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SOMMARI O NN. 16-17 In copertina: Ghirlandaio - Natività

ANNO XI Registrazione Tribunale di Palermo N.17 / 2000

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EDITORIALE

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A TU PER TU

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ATTUALITÀ

Giovani con futuro? di Serena Termini

DIRETTORE EDITORIALE: GIACOMO RIBAUDO

Il banchetto delle nozze dell’agnello di Giacomo Ribaudo

DIRETTORE RESPONSABILE: SERENA TERMINI REDAZIONE: G. Bonanno, E. Ghezzi, F. Giorgianni, G. Gonzales,

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P. Turturro, F. Verruso.

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IMMAGINI A CURA DI

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Di lavoro si muore di Fabio Sortino I LETTORI CI SCRIVONO

il 20 Dicembre 2010 alle ore 13.00 DIREZIONE REDAZIONE AMMINISTRAZIONE

Via Magione, 44 - Palermo Tel. 091.6177936 - 334.9647256 Fax 091.6175215 regina.coelorum@virgilio.it www.cntn.it www.teleregina.it IMPAGINAZIONE

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COMPOSIZIONE GRAFICA

di Francesco M. Scorsone

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DEGRADO

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CULTURA

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ARTE

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LIBRI

La Vucciria agonizzante di F. S.

Il David della libertà di Giovanni Bonanno

Duomo di Monreale di Saverio Ferina

Gianrico Carofiglio. La manomissione delle parole di Francesco Virga

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Sicilia di nessuno di S. T.

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PERSONAGGI

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DEVOZIONI

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SPAZIO DI FEDE

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Il culto di S. Marina di Scanio di Giuseppe Longo

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Un poeta da ricordare: Vincenzo Cardarelli di Giovanna Gonzales

STAMPA

Copygraphic s.n.c.

La lettera di Mimmo Scapati

Mario Monicelli un gigante figlio

GIOVANNA GONZALES

Questo numero è stato chiuso

Bando allo stalking di Francesco Giorgianni

Anche i “grandi” sognano... di Paolo Turturro

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La lettera di Antonella Castello e Maria Concetta Di Chiara

www.copygraphic.it

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PIANETA LAVORO

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PALINSESTO

L’attività e la collaborazione a qualsiasi titolo sono fornite gratuitamente

Un settimanale “nuovo” per la tua formazione religiosa e culturale Abbonamento sostenitore euro 50 Abbonamento fuori Palermo euro 60: Europa euro 80 Paesi Extracomunitari euro 90 c/cp n. 12372983 intestato ad Associazione CNTN oppure Monte dei Paschi di Siena Filiale di Villabate IBAN IT 78L01030 43730 000000002944 Per informazioni chiama la redazione: 091 6175215 - 091 6177936


IL BANCHETTO DELLE NOZZE DELL’AGNELLO

a tu per tu

CONCILIO ACCOLTO / CONCILIO TRADITO

di Giacomo Ribaudo

1. La Liturgia è il banco di prova e il termometro per misurare la fede e il vissuto di una comunità. Il primo documento approvato dai Padri del Concilio Vaticano II è stato proprio quello sulla Liturgia e sui suoi contenuti, i Padri conciliari sono stati poi costretti a misurarsi, perfino quando si è trattato di decidere su temi e problemi importanti e scottanti riguardanti l’essere e l’operare della Chiesa nelle costituzioni successive riguardanti la Chiesa stessa, la Divina Rivelazione e il rapporto fra la Chiesa e il mondo. 2. La riforma della Liturgia apportata dal Concilio è risaputo che non si è limitata alla traduzione dalla lingua latina alle lingue parlate moderne o all’altare girato in modo da mostrare meglio al popolo di Dio, non tanto il volto

del prete-presidente, quanto la bellezza del mistero che viene celebrato e contemplato della misteriosa trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. È tutta la concezione della partecipazione del popolo che è stata rivoluzionata. La tragedia è che ancora c’è chi mette in dubbio non solo l’opportunità, ma la legittimità di tali innovazioni, vedendo nella lingua parlata una forma di profanazione e nell’altare rivolto al popolo una “mortificazione” e una devalutazione del sacrificio della croce da parte di Cristo. La motivazione sarebbe che l’altare è il luogo del sacrificio e senza altare con una forte connotazione verticale-ascensionale tutto verrebbe “appiattito” e banalizzato”. Ci si dimentica però che Cristo, per lasciarci la “Memoria” del suo Sacrificio sulla Croce ha celebrato un banchetto con tanto di consumazione di cibi vari e dell’agnello, con ben quattro coppe di vino bevuto da tutti i commensali, forse compreso Giuda. Memoria dell’Immolazione cruenta di Cristo può e deve essere la vita quotidiana dei cristiani, fuori del tempio, nella crocifissione del coinvolgimento nella storia, nella compromissione con i poveri e gli oppressi, nella denuncia nei confronti di chi dovrebbe esercitare il potere per sollevare e liberare i poveri dalle loro oppressioni e li costringe a sopportare altre forme di oppressioni. Nella presa di distanza da chi non esercita il potere per difendere i deboli dai prepotenti, gli sfruttati dagli sfruttatori, gli strozzati dagli usurai, i torturati dai torturatori, i truffati dai truffatori, le vittime dai carnefici; ma il potere politico che si allea con il potere sociale ed economico, per offrire ai poveri non una liberazione una garanzia e una speranza, ma un’addizione di crudeltà. Quando S. Policarpo, intorno all’anno 107 d.C. scrisse che le vedove sono “l’altare di Dio” intendeva mostrare la sacralità della vita di ogni cristiano, quando tutto ciò che compie è compiuto sotto il segno dell’amore e dell’immolazione per aiutare i fratelli a redimersi da ogni forma di schiavitù, a cominciare da quella dei propri peccati. L’altare più vero perciò è quello della continua a pagina 4

Tiziano - Ultima cena

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a tu per tu continua da pagina 3

vita e a nulla servono gli altari delle chiese, per quanto artistici e altamente simbolici possono essere, se non sono preparazione anticipazione o sbocco naturale di un altare che è il proprio corpo e quello della Chiesa intera già immolato a Dio ogni giorno nella propria storia personale e comunitaria. 3. Ancora oggi, a quarantacinque anni trascorsi dalla chiusura del Vaticano II, ci tocca vedere, specie nei giorni feriali, preti che proclamano da sé le letture, che fanno da ministranti a se stessi, a volte perfino da cantori, se non azionano dall’altare stesso un interruttore che inserisce un canto registrato, distribuzione dell’Eucaristia solo sotto la specie del pane praticamente sempre… Per non parlare dei cori relegati nel soppalco dell’aula di culto o in fondo al presbiterio, laddove il coro deve essere, per vocazione, gruppo mediatore fra i ministri ordinati e non ordinati che officiano all’altare, o comunque dentro il presbiterio, e la rimanente parte dell’assemblea. Il coro non esiste per belle esibizioni impossibili a eseguirsi dall’assemblea, ma per l’animazione del canto… Taccio sulla preparazione, sui contenuti e sulla forma di comunicazione di tante omelie perché è un argomento su cui spesso si torna. 4. Vero è che la celebrazione dei Battesimi durante la Messa domenicale comunitaria è dalle rubriche solamente suggerita, ma è altrettanto vero che i parroci che da tempo immemorabile li celebriamo durante la Messa domenicale e comunitaria vediamo che frutti abbondanti ne derivano. Tutt’al più si potrebbe una volta al mese creare una Celebrazione Eucaristica apposita per i Battesimi, mai lasciando cinquanta o cento persone senza Messa domenicale, compresi i fedeli che ricevono l’Eucaristia ogni giorno. Perché la celebrazione dei Battesimi avviene in uno squallido pomeriggio domenicale senza Eucaristia senza canti senza comunità, praticamente senza gioia. Mai va data agli invitati a una Liturgia l’impressione che la vera festa è quella del ristorante perché in chiesa non si è in grado di creare un’atmosfera di gioia profonda e di festa esaltante.

5. Ciò vale, evidentemente, anche per i Matrimoni. Si constata infatti, che dopo il Concilio, in molte chiese nulla è cambiato nelle celebrazione delle Nozze. E questo per la proclamazione delle Letture, per il servizio della S. Messa, per la quasi totale assenza alla celebrazione del Sacrificio Eucaristico da parte dell’assemblea che, non appositamente coinvolta, rimane muta e spesso distratta. La raccomandazione poi che sento fare a molti confratelli di non accostarsi alla Comunione se non ci si è confessati da poco tempo mi lascia molto perplesso. È come se il papà della sposa raccomandasse in sala di non mangiare a tutti quelli che ancora non hanno portato il regalo agli sposi. Anche perché, e qui tocchiamo un altro tasto, trovare un prete disponibile per le confessioni è difficile oggi come era difficile nel 1942 trovare un chilo di pane fresco o un chilo di carne. Sarà “antiliturgico”, ma era meglio prima del Concilio quando, anche durante la Messa, trovavi facilmente un prete che ti riconciliava con Dio. E ancora esistono preti che preparano due sole particole per i soli sposi, con la scusa che non si sa se gli altri sono o no confessati. 6. Ma ciò che maggiormente addolora nelle Celebrazioni liturgiche è la quasi totale assenza del sapore e dell’odore della vita quotidiana del tempo e del luogo della celebrazioni, sia perché, a parte la lingua, una Messa è identica a Palermo, come a Napoli o in Canada, in Australia o in Messico, in Bosnia come in Senegal. Una Messa senza nulla di particolare del posto e del tempo in cui viene celebrata è una Messa disincarnata. Bellissima quanto mai, ma inaccostabile perché del tutto incomprensibile e non fruibile. Abbiamo molto da rinnovare e da riformare. Mancano gli operai. E molti di quelli che ci sono vanno al lavoro in bicicletta o a piedi e mietono ancora con la falce e arano con i buoi. Magari ammazzandosi. Ma intanto il mondo cammina a ben altre velocità… È il mondo che si allontana da Dio, o i ministri di Dio che allontanano un Dio che forse non è il loro dal mondo che resta di Dio?

LA DIREZIONE E LA REDAZIONE DI CIELI NUOVI TERRA NUOVA AUGURANO AI LETTORI UN SANTO NATALE ED UN FELICE ANNO NUOVO 4

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GIOVANI CON FUTURO?

editoriale

Aiutiamo i giovani ad avere ancora fiducia nel futuro di Serena Termini

l futuro li preoccupa e hanno paura di crescere. Si immaginano adulti fra mille problemi e difficoltà. Finiscono per avere una visione preoccupante e preoccupata della giovinezza che diventa però una parentesi spensierata della vita destinata a chiudersi presto. È questo l’identikit dei giovani tracciato dal report della BCC Don Rizzo, presentata nei giorni scorsi a Palermo. L’indagine, coordinata dalla dott.ssa Mariangela Grimaudo con la collaborazione di sette psicologi, è stata condotta, nel 2010 su un campione di 1022 giovani residenti nel territorio di Palermo (54,7%) e Trapani (45,2%) e di età compresa tra 17 e 20 anni. L’obiettivo della ricerca è stato quello di individuare le caratteristiche principali, nonché i bisogni inconsci e rilevanti del mondo giovanile per progettare prodotti e servizi vicini alle loro necessità, aiutandoli a superare le barriere psicologiche e culturali che ne condizionano a volte un sano sviluppo. Sembra che i giovani abbiano ereditato in pieno la visione pessimistica degli adulti. Non a caso sognano solo un lavoro stabile. Sono ben lontani dalla spinta a progettare un futuro diverso tipico dell’esuberanza adolescenziale. Ma se i numeri parlano chiaro, a crescere sempre più dovrebbe essere l’impegno di noi adulti nel cercare nuove strade per capirli ed orientarli ad avere di nuovo fiducia in un ‘futuro possibile’. “Dallo studio emerge un quadro giovanile in chiaroscuro; si evince, in particolare, che i ragazzi oggi hanno paura di crescere, ma nello stesso tempo sono pienamente consapevoli che, in una società sempre più anziana, gli adulti non hanno spazio e tempo da dedicare a loro – sottolinea Carmelo Guido, direttore generale della Banca Don Rizzo -. Sono consapevoli che vivranno una condizione peggiore di quella dei loro

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genitori in una sorta di prospettiva retroamara. Vivono una sorta di concretezza negativa senza più sogni e non hanno alcuna certezza del futuro. I ragazzi però sono oggi più maturi di quanto si possa immaginare, proprio per questo occorre in primo luogo riconoscerne il merito, puntando alla loro formazione culturale ed economica al fine di fare crescere il senso di responsabilità, motivandoli e riconoscendo loro degli spazi di autonomia”. I giovani sognano soprattutto un lavoro e una famiglia: il 30,1% sogna una realizzazione lavorativa e il 15,7% un lavoro stabile, il 16,1% una famiglia e l’11,6% il successo. Una situazione che condiziona anche il rapporto con il denaro. Se da un lato, infatti, i giovani vedono in esso un importante mezzo per vivere bene ed avere un posto nella società, dall’altro, il denaro sembra accessibile solo ai ‘fortunati’ e ai ‘corrotti’, dunque slegato dalle capacità del singolo di guadagnarselo. Lo sforzo di noi adulti allora deve essere soprattutto quello di riuscire a fare capire loro che possono ancora essere artefici del proprio destino. I ragazzi chiedono anche maggiore trasparenza e informazione nel rapporto con le banche. Descrivono gli istituti di credito come soggetti utili per l’accesso al denaro ma aggiungono tre aggettivi: lontani, freddi e incomprensibili. “Umane” sono, invece, le banche di Credito Cooperativo che sono quelle che piacciono di più ai giovani perché capaci di rispondere al bisogno di affiliazione e di formazione emerso a gran voce nelle risposte dei ragazzi. La cooperazione viene vista dai giovani soprattutto come solidarietà, sfugge loro la sua sfumatura imprenditoriale. Sulle banche primeggia la visione funzionale, molto depersonalizzata ma tutto sommato positiva.

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attualità

BANDO

ALLO

S TA L K I N G Una piaga sociale dell’era postmoderna

di Francesco Giorgianni

na sera può accadere che, per caso, un’immagine sfuggente, riflessa e deformata sul vetro oscuro di una vetrina, osserva con uno strano sguardo, inquietante, una figura femminile e poi scompare nel nulla. Lei e quello sconosciuto percorrevano spesso la stessa strada, avevano gli stessi orari, ma i loro occhi non si abbracciavano mai. Forse in quel momento le cominciarono a fluttuare i primi intimi pensieri irrequieti e non riuscì a cacciare quelle insane idee dalla mente, ferme come un olezzo ristagnante. Si materializzava la sua paura. Rimase immobile e disorientata, quasi ancorata alla strada, intrappolata in una cattiva dimensione. Era pedinata da tempo, spiata e seguita giorno dopo giorno, ma non lo sapeva.

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Soltanto adesso lo aveva percepito e fu presa da un malessere prima sconosciuto, un’angoscia che le fece tremare il corpo come se fosse rimasta nuda nell’ombra del portico. Soggiogata da quel panico diffuso ed opprimente, capì che suo malgrado, doveva imparare a conviverci. Iniziava un lungo percorso nella sindrome da “stalking”, difficile da isolarlo e dimostrarlo. Il suo “stalker” era sempre dietro di lei, tenace non la mollava; tanti pedinamenti e appostamenti sotto casa e, nel cuore della notte, centinaia di sms e telefonate mute, come silenziose minacce. Era ricorrente, con la regolarità di un carillon senza musica nelle sere di luna nera. Inghiottito dalla sua stessa ombra il persecutore non l’avrebbe abbandonata. Stalking in inglese deriva da un termine venatorio:”caccia furtiva alla preda”, equivale a “sempre in agguato pronto a colpire”. Nella maggior parte dei paesi occidentali tali molestie e persecuzioni, ripetute ed intenzionali, sono un reato contro la persona; a tutela di quella “selvaggina umana” vittima innocente, malgrado resti ancora difficile, in alcune fattispecie provare quello stato di sofferenza ed ansia causato dal comportamento dello stalker. Difficoltà dovute, spesso, all’esatta identificazione giuridica dell’evento delittuoso, ancorché occorra comprovare tutta una serie di atti inequivoci, volutamente persecutori. Nel febbraio del 2009 anche nella nostra legislazione è stato introdotto questo nuovo reato all’art. 612

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attualità bis del codice penale. La pena sancita va da sei mesi a quattro anni di reclusione. Dopo la necessaria querela la vittima può anche chiedere l’allontanamento del soggetto molestatore, al fine di evitare la reiterazione e la continuità degli atti persecutori. Ma, sovente, nella pratica di ogni giorno, questo non accade, malgrado si possa procedere anche d’ufficio. Gli stalkers di solito sono furbi e cinici, egocentrici e spesso psicologicamente deboli. Maniacali, ossessivi e torbidi li senti sempre addosso anche quando non ci sono. Possono essere indifferentemente uomo o donna, possono soffrire di disturbi mentali od essere dipendenti da droga e alcol, depressi e deliranti. Da recenti studi, le vittime al 78% sono donne, al 21% uomini. Le donne di solito si accaniscono contro le “cose”, proprietà e macchine degli uomini, questi ultimi si concentrano perdutamente sulla persona femminile. Amori non più corrisposti ed odio mal repres-

BAR

so, sempre borderline fra il desiderio di affetto mancato e l’eccesso sessuale, al confine del male, privi di scrupoli e sentimenti ed indifferenti alla libertà di scelta altrui. Come avviene nel serraglio turco “lui” è il solo padrone che individua e sceglie l’oggetto del suo desiderio, “lui” solamente e nessun altro, fino anche alla “distruzione” totale. In questi ultimi anni molte aggressioni sono state annunciate da tutta una serie di atti persecutori, non compresi, male interpretati e qualche volta ignorati. Lo raccontano recenti drammatici atti di sangue, fidanzati incapaci di rassegnarsi fino a perseguire nell’estrema perdizione dell’omicidio volontario. Nefanda “catarsi” della follia. Resteranno solo pietre e vite distrutte e il conto non sembra ancora finire. Forse dovremmo imparare a scavare in fondo al disordine dei nostri sentimenti, un viaggio dentro l’anima per comprendere che il vero amore sa rinunciare anche al di là di ogni rancorosa gelosia. Come bene intuì Pascal “la virtù di un uomo non va misurata dai suoi sforzi e dai suoi eccessi, ma dalla sua normalità” forte e consapevole anche se fragile. Una rosa può sempre essere gradita, ma cento rose hanno troppe spine e possono fare male.

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attualità

DI LAVORO SI MUORE L’Isola al quarto posto in Italia per decessi sul posto di lavoro. Gli irregolari del settore agricoltura ed edilizia sono quelli maggiormente a rischio di Fabio Sortino

olitamente si dice che si lavora per vivere. Invece in Sicilia è l’esatto contrario e cioè che di lavoro si muore. I numeri delle morti bianche restano ancora oggi eccessivi e l’allarme non tende affatto a rientrare. Stando ai dati rilevati dagli esperti di Vega Engineering - società di consulenza in ambito ingegneristico, sensibile ai problemi relativi alla sicurezza sul lavoro - in questi pri-

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“A FERROVIA”

mi sette mesi del 2010 la Sicilia si piazza al quarto posto in Italia per maggior numero di vittime sul posto di lavoro, ben 38. Peggio hanno fatto solo Lombardia con 48 vittime, seguita da Veneto (34) e Puglia (25). La Sicilia è ben oltre la media nazionale che è di 14 decessi. Vega Engineering mensilmente elabora una dettagliata analisi delle morti bianche in tutta Italia e queste statistiche ogni volta metto-

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no alla ribalta di questa triste fenomenologia la Sicilia. Una tendenza pericolosa e che allo stesso tempo non sembra affatto riuscire a venire meno nonostante i ripetuti allarmi e l’enorme campagna di sensibilizzazione che oramai si fa da tempo. Secondo gli esperti tutto è riconducibile ad un denominatore unico: Economia sommersa, un’emergenza che non coinvolge solo il Fisco I lavoratori irregolari, più spesso impiegati in agricoltura e in edilizia, sono maggiormente esposti al rischio infortuni e incidenti mortali. Per questo il piano triennale per il lavoro presentato quest’estate dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, nella lotta alla cosiddetta ‘non – observed economy’ diventa un percorso indispensabile da percorrere. I dati di Vega Engineering, se incrociati con quelli forniti dall’Istat sul numero degli occupati irregolari nel 2009, devono indurre ad un regime di tolleranza zero nei confronti di chi vuole frodare il Fisco. “Agricoltura ed edilizia secondo l’Istat sono i settori a maggior vocazione sommersa dove si concentrano rispettivamente il 26 per cento e il 24 per cento degli ‘impiegati nascosti”. Dichiarazioni che giungono pur-


politica troppo dalla concretezza delle statistiche. Nei primi sette mesi del 2010, secondo gli esperti di Vega Engineering, sono decedute in tutta Italia 308 persone. Il 40 per cento circa ha perso la vita lavorando nei campi, mentre il 25,3 per cento in un cantiere edile. Incrociare i dati sul sommerso a quelli che riguardano il numero di morti sul lavoro deve far riflettere le istituzioni anche perché sia il fenomeno dell’irregolarità occupazionale che quello dell’infortunistica nei luoghi di lavoro sono sicuramente sottostimati dato, appunto, il loro essere celati e irrintracciabili, dunque, nella loro totalità. Resta quindi difficile la lotta in Sicilia dove già da più parti il sommerso è stato stimato tra il 30 e il 40 per cento rispetto alle forze lavoro ufficiali. Questo quindi significa che difficilmente si potrà riuscire ad invertire il trend con le attuali condizioni del mercato del lavoro. Secondo Vega Engeneering serve quindi una serrata lotta al sommerso perché il far emergere ciò che vive parassitariamente significherebbe regolarizzare e garantire delle tutele basilari per il lavoratore, da quelle previdenziali a quelle assicurative e retributive. “Il Sud, però, non deve essere l’unica area su cui puntare la lente d’ingrandimento per combattere l’emergenza. Anche in estate il bollettino delle morti bianche non s’arresta”. L’agricoltura come detto è la trincea del lavoro killer, con il 37,3 per cento dei decessi (in diminuzione rispetto al mese di giugno con il 39 per cento). A seguire troviamo il settore delle costruzioni 25,3 per cento (in aumento rispetto a giugno con il 24,5 per cento) e dei trasporti, compresi magazzinaggi e comunicazioni (10,4 per cento). Nell’ultimo mese censito, la principale causa di morte è stata la caduta dall’alto (22,7 per cento a luglio e 21,2 per cento a giugno), seguita da ribaltamento di veicolo-mezzo semovente (21,4 per cento a luglio e 23,7 per cento a giugno). Ma non meno rilevanti sono i decessi provocati dalla caduta dall’alto di oggetti pesanti (12, 3 per cento) e da investimenti di mezzi (11,4 per cento).

in breve Dal 17 al 21 gennaio 2011 si terranno, presso il Centro Maria Immacolata, Poggio S. Francesco (Pa) gli esercizi spirituali. Saranno tenuti da S.E.R. monsignor Santo Marcianò, arcivescovo di Rossano – Cariati. Per informazioni telefonare: Ufficio Pastorale Diocesano Tel. 091/6077257, e-mail: ufficiopastorale@diocesipa.it *

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Domenica 19 dicembre 2010, alle ore 18.00 presso il Santuario Madonna di Lourdes, piazza Ponticello – Palermo – è stato presentato il libro “L’Apocalisse del Cuore” di Paolo Turturro con il concerto del gruppo teatro “Dipingi la Pace”. La manifestazione è stata organizzata dall’associazione Artistico Culturale “Artemide” e dall’associazione “Dipingi la pace”. Relatore: prof.ssa Anna Turdo. *

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Lunedì 13 dicembre 2010, alle ore 17.00 presso il Centro Culturale Biotos Palermo – Via XII Gennaio, 2 – si è svolta una manifestazione culturale in onore di Elio Giunta poeta, narratore, saggista. Sono intervenuti il Vicepresidente dell’Ordine giornalisti Teresa Di Fresco e gli scrittori Nino Aquila, Nicola Romano, Tommaso Romano. I testi poetici sono stati letti da Caterina Parisi.

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i lettori ci scrivono Pregiatissimo padre Giacomo Ho letto con grande interesse il tuo scritto “nessuno ha il diritto di suicidarsi”. È vero tutto quello che dici e condivido appieno (nessuno deve mai uccidere né sé ne gli altri). Non solo perché sono “peccati” verso Dio quanto perché sono comportamenti diseducativi e sconvenienti ed oltretutto sono un elevatissimo costo per la società civile. Ciascuno di noi ha degli obblighi precisi verso chi ci fa vivere e verso chi fa di noi un riferimento di vita a livello di esempio. La chiesa (chiedo perdono se la scrivo con l’iniziale minuscola) deve sempre condannare chi uccide allo stesso modo di chi sottrae illecitamente (ed in modo delinquenziale) la ricchezza altrui per fini personali affamando sempre di più i poveri che sono l’elemento debole della catena. E qui si pensi a tutti quei bambini che muoiono di fame nel mondo dei quali siamo tutti responsabili, nessuno escluso al mondo. Per ricordarlo a me stesso, sono 15.000 bambini fino ai 15 anni che ogni giorno muoiono di fame perché a loro mancano i viveri, l’acqua, i medicinali, il sale e così via. Un uomo come Monicelli, forse non abituato a sopportare il dolore, ha scelto la via breve della sofferenza: cosa si sente quando la sofferenza si mette come un chiodo nella mente, nel pensiero e nel dolore di chi soffre? C’era qualcuno vicino a lui? Ho la sensazione che l’avessero lasciato solo perché, a 95 anni, non serviva più a nessuno a meno che l’ospedale, come tutti ormai, non danno più la possibilità ai parenti di assistere i degenti ricoverati (solo due ore di visita dei parenti al giorno). E quando un giorno di 24 ore si sta con gli occhi spalancati? Credo che Monicelli soffrisse tanto, indebolito fisicamente e mentalmente. Fragile perché per la propria famiglia si diventa un peso. E ricordo la sofferenza di mio padre. Per tre lunghissimi, estenuanti anni, prima che la morte lo cogliesse. Io prendo atto che la sofferenza ed il peccato non stanno in chi muore così ma in chi lascia un uomo da solo, al suo destino di morte, senza conforto. Credo che vadano riviste da parte della chiesa i propri modi di vedere e da parte degli ospedali i modi di lavorare: ci vuole l’abnegazione di chi può aiutare gli ammalati. Gli ospedali, per questi anziani, sono freddi, incapaci di comunicare la pace, la serenità, la dolcezza. Non ci sono altre spiegazioni al gesto del Monicelli. Credo che non sia morto il “regista” Monicelli, quanto l’uomo Monicelli. Piuttosto saranno morti coloro che potevano o dovevano stare con lui e non l’hanno fatto. Perché lasciarlo in un ospedale? Chi non ha permesso di far stare qualcuno vicino a quest’uomo sofferente, incapace, come un bambino ormai, di superare il momento più difficile della vita? Condanno la società che ci circonda incapace di aiutare gli uomini a lasciare la vita e condanno pure quelle istituzioni che sono spesso aride, inoperose, poco affettive, disamorate, incapaci di dare di più. Condannando la società condanno anche me perché potrei fare di più. E non faccio. A mio modo di vedere la chiesa ha le mani troppo “legate” per i suoi numerosi peccati commessi e che continua a commettere. E sono tantissimi. Tanto, credo, da non avere, almeno per ora, la forza di rialzarsi. E la chiesa non avrebbe più speranze se non ci fossero ancora quei pochissimi sacerdoti che sentono sempre forte nel cuore la voglia del riscatto, la forza di combattere il male, la capacità di amare il bene della vita (si contano ormai sulla punta delle dita). Se non ci fossero ancora quei missionari che imperterriti continuano a dare il meglio di se stessi nel mondo per alleviare la sofferenza anche a costo della loro vita. Resistendo, resistendo, resistendo. La misericordia, caro padre Giacomo, dal mio punto di vista, deve sempre calare sui morti, suicida o meno. Allo stesso modo di tutti coloro che sono viventi ma che non vivono, perché sono morti dentro. Il peccato, a mio modo di vedere, da poco cristiano, da poco credente, da poco praticante, credo stia nell’essere in vita: non so chi di noi in vita ha il dono della perfezione. Forse solo i Santi. Forse tutti coloro che non sono mai stati generati. Un abbraccio Mimmo Scapati

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i lettori ci scrivono

MARIO MONICELLI UN GIGANTE FIGLIO di Francesco M. Scorsone

i chiedevo in questi giorni chi avrebbe detto la prima parola, forse è meglio dire scritto, qualcosa che avesse avuto attinenza con il suicidio di Mario Monicelli, che non fossero lodi per il suo cinema, per la sua arte di grande, straordinario e immortale regista. Conosco la gran parte dei suoi film. Film che in qualche modo hanno accompagnato la mia gioventù e che anche oggi rivedo con piacere. Quando parlava della sua età, della sua vecchiaia, dei suoi compleanni, dei suoi successi, dei suoi obiettivi futuri nelle interviste televisive, lo ascoltavo con quella reverenza dovuta a chi ha percorso un intero secolo scandagliando tutto lo scibile possibile di un periodo sicuramente attraversato da due guerre mondiali, da eventi come Hiroshima, la conquista dello spazio, internet, il futurismo, la globalizzazione, i telefoni cellulari, etc. In altri termini tutto ciò che l’uomo potesse pensare è stato puntualmente realizzato e lui era presente, pronto a registrare l’evento con la sua magistrale macchina da presa. Non ho mai compreso come non l’avessero fatto senatore a vita, visto che avevano fatto senatore a vita il fascista e antimeridionalista convinto Indro Montanelli, che per fortuna non accettò. Questo paese è uno strano paese, dà sempre molto a chi ha dato poco ed esattamente poco a chi si è speso per la sua Patria. Ma questi discorsi non appartengono alla questione in atto. Un dato è certo, non ci saranno tombe dove andare a deporre un mazzo di fiori, dei suoi resti si perderanno le tracce. E pensare che ha vissuto osannato dal suo pubblico che gli ha dato tanto e che avrebbe certamente meritato le sue spoglie. Un uomo come lui che aveva realizzato un capolavoro drammati-

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co come “La grande guerra” e meglio ancora “Un Borghese piccolo piccolo” o “Brancaleone alle crociate”, non poteva finire così. “Non ne aveva diritto”. Queste considerazioni mi sono state stimolate da Don Giacomo Ribaudo che nel numero 14 del 12 dicembre del settimanale CNTN fa un’attenta riflessione sul suicidio di Mario Monicelli scrivendo: “(…) Ho cliccato sul sito di “Avvenire” per cercare un cenno di disapprovazione per il gesto che ha compiuto, per essersene andato senza dire addio a nessuno, procurando dolore a tantissima gente che lo aveva ammirato, stimato, apprezzato e anche amato. Niente. Il suicidio non è più un peccato? Sono peccati solo l’omosessualità, la pedofilia e l’aborto? Un insipido quanto insipiente collega del quotidiano “il Giornale”, non ho voglia e neppure curiosità di sapere chi è, parla addirittura di diritto a morire nel titolo del suo articolo …. Stiamo uscendo tutti pazzi … (…)”. A Don Ribaudo va tutta la mia ammirazione per avere scritto delle verità che certamente dovrebbero fare riflettere tutti noi, ma anche la Chiesa di Papa Benedetto XVI.

in breve Per il secondo anno consecutivo, l’Associazione Culturale “Gli Amici di Joe Petrosino” Mercatino

storico di piazza

Marina ha organizzato una mostra ,vendita di oggetti d’epoca e di piccolo antiquariato: libri, riviste, giornali, fumetti, francobolli, monete, medaglie, dischi in vinile, stampe, conchiglie, fossili, quadri, ori, argenti, etc. Inoltre, è stata esposta una straordinaria collezione, privata, di giocattoli di latta. Il ricavato della vendita è stato devoluto in beneficienza. La mostra si è svolta presso il salone della basilica della Magione, sita in via Magione n. 44, sede dell’Associazione, nei seguenti orari.

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degrado

LA VUCCIRIA AGONIZZANTE Un altro mercato storico che si estingue di F. S.

na definitiva provvisorietà”. Con queste parole, concise e amare, Giuseppe Bellafiore commenta, nella sua storica guida alla città di Palermo, la miserevole edilizia che da decenni occupa in parte gli squarci aperti dalle bombe nell’ultimo conflitto mondiale. Il visitatore che giunge via mare potrebbe in effetti credere che in questo prezioso angolo d’Europa la guerra non sia mai terminata. Ne è rappresentativo il quartiere Kalsa che (da sempre specchio della miseria delle classi più umili, nonché della scomparsa dell’aristocrazia cittadina, con i suoi palazzi patrizi fatiscenti), a mezzo secolo dallo scempio bellico non ha ancora visto l’intervento del piccone demolitore e tanto meno l’auspicato risanamento. Lo spettacolo non è molto diverso se si visita l’Albergheria, dove le ferite inferte dalle bombe e dall’incuria hanno continuato a provocare la morte dei suoi abitanti

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fino ai nostri giorni. Così è per lo storico mercato della Vucciria, oggi agonizzante, anzi: già trucidato da una catena di scelte commerciali sbagliate e dal galoppare inarrestabile del degrado. Quella del centro storico di Palermo, è una storia infinita, ricca di rimandi come di macerie, e che sembra tuttora distante da una vera risoluzione. Di risanare il centro storico si parla ormai da più di trent’anni. Da quando nel novembre del 1959, l’allora sindaco di Palermo Salvo Lima con l’appoggio dell’assessore ai lavori pubblici Vito Ciancimino, ottenne l’approvazione da parte del consiglio comunale, del piano regolatore generale. Da allora violazioni al piano, saccheggi, ricatti edilizi e distruzioni d’ogni genere continuarono per anni, sotto gli occhi complici dell’amministrazione e fra l’indignazione della stampa e della società civile. Dai travagli degli anni Sessanta, il centro storico di Palermo

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avrà forse voltato pagina, ma la fine della sua estenuante odissea deve ancora essere scritta. Nel frattempo, sorgono nuovi miti urbani. E tra sogni di riscatto, esperimenti artistici e sconcertanti invenzioni spettacolari, il centro storico continua a giacere nella sua triste condizione di morte vivente. Esisteva, una volta, la Vucciria. Un mercato noto per il chiasso, la folla, l’abbondanza e il colore. Renato Guttuso ne cantò la musica e gli odori in un celebre quadro. Oggi, di quel leggendario mercato non restano che edifici squarciati, indifferenza, rovine e spazzatura. In questo teatro diroccato, qualche anno fa, ha fatto la sua apparizione l’artista austriaco Uwe Jantsch, che con le sue installazioni provocatorie ha presto conquistato la ribalta cittadina, diventando uno dei personaggi più celebrati e fotografati dal turismo. Creativo a 360 gradi, pittore, scultore, ideatore di performance surreali e architetto di installazioni artistiche tra le più sconcertanti, Uwe ha preso possesso del fatiscente quartiere Vucciria come un Tarzan nella giungla. Dalla pittura dei ruderi è passato presto alla manipolazione dell’immondizia e del ciarpame rinvenuto in strada creando un Everest di spazzatura. Incredibile monumento alla decadenza, sul quale, nel corso del suo lavoro, si arrampica (spesso rischiando anche la vita) con l’agio di un ragno nella tela. Le creazioni di Uwe sono spesso occasione di affollatissime feste in piazza (l’ultima in ordine di tempo: due serate in piazza Garraffello svoltesi il 6 e il 7 Ottobre 2006). Una via di mezzo tra la l’inaugurazione ufficiale dell’opera, l’happening teatra-


degrado in breve Carlo Sisi ha presentato la mostra “1861. I pittori del Risorgimento” attualmente in corso (fino al 16 gennaio) alle Scuderie del Quirinale. Un’occasione per guardare oltre il museo e “partecipare” virtualmente grazie alla presentazione esclusiva del curatore, ad una delle più importanti mostre del momento in Italia. Tra le opere in mostra, il dipinto di Filippo Liardo, Sepoltura Garibaldina, prestato dalla GAM di Palermo. * le e una pubblica dimostrazione dell’artista, accompagnata da musica, cibo, vino, e cascate di colore sui ruderi illuminati della Vucciria. Le fatiche di Uwe, potremmo dire, ricevono un discreto consenso. La gente accorre, una buona parte di critica plaude. Le riflessioni sui perché posti all’origine dell’Himalaya del trash, sorto da mesi in piazza Garraffello a Palermo, ad ogni modo, potrebbero essere le più varie. Pur rispettando l’estro e soprattutto l’iniziativa che Uwe ha saputo dimostrare negli ultimi anni, non posso non dirmi perplesso sugli effettivi messaggi che mi giungono dalle sue opere e dal gradimento che queste riscuotono in un’ampia fetta della cittadinanza. Non mi soffermerò sul bisogno di novità di cui la cultura Palermitana avrebbe bisogno, contro una serie di provocazioni che, di anno in anno, cominciano a ripetersi sempre uguali. Non è importante, in questa sede, ricordare quanti anni siano trascorsi dalla presentazione della “merda d’artista” di Piero Manzoni o dagli objets trouvés di Marcel Duchamp, o che l’arte moderna si nutre di provocazione ormai da tempo immemorabile, tanto d’averne ormai fatto indigestione. Parliamo di noi, della nostra città e delle sue ferite ancora aperte. La Vucciria, ahimé, è morta. E anziché ten-

tare di riportarla in vita con iniziative politiche, pratiche, e una ricerca artistica che spinga alla crescita e al risanamento, si comincia a credere che ne stiamo festeggiando la definitiva dipartita. Vedo i palermitani del centro storico disfarsi dei propri rifiuti gettandoli a pochi metri dalla propria abitazione, appena girato l’angolo. Quasi l’intero quartiere non fosse anche casa loro. Come se il fornire un quotidiano nutrimento ai ratti non contribuisse alla rovina propria come a quella del vicino. Il messaggio che arriva è che se non potremo mai uscire dal degrado in cui siamo sprofondati, tanto vale convincerci che la nostra stessa lordura è una cosa bella. E allora conviene aver fede nella nostra stessa rovina, farne un vitello d’oro da adorare, e – come recita un proverbio tuareg – “baciare la mano che non possiamo tagliare”. Una definitiva provvisorietà, quindi. Un cerchio magico dal quale Palermo non riesce a evadere. Forse, da bravi alchimisti, potremo anche riuscire a trasformare l’immondizia in un cosa bella come un fuoco intorno al quale danzare tutti insieme. Ma questo non cambia il fatto che se non troveremo un rimedio, un giorno, quella stessa spazzatura, ci seppellirà.

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Il consigliere Nadia Spallitta, capogruppo di Un’Altra Storia e presidente della Commissione Urbanistica: “Il Consiglio Comunale dovrà pronunciarsi su una delibera avente ad oggetto la costruzione di un centro polifunzionale per minori da realizzarsi nella zona di Bonagia, e in relazione alla quale – allo stato – la Commissione Urbanistica, con astensione all’unanimità e in attesa di adeguati chiarimenti, ha espresso un parere sostanzialmente contrario, rilevando alcune criticità dell’atto”. Il progetto è stato finanziato dallo Stato per un importo di 2 milioni e mezzo di euro negli anni 2003-2004. “È indubbio che il finanziamento dello Stato deve essere salvaguardato e mantenuto, tuttavia chiederò in aula che l’atto venga trasmesso alla Corte dei Conti, anche cautelativamente al fine di verificare la regolarità contabile dell’intero iter connesso con la realizzazione di quest’opera”.

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cultura

IL DAVID DELLA LIBERTÀ

L’opera giovanile di Michelangelo Buonarroti è commissionata dalla Chiesa di Firenze per il suo Duomo, quale affermazione di fede biblica. Solo dopo viene deciso il collocamento in piazza della Signoria, significando anche valori etici e civili. Oggi è ancora forte il suo monito. di Giovanni Bonanno

el volto fremente di pensieri, nello sguardo acuto, fisso sul nemico, il David di Michelangelo rivela un’energia sovrumana. Un marmo che ritrae,

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nella possenza di oltre quattro metri di altezza, non un gigante ma l’uomo biblico - pastore, re salmista che nell’immaginario ebreo e cristiano assurge a simbolo di libertà.

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Ha 26 anni il Buonarroti quando inizia a scolpire questo capolavoro, che termina nel 1504. Committente è la Chiesa di Firenze che pensa di collocare il David su uno degli sproni del Duomo. Ma per suggerimento di una commissione di artisti come Andrea della Robbia, Piero di Cosimo, Sandro Botticelli, Antonio e Giuliano da Sangallo, Pietro Perugino, la statua viene issata davanti a Palazzo Vecchio, in piazza della Signoria. Da quel momento il David diviene custode non di un edificio, né di una piazza, ma di Firenze, della sua missione civile e culturale, del suo ideale umanistico di libertà, contenuto nella realtà spirituale di un corpo nudo, che ha in sé la forza della natura pronta a sprigionarsi a difesa della vita e della storia. È defensor civitatis David. Domina lo spazio, giganteggia nel rigore della forma, tende verso l’imponderabile, deciso ad affrontare la morte per vincerla. Golia non fa paura al giovane soldato, forte della fede in Dio, che guida il gesto di ribellione dinanzi alla tracotanza del violentatore. Marmo di carne e sangue, di emozione e ragione, che intende significare, nell’idea della committenza ecclesiastica, il bisogno di verità nella Firenze che ancora vibra della parola infuocata di Savanarola e ode il gemito della pira che brucia il grande frate. Non c’è libertà a Firenze e c’è un principe che spadroneggia come tiranno negando la libertà ai cittadini. Di fronte all’oltraggioso strapotere del principe e dei suoi oligarchi la cristianità di Firenze oppone la virtus di un giovane profeta


cultura che non teme la lotta impari, consapevole che il Dio degli eserciti è con lui. La ribellione della civitas fiorentina assume l’aspetto di un David atleta, armato solo di una pietra, pronto ad abbatere il Golia che di volta in volta minaccia i cittadini.

IL DAVID DI MICHELANGELO COSTITUISCE EMBLEMA DI LIBERTÀ ANCORA OGGI NELLA DEMAGOGICA DEMOCRAZIA ITALIANA Benché conosciuta come monumento civile, la scultura ha valore religioso, essendo concepita per il Duomo di Santa Maria del Fiore, come scrive Timothy Verdon, uno dei maggiori storici dell’arte: pensata originalmente come parte integrante di un programma di grandi statue per gli sproni dei transetti e dell’abside del Duomo già avviato nel 1490. L’opera di ispirazione sacra acquisisce carattere popolare, di coscienza laica che si oppone alla prepotenza di un principe che umilia civitas e cives, La particolare situazione politica di Firenze nel 1504, dichiara l’americano Verdon, spinse a valorizzare in senso civico, trasformando l’eroe biblico in un simbolo della libertas repubblicana minacciata da più parti. Da alcuni mesi la querelle che contrappone il Comune di Firenze e il Ministero dei beni culturali sulla proprietà del capolavoro intriga la stampa. Querelle di provincialismo burocratico che sa di asfissia mentale. Qualcuno forse vorrebbe rivendicare alla diocesi fiorentina l’appartenenza, contribuendo al litigio di soggetti amministrativi. La verità è ben altra. Il David di Michelangelo, che dal 1837 si trova alla Galleria dell’Accademia di Firenze (quello di Piazza della Signoria è una copia ottocentesca) appartiene all’Italia, meglio all’umanità. Sacramento di libertà concepito da un genio che sente nella fede la verità costitutiva dell’uomo. Quindi per il creatore della Cappella Sistina è la libertà l’essenza della vita che per questo si rapporta all’essere di Dio.

Libertà che è intelligenza e volontà, attitudine all’agire, alla difesa del bene comune e alla crescita della società. Già all’inizio del quattrocento, Masaccio descrive nella Cappella Brancacci la libertà del volere edificare la storia con i ritratti di Cristo e degli Apostoli. Il suo Tributo fissa in forme pietrose la struttura di una civitas Dei – prototipo della civitas hominum – che ha nella sequenza degli sguardi l’epifania della voluntas. Decisi con Cristo sono i santi, pronti a edificare un mondo umano, libero. Ora, nell’incipit del cinquecento, il David michelangiolesco rappresenta, nella frastornante bellezza di un corpo, l’energia dello spirito, la sua determinazione ad affrontare qualunque incognita sine metu. Non ha paura David, antenato del Messia. Non hanno paura Cristo e gli apostoli di Masaccio. L’uno e gli altri testimoni di una forza divina che li plasma e li rende protagonisti nella lotta e nella costruzione della storia. Né David, né i discepoli sono trionfanti. Attorno non s’ode squillo di tromba. C’è il silenzio di una concentrazione interiore volta al bene della libertà, che non è quella proclamata, a New York, dalla statua della Libertà, che sa di vittoria del capitalismo americano. Di cogente attualità in Italia, nel perdurare di imbonimenti e populismi, si rivela il senso di questo capolavoro, svettante in uno degli spazi pubblici più significativi dell’arte. Esprime senza equivoci – in una stagione politica di pseudo democrazia, che mercifica consumisticamente la vita, la famiglia e i giovani, le istituzioni e la chiesa, e soprattutto politici e amministratori, dando valore solo al denaro sfoggiato in disprezzo dei poveri, negando dignità alla persona e all’etica sociale, incutendo timori e paventando ritorsioni – il diritto primo dell’uomo a pensare, parlare e agire con autonomia di spirito. La libertà difesa da David è libertà della coscienza vivificata dalla fede. Libertà dell’uomo di sempre, faber fortunae suae nel presente e nel futuro, non disposto a piegarsi dinanzi allo strapotere del tiranno di turno: monarca, inquisitore, duce, presidente.

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arte

DUOMO DI MONREALE di Saverio Ferina

PARTICOLARE DELL’ABSIDE

l piano di salvezza parte da Dio Padre simboleggiato dalla mano che esce dal cerchio; esce anche un raggio, simbolo del Figlio. Dentro il raggio si vede la colomba dello Spirito Santo. L’Angelo Gabriele annunzia a Maria l’incarnazione del Figlio di Dio. Nell’arco maggiore sopra il Pantocratore c’è l’Emmanuele tra 8 Profeti, significa Cristo annunziato dai Profeti. Il Pantocratore è Cristo venuto. L’Eucaristia Cristo che viene. L’Etimasia Cristo che verrà. Sotto il mosaico di Maria Annunziata vi è un vaso con una mela, che ricorda il peccato dei progenitori. Maria è la novella Eva dalla quale è venuto il Redentore. Al lato opposto si trova un vaso con una vite frondosa con grappoli che gli uccelli beccano. La vite è simbolo di Cristo, gli uccelli sono gli eletti. Nel sottarco dell’abside centrale vi è il Trono di Dio e la Corte Celeste composta da due Serafini, due Cherubini e quattro Arcangeli. I due Serafini, con due ali si coprono il volto cioè si nascondono dalla divinità; con due ali coprono i piedi di Lui, cioè ne adorano l’umanità; con due ali volano, cioè sono pronti al comando di Dio. Sopra l’orlo delle ali si vede una fila di occhi, stanno a significare la vigilanza nel servizio divino. Della faccia si vedono gli occhi per contemplare Dio, la bocca per la lode e i piedi nudi sono pronti ad eseguire gli ordini dell’Altissimo. I due Cherubini hanno sei ali,

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tarsiate di occhi. I loro piedi sono di uomo e poggiano sopra rotelle fornite di ali. Queste figure tetraformi raffigurano il Cristo, futuro nella carne; la faccia di uomo sta a significare l’umanità, mentre l’aquila simboleggia la divinità. Le tre teste di uomo, di leone e di bue collocate sulla stessa linea appartengono all’umanità di Cristo e sottostanno all’aquila, segno della divinità. La testa di leone rappresenta la potenza di Cristo e la sua discendenza dal Re David; la testa di toro sta a significare il sacrificio, quindi è segno di Gesù sacerdote. I quattro Arcangeli sono Michele e Gabriele con dalmatica e mantello, addetti al servizio di Dio per missioni particolari; Raffaele e Uriele con dalmatica e stola, perché addetti al culto divino. Il Verbo Creatore è adorato dai Serafini, figurato dai Cherubini, servito dagli Angeli. I due angeli accanto alla Madonna nell’abside tengono un pane rotondo con un segno di croce; è la materia dell’Eucarestia, sta a significare Cristo che viene. L’Etimasia, nel tetto, nella parte più alta dell’abside, sta a significare Cristo che verrà. All’interno dell’abside maggiore, sul costone tra Sant’Andrea e San Matteo si trova una stella a mosaico per indicare al sacerdote celebrante i sacri misteri, il punto esatto dell’Oriente. Poiché Monreale è a 300 metri di altezza da Palermo, il punto esatto del sor-


arte gere del sole si sposta dal centro della finestra all’angolo. Questa stella è a 17 metri di altezza dal pavimento, corrispondente al mento di Gesù Bambino. Questa stella ricorda la profezia di Balaam, riportata nel libro dei Numeri 24, 17 “Una stella spunta da Giacobbe”; è la stella che guidò da Gesù i Magi di cui parla Matteo nel suo Vangelo. Questa stella si trova anche vicino a Sant’Andrea, il Primo apostolo chiamato da Gesù. In mezzo alla Corte Celeste sta il trono maiuscolo di Dio con gli strumenti della Passione e la Colomba dello Spirito Santo. Si trova scritto in greco “Etimasia” che significa Preparazione; lo Spirito Santo preparò la prima venuta di Gesù nel mondo, prepara l’ultima; ogni venuta di Gesù nella vita della Chiesa, del mondo e delle singole persone è sempre preparata dallo Spirito Santo. Il Pantocratore occupa i 4/5 dello spazio iconico; il quattro rappresenta il terrestre, cioè i quattro punti cardinali, i quattro venti, i quattro elementi primordiali della natura: terra, acqua, aria e fuoco. Gesù è il divino calato nel terrestre: Egli tiene il libro del Vangelo con quattro dita, perché il Vangelo è il Divino calato nel terrestre. L’apertura delle braccia è di metri 13,30 per un’altezza di 7 metri. La testa è tre metri, la mano destra 1,80. Egli è Re, Sacerdote e Profeta. Al centro sta la Madonna con tre stelle che indicano la sua perpetua verginità, prima del parto, nel parto e dopo il parto. Ha il titolo di “E Panacrantos” che significa la Tutta Immacolata, vi sono pure le lettere greche che significano Madre di Dio. Con una mano tiene un fazzolettino bianco a indicare che Lei, posta tra il Pantocratore e l’altare, raccoglie le preghiere dei fedeli, le offre al Figlio e questi al Padre celeste. Il bambino Gesù sulle sue ginocchia tiene nella mano sinistra il rotolo della legge, con la mano destra benedice; il suo volto è quello di persona adulta perché Egli è l’eter-

na sapienza. Sulle due colonne si trovano San Simone Stilita e San Daniele. Una colonna è di colore porpora, l’altra di colore verde, quest’ultima ricorda altri santi che passarono la loro vita sopra un albero, per questo venivano chiamati Dendriti, dal greco dendron che significa albero. Sotto S. Simone vi è la pianta di aloe, simbolo di profumo e di penitenza, in riparazione alla giustizia di Dio. Sotto San Daniele vi è la pianta di platano con due uccelli sui rami; è simbolo di preghiera e di elevazione a Dio; è simbolo della misericordia di Dio che è venuta

incontro alle sue creature. “Sono cresciuta come un platano, come cinnamomo e balsamo ho diffuso il profumo” (Siracide 24,14-15). Nella finestra dell’abside centrale vi sono cinque medaglioni: un sommo pontefice, un vescovo, un diacono e due martiri. Il fondo è nero, cosparso di gigli, simbolo degli eletti. I gigli sono separati da un archetto verde a sopralume bianco. Il fondo nero è simbolo della morte e del peccato. Il verde che circonda il giglio è simbolo della speranza nella vita futura. Il bianco è simbolo di Dio che si rivela alle sue creature.

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libri

GIANRICO CAROFIGLIO LA MANOMISSIONE DELLE PAROLE di Francesco Virga

onsiglio vivamente la lettura dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio, ricco di utili indicazioni per orientarsi nella babele contemporanea. Il saggio è nato quasi per gioco ed è cresciuto via via, come afferma lo stesso autore (pp. 145-146), grazie soprattutto al contributo di una giovane ricercatrice di filologia classica, Margherita Losacco, che meritava di figurare come coautrice, non essendosi limitata a curare la puntuale nota bibliografica con cui si chiude il volume. Carofiglio sostiene che le parole hanno perduto il loro originario significato anche perché manomesse dagli uomini che detengono il potere. Manipolare le parole, svuotarle dal loro vero contenuto, serve a confondere e a impedire l’autentica comunicazione. La tesi si dipana in dieci brevi capitoli che, oltre ad evidenziare la potenza creatrice delle parole, svelano gli abusi che derivano dalla loro manipolazione.

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L’esperienza nella magistratura ha condotto Carofiglio a toccare con mano, nei processi, come sia facile manomettere le parole e a dimenticare che, talvolta, come si afferma in un manuale di diritto americano - The elements of Legal Style (1991) - ,“la vita degli uomini può dipendere da una virgola”. (pag. 143) La successiva esperienza parlamentare l’ha condotto a fare i conti con le manipolazioni del linguaggio di cui è stata maestra, in ogni tempo, la classe politica. Questo particolare tipo di manomissione non è stato inventato, per la verità, da Silvio Berlusconi. Considerato, comunque, il peso straordinario assunto oggi, nel nostro Paese, dal suo “Partito dell’Amore” mi sembra più che giustificato l’attenzione riservata al caso nel libro. Carofiglio non manca di rilevare le radici antiche del fenomeno denunciato. Così, se da un lato vengono sommariamente ricordati alcuni autori classici come Tucidide, Cicerone e Sallustio (di quest’ultimo merita

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di essere notata la citazione «Davvero abbiamo smarrito il vero significato delle parole…»); dall’altro viene dato il giusto rilievo ad autori antichi, moderni e contemporanei, come Dante, Gramsci e Primo Levi, che hanno pagato a caro prezzo il loro anticonformismo. La parte del libro che mi è maggiormente piaciuta è quella finale intitolata «Le parole del diritto» (pp.127-143). Qui l’autore non risparmia critiche alla casta cui è appartenuto. Dopo avere notato la particolare forza creativa della “lingua del diritto” - capace di generare norme, atti amministrativi, contratti e sentenze – Carofiglio riconosce che il linguaggio dei giuristi è sempre stato, con rare eccezioni, un linguaggio “sacerdotale”. Non a caso, nell’antico diritto romano la sfera del diritto e quella del sacro si sovrapponevano. Ed è questa la ragione per cui ci si esprimeva con un linguaggio sacrale e oscuro che dura ancora nei


libri nostri giorni. La persistente oscurità del linguaggio giuridico odierno serve per “l’esercizio autoritario del potere” (pag.130). Carofiglio per rafforzare la sua argomentazione cita il cap. 5 (“Oscurità delle leggi”) del celebre trattato di Cesare Beccaria, “Dei delitti e delle pene”, che chiarisce il nesso stretto che esiste fra “oscurità linguistica” ed “esercizio del potere”. L’autore si avvale anche dell’aiuto di un grande giurista e scrittore contemporaneo, Salvatore Satta, che non è stato certo tenero nei confronti di quei colleghi che si trincerano nel gergo della “lingua iniziatica”, spesso frutto di “ridicole costruzioni”, dimenticando che “è infinitamente più facile inventare una irrealtà che intendere la realtà” (pag.131). In questo stesso capitolo vengono utilizzati due saggi del 1965 di Italo Calvino [“ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli di amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono, parlano, pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il <terrore semantico>, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per sé stesso un significato, come se fiasco, stufa, carbone, fossero parole oscene, come se andare, trovare, sapere, indicassero azioni turpi. Italo Calvino, ora in una pietra sopra. Einaudi] che mettono alla berlina il linguaggio burocratico, tuttora dominante in diversi settori della vita del nostro Paese. Non ci sarebbe modo migliore di concludere questa recensione che riproporre per esteso le parole di Calvino con il commento pungente di Carofiglio (pp.133-143). Ma lo spazio a nostra disposizione non lo consente.

sicilia di nessuno di S. T.

Presentato il libro/dossier del medico-giornalista Vincenzo Borruso sulla storia travagliata di Villa delle Ginestre dopo 22 anni di lavori: centro d’eccellenza per i medullolesi della Sicilia sottoutilizzato rispetto alle sue potenzialità ento pagine che raccontano, con dovizia di particolari, la vera e propria ‘battaglia’ dell’ASMS (associazione siciliana medullolesi spinali) per la nascita del presidio ospedaliero di Villa delle Ginestre, i cui lavori, andati a rilento e a fasi alterne, sono stati completati solo adesso dopo 22 anni con un costo complessivo di 14 milioni e 669mila euro. Il centro d’eccellenza per i medullolesi della Sicilia, come si evince dal dossier, risulta purtroppo ancora sottoutilizzato rispetto alle sue reali potenzialità. Il libro/dossier, stampato con la collaborazione dell’associazione ASMS e con il patrocinio dell’assessorato della famiglia e delle Politiche Sociali, è stato curato dal medico-giornalista Vincenzo Borruso. La presentazione del volume è avvenuta nel corso del convegno regionale su “Lesioni midollari. Quale strategia?” presso l’Auditorium del Presidio Ospedaliero Villa delle Ginestre di Palermo. “Aspettiamo che la struttura venga presa in carico in maniera completa dall’azienda sanitaria provinciale 6 di Palermo – sottolinea Vincenzo Borruso -. Vogliamo che quest’ospedale funzioni bene perché crediamo che sia l’unica occasione importante in questo momento per la Sicilia soprattutto perché eviterà l’attuale ‘fuga’ dei medullolesi siciliani (da 100 a 150 ogni anno) verso i nosocomi del nord Italia e del nord Europa”. “Con questo lavoro riteniamo di avere tentato l’assolvimento di un compito doveroso sia per Villa delle Ginestre, per la quale siamo impegnati da decenni – scrive nell’introduzione del libro Vincenzo Borruso-, sia per gli attuali e i futuri cittadini che avranno la disgrazia di impattare in incidenti disastrosi, sia per la sanità siciliana che potrà crescere e migliorare solo con la partecipazione democratica dei suoi cittadini”. “Siamo certi che il nostro documento sarà considerato con attenzione e che le speranze di un’associazione di medullolesi – dice Salvatore Balistreri, presidente dell’ASMS - che da 35 anni conduce una battaglia per dotare la Sicilia di strutture adeguate, ancora oggi completamente mancanti, non saranno deluse”. “Oggi Villa delle Ginestre è un progetto per la cui realizzazione bisogna decidersi per una soluzione che punti su una assistenza multipolare e indichi – si legge nel libro/dossier-, altri nosocomi con i quali avviare un protocollo d’intesa sull’utilizzo del personale specialistico; trovare i fondi per le attrezzature necessarie al funzionamento di tutti i suoi settori; mettere a punto una équipe in grado di gestire, in prima battuta 30 posti letto in reparti di degenza, più sette in rianimazione, più una sala operatoria, più una serie di diagnostiche”.

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personaggi UN POETA DA RICORDARE:

VINCENZO CARDARELLI di Giovanna Gonzales

Ora passa e declina, in quest’autunno che incede con lentezza indicibile, il migliore tempo della nostra vita e lungamente ci dice addio.

a IX edizione del Premio Tarquinia Cardarelli, svoltosi il 10-11 Dicembre, ha proclamato vincitori l’italianista Giulio Feroni, lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua e l’italiano Salvatore Nigro; per la sezione editoria è stata premiata la casa editrice palermitana Sellerio. Cardarelli, chi era costui? Significativa l’affermazione di Giansiro Ferrara che nella prefazione alle “Poesie” di Vincenzo Cardarelli (Mondatori 1966) scrive: “Si corre il rischio che, intorno a Cardarelli, vari lettori delle sue poesie sappiano o nulla o non più che una immagine incerta. [...]Avvicinare l’arte di Cardarelli a qualche estraneo dall’anima viva è speranza commovente per chi ne ha sperimentato nella propria anima da un tempo lontano le doti di intimità e d’eccitazione, il dono spirituale...”

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Così canta, in “Autunno”, Vincenzo Cardarelli – ovvero Nazareno Caldarelli - (Tarquinia 1887-Roma 1959), poeta che si è mosso nell’ambito della “Ronda” e della “Voce” con altri poeti che hanno avuto maggior fortuna tra i (ahimè) non molto numerosi lettori di poesia. Terminate le scuole elementari, il giovanissimo Cardarelli interrompe gli studi, ma si forma da autodidatta una profonda cultura. Influenza un gran numero di scrittori del suo tempo proponendo un ritorno ad un classicismo formale e per questo fu accusato di calligrafismo, di un esercizio di bello scrivere che, secondo molti, andava a scapito del contenuto. Non tutti erano d’accordo ed infatti ai detrattori si oppose Enrico Falqui. Affermava che nelle opere degli scrittori della ‘Ronda’ “si trovano idee a josa”. E certamente la poesia di Cardarelli pur rifuggendo da una pregnante effusione lirica non scade mai nel mero fatto tecnico. Nei suoi versi Cardarelli rivela una particolare preferenza per tematiche che gli consentono di soffermarsi su riflessioni che riguardano il tempo e la sua labilità. Parte dal piano contingente per giungere ad un’assorta meditazione sulla vita e sulla morte. Il poeta con intensa malinconia, con parole limpide e rigorose canta la condizione umana, la memoria, l’infanzia, il paese natio, i paesaggi, le stagioni, l’amore, il declinare della vita piena di “rosea tristezza”, la morte pervenendo ad un’eccezionale bellezza espressiva, a versi di esemplare pittoricità. Cardarelli scriveva di sé “...mi sento come il grillo dell’uragano”, “come la cicala sorpresa dai primi freddi dell’autunno”; “oscillo come un ago calamitato”; “la vita io l’ho castigata vivendola”... Sia che descriva l’estate intrisa di sole e di luce, sia che canti l’autunno, i suoi versi hanno una forma che, pur rivelando intensa partecipazione, rimane sorvegliatissima. Particolare, nuova l’aggettivazione che si avvale di termini che lasciano intuire la profonda meditazione del poeta che nel trascorrere delle stagioni vede una metafora della labile vita dell’uomo. “Inatteso” è il sole d’autunno che offre una “vagabonda” felicità col suo lento svanire e che nella sua “dolcissima” agonia sa ancora offrire dei doni. Ogni parola ha un suo notevole valore, le descrizioni quindi assumono un particolare rilievo rivelando il suo sentimento della morte e della vita Con i suoi versi ci fa conoscere qualcosa di sé.


personaggi La speranza è nell’opera. Io sono un cinico a cui rimane per la sua fede questo al di là. Io sono un cinico che ha fede in quel che fa. Le mie giornate sono frantumi di vari universi che non riescono a combaciare. La mia fatica è mortale. Gabbiani Io sono come loro, in perpetuo volo. La vita la sfioro [...] E come forse anch’essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca. Vivo di sogni e di speranze pazze [...] Non sono felice e nemmeno cerco d’esserlo [...] E nelle pene estreme aridi ho gli occhi. Mi chiude nello sdegno un dio la bocca. Il non potere e non volere insieme Fanno un tale groviglio entro il mio petto come radici d’una vecchia pianta...

Di particolare bellezza e significato è “Ottobre” e non è certo un caso se è l’unica poesia di Cardarelli inclusa nel volume “Poeti del Novecento italiani e stranieri”, curato da E. Croce- Einaudi. Il poeta che trascorre gli ultimi anni della vita, l’autunno della vita, in un inquieto, sofferto isolamento si manifesta in perfetta sintonia con l’autunno e intensamente sente che i suoi giorni sono “inattesi”, regalati “come il sole d’autunno”. Vincenzo Cardarelli muore a Roma nel 1959 Emilio Cecchi così scrive della sua opera: “La vita trasparisce in questi componimenti come dall’interno di un prisma potente, che la rompe in pure linee di forza. Paesaggi della volontà, panorami di tempo, architetture polifoniche di scrupoli, rimorsi, rivendicazioni, vertiginose allegrezze”.

in breve Concorso Simbolico “Addio Munnizza”!!! Il MoVimento 5 Stelle Palermo ha indetto 2 concorsi, che avranno termine il 9 Gennaio 2011: 1). Crea un’immagine “Io Differenzio” 2). Crea uno slogan breve Pro Differenziata (es. “Io Differenzio!”, “Differenziare fa Risparmiare”)... Lo scopo è di creare una “bandiera” che ogni associazione, movimento, comitato e cittadino virtuoso (non importa il “gruppo” di appartenenza!) potrà “sposare e sbandierare” sulla propria auto, sulla vetrina del negozio, sullo zainetto, l’agenda e chi più ne ha più ne metta! (vedremo di realizzare successivamente calamite, adesivi e/o spillette). Gridiamo insieme, alla nostra città, che noi “cittadini virtuosi” CI SIAMO, che noi sappiamo che adottare la Strategia Rifiuti Zero (Riduci, Riusa, Ripara, Ricicla) è l’unica forma sostenibile per la gestione dei cosiddetti “rifiuti” (risorse in realtà!)… che per questi motivi il nostro è un NO assoluto agli inceneritori (impropriamente chiamati termovalorizzatori) ed è un SI alla Raccolta Differenziata. *

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Nell’aula magna dell’Istituto Comprensivo di Bolognetta è stato presentato il lavoro scolastico “Vivere la legalità 2010” libro con Dvd, dal tema “La Costituzione italiana spiegata dai ragazi”. I protagonisti sono i ragazzi della ex-terza “A” e “B” che hanno ideato il progetto nell’anno scolastico 2009/2010.

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devozioni

IL CULTO DI SANTA MARINA DI SCANIO TRA CASTELL’UMBERTO E TERMINI IMERESE di Giuseppe Longo

Anonimo, Santa Marina Vergine e martire, XIX sec. (foto G. Seminara)

La patria di Santa Marina di Scanio è controversa: alcuni la rivendicano a Castell’Umberto (ME) altri a Termini Imerese (PA) facciamo il punto delle due tesi contrapposte. a chiesetta campestre di Santa Marina “La Vecchia” esisteva ancora già sul finire del XIV sec. Le fonti coeve non ci forniscono esaurienti informazio-

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ni circa la sua individuazione. L’unica fonte sul culto e sul profilo della Santa Marina Vergine di Scanio è un codice manoscritto, redatto intorno al 1307-1308 dal monaco di nome Daniele del Monastero di SS. Salvatore dell’Ordine di S. Basilio in Messina, che per primo raccolse e trascrisse i vari racconti orali relativi alla Vergine di Scanio. Il manoscritto trecentesco in seguito, ven-

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ne scoperto, tradotto in latino dal gesuita Padre Ottavio Gaetani (15661620). Il Gaetani, fu l’iniziatore degli studi di agiografia in Sicilia e compose la sua al fine di essere inserito nella sua monumentale raccolta “Vitae Sanctorum Siculorum”, postuma nel 1657. Nel 1959 il prof. Giuseppe Rossi Taibbi pubblicò per la prima volta una edizione del codice greco corredata da note critiche e da una esaustiva introduzione. L’edizione di Rossi Taibbi permette di leggere il testo greco con a fronte la versione italiana e reca anche una biografia di Santa Lucia presente nel codice trecentesco (cfr. G. Rossi Taibbi, “Martirio di santa Lucia – Vita di santa Marina”, Istituto siciliano di Studi bizantini e neogreci, Palermo 1959). Il culto di una Santa siciliana di nome Marina nata in un fantomatico borgo di nome Scanio è documentato nella Sicilia orientale a Castell’Umberto, l’antica Castania ed oggi Comune in provincia di Messina. Non stranizza la diffusione di questo culto nell’antica Val Demone, l’area in cui per tutto il medioevo si conservò il retaggio culturale e linguistico della grecità bizantina. Un’altra area di diffusione del culto di Santa Marina siciliana si trova nella Sicilia occidentale e, in particolare, a Termini Imerese, oggi comune nella provincia di Palermo. Le fonti non ci tramandano il nome secolare di Santa Marina che nacque a Scanio nell’anno 1036. La giovane fanciulla apparteneva all’agiata e autorevole famiglia dei “Pandariti” che risiedevano nel piccolo borgo. Fin dalla fanciullezza Marina si distinse per la bontà d’animo e le sue doti caritatevoli, fu educata dalla madre all’osservanza dei precetti della religione cristiana e a


devozioni dipingere le sacre icone. Giunta in età da marito, la fanciulla antepose alle attrattive della vita coniugale il desiderio di dedicarsi totalmente a Dio e visse per quattro anni in contemplazione e preghiera. In seguito, dopo aver deciso definitivamente di dedicarsi alla consacrazione, chiese e ottenne, la vestizione e la tonsura da parte di un monaco, assumendo da quel momento di lasciare la vita secolare ed assumere il nome di Marina, che manterrà per tutta la sua breve ma intensa esistenza. Per alcuni anni la sua vita trascorse nella preghiera, ricevendo dalla Divina Provvidenza il dono di concedere guarigioni con l’invocazione alla Santissima Trinità. Intanto maturava in lei il desiderio della missione. Incoraggiata oltretutto dalla tradizione di quel tempo di attuare viaggi in Terra Santa, decise quindi di travestirsi da monaco per timori di cattivi incontri e mutando il nome in Marino, si imbarcò su una nave alla volta di Gerusalemme. In Terra Santa presso un monastero, visse sotto le mentite spoglie di monaco per tre anni. Fece ritorno a Scanio e apprendendo che i suoi genitori erano deceduti, riparti di nuovo alla volta del suo monastero, dove rimase per altri cinque anni. Marina ritornò definitivamente nella sua natia Scanio dove continuò da anacoreta la vita monacale per circa sei mesi, dispensando a tutti carità, conforto e compiendo miracoli. Rese la vita al Signore nell’anno 1066 all’età di trent’anni. Le sue spoglie furono tumulate nel piccolo borgo di Scanio nel Tempio della SS. Vergine. Alcuni anni dopo per volontà della stessa Santa che apparve in sogno ad uno dei suoi devoti fedeli, fu costruito e dedicato alla Santa un Oratorio nel quale furono traslate le sue spoglie. È tradizione a Castell’Umberto che l’antico casale di Santa Marina corrisponda al sito di Scanio. Secondo quanto riporta lo storico Tommaso Fazello (1498-1570) nella sua “De Rebus Siculis Decades Duae”

Castell’Umberto (ME)

(Panormi 1558), la nascita di Castania avviene nel 1322, con l’annessione dei Casali di Randacoli, Rasipullo e Santa Marina, auspici, la nobile famiglia Taranto. Il casale di Santa Marina, “forse l’antica Scanio”, per volontà di re Ruggero, fu sede di un cenobio dell’ordine basiliano intitolato a Maria SS. Vergine di Mallimaco. A proposito di questo cenobio oramai rudere, lo storiografo Francesco Nicotra così riporta in “Dizionario Illustrato dei Comuni Siciliani” (Palermo 1908): «Santa Marina vergine. Nacque nel castelletto chiamato Scanio, della ricca ed illustre famiglia Pandarita. Toccata dalla pietà dei monaci basiliani, volle anche lei vestire l’abito del patriarca San Basilio; ed alla sua morte, dietro le peregrinazioni e le vicende di una santa vita, fu seppellita nella chiesa del monastero di Santa Maria di Mallimaco. Il di lei corpo fu poi traslato a Catania, per ordine dell’infante Martino, che con due diplomi ne ordinò la traslazione nel 1392. In onore di questa santa il casale Scanio venne detto Santa Marina». A Termini Imerese, invece, persiste la tradizione che il casale di Scanio sia sorto sulla sponda sinistra del fiume San Leonardo nella contrada oggi detta Santa Marina e anticamente chiamata Cozzo di Scanio. Alla Santa sono state dedicate nel corso dei secoli tre chiesette cam-

pestri, chiamate rispettivamente: Santa Marina La Vecchia, Santa Marina La Nuova e l’attuale Santa Marina La Novissima, in un arco di tempo compreso tra il XVI e il XIX secolo, di esse tratteremo nel dettaglio nei prossimi numeri.

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spazio di fede

A N C H E I “GRANDI” S O G N A N O . . . di Paolo Turturro

Ancora un sogno a Natale. Ancora il sogno di Martin Luther King. Ancora il sogno di Isaia. Ancora il sogno di ogni uomo. Ancora il sogno di Davide Maria Turoldo. Ancora il sogno di Alda Merini. Ancora il sogno di don Tonino Bello. Ancora il sogno di Dio nel cuore di ogni uomo. arrare le meraviglie dello spirito è lo scopo della vita di ogni uomo. Narro la tua luce negli occhi delle aurore. Narro il tuo volto luminoso di speranze. Narro le tue labbra cariche di luce. Narro non solo il tacere, ma ciò che è invisibile a sapere. Noi conosciamo appena ciò che è visibile, o qualcosa dell’invisibile. Appena il mondo degli angeli e dei santi. E il resto? Non conosciamo ciò che è invisibile. L’universo balbetta appena un alfabeto limitato di tempo, di spazi e di parole. La maggior parte dell’universo è a noi ignoto. Noi camminiamo nel tempo, senza sapere che ci porta alla soglia dell’eterno.

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Allora l’uomo danzerà con il cielo e con la terra. Giocherà con il sole e con tutte le creature. E sarà un piacere immenso conoscerci. E sarà una gioia lirica sapersi l’uno carne dell’altro, l’uno luce dell’altro, l’uno respiro dell’altro. La morte è partorire all’universo: È partorire ai prati. È partorire al cielo. È partorire agli angeli. È partorire ai santi. È partorire in Dio. Nel ventre del tempo cerco a tastoni il Signore. Non c’è luogo dove tu non sei. La lontananza per te non è mai una tua assenza. Dormo sul letto di sassi. Ai piedi mi camminano sterpi. Mi scorre dentro un fiume povero di acque. Ho sempre sorriso, persuaso che donare è sempre una festa. Sempre addito una speranza che mai mi hanno permesso di raggiungerla. Sempre addito una fonte che mai mi è dato di bere. Tanti anni affamato di Dio. Famelica fame che mai si sazia. Famelica fame squarciata di luce. Io conosco il silenzio dell’alba quando sorge la luce. Io so il deserto che profondo nascon-

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de sorgenti limpide e impetuose. Io so la tristezza che attanaglia l’anima da non poterla liberare. Io so che il più povero sono io stesso nel credere che tu non mi sei vicino in questo mio sfacelo. Io so che sono i miei occhi a non vergognarsi della luce del mio volto qualora gli altri mi commiserano sul sacrato del tempio. Io squarcerò il velo invisibile che ci separa, il velo per spezzare quell’invisibile che nega a noi di vederci. Il velo della nascita. Il velo del Natale. Io so che sei tu che nasci in ogni vita. Io so che nessuno muore. Solo il nulla muore. Non muore nessuno, perché tu sei. Io non mi esaurisco sulla croce, mio letto coniugale della nascita all’eterno. Nulla si rinchiude dentro il cuore, universo aperto e senza porte. Tuttavia il cuore non è un porto di mare. Non c’è ultimo a morire, perché nessuno muore. Il giorno è il gemito di una nuova vita. Eppure nel giorno siamo soli. Non vale gridare dall’altare “fratelli”. Né che tutti in colonna ci affolliamo allo stesso ciborio. Siamo soli, pur nutriti da Dio. Siamo soli, se pure respiriamo la stessa aria. Siamo soli, soli nelle metropoli affollate di chiasso. Siamo soli, pigiati da miliardi di persone, soli. Siamo soli sulla terra, dove pare non abiti neppure Dio. Siamo soli, non cantiamo più il pane nel forno caldo della famiglia. Siamo soli, non cantiamo più il vino nelle folli serate della compagnia. Siamo soli, se pure assordati di suoni e di voci non più umane. Siamo soli, se pure tempestati di immagini a rotocalco di consumi. Siamo soli, se pure stufi e pigiati a morire dal sudore acre degli altri. Siamo soli e stanchi di sentire il fiato violento di tanti sulle nostre spalle. Siamo soli a lottare un Dio senza fiato, senza accenni di capo, senza accenni di risposta per con-


spazio di fede tinuare a vivere. Siamo soli e contorti come tronchi nodosi di ulivi che non producono più zagara e olio profumato. Siamo soli, perché selvatici dentro. Siamo soli. Torniamo a credere che il fiato dell’altro è dentro ognuno di noi. Torniamo a credere che il volto dell’altro ci appartiene. Torniamo a credere che donare una mano è sempre la dignità di un altro universo d’amore. Torniamo a credere che, finché un uomo solo spera, è sempre un altro giorno. Torniamo a credere per condividere il poco che siamo, il quasi nulla che abbiamo. Torniamo a credere di generare un pizzico di pace in questo nostro deserto di guerre e di delusioni. Torniamo a credere che abitiamo lo stesso cielo. Respiriamo la stessa aria. Ci illuminiamo della stessa luce. Coloriamo gli stessi sentimenti. Torniamo a credere che basti un istante di bene per cambiare il mondo. Non solo però il tuo. Il tuo, il mio, un miliardo di respiri di bene cambiano il nostro mondo rattrappito di inerzia. Torniamo a credere che Dio ha diritto di esistere. Torniamo a credere che Dio nasce oggi dentro ognuno di noi. Torniamo a credere che Dio ha diritto di parlarci. Torniamo a credere. Credere è la nostra carità di luce.

arissimo Padre Giacomo,

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in allegato trova il pensiero che noi catechiste di Giulia Di Paola, abbiamo scritto nel giorno del suo funerale, 10 dicembre 2010. Ancora una volta voglio sottolineare che non sono parole di fantasia, ma quanto abbiamo vissuto davvero negli incontri di catechismo. Con immenso piacere accogliamo l’invito a pubblicare queste righe e, a lavoro ultimato, saremo felici di averne una copia. Grazie di cuore, Maria Concetta Di Chiara Caro angioletto bianco… si, è questo che sei ormai cara Giulia: un dolce angioletto bianco che ha disteso le sue ali verso il cielo e ora contempla il volto e la luce di Gesù, quel Gesù che avresti dovuto incontrare nell’Eucaristia, alla fine del tuo percorso di catechismo. E invece…. hai avuto fretta e sei andata a incontrarlo prima, faccia a faccia. Ma nulla avviene per caso: il primo giorno di catechismo, tutti i tuoi compagnetti hanno incollato una nuvoletta con scritto i loro nomi, nel cartellone azzurro che rappresentava il cielo della nostra classe, soleggiato dai luminosi raggi di un simbolico sole rappresentante Gesù. Tu mancavi, mancava la tua nuvoletta perché quel giorno eri assente. Negli incontri successivi, più volte, sia tu che i tuoi compagni, ricordavate alla maestra, di portare la nuvoletta che rappresentava te. E invece…. la maestra distratta, la dimenticava sempre! È come se in quel cielo terreno non dovevi esserci: tu, cara Giulia, eri già designata per il cielo spirituale, dove quella nuvoletta, adesso sei tu stessa, illuminata e scaldata dallo sguardo e dall’amore di Gesù. Nessuno di noi può trovare pace dal punto di vista umano, ma per quella briciola di fede che ci sostiene, siamo pienamente convinti che la cara Mamma del cielo, nel giorno della Sua festa, ha voluto un angioletto bianco e candido come te, per preservarti da non sappiamo neanche cosa, ma certamente per essere adesso tu stessa, l’angelo custode di mamma, papà e il fratellino. Ora hai una fondamentale missione: dal cielo, dovrai sostenere i tuoi compagni nel loro percorso che li condurrà all’incontro con Gesù Eucaristia e, certamente, anche noi ti ricorderemo con le nostre preghiere, nella certezza che sarai lì presente ad ogni incontro, insieme a noi. Un caro e dolce arrivederci cara Giulia! Con affetto, le tue catechiste Antonella Castello e Maria Concetta Di Chiara

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televisione PALINSESTO TELEREGINA

PALINSESTO TELEREGINA

Venerdì 24 Dicembre (CTS) ore 16.00: Teleregina news ore 16.17: La sintesi del 2010 ore 16.28: Auguri di Natale di p. Giacomo ore 16.40: Pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Miracolo

Venerdì 31 Dicembre (CTS) ore 16.00: Teleregina news ore 16.15: La sintesi del 2010 ore 16.27: Auguri di Natale di p. Giacomo ore 16.39: Centro di emostasi e coaugulazione osp. Cervello di Palermo ore 16.50: Arte e psiche - Il giardinaggio

dal 24 al 31 Dicembre 2010

Sabato 25 ore 11.30: ore 11.32: ore 11.34: ore 12.00: ore 12.15:

Dicembre (CTS) Vangelo di domenica 26/12/10 Parlerò al tuo cuore Cristo in frontiera Oltre il fatto Sfogliando CNTN

Sabato 25 ore 20.00: ore 20.02: ore 20.04:

Dicembre (IN TV - Sky 840) Vangelo di domenica 26/12/10 Parlerò al tuo cuore Cristo in frontiera

dal 31 Dicembre 2010 al 7 Gennaio 2011

Sabato 1 ore 11.30: ore 11.32: ore 11.34: ore 12.00: ore 12.15:

Gennaio (CTS) Vangelo di domenica 02/01/11 Parlerò al tuo cuore Cristo in frontiera Oltre il fatto Sfogliando CNTN

Sabato 1 ore 20.00: ore 20.02: ore 20.04:

Gennaio (IN TV - Sky 840) Vangelo di domenica 02/01/11 Parlerò al tuo cuore Cristo in frontiera

Domenica 26 Dicembre (CTS) ore 11.30: Santa Messa dalla Basilica SS. Trinità (La Magione) - Palermo (diretta)

Domenica 2 Gennaio (CTS) ore 11.30: Santa Messa dalla Basilica SS. Trinità (La Magione) - Palermo (diretta)

Domenica 26 Dicembre IN TV (Sky 840) ore 11.30: Santa Messa dalla Basilica SS. Trinità (La Magione) - Palermo (diretta) ore 12.50: La sintesi del 2010

Domenica 2 Gennaio IN TV (Sky 840) ore 11.30: Santa Messa dalla Basilica SS. Trinità (La Magione) - Palermo (diretta) ore 12.50: Centro di emostasi e coaugulazione osp. Cervello di Palermo

Lunedì 27 ore 11.30: ore 11.34: ore 11.46: ore 11.57: ore 12.15:

Dicembre (CTS) Oroscopo come bussola Auguri di Natale di p. Giacomo La sintesi del 2010 Oltre il fatto Sfogliando CNTN

Lunedì 27 ore 20.00: ore 20.04: ore 20.34: ore 20.46:

Dicembre IN TV (Sky 840) Oroscopo come bussola Volti al confronto Auguri di Natale di p. Giacomo La sintesi del 2010

Mercoledì ore 21.30: ore 21.41: ore 21.52: ore 22.02:

29 Dicembre (CTS) Auguri di Natale di p. Giacomo La sintesi del 2010 Arte e psiche - Il giardinaggio Volti al confronto

Giovedì 30 Dicembre IN TV (Sky 840) ore 20.00: Teleregina news ore 20.15: Auguri di Natale di p. Giacomo ore 20.27: Coro ore 20.30: Oltre il fatto ore 20.45: Sfogliando CNTN Venerdì 31 Dicembre (CTS) ore 16.00: Teleregina news ore 16.15: La sintesi del 2010 ore 16.27: Auguri di Natale di p. Giacomo ore 16.39: Centro di emostasi e coaugulazione osp. Cervello di Palermo ore 16.50: Arte e psiche - Il giardinaggio I programmi potrebbero essere soggetti a variazioni.

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Lunedì 3 ore 11.30: ore 11.34: ore 11.46: ore 11.57: ore 12.15:

Gennaio (CTS) Oroscopo come bussola Auguri di Natale di p. Giacomo La sintesi del 2010 Oltre il fatto Sfogliando CNTN

Lunedì 3 ore 20.00: ore 20.04: ore 20.34: ore 20.46:

Gennaio IN TV (Sky 840) Oroscopo come bussola Volti al confronto Auguri di Natale di p. Giacomo La sintesi del 2010

Mercoledì ore 21.30: ore 21.41: ore 21.52: ore 22.01:

5 Gennaio (CTS) Auguri di Natale di p. Giacomo La sintesi del 2010 Arte e psiche - Coralmente Volti al Confronto

Giovedì 6 Gennaio IN TV (Sky 840) ore 20.00: Teleregina news ore 20.15: Centro di emostasi e coaugulazione osp. Cervello di Palermo ore 20.26: Coro ore 20.30: Oltre il fatto ore 20.45: Sfogliando CNTN Venerdì 7 ore 16.00: ore 16.15: ore 16.40:

Gennaio (CTS) Teleregina news Profumo di rose - Mussomeli Centro di emostasi e coaugulazione osp. Cervello di Palermo ore 16.51: Arte e psiche - Coralmente

I programmi potrebbero essere soggetti a variazioni.


appuntamenti DOVE TROVARE C N T N

Padre GIACOMO: dove, quando... Lunedì Giovedì

ore 14,15 - 20,30 Magione ore 9,30 - 13,00 S. Caterina ore 13,30 - 15,30 S. Giovanni C ON F E SSIO N I

Sabato ore 17,30 - 18,45 S. Giovanni mezz’ora prima della celebrazione di ogni S. Messa RECAPITI

330.53.79.32 (quando è possibile tenerlo acceso) 091.49.01.55 ogni giorno ore 7,00 - 7,45 091.25.25.525 (di pomeriggio, spesso) 091.617.05.96 anche Fax giacomo.ribaudo@fastwebnet.it C H I E S E IN C U I H A LU O G O L’ A D O R A Z I O N E E U CA R I S T I C A S O L E N N E A L D I F U O R I D E L L A S. M E S S A :

* CUORE EUCARISTICO DI GESÙ, C.so Calatafimi, 327: Vn. ore 16,30-18,00; 1° Vn anche 9,30-12,30 * ANCELLE DEL S. CUORE, in via Marchese Ugo: Tutti i giorni ore 7-13; 16-17 * OLIVELLA: Ln. Mt. Mc. ore 17,30-18,30 * S. CATERINA DA SIENA in via Garibaldi: Gv. ore 09,00-12,00 da Ln. a Vn. ore 23,00-24,30 * MARIA SS. IMMACOLATA via Montegrappa Gv. ore 09,00-23,00 * S. GIUSEPPE AI QUATTRO CANTI: Vn. ore 21,00-23,00 * S. MAMILIANO (di fronte al conservatorio): da Ln. a Vn. ore 16,00-18,00 * S. LUCIA, in via Ruggero Settimo: Sb. ore 21,00-24,00 * MARINEO, presso la chiesa del Collegio: Gv. ore 09,00-12,00 * MADONNA DEI RIMEDI: piazza Indipendenza Gv. ore 10,00-12,00 * SAN BASILIO: Giovedì - Venerdì 9.00 - 12.00 Venerdì dalle 18.30 - 19.30 * SANTA TERESA alla Kalsa: Giovedì 17.30 - 18.30; 19,00 - 21,00 * FRATI MINORI RINNOVATI SANTA MARIA DEGLI ANGELI: in via Alla Falconara, 83: Ogni giovedì dalle 15.30 alle 16,15 1° venerdì del mese 20.00 - 21.00 * SS. CROCIFISSO - Ciaculli: Giovedì ore 16.00 - 17.00

DOVE CONFESSARSI... -

S. Domenico (mattina) Casa Professa (zona Maqueda) S. Giuseppe dei Teatini (Quattro Canti) S. Teresa (piazza Kalsa) Madonna dei Rimedi (p.zza Indipendenza) S. Raffaele Arcangelo (via G. Roccella) S. Maria della Pace (Cappuccini) S. Francesco d’Assisi (piazza S. Francesco d’Assisi) S. Antonio da Padova (Stazione) Boccone del Povero (c.so Calatafimi, 327)

Edicole

Rivendita giornali

Sedi Istituzionali

Claudia Amica Pipi Alberto C.so Calatafimi, 327 Dario Badalamenti Via G.F. Ingrassia Bruno Maurizio Via Lincoln, 124 Cori David e Carmen Richichi Calata S. Erasmo Capizzi Piazza G. Cesare Vincenzo Di Bella Via Roma (Accanto posta centrale) Giovanni Serra Via Cavour Catalano Francesca Via E. Amari Siddiolo Giampiero Via Roma (Ang. C.so Vittorio Emanuele) Ferrara Angelo Via Ruggero Settimo Edicola Mercurio di Antonia Siddiolo L’edicola di A. Cappello Via Vaglica (Piazzale Ungheria) Testagrossa Via P. Calvi D’Amico Domenico Via Dante, 78 Giovanni Cricchio Via Notarbartolo (Ang. Via Marchese Ugo) Damiani M.Rita Via Terrasanta, 5 Libri Giò di Giuseppe Mercurio Via Duca della Verdura E. Calò Marco Mercurio Via F. Laurana Edicola Lino Via Don Orione Rosetta Abatangelo Via Marchese di Villabianca, 111 Libreria Mercurio Via M. di Roccaforte, 62 Ciulla e Cannella Via Cirrincione

Piazza dell’Esedra

Facoltà Teologica

Lidia Monsignore

Corso V. Emanuele, 463

Via E. Restivo, 107

(Loredana Ferraro)

Da Silvio

Galleria e Biblioteca d’Arte

Marineo (Pa) Cuccia Francesco Luigi Via F. Laurana, 79

Studio 71 F.M. Scorsone Via Fuxa, 9

90143 Palermo Edicola Resuttana dal 1920 Via Resuttana, 243

Chiese

Pirrone Antonino

Basilica SS. Trinità alla Magione

Piazza Verdi Mario Cassano

Via Magione

Via De Gasperi 237

S. Giovanni dei Napoletani

Fabio Velardi

Corso Vittorio Emanuele

Viale Regione Siciliana

Santa Caterina da Siena

(Angolo Via Perpignano)

Via Garibaldi S. Cristoforo

Attività

Via S. Cristoforo

commerciali

(Via Roma di fronte la Standa)

Articoli e oggetti sacri

SS. Crocifisso

Rosa Maria Cerniglia

Via Ciaculli

Villabate

Maria SS. di Lourdes

Associazione Esperanza Via Magione, 44

Via Ponticello

Orefice Nino Scrima

Borgo della pace

Via Magione

Baucina

Gazebo CNTN Piazza Marina Libreria Paoline C.so Vittorio Emanuele, 456

Privati Lidia Castellana

Bar Pasticceria Amalia Rimedio Via P.pe di Palagonia, 2/F

C. Vittorio Emanuele, 547

Libreria Articoli Sacri LDC, di

Villabate

Lombardo

Micale – Badalamenti

Via A. Siciliana, 16/D

Via M. Cipolla, 106

Angie Sport Via Sciuti, 178

Salvo Di Lorenzo

Bruno Gomme

Via Fiduccia, 11 (Villabate)

Via Garibaldi, 10/16

Caterina Gaglio

Monreale (PA)

Largo Hilton - Villabate

ANNO XI - nn. 16-17 • 26 Dicembre 2010

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CNTN 16/17 anno XI  

settimanale di ispirazione cristiana

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