti della nostra identità collettiva di riferimento. La spinta democratica, la ricerca e la tensione per lo sviluppo degli spazi liberi non può essere associata ad un solo progetto e ad una sola cultura in contrapposizione con il resto del mondo. Identifichiamo una forma possibile a cui queste identità collettive dovrebbero tendere. La pergola è una struttura priva di pareti, una serie di pali fissi che supportano piante rampicanti. In essa c’è l’idea delicata del supporto, del mutamento continuo della natura nell’adattamento incessante, utile a sviluppare la linfa vitale della politica. La pergola sorregge con una struttura (identitaria) essenziale. Sostiene ma non delimita; espone alla luce e alle trasformazioni che le stagioni e la clemenza del tempo impongono. Nella maturazione della pianta c’è la crescita, quale evoluzione di elementi diversificati che interagiscono nell’unico luogo che esiste. Per avere un’idea più chiara, a questo tipo di identità possiamo per esempio ascrivere tutte le religioni politeiste spazzate via dalla diffusione delle religioni monoteiste. Il monoteismo dei “principi puri” che lascia il passo al politeismo delle divinità imperfette, umane a tal punto da sbagliare e concedere all’uomo di cadere in errore, di inciampare nelle sue esperienze. Al compimento perfetto, al razionale e all’assoluta coerenza dell’unica fede, il politeismo oppone l’apertura, la disponibilità al dialogo e alla corruttibilità della dottrina, conciliante, socievole, indefinita: all’affermazione di un’unica verità fa contrasto la propensione a riconoscere, ammettere, annoverare, accogliere. Il monoteismo è l’ispiratore delle definizioni più dure e convinte dell’identità, l’istigatore dell’ossessione e dell’ortodossia, capace di armare e di infondere coscienza. Il politeismo invece tende ad essere uno spazio identitario più debole dove prevalgono connessioni plurime, potenzialità alternative,

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molteplicità aperte e tutte da sperimentare [Remotti, 1996].

Il potere delle oligarchie

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n Italia il problema della democrazia interna alle formazioni partitiche, assume aspetti dirompenti ed endemici. I partiti sembrano non riuscire ad assolvere alla funzione primaria di filtrare la classe dirigente con metodi democratici. A destra, come nelle piccole formazioni, riscontriamo forme di leaderismo9 molo forti. Al carisma del leader sono affidati sia la capacità di coesione del consenso che la vitalità innovativa per superare le resistenze conservative delle oligarchie. A sinistra, tradizionalmente, troviamo oligarchie che in continuità con il passato, governano la forma partito e selezionano la classe dirigente attraverso forme di cooptazione. La mancata evoluzione della democrazia all’interno dei partiti è il segno fondamentale dell’incapacità di sconfiggere le oligarchie, come già osservato da Bobbio10. Sarà Michels, studiando l’organizzazione del partito socialdemocratico tedesco, a registrare come “il formarsi di oligarchie in seno alle molteplici forme di democrazia è un fenomeno organico e perciò una tendenza a cui soggiace ogni organizzazione”11. In altre parole, le oligarchie non rappresentano il degrado morale o etico della classe dirigente di un partito, ma una condizione funzionale all’integrità e all’operatività dell’organizzazione stessa. Per questo non si tratta di approntare una crociata etico morale contro le oligarchie, quanto piuttosto di predisporre forme e Durante il 1° Congresso del PdL, Silvio Berlusconi è l’unico candidato alla Presidenza. Giorgia Meloni dichiara l’unanimità senza tuttavia adempire ad una regolare prassi di votazione e verifica. Per carità, nulla da eccepire sull’esito (mai in discussione) ma sulla forma sì. “Il fatto è che Berlusconi concede a Bossi quel che Bossi vuole (federalismo e due ministeri chiave) e concede qualche contentino anche a Fini (promosso a Presidente della Camera per meglio rimuoverlo da An). Dopodiché il Cavaliere sultaneggia su un partito cartaceo davvero prostrato ai suoi piedi. Nomina ministri e ministre che vuole. Caccia chi vuole, come fosse personale di servizio. Nessuno fiata. (…) Non manca nel suo governo, nemmeno un gradevole harem di belle donne. Il sultano era un po’ così”. Giovanni Sartori, Il sultano democratico, Il Corriere della sera, 16 aprile 2009. 10 Norberto Bobbio, Il futuro della Democrazia, Einaudi, 1984. 11 Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Dizionario di politica, Tea, 1991. 9


prassi organizzative che ne limitino la logica conservativa12. Nella più recente fase politica, la costituzione di due nuovi partiti fulcro delle rispettive coalizioni, ha riproposto con forza anche il tema della partecipazione e della democrazia interna ai partiti. Il Pd nasce anche sulla promessa di una più diretta partecipazione del suo elettorato alla scelte fondamentali: “un partito che è determinato ad affrontare il nodo che sta soffocando il paese, la mancanza di una democrazia fort e, in grado di decidere (…)”13. Se la democrazia non ha sconfitto o arginato le oligarchie, tanto meno la partecipazione è riuscita ad occupare gli spazi in cui esercitare un potere vincolante e di verifica, dal basso verso l’alto. In generale, non riscontriamo una diffusa cultura degli adempimenti statutari o anche istituzionali che, comunque, rappresenterebbero un vincolo al potere delle oligarchie (evidentemente di selezione e verifica). Un’efficace lettura in merito la forniscono le iniziative dei Radicali. A noi basta citare un esempio che ci sembra paradossale, l’aggiramento dei risultati referendari per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti14. Secondo Michels (che studia l’SPD a cavallo tra XIX e XX secolo) anche in un regime democratico sono i vertici del partito che si fanno eleggere. Anche in parlamento non esisterebbe una vera competizione tra partiti, poiché i vari dirigenti hanno interesse a perpetuare la situazione in essere [Wikipedia]. 13 Dal Manifesto dei valori del Partito Democratico. 14 Con un referendum abrogativo del 1993 promosso dai Radicali, il 90,3% degli elettori votanti (il 77% degli aventi diritto) ha deciso di abrogare il finanziamento pubblico dei partiti. Partiti che non si sono dati per vinti, e hanno in breve tempo rimediato al brutto colpo subito. Nel 1999 arriva la famigerata legge sul “rimborso elettorale”, quantificato in 800 Lire per ogni voto ricevuto dal partito. Nel 2002, con il governo Berlusconi, si passa da 800 Lire a 1 Euro. Inoltre, la cifra calcolata per il “rimborso” è fissa e quantificata non sugli effettivi votanti, ma sul numero totale degli aventi diritto. Infine, nel febbraio 2006, secondo governo Berlusconi, l’ultima novità: in caso di scioglimento anticipato della Camere l’erogazione del rimborso è comunque effettuata fino alla fine naturale della legislatura. Quindi, partiti come Forza Italia, An, Ds e Margherita, pur se non presenti in Parlamento, intascheranno comunque il rimborso elettorale. Per il solo 2008 l’ammontare complessivo dei “rimborsi” equivale a più di 407 milioni di Euro. Identico discorso per l’Udeur di Mastella che, pur non correndo nelle elezioni politiche 2008, potrà usufruire fino al 2011 dei fondi della scorsa legislatura. Finanziamento pubblico ai partiti: storia di una truffa. Luca Schenato, http://www.giornalettismo.com/archives/741/finanziamento-pubblicoai-partiti-storia-di-una-truffa, 23 maggio 2008. 12

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In particolare, nella situazione italiana sembra regnare un incantesimo: le diversificazioni della classe dirigente di partito, o diventano insanabili fratture o sono destinate a ricompattarsi in un compromesso di cartello, contingente e conservativo degli equilibri preesistenti: mai un’apertura verso spazio di competizione delle idee. L’incantesimo preserva le oligarchie nella loro interezza e nelle loro caratteristiche fondamentali: la non apertura, la scarsa scalabilità e quindi la non contendibilità della leadership da parte di outsiders15. Al di la dell’opportunità politica di aprire una fase di confronto serrato, permane la necessità di spazi aperti che infrangano la certezza della continuità oligarchica, mediante una potente competizione delle idee in uno spazio di incertezza. In tal senso, ci convince l’evocazione del partito disarmato di Ezio Mauro16.

Un esempio concreto. È il 1994. Dopo le dimissioni di Achille Occhetto, a Segretario del Pds si candidarono il Capogruppo alla Camera Massimo D’Alema e il viceSegretario del Partito Walter Veltroni. L’uomo dell’apparato, della naturale continuità, sfidato da una proposta kennediana per uscire dall’influenza socialista. Due proposte che rappresentano due politiche. Eugenio Scalfari lo intuisce e su La Repubblica suggerisce di scegliere il segretario mediante una consultazione rivolta ai 19.000 dirigenti centrali e locali del Pds. Veltroni fu a lungo caldeggiato dallo stesso Scalfari, mentre D’Alema dovette finanche digerire l’accostamento, da parte di Giampaolo Pansa, dei suoi baffi a simbolo dello stalinismo che resiste. Alla consultazione parteciparono all’incirca 12 mila aventi diritto: oltre 6 mila preferirono Veltroni contro i circa 5 mila che caldeggiarono D’Alema. Nessuno conseguì comunque la maggioranza utile e la decisione venne rimandata al Consiglio nazionale. I 480 membri ivi riuniti, rovesciarono il parare delle sezioni e, il 1 luglio 1994 dichiararono Massimo D’Alema Segretario nazionale del Pds . “Da una parte, in una funzione di leadership di partito Veltroni sarebbe stato sacrificato; dall’altra, per portare il Pds verso una profonda innovazione politica e culturale, era necessario un solido radicamento nella cultura e nel mondo che rappresentiamo. Un compito, obiettivamente, più adatto a uno come me. Di ciò ero allora pienamente, forse immodestamente, convinto. E fu per questo che non mi tirai indietro, pur di fronte ad un’indicazione prevalente per Veltroni, tra i dirigenti periferici, che ritenevano la sua elezione un segno di grande novità”. Massimo D’Alema - Claudio Velardi - Gianni Cuperlo, Un paese normale, Mondadori, 1995. 16 «Serviva un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile». La responsabilità dei riformisti, Ezio Mauro, La Repubblica, 18 febbraio 2009. 15


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Coltiviamo il cambiamento Come sviluppare la partecipazione democratica nei partiti

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