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erritorio il Mensile del sud-est barese - Anno 1 n° 0 - gennaio 2010 - UN EURO

all’interno Sammichele di Bari

Palazzo di v. Pastore

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Acquaviva delle Fonti

Le mani in pasta

pag.11

Costume & società

Compagno di strada

Al via i festini

pag. 8-9

Economia

pag.2

Cantina all’asta?

pag. 10


l’editoriale

Compagno di strada Tante piccole notizie che non riescono a fare notizia e dare forza alla speranza di FRANCO DERAMO

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erve uno strumento per partecipare alla vita di un territorio. Se il territorio, con i suoi abitanti, la sua cultura, la sua crescita, il suo sviluppo, vuole diventare punto di riferimento, un giornale può esercitare la sua funzione attiva con efficacia. E’ nel territorio in cui viviamo che vogliamo operare, essere propositivi. Così, un giornale, un periodico, può accompagnare e sostenere il cammino, spesso difficile, delle nostre realtà territoriali. Guardando ad esse con attenzione, ci accorgiamo che la prima vera crisi che le investe è quella della politica che scarica i suoi effetti nella vita amministrativa delle Istituzioni. Manca una visione politica globale della realtà. Vengono così a mancare idee e programmi che possano farla vivere, crescere, sviluppare. Si discute tanto di nomi, di candidati, forse di schieramenti, per sommare voti, ma non si elaborano programmi coerenti, credibili e

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fattibili. In crisi profonda, in primis, sono proprio i partiti, deputati ad essere i promotori di proposte politiche, di progetti. Si sono trasformati, più che mai, in strumenti operativi per l’acquisizione del consenso. Affidano la loro immagine a quella che la tv riesce a dare dai suoi salotti più o meno urlati. Quando non spingono i cittadini a guardare altrove, a fare altro o a rinchiudersi nelle loro pigrizie, nel loro isolamento e nell’indifferenza. Così, nei confronti dei partiti, cresce solo diffidenza e sfiducia. Anche le nostre istituzioni locali spesso sono appannaggio di mirati gruppi di potere o di persone capaci di catalizzare solo interessi di parte. Il “bene comune” è assente. La “Politica”, come dimensione di servizio, rimossa. Legalità e responsabilità condivise violate. Non è facile invertire la tendenza, rimuovere incrostazioni spesso stratificate da decenni. Il cammino è lungo e faticoso. Per non parlare dei settarismi. Crediamo sia necessario un percorso, anzi un processo di cambiamento culturale

che sostenga, accompagni quei generosi flebili tentativi che, nelle nostre realtà territoriali, soprattutto se restano isolati, spesso sono destinati a soccombere. Un giornale può guardare a questo cammino e a questi tentativi per accompagnarli e sostenerli. Farsi, come si dice, compagno di strada. A volte con il vento in poppa, altre volte controvento. Liberamente, senza privilegiare né gli uni, nè gli altri. Consapevoli che nella nostra quotidianità non tutto è verità, ma che la verità è

tutto. Noi vogliamo provarci. Vogliamo stare innanzitutto dalla parte della persona, del cittadino, rimetterlo al centro, farlo sentire non destinatario di interventi, ma protagonista delle scelte, artefice della ricchezza culturale di cui una comunità può esprimerne il suo valore per renderlo patrimonio diffuso. Vogliamo disarmare il pessimismo rassegnato e armare, dare forza alla speranza, quella che si nasconde spesso in tante piccole notizie che non riescono a fare notizia. Vogliamo combattere contro il facile oblio e la comoda rimozione. Intanto vogliamo ringraziare quanti hanno sostenuto e incoraggiato l’avvio di questa nuova impresa. Vogliamo altresì ringraziare quanti, non presi solo dalla curiosità iniziale, vorranno seguire questa nostra volontà e sostenere, con fiducia e costanza questa iniziativa che ricomincia e che nasce proprio, come fatto augurale, con il nuovo anno.


politica

Tutte le contraddizioni Palazzo di via Pastore: la fretta e gli imbrogli

L’

di effedi

allora esistente Commissione Edilizia del Comune di Sammichele di Bari, composta da n. 10 componenti, fra cui Vito Leonardo Spinelli (consigliere comunale di minoranza), l’ing. Franco Savino (rappresentante Ordine degli Ingegneri), ing. Nicola Covella in sostituzione dell’arch. Vitangelo Pugliese, l’avv. Toni Deramo, l’arch. Gregorio Topputi (rappresentante Ordine Architetti), il geom. Donato Massaro (rappresentante Ordine Geometri) ed altri, nella seduta del 16.3.1999, respinge la prima volta e all’unanimità, il progetto presentato a firma dell’ing. Pier Paolo Madaro (sindaco Rino Rubino): il palazzo NON si può costruire. - Il 21.3.2003 (sindaco Nicola Madaro), progetto a firma dell’ing. Pier Paolo Madaro, viene rilasciata la concessione edilizia n. 51/98: il palazzo SI PUO’ costruire. - Con determina n. 284 del 2004 (arch. Vitangelo Pugliese) e successiva determina n. 8217 del 2005 (geom. Domenico Claps), rispettivamente Responsabile e facente funzione dell’Area Urbanistica, hanno difatti annullato la concessione.

In sede di riesame, ad opera quasi ultimata, è stata rilevata la non conformità alle norme edilizie ed urbanistiche vigenti all’epoca del rilascio, ordinando contestualmente il ripristino dello stato dei luoghi con la demolizione dell’edificio. - Il Giudice Amministrativo (TAR), con ben quattro pronunce, nn. 1215, 1216, 1217 e 1218 rese nel 2007, ha respinto, nel merito, i ricorsi presentati dal costruttore (NADIR srl), dai Proprietari del terreno (fratelli Lagravinese), dal progettista (ing. Pier Paolo Madaro), dagli acquirenti degli appartamenti e dei locali commerciali, ritenendo sussistenti tutti i vizi di legittimità prospettati dall’Amministrazione comunale (sindaco Filippo Boscia). Il palazzo è abusivo! Non doveva essere costruito. - Consiglio di Stato, con sentenza n.3040/2008, ha respinto l’appello dei suddetti ricorrenti e la richiesta di risarcimento danni, confermando integralmente la sentenza del TAR: il palazzo è abusivo! Non doveva essere costruito. - Processo penale in corso per accertare eventuali responsabilità personali (progettista, costruttore, proprietari).

2009-2010: Il Comune non ha ancora, né demolito, né acquisito a patrimonio comunale il palazzo, né stabilito la sua destinazione finale. Assurdo: si sta invece “trattando” per definire come ridarlo ai responsabili dell’abuso! Questi i problemi di bene comune che negli ultimi dieci anni hanno assillato e hanno dovuto seguire attentamente i nostri amministratori. Questi i risultati di chi ha amministrato e amministra dichiarandosi “AL SERVIZIO DI SAMMICHELE”. …---===---… Una curiosità. La delibera di concessione per la costruzione abusiva del palazzo è del 21 marzo del 2003. La candidatura dell’avvocato Natale Tateo a Sindaco di Sam-

michele di Bari a capo di un’amministrazione di centro-sinistra, avviene, senza le primarie, il 21 marzo 2009. Che singolare coincidenza! Tutto il primo giorno di primavera: “Che fretta c’era? Maledetta primavera! Che imbroglio era? Maledetta primavera!” Ve la ricordate questa canzone di Loretta Goggi? Il sindaco Tateo in Consiglio Comunale ogni qual volta si discute su questo argomento abbandona la seduta perché dichiara l’esistenza di un conflitto di interessi. Perché non lo ha detto in campagna elettorale? Chi è stato chiamato dai cittadini a rappresentare il “bene comune”, per tutelare “il bene di parte” abbandona il Consiglio Comunale al suo destino: Intanto, il fantasma del palazzo è ancora lì!

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politica La parola all’esperto

In via Pastore: tra delibere e sentenze Nove i motivi di illegittimità

L’

di PATRIZIA SICOLI *

annosa questione posta dalla controversa realizzazione del palazzo di via G. Pastore involge delicati profili tecnico-giuridici. Si tenterà nel prosieguo di fornire, sul piano squisitamente giuridico, qualche utile strumento di analisi muovendo da una preliminare considerazione. Il nostro ordinamento giuridico consente alla Pubblica Amministrazione di procedere al riesame e ritiro di atti e provvedimenti già emessi ed efficaci ove la stessa, anche successivamente alla relativa adozione, ne ravvisi vizi di legittimità originari. L’atto amministrativo ritenuto illegittimo può, dunque, essere annullato d’ufficio con efficacia retroattiva, ex tunc, sebbene previa valutazione comparativa tra l’interesse pubblico che motiva l’annullamento e gli interessi privati eventualmente incisi. L’istituto dell’autoannullamento ha, per l’appunto, trovato applicazione in ordine alla concessione edilizia n. 51/98 del 21.3.2003 che ha assentito il progetto teso alla realizzazione, nel territorio di Sammichele di Bari alla via G. Pastore – vico Martiri di Cefalonia, di un complesso edilizio a destinazione residenziale e commerciale. Nell’esercizio della sua potestà di autotutela, il Responsabile dell’Area Tecnica, con determina n. 284 del 2004 e successiva determina n. 8217 del 2005, ha difatti annullato il riferito atto di assenso avendone rilevato, in sede di riesame, la non conformità alle norme edilizie ed urbanistiche vigenti all’epoca del rilascio, ordinando contestualmente il ripristino dello stato dei luoghi con la demolizione dell’edificato.

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Per dovizia di precisione, va detto che l’area interessata, ricadendo per tre quarti nel centro storico comunale zona A, ha trovato disciplina nel Piano di Risanamento del Centro Storico approvato nel 1978 e sostanzialmente recepito dal vigente P.R.G.. Ebbene, come accertato anche in sede giudiziaria, l’amministrazione dell’epoca ha disposto il rilascio dell’atto concessorio in stridente contrasto proprio con le previsioni di tale strumento urbanistico esecutivo, inficiandolo così di quei vizi di legittimità che hanno poi indotto al relativo annullamento. LE ILLEGITTIMITA’ Nove sono i profili di illegittimità prospettati dalla Amministrazione comunale per il tramite del suo Ufficio tecnico in sede di riesame tra i quali di estremo rilievo vi è: 1. la violazione del disposto di cui all’art. 43 norme tecniche di attuazione (n.t.a.), allegate a detto Piano che prevede la assoluta inedificabilità delle aree libere del centro storico riservando ad una valutazione discrezionale del Sindaco la possibilità di affrancarle dal vincolo di inedificabilità. La concessione edilizia n. 51/98 del 21.3.2003 è stata rilasciata a firma del Responsabile dell’Area urbanistica e non dal Sindaco né, cosa ancor più grave, riferisce in ordine alle ragioni che hanno indotto a liberare proprio tale area dal vincolo di inedificabilità. L’iter procedurale ivi articolato è stato innegabilmente disatteso. In altri termini, il Sindaco e non il Dirigente, con apposito atto, avrebbe dovuto, prima del rilascio

dell’atto abilitativo ed in assenza delle condizioni ostative ivi contemplate, autorizzare lo sfruttamento edificatorio dell’area, sempre previa accurata istruttoria atta a motivare la sottrazione dell’area stessa al regime di inedificabilità imposto dal piano (sufficienza delle aree libere già presenti nel centro storico, rispetto degli standards, ecc.). Tale atto, da ritenersi “diverso e distinto” rispetto all’atto concessorio nonché ad esso prodromico, non è stato mai adottato dal Sindaco allora in carica. Il Consiglio di Stato su tale profilo ha efficacemente statuito: “Deve dunque concludersi che nel caso in esame, come affermato in sede di autotutela, il rilascio del titolo edilizio non è stato preceduto dall’autorizzazione sindacale, in violazione dell’iter procedurale precisamente scandito dalla norma regolamentare di riferimento”. 2. la violazione del disposto di cui all’art. 17 n.t.a., comma secondo e quarto, che impone la “... conservazione degli orti e giardini con rigoroso divieto di costruzioni fuori terra e sotterranee, comprese le strutture provvisorie quali serre, depositi per attrezzi...”.

E’ poco discutibile che l’area su cui insiste l’intervento, costituendo “spazio verde o giardino pertinenziale” dell’adiacente fabbricato di proprietà degli originari titolari, avrebbe dovuto ritenersi “assolutamente inedificabile”. Ad asseverare siffatto convincimento vi è la circostanza che fu proprio tale connotazione ad indurre la Commissione Edilizia, nella seduta del 16.3.1999, a respingere la prima volta e all’unanimità, il progetto. I LIMITI DI ALTEZZA 3. la violazione del disposto di cui all’art. 15 n.t.a. che stabilisce il limite di altezza in 7 metri. Il complesso edilizio di via G. Pastore ha disatteso il parametro dell’altezza massima di oltre il 40 %. Tali previsioni sono state diversamente interpretate dagli autori dell’intervento edilizio. In ordine al procedimento di autoannullamento si è così aperto un lungo iter giudiziario che ha interessato anche il Tribunale Penale di Bari ove verranno accertate, sul piano squisitamente penalistico, eventuali responsabilità personali afferenti le ipotesi di reato di abuso


politica edilizio. Avverso il riferito provvedimento di autotutela sono, difatti, insorti la Nadir srl, i sig.ri Lagravinese ed i promissari acquirenti i quali, adito il T.A.R. Puglia, ne hanno chiesto l’annullamento. Il Giudice Amministrativo, con pronunce nn. 1215, 1216, 1217 e 1218 rese nel 2007 ha respinto, nel merito, i ricorsi ritenendo sussistenti tutti i vizi di legittimità prospettati dall’Amministrazione comunale. Tale convincimento è stato poi ampiamente avvalorato in sede di gravame dal Consiglio di Stato, con pronuncia n.3040/2008, che ha respinto l’appello unitamente alla relativa richiesta risarcitoria confermando integralmente la sentenza resa dal TAR. Il Giudice Amministrativo di prime cure e successivamente il Consiglio di Stato in sede di gravame, dunque, convengono sulla illegittimità della concessione edilizia che ha consentito di attribuire vocazione edificatoria ad un’area che, per le ragioni giuridiche innanzi diffusamente esposte, ne era assolutamente priva. L’ORDINE DI DEMOLIZIONE Le statuizioni rese acclarano, pertanto, la piena validità giuridica del provvedimento di annullamento d’ufficio e del relativo ordine di demolizione rendendo improcrastinabile l’adozione delle

conseguenti scelte politiche. Va da sé che, ingiunta la demolizione dell’immobile abusivo, l’Amministrazione comunale non potrà che attenersi alle fasi procedurali definite dall’art. 31 del D.P.R. 6.6.2001 n. 380 (Testo Unico in materia edilizia) secondo tale sequenza amministrativa: 1. ove il responsabile non abbia provveduto alla demolizione nel termine di novanta giorni dall’ingiunzione, l’immobile è acquisito di diritto gratuitamente al patrimonio comunale; 2. accertata formalmente l’inottemperanza, il Comune dovrà notificare detto accertamento all’interessato; 3. la notifica dell’accertamento costituisce titolo per l’immissione nel possesso da parte del Comune e per la trascrizione nei registri immobiliari. La inottemperanza all’ordine di demolizione, decorsi i prescritti novanta giorni, ha comportato, dunque, l’automatica acquisizione dell’immobile al patrimonio comunale. E’ evidente che l’effetto ablatorio (ossia il trasferimento della proprietà in capo al Comune) si è verificato ope legis alla inutile scadenza del termine fissato per ottemperare all’ingiunzione di demolire. In altri termini, anche ove il Comune ometta la notifica dell’atto amministrativo di accertamento della

inottemperanza, la acquisizione al patrimonio comunale deve ritenersi già compiuta, rivestendo tale atto accertativo natura meramente dichiarativa. In merito, la Suprema Corte insegna che la notifica dell’accertamento formale dell’inottemperanza si configura solo come titolo necessario per l’immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari. (Corte di Cassazione Sezione 3 Penale Sentenza del 19 gennaio 2009, n. 1819). LE SCELTE POLITICHE A tal punto, fedelmente alla previsione di cui all’art. 31 del D.P.R. 6.6.2001 n. 380, comma 5, la costruzione abusiva, divenuta patrimonio comunale, dovrebbe essere demolita: “L’opera acquisita è demolita con ordinanza del dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale a spese dei responsabili dell’abuso, salvo che con deliberazione consiliare non si dichiari l’esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l’opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali”. L’unica eccezione all’esito demolitorio, in linea al dictat legislativo, è data dall’ipotesi in cui una delibera comunale decida la conservazione del bene per interessi pubblici prevalenti su quelli urbanistici ed ambientali.

Il Consiglio Comunale è, pertanto, investito del potere di deliberare la conservazione al patrimonio comunale del manufatto abusivo ove ravvisi l’esistenza di interessi pubblici prevalenti rispetto a quelli che giustificano la demolizione, ma dovrà puntualmente motivare tale decisione. In disparte il giudizio sulla opportunità della scelta amministrativa da adottare che riveste valenza squisitamente politica e, pertanto, discrezionale, non può trascurarsi che le distonie rinvenute nella progettazione del Palazzo di via G. Pastore rispetto a basilari principi normativi di edilizia ed urbanistica hanno consentito di ergere un’opera che lede l’interesse della collettività, tutta, ad un corretto assetto urbanistico. Le esaminate previsioni del Piano di Risanamento, difatti, sottendono una chiara intentio legis, arbitrariamente elusa dalla realizzazione di tale complesso edilizio, tesa a preservare le aree ancora libere del centro storico da ogni tipo di edificazione con la evidente finalità di tutela ambientale e decongestionamento del centro storico stesso. L’interesse pubblico al ripristino della legalità deve ritenersi, pertanto, indubbiamente prevalente sui contrapposti interessi privati che ne risulteranno eventualmente incisi. *Avvocato amministrativista patriziasicoli@virgilio.it

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politica

Troppo comodo! Nessuno poteva non sapere. Tutti sapevano!

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di AGOSTINO SPINELLI

roppo bello pensare che esercitare il diritto di sopruso delle può bastare un’assemblea, intelligenze e delle libere volontà per quanto partecipata, a democratiche dei cittadini, delle chiudere una vicenda dai conno- norme che regolano, anche per tati chiari e definiti dell’abusivismo legge, la vita democratica di una edilizio. comunità. Troppo comodo pensare di giTroppo facile personalizzare, rare la frittata in un’assemblea po- con fare vittimistico, una questiopolare, voluta e tenuta dall’attuale ne che, in sé, è reato: lì, in via G. minoranza consiPastore, non si liare, per ritenere poteva costruire; chiusa una vicenlì, dunque, non si da che ha visto doveva costruire. e vede ancora E basta. impegnate, in Abbiamo tropvario modo e da po rispetto per la oltre dieci anni, dignità delle perben quattro Amsone e delle loro ministrazioni cointelligenze. munali (Rubino, Tutto il resto Madaro, Boscia, è solo mieloTateo). sa, stucchevole, Troppo comoinaccettabile do pensare che Filippo Boscia, capogruppo dell’opposizione manfrina. il TAR e il ConsiNessuno scamglio di Stato, con due chiare ed in- bi la pacatezza di una attenta e reconfutabili sentenze di condanna, sponsabile assemblea democratica abbiano fatto giustizia – fra l’altro come tollerante licenza buonista, – anche di una selva di pareri “pro se volete, a …”delinquere”. veritate” di illustri avvocati, tutti riNessuno scambi la diplomazia chiesti, ottenuti e pagati con i soldi di un incontro pubblico cui hanno dei cittadini-contribuenti, cioè, per partecipato in molti, con la rimocapirci, quelli di noi che pagano le zione di responsabilità formalmentasse. te pronunciate in giudizio. Pareri “pro veritate sua”! Le sentenze sono lì e sono insorTroppo comodo pensare di far montabili. sparire con un colpo di bacchetta Qualcuno, a chi è esperto di formagica tutto questo e “l’obbrobrio” mule, è bene che questo lo spiedi quel palazzo già definito “monu- ghi. mento alla illegalità”. E tale rimane, Le sentenze della Magistratura si per sentenze! possono appellare fino all’ultimo Esso è frutto di artifici interpre- livello di appello possibile, ma non tativi irresponsabili, di manie dila- si possono ignorare. torie, di clamorosi voltafaccia tutti Le sentenze si possono o apda chiarire e perseguire, di pareri pellare o applicare. Punto e basta. negativi espressi e concessi libe- Piacciano o non piacciano. ramente, nonchè di pareri positivi Le sentenze definitive vanno apopposti, dati e revocati come ca- plicate e basta. Senza se e senza duti dal cielo, il più delle volte dagli ma. E la pena prevista, la stabilisce stessi soggetti. il giudice, non una libera e demoCosa è stato spontaneo e cosa è cratica assemblea che, pur signifistato voluto, preteso, “spintaneo” cativa, tale rimane. Siamo in uno in questa vicenda? Stato di diritto, non in uno Stato Troppo stupefacente la sfaccia- assemblearistico. taggine di chi parla dimostrando Troppo comodo parlare e agire, di essere, di sentirsi al di sopra della ora, come se nei Tribunali non fosstessa legge e delle sentenze cre- se successo nulla. dendo che, sol perché esercita il diAbbiamo udito in tanti, invece, ritto democratico di parola, possa che l’arroganza non si ferma nean-

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Una vicenda davvero lunga

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entenze, ricorsi, ricorrenti, intrecci politici, giochi delle parti e quant’altro. Sono ormai oltre dieci anni, come è stato ampiamente ricostruito, che a Sammichele si duella sul filo del palazzo di Via Pastore, una costruzione che è stata definita in tutti i modi possibili, da ecomostro a risorsa, da obbrobrio a bene da salvare in considerazione del suo interesse pubblico. E’ stato un cavallo di battaglia dell’ultima campagna elettorale. E’ un punto di forza su cui l’opposizione non intende passare la mano. Il sindaco Tateo era parte in causa (letteralmente parlando) e, per una sua questione “morale” non entra nel merito dell’argomento. Dimentica però il sindaco di essere “Primo cittadino”, ovvero garante di tutti i sammichelini. I suoi affari personali e professionali ci interessano

che davanti alle sentenze. Troppo comodo cercare furbescamente di scambiare un giudizio estetico sul palazzo come una sentenza autoassolutoria del reato di violazione del Piano Regolatore. Questo vieta chiaramente di costruire nel centro storico (la così detta zona A). Qualcuno pensa, invece, che la legge è solo quella che egli stesso è in grado di emettere o di interpretare. Premesso che non ci troviamo di fronte né ad un’opera d’arte, né ad un’opera pia donata alla comunità, ma ad un normale fabbricato come tanti, che sarebbe stato destinato, previo regolari contratti di compravendite, a privati cittadini, a civili abitazioni e ad attività commerciali (negozi, ecc.), il problema dell’illegalità non è sulla qualità del palazzo, ma sul fatto che lì non si poteva, lì non si doveva costruire. Troppo semplicistico tentare di deviare l’attenzione dalla colpa dei protagonisti dell’illecito alla piacevole o meno estetica della costruzione. Espedienti. Furbizie che non attaccano. Troppo comodo, ma soprattutto grave ed in malafede, scambiare o utilizzare furbescamente il giudizio di congruità estetica dato sul palazzo dalla Soprintendenza, senza far riferimento all’esplicita riserva dalla stessa fatta del rispetto delle norme urbanistiche vigenti. Si continua, imperterriti, a tenta-

poco. Quello che a noi interessa, e su cui non saremo malleabili, è che a Sammichele si agisca sempre e comunque nell’interesse unico della collettività. Niente patti privati, dunque. Niente favoritismi. Per nessuno e mai. E se ci sono questioni “morali” in ballo... beh... che si risolvano. Non è più tollerabile che non si riesca a vedere la fine di questa vicenda che, in fondo, è diventata più grande di quella che è proprio per i giochi “politici” in campo. Le sentenze ci sono. Il sindaco è un professionista, affermato avvocato. Conosce bene il valore delle sentenze e la loro efficacia. Ora che ha il compito di guidare il paese, intende mantenere questa efficacia oppure no? Intende continuare a dilazionare i tempi oppure no? Questo ci interessa. Vogliamo sapere se, come e quando le decisioni verranno prese, gli atti verranno firmati, le leggi verranno applicate.

Roberto Mastrangelo

re di fare come i furbetti del quartierino. E, per piacere, non veniteci a raccontare frottole: nessuno poteva non sapere. Tutti sapevano! Siamo in presenza di un abuso conclamato, accertato con due sentenze e sanzionato. L’autore di quell’illecito, senza ritegno, ha pure parlato di danno economico subìto. Solo di quello suo, però. Perché non parliamo del danno morale e del danno esistenziale causati ai promessi acquirenti, del diritto a sognare che è stato scippato a chi in perfetta buonafede ha dato la sua fiducia e investito i suoi risparmi in quell’iniziativa? Ora la vicenda legale è chiusa. Applichiamo le sentenze. Non ci sono terze ipotesi. Tertium non datur. Non facciamo altri imbrogli, altre illegittimità o altre forzature. Sarebbe la rilegittimazione dei responsabili dell’illecito già compiuto. Dopo il danno anche la beffa? Le denunceremmo con forza. Il tempo delle “transazioni”, delle “compensazioni”, dello “scambio”, del “baratto”, peggio, degli “accordi” è passato. Chi si è fatto guidare o accecare da arroganza e supponenza, non l’ha né praticato, né accettato. Ora ci sono solo le sentenze. Leggi “ad personam” non ce n’è: LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI.


politica

Sul Comune a lavorare, ma “a titolo di amicizia” Trasparenza e legalità nei piani della Giunta. Ma nei fatti? suo “aiutato” non ce ne sono, o non sono state fornite. noi non piacciono i preAl che non ci resta che chiedere giudizi. Ma nemmeno direttamente al Sindaco, Avv. Tale cose strane che, evi- teo, chi siano queste persone e a dentemente, accadono in questo quale titolo possono accedere ai paese. Negli ultimi giorni sul Co- documenti... a quale regolamento mune, infatti, sono state viste tre fa riferimento l’articolo 14? “... non persone al lavoro. lo so di preciso”, la sua risposta. Tre funzionari “Labbate l’altra dell’Area Economattina -ha affermico-Finanziaria mato il Sindacodel Comune di si è presentato Monopoli, tra cui accompagnato il dirigente del dal suo Dirigente settore. Il Comuche si trova in un ne di Sammicheperiodo di ferie e le, però, ne aveva che ha prestato chiamato soltansemplicemente to uno, il dott. una consulenza, Labbate. Gli altri a titolo di amicidue a che titolo zia. Si è affacciapossono esami- Campanile chiesa della Maddalena ta anche la dott. nare le carte del ssa Giuliana LaComune? Non troviamo alcuna casella. Si tratta di una commermotivazione. Può un dirigente, cialista che, fino a qualche temun funzionario, un semplice di- po fa, ha lavorato a Monopoli. La pendente comunale portarsi “gli dottoressa è interessata a lavorare esperti” in ufficio? A noi sembra presso questo Comune. Abbiamo di no. Veniamo ai fatti. A precisa discusso di un eventuale contratdomanda del Consigliere Catia to nei suoi confronti, delle condiGiannoccaro su cosa stesse fa- zioni economiche”. A Sammichele cendo, la dottoressa Lacasella ha si può accedere alle carte a titolo risposto testualmente “sono una di amicizia, senza contratti e sencollaboratrice del dott. Labbate”, za titolo. E’ legale tutto questo? ma delibere o atti di nomina del- La minoranza preannuncia una la collaboratrice, e nemmeno del denuncia. di ROBERTO MASTRANGELO

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Sammichele: il centro storico

Schermaglie in Consiglio

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ell’ultima seduta del Consiglio comunale si è assistito ad una schermaglia tra maggioranza ed opposizione sulle modalità di convocazione dello stesso. In una nota, infatti, i rappresentanti della lista “Insieme” hanno sottolineato come la mancanza di adeguata pubblicità, contravvenendo allo Statuto Comunale, avrebbe dovuto rendere nulla la seduta. Nessun manifesto, nessuna informazione alla cittadinanza. A questa nota il sindaco ha risposto disponendo la validità della convocazione del Consiglio, dando per sufficiente la pubblicazio-

ne dell’ordine del giorno nell’albo pretorio e l’esposizione della bandiera sulla balconata del Palazzo municipale. Al che i consiglieri di opposizione hanno abbandonato l’Aula consiliare ed i lavori programmati. Il Consiglio ha approvato, tra le altre cose, lo Schema di partecipazione del Comune al Piano di Ambito e la creazione di un Registro delle Associazioni, inoltre i criteri per le Consulte. Fa specie, però, che una Giunta che punta sulla trasparenza giudichi sufficiente una bandiera e poco altro per dare pubblicità ai propri lavori.

Carabinieri, bene il 2009

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ono cifre positive quelle emerse dall’incontro di inizio anno con la stampa del Capitano Pietro Petronio, comandante della compagnia dei Carabinieri di Gioia del Colle, con giurisdizione su un territorio che va da Casamassima e Acquaviva fino a Noci. Il 2009 è stato un anno intenso, che ha visto i Carabinieri incrementare la propria arrività di sorveglianza sul territorio, con circa 30 pattugliamenti al giorno, in una situazione di reati sostanzialmente stabile e decisamente sotto controllo. Il nostro territorio, infatti, pur sostanzialmente vicino a Bari e alla sua periferia problematica, non

vive i problemi del capoluogo. “Il bilancio dell’anno dai dati in nostro possesso è positivo - conferma il Capitano Petronio - ovvero con delitti registrati in diminuzione e con un incremento dell’attività repressiva e preventiva. Il totale dei delitti (dal furto alla rapina, dalla querela condominiale alla molestia e a tutto quello che concerne il codice penale) nel 2009 sono stati 3168 (contro i 3228 del 2008). Abbiamo invece un incremento dei delitti scoperti a seguito di indagini con 1136 casi risolti (sono stati 1087 nel 2008). Aumento anche degli arresti da 208 a 221, denunciati a piede libero da 1015 a 1089”. Nell’intero comprensorio c’è stato un lieve decremento

Capitano Pietro Petronio

dei furti con 1777 casi (1831 nel 2008). Importante è stata anche l’attività dei Carabinieri sulle nostre strade, con continui pattugliamenti (2423 servizi contro i 2367 del

2008) e numerosi controlli contro la guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Non ci sono da segnalare, infine, particolari e gravi situazioni di criminalità che vadano oltre quella fisiologica. Infine il Capitano Petronio si è rivolto alla cittadinanza, per invitarla a proseguire sulla strada della collaborazione. Nella nostra realtà sammichelina la vigile presenza del maresciallo Nicola Cipriani, comandante della stazione e dei suoi uomini, è presidio di legalità e sicurezza per l’intera comunità. Non bisogna avere paura di segnalare una situazione strana, in cui ci si imbatte, al 112. E’ un dovere civico e, soprattutto, può aiutare i Carabinieri a tutelarci al meglio. (RoMa) N° 0 - gennaio 2010

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attualità

Festino tra passato e presente Il Carnevale sammichelino ha inizio nell’accettazione delle epoche che mutano a maritare le figlie. E’ come se fossero trascorsi secoli. C’è stata la ndici festini. Festino più rivoluzione e non ce ne siamo resi festino meno. Una tradi- conto. Certo, esiste una questione zione che concerne il car- della tutela della nostra storia e nevale di Sammichele di Bari e che delle nostre tradizioni. Vale anche si protrae da secoli. Con un insieme quando si violano i meravigliosi di regole che la disciplinano. Tra il centri storici delle nostre città e dei 1 7 gennaio (festa di Sant’Anto- nostri piccoli o grandi comuni con nio Abate . Famoso il proverbio: a porte e finestre in anticorodal, con Sant’Anduene, fisch, balli e suene)  illuminazione al neon o con lam- e le Ceneri di ogni anno, gruppi di volenterosi danno vita a questo rito pagano collettivo, ad un tempo liberatorio dal male ed oppositorio a regole e norme. L’Amministrazione comunale, ogni anno, emette un’ordinanza con la quale si assume un minimo di responsabilità per il regolare svolgimento dei moderni baccanali.  Ci sono problemi di pubblica sicurezza. I Carabinieri, al comando del maresciallo Nicola Cipriani svolgono in maniera inappuntabile la propria attività di controllo. Ma ognuno deve fare la propria parte. Si è fatto un gran parlare, negli ultimi anni, talvolta a sproposito, del “festino” che avrebbe abbandonato la tradizione. Ci siamo alcune volte immersi nelle notti carnascialesche. Le abbiamo vissute da spettatori curiosi fin quasi Maschere nel festino al termine. Abbiamo discusso a lungo con capisala e conduttori. Abbiamo scandagliato tipologia, l carnevale 2010, a Sammichele fauna e flora dei frequentatori del di Bari, è appena agli inizi. “festino”. Non sarebbe male il coCompiamo un breve viaggio raggio dell’autocritica da parte di certo integralismo della domenica, al suo interno, dando la parola ai di quei “defensor fidei” che riversano protagonisti. Domenico Di Bari, sul carnevale contraddizioni che ri- caposala di lungo corso ci spiega siedono in questa società. Quei ra- le fatiche del suo festino, il “Bahia gazzi che frequentano il carnevale carnaval”. Lo incontriamo proprio sono figli di questa epoca. Hanno mentre è in corso l’allestimento giocato con le playstation. Sin da della sala. piccoli, sono abituati al computer. Cosa serve per allestire un Ciascuno di loro comunica sin dalle festino? elementari con i propri cari tramite Olio di gomito e buona volontà. E un cellulare. Hanno ritmi frenetici tantapassione. Nonc’èdisponibilità che non erano certo quelli di pochi di sale. Questo è un problema serio del nostro carnevale. Il decenni fa. All’epoca, i rapporti tra i due ses- locale è ancora spoglio. Si dà una si erano irrigiditi negli schemi di rinfrescata, una mano di colore, una società patriarcale. La donna, per renderlo accogliente. La sala relegata alle faccende domestiche va un pò “squadrata”, nel senso che e alla cura della prole, mentre il la- è necessaria una quadratura del voro dei campi, quello che produ- locale per collocare le panche in ceva reddito, richiedeva nerborute circolo. Bisogna avere la visibilità braccia maschili. Il “festino” serviva completa di tutte le persone di VALENTINO SGARAMELLA

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pade ad incandescenza. Ne tolleriamo la lenta infiltrazione del silicone del modernismo che deturpa e fa scempio. Tacere su questo è ipocrita connivenza. Esiste solo un carnevale  da difendere, per costoro. In un mondo secolarizzato, l’unica tradizione da salvare non può essere il “festino”. Non sono discoteche, né night club. E’ un hobby, mica una professione. Alla

radice c’è la passione sfrenata per il ballo, da ballare però con modalità, cadenze e ritmi consolidati dal tempo. Poco più di un mese l’anno per pagare un canone (veramente equo?) di locazione del locale. E poi, luce ed altre spese. Non si tratta ipocritamente di chiudere gli occhi. Si tratta di aprirli sul mondo  che già balla per conto suo e senza di noi.

Di Bari: “Olio di gomito e passione”

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presenti, da ogni punto della sala. Dobbiamo creare una sorta di isola franca, nella quale il nostro motorista fa partire i brani musicali in assoluta tranquillità. C’è una struttura portante che mantiene l’addobbo. Si stendono dei tiranti su cui poggia l’intero addobbo. Si usa carta crespa o velina. Rinnovate l’addobbo ogni anno? Cerchiamo di portare sempre una ventata di novità. Purtroppo, il festino è nomade. Non ha un’allocazione stabile. Al termine del carnevale, smonti tutto perchè il proprietario adibisce la sala ad altri usi. Devi ripristinare il locale e rimetterlo a posto. La tradizione del carnevale sammichelino è povera, fatta di cose semplici. Di solito, si dipingono i pannelli o i muri, dando vita ad una scenografia tutto intorno, accogliente e

colorata. Che consigli offrire agli invitati non sammichelini? Devo riconoscere che i forestieri sono molto disciplinati. La prima sera facciamo sempre un ripasso delle regole generali. Tuttavia, sono sempre molto ben preparati. Sono tutti molto ligi e rispettosi. La tradizione del nostro carnevale è basata sulla galanteria, sul rispetto, sulla buona educazione. Il consiglio? Ascoltare il caposala, e in generale partecipare ai vari momenti.C’è bisogno di silenzio e partecipazione. Novità del festino 2010? Cerchiamo di introdurre elementi nuovi. Facciamo riferimento a fatti della vita quotidiana. Se accade un episodio che ha del grottesco, lo insceniamo sfruttando un pò anche la passione per il teatro che molti di noi coltivano.


attualità

Liotino: molte false voci Lo sfogo del caposala di “Azzurro” contro i falsi predicatori e gli integralisti

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n questo nostro viaggio, abbiamo incontrato “Azzurro”, il festino di Lorenzo Liotino, anch’egli vecchio lupo di mare del carnevale locale. Vediamo cosa pensa di questa tradizione. Quali sono gli ingredienti principali per dare vita ad un festino? Io comincio a pensare al festino agli inizi di novembre. Per fortuna, la sala è nostra. L’addobbo è, grosso modo, sempre quello. Abbiamo cambiato solo la posa in opera, un pò l’allestimento. Chiaramente, ogni anno diamo una mano di colore alle pareti. Cosa serve per realizzare un festino? Tanta volontà. Bisogna credere in quello che si intende realizzare. E cercare di mantenersi entro i limiti imposti dalla tradizione. Cosa rappresenta per lei un festino? Il festino è saper stare in mezzo alla gente, saper trattare la gente, vivere nella società e offrire quel poco che la gente attende. Non si aspettano molto. Il festino non è la sala da ballo. E’ un’altra cosa. Quanti invitati ospita in media? Attualmente, riusciamo ad ospitare circa 150 persone. Ci sono abbonamenti? Non esistono abbonamenti. Vengono e basta. Qualche amico può anche essere generoso e fare un regalo all’organizzazione. Ma non abbiamo mai chiesto soldi a nessuno. Se io venissi al suo festino per alcune sere consecutive e poi decidessi di scegliere un altro festino? Tanti anni fa, questo non era possibile. Adesso, invece, c’è più libertà. Da cosa dipendeva la obbligatorietà? Era una questione di correttezza e buona educazione. Questi valori

Sono le maschere le vere protagoniste del Carnevale

esistevano, in passato. Oggi, non puoi nemmeno pensare al rispetto nei confronti degli altri e di chi organizza il festino. Se un caposala o il padrone di casa invitava un certo numero di persone, questo accadeva perchè voleva quel preciso numero di invitati. E quella gente non voleva frequentare altro festino che quello. Nessun altro poteva entrare. Se, per ipotesi, qualcuno degli ospiti fosse andato a ballare in un altro festino non avrebbe mai più fatto ingresso nel festino originario. L’unico modo per violare

questa regola era quello di andare in una comitiva di maschere o come conduttore. In passato, esisteva la cortesia. Un gruppo di un festino si spostava per recare visita ad un altro festino. Questo avveniva previo avviso del caposala. Cosa chiede all’Amministrazione comunale? Di assumersi le proprie responsabilità come noi ci assumiamo le nostre. Sento tante voci in giro relative al nostro fine di lucro, ma sono false. Non esiste, dunque, un guada-

gno? Vorrei dire che il fine di lucro non è mai esistito. Si parla sempre di questo. Alla fine del festino, se ti rimane 10 euro è giusto pagare il fitto del locale, per chi lo paga. Certo, ecco perchè il carnevale ha vita breve. Il carnevale per me è un pupazzo di neve. Si scioglie ai primi raggi del sole di primavera. Con la ricorrenza delle Ceneri, un paio di “pignate”. Si sta bene insieme ma finisce lì. Vorrei dire a quelli che dicono un sacco di chiacchiere inutili, di tacere. Cosa possiamo guadagnare? Dove è il lucro? Chi le dice le chiacchiere? Molta gente, in giro. Quelli che non sanno niente. Quelli che non sanno cosa vuol dire organizzare un festino. Dicono sempre: “eh... quando lo organizzavamo noi...”. Cosa? Chi? Vorrei avere un confronto pubblico con queste persone e chiedere se hanno mai organizzato un festino. Devono dirmi quando lo hanno organizzato e come hanno fatto. Anzitutto, devi sentirlo dentro di te, il festino. Ci devi credere. Devi saperlo realizzare. Quando ero bambino, andavo nei festini. Per esempio, all’epoca del “Grottino” avevo circa 10 anni. Ci mascheravamo e andavamo in gruppi in questo festino. Ci accoglievano con gioia come se fosse arrivato chissà chi. Oggi, non succede più. I ragazzi, oggi, fanno altre cose. Noi non avevamo niente. Il festino, per noi, era tutto. Siamo cresciuti in questo modo. Oggi, invece, I ragazzini hanno altre cose da fare. I tempi sono cambiati. Noi, se vogliamo continuare a mantenere in vita la tradizione, ci dobbiamo adeguare.

Festino: maschere e conduttore possono invitare

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Il caso: A cquaviva delle Fonti

Lacrime di coccodrillo Cantina sociale: l’infinita storia di un piano di lottizzazione bloccato dalla politica di VALENTINO SGARAMELLA

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na delle questioni che affliggono questa comunità da lunga pezza e che prepotentemente sta riemergendo in questi ultimi tempi, è quella della cantina sociale. Davvero una brutta gatta da pelare, per la politica acquavivese. Qualcuno fa del sarcasmo, dicendo che l’azienda è come se fosse stata venduta due volte. E siccome non c’è due senza tre, forse siamo di fronte alla terza vendita, quella autentica. In sostanza, la cantina sociale è un’azienda che è stata condotta allo sfascio. Il fallimento è stato decretato da bilanci deficitari, con presenza di gravi ammanchi. Il deficit era nei confronti degli stessi soci. Accadeva addirittura che i produttori viticoli versassero uva senza ricevere un corrispettivo. A ciò si aggiungano le voci dei soliti bene informati, che narrano di quote debitorie verso terzi, soprattutto altre imprese. Tuttora, c’è chi parla di 900 milioni di lire, chi, invece, di 900 mila euro, ossia il doppio. Ad un certo punto, si tentò un salvataggio in extremis. Se ne discusse anche in Consiglio comunale, di recente. Si trovò lungo la strada un buon samaritano. In particolare, una grande im-

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presa di Altamura. La “Leonessa di Puglia” non ha questo nome, per caso. L’imprenditoria è viva e vitale, gagliarda, in quella città. E ciò, con tutte le inquietanti zone d’ombra che pure esistono. I titolari di questa impresa si sono fidati di chi li ha interpellati, com’è naturale. Quan-

è redatto da un ingegnere non acquavivese. L’impresa sottoscrive un compromesso. Versano una prima quota. Il Consiglio comunale adotta il Piano di lottizzazione. Al momento di votare la sua approvazione, i voti non ci sono. Bocciato. Chi ha agito

Ciò che resta della Cantina Sociale di Acquaviva delle Fonti

do si parla di affari, le cose diventano serie. Sembra siano giunti ad Acquaviva, a visitare la zona della cantina sociale. Bene. L’impresa altamurana concretizza. Offrono un milione 200 mila euro per acquistare la cantina sociale. Perchè l’affare vada in porto, è indispensabile che il Consiglio comunale approvi un piano di lottizzazione. Il piano

politicamente dietro le quinte, per impedire l’approvazione di un Piano di lottizzazione già adottato? Solite voci maligne che per dovere d’informazione riferiamo indicano l’impresa Labarile, da molti ritenuta vicina all’ex sindaco Giovanni Tria, ed un noto commercialista, Martielli. Negli ambienti sostengono che

siano loro intenzionati all’acquisto della cantina. Con quali soldi? Nessuno sa dirlo. C’è chi narra di fantasiosi soci occulti. L’impresa di Altamura fa ricorso al TAR. E la magistratura amministrativa le dà ragione. Uno dice: a questo punto, non possono che approvare il Piano di lottizzazione e salvare l’impresa. Invece, il Consiglio comunale lo boccia una seconda volta. L’aspetto grottesco della vicenda è che, espulsa l’azienda altamurana, i nuovi acquirenti acquavivesi (che non sappiamo chi siano) fanno adottare un Piano di lottizzazione assai simile. E’ cambiato solo il tecnico progettista. Anche in questo caso, riferiamo le voci di corridoio. Sembra che l’ingegnere progettista del Piano sia Claudio Giorgio, candidato Sindaco per quel raggruppamento di centrodestra che fa capo a Franco Pistilli. Frattanto, la montagna di debiti della cantina si accresce sempre più. I creditori si sono rivolti alla magistratura che ha nominato un commercialista di Bari. Questi ha proceduto alla vendita all’incanto della cantina. Giunti a questo punto, una considerazione ci pare d’obbligo. Non si versino lacrime per la strafottenza di Umberto Bossi. Se siamo noi stessi a farci del male, quelle sono lacrime di coccodrillo.


L’inchiesta

Con le mani in pasta

tura. Il Comune è tutelato da Franco Gagliardi La Gala che, quando Di Donna diverrà capo dell’Ufficio tecnico di Acquaviva, sarà consulente legale di fiducia del sindaco Franco Pistilli. IN TRIBUNALE!

La vicenda di Giovanni Di Donna, da Noicattaro alla corte di re Pistilli

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di VA. SGA.

ei giorni scorsi, è stata fatta circolare negli ambienti una lettera indirizzata niente meno che al Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ed al Prefetto, Carlo Schiraldi. La missiva è anonima. Le accuse formulate all’indirizzo del Responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune, Giovanni Di Donna, sono gravissime. Si parla del Dirigente come di una sorta di “dominus” all’interno di palazzo De’ Mari. Abbiamo svolto un’indagine per capire chi sia questo funzionario. Dobbiamo partire da Noicattaro, dove Giovanni Di Donna era capo dell’area tecnica del Comune. STORIA DI UN ESPROPRIO La vicenda ha inizio nel giugno del 1970. Il comune di Noicattaro delibera la edificazione di una scuola media inferiore. Si deve procedere all’espropriazione di alcuni suoli di proprietà privata. Uno dei suoli è di proprietà di una famiglia. Si tratta di 2 mila 649 metri quadri. Il Prefetto di Bari decreta l’esproprio d’urgenza su suoli plurimi per un’opera di pubblica utilità. La procedura prevede che l’Amministrazione comunale espropria l’area. Viene dichiarata la pubblica

Acquaviva delle Fonti: Palazzo De’ Mari

utilità. A quel punto, nasce in modo automatico un vincolo. L’area è ancora proprietà di un privato, ma, qualora questi decidesse di edificare non potrebbe. Gli verrebbe opposto il vincolo. Poichè si è consapevoli delle lungaggini della politica e burocratiche, il legislatore consente al Comune l’occupazione di urgenza dell’area, in attesa che l’iter amministrativo relativo all’approvazione dei progetti si concluda. L’occupazione d’urgenza dei suoli da parte del Comune non può protrarsi in eterno. Per legge deve durare sino ad un massimo di 5 anni. Al termine di questo periodo, il Comune è obbligato ad emettere il decreto di esproprio delle aree. Solo in quel momento, il Comune

Voci dai Partiti

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cquaviva ha un doppio appuntamento elettorale. Infatti il mese prossimo i cittadini saranno chiamati a scegliere anche il loro sindaco, oltre a votare per il rinnovo del consiglio regionale. I partiti sono alla ricerca di possibili candidati. Una sola certezza: il centrodestra si presenta spaccato. Claudio Giorgio è il candidato di una lista che fa capo a Franco Pistilli. Il centrosinistra si presenta con il coordinatore cittadino del Pd, Francesco Squicciarini, in pole position. Ma nulla è ancora definito, anche perchè all’interno del centrosinistra, tra le sue mille anime, i contrasti sono al coperto, non visibili, ma ci sono. E Sinistra e Libertà cosa farà? Avrà un proprio candidato? Staremo a vedere.

diviene proprietario a tutti gli effetti. NIENTE DECRETO DI ESPROPRIO In Italia, si sa, le cose procedono, talvolta, alla carlona, in maniera pasticciata. Ossia, il Comune procede all’occupazione di urgenza delle aree. E, da quel momento, chi s’è visto s’è visto. Il decreto di esproprio non sarà mai emesso. Quindi, il Comune occupa aree ancora di proprietà privata. E vi edifica, non avendo diritto a farlo. Tanto, si sa che una volta occupate le aree, le alternative sono due. O il cittadino accetta di perdere la sua proprietà oppure è condannato a dilapidare risorse nelle aule giudiziarie. In quest’ultimo caso, devi avere un portafogli gonfio. E la spesa non sempre vale l’impresa. In molti, preferiscono perdere la proprietà. Con questa metodologia, nel Mezzogiorno molti Comuni sono riusciti addirittura ad espropriare senza risarcire un euro. Nel 1977, scadono i 5 anni e del decreto d’esproprio manco l’ombra. A Noicattaro, il Responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune, Giovanni Di Donna, non sa di avere di fronte una famiglia disposta ad andare fino in fondo. La signora proprietaria del suolo ha un nipote avvocato: Costantino Ven-

Ha inizio un ricorso della famiglia al Tribunale civile. L’avvocato Ventura, chiede un indennizzo pari a 300 milioni di lire dell’epoca. Siamo già negli anni ‘80. Il Tribunale, in primo grado, dà ragione alla signora che ha diritto ad un indennizzo. Frattanto, accade qualcosa. La Corte di Cassazione emette una sentenza che farà giurisprudenza, divenendo legge. E’ la cosiddetta “accessione invertita”. Si tratta di un’espropriazione di fatto. In pratica, se il Comune occupa un suolo di proprietà privata e vi edifica un’opera pubblica, solo per questa ragione passa nelle mani dell’ente locale. Non solo. Se il proprietario non fa ricorso entro dieci anni perde ogni diritto. A quel punto, il Comune ricorre in Appello contro la sentenza di primo grado e la famiglia perde il diritto all’indennizzo ed alla proprietà del suolo. La proprietà ricorre in Cassazione. Stesso risultato. L’EUROPA FINALMENTE Dopo 20 anni di cause in Tribunale, Costantino Ventura fa ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, a Strasburgo. Clamoroso! Nel 2000, L’Europa dà ragione alla signora proprietaria dell’area. I suoli non potevano essere trasformati, essendo ancora di proprietà privata, in assenza di un decreto d’esproprio. Il comune di Noicattaro viene condannato a risarcire la proprietà per una cifra pari a un milione e 600 mila euro, più 100 mila euro di danni morali. Saranno versati dallo Stato italiano. A quel punto, a Noicattaro fanno capire chiaramente a Di Donna che deve fare le valigie. E subito. Il funzionario cerca una nuova collocazione. Chi credete abbia pensato al tris vincente Orofino-Di Donna-Gagliardi La Gala? Ovvio, il sindaco Franco Pistilli che aveva un problema di espropri di un’area di 150 mila metri quadrati nella zona ex 167. Quando dici le mani in pasta. N° 0 - gennaio 2010

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A cquaviva delle Fonti Il contributo

Comune: da dove ripartire?

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a fine ingloriosa dell’amministrazione Pistilli ha reso ancor più evidenti, se ve ne fosse stato bisogno, le macerie della politica acquavivese, che peraltro preesistevano all’avvento di Pistilli su palazzo de Mari. La situazione nel 2001 era di un crollo generalizzato della società acquavivese dove restavano sul terreno grossi macigni che andavano si rimossi, ma che forse in parte erano recuperabili. Dopo l’avvento di Pistilli i macigni non solo non sono stati rimossi ma sono stati ancor più sgretolati tanto che oggi non è possibile recuperare nulla. Alle gravi manchevolezze del centro sinistra di Nettis e D’Ambrosio ha fatto seguito il disastro del centro destra, che insieme hanno, per usare un eufemismo “donato” alla città di Acquaviva circa 15 anni di “secoli bui” che saranno ricordati e mai cancellati. Con la fine di D’Ambrosio ci eravamo chiesti se avevamo toccato il fondo, ma evidentemente no, visto ciò di cui è stato capace il sindaco di centro destra. Ma ora ci richiediamo: abbiamo toccato il fondo ? E dunque possiamo risalire la china? La situazione devastante, lo stallo dell’economia e i segnali che provengono dal Commissario prefettizio ci fanno pensare di si, ma i segnali che giungono dalle forze culturali, associative e politiche, nell’imminenza della scadenza elettorale non ci lasciano ben sperare in quanto la confusione e il pressapochismo regnano sovrani. Intanto registriamo la candidatura dell’Ing. Claudio Giorgio che significa la continuità col passato governo di centro destra tanto è vero che il suo maggior sostegno viene proprio dall’ex sindaco Pistilli. E d’altra parte il favore è reciproco, Pistilli fornisce a Claudio Giorgio i voti che lui non ha e Claudio Giorgio garantisce a Pistilli la “sopravvivenza” grazie ai collegamenti con i poteri forti che Pistilli, privato della carica di sindaco, ha irrimediabilmente perso. In questo senso coloro i quali riuscirono nel doppio colpo “mancino” mostrandosi uniti e forti nello scalzare Pistilli sia dallo scranno di Palazzo de Mari che da quello della Provincia, ora appaiono più deboli di lui perchè non sono stati capaci di trovare un uomo (o una donna) di riferimento capace di controbilanciare l’attrattiva di interessi e di consensi, come ha fatto Pistilli, che bruciando i tempi ha detto, questo è il mio cavallo, chi mi (ci) ama mi (ci) segua. Alcune frange di centro destra stanno forse perdendo tempo nel rincorrere la chimera di un “governo di salute pubblica”, che sarebbe una cosa saggia, visti i risultati di altri comuni, ma ad Acquaviva forse si tradurrebbe in un male peggiore. Nessun apporto viene poi dalle professionalità, che sono tante, del nostro paese: associazioni culturali, associazioni di professionisti, associazioni di commercianti. Qualche eccezione è costituita dalla rete televisiva locale Telemajg e dal suo settimanale che esplica un ruolo non di poco conto, ma solitario, nel risvegliare le coscienze e le menti di questo nostro comune allo “sfascio” così come ha dichiarato qualche giorno fa, evidentemente con cognizione di causa, il commissario prefettizio dott.ssa D’Abbicco. A questo punto, dato che il centro sinistra non sembra essersi granchè giovato della caduta di Pistilli, in quanto in questi 8 anni, molti da sinistra si sono abbeverati alla fonte governativa in beffa a qualcuno del centro destra (forse per questo c’è stato il crollo) è inutile pensare ad un governo di salute pubblica, ma bisogna invece diffidare di chi fa promesse in seconda, terza o quarta persona. Bisogna scegliere un uomo che si ritenga direttamente responsabile di indirizzi e scelte, che non addossi le colpe al dirigente di turno, come faceva Pistilli e che non si faccia condizionare dai soliti due consiglieri eletti e manovrati ad arte da chi fa questo da sempre. L’elenco dei grossi problemi irrisolti del Comune di Acquaviva come: 1) la grave situazione del PRG; 2) l’abbandono del Teatro comunale; 3) il futuro della zona industriale; 4) la mancanza di sicurezza; 5) il cimitero; 6) piazza Garibaldi; ecc., si allungherà sempre di più e non troverà soluzione alcuna se non capiremo che dobbiamo affidare il governo di questa città ad una persona competente ed onesta e soprattutto che vada su Palazzo de Mari senza disfare la valigia; la tenga sempre pronta sulla scrivania e la mostri ogni giorno soprattutto a chi intende ricattarlo e magari facendo anche la dichiarazione che in caso di dimissioni volontarie rinuncia ai 20 giorni di ripensamento. Questa può essere un’idea di lavoro! Che ne dite?

Ottavio Milano

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Il manifesto con cui è stato promosso Telethon ad Acquaviva delle Fonti. Ancora una volta un successo per la raccolta dei fondi destinati alla ricerca medica avanzata

1400 grazie, Acquaviva sensibile per Telethon

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ono di € 1400 i fondi raccolti durante la maratona TELETHON e versati sul CC N° 11943 intestato a “COMITATO TELETHON FONDAZIONE ONLUS ” presso la BNL agenzia 15 di Roma. In particolare le cooperative sociali Agape e Penelope hanno organizzato, in concomitanza con la maratona TELETHON nazionale, una simpatica e divertente tombolata di beneficenza presso le Suore di Carità dell’Immacolata Concezione d’Ivrea di Acquaviva ( Suore”Cirielli” di Via Roma ) . Una somma più che soddisfacente, sottolinea orgoglioso Giuseppe Vetrano, referente Telethon per Acquaviva, anche rispetto ai fondi raccolti negli scorsi anni. Tutto questo per Telethon che, da oltre 20 anni, sostiene la ricerca sulla distrofia muscolare e le altre malattie genetiche. In particolare il suo obiettivo è far progredire la scienza e avanzare verso la cura di queste malattie, trasformando la ricerca in terapie disponibili ai pazienti, il tutto attraverso la trasparenza e l’ efficienza nella gestione dei fondi e il sostegno degli italiani. E possiamo tranquillamente affermare che finora sono stati fatti passi da gigante. Stando ai numeri: 2000 progetti finanziati da Telethon in diversi ambiti della ricerca su 444 malattie genetiche, con un investimento diretto di 299 milioni di euro, la pubblicazione di 6839 articoli scientifici e soprattutto la cura definitiva di 13 bambini affetti da una gravissima immunodeficienza, prima incurabile. Nel nostro piccolo, anche i nostri numeri sono di tutto rispetto e questo grazie alla preziosa collaborazione di molte attività commerciali del nostro paese, alle Suore di Carità dell’ Immacolata Concezione D’ Ivrea (Suore “Cirielli”) e alla sensibilità dei cittadini che, nonostante il periodo di crisi economica che affligge la nostra Italia, si sono dimostrati attenti e generosi nei confronti di chi, purtroppo, è più sfortunato di loro. A tutti, il ringraziamento più vivo da parte del referente Vetrano e di tutti coloro i quali hanno collaborato. “Alla luce degli obiettivi che abbiamo raggiunto, posso confermare tutta la mia fiducia a Telethon, riconoscendo in esso l’unica opportunità concreta ed efficace per sconfiggere la distrofia muscolare e le altre malattie genetiche” così ha dichiarato il referente Telethon per Acquaviva. E, come diceva un famoso presentatore TV, non finisce qui…l’aiuto di tutti è fondamentale sempre affinchè la ricerca non si fermi mai. GRAZIE. GRAZIE. GRAZIE……1400 VOLTE GRAZIE!!!

Betta Armigero


Alberobello

Trulli: tra tutela e specializzazione Intervista a Michelangelo Dragone sui modi di salvaguardia di un bene Unesco di VALENTINO SGARAMELLA

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bbiamo ascoltato il parere di Michelangelo Dragone, architetto, portavoce di Rifondazione Comunista per la provincia di Bari e componente di ICOMOS (International Council for Monuments and Sites), sulla tutela di quel patrimonio mondiale che sono i trulli, come sancito dall’Unesco. Lei ritiene che i trulli, divenuti patrimonio dell’umanità in sede Unesco, siano sufficientemente tutelati? La tutela di un bene si attua innanzitutto attraverso la sua “conservazione”. Occorre “mantenere quel bene nello stato per cui viene riconosciuto essere tale”. Questo atto di conservazione viene effettuato contro l’azione del “tempo” inteso come azione estranea alla volontà dell’uomo ed azioni che, invece, dipendono proprio dall’uomo (inquinamento, distruzione o logorazione procurata, pressione antropica, ecc.). L’atto della conservazione, inoltre, può essere effettuato sull’entità medesima del bene, sulla sua pura fisicità od anche sul suo intorno, sugli spazi fisici e culturali di cui esso è protagonista. Non pensa che grazie a connivenze e convenienze, ai trulli siano stati inferti colpi in passato? La tutela fisica ed individuale dei trulli di Alberobello negli ultimi 20 anni ha fatto grandi passi. Sono ormai un ricordo i vecchi governi della città che chiudevano facilmente gli occhi davanti alla distruzione. Non siamo quasi più, fortunatamente, in presenza di casi in cui un trullo che esisteva la sera prima non vedeva l’alba del giorno dopo. Tempi in cui grasse classi politiche locali hanno costruito proprio su queste distruzioni il proprio potere elettorale.

Michelangelo Dragone

Come vede la tutela del futuro? Occorre andare oltre il concetto della conservazione del bene nella sua pura fisicità, del bene come “oggetto” avulso dalla realtà in cui esso si trova. Spesso si fa l’errore di pensare che basta mantenere in vita l’oggetto per restituirne il proprio valore. Lo pensano gli speculatori che trovano terreno fertile. Come si manifesta la speculazione? Restaurare il bene per se stesso e organizzarne la valorizzazione in termini turistici provoca aumento di afflusso e circolazione di capitali, scatenando in primis gli speculatori immobiliari che, evidentemente hanno tutto l’interesse di aggiudicarsi le aree immediatamente contigue al bene, aree che automaticamente vedono un’impennata del valore fondiario sia esso in funzione abitativa che produttiva o turistica. Lei ha una proposta? Occorre mettere mano ad un disegno di pianificazione e di programmazione che parta proprio da una discussione seria e collettiva sul futuro del bene e, al contempo, del luogo stesso su cui il bene sussiste, perché da essi, attraverso una riflessione su “cosa si vuole che esso diventi”, si

tragga un disegno complessivo di ciò che vogliamo farlo diventare. Non soltanto in quanto “mucca da mungere” ma soprattutto in quanto luogo coerente, che esprima “cultura”: un luogo in cui valga la pena di vivere. Oggi, i trulli sono patrimonio mondiale. Ritengo che Alberobello sia ad un bivio. Il riconoscimento come Patrimonio Mondiale comincia a dare i suoi effetti tangibili in termini di turismo, mentre gli strumenti di pianificazione urbana della città sono scaduti. Occorre andare oltre la certezza della conservazione materiale del bene e porre come questione principale quella dell’uso dello stesso e del futuro della città e della sua popolazione nella sua interezza. Il Piano di gestione può essere un valido strumento? Il Piano di Gestione è un’ottima occasione, uno strumento la cui adozione l’Unesco impone ai siti del patrimonio mondiale. E’ un dispositivo la cui natura è ancora molto imprecisa: non si sa bene se sia qualcosa che si pone nel campo della strumentazione urbanistica od in quella della programmazione socio-economica, oppure in entrambe. Quello che è chiaro è l’obiettivo che si vuole dare con esso: obbligare i responsabili dei siti a pronunciarsi chiaramente sulle garanzie della conservazione e sulla giusta ed equilibrata programmazione. A quando l’esecutività del Piano di gestione? Ad Alberobello la bozza di piano di gestione è stata già presentata ed in questi giorni si vanno avviando una serie di riflessioni che spero numerose, approfondite nel merito. E’ molto importante anche il metodo con cui si opera. Sebbene sia lodevole il fatto che la bozza, come deve essere, sia sottoposta al pubblico dibattito ed alle osser-

vazioni dei cittadini, sarebbe stato più opportuno che questo processo fosse iniziato precedentemente alla redazione della stessa e che essa avesse goduto maggiormente di una serie di riflessioni “a priori” della sua redazione; sopratutto in relazione al fatto che i progettisti sono estranei alla realtà locale, sia essa urbanistica che sociale. Ma tant’è. Si tratta ora di aprire un serio confronto tra tutti sul Piano e su ciò che questi trulli e questa città dovranno diventare. Occorrerà tenere presente che tutti gli alberobellesi sono chiamati così a contribuire ad elaborare l’idea di “città che verrà” e che nessuno dovrà sentirsi escluso ad eccezione, spero, degli speculatori e di chi potrebbe voler confondere il bene pubblico col proprio, semmai ce ne siano. Come far nascere questa idea di città? Oltre che in presenza dell’adozione del piano di gestione, la città di Alberobello si trova all’incrocio di cui parlavo innanzi anche in rapporto al nuovo Piano Urbanistico Generale. Lo strumento di programmazione urbanistica è scaduto ormai da tempo ed è ora che anche in questo campo si affronti il tema. Piano di Gestione e il Piano Urbanistico Generale sono due strumenti separati ma in connessione. Tale connessione impone che le riflessioni sui due piani siano simbiotiche e che esprimano un’idea di città coerente.

Mensile del sud-est barese Direttore responsabile: Franco Deramo Redazione: Sammichele - L.go S. Antonio, 9 mastrangelo.roberto@gmail.com francesco.deramo@gmail.com sgaramellavalentino@gmail.com Numero in attesa di registrazione Editore e Pubblicità: Coop. Il Territorio News 70010 - Sammichele L.go S. Antonio, 9 Tel 329.6325836 ilterritorionews@gmail.com Stampa: A.G.A. - Arti Grafiche Alberobello 70011 Alberobello (BA) C.da Popoleto nc Tel. 080.4322044 - info@editriceaga.it Chiuso in redazione il giorno 26.01.10

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Agli antipodi della logica Due volte in croce, anche a Sammichele si discute sul Crocifisso

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di F. D.

ue eventi hanno caratterizzato il recente periodo: la discussione relativa al Crocifisso nelle scuole e nei locali pubblici, un incontro per la presentazione del libro di don Tonino Bello Nelle vene della storia – Lettera a Gesù. Due eventi che non devono né possono essere circoscritti ad eventi religiosi, ma momenti con valenza politica, sociale e culturale. Andiamo con ordine. Il Crocifisso è innanzitutto il simbolo della fede dei cristiani, di quanti cioè credono in Gesù Cristo, morto e risorto per liberare l’umanità dal peccato. Qui, ovviamente, siamo alle nozioni di base del catechismo, per chi ovviamente aderisce e crede in questa fede. Simbolo che non ha alcuna pretesa di imporre ad alcuno un credo. “Esposto prima del Concordato, anche in periodi altamente anticlericali, ha perso nel tempo la sua connotazione religiosa per diventare un segno morale e umanistico”. Questo ha sostenuto, fra l’altro, il Governo italiano: è simbolo di valori religiosi, ma è al tempo stesso espressione e rappresentanza di altri valori, simbolo storico per l’umanità. Unanime nel Paese il rigetto ver-

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so quella sentenza che ha avuto la pretesa di cancellare storia e valori, condannando alla rimozione dei crocifissi dalle aule pubbliche. Un problema fortemente sentito e condiviso che poteva e doveva mantenere la sua connotazione unitaria anche nel Consiglio comunale di Sammichele di Bari, chiamato dalla minoranza consiliare a votare un articolato ordine del giorno che rispecchia i sentimenti condivisi della nostra comunità. Così non è stato. Il documento è stato respinto, la maggioranza ha votato contro. Difficile capire le ragioni politiche e procedurali di tale scelta, specie perché in mancanza di altro documento della maggioranza. Sul Crocifisso, nel nostro Consiglio comunale, c’è stata solo grande confusione tra sedicenti cattolici della maggioranza dichiaratisi agnostici, laici, laicisti, clericali, anticlericali, baciapile pronti a leccare persino l’Arcivescovo (ricordo che eravamo in piena campagna elettorale!), balordi cultori delle tradizioni ed esperti in valori, ma anche chi ha pensato così inutile l’argomento in discussione da potersi assentare (l’assessore V.L. Spinelli). Forse, per non darla “vinta” (sic!) alla minoranza, non hanno saputo fare di meglio che votare contro ciò in cui dicono di credere.

Dilettantismo politico puro? Sì: per fare un dispetto alla minoranza, rea evidentemente di aver preceduto tutti nell’iniziativa. E’ vero. Abbiamo assistito in diretta al tormentone della maggioranza. Per concludere, non senza amarezza, che non si danno agli sprovveduti e agli improvvisati poteri di rappresentanza che possono nuocere, far male. Eppure, quel Consiglio comunale alla vigilia di Natale era stato preceduto da un incontro cittadino promosso dall’assessore alla scuola la cui finalità, visto il risultato, rimane tuttora oscura. Come non sentirsi profondamente offesi? Il Crocifisso, così, è stato rimosso due volte: dalla sen-

tenza cella Corte europea e dalla superficialità di chi ha la presunzione di amministrarci! E, come ci ha lasciato scritto don Tonino Bello, “La croce … l’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. Le rivolgiamo inchini e incensazioni in chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi della sua logica. L’abbiamo isolata, sia pure con tutti i riguardi che merita”. Una nota di cronaca, a margine di questa discussione: all’esterno dell’aula consiliare, qualcuno è ritornato a farsi sentire “usando” le mani! Un argomento da approfondire.


società

Convivere è la suprema ragione del vivere Il male oscuro della separatezza. La nostra mancanza di condivisione. La nostra apartheid. di FRANCO DERAMO

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on nascondo di aver sperato di “rifarmi” dallo scempio sul Crocifisso vissuto in diretta in Consiglio comunale con l’incontro tenuto nella Biblioteca comunale dal Centro Studi Storia Cultura e Territorio di Sammichele di Bari che presentava un piccolo libro di don Tonino Bello: un intervento presentato ad Assisi nel dicembre del 1989 a conclusione del convegno giovanile “Quando vivere è convivere”. Una lettera proprio a quel Gesù che qualche giorno prima era stato confuso, strumentalizzato e rinnegato. Dentro di me l’ho vissuto come un atto riparatore, alla scoperta del “segreto del convivere”. E’ forte, nella nostra comunità, la mancanza di dialogo. La non capacità di confronto. La mancanza di rispetto, di tolleranza, fra posizioni diverse, se volete, fra maggioranza e minoranza. Succedeva avantieri, è successo ieri, succede anche oggi: purtroppo, succede da sempre. La pretesa di chi detiene il potere di sentirsi al di sopra di tutto e di tutti. A volte anche della legge. Un paese, il nostro, dove il dissenso e la critica sono criminalizzati. Pensarla di-

versamente basta a farti perdere il saluto da chi fino a ieri hai avuto accanto in battaglie comuni o nella quotidianità. Diventi nemico. La maggioranza deride e schiaccia come segno del suo potere, che pretende sia assolutizzato, chi la pensa in altro modo. La minoranza, da parte sua, sbatte in faccia a chi si contrappone la sua condizione, come segno di forza, per non sentirsi schiacciata. Questa non è “condivisione”, questa è mera “contrapposizione”. Leggere don Tonino è come respirare. Ti porta in giro proprio nel tuo territorio, fra la tua gente, nella tua condizione umana, nel vissuto di tutti i giorni e ti aiuta a scoprire, a leggere in una nuova dimensione la normalità della quotidianità. Per fartela accettare, per aiutarti alla convivenza, fino alla condivisione. “Convivere è la suprema ragione del vivere”. Se questa affermazione è vera, allora “l’incredibile politica di separatezza”, come “male oscuro”, “sta travagliando la civiltà da cui provengo. Ha un nome terribile, esotico tra l’altro e quindi intriso di mistero, che faccio fatica a pronunciare. Un nome che purtroppo è adoperato solo per indicare un sintomo, sia pur grave e preoccupante, mentre do-

vrebbe essere usato per designare il male in tutta la sua tragica globalità patologica: apartheid”. E, con questo termine, don Tonino, non si riferisce all’arroganza storica dei bianchi contro i neri, ma si riferisce al “tumore maligno che rischia di andare in metastasi attaccando i tessuti vitali dell’intero organismo planetario”, alla “febbre dei blocchi”, alle “pietre dell’intifada”, alla “logica del rifiuto”, alla “sindrome dell’intolleranza nei confronti del diverso”, alla “ghettizzazione dei sieropositivi, l’accanimento punitivo contro i tossici, il sospetto emarginante nei confronti dei folli, degli ex carcerati e di tutti gli irriducibili alla nostra normalità”. “Tempi duri per gli aneliti di comunione. A livello pubblico e privato. Precipitano le difese immunitarie della convivenza. E, nonostante il gran parlare, alla borsa dei valori le quotazioni della solidarietà sono quelle più in ribasso”. Don Tonino invita ad attraversare il deserto e ad ascoltare, come dice il profeta Osea, la Parola di Dio: “ …ti condurrò nel deserto, … e parlerò al tuo cuore” per essere condotti alla Terra Promessa. Ma il deserto è il luogo delle incognite più assolute: “Bisogna entrare nel deserto, e lasciarsi scavare dalla paura dell’ignoto”. “Donaci il coraggio di entrare

nella logica di queste sabbie, che è, anzitutto, logica di nudità. Il deserto ti spoglia. Ti riduce all’essenziale. Ti decostruisce. Ti priva del guardaroba. Ti togli di dosso gli abiti che finora hai considerato come assoluti, e ti fa capire che la tua identità va ben oltre le livree dell’appartenenza”. Ti fa superare “la cultura che ancora oggi divide gli uomini in categorie egemoni e subalterne…” e non “…partner di pari nobiltà”. L’invito è a saper guardare che “c’è nell’aria un’attesa di cieli nuovi e terre nuove”. Tanta la ricchezza, la profondità, l’originalità, la capacità di lettura della condizione dell’uomo d’oggi che le parole di don Tonino emettono, fino a colpirti nel profondo. Quelle parole, quegli scritti non lasciano indifferenti. Non so quanti sanno che la maggior parte dei libri, dei discorsi tenuti da don Tonino li scriveva in ginocchio, nella sua cappella all’interno dell’episcopio, la sua casa vescovile che spesso ha condiviso con i senza tetto. L’ascolto, la lettura di quelle “parole” lasciano il segno. Ritornarci con la riflessione personale non è mai superfluo. Chissà se la nostra convivenza non riparta proprio dal superamento delle separatezze. N° 0 - gennaio 2010

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