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Poste Italiane SPA - spedizione in Abbonamento Postale-DL353/2003 (conv.in L. 46 DEL 27/2/2004) ART.1 COM.2-DCB-Modena

PERIODICO DI INFORMAZIONE DEL PATRONATO CNA EPASA - N° 33 marzo/aprile 2014

Noi, con il cuore e le mani per cambiare l’Italia

EPASA

Ente di Patronato

La piccola e media impresa si candida a rappresentare il motore propulsore del cambiamento. A cominciare da settori nuovi e strategici come il welfare. Vaccarino: “Ecco il progetto che la Cna sta per presentare”.


INDICE EDITORIALE

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IL PATRONATO

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NEWS

6

NOTIZIE DAL WEB

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Girotti nuovo Presidente del patronato Cna Epasa

LE ANALISI DEL CENSIS

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Gli anziani 2.0 e le PMI italiane

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L'Italia che cambia è già pronta a cambiare

CNA NEXT

Il nuovo welfare e le comunità digitali

IL PUNTO

L'INTERVISTA

Noi, con il cuore e le mani per cambiare l'Italia Intervista a Daniele Vaccarino, Presidente Nazionale Cna

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IL DIBATTITO

Welfare in Italia, eppur si muove Intervista a Franca Maino progetto 'Percorsi di secondo welfare"

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Welfare, la ripresa passa da qui? Intervista ad Andrea Ciarini dell'Università "La Sapienza" di Roma

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PATRONATI ESTERO Il sistema sociale tedesco

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MASSIMARIO

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Notizie EPASA Bollettino periodico del Patronato CNA EPASA Edizioni EPASA Piazza M. Armellini 9A - 00162 Roma Tel. 06 44188401 - Fax 06 44188402 www.epasa.it - epasa@cna.it Registrazione presso il Tribunale di Roma n. 45/2007 del 2 marzo 2007

Direttore: Valter Marani Direttore Responsabile: Mario Martino Coordinamento generale: Livia Pandolfi Progetto Grafico: Albavision Srl - Roma Photo Editor: Adolfo Brunacci Stampa: ARBE Industrie Grafiche SpA - Modena


EDITORIALE di Valter Marani Direttore Generale CNA EPASA

#noicisiamo Tutto sembra essere sul punto di cambiare. Sarà vero o ancora una volta sarà una illusione gattopardesca? Stavolta basterà attendere poco, questo è sicuro. Perché ormai alcune cose sono certe. Il sistema economico ha già individuato nuove filiere di sviluppo. La politica rincorre affannosamente il cambiamento anche perché le tecnologie digitali ormai permettono una circolazione di informazioni ed idee che sarà difficile contenere e la società, sempre più composta da individui consapevoli, non tollererà più a lungo certe disuguaglianze.

Ogni giorno, le difficoltà le hanno forgiate. Molte non ce l'hanno fatta, molte altre hanno dovuto rivedere il proprio business, tutte hanno affrontato la sfida. Certo non è stato facile e ancora non è finita, ma l'intelligenza, la creatività e la passione italiana che sono nel DNA delle piccole imprese ci fa essere ottimisti. Nonostante tutto #noicisiamo adesso e qui. E’ il messaggio che vogliamo lanciare con questo nuovo numero in cui affrontiamo il tema di un grande cambiamento che riguarda tutto il Paese: una nuova organizzazione del welfare.

Insomma, stiamo tutti scivolando su un piano inclinato al termine del quale c'è il grande mare della nuova società che nasce dalla rivoluzione digitale. Mentre osserviamo le migliaia di posti lavoro spazzati via dalla crisi e con loro le vecchie gerarchie di potere, già possiamo vedere, ormai nitidamente, nuovi lavori e nuovi poteri. E così, come all'epoca della prima rivoluzione industriale, anche oggi assistiamo all'affermazione di nuovi costumi, nuove idee, nuovi paradigmi. Ed in questa nuova società si distingue l'universo delle piccole imprese con il proprio bagaglio di idee, entusiasmi e capacità di creare e innovare. Donne e uomini che nel fare impresa ai tempi della crisi hanno dovuto confrontarsi ogni giorno con il mercato senza altre reti di protezione che non fossero quelle della propria capacità e della innovazione. 3


IL PATRONATO

GIROTTI NUOVO PRESIDENTE DEL PATRONATO CNA EPASA É Tiziano Girotti il nuovo Presidente del Patronato Epasa Cna. Girotti è nato a Castelfranco Emilia (MO) il 25 novembre 1945, ed è stato per otto anni, fino al 2013, il Presidente della Cna di Bologna. La sua avventura imprenditoriale è cominciata nel 1976 in qualità di Presidente e legale rappresentante, della società STM S.p.A. (produzione e commercializzazione di trasmissioni meccaniche, riduttori, variatori e motoriduttori) con sede a Calderara di Reno. Un’avventura, la sua, che non si è ancora interrotta: oltre alla carica di Presidente di STM Girotti ha tutt’ora l’incarico di Consigliere di Amministrazione della società SEF motoriduttori S.r.l. con sede a Milano, una delle più importanti società di distribuzione italiane del Gruppo STM. Dall’inizio degli anni novanta, infatti, la società STM, fino a quel momento prevalentemente artigianale, si è trasformata in una vera e propria realtà industriale (costituzione del Gruppo STM) specializzata nella progettazione e produzione di riduttori di velocità. Nel 2000, in qualità di presidente e legale appresentante di STM, Girotti ha acquisito il controllo di GSM S.p.A., società di produzione e commercializzazione di riduttori meccanici di velocità con sede a Modena, che occupa oltre 70 addetti; un'operazione che ha permesso l’ulteriore ampliamento della società. Il Gruppo STM, con la partecipazione diretta in circa dodici società di distribuzione e con una importante rete di partners commerciali con sedi in Europa, Asia, Africa, Australia ed America, impiega oltre 300 addetti con un fatturato consolidato a 4

livello mondiale di circa 75 milioni di euro distribuiti per oltre il 60% sul mercato internazionale. Girotti è, ad oggi, anche Consigliere della Camera di Commercio di Bologna.


Cittadini

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NEWS

di Luca Finocchiaro

GOVERNO: VACCARINO (CNA), ASCOLTI PMI, SONO LEVA DI CRESCITA ROMA - “Il problema è che noi non torneremo al pre-2008. Noi dobbiamo guardare a un nuovo sviluppo economico che non si può basare su una Italia che non c’è. Abbiamo un tessuto di piccole e medie imprese che è forte nonostante la drammaticità della crisi e che può avere un ruolo anche maggiore. Noi diciamo al governo: ascoltate le nostre richieste perché qui ci può essere una leva di sviluppo che finora non è mai stata utilizzata bene”. Lo ha detto il presidente di Cna, Daniele Vaccarino, durante l’incontro istituzionale della delegazione di Rete Imprese Italia con la presidente della Camera, Laura Boldrini.

SILVESTRINI BOCCIA LA NUOVA SABATINI: “DIFETTA DI SEMPLICITÀ, CERTEZZA E VELOCITÀ NELLE EROGAZIONI” ROMA - La chiamano la “nuova Sabatini” ma somiglia di più a un gioco dell’oca per le imprese e non è in grado di facilitare i finanziamenti alle pmi a causa delle sue regole cervellotiche e farraginose. “Far ripartire gli investimenti rappresenta una delle priorità per la ripresa dell’economia del nostro Paese - sottolinea il Segretario Generale Cna, Sergio Silvestrini – gli interventi a sostegno delle imprese, specie se di piccole dimensioni, devono avere sempre alcuni requisiti fondamentali: semplicità nell’approccio e nelle procedure, certezza e velocità nelle erogazioni. Forse l’impianto messo in campo per la cosiddetta nuova Sabatini non va in questa direzione, ma non chiediamo di meglio che essere smentiti”. 6


AD AREZZO NASCE CENTRO PER LO SVILUPPO DELL'ARTIGIANATO ARTISTICO

FISCO: AL VIA PROTOCOLLI TRA EQUITALIA, CNA E PMI

AREZZO – Nasce, all’interno del Liceo Artistico annesso al Convitto Nazionale “Piero della Francesca” di Arezzo, il Centro per lo sviluppo dell'artigianato artistico, dell'alta formazione e dei servizi alle imprese del territorio, in particolare del settore moda. Il progetto dell'assessorato all'Istruzione della Provincia è stato accolto dall'istituto aretino (coadiuvato dalla cooperativa Arte&Fare e dal consorzio Arezzo Fashion), finanziato dalla Fondazione dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze e appoggiato anche da Cna per saldare il rapporto tra scuola e mondo del lavoro e, nel contempo, difendere la tradizione artigiana del nostro territorio.

ROMA – Al via i protocolli tra Equitalia, Cna e pmi di Milano, Monza, del Molise e di Cosenza. Le convenzioni prevedono l'attivazione dello sportello telematico, un canale dedicato che consentirà di favorire, migliorare e semplificare i rapporti con le realtà imprenditoriali locali. Gli iscritti riceveranno assistenza nelle sedi della Confederazione, che si occuperanno di inviare le richieste alla sede Equitalia territoriale insieme alla documentazione necessaria. Il canale dedicato permetterà di fornire informazioni e consulenza e di fissare un appuntamento nelle sedi di Equitalia per le situazioni più complesse.

IMPRENDITORIA ‘ROSA’: NASCE CNA IMPRESA DONNA-SICILIA PALERMO - “Ci rivolgiamo a tutte le donne che perseguono un sogno: quello di vedere la propria azienda crescere in salute e prosperità come fosse un figlio, investendo in essa ogni risorsa e capacità professionale”. Lo ha detto Floriana Franceschini, neoeletta presidente regionale di Cna impresa donna-Sicilia. L’obiettivo è quello di diventare punto di riferimento in Sicilia per le donne imprenditrici della piccola e media impresa. 7


NOTIZIE DAL WEB di Sabina Monaci

La Germania? Tra i peggiori paesi per disparità salariale uomini e donne. Meglio l’Italia

Sanità e istruzione: ecco come fanno salire il reddito

Andrea D'Addio Pubblicato su www.wired.it

Thomas Manfredi Pubblicato da www.linkiesta.it

La Germania è il paese dell’Unione Europea con il più ampio divario salariale medio tra uomini e donne. E’ questo ciò che emerge dal recente report messo a punto da Movehub, sito che provvede a fornire informazioni per gente che decide di vivere all’estero, incrociando i dati raccolti da: United Nations Economic Commissions for Europe, The Organisation for Economic Co-Operation and Development, Wage Indicator e Eurostat. Gli anni presi in considerazione sono quelli che vanno dal 2008 al 2012. Secondo lo studio non ci sarebbe paese al mondo in cui le donne guadagnino più degli uomini. Il divario maggiore si troverebbe in Corea del sud dove il gap sarebbe del 37.5, seguita da Russia (32.1%), Estonia (27.9%), e Giappone (27.4%). La Germania sarebbe al 20.8%, preceduta dall’Ucraina (22.2%). Il Regno Unito sarebbe 14esimo (18.2), Francia al 25esimo posto (14.3%), mentre l’Italia 33esima con il 10.6%. Non per tutti gli stati al mondo è stato possibile ottenere dei dati. Per spiegare cosa si intenda per gap diciamo che fissando il salario medio di un uomo britannico a 31.900 £ all’anno, quello di una sua connazionale sarebbe quindi di 26.095£ (18.2% in meno).

I beni pubblici, come si sa, sono beni prodotti e offerti dalle pubbliche amministrazioni e pagati con tasse, imposte sul reddito e altre tariffe più o meno di mercato. Il loro effetto, spesso ignorato, è quello di aumentare per via indiretta il livello di consumo e il reddito disponibile delle famiglie. Utilizzando un approccio che valuta il valore dei beni pubblici (sanità, istruzione, diversi servizi sociali) al costo di produzione, si può stimare di quanto varia il reddito disponibile di una famiglia media grazie al contributo della loro fornitura. In Italia i calcoli dell’Ocse sembrano suggerire un aumento vicino al 25% del reddito disponibile, un valore non dissimile a quello di uno Stato ben più “liberista” come gli Stati Uniti, che però ha livelli di spesa pubblica e di tassazione ben differenti. Tenendo a mente che il calcolo non permette di identificare eventuali sprechi, essendo i beni pubblici valutati appunto al costo effettivo, sembra che la politica economica pubblica italiana sia più concentrata sulla redistribuzione fra famiglie e gruppi sociali, che alla fornitura di beni e servizi di una qualche utilità per il consumatore finale. In assenza di una metodologia chiara per individuare sacche di inefficienza nella produzione di beni e servizi pubblici, possiamo solo immaginare che l’effetto reale di questi ultimi nell’espandere le potenzialità di consumo delle famiglie sia ben minore di un non già esaltante 25%.

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Third Door: mamme al lavoro Giulia Mallone Pubblicato su www.secondowelfare.it LONDRA - A sud-ovest di Londra, nel quartiere residenziale di Putney – villette a schiera e piccoli negozi – opera da ormai quattro anni Third Door, spazio innovativo che racchiude insieme ufficio e asilo nido. Third Door è il primo esperimento in Gran Bretagna di coworking&nursery per genitori che lavorano, ispirato – ci racconta la sua cofondatrice e direttrice Shazia Mustafa – a esperienze statunitensi come la californiana Cubes&Crayons. La struttura, che ospita reception e asilo nido al piano terra e lo spazio di coworking con postazioni individuali e sala riunioni al primo piano, si trova a Point Pleasant, una via tranquilla a pochi isolati dalla stazione della metro di East Putney, circondata da parchi e distante qualche decina di metri dalle rive del Tamigi. “L’idea mi è venuta nel 2008 quando – dopo la nascita del mio primo figlio – ho pensato che il mio bisogno di conciliare famiglia e lavoro doveva essere sicuramente una necessità comune a tante altre donne. Così ho deciso, dopo averne parlato con mio marito, di lasciare il mio lavoro in una grande multinazionale per dedicarmi interamente al progetto di un asilo nido che, però, offrisse ai

genitori un valore aggiunto. Dopo aver mappato l’offerta esistente e aver fatto ricerche su esperienze internazionali (Shazia conosce lo spazio milanese di coworking&nursery Piano C), ho studiato insieme a mio marito – che ha utilizzato il nostro progetto come case study per il suo MBA! - il business plan che, fin dal primo momento, prevedeva l’apertura di più centri a Londra”. Lo spazio di Putney, insomma, è solo il primo passo. “Certo – ammette Shazia – l’inizio non è stato facile. Ho cercato a lungo una struttura adeguata a ospitare il progetto, e ho spesso ricevuto rifiuti dai proprietari che, una volta appreso il valore sperimentale dell’iniziativa, non si sentivano di “rischiare” affittando gli spazi a una start-up così innovativa. Ho dovuto aspettare di conoscere un proprietario fortemente motivato che ha voluto scommettere su di noi e sulla potenzialità della nostra idea di offrire ai genitori la possibilità di lavorare seriamente senza doversi necessariamente allontanare dai propri figli”. Una proposta che coniuga efficientemente la dimensione professionale e quella famigliare, fino a ora premiata dai risultati. “Il business, che è un business sociale ma pur sempre un business - precisa Shazia – è ancora in una fase di consolidamento. Stiamo investendo in ulteriori miglioramenti degli spazi e dell’offerta, ma l’idea è quella di aprire un secondo centro in un’altra zona di Londra, magari più vicina alla city”.

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LE ANALISI DEL CENSIS di Agnese Tommasi

L’Italia che cambia è già pronta a cambiare Da una parte un paese fiaccato, sfiduciato, fermo, disilluso. Dall’altra un popolo pronto a cambiare e in cerca della strada giusta per farlo. Come in tutte le epoche di passaggio i segnali sono contrastanti, si va avanti per tentativi prima di trovare la via buona. La fotografia della nostra Italia scattata dalle indagini socio-economiche che hanno chiuso il 2013 è proprio questa: quella di un pendolo in bilico fra lo sconforto di trovarsi a raschiare il fondo del barile, con una crisi profonda che ha messo in ginocchio la classe media, una disoccupazione giovanile dilagante e superiore al 42%, una corruzione pubblica e privata che continua a riproporre se stessa e mai dura a morire, una cultura del merito mai così ai minimi termini. E poi, italianamente, la consapevolezza di valere, di avere le risorse per farcela, l’idea che lo zoccolo duro della qualità targata Made in Italy resista ancora. In una parola la speranza e le energie sopite di un Paese che cerca di uscire dal vicolo cieco in cui si è colpevolmente ficcato da almeno un ventennio, fatto di scelte sbagliate. Scelte politiche, economiche, ma anche sociali e culturali che hanno sdoganato modelli sbagliati e assai poco lungimiranti. Così ci ha dipinto il Censis in due occasioni attraverso l’indagine illustrata nel libro di Giulio De Rita “I valori degli italiani 2013. Il ritorno del pendolo” e il tradizionale Rapporto di fine anno. Ricerche che puntano il dito sulla sconfortante situazione dello stivale ma contemporaneamente aprono scenari nuovi per il futuro.

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I valori degli italiani A partire dagli anni ’80 nel nostro Paese si è assistito al trionfo dell’individualismo, dell’egoismo, della cultura del sé, il rifiuto degli ideali collettivi e di solidarietà. Oggi però, secondo la ricerca del Censis, sta tornando la voglia di socialità, condivisione, collaborazione seppure rivista e rivisitata in versione moderna. Il primato dell’io, a quanto pare, atteggiamento che ha trionfato negli ultimi anni, non gratifica più. Anzi, è tornata la voglia di essere altruisti. Uno spirito, questo, in realtà sempre presente nell’animo delle persone ma che ultimamente sembrava essere sopito e si risvegliava solo in caso di grandi emergenze o catastrofi come terremoto o alluvioni. Al momento il nostro Paese sembra essere quasi bloccato, indeciso sul da farsi: mettersi in gioco, cambiare, rischiare, collaborando insieme o stare fermo e attendere che qualcosa accada. Il rischio, però, secondo l’indagine di Giulio De Rita è quello di cadere in una società che viene definita ‘di tipo ribassista’. Ossia che si accontenta della mediocrità e non lotta per migliorare. Nella fotografia scattata nel 2013, gli italiani sono fermi, persino disposti a giocare al ribasso e ad accettare di tornare indietro, socialmente ed economicamente. Non attivandoci, tuttavia, fa notare De Rita, rischiamo di essere una società che ha paura solo di perdere quello che ha e perciò non migliora. In questo senso gli italiani sembrano essere tornati indietro cercando il rifugio della dimensione privata che viene definita la ‘cuccia calda’ della famiglia e degli amici.


Gli italiani, dunque, si sono accontentati dei beni primari riducendo gran parte dei consumi e delle spese superflue. Ma se si fermeranno a questo, conclude l’indagine, “la tristezza potrebbe essere la cifra dei prossimi anni”. “Se invece – aggiungesi andrà verso una voglia di riscoprire l’altro come alleato e non come competitor, allora c’è un futuro ed è alle porte”. Il 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese Il 47° Rapporto Censis è chiaro: nel 2013 il crollo non c'è stato, ma troppe persone sono scese nella scala sociale. Lo scorso anno abbiamo vissuto in uno stato di ‘sospensione', anzi la drammatizzazione della crisi è stata usata dalla classe dirigente per salvare se stessa. “L’unico modo per non precipitare – è stato detto agli italiani - è la stabilità, quindi noi restiamo qui”. Il Censis ha dipinto la nostra Italia in modo durissimo: “Quale realtà sociale abbiamo di fronte dopo la sopravvivenza alla crisi? – si legge nel rapporto - oggi siamo una società più ‘sciapa’: senza fermento, circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa. E siamo ‘malcontenti’, quasi infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali. Si è rotto il ‘grande lago della cetomedizzazione’, storico perno della agiatezza e della coesione sociale. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno scontento rancoroso, che non viene da motivi identitari, ma dalla crisi delle precedenti collocazioni sociali di individui e ceti”.

Ci sono poi due grandi ambiti che consentirebbero l'apertura di nuovi spazi imprenditoriali e di nuove occasioni occupazionali. Il primo è il processo di radicale revisione del welfare: crescono il welfare privato (il ricorso alla spesa «di tasca propria» e/o alla copertura assicurativa), il welfare comunitario (attraverso la spesa degli enti locali, il volontariato, la socializzazione delle singole realtà del territorio), il welfare aziendale, il welfare associativo (con il ritorno a logiche mutualistiche e la responsabilizzazione delle associazioni di categoria). Il secondo ambito è quello della economia digitale: dalle reti infrastrutturali di nuova generazione al commercio elettronico, dalla elaborazione intelligente di grandi masse di dati agli applicativi basati sulla localizzazione geografica, dallo sviluppo degli strumenti digitali ai servizi innovativi di comunicazione, alla crescita massiccia di giovani «artigiani digitali».

Eppure una luce in fondo al tunnel c’è: si registra una sempre più attiva responsabilità imprenditoriale femminile (nell'agroalimentare, nel turismo, nel terziario di relazione), l'iniziativa degli stranieri, la presa in carico di impulsi imprenditoriali da parte del territorio, la dinamicità delle centinaia di migliaia di italiani che studiano e/o lavorano all'estero (sono più di un milione le famiglie che hanno almeno un proprio componente in tale condizione) e che possono contribuire al formarsi di un'Italia attiva nella grande platea della globalizzazione. Giulio De Rita 11


CNA NEXT di Luca Iaia Responsabile CNA Digitale

Il nuovo welfare e le comunità digitali 'La singolarità è vicina' è un saggio pubblicato da migliorare la vita delle persone”. Ciò fa emergere Raymond Kurzweil1 nel 2005, in cui viene esposta lo stretto legame che c’è già e sarà sempre più la tesi secondo cui la singolarità tecnologica si presente, tra le nuove tecnologie, il digitale e la verificherà nell'arco della prima metà di questo vita delle persone in termini di benessere a tutto secolo, un fenomeno risultante dalla combinazione tondo, comprendendo dunque anche la salute e di tre importanti tecnologie del Ventunesimo le prestazioni alla stessa legate. Secolo: la genetica, la nanotecnologia e la robotica Quella raccontata da Kurzweil è una realtà ancora forse troppo distante ma (che include l'intelligenza "... la relazione è insita tutto ciò che sta succedendo artificiale). L'autore discute in ambito welfare, nella cura della prossima "singolarità nel concetto di welfare, della persona, nei vari paesi tecnologica" e di come essa il bene relazionale si sviluppati, ci porta davvero a ci permetterà di migliorare i che di rivoluzione, in nostri corpi e le nostre menti integra naturalmente pensare questo settore, possa iniziarsi a attraverso la tecnologia. con la prestazione parlare. Tale grande fermento Secondo l’informatico amederiva certamente dall’altra ricano, la miniaturizzazione portandoci ad una nuova rivoluzione, quella digitale delle componenti permetterà, entro il 2030, di immettere dei dimensione di assistenza che avendo modificato i paradigmi culturali di vari veri e propri nanobot all’interche unisce la prestazione ambiti, ha cominciato ad agire no del corpo umano, trasporcon la costruzione di una e corrodere le fondamenta tati per tutto l’apparato dal del sistema sociale anche nel sangue, capaci di innalzare le relazione profonda e nostro paese, innestandolo difese immunitarie quando continuativa." di tecnologia e funzionalità necessario e migliorare la quanuove e con possibilità di lità della vita. Alcuni potranno crescita, e relativa soddisfazione, davvero elevate. agire direttamente sul cervello, in particolare nella neocorteccia, facilitando il processo intellettivo Dobbiamo però considerare che quello che rimane più indietro è il sistema cognitivo di generazioni grazie all’integrazione con le piattaforme cloud. Gettando lo sguardo ancora più avanti, intorno che in larga misura sono al governo del mondo e al 2045 l’intelligenza artificiale avrà le medesime che hanno vissuto la loro infanzia ed adolescenza capacità e abilità di quella umana. Raymond (la loro vita formativa) in un'epoca dove non Kurzweil è da pochi mesi entrato a far parte esisteva internet, i computer, la telefonia mobile della squadra che Google ha messo a lavorare in ed i cosiddetti smartphone. Hanno possibilità e campo biomedico con il progetto Calico perché, necessità di aggiornarsi ma è diverso dall'esserci come dichiara lo stesso Larry Page2 , co-fondatore nati "dentro". Dentro l'era digitale dove la potenza dell’impero di Mountain View, “c’è un incredibile della comunicazione, del calcolo, della capacita potenziale che riguarda le tecnologie dedicate a di avere relazioni e informazioni e di entrare 12


in contatto con chiunque in qualunque parte del mondo in tempo reale è un dato cognitivo in se, non appreso. Così la capacità cognitiva è moltiplicata all'infinito, è semplicemente diversa e inarrivabile per chi invece ha dovuto apprenderla. I nativi digitali la cavalcano gli altri sono costretti a rincorrere e ciò in questo momento è un potenziale freno. Oltre questo, la tecnologia non determina le forme della socialità, ma allo stesso tempo i processi sociali d’innovazione non possono prescindere dalla tecnologia data in certo momento. Diversi fattori di ordine istituzionale, culturale ed economico intervengono nei processi di scoperta scientifica, d’innovazione e nelle applicazioni sociali delle tecnologie, cosicché il risultato finale dipende da un complesso schema d’interazione in cui la società incarna le tecnologie ed attraverso il loro uso produce innovazione sociale, sia sperimentando diversi utilizzi delle tecnologie date, sia attraverso l’introduzione di nuove tecnologie che diventano poi la base di inedite pratiche sociali. La cosiddetta innovazione sociale è intesa come la creazione di nuove idee (prodotti, servizi) che soddisfano bisogni sociali e simultaneamente creano nuove collaborazioni e relazioni. Il termine

Social Innovation esprime infatti, un doppio significato: non solo innovazione in quanto tale ma realizzata da una comunità e non da un unico individuo o un organismo; è un risultato collettivo che richiede accordi, condivisione, co-adaptation e dialogo. Si ha infatti, innovazione sociale solo quando persone e organizzazioni svolgono un ruolo attivo e collaborativo nella realizzazione concreta dei processi di innovazione. E la relazione è insita nel concetto di welfare, il bene relazionale si integra naturalmente con la prestazione portandoci ad una nuova dimensione di assistenza che unisce la prestazione con la costruzione di una relazione profonda e continuativa. Le tecnologie digitali sostenendo sempre più l’utilizzo del web 2.0, dei nuovi media e dell’interazione tra persone, comunità e istituzioni, aprono spazi straordinari alla costruzione di quel bene relazionale fondamento dell’ economia della felicità3 che mira ad abbattere gli elevati livelli di disuguaglianza e di ansietà per accrescere la soddisfazione delle persone mutando il concetto di benessere. Il welfare italiano ha pienamente bisogno di subire un profondo processo di innovazione

"... la singolarità tecnologica ... fenomeno risultante dalla combinazione di tre importanti tecnologie del Ventunesimo Secolo: la genetica, la nanotecnologia e la robotica"

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sociale ove, tutte le istituzioni, le parti sociali, i patronati e le società di servizio alle imprese ed ai cittadini collaborino nella progettazione sociale e nella costruzione di sinergie tali da render funzionanti e funzionali i meccanismi di fornitura delle prestazioni e di analisi della popolazione. Le cosiddette aziende digitali, coloro che producono applicazioni, software ed hardware, svolgeranno sempre più un ruolo determinante per via della ricerca legata al supporto alla persona, alla semplificazione di processi che costano oggi tempo, risorsa sempre più preziosa e della quale crescerà esponenzialmente il bisogno. E’ dunque necessario prima di tutto un patto tra generazioni, tra nativi digitali e non, partendo dal presupposto che senza strumentazioni ed applicativi innovativi, quei livelli di nuovo benessere non potranno mai esser raggiunti. D’altra parte sarà poi dovuto il dialogo sempre più stretto tra soggetti direttamente o meno coinvolti 14

nel welfare tradizionale con quelli che masticano digitale, al fine di una intelligente evoluzione dello stato sociale italiano, perché in attesa dei nanobot è ancora la comunità che può fornirci il supporto migliore.

Raymond Kurzweil (New York, 12 febbraio 1948) è un inventore, informatico e saggista statunitense. 2 Lawrence "Larry" Page (East Lansing, 26 marzo 1973) è un imprenditore statunitense. Co-founder di Google. 3 Economia della felicità – Luca De Biase – Feltrinelli 2007 1


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IL PUNTO

di Valter Marani Direttore Generale CNA EPASA

GLI ANZIANI 2.0 E LE PMI ITALIANE La società di domani sarà molto diversa da quella Anche per questo nell'economia e nella società di oggi? Certamente sì. dei prossimi anni in Italia avremo ancora una Sarà diversa come diverso è un figlio dal genitore! forte componente di imprenditorialità piccola e E come per ogni figlio possiamo immaginarne diffusa. la fisionomia futura osservando nel presente i E così come è difficile immaginare un'Italia senza le genitori, anche della società che si sta formando piccole imprese, é altrettanto difficile immaginare possiamo prevederne i tratti esaminando quella che le piccole imprese si limitino ad operare solo attuale. in certi settori di business. Dopo una travagliata In una società che si sta gestazione il cui inizio, almeno "...la grande promessa del velocemente modificando, da in Europa, può essere fatto mondo interconnesso: un punto di vista demografico risalire agli anni in cui cadeva e tecnologico, si sta ormai vivere in un mondo in evidenziando un enorme il muro di Berlino ed iniziava la rapida diffusione di internet, cui tutto è massificato mercato composto da milioni siamo ora arrivati al momento di persone Over 60 che ma, al contempo, tutto è del parto. Come altro definire avranno stili di vita e consumi altrimenti la lunga crisi che talmente personalizzato molto diversi da quelli che ha messo a dura prova le avevano i loro coetanei alla da farci sentire unici. economie dei paesi occidentali fine del secolo scorso. e non solo, se non il momento Ogni cosa su misura di Stili di vita e consumi che si del parto che sta facendo svilupperanno rapidamente ciascuno di noi. venire alla luce una nuova generando grandi filiere di società. Dopo questa crisi business. nulla sarà più come prima. Ma Basti pensare che fra sei anni avranno sessanta certamente il mondo che verrà conserverà i tratti anni quelli nati nel 1960. Da oggi al 2030 gli over caratteristici della società di oggi. 60 passeranno da 15 a 20 milioni di persone. L'Italia è stato ed è il Paese delle piccole imprese, Milioni di persone che mangeranno, viaggeranno, croce e delizia di tanti economisti del Novecento. vivranno e si cureranno utilizzando mezzi e Come non vedere che le piccole imprese stanno tecnologie nuove e che innescheranno dinamiche trovando una nuova centralità nel mondo sociali inedite. dell'economia digitale. Pensare che quel mercato sia sostenuto dalle Piccole imprese che sono in sintonia con lo spirito risorse derivanti dal sistema di welfare così com'è dei tempi: uno spirito individualista, ovviamente oggi è follia. diverso da quello del Novecento ma, certamente, Pensare che le piccole imprese restino fuori da più marcato di quello che abbiamo osservato quel mercato è semplice utopia. finora. Pur con l’enorme progresso della digitalizzazione, 16


che ancora non si é affatto completato, le persone e le famiglie potranno soddisfare le loro esigenze di benessere, di cura e di sicurezza in modo molto più personalizzato, quasi individuale. D’altronde questa è la grande promessa del mondo interconnesso: vivere in un mondo in cui tutto è massificato ma, al contempo, tutto è talmente personalizzato da farci sentire unici. Ogni cosa su misura di ciascuno di noi. Solo una rete intelligente di piccole imprese connesse tra loro, in ambiti territoriali relativamente piccoli, sarà in grado di soddisfare al meglio le esigenze di quei nuovi anziani che saranno i primi anziani digitali. Intendendo per anziano digitale non una persona nativa digitale, ma un essere umano per il quale, per la prima volta, saranno disponibili una serie di sistemi interconnessi che si occuperanno della sua salute, della sua alimentazione, dei suoi movimenti, della sua sicurezza, del suo tempo libero e di quant'altro serve per vivere. Tutto ciò sarà possibile anche perché si formeranno network di piccole imprese fatte da donne e uomini che, coniugando servizi digitali e umana sensibilità, costituiranno i distretti del welfare, offrendo così la risposta positiva alla domanda: possiamo ancora permetterci un welfare come quello di cui hanno beneficiato i nostri genitori? Sì, potremo permettercelo perché sarà un welfare più economico, più efficiente, più personale.

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L'INTERVISTA di Livia Pandolfi

Noi, con il cuore e le mani per cambiare l’Italia La piccola e media impresa italiana si candida a rappresentare il motore propulsore del cambiamento. A cominciare da settori nuovi e strategici per il futuro come il welfare. Vaccarino, Presidente nazionale: “Ecco il progetto che la Cna sta per presentare”. Intervista a Daniele Vaccarino Presidente Nazionale Cna Lo aveva già detto alla grande manifestazione delle imprese dell’artigianato e del commercio lo scorso 18 febbraio a Roma. E lo ribadisce oggi. La parola d’ordine, e l’hastag lanciato a chi ha dimestichezza con il social, è #noicisiamo. Daniele Vaccarino, da pochi mesi nuovo Presidente Nazionale Cna, ha il piglio dell’artigiano torinese pronto a usare le mani nel senso buono del termine. E come i suoi imprenditori che rappresenta ha voglia di aggiustare quel che non va in quest’Italia zoppa ma vogliosa di rimettersi in piedi. E allora, appunto, dice ‘noi ci siamo’. “L’artigianato e le piccole imprese rappresentano la forza operosa di questo Paese – chiarisce – una forza spesso considerata erroneamente minore e inascoltata ma che invece fa i numeri della nostra economia e tiene, cosa non scontata di questi i tempi, la propria occupazione. La ripresa passa dalla valorizzazione di questa forza che vuole essere, ed è il messaggio orgoglioso lanciato a Roma lo scorso febbraio, forza propulsiva e di rinnovamento. Siamo pieni di idee e di progetti nuovi e innovativi. A chi si fa promotore del cambiamento chiediamo di ascoltare le nostre proposte”.

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Domanda. Presidente il nuovo governo di Matteo Renzi si presenta come l’esecutivo del fare. Un concetto familiare agli artigiani e i piccoli imprenditori. Cosa pensate del Piano di riforme che il Presidente del Consiglio ha presentato recentemente? Risposta. Abbiamo ascoltato con interesse e aderito alla svolta annunciata. Ci ha fatto piacere che sia stato tracciato un percorso e che siano state fissate delle date precise. Ovviamente ora ci auguriamo che agli annunci seguano i fatti a differenza di quanto visto in passato. D. Quali misure varate ritenete vadano nella giusta direzione? R. Innanzitutto quelle sul lavoro, a cominciare dal rilancio dell’apprendistato liberato da inutili adempimenti. Bene anche la modifica dei contratti a termine proprio perché in un periodo di crisi la flessibilità in entrata è importante per creare posti di lavoro. Tra l’altro rispetto alle critiche sul pericolo che essa alimenti la precarietà ricordo che proprio il sistema delle Pmi produce lavoro ‘buono’. Un


artigiano o un piccolo imprenditore ha tutto l’interesse a tenere un giovane che ha formato per due o tre anni e infatti, numeri alla mano, le nostre imprese licenziano il meno possibile sempre, anche in tempi di crisi. Un segnale importante viene anche dall’abbassamento, seppur minimo, dell’Irap, dagli interventi sull’Inail e dalla riduzione dei costi dell’energia, un tasto dolente per la competitività delle nostre imprese essendo le bollette italiane superiori del 30% rispetto a quelle europee. Poi non nascondo che anche l’obiettivo della riduzione dei costi della politica e le riforme istituzionali vanno nella direzione che abbiamo sempre indicato. Mi riferisco al taglio delle provincie, all’eliminazione degli enti inutili, alla modifica del Senato, al tetto per gli stipendi dei manager pubblici. D. Tutto bene allora? R. Non del tutto. Lascia perplessi, ad esempio, l’esclusione dei lavoratori autonomi dagli sgravi Irpef previsti per i lavoratori dipendenti con redditi inferiori ai 25mila euro, i famosi 80 euro in più in busta paga promessi a maggio. Purtroppo bisogna ricordare che i nuovi poveri stanno crescendo anche all’interno del lavoro autonomo e restituire liquidità anche a loro è importante tanto quanto aumentare la busta paga dei dipendenti a basso reddito.

ultimo, le misure adottate dal governo per quella che il nostro Presidente del consiglio chiama ‘la svolta buona’ sono state prese anche grazie alle proposte avanzate quel giorno. Abbiamo fatto da motore propulsore del cambiamento ed è quello che chiediamo di fare. D. Come? R. La piccola e media impresa italiana che rappresenta, lo ricordo, il 98% del nostro tessuto produttivo, è stata in passato poco ascoltata. Le politiche industriali spesso sono state pensate come se il motore della nostra economia fossero i grandi gruppi industriali. La storia ha dimostrato che così non è. Oggi mettere al centro una volta per tutte la Pmi significa fare una scelta coraggiosa, storica, ma necessaria. Noi abbiamo molti progetti, idee, programmi da realizzare basandoci su un fatto fondamentale: l’Italia è fatta di piccole imprese operose che hanno cuore, mani, creatività e intelligenza per rilanciare il Paese. Faccio un paio di esempi: è in corso una rivoluzione digitale che va governata e resa un opportunità, ci sono interi settori come quello del welfare che vanno riorganizzati.

D. Lo scorso 18 febbraio a Roma è andata in scena la prima grande manifestazione dell’artigianato, commercio e piccola impresa. A distanza di alcune settimane secondo lei è cambiato qualcosa? R. Intanto, guardando in casa nostra, la piccola impresa ha dimostrato un grande attaccamento alla Cna, vista la grandissima partecipazione. Ricordo che nella cultura dei piccoli imprenditori chiudere bottega per un giorno, o in senso moderno, azienda, non è affatto scontato. La piazza non è propriamente il nostro luogo ideale ma il Paese necessitava di uno scossone che noi, credo, siamo stati in grado di dare. Più in generale abbiamo dimostrato con 80mila presenze che la Pmi italiana, pur in un momento disastroso di crisi, c’è ancora e propone soluzioni non solo per se stessa ma per tutti. Inoltre credo che la Pmi si sia proposta efficacemente come motore propulsore per il rilancio della nostra economia. Infine, e non

Daniele Vaccarino 19


D. Parliamo proprio di questo. Qual è la sua idea di welfare per l'Italia del futuro? R. Le economie occidentali, quella italiana compresa, si stanno trasformando. Il welfare, nel senso più ampio del termine, e penso non solo alla previdenza e all’assistenza ma anche alla scuola, alla conciliazione famiglia- lavoro per il mondo femminile, compreso quello autonomo, ai servizi di cura per le famiglie e gli anziani, è stato rappresentato sino ad oggi come una sorta di fardello che i bilanci degli Stati dovevano sobbarcarsi per ragioni di equità e giustizia sociale. Oggi il paradigma sta cambiando. Un sistema di welfare funzionante non è solo sintomo di una società più giusta, integrata, coesa, evoluta in senso moderno. Una società che non lascia indietro i più deboli e che anzi li integra. Oggi un sistema di welfare funzionante e in equilibrio rappresenta anche un’enorme motore di sviluppo economico sia perché consente di evitare gli sprechi di risorse pubbliche sia perché permette di creare occupazione qualificata e valore aggiunto. D. In che modo? R. Offrire servizi efficienti e puntuali a chi ne ha bisogno genera un meccanismo virtuoso che incide positivamente sull’occupazione e la produzione della ricchezza, con un ritorno allo Stato di risorse sotto forma di tasse e contributi. In Europa tutto questo succede già. Ci sono politiche integrate di assistenza, occupazione, creazione di impresa. L’obiettivo è quello di rispondere ai bisogni delle famiglie, gli anziani, i malati, i non autosufficienti, con un sistema organizzato in cui i privati, e le imprese di servizio, si integrano con il pubblico. Lo Stato orienta, supervisiona, certifica, controlla chi fa servizi alle famiglie. E le imprese private – formate, certificate, controllate – erogano servizi e rispondono ai bisogni. D. Le nostre Pmi, quindi, grazie al loro legame con il territorio, potrebbero svolgere un ruolo di primo piano. Cosa si sente di proporre alle piccole imprese che la Cna rappresenta? R. Le piccole imprese italiane possono svolgere un ruolo fondamentale e cogliere un’opportunità straordinaria. Oggi in Italia per quel che riguarda il welfare familiare siamo al fai-da- te, con una 20

percentuale di lavoro sommerso e dequalificato molto alta. Pensiamo solo che la spesa delle famiglie in servizi si aggira, secondo uno studio del Ministero del lavoro, sui 20 miliardi di euro l’anno, un’enormità. In futuro, per di più, la nostra popolazione invecchierà progressivamente: siamo il secondo paese più longevo al mondo dopo il Giappone e abbiamo già adesso, dati Istat, 16mila e cinquecento ultracentenari raddoppiati negli ultimi 10 anni. Da questo punto di vista immagino che il nostro sistema pensionistico vada in qualche modo adeguato: oggi un giovane entra nel mondo del lavoro a 30 anni per uscirne a 70, con un assegno pensionistico che non gli permetterà di vivere decorosamente. Non solo. Se si immagina - e si deve immaginare - che le donne saranno sempre più coinvolte nel mondo del lavoro, ci sarà più bisogno di servizi efficienti e strutturati per le famiglie: penso al badantato ma anche al servizio di baby sitting sino a tutto ciò che occorre in casa. Pulizie, ripetizioni, accompagnamento degli anziani a fare visite fuori e molto altro. Tutto ciò si muove di pari passo con la rivoluzione digitale e tecnologica. Mi riferisco alla domotica, alla teleassistenza, alla telemedicina, al medical device (dispositivi medici), alle smart home technologies (le nuove tecnologie applicate all’abitazione) Questi cambiamenti sposteranno sempre di più a domicilio i servizi che oggi si fanno altrove. E allora le Pmi possono e devono candidarsi a interpretare sempre più e meglio questi bisogni, anche perché i piccoli imprenditori sono insieme attori e fruitori dei servizi di welfare. Ecco perché la Cna sta sviluppando un progetto che va proprio in questa direzione. D. Quale? R. E’un progetto che favorisce la nascita di un nuovo welfare in Italia. Immaginiamo di promuovere e facilitare la creazione di vere e proprie filiere, o distretti, del welfare. L’idea è quella di sfruttare la grande capacità italiana di fare impresa, far emergere e creare lavoro qualificato – quindi valore – e contemporaneamente - rispondere ai bisogni delle famiglie e dei più deboli. Un progetto ambizioso che ci candida come attori di un cambiamento che vogliamo interpretare al meglio per le nostre imprese e per tutto il sistema Paese.


D. Come pensate di fare per realizzare questo progetto? R. Intanto bisogna coordinare le politiche di sviluppo, di occupazione, di assistenza, welfare e persino di immigrazione: pensiamo a quante badanti lavorano nel nostro Paese ma in modo del tutto non organizzato. Occorre una regia nazionale, magari un’Agenzia statale che organizzi e controlli. Bisogna ripensare all’erogazione di risorse indirizzate all’assistenza, a cominciare dagli assegni di invalidità. Servono sgravi fiscali e incentivi per famiglie e imprese. E poi occorre alimentare una nuova cultura di impresa: sino ad ora le pmi che fanno servizi di welfare sono spesso quelle legate al terzo settore e al no profit. Qui parliamo di servizi alla famiglia a tutto tondo, alla creazione di un nuovo settore produttivo vero e proprio. Quindi le aziende devono avere come fine il profitto, anche se vanno controllate, formate e certificate. Da questo punto di vista penso di poter candidare a pieno titolo le imprese artigiane a essere protagoniste nello svolgimento di compiti così delicati: da sempre le pmi artigiane sono a carattere familiare, legate ai loro dipendenti,

capaci di dare valore ai rapporti diretti con le persone. Le nostre imprese possiedono nel DNA, per storia, tradizione, cultura, gli ingredienti giusti per occuparsi di servizi alla famiglia, agli anziani, ai bambini. Un compito delicato che va fatto con cura e sensibilità e che ci sentiamo di poter assolvere. D. Un ultima domanda Presidente. L’Italia è il Paese, non solo metaforicamente, della ‘Grande bellezza’. L’abbiamo nei nostri territori, nella nostra cultura, nella storia e nel talento dei nostri artigiani. Riusciremo, secondo lei, a riconquistare un ruolo di spicco a livello globale? R. Assolutamente sì, se sapremo valorizzare quelle che io chiamo le nostre ‘grandi culture’. E all’interno di esse metto in prima fila il nostro artigianato e poi tutto il Made in Italy, la green economy, il turismo, il patrimonio artistico, il nostro saper vivere. Questi sono i nostri tesori su cui puntare e che passano quasi tutti, lasciatemelo dire con orgoglio, in un modo o nell’altro per le mani dei nostri artigiani.

"L'obiettivo è quello di rispondere ai bisogni delle famiglie, gli anziani, i malati, i non autosufficienti, con un sistema organizzato in cui i privati, e le imprese di servizio, si integrano con il pubblico." 21


IL DIBATTITO di L.P.

Welfare in Italia, eppur si muove Laddove non arriva quello nazionale sta nascendo in Italia un welfare complementare che copre vecchi e nuovi bisogni esplosi con la crisi. E’ il secondo welfare un fenomeno tutto da scoprire. Intervista a Franca Maino progetto 'Percorsi di secondo welfare' Le gambe per definizione sono sempre due. E senza l’una l’altra zoppica. E’ così per il welfare italiano che non da oggi, da solida colonna in difesa delle necessità delle famiglie, si è trasformato, appunto, in un bipede con gambe d’argilla. Perché se il primo arto, il welfare pubblico e universalistico, non ce la fa a sostenere il peso dei vecchi e nuovi bisogni di una società ferita duramente dalla crisi, l’altro, il cosiddetto secondo welfare, non è ancora abbastanza forte per sopperirne le mancanze. Nonostante la crisi, il crollo del Pil, i tagli alla spesa pubblica, il calo del potere d’acquisto delle famiglie, in una parola l’oggettivo impoverimento della nostra società, infatti, si stanno moltiplicando sul territorio italiano le esperienze, i progetti, le iniziative in cui pubblico, privato e terzo settore collaborano in risposta ai bisogni dei più deboli, in aiuto della conciliazione fra lavoro e famiglia delle donne, piuttosto che in soccorso dei non autosufficienti. Con risorse non pubbliche e molta buona volontà, mettendo insieme idee e innovazione, sta nascendo un welfare nuovo, secondo, e tutto da capire. Bene, ma questo basta? Cosa succede e in che modo lo spiega Franca Maino, docente di Scienze 22

politiche dell’Università di Milano che ha curato il ‘Primo rapporto sul secondo welfare in Italia’, frutto del progetto ‘Percorsi di secondo welfare’ realizzato dal Centro Einaudi. Domanda. Professoressa, dunque, eppur si muove? Risposta. Sì possiamo dirlo. E’ quanto abbiamo rilevato con la nostra ricerca che aveva l’obiettivo di ampliare e approfondire il dibattito sullo Stato sociale in Italia, studiando e analizzando le iniziative realizzate attraverso risorse private provenienti da imprese, fondazioni, associazioni e altri enti del terzo settore. D. E’ questo il secondo welfare? R. Esattamente. La ricerca è durata due anni e abbiamo capito che, in reazione a una crisi senza precedenti e di fronte a un’economia che ancora stenta a mostrare segnali decisivi di ripresa, a livello locale in molti si sono organizzati. E’ stato necessario tamponare le falle di un welfare pubblico che, a causa dei continui tagli alla spesa e ai vincoli di bilancio per gli enti locali, non arriva


più laddove dovrebbe. Ma anche far fronte a bisogni nuovi e emergenti che proprio la crisi ha moltiplicato. D. Chi sono i promotori di queste iniziative? R. I soggetti sono diversi. Ci sono le associazioni, le parti sociali, gli enti bilaterali. E poi le grandi aziende, le comunità filantropiche delle Fondazioni bancarie, senza dimenticare, ovviamente il terzo settore. Un insieme di soggetti che ha ripensato le funzioni, i compiti e l’erogazione dei servizi sociali nei territori. Ovviamente l’attore pubblico non sparisce, semmai coordina e sostiene il processo. Queste iniziative sono sussidiarie rispetto al welfare statale. Spesso si da vita a una collaborazione territoriale: più comuni si mettono insieme per coprire i bisogni di un’area vasta cercando di rispondere ai problemi vecchi e nuovi adottando soluzioni innovative. Del resto il welfare italiano, così come siamo abituati a pensarlo, è in crisi da molto tempo, forse da un ventennio. A far da detonatore, come ho già detto, è subentrata la crisi esplosa nel 2007-2008 e noi, rispetto ad altri paesi che si erano già organizzati, abbiamo avuto un enorme contraccolpo. D. Non crede che, proprio per questo, abbiamo bisogno di una riforma complessiva del welfare i cui si ripensi anche al sistema di erogazione delle risorse e si riorganizzino in modo organico, magari con una supervisione pubblica, anche le iniziative private? R. L’esigenza esiste, non c’è dubbio. Tuttavia insieme a un ripensamento dei pilastri del welfare pubblico, dalla riorganizzazione e l’efficientamento delle risorse a vantaggio del sistema previdenziale, assistenziale e sanitario, occorre anche occuparsi del fenomeno ‘secondo welfare’. La ricerca ci ha mostrato il fermento in atto e la bontà delle iniziative. Ma il rischio è proprio quello di non fare sistema, di non diffondere, trasferire, migliorare le esperienze pilota anche altrove. D. Ci vuole quindi una regia pubblica? R. Un coordinamento, una regia, potrebbe essere utile, certo. In più serve anche un’azione direi culturale che metta in luce il fatto che gli attori privati possono avere anche una motivazione

sociale, non di profitto. Insomma questa nuova gamba del welfare, che è nata in un momento di bisogno, ora ad uno stadio iniziale, va aiutata a fortificarsi. Altrimenti, e nella ricerca lo diciamo, si corrono dei rischi. D. Quali? R. Nel nostro studio abbiamo parlato di ‘un’incastro distorto’. Vuol dire che per sopperire le carenze del primo welfare, il secondo, lasciato alle iniziative a macchia di leopardo, rischia di esasperare le disparità territoriali e di settore. Non a caso le iniziative che abbiamo studiato nella ricerca sono state messe in campo soprattutto al Centro-Nord. E anche gli esperimenti di welfare aziendale possono accentuare la segmentazione fra comparti occupazionali. D. Non pensa che sia utile, vista la struttura del nostro sistema produttivo basato sulle piccole e medie imprese, pensare a un nuovo welfare in cui proprio le pmi sul territorio si occupino di erogare quei servizi, oggi carenti, per le persone e per le famiglie? R. Non c’è dubbio. Le piccole imprese possono essere coinvolte attivamente nel secondo welfare sia agendo sul welfare aziendale, penso al ricorso allo strumento dei contratti di rete che preveda misure di welfare comuni per chi aderisce al contratto stesso, o a sgravi fiscali simili a quelli che in questi anni sono stati utili a incentivare il welfare aziendale nelle grandi imprese. Il ruolo delle PMI, tuttavia, potrebbe essere anche attivo proprio nell’erogazione dei servizi rispondendo così al duplice obiettivo di dare risposta ai bisogni collettivi e alla creazione di sviluppo e occupazione. D. E come si fa? R. Anche qui non può che entrare in gioco, come peraltro sperimentato da altri paesi europei, Francia in primis, un sistema di incentivi da stabilire a livello centrale. In questo modo si mette in moto un’offerta di servizi che risponderebbe ai molteplici bisogni sul territorio. Oggi, però, non vedo a livello nazionale questa volontà. Il livello pubblico regionale, tuttavia, ha messo in campo alcune iniziative interessanti. Penso alla regione 23


Lombardia che ha spinto le provincie a dar vita a reti territoriali dedicate alla conciliazione fra lavoro e famiglia delle donne. Sono nati, ad esempio, asili nido o servizi di post-scuola sfruttando gli edifici scolastici. Le reti sono 13 e fra loro, grazie alla creazione di un tavolo, c’è uno scambio orizzontale per la diffusione di buone prassi e il monitoraggio dei progetti. Ecco questo è un esempio di secondo welfare. D. Scusi ma i soldi chi li mette? R. I progetti di secondo welfare sono spesso finanziati dalle Fondazioni bancarie o, appunto, se si parla di welfare aziendale dai privati stessi. E poi c’è tutto il terzo settore, le associazioni di volontariato, il no profit. E’ per questo che parlo di interesse sociale da parte di soggetti non pubblici. Se il welfare nel territorio funziona tutti ne traggono beneficio, i cittadini prima di tutto, lo Stato e gli enti locali che possono liberare risorse per altri investimenti, ma anche le imprese che ci lavorano, gli istituti di credito e così via. D. Professoressa Maino, cosa farebbe oggi se ne avesse facoltà per riformare il welfare italiano? R. Sul primo welfare ci sono dei buchi macroscopici. Abbiamo oggi due grandi problemi: la crescita di una nuova e diffusa povertà e la non autosufficienza, sulla quale non c’è copertura universalistica. A questi temi occorrerebbe rispondere, così come fanno molti paesi europei, con il reddito minimo da una parte e un ripensamento complessivo dall’altra. In Germania, ad esempio, alla non autosufficienza si è risposto con un’assicurazione sociale. Quel che bisogna evitare sono gli interventi qua e là. Poi c’è il secondo welfare che necessita, anch’esso, di una riflessione che ne soppesi potenzialità e rischi. D. E’ d’accordo con l’idea dell'ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Enrico Giovannini di istituire un tavolo dedicato al Secondo welfare? R. Direi che sarebbe importante proprio per studiare e organizzare il fenomeno in modo organico, velocizzare e diffondere le esperienze che già ci sono, decidere come investire o come indirizzare i fondi già esistenti. 24


IL DIBATTITO di L.P.

Welfare, la ripresa passa da qui? Altro che spesa pubblica improduttiva. Investire in welfare può creare occupazione e moderne filiere di servizi alla persona con bacini occupazionali nuovi e emergenti. E un altro grande vantaggio: far venire a galla l’economia in nero. Un’indagine di un gruppo di ricercatori lo dimostra, numeri alla mano. Intervista a Andrea Ciarini dell’Università “La Sapienza” di Roma Molto spesso la soluzione ai grandi problemi è proprio lì sotto il naso e non ce ne accorgiamo. Considerare la spesa pubblica in welfare come un investimento produttivo appare a molti quasi un’idea blasfema, soprattutto guardando alla piramide per età della popolazione italiana destinata inevitabilmente a capovolgersi all’inverso. Sotto la parte più stretta, i giovani, sopra la base larga, gli anziani. Che poi vuol dire più pensioni, più servizi sanitari e di cura, più assistenza. Ma tutti i grandi cambiamenti della storia sono avvenuti quando qualcuno è riuscito a vedere laddove nessuno aveva mai guardato, o forse per comodità e pigrizia, non era riuscito a vedere. Andrea Ciarini, ricercatore in sociologia economica e docente di Sistemi di welfare europei presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma, è uno di quelli che da tempo, in buona compagnia con un gruppo di colleghi del settore, sta cercando di dimostrare qualcosa che ai posteri forse risulterà ovvio: investire in welfare nel nostro Paese può produrre nuova occupazione e anche nuove filiere produttive di servizi alla persona. Con l’ineffabile vantaggio di garantire agli italiani ciò di cui hanno più bisogno: aiuto per chi non è in sa-

Andrea Ciarini 25


"... investire in welfare nel nostro Paese può produrre nuova occupazione e nuove filiere produttive di servizi alla persona. Con l'ineffabile vantaggio di garantire agli italiani aiuto a chi non è in salute, cura dei figli, servizi alle famiglie. E far emergere una parte del nero che affligge la nostra econonia."

lute, cura dei figli, servizi alle famiglie. E poi, cosa non secondaria, far emergere una parte del nero che affligge la nostra economia. Domanda. E’ il libro dei sogni? Risposta. Non direi. Basta guardare i dati che già ci sono, confermati da una ricerca presentata lo scorso anno e effettuata in collaborazione con un gruppo di colleghi per la rete ‘Cresce il welfare cresce in Italia’. I settori che più hanno contribuito a creare occupazione in Europa sono quelli legati alla cura delle persone. Tra il 2008 e il 2012 nel pieno della crisi, a fronte di una perdita di posti di lavoro nel manifatturiero su scala europea di 3 milioni e 125 mila unità, si è registrato un aumento 1 milione e 623 mila posti di lavoro (+7,8%) per i servizi di welfare, cura e assistenza. Ma non è tutto. Alcuni studi hanno dimostrato che, l’uso della spesa pubblica per creare lavoro (in particolare nei settori ad alta intensità di lavoro e tra questi certamente il welfare dei servizi) ha effetti sull’occupazione molto più alti e in tempi più rapidi rispetto ad altri tipi di misure: fino a 10 volte superiori rispetto al taglio delle tasse, da 2 a 4 rispetto all’aumento di spesa negli ammortizzatori sociali. Il Recovery act dell’amministrazione Obama che ha guidato la ripresa americana, timida, ma certamente superiore al ristagno europeo, ha fatto ampio ricorso a programmi di spesa per finanziare la creazione di nuova occupazione. D’altra parte oggi si accorgo26

no in molti che il sostegno alla domanda interna è un fatto importante per riattivare i circuiti della crescita. Per sintetizzare potremmo dire così: non c’è sviluppo senza crescita, questo è vero, ma è anche vero che non c’è crescita se manca strutturalmente la domanda interna. D. Vuol dire, allora, che è meglio abbandonare le politiche classiche di sostegno all’occupazione? R. Non direi. Non è che dobbiamo evitare di tagliare le tasse o cancellare gli ammortizzatori sociali. Tuttavia è vero che il welfare rappresenta un settore strategico su cui investire per produrre occupazione in forma indiretta, attraverso cioè politiche dei servizi e di conciliazione, e diretta come occupazione che si crea investendo nei servizi e nelle varie forme di occupazione regolare alle persone. Non ci sono peraltro in gioco solo posti di lavoro. C’è un’intera filiera produttiva, legata all’imprenditoria sociale o quella privata tout court, che può crescere, trovando soluzioni nuove a problemi che a tutti gli effetti insistono sulle famiglie. Sappiamo che l’offerta pubblica, quella direttamente erogata dalle amministrazioni pubbliche non può ulteriormente espandersi. E’ anzi in contrazione. D’altra parte i mix pubblico- privati, le partnership, siano esse sotto forma di affidamenti in esterno, o attraverso meccanismi orientati a sostenere il potere di scelta delle famiglie (voucher, sgravi fiscali etc..) rappresentano il quadro entro cui già si muovono


le politiche sociali. Ecco, in questo quadro, dobbiamo prevedere ulteriori strumenti di stimolo alla creazione di nuova occupazione regolare e di nuove iniziative produttive, guardando al welfare come uno dei settori strategici anche per la crescita economica. D. Come?

di accompagnamento), ma senza una chiara politica di integrazione tra servizi e trasferimenti. Questi trasferimenti, poi, spesso alimentano il mercato sommerso, senza controlli, con danno per gli operatori al domicilio e per lo Stato stesso che perde versamenti contributivi e fiscali. Quanto ancora potrà continuare questo sistema è difficile dirlo. Ci sono costi diretti e indiretti per il protrarsi di questa situazione. Costi per lo Stato e costi per le famiglie.

R. Gli investimenti in welfare si portano dietro altre ricadute oltre a quelle già illustrate. Per esempio sul piano della ricerca e della innovazione tecno- D. Cosa succede, invece, negli altri paesi logica. Il lavoro di cura è in crescita. Questo lavoro, europei? tuttavia, è spesso a bassi salari per la minore produttività unitaria (quello che R. Gran parte dei paesi europei, negli studi chiamiamo la “ma- "... il welfare rappresenta pur adottando soluzioni lattia dei costi”). Investire nella diverse, ha da anni affrontato un settore strategico su tecnologia sanitaria, nella dola questione. Mi riferisco in motica, in dispositivi sanitari cui investire per produrre particolare all’integrazione tra tecnologicamente avanzati politiche sociali, politiche per occupazione in forma la creazione o regolarizzazione è una delle strade attraverso cui qualificare il lavoro di cura, dei servizi alle persone, fino indiretta, attraverso innalzarne la produttività, incia politiche per il contrasto politiche dei servizi e di della povertà, ad esempio dere sul miglioramento delle skills professionali. Messo in conciliazione, e diretta finalizzando la fruizione di un questi termini l’investimento dispositivo come il ‘reddito come occupazione che minimo’ (che è una misura di nel welfare è a tutti gli effetti un volano di crescita, in grado contrasto della povertà per si crea investendo nei di agire tanto sulla offerta di chi non riesce ad accedere servizi nelle varie forme di lavoro, quanto sulle compoai dispostivi ordinari di nenti della domanda, ovvero occupazione regolare alle sostegno del reddito, non un le imprese e le organizzazioni reddito universale per tutti, persone" sociali che entrano o aprono né qualcosa di accomunabile nuovi mercati. Il punto è se alla nostra cassa integrazione) vogliamo governare questi processi, oppure se a percorsi di reinserimento proprio nei servizi preferiamo che siano il mercato non regolato e le alle persone. La Francia è sicuramente uno dei soluzioni “fai da te” a guidare questa crescita che paesi che più ha investito in questa direzione. Dal in ogni caso ci sarà. Nuovi bisogni di conciliazione 2005 è attiva anche una Agenzia Nazionale per i nelle famiglie ma soprattutto trasformazioni de- servizi alle persone con il compito di coordinare mografiche sono i driver di un cambiamento già queste politiche che tagliano trasversalmente in atto destinato a rafforzarsi nel prossimo futuro. diversi settori di policy. Le ricadute occupazionali di questa strategia non sono certo trascurabili. D. Qual è, secondo lei, la situazione del nostro Tra il 2003 e il 2010 l’occupazione regolare nei Paese? servizi alle persone è cresciuta del 47% (+ 330 mila unità). In totale il numero dei salariati al domicilio R. In Italia è assente una strategia complessiva di (di cui il 74% assunto direttamente dalle famiglie integrazione tra politiche per la cura delle persone tramite voucher e sgravi fiscali e il restante 26% e la creazione di nuova occupazione regolare. Ma è dipendente di una organizzazione esterna alla debole l’intera filiera dei servizi alle persone. Sono famiglia, privata o non profit) è arrivato nel 2010 le famiglie che si organizzano, certo anche grazie a a 1,8 milioni. Sono cifre che dovrebbero destare trasferimenti dello Stato (pensiamo alla indennità attenzione in Italia, considerato soprattutto lo 27


stato di grave arretramento del sistema dei servizi alle persone, lasciato come detto, sostanzialmente al sommerso, peraltro alimentato dalle stesse politiche.

popolazione. Per anni la spesa per il welfare è stata vista come una spesa improduttiva e un costo da tagliare per la tenuta dei bilanci pubblici e la riduzione del debito. Intanto si può operare perché il lavoro che c’è e che aumenterà nel prossimo D. Questa, allora, è la ricetta giusta? futuro sia regolare, cioè sottratto al sommerso. In Italia uno degli aspetti negativi dell’utilizzo R. Non mancano in realtà problemi anche in questi dei voucher per la regolarizzazione del lavoro paesi. Se l’aumento occupazionale è considerevole, informale è stato il fatto di non avere ritagliato il problema, secondo quanto ha riportato la su uno specifico settore (la cura, l’assistenza alle Commissione Europea in un rapporto del 2012, è la persone) l’utilizzo di questi dispositivi, ma di qualità dell’occupazione creata, spesso a salari non averlo lasciato a un ampio spettro di prestazioni adeguati, sebbene tendenzialmente qualificata occasionali e accessorie. Invece c’è bisogno di una dal punto di vista delle professionalità e delle skills strategia di riforma ritagliata sui servizi alle persone, coinvolte. Di recente anche in capace di intervenire sulla Italia è stata fatta una proposta riorganizzazione più generale "Di recente è stata sui cosiddetti minijobs, dei servizi di cura, del welfare introdotti in Germania con locale, comprese molte lanciata l'idea di le riforma Hartz. Si tratta di prestazioni integrate tra impieghi remunerati per Eurobonds sociali, ovvero sociale e sanitario, oggi in via un massimo di 450 euro, linee di finanziamento di de-istituzionalizzazione o sprovvisti di versamenti fiscali dismissione dalle strutture dedicate a cui attingere e contributivi che molto hanno sanitarie tradizionali. E’ tutta contribuito ad espandere una filiera che va costruita e per raggiungere gli l’occupazione nei servizi alle rafforzata, integrando vecchie obiettivi sociali che la persone. Certo meglio una e nuove professionalità. occupazione povera rispetto stessa Europa si è data al lavoro nero. Il problema e che l'austerity rischia D. E come si fa? è che scelte di questo tipo configurano una via “bassa” di lasciare lettera morta. R. Per fare questo occorrono alla crescita dell’occupazione certamente finanziamenti Parliamo ovviamente nei servizi alle persone. Va adeguati ma anche una detto inoltre che in Germania visione strategica di quello di servizi di cura, di i fruitori di minijobs hanno il che vogliamo sarà il nostro contrasto alla povertà, di diritto di accedere ai benefici sistema dei servizi alle del Reddito minimo garantito, nuove politiche attive del persone. Poi c’è quello che ci cumulando nei fatti due fonti si può aspettare dal maturare lavoro. " di reddito, più una serie di di nuove posizioni in materia agevolazioni per l’alloggio, le di welfare, in Europa prima di cure mediche, i trasporti, la cura dei figli. In Italia tutto. Di recente è stata lanciata l’idea di Eurobonds non c’è alcuno schema di reddito minimo. Il rischio sociali, ovvero linee di finanziamento dedicate a è che davvero si ingrossi una area del lavoro cui attingere per raggiungere gli obiettivi sociali povero, confinata strutturalmente in condizioni di che la stessa Europa si è data (quelli dell’Agenda basso reddito e basse protezioni sociali. 2020) e che l’austerity rischia di lasciare lettera morta. Parliamo ovviamente di servizi di cura, di D. Tutto vero, ma con il nostro debito sulle spalle contrasto della povertà, di nuove politiche attive dove troviamo i soldi per investire in welfare? del lavoro. Ma a parte questo e forse anche prima c’è quello che possiamo fare noi per migliorare R. In realtà per tutti i Paesi europei esiste una lo stato del nostro welfare, per renderlo più questione di sostenibilità finanziaria, vista vicino ai bisogni delle persone e farne anche un l’evoluzione demografica e l’invecchiamento della motore di crescita. Qui valgono le cose appena 28


dette ma anche una gestione diversa rispetto al passato dei fondi comunitari. E da questo punto di vista bisogna dire il lavoro fatto dagli ultimi due governi (Monti e Letta) va nella giusta direzione, secondo una idea di programmazione che torna a individuare obiettivi strategici nazionali, su cui poi fare convergere i partenariati locali. Avere un centro debole non aiuta le periferie, lo abbiamo visto in anni di male utilizzo dei fondi europei. Avere un centro forte, capace di guidare, indicare obiettivi chiari, aiuta il territorio.

politiche ad hoc per creare occupazione regolare nei servizi alle persone, non può fare a meno di adeguate politiche del lavoro e della formazione. Certo una Agenzia nazionale dei servizi alle persone, magari sul modello della costituenda Agenzia nazionale per la coesione territoriale, sarebbe utile. Tanto più in un paese come l’Italia, dove un regionalismo senza coordinamento dal centro ha radicalizzato differenze interne e sovrapposizioni istituzionali. Ci sono altre cose che meriterebbero di essere riviste in questa ottica, anche interventi settoriali, ad esempio sulla D. Che farebbe subito per riformare il nostro indennità di accompagnamento, al fine di rendere welfare? questo dispositivo non un trasferimento monetario che alimenta il sommerso, ma uno degli strumenti R. L’Italia è in una situazione complessa e nessuno attraverso cui si contribuisce sia a regolarizzare il ha la bacchetta magica, credo. Ma direi che per lavoro informale, compreso quello svolto da molti cominciare bisogna cambiare l’approccio al caregiver familiari, sia la presa in carico integrata problema. Investire nel welfare è importante non tra sociale e sanitario a seconda del bisogno degli solo perché bisogna rispondere ai bisogni sociali. utenti. Credo sia utile uscire anche da questa visione dell’intervento sociale solo come atto dovuto alle D. Quali strumenti dovrebbero essere usati? famiglie che hanno bisogno. Non c’è solo questo. Investire nel welfare, non solo per il pubblico, ma R. Sarebbe utile pensare a voucher, titoli di anche per il privato, è un modo anche per creare acquisto di servizi alle persone, sgravi fiscali nuova occupazione, laddove ci sono bisogni per le famiglie. Ma accanto questo è necessario inevasi o coperti solo parzialmente. Alle istituzioni organizzare un sistema che accrediti i soggetti, il compito di costruire un nuovo sistema di politiche anche privati, imprese o cooperative, che sul in grado fare dialogare meglio domanda e offerta territorio si candidano a erogare certi servizi o di lavoro. E’ una logica di sistema che credo si aprire nuovi mercati. In una ottica di sviluppo debba ragionare. A questo fine l’introduzione di diffuso è fondamentale l’organizzazione della

"Quando parliamo di investimenti in welfare e di concorso fra pubblico e privato nell'erogazione di servizi, non possiamo che pensare al ruolo delle pmi sul territorio, integrate in filiere ... nuovi distretti dei servizi alle persone."

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rete territoriale, soprattutto se composta di piccole realtà profit o non profit come credo si possa dire sarebbe auspicabile avvenisse in Italia. Teniamo presente che l’introduzione dei voucher o titoli di acquisto rimanda una strategia di offerta dei servizi in cui il potere di scelta, seppure accompagnato dall’amministrazione, rimane all’utente. E’ però fondamentale in questo frangente l’accreditamento: prestazioni erogate, requisiti formali, formazione, contratti di lavoro. E accanto a questo l’orientamento degli utenti nella scelta dei provider, siano essi prestatori individuali oppure organizzazioni che erogano servizi. D. Chi può svolgere questo ruolo? R. Si possono individuare dei soggetti ad hoc. I patronati, ad esempio, potrebbero essere fra questi. Essi già devono rispondere a criteri fissati dal pubblico, sono a loro volta controllati, hanno una pluriennale esperienza nell’erogazione di prestazioni di welfare. Sono radicati sul territorio e stanno inoltre investendo nell’ampliamento dei servizi di consulenza e orientamento che tradizionalmente già fanno. D. Che ruolo potrebbero giocare in questo contesto le piccole e medie imprese? R. Un ruolo importante, direi. Quando parliamo di investimenti in welfare e di concorso fra pubblico e privato nell’erogazione di servizi, non possiamo che pensare, appunto, anche al ruolo delle piccole e medie imprese sul territorio. Imprese, ovviamente, integrate in filiere territoriali di servizi. Qualcuno potrebbe chiamarli nuovi distretti dei servizi alle persone, per richiamare una espressione vicina al mondo delle piccole imprese. In altri paesi sono state grandi multinazionali a entrare in questo comparto, in Italia credo ci sia spazio per un modello diverso più in linea con una tradizione produttiva e sociale che è peculiare di questo paese. In questo caso, però a differenza del modello classico dell’imprenditoria diffusa, poco regolata dalle istituzioni, c’è bisogno di regolamentazione. Queste reti vanno costruite, monitorate, orientate, sostenute dal punto di vista degli investimenti tecnologici e innovazione. L’alternativa a questa situazione è davanti a noi. Basta non toccare niente perché il sommerso continui ad alimentare la crescita dei servizi alle persone. 30


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PATRONATI ESTERO di Giacomo Salmeri Patronato Epasa Mannheim

Il sistema sociale tedesco Nell'introduzione al volume informativo del Ministero Federale del Lavoro e degli affari Sociali l'ex Ministro tedesco Ursula Von Der Leyen affermava "la forza del nostro paese è la sua dimensione sociale. Il regime di sicurezza sociale... è un fattore importante del sistema paese perché rafforza la nostra economia e migliora le possibilità di partecipazione di molti cittadini." Proprio per "rafforzare il sistema" rendendolo economicamente sostenibile il governo, formato da socialdemocratici e verdi presieduto dal cancelliere Schroeder, ha provveduto a riformare il sistema sociale e il mercato del lavoro con l'Agenda 2010. "Fordern und fördern": sostenere ed esigere. Sono le parole d'ordine che stanno alla base della riforma stessa. Il sistema di sicurezza sociale sostiene ma esige allo stesso tempo. Il tutto allo scopo di non lasciare nel mercato del lavoro alcun posto inoccupato, seppur precario o a tempo parziale. “Sostiene e mantiene fitte le maglie della protezione sociale" - per citare nuovamente il ministro. Nel nostro paese si è parlato spesso del "sistema tedesco" visto come esempio da seguire quando si è trattato di predisporre la riforma del mercato del lavoro. Citato, tirato in ballo, tirato per la giacca da tutte le 32

parti si potrebbe dire. Senza conoscerlo diremmo noi, senza consideralo nella sua completezza. Anche noi faremo l'errore di non esaminare nella loro completezza tutti i rami che lo compongono e per ovvie ragioni. In questa sede ci limiteremo ad elencare alcuni degli strumenti che a nostro giudizio fanno del modello tedesco un esempio cui ci si potrebbe ispirare per trovare un nuovo sistema di protezione sociale italiano che "sostenga ed esiga" . Proponiamo quindi un percorso dalla nascita all'anzianità per scoprirne alcuni capisaldi. Partiamo dagli assegni familiari premettendo che hanno diritto a percepirli tutti coloro che abitano in Germania anche se i figli non risiedono nel territorio tedesco. È il caso che interessa i nuovi migranti italiani i cui figli si trovano in Italia. Gli assegni familiari vengono assegnati indipendentemente dal reddito dei genitori, anche in caso di disoccupazione ovviamente. Ammontano a euro 184 per il primo figlio, 190 per il secondo figlio e 215 per il terzo. Per i nuclei familiari a basso reddito è prevista una "indennità familiare integrativa" di 140 euro a figlio, oltre a prestazioni finalizzate a rendere possibile le escursioni scolastiche e le gite di più giorni, la partecipazione al pranzo comune, la


partecipazione alla vita sociale e culturale della comunità (iscrizione ad associazioni sportive o scuole di musica). Altro pilastro dell’intervento federale a favore della famiglie è quello dell' "assegno parentale". Ha il compito di rendere possibile l'educazione dei figlio nei primi 14 mesi di vita del neonato a uno dei genitori. Il sostegno economico parte da un minimo di 300 euro e arriva ad un massimo pari al 67% del mancato reddito mensile. L'indennità di alloggio invece viene erogata, sempre citando il ministro von der Leyen "per garantire a tutti un’abitazione dignitosa". Viene erogata in base al reddito e al costo dell'affitto ai locatari ma anche ai proprietari di abitazione per sostenere gli oneri dell'alloggio. Normalmente tale indennità è a carico del comune di residenza. Permettendoci un commento a questo ultimo punto diciamo che in Germania "perdere la casa" per ragioni legate alla disoccupazione o in generale a difficoltà di ordine economico è una possibilità assolutamente remota. Andiamo adesso alle indennità previste per chi ha perso il posto di lavoro. In questo ambito il sistema di sicurezza federale prevede un aiuto poggiato su due pilastri. Un assegno di disoccupazione chiamato di ‘tipo 1’ e una ‘indennità di disoccupazione 2’ (minimo individuale per persona in cerca di lavoro) Andando all'assegno di disoccupazione 1 diciamo subito che spetta a tutti gli occupati da almeno un anno che hanno perso il posto di lavoro. Viene corrisposta per in ammontare pari al 60% dell'ultimo salario percepito, il 67 % in presenza di almeno un figlio. L'indennità viene corrisposta per un periodo massimo di 24 mesi per i soggetti con una età maggiore di 58 anni. Per tutti gli altri soggetti si tiene conto degli anni di occupazione. Il “minimo individuale per persona in cerca di lavoro” invece, in primis, viene corrisposto ai percettori di disoccupazione 1 che, trascorso il periodo massimo di diritto, non sono stati collocati in una nuova occupazione. In generale invece l'indennità mira a sostenere quei soggetti che si stanno adoperando a cercare un’occupazione retribuita o avendone una non hanno un reddito sufficiente a consentire un sostentamento dignitoso alla persona propria e al proprio nucleo familiare. Non essendoci limiti temporali al diritto se non l'età pensionabile, essendo l'indennità finanziata dal

gettito fiscale, cioè dalla collettività, i contribuenti sono interessati a fornire i mezzi economici adeguati al sostentamento ma allo stesso tempo "esigono" che la persona in cerca di lavoro dia prova di spirito di iniziativa e collabori attivamente a che lo stato di necessità abbia termine nel più breve tempo possibile. Le prestazioni vengo erogate dalle Agenzie per il lavoro e dai "Jobcenter". Il sistema pensionistico, prevedendo degli istituti simili a quelli del sistema italiano non verrà preso in considerazione nella sua integrità in questa rapida sintesi se non nella parte che riguarda il sussidio sociale per gli anziani over 65 e per i soggetti inabili totalmente al lavoro. Ebbene per queste persone, considerato un salario minimo di garanzia di 850 euro mensili, il comune di residenza provvede a versare una quota integrativa della pensione, a pagare l'affitto, a pagare i contributi per garantire l'assicurazione contro la malattia, a versare una elargizione per garantire una alimentazione sana ai soggetti affetti da particolari patologie. Alla fine di questo nostro excursus, che ribadiamo non ha alcuna ambizione di completezza, ci sentiamo di poter dire che, il ‘Modello Renano’, ha cercato in questo ambito di rendere effettivo l'articolo 20 della Legge fondamentale tedesca che recita: "la Repubblica Federale è uno Stato a federale democratico e sociale. Dove democrazia e diritto sociale sono parti inscindibili dei diritti dei cittadini”.

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Forse non ti hanno mai detto che la Mediazione… …è uno strumento alternativo alla giustizia ordinaria per risolvere i tuoi problemi di imprenditore, di cittadino e di consumatore… …è economica, avendo costi contenuti e predeterminati con importanti agevolazioni fiscali… …è rapida, avendo per legge una durata massima di 3 mesi e potendo con un solo incontro trovare l’accordo… …è efficace, avendo l’accordo raggiunto la stessa efficacia di una sentenza

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Se non te l’hanno mai detto,forse non ti hanno detto anche che...

... la giustizia civile italiana su 183 Stati occupa il 158° gradino... ... in Italia la sentenza standard che punisce un inadempimentocontrattuale arriva, in media, dopo 1.210 in primo grado, dopo altri1.197 giorni in appello e dopo altre 40 settimane in Cassazione…… ... i costi legali in Italia sono pari al 29,9% del valore della causa

Se non ti hanno mai detto tutto questo,forse un motivo c’è…

Noi ti diciamo che CNA ha costituito il proprio Organismo di Media-zione individuando in MEDIA INTERPRETA, iscritto al numero 674del registro degli Organismi tenuto dal Ministero della Giustizia Ha iniziato, nel secondo semestre del 2012, la propria attività in36 sedi territoriali accreditate in tutto il territorio nazionale con lacollaborazione di 86 mediatori abilitati Avviare una mediazione presso MEDIA INTERPRETA è semplicis-simo: basta compilare un modulo e spedirlo Trovare un motivo per farlo è ancora più semplice: basta trovarsi,fra i tanti, in uno dei seguenti casi

Perché la Mediazione per l’impresa?

Questi sono i casi più frequenti • Contratti di compravendita • Contratti di lavoro • Contratti di trasporto • Contratti di subfornitura • Contratti di leasing • Contratti di mandato, di agenziae di mediazione • Contratti di sponsorizzazione,merchandising e pubblicità • Contratti di finanziamento e diinvestimento • Patti di famiglia • Responsabilità dei padroni e deicommittenti • Contratti assicurativi, bancari efinanziari • Contratti di somministrazione o fornitura di beni e servizi • Contratti di appalto • Contratti di viaggio • Contratti di franchising • Contratti di distribuzione • Contratti di cessione e di licenza dei diritti di proprietà industriale • Rapporti societari • Affito di aziende • Responsabilità per l'esercizio di attività pericolose

Perché la Mediazione per il cittadino?

Questi sono i casi più frequenti • Condominio • Diritti reali • Successioni ereditarie • Risarcimento del danno derivante da responsabilità medica • Responsabilità per danno cagionato da animali • Locazione • Divisione • Risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli o natanti • Responsabilità per danno cagionato da minori • Contratti assicurativi, bancari

Per maggiori informazioni e assistenza ti puoi rivolgere a Media Interpreta interpreta@legalmail.it http://www.mediainterpreta.it 35


MASSIMARIO di Antonio Licchetta Responsabile interpretazione normativa CNA EPASA

Prestazioni automaticità

previdenziali:

principio

di

Cassazione, sez. lav., 19 giugno 2012, n. 10119 – Pres. Battimiello – Rel. La Terza – P.M. (Conf.) Carestia – P.L. c. Inps Il principio dell’automaticità della costituzione del rapporto assicurativo e delle conseguenti prestazioni previdenziali pur in mancanza del versamento dei relativi contributi, principio che trova applicazione anche in tema di pensione d’invalidità, presuppone il duplice requisito sia dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, che deve essere provato dal lavoratore mediante elementi certi, sia dal mancato decorso della prescrizione decennale talchè il pagamento tardivo di tali contributi possa essere effettuato dal datore di lavoro volontariamente (ex art. 55 R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827) oppure coattivamente su richiesta dell’Inps.

Periodo di comporto e aspettativa Cassazione, sez. lav. , 12 marzo 2013, sentenza n. 6130 – Pres. Coletti De Cesare – Rel. D’Antonio – P.M. (Conf.) Fresa – Ric. IRCCS – Res. R.A Nel caso in cui il contratto collettivo preveda che al termine del periodo di comporto, al fine di evitare il licenziamento, il lavoratore possa chiedere un periodo di aspettativa, il datore di lavoro che neghi la fruizione di tale periodo ha l’onere di indicare le ragioni poste a base del proprio rifiuto. 36


Omissioni contributive e comunicazione dell’accertamento all’ex-amministratore

Lavoratrici iscritte alla gestione separata e indennità di maternità

Cassazione Penale, sez. terza, 11 febbraio 2014 (u.p. 4 dicembre 2013), sentenza n. 6378 – Pres. Fiale – Est. Marini – P.M. (Diff.) Lettieri – Ric. Cilento

Corte costituzionale, sentenza 19 novembre 2012 (depositata il 22 novembre 2012), n. 257 – Pres. Quaranta – Red. Criscuolo

Previdenza sociale – Omesso versamento di ritenute – Versamento entro 3 mesi dalla contestazione e notifica della violazione – Violazione commessa da ex amministratore – Comunicazione presso la sede della società – Invalidità – Comunicazione personale all’interessato – Necessità Nel prevedere che, in caso di omesso versamento di ritenute previdenziali, il datore di lavoro non è punibile se provvede al versamento entro 3 mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione, l’art. 2, commi 1 bis e 1 ter, L. 11 novembre 1983 n. 638, richiede che la comunicazione indirizzata dall’ente previdenziale all’interessato possa considerarsi validamente effettuata presso la sede della persona giuridica qualora permanga in capo allo stesso il rapporto di rappresentanza o un rapporto organico con la stessa, mentre nell’ipotesi che tali rapporti siano cessati la comunicazione deve essere inoltrata personalmente all’ex amministratore.

Disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità – Lavoratrici autonome iscritte alla gestione separata Inps – Violazione del principio di tutela delle lavoratrici – Illegittimità costituzionale (in relazione alle sole lavoratrici iscritte a gestione separata). È costituzionalmente illegittimo l’art. 64, comma 2, del D.Lgs. n. 151 del 2001 (come integrato dal richiamo al D.M. 4 aprile 2002 del Ministro del lavoro e delle politiche sociali) nella parte in cui, relativamente alle lavoratrici iscritte alla gestione separata di cui all’art. 3, comma 26, della legge n. 335 del 1995, che abbiano adottato o avuto in affidamento preadottivo un minore, prevede l’indennità di maternità per un periodo di tre mesi anziché di cinque mesi. Ciò per la lesione del preminente interesse del minore e perché risulta manifestamente irragionevole, che, con riferimento alla stessa categoria dei genitori adottivi, mentre alle lavoratrici dipendenti, che abbiano adottato o avuto in affidamento preadottivo un minore, spetta un congedo di maternità (con relativa indennità) per un periodo massimo di cinque mesi, sia in caso di adozione (o affidamento preadottivo) nazionale che internazionale, alle lavoratrici iscritte alla gestione separata sia riconosciuta un’indennità di maternità per soli tre mesi. (Analogo principio discriminatorio, affermato dalla legge in riferimento alle lavoratrici autonome in generale, non viene dalla Corte scrutinato, in quanto contenuto in normativa della quale il remittente non è chiamato a fare applicazione, con conseguente inammissibilità della relativa questione).

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Infortunio in itinere: utilizzo del mezzo privato e rischio elettivo Cassazione, sez. lav. , 18 marzo 2013, sentenza n. 6725 – Pres. De Renzis – Rel. Tricomi – P.M. (Conf.) Fucci – Ric. A.C. – Res. INAIL Il rischio elettivo, configurato come l’unico limite alla copertura assicurativa di qualsiasi infortunio, in quanto ne esclude l’essenziale requisite della occasione di lavoro, assume con riferimento all’infortunio in itinere, una nozione più ampia, rispetto all’infortunio che si verifichi nel corso della attività lavorativa vera e propria, in quanto comprende comportamenti del lavoratore infortunato di per sé non abnormi, secondo il comune sentire, ma semplicemente contrari a norme di legge o di comune prudenza (nella specie, la Corte ha negato l’indennizzabilità di un infortunio subito dal lavoratore, coinvolto in un sinistro stradale mentre a bordo della propria moto si recava al lavoro; la Corte ha ritenuto legittima la scelta del dipendente di utilizzare il mezzo privato per compiere il tragitto casa-lavoro, ma anche alla luce della distanza, di appena due chilometri, percorribile a piedi, ha ritenuto di negare la copertura assicurativa).

Obblighi di sicurezza del datore di lavoro in locali detenuti in locazionea Cassazione Penale, sez. terza, 16 dicembre 2013 (u.p. 28 novembre 2013), sentenza n. 50597 – Pres. Teresi – Est. Andreazza – P.M. (Conf.) Policastro – Ric. Ribeca Sicurezza del lavoro – Locali di lavoro non conformi – Locali di proprietà di terzi – Obblighi di adeguamento del datore di lavoro – Sussistenza In forza degli artt. 64, comma 1, e 63, comma 1, D.Lgs. n. 81/2008, il datore di lavoro è tenuto a provvedere affinché i luoghi di lavoro siano conformi ai requisiti di buono stato di conservazione ed efficienza e, nell’ipotesi in cui i locali-luoghi di lavoro non conformi a tali requisiti siano di proprietà di terzi, rimane responsabile, a meno che non dimostri che l’adeguamento è reso impossibile del proprietario, e, in particolare, in caso di rifiuto o inerzia del proprietario dei locali a far si che le irregolarità siano eliminate, non è esonerato dal dovere impostogli per legge di effettuare il necessario adeguamento per il tramite di opere, ordinariamente consentite, di piccola manutenzione e di riparazione urgente, salvo rivalersi, quanto agli esborsi economici sopportati, sul proprietario del luogo di lavoro.

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Installazione di impianto non ancora usato idoneo al controllo a distanza sui lavoratori

Consiglio di Amministrazione datore di lavoro: deleghe e scelte strategiche di fondo

Cassazione Penale, sez. terza, 30 gennaio 2014 (u.p. 12 novembre 2013), sentenza n. 4331 – Pres. Squassoni – Est. Graziosi – P.M. (Conf.) Salzano – Ric. Pezzoli

Cassazione Penale, sez. quarta, 31 gennaio 2014 (u.p. 6 dicembre 2013), sentenza n. 4698 – Pres. Zecca – Est. Iannello – P.M. (Conf.) Delehaye – Ric. Vascellari

Lavoro – Controlli a distanza sui lavoratori – Impianto audiovisivo – Installazione di impianto non messo in funzione – Reato – Sussistenza fattispecie

Sicurezza del lavoro – Soggetti responsabili – C.A. di s.p.a. come datore di lavoro – Delega ad uno o più amministratori – Eventi lesivi dovuti a scelte strategiche di fondo – Responsabilità degli altri componenti del c.a. – Sussistenza Nelle imprese gestite da società di capitali, gli obblighi inerenti alla prevenzione degli infortuni ed igiene sul lavoro, posti dalla legge a carico del datore di lavoro, gravano indistintamente su tutti i componenti del consiglio di amministrazione, e la delega di funzioni esclude la riferibilità di eventi lesivi ai deleganti se tali eventi sono il frutto di occasionali disfunzioni e non di difetti strutturali aziendali e del processo produttivo, nel qual caso permane la responsabilità di tutti i componenti del consiglio di amministrazione, sicché anche in caso di delega di funzioni ad uno o più amministratori con specifiche attribuzioni in materia di prevenzioni, infortuni e igiene del lavoro, la posizione di garanzia degli altri componenti del consiglio non viene meno, pur in presenza di una struttura aziendale complessa ed organizzata, con riferimento a ciò che attiene alle scelte aziendali di livello più alto in ordine alla organizzazione delle lavorazioni che attingono direttamente la sfera di responsabilità del datore di lavoro.

Il reato già previsto dagli artt. 4, comma 2, e 38 L. 30 maggio 1970 n. 300 e ora degli artt. 114 e 171 D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (violazione del divieto di controlli a distanza sui lavoratori) sussiste in caso di installazione di impianto audiovisivo idoneo a ledere la riservatezza dei lavoratori, qualora non vi sia stato consenso sindacale o autorizzazione scritta di tutti i lavoratori interessati o permesso dall’Ispettorato del lavoro, anche se l’impianto non sia stato messo in funzione. (Nella fattispecie, si è ritenuto che un impianto inclusivo di microcamere a circuito chiuso puntate direttamente sulla casse di un supermercato fosse idoneo a ledere la riservatezza dei lavoratori addetti a tali casse).

Lesione del vincolo fiduciario e licenziamento disciplinare Cassazione, sez. lav. , 13 marzo 2013, sentenza n. 6354 – Pres. De Renzis – Rel. Blasutto – P.M. (Diff.) Matera – Ric. V.O.N.V. – Res. M.R. Il licenziamento per giusta causa è pienamente legittimato in presenza di una condotta del lavoratore idonea a ledere irreparabilmente il vincolo fiduciario senza che la sanzione espulsiva possa apparire sproporzionata nel caso in cui il danno economico subito dal datore di lavoro risulti di modesta o addirittura irrilevante entità. 39



Notizie EPASA 33