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Nadir

Collegio Universitario Don Nicola Mazza

l a r i v i s ta degli st udent i m az z iani di p adova

Nadir 1, Novembre 2016

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Nadir, Nov. 2016

In questo numero 1. EDITORIALE

2. ATTUALITÀ Making America great again? After the american elections 3. CULTURA L’ordine caotico dell’universo Il sistema internazionale nella sua evoluzione L’ordine sociale e la sua ombra 4. BIBLIOSOFIA Facebook sta danneggiando la democrazia?

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5. (CO)SCIENZA Da Giotto a Rosetta La ciocco-dipendenza

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6. COLLEGIO Lettera aperta a proposito di un collegio di merito 11 Parola alle commissioni: Musica 12

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7. RUBRICHE Saluti da Londra La spada di Damocle Stranimalia

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Editoriale Kristi Mustaqe Qualcosa sta cambiando!

veramente aprire gli occhi su quello che succede nei collegi di merito, non perdetevelo.

Il mondo sta cambiando, lentamente ma inesorabilmente sta cam-

biando. Il terrorismo in medio-oriente, il bigotismo dei paesi occi-

che vi consiglio vivamente di leggere con la speranza che tutti voi

Di questo e non solo si parla in questo numero del Nadir,

dentali e l’incapacità dei governi di risolvere la crisi umanitaria che

abbiate voglia di partecipare nei prossimi numeri. Abbiamo in mano

dura ormai da anni. Milioni di esseri umani che si ritrovano senza

una grande risorsa che dobbiamo sfruttare; non abbiate paura di

una casa; senza un paese; senza niente. Esseri umani che vengono

esprimere la vostra opinione!

lasciati in balia di sciacalli e alla fine abbandonati alla fortuna nelle acque del Mediterraneo.

Siamo testimoni della regressione della democrazia e

dell’umanità, stiamo vivendo una situazione che alimenta rabbia nei cittadini e che si traduce poi in scelte politiche che prima sarebbero state impensabili; tipo scegliere Ilija, ops, Trump come presidente degli Stati Uniti, o votare SI alla Brexit in Gran Bretagna. Ancora non si sa dove ci porterà questa situazione; si può solo sperare che alla fine democrazia e fratellanza trionfino su rabbia e ignoranza, diversamente da come è successo in passato in situazioni analoghe.

Ma questo numero del Nadir non tratta solo di questo! “È

certo comunque che la democratizzazione dell’informazione non si accompagna, come auspicato, a una diffusione più capillare del sapere, bensì ad un generale abbassamento della qualità delle notizie; la rete è divenuta terreno fertile per la proliferazione di populismi e rigurgiti fascisti, di bufale e teorie del complotto, nonché della propaganda del terrorismo internazionale.” è solo una piccola parte del fantastico articolo di Vito, che troverete all’interno.

E tutta questa manipolazzione dell’informazione da parte

non solo dai social network ma anche da parte dei giornali e telegiornali porta alla creazione di bufale che hanno ripercussioni più o meno gravi a seconda della notizia (e noi ne sappiamo qualcosa); LETTERA APERTA A PROPOSITO DI UN COLLEGIO DI MERITO, vi farà


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Attualità Making America great again? Eugenia Andolina “Non è possibile!” Credo siano state le prime parole venute in mente a milioni di persone nel mondo, se non miliardi, appena il verdetto è stato rivelato. Donald Trump ha stupito tutti. E alla fine l’America lo ha letto davvero come 45°Presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, a differenza di come si pensava, non erano pochi i motivi per cui Trump sin dalle prime campagne presidenziali ce l’avrebbe potuta fare a diventare il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Dato che non solo questo argomento è molto complesso, ma ancora adesso in continua evoluzione, vedremo di fare un piccolo quadro sull’esito della sua vittoria.

fattori che ha contribuito alla sua vittoria è stata proprio lei: la dispersione di voti. Perché? Come ha scritto il commentatore politico ed economico Paul Mason “L’economia del libero mercato ha liberato due forze che ora stanno collidendo: la rapida crescita delle disuguaglianze e la possibilità del successo per una donna o un nero o un omosessuale di talento. Finché l’economia assicurava una promessa di crescita per tutti, gli impulsi reazionari della società restavano sotto controllo e potevano convivere con il crescente ruolo sociale di donne e minoranze. Ma se i salari ristagnano e il futuro scompare nella nebbia di un continuo stato d’emergenza, coloro che sono – o si sentono – impoveriti, dimenticati o minacciati, non possono più sopportare le conquiste civili degli altri: donne, minoranze, stranieri”. Infatti, gli Americani più che voler premiare i repubblicani è come se avessero voluto “punire” i democratici, in particolare la campagna di Hillary Clinton.

è attorno, porta al desiderio di chiudersi, di barricarsi in una società chiusa, una ”panic room”; anche se questa stanza in questo caso è stata costruita con il razzismo e l’odio. Tuttavia, il fatto che Trump abbia vinto grazie alle Grandi Camere, ma comunque abbia preso meno voti di Hillary (per la precisione 59.704.886 contro 59.938.290,oltre 230mila in meno) dimostra come l’America in realtà sia divisa : da una parte vi è chi, come abbiamo visto prima, è disposto a rinunciare alla diversità perché spaventato da essa pur di conservare la tradizione, dall’altra chi, invece, ancora persegue il progresso, perché si rende conto che il confronto non è da evitare, ma anzi rende forti. Ma allora cosa succederà poi? Una cosa è certa: questa elezione porterà a grossi cambiamenti, che ci potrebbero coinvolgere più di quanto possiamo pensare.

L’America in realtà è divisa Questa elezione per molti è stata una conferma della presenza di un’indifferenza generale nei confronti di discorsi politici strutturati (se ci si pensa, questo è un elemento che si era manifestato già con la Brexit) : il senso di panico generalizzato, di continuo mutamento del mondo che ci

Uno dei maggiori fattori è stata proprio lei: la dispersione dei voti Un primo dato fermo riguardo al sistema elettorale americano è che i repubblicani sono cresciuti solo dello 0,5% rispetto al 2012, mentre i democratici hanno perso ben 3 punti percentuali. Ciò significa che è stata cruciale la dispersione dei voti verso altri candidati: ben 6,1 milioni di elettori non si sono riconosciuti né nell’uno né nell’altro schieramento. Sì, sicuramente uno dei maggiori


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After the american elections Kristi Mustaqe Mercoledì 16 Novembre negli ambienti del Collegio si è svolta una conferenza affascinante riguardo alle elezioni in America. In questa conferenza dal titolo “After the american elections”, di cui è stato relatore il professor Colatrella dell’università di Boston, si sono discussi temi molto interessanti riguardo alle elezioni negli Stati Uniti. Questa spiegazione andava ben oltre la semplice analisi dei fatti; si è discusso molto di più delle idee e di tutto il processo che sta dietro le dinamiche delle scelte dei cittadini americani. Inizio questo articolo dalla parte finale della conferenza, quella che più di tutte mi ha colpito.

La voglia di cambiamenti radicali e l’incapacità del partito democratico Nel suo discorso il prof.Colatrella dava come principali motivi della vittoria di Donald Trump, e quindi della sconfitta di Hillary Clinton, la voglia degli statunitensi di cambiamenti radicali in meglio e l’incapacità del partito democratico di rappresentare i lavoratori e i professionisti americani, ovvero quelle persone che avevano in passato portato al successo questo partito. Procediamo con un’analisi molto veloce di questi due fattori: 1. La voglia di cambiamenti radicali, i quali portano ad un miglioramento della vita da parte dei cittadini, che compongono la parte meno “fortunata” della società. Perchè questa grande voglia di cambiamento? Per rispondere a questa domanda ci vengono in aiuto delle statistiche presentate dal nostro relatore. Secondo questi dati gli uomini bianchi di mezza età senza un diploma del college negli Stati Uniti muoiono prima della loro controparte diplomata; ma non solo, muoiono anche in età più giovane in confronto a chi faceva parte dello stesso gruppo sociale 20-30 anni prima. Questo significa che c’è una diminuzione dell’aspettativa di vita di queste persone, che compongono la maggioranza della popolazione votante negli Stati Uniti. Questa è la stessa maggioranza che ha votato Barack Obama per due volte con la speranza che sarebbe stato lui a portare i cambiamenti propositivi e radicali, che queste persone aspettavano. Ma cosi non è stato; sicuramente il presidente Obama ha fatto un buon lavoro e ha portato certamente dei miglioramenti, ma il popolo americano voleva di più e in 8 anni i democratici non sono stati capaci di realizzare questi miglioramenti.

Infatti, spesso e volentieri le due vittorie da parte di Obama sono state mal interpretate da parte del partito democratico, che non aveva capito che erano sopratutto il carisma di Obama e la sua capacità di parlare al popolo e di dare speranza ad aver fatto la differenza in quelle elezioni, e non solo l’operato del partito. Perciò, trovandosi in una situazione in cui la loro aspettativa di vita sta decrescendo, mentre la povertà e la mancanza di lavoro in gran parte del paese stanno aumentando, i votanti hanno optato per una scelta radicale come Trump, che promette un aumento del potenziale economico del paese con delle scelte drastiche come la cancellazione del Free Trade Agreement e degli altri agreement con i paesi vicini, i quali portavano via il lavoro ai cittadini americani in favore dei paesi in cui il costo del lavoro è più basso. Politiche che vanno letteralmente contro la linea economica degli Stati Uniti (sia republicane che democratiche) sono state le principali ideatrici di tali accordi ed è proprio questo che ha colpito i cittadini americani: la voglia di Trump di cambiare delle cose, che secondo loro hanno danneggiato la loro economia. Lui ha così sfrutatto politiche populiste che puntano a colpire punti sensibili della popolazione, ma che realmente potrebbero anche giovare all’economia. Tutto questo ha fatto in modo che i cittadini guardassero oltre i discorsi xenofobici, sessisti e razzisti di Trump. In seguito c’è stata una discussione su come hanno votato le varie etnie: latinos, asiatici e afro-americani. Si è visto come Trump sia stato bravo a colpire, andando ad attirare anche i votanti di queste etnie, sopratutto i piccoli imprenditori, grazie al suo lavoro e quello dello staff che si sono dimostrati capaci di sfruttare i cambiamenti demografici negli Stati Uniti a loro favore; cosa in cui i democratici è da decenni che falliscono.

Il partito democratico è infatti diventato sempre più rappresentante dell’ “alta borghesia” Questo ci porta al secondo fattore: 2) L’incapacità del partito democratico di rappresentare i lavoratori e i professionisti americani. Il partito democratico, quel partito che dovrebbe rappresentare la parte meno ricca della società, i lavoratori nonchè i piccoli imprenditori e i professionisti, nel tempo ha visto una evoluzione. E’, infatti, diventato sempre più rappresentante di quel-

la che puo essere chiamata “alta borghesia”, la quale si sposa perfettamente con gli ideali liberali e progressivi del partito, anche se ciò ha portato ad un’allontanamento da quella che è realmente la fetta maggiore dei votanti, ovvero i lavoratori. In questo modo, perdendo il loro supporto, i democratici hanno perso i voti che hanno sempre caratterizzato il partito (come per esempio quando Bill Clinton è stato eletto due volte presidente) e quindi anche il loro punto di forza. Il candidato democratico Hillary Clinton ha fatto in queste elezioni un errore che le è costato caro: passare più tempo a fare cene, per raccogliere fondi con l’alta sfera del partito democratico, invece di andare a fare campagna politica tra le persone che avrebbero dovuto votarla. In questo modo ha perso i voti dei cittadini che non si sentivano più rappresentati da lei e i democratici, i quali ormai sono diventati il partito di Sillicon Valley e Wall Street. Questa parte della società, però, non sarà mai una maggioranza e quindi, se il partito continua con questa linea di pensiero e non agisce velocemente, potrebbe ritrovarsi molto presto in una situazione di totale inferiorità nei confronti dei repubblicani; questo già inizia a vedersi in senato e non solo. Sembra assurdo che il partito, che predica la social welfare e la social-economic justice, perda le elezioni proprio per via di quella parte della società che queste politiche dovrebbero puntare a conquistare.

Il Free Traide Agreement Continuando ad analizzare questa situazione il professor. Colatrella ha iniziato a parlare di Bernie Sanders, il candidato che ha perso contro Hillary Clinton nelle primarie del partito. Il senatore indipendente più longevo in senato, che si definisce socialista e ha capito la voglia di cambiare dei cittadini, sarebbe la scelta giusta per i democratici, per riavvicinarsi a quella parte del popolo che si sente tradita da loro. Nelle sue politiche durante la campagna elettorale Bernie Sanders era stato molto critico nei confronti del Free Trade Agreement (stipulato durante la presidenza di Bill Clinton). Il Free Trade Agreement aveva causato una dipendenza eccessiva dell’economia americana dalla globalizzazione e ovviamente aveva fatto perdere tanti posti di lavoro vista la grande concorrenza degli altri paesi, in cui la manifattura costa meno. Queste idee lo rendevano probabilmente una scelta migliore di Hillary o per lo meno più appetibile per i votanti americani. La scelta di abolire il Free Trade Agreement guarda caso è stata con


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divisa anche dal presidente-eletto. In seguito ad alcune domande il professore ha detto che probabilmente Sanders sarebbe riuscito facilmente a vin-

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cere contro Trump; è stato un caso che due candidati così “deboli”, secondo lui, si siano scontrati in queste elezioni. Egli, inoltre, ha anche espresso il suo disappunto riguardo

al sistema elettorale americano, dicendo che gli Stati Uniti sono l’unico paese dove il candidato che prende più voti non vince. □

Cultura L’ordine caotico dell’universo Irene Indovina “Lo scopo di una conferenza non è tanto quello di fornire soluzioni pronte dei problemi, quanto porre i problemi e dare lo stimolo per la loro risoluzione.” L. Boltzmann. È proprio con questa frase che il professor Angelo Vulpiani ha iniziato l’incontro del 15 novembre intitolato “Caos e Caso”, che si è tenuto nella Sala Don Tosi del Collegio Mazza. Il caos, filo conduttore del mese della Cultura e argomento trattato dal punto di vista della Matematica nell’incontro sopra citato, di certo non risultava essere di facile accessibilità a tutti, ma sicuramente le spiegazioni forniteci dal professore hanno dato spunti di riflessione e perché no, anche di approfondimenti individuali, a tutti i presenti.

La terza rivoluzione del Novecento, un limite intrinseco alla scienza Le definizioni date al tema del caos nel corso del tempo sono state molteplici e contrastanti; esso è stato definito la terza rivoluzione del Novecento, un limite intrinseco della scienza, il fascino dell’aleatorio e molto altro ancora. A parere del professor Vulpiani, tutte queste

opinioni sono dettate dal fatto che allora, ma probabilmente anche adesso, vi è confusione tra concetti come la probabilità e il determinismo; uno degli scopi di questa conferenza è stato appunto cercare di chiarire le differenze tra queste nozioni.

Piccole modificazioni iniziali conducono a sostanziali differenze nel futuro Nell’ora di presentazione, il professore ha illustrato le teorie e i ragionamenti di diversi pensatori quali Keplero, Newton, Laplace, von Neumann e molti altri; in ultimo, ha presentato il pensiero di due grandi fisici dell’Ottocento Lorentz e Poincarè i quali hanno cercato di spiegare i concetti di caos e ordine, correlandoli sia tra di loro, sia con l’intervallo di tempo considerato. Infatti Lorentz, per esempio, per mezzo di una formula matematica riuscì a dimostrare che gli errori nel tempo crescono esponenzialmente e perciò piccole modificazioni iniziali conducono a sostanziali differenze nel futuro (questo pensiero è attualmente conosciuto come ”Effetto farfalla”). Poincarè, invece, volle dimostrare la coesistenza di caos e ordine, poiché tutto ciò che ci circonda, per quanto ordinato ci possa apparire, è sempre più complicato di quello che sembra; viceversa, in presenza di una situazione

altamente caotica, è sempre presente un po’ di ordine. Nell’esporre le diverse teorie, il docente ha sottointeso un fondamentale concetto che ogni scienziato degno di essere chiamato tale dovrebbe tenere a mente; ovvero come nella vita, ma soprattutto in ambito scientifico, non sia mai possibile raggiungere una teoria definitiva, ci sarà sempre qualcosa di nuovo da scoprire, perché il mondo che ci circonda ha troppe sfaccettature per essere già stato analizzato nella sua interezza. Nonostante alcuni concetti risultassero di difficile comprensione senza delle basi matematiche iniziali, la conferenza si è rivelata, a mio parere, molto interessante, in quanto ha permesso di approfondire temi scientifici fondanti senza risultare troppo ostica. In conclusione si può dire che il concetto di caos è insito in tutti i sistemi a prescindere dalla corrente di pensiero considerata; di conseguenza bisogna sempre approcciarsi ai problemi con occhio critico, essendo disposti a stravolgere le proprie teorie alla luce di nuove scoperte.

Il sitema internazionale nella sua evoluzione Cristiana Contri La domanda alla quale il professor Antonio Versori ha risposto durante l’incontro di lunedì 7 Novembre è stata: “Che cos’è successo dopo il crollo del muro di Berlino?” Spiegare l’evoluzione del sistema internazionale nel Post guerra fredda non è questione che si scioglie facilmente, ma attraverso un funzionale tripartizione il docente ne ha conferito una chiara rappresentazione. La prima fase è stata da lui collocata negli anni

che scorrono tra l’89 e l’11 Settembre 2001; è stata definita come un “periodo ottimistico e illusionistico”, in cui l’illusione era quella di poter creare un nuovo ordire pacifico e privo di contrasto, perché dotato di un sistema capitalistico omologato attorno agli stessi valori e connotato dalla presenza di un unico attore: gli Stati Uniti. Nella prima metà degli anni ’90, infatti, si sono viste tutta una serie di crisi interne (si pensi alle guerre civili in Angola), nelle quali gli USA intervenivano “solo se necessario”, e tutta una serie di fallimenti (si veda quello della Jugoslavia). In altri casi, però, alcune que-

stioni considerate locali sono state prese in considerazione, com’è avvenuto per la Ruanda. L’evento di svolta è stato l’11 Settembre 2001, in quanto ha rivelato come la realtà fosse più complicata di quanto si credesse. È emerso, infatti, che una parte del Mondo non riteneva che il ruolo forte fosse degli Stati Uniti e non si riconosceva nel sistema capitalistico, omologato su valori occidentali. La reazione americana è stata quella di dimostrare la validità degli anni ’90 e l’esistenza di un’unica potenza attraverso l’esperienza militare (ad esempio con


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la guerra in Iraq), dando, così, origine ad una politica unilaterale. L’illusione, quindi, si può dire essere durata solamente uno spazio d’anni , poiché troppo ambiziosa, e successivamente arenatasi.

Con la presenza di una varietà di attori la questione del prossimo passo è tutta da vedere Il successivo momento di stacco è costituito dagli anni 2007-2008, ossia dagli anni della crisi economica. Questa ha aperto una nuova fase, la terza, denotata dalla decadenza degli USA come superpotenza, dai fallimenti della campagna in Iraq e dalla scoperta dei BRICS, le nazioni emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. L’atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti è, infatti, mutato tanto da ricordare secondo il professor Versori le relazioni internazionali tra ‘800 e 1914, per via delle presenza di una superpotenza presente e a momenti assente, incidente militarmente ma non politicamente. Con la presenza di una varietà di attori tutti relativamente importanti, la questione del prossimo passo, cioè se sia più probabile un mantenimento dell’equilibrio o una rottura

di questo, “è tutta da vedere, anche se per il momento le nazioni preferiscono sedersi al tavolo e discutere”.

Un ritorno alla guerra fredda non è possibile

A chi si chiede se abbia senso creare un organo politico “super partes” o se sia meglio che ogni Paese si autogestisca, il docente ha risposto che un organo “super partes” esiste già e sono le Nazioni Unite, ma è improbabile, in quanto anche ora dopo il loro periodo d’azione negli anni ’90 sono bloccate. Esse, però, possono essere mantenute, perché finché hanno il diritto di veto sono utilizzabili, anche se non si deve dimenticare il ruolo degli organismi transnazionali (come le multinazionali), che non è detto tengano conto delle esigenze delle Nazioni.

Infine, a chi si chiede come sia definibile il rapporto tra Usa e Russia negli ultimi anni e se sia possibile un ritorno alla guerra fredda il docente ha risposto:“ Un ritorno a questa non è possibile, in quanto mancano il fattore ideologico e la visione globale. La Russia vorrebbe imporsi a livello internazionale e riconquistare spazio a livello europeo, ha da sempre avuto il timore dell’accentramento, poiché spesso trattata da “terreno di conquista”, ma un aumento delle tensioni non andrebbe bene a nessuna delle parti. Si vedrà poi con le elezioni americane…”

Per chi poi si domanda se si possa parlare di un “fallimento dell’Unione Europea”, il professor Versori è intervenuto affermando che il processo di integrazione è sempre stato affidato alle elite, le quali assicurano crescita economica e preservazione dello stato sociale e ultimamente si sono allargate. Fino a quando ciò funzionava andava tutto bene; i problemi sono iniziati dopo la crisi del 2007-2008, con la quale si è finiti col non dare più fiducia a Bruxelles e a pensare che lo slogan sia appunto solo uno slogan.

Così, a metà strada fra la certezza e la sospensione si è concluso l’incontro che ha saputo denocciolare questioni fondamentali e far luce su eventi, che i programmi scolastici spesso non arrivato a trattare sistematicamente, se non addirittura a sfiorare, e di cui una generazione come la nostra, per il fatto di non aver vissuto un’epoca e di star vivendo quella dopo, fatica a comprenderne i lineamenti.

L’ordine sociale e la sua ombra Cristiana Contri Lo scopo della conferenza tenuta il 23 Novembre dal professor Francesco Antonelli è stato quello di dimostrare che “nella realtà ombra e luce non sono due elementi contrastanti, ma concorrono; nella testa dell’uomo d’ordine (per riprendere un passaggio del “Romanzo criminale”) c’è sempre il caos” . L’origine del termine viene dalla Grecia, ma lì la sua valenza semantica era un’altra. Esiodo, ad esempio, quando pensava al caos, pensava al vuoto, all’insondabile, da cui però tutto derivava; l’idea del caos era, quindi, quella di un abisso. Tuttavia, se per la cultura occidentale esso costituiva un elemento che non poteva essere eliminato, ma che potenzialmente avrebbe dovuto esserlo, in Oriente era un valore, in quanto si credeva che solo in sua presenza lo spirito avrebbe potuto “elevarsi”.

La ragione può è strumentale; può condurra anche a delle stragi Già nel Novecento la contrapposizione tra caos e ordine era stata messa in discussione dalla scuola di Francoforte; Horkheimer e Adorno nella “Dialettica dello spirito” avevano dimostrato come la ragione fosse strumentale, ossia come potesse essere usata per raggiungere degli obiettivi, e quindi come potesse potenzialmente condurre anche a delle stragi. Quest’ultimo aspetto è stato sondato in particolare nella “Banalità del male” di Hannah Arendt, in cui emerge maggiormente come la razionalità tecnica possa produrre l’irrazionalità, costituita nel suo caso dalla sterminio. In Italia vi sono 45.000 leggi, il che dovrebbe regolamentare il sistema, mentre si può notare come in realtà ciò non si riveli funzionale e caos e ordine sembrino, quindi, coincidere. Tutto ciò, però, risulta fondamentale per interpretare lo scenario glo-

bale e l’esempio in cui si possono scorgere tali ambivalenze è costituito dalle guerre. Queste, infatti, rappresentando una realtà non molto lontana dalla nostra, si fanno portatrici di un’estremizzazione della nostra cultura attraverso il postmoderno; quest’ultimo, a detta del professore, si spezza in due momenti. Dall’89 all’ascesa di Daesh si ha tutta una serie di conflitti (in Paesi come la Bosnia o l’Iraq), seguiti dalla frammentazione del potere politico, il che crea una situazione che non conduce ad un preciso progetto di società e ad un nuovo ordine socio-politico (come invece accadeva per le altre guerre del ‘900), ma a massacri. L’economia di questi conflitti, inoltre, è un’economia della depredazione, della spoliazione, perchè lo scopo è quello di cercare risorse dalle zone sotto assedio. Perciò, se nelle altre guerre l’economia poteva puntare all’espansione, in quelle dopo la caduta del muro di Berlino si hanno la creazione di una “desertificazione economica” e una ”destrutturazione del tessuto sociale”. Si è creduto che la nostra società fosse diver-


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sa, tanto di poter porre mano alla loro, e si è messo in gioco il “peace building”, l’idea dell’intervento militare e dell’ingegneria sociale, al fine di trasformare in democrazie liberali i Paesi colpiti dalle guerre. Il risultato, ad esempio, in Bosnia è che non si ha ancora una situazione di stabilizzazione , mentre nei Balcani c’è una continua presenza occidentale. E’ nata, poi, l’idea della “nation builing”; mentre il progetto precedente intendeva fondare una società positiva, questo vede una potenza alla guida di altri Paesi, per giungere nelle regioni colpite dalle guerre, abbattere i regimi e costruire dei sistemi, connotati da apertura economica. Ciò è stato messo in pratica in Afghanistan, ma anche lì il piano è fallito, in quanto la società era dominata da bande, che attraverso il cambio di regime, invece di instaurare una democrazia, hanno preso il potere. Successivamente, però, ha fatto comparsa il movimento talebano, un movimento rurale sostenuto dal Pakistan, che ha proposto un regime socio-politico e contemporaneamente fatto sparire le tribù armate rivali. A quel punto, però, sono nuovamente intervenuti gli USA, che, abbattendo il sistema, hanno riportato al potere le vecchie potenze; ciò ha fatto iniziare un’altra storia di frammentazione, per la presenza di vari elementi, ognuno dei quali munito di

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una banda armata o di un esercito privato.

La motivazione della partecipazione femminile all’ISIS: la “delusione dell’Occidente” Il secondo momento è stato collocato dal professor Antonelli nel periodo attuale, ossia nel periodo dell’ISIS (o Daesh), caratterizzata dall’essere un movimento transnazionale con obiettivi di ricostruzione sociale. Vi è, perciò, un ritorno al Novecento? No, nell’opinione del docente, in quanto Daesh presenta aspetti nuovi e moderni come il fenomeno dei “foreign fighters” e l’uso della rete, che non era così forte nemmeno in Al Qaeda. Ciò è innovativo dal punto di vista sociologico, perché vengono colpite varie classi e si nota la crescente presenza anche delle donne, disposte a diventare le compagne dei soldati dell’ISIS. Molto si è indagato per capire le cause di quest’ultimo fenomeno e la motivazione sembrerebbe essere costituita da una sostanziale “delusione dell’Occidente”, il quale, per il fatto di essere promotore degli assottigliamenti di genere e di ruolo sociale, sarebbe accusato di non produrre più “uomini veri”; la loro, quindi, parrebbe una

vera e propria rivolta alla modernità attraverso la modernità. Perciò, si può affermare che l’idea d’ordine di Deash non è tanto quella di una unitarietà, quanto quella di un legame profondo tra arcaismo e tecnologia, tecnologia che è anche carattere fondante del postmoderno. Ma che cos’è il postmoderno? Il docente nella parte finale della sua esposizione ha risposto anche a questo interrogativo, definendo il postmoderno un “movimento culturale in cui le categorie della modernità entrano in crisi”, perché rimpiazzate delle idee di autorealizzazione personale (rispetto ad una modernità considerata una gabbia), di irrazionalità, di desiderio, di nomadismo/mobilità e in ultima di instabilità del sé; elementi che, a differenza della precedente società industrializzata basata su Freud, riconducono a Jung. Infine, dopo aver chiuso il cerchio delle precedenti trattazioni, il professore ci ha lasciati con una citazione dal “1984” di Orwell: “ La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.

Bibliosofia Facebook sta danneggiado la democrazia? Vito Squicciarini La crescita esponenziale del web nel corso del ventunesimo secolo sta portando, assieme ad un livello di interconnessione mai sperimentato prima dalla civiltà umana, ad una profonda trasformazione dell’economia, dell’informazione e delle società. I processi che stanno alterando irrimediabilmente il mondo dell’informazione sono interessanti e meriterebbero un approfondimento dedicato.

Gli slogan trionfano sui contenuti, riaffiorano la paura e l’inquitudine È certo comunque che la democratizzazione dell’informazione non si accompagna, come auspicato, a una diffusione più capillare del sapere, bensì ad un generale abbassamento della qualità delle notizie; la rete è divenuta terreno fertile

per la proliferazione di populismi e rigurgiti fascisti, di bufale e teorie del complotto, nonché della propaganda del terrorismo internazionale. Gli slogan trionfano sui contenuti, riaffiorano la paura e l’inquietudine, l’ignoranza e la superstizione. La polarizzazione sempre più marcata dell’opinione pubblica su posizioni inconciliabili si traduce in un drastico deterioramento della qualità del dibattito politico e dello scambio di idee su cui si basa, in ultima istanza, la democrazia. Qual è la genesi di tali fenomeni? L’imputato principale è, a mio parere, il social network più diffuso al mondo: Facebook. Non discuterò della probabile complicità delle altre piattaforme perché, onestamente, non le conosco a sufficienza. Lanciato nel 2004, il sito è attualmente il terzo più visitato al mondo, potendo contare, a luglio 2016, su un bacino di 1,7 miliardi di utenti attivi mensilmente (30 milioni solo in Italia). Ognuno vi trascorre, in media, 50 minuti al giorno. Progettato per aiutare i

suoi fruitori “a connettersi e rimanere in contatto con le persone della propria vita”, Facebook non si limita a fornire loro la possibilità di curiosare tra le attività dei propri contatti ma consente anche di vedere nella news feed della home i contenuti pubblicati dalle pagine cui si sono iscritti tramite un “mi piace”. È questa sua caratteristica a renderlo il mezzo d’informazione più importante dell’era digitale: attraverso le notizie della home possiamo rimanere aggiornati sull’attualità e sugli argomenti che ci stanno a cuore. Tutto il resto, però, rimane fuori.

Una home costruita a immagine e somiglianza della nostra “forma mentis”... Una home costruita a immagine e somiglianza della nostra forma mentis, che riflette in toto i nostri interessi, che ci mostra continuamente punti di vista simili al nostro, non fa che radicare ulteriormente


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in noi le nostre convinzioni, in un perpetuo confirmation bias1.

La nostra home tenderà ad essere una manieristica riporposisione degli stessi argomenti La realtà del mondo esterno ci appare distorta da un filtro personalizzato, che fa passare unicamente le novità che si accordano al nostro pensiero. Viene meno lo sforzo attivo richiesto da una ricerca sul web: sono le notizie a venire da noi. Tra queste, poi, quelle provenienti dalle pagine con le quali interagiamo di più tendono a divenire predominanti. Ogni “mi piace”, ogni visualizzazione o condivisione di un contenuto è passata al setaccio dall’algoritmo che ci suggerisce in risposta notizie e pagine simili. Accettando alcuni di questi suggerimenti, la nostra home tenderà a riempirsi di contenuti simili tra loro, in una manieristica riproposizione degli stessi argomenti che monopolizzeranno la news feed attraverso un meccanismo di feedback positivo.

Anzichè una finestra sul mondo, una stanza piena di specchi Accade talora che cominciamo ad aggiungere contatti sulla base di interessi comuni, oppure a nascondere quelli reputati, per il motivo opposto, fastidiosi. Facebook ci ha connesso con una cerchia di persone che la pensa come noi, isolandoci completamente dalle altre; anziché aprirci una finestra sul mondo, ci ha trasportato in una stanza piena di specchi in cui ci inebriamo inconsciamente e continuamente della visione del riflesso di noi stessi. “Anziché consolidare i legami sociali, o creare un pubblico informato, o l’idea della notizia come un bene comune, una necessità democratica, crea fazioni che diffondono istantaneamente menzogne che si accordano con le loro opinioni, rinforzando le convinzioni dei loro membri, che si indirizzano reciprocamente, sempre più, verso opinioni condivise, piuttosto che fatti assodati.”2 Gurvan Kristanadjaja è un giornalista franco-marocchino, autore di un’interessante inchiesta pubblicata da Internazionale un anno fa.3 Nel tentativo di studiare come avvenga la propaganda jihadista e

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il reclutamento dei combattenti sui social network, egli si crea un profilo falso su Facebook e, dopo aver aggiunto qualche decina di contatti per rendere il suo profilo credibile, aggiunge alcune persone che hanno messo “mi piace” alla pagina -ora rimossa- dello Stato Islamico. L’articolo descrive come la news feed si riempia in pochi giorni di post filojihadisti e come lo stesso Facebook lo metta in contatto con dei veri combattenti. Il punto forte del network -la creazione di comunità d’interesse- si manifesta qui nella sua pericolosità. Nessun utente di Facebook può sfuggire, almeno in una certa misura, a tali dinamiche. Ogni convinzione si autoalimenta impercettibilmente e il passaggio a una qualche forma di estremismo non è più un’eventualità remota.

La notizia perde ogni pretesa di veridicità Non è un caso che la Oxford Dictionaries Word of the Year 2016 sia post-truth4. Chiuse nella loro bolla, le persone sono riluttanti a tener conto dei fatti; la notizia perde ogni pretesa di veridicità e prende piede l’idea che ogni sistema di pensiero sia indiscutibile a priori, intrinsecamente legittimato dalla libertà di opinione. L’accessibilità dell’informazione elimina la necessità della mediazione degli esperti; la totale sfiducia nel loro lavoro, giudicato incomprensibile, desta sospetti di secondi fini. Per citare Asimov, “l’anti-intellettualismo è stato un costante tarlo che si è insinuato nella nostra vita politica e culturale, nutrito dall’idea sbagliata che in democrazia la mia ignoranza valga quanto la tua conoscenza”. Perfino la scienza, dove esiste un discrimine tra vero e falso che è il metodo scientifico, soffre dinanzi all’avanzata di teorie del complotto figlie dell’analfabetismo scientifico. In questo contesto trovano una loro dignità affermazioni folli come “la Terra è piatta” o “il cambiamento climatico è un complotto ordito dai cinesi”. Arriviamo perciò al capo d’imputazione: il confronto tra persone appartenenti a cerchie in conflitto diviene proibitivo, essendo lo scambio di idee arginato da una contrapposizione ideologica troppo forte. Facebook polarizza la società dividendola in blocchi impermeabili al confronto. Viene meno l’analisi schietta, scientifica dei fatti cui dovrebbe seguire l’interpretazione delle possibili strategie per affrontare i pro-

blemi della società. La democrazia diviene ostaggio di uno scontro feroce tra fazioni. I social network sono senza dubbio un mezzo prezioso per accedere a informazioni che difficilmente potremmo trovare altrove. Urge tuttavia la necessità, a mio avviso, di prendere coscienza del loro funzionamento e di imparare a distinguere la realtà dalla nostra bolla. Diversificando gli interessi sulla piattaforma, accogliendo nella home notizie provenienti da più fonti, controllando che qualcosa non prenda il sopravvento nella nostra news feed, riguardando saltuariamente l’elenco delle pagine che seguiamo, analizzando le fonti prima di condividere una notizia; discutendo più spesso con le persone che ci circondano, ricordando che la conoscenza si costruisce con fatica giorno per giorno, saremo in grado di controllare un network che altrimenti rischia di controllarci. Note: 1. (Wikipedia) È un processo mentale che consiste nel ricercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione, e quindi attribuire maggiore credibilità, a quelle che confermano le proprie convinzioni o ipotesi, e viceversa, ignorare o sminuire informazioni che le contraddicono. Il fenomeno è più marcato nel contesto di argomenti che suscitano forti emozioni o che vanno a toccare credenze profondamente radicate. 2. Tratto da “How technology disrupted the truth”, di Katharine Viner, The Guardian, 12/07/2016. Il passo in questione si riferisce alla pratica del click-baiting, il giornalismo sensazionalista che punta alla viralità più che alla veridicità di un contenuto, ma calza a pennello anche in questo contesto. 3. http://www.internazionale.it/reportage/2015/11/24/terrorista-facebook 4. “Relativo a circostanze, spec. nella formazione dell’opinione pubblica, in cui il richiamo a emotività e convinzioni personali prevale sui fatti oggettivi”. La verità di un’affermazione diventa cioè ininfluente e irrilevante in una discussione.


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(Co) Scienza Da Giotto a Rosetta Piero Facchini “Da Giotto a Rosetta : 30 anni di scienza cometaria dallo spazio e da terra’’ è il titolo della conferenza tenutasi il 27 ottobre presso l’auditorium dell’Orto Botanico di Padova. Partendo dai dati scientifici che riguardano la missione spaziale si è discusso anche di astronomia egizia, arte ed esplorazione archeologica. La studio della cometa di Halley ha avuto inizio nel 1705 e grazie agli studi in questi settori si è potuto risalire ai suoi precedenti passaggi fino al 240 a.C., quando la sua apparizione fu registrata dagli astrologi cinesi. A Padova si hanno due testimonianze del passaggio della cometa, due affreschi rispettivamente nella Cappella degli Scrovegni e nella Sala Meridiana della Specola.

Fu la prima volta che le osservazioni della cometa vennero fatte non solo dalla terra Nel 1985 la sonda cometaria europea Giotto sorvolò la cometa mostrando che le comete hanno un nucleo centrale e dimostrando erronee alcune convinzioni sulla chimica e fisica cometaria. Fu la prima volta che le osservazioni della cometa furono fatte non solo da terra, ma addirittura dalle sue regioni più interne. L’interesse verso questa missione risiedeva non solo nello studio dell’evoluzione della cometa (forma e caratteristiche fisiche), ma anche nello studio della formazione di molecole ‘figlie’ da molecole ‘madri’ da parte della radiazione solare.

L’evento fu di importanza eccezionale, oltre che nell’ambito scientifico, pure per la situazione geopolitica del tempo, dato che Padova riuscì a fare da tramite tra le varie potenze mondiali nel pessimo clima della Guerra fredda. Dopo il successo della missione Giotto, nel 1996 venne intrapresa una nuova missione cometaria da parte dell’Agenzia Spaziale Europea. Il suo compito sarebbe stato quello di decifrare parte degli interrogativi lasciati aperti dalla missione Giotto. Per analogia con l’importanza avuta dalla stele trovata nel 1799 nel decifrare la scrittura geroglifica egizia, la nuova missione fu denominata Rosetta. A bordo della sonda erano collocati numerosi strumenti scientifici tra cui il lander Philae ed erano montatate le due camere fotografiche di Osiris. Il lander Philae aveva il compito di atterrare sul suolo della cometa, studiarne la superficie e l’atmosfera e trasmettere i dati ottenuti a Rosetta che poi li avrebbe trasmessi a sua volta ai laboratori terrestri. Anche il nome del lander e della macchina fotografica sono riferiti alla cultura egizia: Philae è l’obelisco trovato ad Assuan nella spedizione effettuata dall’egittologo padovano Giovan Battista Belzoni, mentre Osiris rimanda alla divinità Osiride.

A 3000 km di distanza dalla cometa la sonda iniziò a mandare foto Il 3 Marzo del 2004 la sonda partìper il suo viaggio interplanetario che sarebbe durato 10 anni e, dopo aver sorvolato tre volte la Terra e una volta Marte per acquisire energia, il 6 agosto del 2014 giunse nei pressi

della cometa Churiumov-Gerasimenko. A circa 3000 chilometri di distanza dalla cometa, la sonda iniziò a mandare foto ad alta risoluzione della superficie, mostrando come il corpo fosse formato da due lobi congiunti e pieno di cavità. A circa 27km di distanza, il lander Philae iniziò il suo moto di caduta libera verso la cometa, ma a causa della durezza del suolo non riuscì ad ancorarsi nel punto previsto dalla missione e fu perso. Nonostante ciò la missione proseguì e ciò ha permesso agli scienziati di esaminare i dati della superficie cometaria, nonché la sua forma ‘bizzarra’. Così si è visto come la superficie fosse molto porosa, tanto da permettere alla cometa di galleggiare sull’acqua, e si è potuto desumere, dalle molecole che la compongono,dove la cometa si fosse formata (ovvero nella fascia di Kuiper). Grazie alle immagini fornite da Osiris, gli scienziati hanno potuto costruire un modello tridimensionale per mappare la direzione di pendenza delle diverse stratificazioni dei lobi e hanno concluso che la cometa si sia generata dalla fusione dei due lobi indipendenti. Giotto e Rosetta hanno aperto una strada ancora lunga e il prossimo obiettivo è quello di programmare una sonda capace di prelevare campioni dalla superficie cometaria e di portarli a terra. Le comete rimangono il miglior mezzo attraverso cui possiamoconoscere l’origine della vita sul nostro pianeta in quanto sono i ‘fossili’archeologici del nostro Sistema Solare.

La ciocco-dipendenza Marco Cattelan “Cioccolato? Ne consumiamo più di quanto ne produciamo!” Capita a tutti di mangiare “un quadratino” di cioccolato in un momento di stress, stanchezza, ansia, rabbia, delusione. Tutto ciò è dovuto ad un semplice sfizio oppure, al contrario, il cioccolato è sinonimo di fabbisogno per il nostro organismo?

Il consumo di cioccolato in Italia è ben al di sotto della media europea Nel nostro territorio operano alcune delle più importanti aziende mondiali del settore, eppure il consumo di cioccolato in Italia è ben al di sotto della media europea, con appena 4 kg di consumo pro-capite a fronte dei quasi 10 kg di cioccolato - fondente, al latte, bianco - consumati nei Paesi dell’Europa settentrionale. La Svizzera, attualmen-

te, è in testa alla classifica del consumo procapite con 11,9 chili di cioccolato all’anno, quindi all’incirca 240 tavolette a testa. Negli ultimi anni, complice l’incremento delle domande in Asia, Nord America ed Oceania, la differenza fra il cacao prodotto e quello consumato si fa sempre più ampia. La scienza, in generale, sta cercando in tutti i modi di spiegare il motivo per cui il cioccolato abbia così tanto successo, ma al giorno d’oggi, una risposta definitiva deve ancora trovarla!


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Vi siete mai chiesti cosa ci sia nel cacao e quale sia la sua COMPOSIZIONE CHIMICA? Il piacere di gustare un buon cioccolato è in parte determinato dalla sua composizione chimica (zuccheri, grassi, aromi, etc...) , e in parte dalla sua struttura fisica: dalla dimensione dei cristalli di grasso, dalla temperatura a cui fonde, da come lo zucchero è disperso nel burro di cacao e così via. Innanzitutto bisogna sottolineare che la composizione varia, per quanto riguarda le percentuali dei principali componenti, a seconda della provenienza geografica, comunque sia, i componenti più importanti sono i seguenti: – Acqua per un 5-7%; – Lipidi per un 45-53% ( principalmente acidi grassi, fra i quali, ad esempio, acido palmitico, arachidico, linoleico, linolenico, stearico, e steroli); – Proteine per un 10-15% (specialmente enzimi, albumina, prolamine, gluteline, globuline); – Amido e carboidrati per un 2-4% (quali fruttosio, saccarosio, lattosio, cellulosa, pentosani, galattani, lignina, ecc.) – Tannino per circa il 6%; – Gomme per un 2-3%; – Polifenoli (come catechine, antocianine, proantocianine) – Acidi organici; – Vitamine (A, B1, B2, B6, biotina, acido folico, nicotinammide); – Minerali (soprattutto sodio, potassio, magnesio, ferro, cloro, fluoro, iodio, cromo, nichel, zinco); – Sostanze naturali bioattive (come, ad esempio, teobromina, caffeina, endorfine, ammine biogene, feniletilammina).

Il desiderio di mangiare cacao viene spiegato come effetto “craving” Tra tutte queste sostanze, quelle più interessanti sono sicuramente quelle responsabili dell’aroma e le sostanze naturali bioattive o fitocomposti. Essi non sono dei veri e propri nutrienti essenziali (ovvero indispensabili per sviluppo, crescita e mantenimento del nostro organismo), nè tantomeno energetici (non hanno “Calorie”), ma sono in grado di influenzare positivamente la salute ed il comportamento umano e di stimolare il sistema nervoso centrale, portandone diversi benefici, per questo motivo possono anche prendere il nome di “nervine”. Il desiderio di mangiare prodotti a base di cacao viene spiegato come effetto “craving”: il craving è il desiderio impulsivo/ compulsivo per una sostanza psicoattiva,

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per un cibo o per qualunque altro oggettocomportamento gratificante. La ricerca ha identificato proprio i “fitocomposti” (fra le quali serotonina, endorfina, feniletilammina), come i principali responsabili di tutto ciò.

Uno degli effetti più interessanti di questa sostanza è la perdita di peso La caffeina e la teobromina sono delle sostanze appartenenti alla famiglia degli alcaloidi purinici (detti anche metilxantine). Gli alcaloidi purinici sono composti noti per la loro capacità di stimolazione del sistema nervoso, essi aumentano lo stato di veglia, la riduzione del senso di fatica, la concentrazione. La caffeina è presente nel cacao in quantità variabili (0,6-0,8%), abbastanza limitate se paragonate a quella del caffè e del tè. Uno degli effetti più interessanti di questa sostanza è l’aumento della termogenesi con conseguente accrescimento del consumo energetico e perdita di peso. Il maggior alcaloide purinico del cacao è la teobromina, che deve il suo nome proprio alla varietà Teobroma. La teobromina, rispetto alla caffeina, è uno stimolante meno potente, i suoi effetti su sistema nervoso centrale risultano minori. Le endorfine sono conosciute anche come sostanze “narcotiche” al cervello, chimicamente simili alla morfina, alle quali il cervello risponde come risponde alla morfina: sensazione di piacere, euforia e buon umore. L’ingestione di cioccolato principalmente fondente stimola la produzione di un ormone, conosciuto come ormone della felicità: la serotonina. La serotonina possiede altri importanti effetti farmacologici, svolge un ruolo importante nella regolazione dell’umore, del sonno, della temperatura, della sessualità e dell’appetito. La serotonina non ha solo importanti effetti fisiologici, ma è anche il precursore della melatonina, ormone con elevata attività sedativa ed ipnotica. Come ultima sostanza di interesse del cacao, troviamo l’anandamide: si tratta di un acido grasso endogeno capace di legarsi ai recettori dei cannabinoidi producendo sia effetti centrali che periferici. In tal senso, l’anandamide ricalca a grandi linee l’azione del tetraidrocannabinolo, o THC, che è il principio attivo della marijuana; a livello cerebrale, l’interazione con i recettori dei cannabinoidi, produce modificazioni del tono dell’umore e del livello di coscienza. Non a caso il termine anandamide deriva dalla parola sanscrita ananda, che significa stato di grazia o beatitudine, riferendosi appunto alla sua capacità di evocare sensazioni piacevoli.

Le ombre sul futuro del cioccolato, però, non riguardano solamente i volumi crescenti di consumo, ma anche la produzione di semi di cacao, minacciata da parassiti, malattie delle piante e cambiamento climatico. Il primo allarme è stato lanciato alla fine del 2014, a partire da un’analisi di mercato realizzata dalla multinazionale Barry Callembaut, vale a dire uno tra i più grandi produttori di cioccolato al mondo. Nel documento si parla del “rischio di carenza di cacao entro il 2020”. La domanda di cioccolato sta crescendo, questo avviene soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dal Sud America all’Asia, dove la classe media comincia a spendere di più per l’alimentazione. In Cina, in particolare, negli ultimi dieci anni le vendite di cioccolato sono più che raddoppiate, crescendo più velocemente di quelle dei principali consumatori di cacao al mondo.

La produzione non è molto redditizia; gli agricoltori stanno passando all’olio di palma L’Europa resta il mercato principale, con Germania e Regno Unito in testa, seguiti da Nord America e Asia. L’albero del cacao (Theobroma cacao) cresce esclusivamente nelle zone umide e calde della fascia equatoriale, sotto l’ombra protettiva di altre piante ad alto fusto. Gli alberi iniziano a produrre frutti dopo cinque o sei anni di vita e per soli 25 anni, passati i quali è necessario sostituirli con piante più giovani. La produzione è dunque piuttosto complicata e non molto redditizia, motivo per cui diversi agricoltori stanno passando gradualmente a colture economicamente più vantaggiose, come l’olio di palma, impiegato sia nell’industria alimentare sia nella produzione di biocarburanti I paesi produttori cercano di tenere il passo, ma complici diversi fattori la produzione è calata esponenzialmente. Questi effetti sono stati riscontrati principalmente in Costa d’Avorio e Ghana, veri paradisi del cioccolato, dove viene prodotto più del 70 per cento del cacao mondiale. Negli ultimi anni a causa della carenza di piogge e della siccità crescente e del diffondersi di una malattia fungina (la frosty pod) la produzione globale di cacao è diminuita circa del 40-45%. Non va meglio nemmeno in Indonesia, terzo produttore al mondo di cioccolato. Nonostante i grossi investimenti governativi nel settore, anche qui gli alberi sono stati colpiti da un particolare tarlo delcacao. E così anche loro importano le fave della costa d’Avorio per soddisfare la domanda interna, che cresce a


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un ritmo del 20% (in base ai dati dell’Indonesian Cocoa Industry Association). Al deficit di cioccolato contribuisce anche la crescente popolarità del cioccolato fondente ed extrafondente, più adatto alle diete ipocaloriche e salutiste, che contiene però più cacao delle normali bar-

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rette in circolazione: una tavoletta normale contiene in media circa il 10% di cacao, una di cioccolato fondente o extra fondente ne contiene spesso più del 70 per cento. Per tutti questi motivi, secondo il Wall Street Journal, i principali produttori di cioccolato come Nestlé o Mars Inc. si troveranno presto a dover fare delle scelte: aumentare a

loro volta i prezzi, ridurre le dimensioni delle loro barrette, cercare alternative al cacao o modificarne la qualità trasformandoli in “prodotti a base di cacao.”

Collegio Lettera aperta a proposito di un collegio di merito Giano Bifronte Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Humbert Humbert LETTERA APERTA A PROPOSITO DI UN COLLEGIO DI MERITO Pubblico gentile, circostanze gravi chiamano te a giudicare, o Norma, Metro, Bilancia dei fatti del quotidiano. Come saprete sono tempi difficili, tempi scettici; tempi di scelte, ed una scelta richiede oculata capacità. Io sono come voi – amo la tranquillità, la solida routine, lo sdraiarmi sul letto a contemplare gioioso il soffitto – e come voi ho le mie piccole, solide certezze (il mio tetto, il mio letto, questa penna con la quale scrivo), delle quali non posso proprio fare a meno. E mi chiedo veramente, con tutti i problemi che devo affrontare per arrivare alla fine della mia giornata, se non ci fossero, dove andrei a sbattere la testa. Ma ci sono altri che non hanno la stessa fortuna. Altri che non possono contare su un tetto stabile. Altri che non possono sdraiarsi sopra il proprio letto, perché manca loro il materasso. Davanti a questi racconti, il mio cuore è gonfio di sdegno e i miei occhi traboccano di pianto. Accade in Africa, direte sbadigliando. Debbo correggervi: in Italia. Alluderai ai barboni, allora, e vedo che alcuni di voi si sono già drizzati sulle sedie. E invece no! Sono studenti quelli a cui accade! Ah, vedo che mormorate tra voi e vi guardate l’un l’altro. Adesso comincerete a capire il mio stato d’animo – che è uguale al vostro. Il vostro sguardo allarmato riluccica come petardi. Sono studenti universitari quelli costretti a passarsela così male – studenti paganti; ma lo scandalo, il male – vedete come sono concitato – è nulla in confronto a

ciò che sto per dirvi: questo succede in un collegio di merito! Con tanto di selezione per entrare! A rigore, lì dovrebbe trovarsi solo la crème de la crème del nostro futuro! E invece? È un covo di bruti, facinorosi prepotenti! L’ho visto, io sono testimone dei fatti! Docce al brodo di pollo, frustate, giacigli a terra ben poco estemporanei, e altro ancora! Com’è possibile? Chi lo permette? – Curiosi? Furiosi? Vi ho ridestati, dunque! La mia narrazione sazierà la curiosità ma farà divampare l’ira. N.O.I (Noi Onesti Italiani) non tolleriamo queste ingiustizie. N.O.I. non tolleriamo il voltagabbana, né tantomeno ci sussurriamo rancori alla stregua di cospiratori – NOI non abbiamo paura di alzare la voce, se è in nome di Giustizia, di Amore e di Madonna Apprensione. C’è un gioco perverso in atto, e NOI pubblico indignato siamo pronti per giudicarlo! Lasciate allora che mi presenti: sono una persona dabbene e di un certo gusto. Come vedete indosso una maschera: questa è per prevenire spiacevoli ripercussioni sulla mia persona. Notate poi che ho un secondo volto, dietro la testa: questo è sia per avere una visuale più tonda sui fatti, sia per controllarmi ancora meglio alle spalle. Piacere quindi, mi chiamo Giano Bifronte, non sono uomo né donna, vedo sia avanti che indietro, e apro le porte in caso di guerra. Potete tranquillamente fidarvi della completezza di uno con due facce. Sono qui nella doppia veste di documentato testimone e diligente segretario. V’istruirò e raccoglierò i vostri giudizi. Oh, ma che sbadato, ho forse dimenticato la cosa più importante: i fatti! È noto, di questo collegio, l’alto standard valoriale cui si fa sostenitore e difensore, l’eccellenza che promette per chi esce, le svariate attività formative che propone. Ebbene però, va detto che un elemento o due sono taciuti alla maggior parte degli avventori.

Non spiegano mai, ad esempio, che c’è una gravosa tassa d’ingresso da pagare per i nuovi arrivati. Quanto gravosa può essere una tassa? Mille, duemila euro? Non saprei, signori: quanto pesa il sangue? Perché è questa la valuta con cui si paga! Appena entrati, giusto un mese dopo l’arrivo, le nuove leve vengono presi e barbaramente offesi nel corpo e nell’animo, calpestati, trucidati attraverso un rito abominevole e pagano: tale rito, beffardamente, è indicato col nome di Immatricolazione – che tra l’altro, solo da poco si è svolta, quest’anno con eccezionale violenza, rivelando al mondo il volto nascosto di questa orribile macchinazione! Cosa non ho visto in quella infausta notte (notate, quando cala il sole: prima i vampiri non escono)! Erano in gruppo e loro – gli aguzzini –li portavano tranquillamente al passeggio per la città con i guinzagli! Coltelli e fruste, ferri incandescenti e coppe di acqua bollente che giravano! Un flessibile! Ed un arco con le frecce! Io stavo in disparte con le mani sul viso, ma ciò non m’impediva comunque di vedere – la sfortuna di avere quattro occhi – e terrorizzarmi alle risate folli dei gerarchi. E come ho pianto, alla vista di questi ragazzini che pulivano i pavimenti inondati di sudore e lacrime e le pareti chiazzate del loro stesso sangue! A tal punto si spinge la perversione di queste ignobili fogne! – e questo per quanto riguarda i maschi, poiché sì, si tiene conto della distinzione tra i sessi per queste iniziative – per scegliere al meglio le armi che per l’uno e per l’altro sono causa di maggiore dolore, affilarle con accortezza e affondarle con precisione! Le povere fanciulline sostano in piedi per tutta la notte su una gamba sola, pesi a mani e caviglie, senza ovviamente possibilità di appoggio (il gusto, altrimenti?), e sono costrette ad ingerire schifezze per tutto il tempo, guardando film che furono banditi ancora prima che uscissero! Richiedono loro di fornire i particolari della propria vita più intimi e segreti, per poi scriverli a caratteri cubitali su volantini e spargerli per tutta


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la città! Esistono, come avrete intuito, o giudici, diverse terre di umiliazione e annichilimento, che, vi posso confermare, sono state esplorate in lungo e in largo negli anni. Ma hanno pagato, allora, il peggio è passato. No! Non si finisce mai di versare sangue! Questa ferita non si ricompone, poiché ogni giorno, ogni ora c’è la possibilità di venir presi. Cito soltanto alcuni exempla: un ragazzino ha rovesciato per sbaglio un bicchiere sul tavolo, peraltro con un livello bassissimo d’acqua all’interno, ed ha dovuto asciugarlo con le labbra, mentre i compagni lo tenevano a testa in giù; un altro ha lasciato la luce del bagno comune accesa una sera prima di coricarsi, e s’è trovato al risveglio piegato nel gabinetto; una ragazza si è permessa di esprimere la propria idea nell’assemblea (suprema rappresentazione democratica) e le hanno appeso lenzuola, biancheria, vestiti e persino i libri (mistero della fisica) su un filo sospeso tra le due residenze (supremo mistero dell’ingegneria). E questa è solo una selezione! Ma, caro pubblico, non dovete essere sconcertati, perché quando vi dirò quel che segue, capirete che ciò è la semplice manifestazione della loro natura: c’è nella loro voce

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un gioco perverso, il rinculo di una consapevolezza sopita (sopita forzatamente, l’avrete capito, sotto cumuli di materassi e doghe!) che, in questi giorni, si svela. Basta, diciamo! È tempo per questa Maya di perdere anche l’ultimo dei veli: e il mio sdegno furibondo in realtà ha già in prima istanza colto questa nota muta e sordida nella fera voce degli studenti di codesto assurdo loco: “HUMILITAS!” urla la voce di questi, “Umili”, si dicono – e loro lo sanno, il perché sono umili: perché sono dei vermi, e i vermi strisciano nell’humus, nella terra! Non esiste prostrazione più profonda, né sentimento più basso di questo: sono umili nella terra, e vogliono umiliare chi non è come loro, trascinandolo nel fango! Siamo dunque giunti al punto. Pubblico, qui finisce la mia esposizione per fare entrare in gioco voi: vi sembra giusto mantenere un luogo simile di sevizie? Giudicate con calma! Nel frattempo mi ritaglio un piccolo a parte con alcuni di voi, perché so che in questa platea ci sono pure alcuni di questi terribili soggetti! State pure seduti, vengo io a prendervi - Ragazzi, è con sommo diletto che finalmente posso rivolgermi a voi. La mia persona non mi ha mai concesso

la grazia di una posizione tanto favorevole come adesso – e io, Giano, ho deciso di approfittarne. Suonerà strano da una tale maschera pronunciare queste parole (ma in fondo cosa siamo se non maschere?), però io sorseggio un tè al ginseng sulla mia grossa poltrona indossando un gonfio pigiama blu e getto su carta invettive che potranno offendervi, e non reputo colpa la mia doppiezza, ma un riflesso della natura dei tempi. Quindi, cari mostri, è con gioia che io vi annuncio lo scoccare della mezzanotte, la vostra ora amena, il momento in cui vi rivelate, per imprimere il vostro marchio sui più piccoli. Tante mostruosità furono perpetrate, per creare una singola, semplice, bellezza: preservatela, contro tutto e contro tutti, mi raccomando. – Ebbene! Il pubblico ha deliberato? Sì! Si è giunti ad una decisione! Il verdetto è…

Parola alle commissioni: Musica Michela Parutto & Luca Lovato “Senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette.” Credo che se sostituissimo la frase “pagare le bollette” con “presentarsi agli appelli”, il caro buon vecchio Frank Zappa avrebbe colto appieno la motivazione principale che spinge le persone ad entrare in Commissione Musica. Il nostro gruppo è composto da ragazzi che, motivati dalla grande passione per la musica, si mettono a disposizione per realizzare e coordinare alcuni eventi fondamentali della vita mazziana. La nostra attività inizia nel periodo dei pandori e delle cioccolate calde, con il tradizionale Concerto di Natale presso l’Auditorium del Collegio. È un momento di riavvicinamento tra le residenze: in un clima di serenità e di “respiro” – con la consapevolezza del fatto che le vacanze sono alle porte – il concerto dà la possibilità di trascorrere una gradevole serata senza sentire sulle spalle il minaccioso

peso accademico. Ogni anno cerchiamo di arricchire l’evento con appetitose novità: no, non ci stiamo riferendo allo spogliarello di Gino, quanto piuttosto ai dolci premi della Tombola che intervalla le varie esibizioni. Attraverso l’organizzazione di questa serata, vogliamo dare la possibilità ai ragazzi collegiali di recuperare le proprie passioni musicali e di trasmetterle ai compagni. In breve: non potete mancare, che siate esperti musicisti o che vogliate competere con le botte di culo di Marta Lonardi. Il secondo periodo dell’anno, la Commissione è impegnata con l’allestimento di un elegante concerto di musica classica: I Musici Mazziani. Di anno in anno abbiamo lavorato per valorizzare sempre più questo evento e, nell’ultima edizione, introducendo un momento finale di confronto e di convivialità, è stato riscontrato un incremento di partecipazione. Siamo soddisfatti dei risultati ottenuti, ma il merito è soprattutto degli artisti che – approfittando del raffinato pianoforte a coda prenotato per l’occasione – ad ogni spettacolo sanno

trasportare il pubblico sulle note di Bach, di Mozart e di Beethoven. Esperti o neofiti del genere: quella sera non troverete solo un modo per conciliare il vostro sonno! I Musici rappresentano un’occasione profonda per rilassare la mente e aprire il cuore nella calda e suggestiva Chiesa di Sant’Antonio Abate. Essere della Commissione Musica non significa solo rendersi disponibile per organizzare due “semplici” eventi annuali: ciò che per noi conta è il modo con cui gli obiettivi vengono raggiunti e, soprattutto, l’entusiasmo che ci lega nella speranza di ottenere risultati gratificanti per noi, quanto per il nostro pubblico.


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Rubriche On the move Matteo Guardamagna Di una cosa ero fermamente convinto prima di partire: mai e poi mai mi sarebbe mancata casa. Ero pronto a vivere Londra al massimo e sfruttare al meglio le occasioni offerte dalla UCL, uno dei migliori centri di ricerca al mondo per le Neuroscienze. Mi sono presto accorto di avere totalmente torto. Le prime settimane sono state difficilissime, anche il più semplice problema appariva come un ostacolo insormontabile: organizzare la nuova casa, aprire un conto in banca, pagare le bollette, pensare a cosa mangiare a pranzo e cena, conoscere il quartiere ed i mezzi di trasporto, fare regolarmente la spesa, procurarsi una nuova SIM e via dicendo. I serratissimi ritmi di lavoro in Laboratorio e la responsabilità di portare avanti un importante progetto di ricerca, non hanno fatto altro che rendere quest’inizio di avventura ancora più complicato. Faticavo terribilmente ad organizzare le mie giornate al di fuori degli orari di lavoro e dei doveri da portare a termine: mi sono

letteralmente sentito inghiottito da Londra e dai suoi ritmi di vita. Nonostante i contatti giornalieri con famiglia e amici, percepivo una fastidiosa sensazione di smarrimento – come un naufrago in balia delle onde. La situazione è cambiata radicalmente quando ho realizzato che tutto ciò è una parte essenziale del cambiamento. È importante sviluppare l’abilità di ritagliarsi i propri spazi e divertirsi. Il più grande consiglio che posso darvi è il seguente: non limitate le vostre esperienze. Siate propositivi, sempre diposti a conoscere nuove persone e a cogliere al volo le occasioni che vi si presentano - anche se vi sentite particolarmente timidi, stanchi o asociali. Quando viaggiate unite al duro lavoro la capacità di intessere relazioni con persone provenienti da ogni parte del mondo, con differenti culture e modi di pensare. Conoscerete così persone molto più intelligenti di voi, che hanno girato fin troppo il mondo e ne hanno viste di tutti i colori. Mantenete ben attivi i contatti con queste persone e non abbiate paura a chiedere consigli e intavolare disussioni. Soltanto in questo modo potete crescere ed avvicinarvi ad essere “cittadini del mondo”.

So benissimo che queste parole possono sembrare estremamente scontate, degne di un libro di Fabio Volo, ma il rischio di isolarsi e sentirsi smarriti è sorprendentemente alto quando si va a vivere da soli in una grande città come Londra. Parlo per esperienza personale. In poco più di due mesi sono passato dal vivere solo casa-laboratorio a partecipare a conferenze in giro per Londra, organizzare eventi di raccolta fondi e giocare a calcetto con scienziati e ricercatori che osannavo durante la triennale e la magistrale. Tutte queste storie di vita, cosi come gli aspetti più noiosi della mia ricerca in laboratorio, credo siano decisamente meno importanti delle sensazioni di pancia - gut fellings –che ho tentato di esprimire, seppur malamente, in queste poche righe; nella speranza che possano essere una spinta a viaggiare per alcuni e un aiuto per molti.

La spada di Damocle Nico Giannizzari C’era una volta un simpatico paese delle meraviglie. Nel simpatico paese delle meraviglie c’era un simpatico pastore che lavorava il giusto, nè troppo nè poco. Quella domenica lì ,infatti, nel simpatico paese delle meraviglie il simpatico pastore se ne stava a casa con i suoi figli e la sua piccola moglie. Tuttavia, all’improvviso al simpatico pastore venne voglia di un piccolo bicchiere di latte ed esclamò : “Massì vado un’oretta in campagna e riempio un bel recipiente di latte solo per questa simpatica domenica”. Uscì di casa e si diresse in campagna, arrivò e ci lavorò un’ora, riempiendo un bel recipiente di latte. Poi andò via dalla campagna e si diresse verso casa, incontrando nel tragitto il simpatico macellaio del simpatico paese delle meraviglie che, nonostante fosse domenica , si stava dirigendo anche lui al lavoro. Il simpatico macellaio disse al simpatico

pastore: “Ma cosa stai facendo , torni a casa da tua moglie senza una bella bistecca di carne? La vorresti una costata?” . “Magari”disse il simpatico pastore - “Ma come faccio a pagare se son povero?” . “ Mi dai un bel recipiente di latte in cambio di una bella bistecca di carne “- disse il simpatico macellaio-. “ Va bene!” - esclamò il pastore - “ Ma se ti do il mio recipiente di latte io rimango senza latte, solamente con la carne”. “Sciocco” - fu la risposta secca del simpatico macellaio - “ Il simpatico paese è un simpatico paese borghese, si lavora per produrre e più produci e più consumi, produci e consumi”. “ Ho capito” - annuì il simpatico pastore- , che nel frattempo fece ritorno nella sua angusta campagna dove riempì un altro recipiente di latte, lavorando un’altra ora. Dopo ben tre ore di lavoro andò via dalla campagna con un nuovo recipiente di latte e si recò dal simpatico macellaio che in cambio gli diede una bella bistecca di carne. Molto felice del lavoro svolto, il

simpatico pastore intraprese la strada verso casa portando sottobraccio il suo latte e la sua carne. Lungo la strada, tuttavia, si imbattè nel simpatico cappellaio che , nonostante fosse domenica, aveva anche lui la sua bottega aperta. Allora il simpatico cappellaio disse al simpatico pastore :” Ma cosa stai facendo, mangi carne e bevi latte e non porti nemmeno un piccolo cappello? Lo vuoi questo con il fiocco? “. “Magari” - disse il simpatico pastore - “Ma come faccio a pagare se son povero?”. “Me lo paghi con il latte e la bistecca che c’hai sottobraccio.” - disse il simpatico cappellaio - . “Va bene!” - esclamò il simpatico pastore - “ Ma se ti do il mio latte e la mia carne in cambio del cappello, io resto senza latte e senza carne, solamente col cappello! “. “ Mannò!” - disse il simpatico cappellaio - “Il simpatico paese è un simpatico paese borghese, si lavora per produrre e più produci e più consumi, produci e consumi”. “Va bene allora...” - disse il simpa-


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tico pastore che, nel frattempo fece ritorno nella sua angusta campagna, lavorò un altro paio d’ore, riempì altri recipienti di latte per ricomprare la bistecca dal macellaio e quindi si recò di nuovo dal cappellaio con la bistecca e con il latte che aveva prodotto per prendersi in cambio un piccolo cappello. Molto felice del lavoro svolto dopo una mezza giornata di lavoro, il simpatico pastore nel suo simpatico paese intraprese la strada verso casa col suo latte, la sua bistecca e il suo cappello. Quella domenica, però, incontrò per strada il simpatico sarto del simpatico paese delle meraviglie che, nonostante fosse domenica, aveva anche lui aperto il negozietto. Il simpatico sarto fermò il simpatico pastore e gli disse: “ Buongiorno simpatico pastore, vedo che anche tu sei diventato un benestante ormai! Ora che possiedi cibo e cappello, perchè continui ad andare in giro come un barbone, con quei vestiti puzzolenti e sporchi di lavoro? Non lo vorresti un bell’abito nuovo? “. “ Magari” - rispose il simpatico pastore - “ Ma come faccio a pagare se son povero? “. “ Molto semplice , mi dai il tuo latte, la tua bistecca e il tuo cappello e in cambio io ti faccio un bel vestito nuovo” - disse il simpatico sarto-. “ Ma se io ti do la mia carne, il mio latte e il mio cappello “-disse il simpatico pastore- “io poi torno a casa vestito bene , ma rimango a stomaco vuoto “. “Ingenuo” - gli

Nadir, Nov. 2016

rispose il simpatico sarto- “ Il simpatico paese è un simpatico paese borghese, si lavora per produrre e più produci e più consumi, produci e consumi”. “Certo, signor simpatico sarto!” - gli rispose il simpatico pastore , che, nonostante la mancanza di forze, nel frattempo si recò nella sua angusta campagna e ci lavorò un’altra mezza giornata , riempiendo altrettanti recipienti quanti ne sarebbero serviti per poterli dare al sarto , per poter comprare il cappello e la bistecca. E, finalmente, dopo un’estenuante giornata di lavoro fece ritorno nella sua simpatica casetta. Stanco, si mise seduto vestito perbene e cominciò a mangiare. La moglie gli disse: “ Ma come , dovevi star fuori un’oretta e sei stato via una giornata intera? E ora mangi pure da solo? Lo sai che chi mangia da solo si strozza? Dammi almeno un bicchiere di latte “. “No!” - esclamò il simpatico pastore- “ Non voglio darti un bicchiere di latte, tu sei mia moglie e devi avere anche tu la tua parte di latte e di carne, oltre a un simpatico cappello e un bel vestito nuovo” . E così il simpatico pastore abbandonò tutto quanto e tornò a lavorare nella sua angusta campagna. Ci lavorò tutta la notte e, la mattina seguente, fece ritorno a casa con un recipiente di latte, una bistecca, un cappello ed un vestito nuovo anche per lei. Era stanco morto e si mise a letto senza mangiare. Allora era stanco morto , ma qualche ora

dopo era morto soltanto. Tant’è vero che la moglie si svegliò , lo trovò morto , fece una piccola telefonata e arrivarono a casa sua un simpatico prete e un simpatico becchino . Il simpatico becchino disse : “ Dobbiamo metterlo sottoterra, fargli il funerale al camposanto.” “Dobbiamo fargli la messa “- aggiunse il simpatico prete- “ Certo che voi siete benestanti, c’avete da mangiare, da bere e siete vestiti bene”- continuò il simpatico prete. “Pure a noi piace mangiare , bere e vestirci bene”- continuò il simpatico becchino- . E allora la simpatica moglie comprese tutto: uscì fuori di casa per andare a lavorare nella loro angusta campagna. Mentre percorreva la strada del simpatico paese delle meraviglie, la simpatica moglie intanto osservava che si muovevano e andavano a lavoro tanti piccoli fornai, sarti, osti, impiegati, operai, casalinghe, soldati, maestre. Insomma era un’altra simpatica giornata nel simpatico paese delle meraviglie . Intanto la radio e la televisione dicevano : “ Più produci e più consumi” . Sul giornale invece c’era scritto . “ Produci, consuma”. Ne è valsa veramente la pena?

carsi in un meravigliato e infantile stupore: avevamo davanti degli animaletti piccoli, pelosi, che con le zampette strette attorno alle colonne di legno della tettoia rimanevano immobili, a fissare questi nuovi arrivati. Qualche momento di attesa, ed ecco arrivarne altri due, cinque, dieci! I musetti curiosi bramavano succulenti regalini, e i ciuffi bianchi sul capo fremevano dalla curiosità. Avevamo davanti numerosi esemplari di Uistitì dai pennacchi bianchi, una piccola specie di cebo caratteristica dell’America latina e molto ben adattabile alle zone urbanizzate. Padre Antonio, pienamente conscio della nostra smania di avvicinarci ai frugoletti, ci fece strada fino alla cima di una scala esterna, vicina ad uno degli alberi favoriti dai piccoli primati. Ad una ad una ci consegnava delle caramelline, che ammorbidivamo tra le dita per poi imboccare gentilmente gli uistitì. Ci colpirono, tra tutto, la morbidezza delle zampette minute che dalle nostre mani afferravano il cibo, e gli occhi grandi e indagatori che studiavano

la novità dei visitatori. In quei contatti si riviveva una sorta di incontro di lontani cugini, uno più viaggiatore, nato in Africa e da lì allontanatosi alla continua scoperta del mondo, ed uno più legato alla vita sugli alberi e alla dieta di frutta, per noi ormai ricordi di una culla antica. Una meraviglia per un cuore di biologa, che in queste righe l’ha rivissuto e riscoperto.

Stranimalia Goldfish Era una soleggiata mattina di agosto. Dopo aver percorso una lunga strada che taglia di netto le distese coperte solo di qualche albero e molti cactus, giungemmo nei pressi di una casupola che si sporge sul lago di Petrolândia. È talmente circondata e sommersa dalle piante, di mango, banana, orchidee e palme che quasi faticavamo a vederne i confini. “Aqui estão os micos”, ci aveva preannunciato un po’ sovrappensiero padre Pedro Paulo, “Qui ci sono le scimmiette”. Forse ce n’eravamo anche dimenticati, approssimandoci a questo regno del verde in cui viveva padre Antonio. Forse non ci stavamo pensando, mentre in un melodico portoghese-italiano annunciavamo la nostra presenza. Forse proprio per questo i nostri occhi non riuscirono a interpretare subito quel guizzo rapido di coda, accompagnato dal frusciare sopra le nostre teste. Ma ecco in un attimo la consapevolezza farsi avanti, e i nostri occhi spalan-

(Foto di Anna Paola Capriulo)

Nadir novembre 2016  

La rivista degli studenti mazziani di Padova

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