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E-DIALOGUE cConference m i s Mondiale Instituts Seculiers

Nr 7 anno 2010

SOMMARIO Lettera del Presidente: (F.M.Herraez). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2 Vita della Chiesa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2 Sinodo speciale per il Medio Oriente Vita della CMIS.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4 preparando il Congresso 2012 AttivitĂ del Consiglio Esecutivo: Da Ewa Kusz: Una iniziativa pastorale Da Marisa Parato: La solidarietĂ  Gli Istituti secolari a Lourdes 46 settimana sociale dei cattolici italiani Vita degli istituti. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12 Hijas de la natividad de Maria Missionarie della parola di Dio Conferenza canadese Caritas Christi Acies Christi KKIS Regnum Mariae CIIS Testimonianze. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1 4 Chiamata a fare ed essere animazione missionaria Morte e solo morte dovunque La certezza di una chiamata Khalid , scrittore e carcerato Cristiani e mussulmani Io, come voi, non sono che un migrante Per riflettere. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2 4 La riscoperta del senso del Battesimo Prof Serena Noceti In Biblioteca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3 5


Lettera del presidente Cari membri di istituti secolari Scrivo queste parole iniziali del bollettino sollecitato dalla parole che ho appena ascoltato dal Santo Padre in Santiago de Compostela . In Santiago, mèta di tanti pellegrini ha desiderato indirizzare un messaggio all’Europa che è un messaggio per il mondo <Da qui, come messaggero del Vangelo che Pietro e Giacomo firmarono con il proprio sangue, desidero volgere lo sguardo all’Europa che andò in pellegrinaggio a Compostela. Quali sono le sue grandi necessità, timori e speranze? Qual è il contributo specifico e fondamentale della Chiesa a questa Europa, che ha percorso nell’ultimo mezzo secolo un cammino verso nuove configurazioni e progetti? Il suo apporto è centrato in una realtà così semplice e decisiva come questa: che Dio esiste e che è Lui che ci ha dato la vita. Solo Lui è assoluto, amore fedele e immutabile, meta infinita che traspare dietro tutti i beni, verità e bellezze meravigliose di questo mondo; meravigliose ma insufficienti per il cuore dell’uomo. Lo comprese bene santa Teresa di Gesù quando scrisse: “Solo Dio basta”.> Credo che siano superflui commenti e spiegazioni . E’ il linguaggio diretto che giunge al cuore . E’ un programma di nuova e perenne evangelizzazione per l’Europa e per tutto il mondo .. Ho desiderato farmi eco di queste parole perché a volte noi dimentichiamo la semplicità del vangelo e della proposta cristiana . La nostra missione nel mondo deve essere proprio ripetere con la nostra vita questo messaggio : Dio Esiste ed è colui che ci ha dato la vita . Non stanchiamoci di ripetere questa verità che è quella che dà senso al pellegrinare della Chiesa nel mondo.

Vita della chiesa SPECIALE SINODO PER MEDIO ORIENTE Mentre prepariamo questo numero del Bollettino è in pieno svolgimento il sinodo dei vescovi sul medio Oriente riportiamo le parole del santo Padre alla celebrazione eucaristica di apertura. Riferendosi a quello che noi chiamiamo il medio oriente il santo padre alla celebrazione di apertura del sinodo speciale ha detto: “ è la terra di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; la terra dell’esodo e del ritorno dall’esilio; la terra del tempio e dei profeti; la terra in cui il Figlio Unigenito è nato da Maria, dove ha vissuto, è morto ed è risorto; la culla della Chiesa, costituita per portare il Vangelo di Cristo sino ai confini del mondo. E noi pure, come credenti, guardiamo al Medio Oriente con questo sguardo, nella prospettiva della storia della salvezza”. “Guardare quella parte del mondo nella prospettiva di Dio significa riconoscere in essa la ‘culla’ di un disegno universale di salvezza nell’amore, un mistero di comunione che si attua nella libertà e perciò chiede agli uomini una risposta. E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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Ricordando che scopo della Assise sinodale è prevalentemente pastorale Pur non potendo ignorare “ la delicata e a volte drammatica situazione sociale e politica di alcuni Paesi, i Pastori delle Chiese in Medio Oriente desiderano concentrarsi sugli aspetti propri della loro missione. “ “Questa occasione è poi propizia per proseguire costruttivamente il dialogo con gli ebrei, ai quali ci lega in modo indissolubile la lunga storia dell’Alleanza, come pure con i musulmani. I lavori dell’Assise sinodale sono, inoltre, orientati alla testimonianza dei cristiani a livello personale, familiare e sociale. “   “Lungo i secoli quei Luoghi hanno attirato moltitudini di pellegrini ed anche comunità religiose maschili e femminili, che hanno considerato un grande privilegio il poter vivere e rendere testimonianza nella Terra di Gesù. Nonostante le difficoltà, i cristiani di Terra Santa sono chiamati a ravvivare la coscienza di essere pietre vive della Chiesa in Medio Oriente, presso i Luoghi santi della nostra salvezza”.   “Ma quello di vivere dignitosamente nella propria patria è anzitutto” - ha ricordato il Pontefice - “un diritto umano fondamentale: perciò occorre favorire condizioni di pace e di giustizia, indispensabili per uno sviluppo armonioso di tutti gli abitanti della regione. Tutti dunque sono chiamati a dare il proprio contributo: la comunità internazionale, sostenendo un cammino affidabile, leale e costruttivo verso la pace; le religioni maggiormente presenti nella regione, nel promuovere i valori spirituali e culturali che uniscono gli uomini ed escludono ogni espressione di violenza” VIS 20101011 (1360 IL 29 SET. 2010 è stato reso pubblico il tema scelto dal Papa per la XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: “Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale”. Il Messaggio sarà pubblicato il 24 gennaio 2011, festa di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti.   In una Nota del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali si legge che il tema: “si concentra sulla persona umana che è il nucleo di tutti i processi di comunicazione. Anche in un’epoca largamente dominata, a volte condizionata, dalle nuove tecnologie, il valore di testimonianza personale rimane essenziale”.   “Affrontare la verità ed assumersi il compito di condividerla, richiede la ‘garanzia’ di una autenticità di vita da parte di coloro che operano nei mezzi di comunicazione sociale, in particolare i giornalisti cattolici; un’autenticità di vita non meno necessaria in un’epoca digitale”. “La tecnologia, da sola” - si legge ancora nella nota - “non può stabilire o promuovere la credibilità di un comunicatore, né può servire quale fonte di valori alla guida della comunicazione. La verità deve rimanere il punto fermo e immutato di riferimento dei nuovi media e del mondo digitale, aprendo nuovi orizzonti di informazione e conoscenza. Idealmente, è il perseguimento della verità che costituisce l’obiettivo fondamentale di tutti E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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coloro che operano nei mezzi di comunicazione”. CCS/ 20100929 (230)

Vita della cmis

Il giorno 5 settembre la presidenza della cmis ha indetto un incontro con il gruppo promotore della rivista di approfondimento a cui si sta lavorando da tempo . L’intento di questo lavoro è avviare una presa di contatto con i possibili autori per presentare la ispirazione degli istituti secolari attraverso alcuni fondatori . Sempre il 5 settembre nella riunione ristretta della presidenza si è messo a punto il tema del congresso .

PREPARANDO IL CONGRESSO 2012 Il Congresso della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari è previsto per Assisi nel 2012. Nel 2007 durante il Simposio per il 60mo anniversario della Provida Mater Ecclesia Papa Benedetto XVI ci ha rivolto un discorso molto importante. Fra l’altro ha detto: “A rendere il vostro inserimento nelle vicende umane luogo teologico è, infatti, il mistero dell’Incarnazione (“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”: Gv 3, 16). L’opera della salvezza si è compiuta non in contrapposizione, ma dentro e attraverso la storia degli uomini. Il prossimo (...)Più volte è stato autorevolmente individuato proprio in questo discernimento il vostro carisma, perché possiate essere laboratorio di dialogo con il mondo, quel “laboratorio sperimentale nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo” Riflettendo su questo discorso, ma sopratutto con queste due, sopra sottolineate, parole il Consiglio Esecutivo ha deciso di dedicare il Congresso al tema dialogo con il mondo basandosi sul mistero dell’Incarnazione. Stiamo pensando di approfondire cosa significa per la nostra consacrazione, che siamo “dentro il mondo” , che la nostra identità è la identità secolare e il nostro impegno dice, che potremmo essere laboratorio di dialogo con il mondo. Il Mistero dell’Incarnazione significa, ha detto il Papa, che Dio “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”: Gv 3, 16. Dio è stato uomo per ri-prendere la grande dignità all’uomo. Cristo è sceso alle nostre tenebre – sia individuali, ma anche comuni, per dire (come nella catechesi dal Sabato Santo) – alzati, alzatevi! Vorremo approfondire di più, cosa questo mistero significa per la nostra quotidianità, per la nostra consacrazione e per il nostro impegno di essere laboratorio di dialogo con il mondo. Secondo me, nel mistero dell’Incarnazione si trova la risposta – il senso del “dialogare”, una indicazione su quale debba essere l’atteggiamento personale. Essendo “laboratorio di dialogo con il mondo” è necessario sapere cosa significa “il mondo”, cosa dice il mondo, dapprima a noi personalmente, cosa dice alla nostra consacrazione secolare. Come la secolarità, che è propria della nostra vocazione, ha cambiato e cambia l’idea della consacrazione. Infine sarebbe interessante confrontarsi con alcune situazione nuove dalla nostra cultura, del pensiero attuale della sua incidenza nelle decisioni politiche o sociali. Confrontandoci E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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proveremo a rispondere all’altro impegno da Benedetto XVI affidato agli istituti Secolari “Siate seme di santità gettato a piene mani nei solchi della storia”. Il Congresso della CMIS avrà luogo ad Assisi a luglio 2012.

UNA INIZIATIVA PASTORALE Ewa Kusz ha partecipato ad un importante seminario per avviare un processo di riconciliazione tra le nazioni. Ne riportiamo cenni informativi La riconciliazione tra le nazioni Questo era il tema del seminario che ha avuto luogo ad Auschwitz nel centro di preghiera e dialogo che si trova a 5 minuti dal lager dal 10 al 15 di Agosto us Si tratta del primo seminario europeo su questo tema preparato dalla fondazione Massimiliano Kolbe.. Hanno partecipato circa 30 persone provenienti da Albania, Slovenia, Bosnia, Francia, Irlanda, Ucraina, Polonia e Germania . Si prevede di realizzare il prossimo seminario in Bosnia con partecipanti dai paesi dell’ex Jugoslavia. Nei 5 giorni abbiamo avuto modo di capire cosa possa essere successo ad Auschwitz e in posti analoghi durante la seconda guerra mondiale e questo al fine di prepararci alla riconciliazione tra le nazioni, le genti, le culture e a tal fine imparare a comprendere le mentalità . Si sono avvicendate diverse voci: storici, sociologi, psicologi che ci hanno introdotti al tema del post traumatico, e dello stress che si genera in tali circostanze. Abbiamo avuto modo di incontrare coloro che sono vissuti nei lager e naturalmente abbiamo avuto diverse visite nei lager di Auschwitz e Birkenau :il percorso attraverso la memoria storica per arrivare ad una maggiore comprensione scambievole e per prepararci a costruire un mondo riconciliato. Abbiamo incontrato l’arcivescovo di Bamberg che ci ha parlato del ruolo della Chiesa per guarire le ferite del passato e preparare la via della riconciliazione. Abbiamo partecipato tutti alla celebrazione della santa messa vicino al bunker della fame dove è morto S. Massimiliano Kolbe nel giorno della memoria liturgica. Si è trattato di un incontro molto interessante per tutti noi consapevoli che le strade della riconciliazione siano davvero molteplici e sono invocate dai diversi conflitti che anche oggi attraversano l’Europa . La mia convinzione è che avviare questo percorso di riconciliazione ai diversi livelli, fra le nazioni, le genti, le culture,ma anche nelle famiglie, tra i coetanei, nel lavoro, con i vicini sia proprio una specificità della nostra vocazione di laici consacrati. Questo è il nostro impegno, il nostro apostolato, direttamente dentro il mondo che soffre e vive il conflitto . Mi conforta il pensiero del santo Padre Benedetto XVI che ha detto: “possiate essere laboratorio di dialogo con il mondo, (...) Proprio di qui deriva la persistente attualità del vostro carisma, perché questo discernimento deve avvenire non dal di fuori della realtà, ma dall’interno, attraverso un pieno coinvolgimento. Ciò avviene per mezzo delle relazioni feriali che potete tessere nei rapporti familiari e sociali, nell’attività professionale, nel tessuto delle comunità civile ed ecclesiale (...) l luogo del vostro apostolato E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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è tutto l’umano, sia dentro la comunità cristiana, sia nella comunità civile dove la relazione si attua nella ricerca del bene comune, nel dialogo con tutti, chiamati a testimoniare quell’antropologia cristiana che costituisce proposta di senso in una società disorientata e confusa dal clima multiculturale e multireligioso che la connota”. Ewa Kusz Marisa Parato ha partecipato all’incontro della Ciis diocesana di Roma vi proponiamo la pista di riflessione da lei offerta in tale occasione.

LA SOLIDARIETÀ UN IMPEGNO A VALORIZZARE LE DIFFERENZE E LE SPECIFICITÀ La Chiesa Italiana continua a riflettere sulla propria missione, per concretizzare il suo servizio all’uomo di oggi e invita tutti i cristiani ad assumere responsabilità ed impegni concreti. Ci troviamo di fronte a tante sfide e “incalzanti mutamenti” che richiedono risposte efficaci e incisive in linea con il Vangelo da parte di testimoni convinti e coraggiosi. Si può cogliere questo invito approfondendo due documenti, il primo dei Vescovi Per un Paese solidale: Chiesa Italiana e Mezzogiorno (CEI, 21.02.2010); il secondo del Comitato scientifico e organizzatore in vista della 46 Settimana sociale dei cattolici: Cattolici nell’Italia oggi .Verso le Settimane sociali, un agende di speranza e il futuro del Paese. Da questi documenti si possono cogliere alcuni suggerimenti per un impegno degli Istituti Secolari oggi a favore della Dottrina sociale della Chiesa. Da questo ultimo documento preparatorio all’ appuntamento dei cattolici italiani di Reggio Calabria nei giorni 14-17 ottobre 2010. si colgono le riflessioni riportate Anche da altri recenti documenti si colgono sollecitazioni che chiamano in causa gli Istituti secolari come l’Instrumentum laboris del Sinodo del Medio Oriente, in cui si esortano le persone consacrate negli Istituti Secolari ad assumere un impegno in quanto chiamate a vivere i voti nella esemplarità della vita, nella coerenza della vita personale e comunitaria . La Chiesa si aspetta da noi che rimaniamo nell’ala avanzata. Il tema affidato impegna la riflessione sulla solidarietà, tracciata come cammino per vivere la fraternità vera e autentica. Comincio dalla definizione dei termini. Solidarietà Il termine significa stare con, condividere, mostrare di essere concordi, vicini… Richiama il comportamento dell’uomo* nelle sue relazioni interpersonali ;* nelle relazioni con il mondo, la natura (p. 11 documento). Nella comprensione del termine non si può prescindere dalla questione antropologica. Uomo-immagine: il concetto di uomo e il suo mistero di essere immagine di Dio Non possiamo parlare di solidarietà, infatti, se non partiamo dal concetto di uomo nella sua unicità e irrepetibilità. Infatti * Ogni essere umano è immagine di Dio: è la dimensione qualificante della creatura (Gen 1, 26). E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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* Il mistero dell’uomo (in quanto immagine) inoltre, non può essere compreso separatamente dal mistero di Dio. L’uomo per comprendere se stesso(per auto-comprendersi) e per comprendere gli altri deve necessariamente riferirsi all’archetipo, al Dio che si rivela in Gesù Cristo incarnato. L’uomo cioè per comprendere se stesso deve rifarsi cioè al Dio SS. Trinità; il Padre, il Figlio, lo Spirito: tre Persone diverse ma un solo Dio, in una diversità relazionale che è unità. L’agire di Dio è relazione all’interno della Trinità, all’esterno con la creazione e con l’umanità. Tale relazione è amore ed è nello stesso tempo unità (comunione nella diversità). La Chiesa, in quanto Corpo di Cristo, è lo specchio, l’icona di questo amore. Essa * è composta di uomini e donne unici e irripetibili uniti nella comunione di natura e di redenzione non è perfetta, però si sforza di rassomigliare a questo modello. La umanità intera in quanto Chiesa è il luogo in cui si manifesta Dio. Le differenze / le diversità Il concetto del diverso nel linguaggio comune può avere connotazioni etiche, etniche, nazionali , culturali, religiose, ideologiche. Il diverso è una non definizione perché non indica la realtà propria dell’oggetto ma un a-liena (non ben identificata) al soggetto. Per questo il termine diverso esprime un concetto negativo, una percezione negativa dell’oggetto definito o non definito. Ne deriva che si intende il diverso come straniero, forestiero, migrante, extra comunitario, e che si accompagna ad atteggiamento di diffidenza e circospezione, di timore ed esclusione. E in tal senso la diversità rappresenta una minaccia all’identità personale. Paradossalmente il diverso, invece, conferma l’identità del soggetto e definisce ciò che non è, e che pertanto gli permette di mettersi in relazione con l’altro o gli altri. Per noi cristiani il riferimento è il modello trinitario: così come nella Santissima Trinità la diversità conferma l’identità del Padre, del Figlio, dello Spirito, allo stesso modo l’uomo creato ad immagine di Dio, maschio-femmina, entra in relazione reciproca definendosi come persona unica e irripetibile, e nello stesso tempo entra in relazione con Dio Trinità. Se questo modello trinitario è quello per eccellenza, la esperienza della storia ci dice che la diversità è stata molto spesso luogo di conflitto o di violenza. E lo ancora oggi nel nostro tempo. Se poi crediamo che nella Redenzione l’immagine e somiglianza è stata restaurata da Gesù il Figlio di Dio incarnato allora l’uomo diventa capace di relazioni nuove e soprannaturali. In Gesù Cristo, infatti, si realizza il progetto divino della comunione nella diversità Gv 17, 22 Di qui la valenza sociale del mistero di Dio: la persona umana è tale in quanto sempre in relazione . I principi di fondo che animano questa convinzione sono: 1) la inalienabilità, intangibilità della persona umana, la persona umana è una singolarità non trasferibile, ha un valore non sacrificabile né per interessi sociali o politici o altro 2) il carattere relazionale: la persona umana realizza se stessa (si autodefinisce) nelle relazioni con gli altri. Il modello trinitario diventa il vero modello di riferimento della società moderna dove lo sviluppo della individualità si deve realizzare nelle relazioni positive rese tali per convinzioni non solo religiose, ma culturali, pubbliche, civili. 3) il carattere di condivisione, dove questo valore di relazionalità non solo viene compreso e accolto, ma anche e soprattutto ricercato anche affannosamente e quindi voluto e soprattutto costruito nella sfida continua del nostro tempo. E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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Di qui nasce l’impegno dei cristiani oggi della comunità-chiesa. I cristiani oggi devono impegnarsi per il: Recupero della antropologia relazionale e comunitaria Questo si realizza attraverso la capacità *di rinsaldare i legami autentici tra gli individui e la società *di costruire legami significativi a livello interpersonale, sociale, culturale *di lottare l’egoismo, l’individualismo, la difficoltà della partecipazione, di accettare la sfida culturale. Quale impegno oggi? Il documento preparatorio invita a porsi interrogativi sul come essere presenti. Nel contesto attuale della globalizzazione i cristiani sono chiamati ad assumere “la responsabilità di spendersi in questa dimensione” in riferimento al bene comune “la direzione del bene comune è quella in cui cresce il valore e le realtà della vita umana, delle sue relazioni e delle sue differenze, persino nella fragilità” (n. 3, p. 11). “siamo allora richiamati a produrre un nuovo pensiero e esprimere nuove energie e intraprendere un discernimento caratterizzato da realismo e immaginare soluzioni nuove” (n. 4, p. 12). “dobbiamo però sapere dove, come cercare” (p. 15). per ascoltare il “principio della solidarietà”… (p. 17). La operazione di discernimento necessaria è affidata a tutti:a) magistero, b) cristiani fedeli, nel dialogo reciproco e costruttore (n. 11, p. 19). Il documento passa in rassegna una lista dei problemi molto concreti e pratici: a) la famiglia e la vita e le politiche familiari il lavoro, l’economia, il sistema fiscale e le imprese b) la scuola e la emergenza educativa la crisi di autorità e di autorevolezza nelle figure genitoriali, dei docenti c) la immigrazione e la società italiana di domani d) i giovani e) le istituzioni f) il governo e la responsabilità civile. Noi Istituti Secolari portatori di una speranza affidabile. Oggi la speranza è insidiata dalla sfiducia, dal vittimismo, dall’apatia. Il Pontefice definisce la nostra società“senza speranza e senza Dio” (Lettera alla diocesi di Roma, 21 gennaio 2008). Per questo è urgente essere e costituirsi: * Costruttori di speranza, cioè di relazionalità positiva (speranza per gli altri) * Uomini di presenza nuova che si fa servizio e accoglienza * Uomini e donne esperti di umanità solidale, di trasmissione di valori fondamentali * Uomini e donne capaci di dono nella sperimentazione concreta della vera convivenza e condivisione * Uomini e donne educanti, capaci di trasmettere la Parola diventata carne.

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GLI ISTITUTI SECOLARI A LOURDES

« Appassionati di Dio e appassionati del mondo », Lourdes, 15 – 17 ottobre 2010 Il primo raduno dei membri d’Istituti Secolari in Europa ha riunito a Lourdes più di 310 persone venute da diversi paesi : Austria, Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Spagna, Svizzera, in rappresentanza di 62 Istituti Secolari. Due vescovi (particolarmente legati agli Istituti Secolari di Francia e Spagna) erano presenti a quell’incontropellegrinaggio. Tra gli invitati, abbiamo accolto in particolare : padre Quris, segretario della Conferenza Episcopale Francese, il Servizio Nazionale delle Vocazioni di Francia, diversi rappresentanti della Conferenza dei Religiosi e Religiose di Francia, delle Monache, e infine la televisione cattolica KTO. Erano inoltre presenti diversi delegati delle Conferenze Nazionali di Istituti Secolari di Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo e Spagna, che hanno potuto condividere le loro preoccupazioni e ricerche. La prima giornata è stata dedicata alla scoperta della nostra vocazione vissuta oggi nei diversi paesi, nei diversi luogi di inserimento e nelle varie realtà ; sette membri di diversi Istituti Secolari hanno espresso il proprio modo di vivere, il loro impegno a seguire Cristo povero, casto e ubbidiente nel cuore del nostro mondo : dei laici (un uomo e cinque donne di varie nazionalità : belga, francese, inglese e italiana) e un sacerdote. E’ stato un momento ricco di apertura, di ascolto e di diverse espressioni della stessa vocazione in un Istituto Secolare. Abbiamo accolto la grazia della nostra vocazione e abbiamo potuto contemplare l’azione dello Spirito Santo : « lo straordinario di Dio » nelle vite ordinarie. Il secondo giorno, Mons. Cattenoz (vescovo di Avignone e membro della Commissione Episcopale della Vita Consacrata in Francia) e Giorgio Mazzola (Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari) hanno introdotto una meditazione e una riflessione sulla nostra vocazione che partecipa, nel suo modo specifico, alla missione della Chiesa. Con il sostegno di Maria, quello sguardo contemplativo ci ha aiutato a ricevere nuovamente il dono della nostra vocazione in risposta alla fedeltà a Cristo, a chi abbiamo donato la nostra vita. Quello sguardo contemplativo ci invita a ripetere, con Maria : « Magnificat ». Padre Brito, dei santuari di Lourdes, ci ha presentato il tema dell’anno « Fare il segno della croce con Bernadette », dimostrando che il messaggio di Lourdes si iscrive realmente nella realtà secolare dell’epoca di Bernadette, già segnata tra l’altro dalle esclusioni, dai cambiamenti economici, dalla ricerca di un impiego. Ha anche dimostrato una profondità rinnovata del segno della croce. Abbiamo proseguito il nostro pellegrinaggio insieme agli altri gruppi di pellegrini presenti a Lourdes. Durante la S. Messa del sabato alla Grotta, i membri degli Istituti Secolari hanno affidato al Signore i voti di povertà, castità e ubbidienza che hanno pronunciato nel proprio Istituto. La domenica mattina, durante la S. Messa internazionale, abbiamo affidato al Signore tutto quello che abbiamo ricevuto durante quei due giorni, in comunione con la preghiera della Chiesa universale. Continuiamo a rendere grazie per quei due giorni durante i quali i membri degli Istituti Secolari hanno vissuto, nella gioia, degli incontri fraterni e dei momenti di preghiera comunitaria ; hanno manifestato il profondo desiderio di vivere quel momento a Lourdes, ricorrendo tra l’altro a tutti i mezzi di locomozione possibili per fare quel viaggio e con il sostegno di reti di solidarietà insospettate.

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46 SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI Marisa Parato ha partecipato e ci ha mandato alcune riflessioni che mettiamo in condivisione È rimasta negli occhi Reggio Calabria, dove si è svolta la Settimana sociale dei cattolici italiani, nei giorni 14-17 ottobre scorso, dal tema “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese”. La stupenda città, sotto un sole caldo di ottobre, ha visto riuniti quasi mille e cinquecento persone, provenienti da tutta l’Italia, in un confronto ecclesiale e pubblico nella prospettiva dell’insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa. Il documento preparatorio, redatto dal Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane sociali aveva individuato cinque problemi da mettere sul tavolo della discussione comune, spinti dall’urgenza di lavorare alla formazione di una “nuova generazione”, come aveva detto Benedetto XVI, di uomini e donne credenti capaci di assumere responsabilità pubbliche nella vita civile e dunque nella vita politica”. Il documento preparatorio passava in rassegna queste cinque tematiche: Intraprendere, per liberare e regolare in modo efficace le energie, attive o potenzialmente tali (n16), come ridurre precarietà e privilegi, quali politiche fiscali per una equa distribuzione fiscale e crescita delle imprese; Educare, compito particolarmente grave in un momento di emergenza educativa (21) che impegna la scuola e la famiglia, per come sostenere l’esercizio dell’autorità genitoriale; Includere le nuove presenze nella piena consapevolezza dei rischi e delle opportunità che comporta l’intensificarsi dei flussi emigratori verso il nostro Paese (25); Slegare la mobilità sociale valorizzando le energie dei giovani (27) sia sul fronte della riforma universitaria (28) sia per ridare mobilità e produttività alle professioni, nella concorrenza dei mercati; Completare la transizione istituzionale individuando il cuore del problema nel rapporto tra potere politico e responsabilità (30). Queste tematiche sono state oggetto di verifica e discussione nei rispettivi Gruppi di Studio in cui erano presenti tutti i partecipanti, per ben due mezze giornate. Le Settimane sociali, così come dicono le Note e il Regolamento che le accompagnano, richiamate da Mons. Arrigo Miglio, presidente del Comitato Scientifico e Organizzatore, nel suo intervento di Introduzione, intendono essere una iniziativa culturale ed ecclesiale di alto profilo…strumento di ascolto e di ricerca, occasioni di confronto e di approfondimento su quel che sta avvenendo e su quello che si deve fare per la crescita globale della società. Su questa base si può avviare una grande opera comunitaria di formazione permanente utile a superare l’attuale frammentazione della vita sociale ed anche ecclesiale” “La crisi della società, come ha scritto nel suo messaggio affidato ai partecipanti, il Pontefice Benedetto XVI, non è solo economico ma soprattutto culturale, per cui urge un cammino di formazione intellettuale e morale che partendo dalle grandi verità intorno a Dio, all’uomo e al mondo, offra criteri di giudizio e principi etici per interpretare il bene di tutti e di ciascuno … nella convinzione che la storia è guidata dalla Provvidenza divina e tende a un’alba che trascende gli orizzonti dell’operare umano. Questa speranza affidabile ha il volto di Cristo: nel Verbo di Dio fatto uomo ciascuno di noi trova il coraggio della testimonianza e l’abnegazione al servizio” L’insegnamento della Chiesa e dei suoi Pastori è centrata su Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato. Questo è stato infatti il pensiero del card. Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana nella sua prolusione: “Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio, si rivela al mondo

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come la pienezza del Bene e della Bellezza; come la Verità, il Logos eterno che dà luce al creato… Dal momento in cui la Luce splende nelle tenebre e rende l’universo pieno di senso, le scelte dei cristiani, nella vita privata come in quella pubblica, non possono prescindere da Cristo, pienezza della Verità e del Bene. Non possono mettere tra parentesi la conoscenza della fede; non devonocome ricorda Rosmini- pensare la fede senza pensare nella fede… Il Logos eterno, dunque, non si rivela all’uomo come una gnosi superiore e fredda, ma come la Verità che è Agape e quindi come Colui che illumina e si dona, risplende e riscalda. La verità chiede di essere cercata con amore, non si dona se non nell’amore che la rispetta e a lei si dona”. Di qui appunto, come dice il card. Bagnasco deriva “la ricaduta sociale della fede” e non potrebbe essere altrimenti per una coerenza di vita, più che mai necessaria oggi per i cristiani del nostro Paese. Il richiamo ad una presenza nella res publica, nella politica diventa un dovere di coerenza, partendo proprio dalla concezione di uomo, dell’uomo –immagine di Dio. La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica. I valori definiti non negoziabili, inscritti nel DNA della natura umana sono i punti focali in cui l’impegno dei cattolici si deve concretizzare e che deve vederli uniti, convinti che “bisogna far presto” oggi e domani, nel futuro. Ora siamo già nel post Reggio Calabria, in questo futuro ricco di attese e di responsabilità, ora comincia o continua l’impegno senza soste per la costruzione del “bene comune” Tanti sono stati gli interventi e i contributi di numerosi esponenti del mondo culturale, civile e politico italiano. In particolare e in modo interessante la lettura del vicepresidente delle Settimane Luca Diotallevi, quando mettendo in luce che la posta in gioco è proprio l’Italia e nel denunciare la divaricazione nel mondo giovanile, nel mondo del lavoro, nel mondo economico invita a costruire la speranza cristiana, perché questa “ non è umano ottimismo, non vive di retorica, non ha paura dei fantasmi, affronta le sfide di oggi”. I cristiani devono “aver chiaro il nesso - spesso confuso e negato- tra questione antropologica e questione sociale”, perché solo quando si riesce a coniugare bene comune e dignità della persona umana allora si costruisce una vera società civile e umana degna di questo nome. E nel suo intervento conclusivo notava che i cristiani devono sentirsi ed essere “la prua della nave”, realizzando un metodo ben chiaro: la centralità della vita spirituale e la centralità della persona umana. Ci sentiamo di notare che il messaggio emerso e da acquisire pienamente e concretamente sia da ricondurre a un recupero della presenza e dell’azione dei cristiani nella civitas hominis non separata dalla civitas Dei. Il primato della vita spirituale, la centralità della persona umana, dell’uomo in quanto immagine vivente di Dio, il rispetto della dignità umana a qualsiasi razza, sesso, età, condizione sociale appartenga sono i punti nodali su cui costruire una seria azione politica, sociale, civile ed economica. Certamente il metodo, come affermava il vicepresidente Diotallevi, adottato dalle Settimane sociali, un metodo di verifica e confronto, “funziona” e può funzionare, perché ci sono persone appassionate per il bene comune, ci sono e si possono individuare ancora le problematiche su cui confrontarsi per riscrivere una agenda comune. Non basta però. Come giustamente concludeva mons. Miglio, occorre una maggior presa di responsabilità. I cristiani devono sentirsi chiamati all’unità, senza riduzionismi e schizofrenie, chiamati a servire l’uomo e a coltivare e costruire la speranza. Tra questi i membri degli Istituti Secolari in qualsiasi ambito sociale e civile si trovino sono chiamati a condividere pesi e fatiche in prima linea. E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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C’è da augurarsi che questo non rimanga un evento, pur significativo ed importante. Ci auguriamo che sia stato un momento formativo di profonda conversione, ma che si traduca in un impegno di azione convinta e matura, alla luce dell’autentico messaggio evangelico e della Dottrina sociale della Chiesa.

Vita degli istituti I Hijas de la natividad de Maria Hanno celebrato la loro assemblea elettiva, come da statuti in agosto ed eletto il nuovo consiglio generale. Maria Pulleiro Oro è stata eletta per altri sei anni . I Missionarie della parola di Dio Nel mese di agosto hanno celebrato la loro assemblea ed eletto il nuovo consiglio centrale, è risultata eletta come responsabile centrale Marilena Mazzei

I Conferenza canadese Come annunciato nel numero precedente di e-dialogue si è svolta la assemblea degli istituti facenti parte della conferenza canadese e si è proceduto alla elezione della presidente . E’ stata confermata Claire Nantel

I Caritas Christi Käthe Brümann presidente uscente ci ha comunicato wie ich mitgeteilt hatte, fand vom 24. - 31. 07.2010 die Generalversammlung unseres Instituts in Köln-Bensberg statt. Es haben 58 stimmberechtigte Mitglieder aus 38 Ländern teilgenommen, dazu noch viele Helferinnen. Insgesamt sind wir - wie Du weißt - fast 1300 Mitglieder. Schwerpunkte waren die Berichte der L#der, Bearbeitung konkreter Fragen und Änderungsvorschläge unserer Lebensregel. Besonders wichtig war das geistliche Thema zu unserer Berufung: vier jüngere Mitglieder aus vier Kontinenten haben als Zeuginnen berichtet, wie sie ihre Berufung leben, dann hat unser indischer Priesterassistent Dr. Anand einen Impuls gegeben (das Thema hatte der Generalrat vor einem Jahr erarbeitet) zu drei Punkten: unsere Erfahrung der Liebe Gottes als Basis unserer Berufung, die Annahme unserer Weltlichkeit und die Vertiefung unserer Donation in den evangelischen Räten. Anhand der Impulse haben wir in acht Sprachgruppen das Thema vertieft. Wichtig war uns der gegenseitige Austausch und die Gebete und Feiern der Eucharistie. Die Ergebnisse der Wahl des neuen Generalrates sind natürlich für die nächsten sechs Jahre wichtig. Ich teile Dir den Namen meiner Nachfolgerin als Generalverantwortliche mit:   Ruth Ankerl Ich wünsche Dir und der ganzen CMIS Gottes Segen, mit herzlichen Grüßen und in der Einheit des Gebetes

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I Acies Christi Ha trecentemente celebrato la assemblea generale ed è stato eletto presidente il rev D. Julio Rodríguez-Vigil Fernández. José Moreno è diventato il nuovo segretario generale dell’istituto

I KKIS 24-26 settembre si è riunita la conferenza polacca con la partecipazione della dottoressa Leggio che è intervenuta su diversi aspetti giuridici di interesse dei partecipanti. Il 23-25 ottobre ha vuto inizio la scuola per i futuri formatori degli istituti secolari polacchi. La scuola è stata impostata sul tipo della scuola formatori della università gregoriana Il 25 novembre la presidente e vice presidente della conferenza polacca avranno un incontro con la conferenza episcopale ucraina a cui presenteranno la vocazione negli istituti secolari.

I Regnum Mariae L’istituto ha celebrato il giubileo di fondazione in un incontro italo spagnolo nei giorni 7 -8 agosto. Le sorelle del “Regnum Mariae” insieme con la famiglia dei Servi hanno reso grazie al Signore per il dono ricevuto ed hanno chiesto la perseveranza nel cammino alla sequela del Signore Inoltre ha celebrato, nel periodo 2 – 9 agosto, a Loreto (AN – Italia), presso l’Istituto Salesiano, la XIV Assemblea Generale di verifica, di programmazione ed elettiva. L’incontro internazionale ha visto la partecipazione delle rappresentanti dei gruppi dell’Italia, della Spagna e del Messico. Nella sessione elettiva, presieduta dall’Arcivescovo di Ancona, Mons. Edoardo Menichelli, è stata riconfermata, per il quadrienno 2010-2014, Sorella Maggiore dell’Istituto Anna Blasi (Taranto-Italia) e sono state elette le consigliere Margherita Palazzi (Pesaro-Italia), Silvia Curiel Curiel (Città del Messico), Rosanna Marchionni (Pesaro-Italia), Marisa Contu (Matera-Italia). La sorella maggiore ha poi nominato Vicaria Margherita Palazzi, Segretaria Generale Marisa Contu, Incaricata Generale della Formazione Liliana Lipone (Udine-Italia) ed economa generale Antonella Basili (Pesaro-Italia) Per la prima volta nella storia dell’Istituto, è stata eletta una consigliera di Città del Messico che, pur vivendo in quella terra, dovrà operare per la guida dell’Istituto insieme alla responsabile generale ed alle altre consigliere tutte residenti in Italia. Si è trattato di una decisione coraggiosa sulla quale le partecipanti all’assemblea si sono ampiamente interrogate. E’ senz’altro una scelta che segnerà la piena partecipazione internazionale alla vita e alla guida dell’Istituto stesso. Dal dibattito è emersa con chiarezza la consapevolezza delle problematiche organizzative che si porranno nel quadriennio; è stato sottolineato però che si tratta di garantire l’esercizio di un diritto; sarà senz’altro una sfida faticosa, ma anche un’opportunità di crescita per l’intero Istituto. Saranno di aiuto le nuove tecnologie, ma non del tutto sufficienti. Questa novità impegnerà il Consiglio a ripensare in modo flessibile l’organizzazione delle riunioni e di qualsiasi iniziativa che vede coinvolto il governo dell’Istituto. Una fatica da fare se si vuole davvero andare verso l’internazionalità, una ricerca ed un lavoro che porrà le condizioni per il cammino nuovo E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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dell’Istituto al quale si stanno affacciando membri di diversi paesi del mondo e che ha fatto la scelta della secolarità più radicale. L’Assemblea ha riaffermato, per la formazione permanente, l’importanza di un approccio biblico che, a partire dal Vangelo, focalizzi l’attenzione su temi importanti per donne che vivono la loro consacrazione nel mondo: “il discepolato”, “la missione”, “le beatitudini”, “le figure di donne”. E’ stata pure sottolineata l’importanza di dedicare attenzione a temi di carattere sociale e culturale che dovranno essere scelti da ciascun territorio al fine di mantenere uno sguardo vigilante sulla storia e sulle problematiche delle Chiese e dei paesi in cui ciascun gruppo si trova a vivere la consacrazione secolare. Ha presenziato all’intera assemblea fra Giovanni M. Sperman OSM, Assistente Generale dell’Istituto; era presente inoltre fra Luigi M. De Candido OSM che ha collaborato con la commissione per la verifica intermedia, in vista della definitiva approvazione, dei testi della Regola di vita. L’Assemblea si è conclusa con un messaggio rivolto a tutte le sorelle nel quale è stata sottolineata l’importanza di crescere nella consapevolezza di un “cuore nuovo”, dono di Dio, che illumina la laicità vissuta e diventa “profetico” e “cosmico”. Il cuore profetico ascolta e annuncia la Parola di Dio; ma non c’è annuncio se non accompagnato da una lettura sapiente dei segni dei tempi, da cui deriva la necessità della denuncia delle tante ingiustizie a cui è sottoposta l’umanità. Questo è il nostro vivere, da laiche: la passione di Gesù nella normale-drammatica nostra vita quotidiana. Si tratta di una scelta radicale, di diventare poveri: di riconoscimento, di pretese, di potere, di immagine. Si tratta di rinnovare le relazioni a partire dalla nostra capacità di ascolto e, di conseguenza, di rinnovare anche le modalità di dialogo, alla ricerca di un linguaggio che incontri l’umano e sappia leggere la vita. L’essere insieme delle sorelle è stato arricchito da momenti di gioia e di festa soprattutto in occasione del rinnovo degli impegni vissuto anche con la presenza di amici laici e sacerdoti e del Priore Generale dei Servi di Maria, fra Angel M. Ruiz Garnica. (Rosanna Marchionni) CIIS Ha realizzato in ottobre, nei giorni 8 -10 la abituale assemblea dei responsabili sul tema “ appassionati portatori di “senso” nel mondo , nella storia , nella Chiesa “

TESTIMONIANZE CHIAMATA A FARE ED ESSERE ANIMAZIONE MISSIONARIA Carissime, “approfitto del nostro bollettino Dialogo, per comunicare con ciascuna missionaria. Ultimamente la mia famiglia e stata visitata in modo forte e a distanza ravvicinata da sofferenze molto profonde e dure. Prima per la perdita improvvisa di mia sorella, madre di E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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cinque figli; poi a distanza di quindici giorni, una nipotina di due mesi, figlia del figlio di mia sorella, improvvisamente ha avuto una crisi convulsiva e dopo un mese di terapia intensiva è morta senza che si sapesse bene la causa del decesso. Da premettere che questo nipote sei anni fa ha vissuto una malattia difficile, quindi l’arrivo di questa bimba di nome Marta aveva portato luce e gioia nella famiglia. Ma come un mistero la luce e la gioia sono state prese in mano da Qualcuno, lasciando spazio alla speranza cristiana, perché se permette la sofferenza, non vuole la disperazione, e se ci affidiamo a Lui, in quel mistero di morte e Resurrezione, ci dona la forza di andare avanti. Ma com’e possibile vivere di speranza in questi momenti? Dove e in chi ho “ trovato la forza di andare avanti con serenità e speranza? Prima di tutto un grazie al Signore che mi ha sostenuto, ma voglio esprimere il mio grazie e quello della mia famiglia a tutte le M.S.C. a cominciare da Isabella e ad ognuna in particolare per la vicinanza assidua e costante di questi due mesi in cui la sofferenza ha trovato dimora presso la mia famiglia. Un grazie per aver partecipato anche fisicamente al nostro dolore, una partecipazione che io ho accolto con stupore e gratitudine; mi sono sentita un po’ come Maria: “Chi sono io per ricevere tanto‘?”. E’ stata un’esperienza forte di comunione con l’Istituto, con il Consiglio e con tutte. Un’esperienza che mi ha fatto sperimentare che la comunione non è qualcosa di astratto, fatta solo di parole, ma un’esperienza che ti passa dentro, che si vive non solo stando vicini fisicamente, è una realtà che ti circola dentro come il sangue nelle vene. Mai come in questo periodo mi sono sentita fortunata, ho ringraziato il Signore che mi ha voluta in questo Istituto, e ha voluto l’Istituto nella Chiesa, perché attraverso la mia sofferenza e quella della mia famiglia qualcuno ne potesse beneficiare, e penso che tra i primi beneficiati sono io. Questi due mesi sono stati quelli in cui sono stata chiamata a fare ed essere animazione missionaria più dei 30 anni di consacrazione (un po’ come dicevano di Giovanni Paolo II. il suo pontificato è stato più fruttuoso negli ultimi due anni più di tutti i 25 in cui aveva girato il mondo), perché le persone ne approfittavano per mettermi alla prova, per “stuzzicarmi”, soprattutto nell’ambiente di lavoro, ma anche familiare, con domande come: “come fai ancora a credere, ad essere serena?”. ` Alcune volte le parole riuscivano a dare una spiegazione, altre volte lo sguardo, il silenzio, il vivere questa PRESENZA... e la percepivano. Chi mi conosce e sa della mia scelta mi diceva: “Maria, tu sei forte, perché hai chi ti sostiene”. In questo hanno colto nel segno perché questa è la verità. Ecco perché dicevo prima che mi sento fortunata, perché io che vivo nell’ambiente della sofferenza per il lavoro che svolgo, vedo che molti si trovano a vivere il dramma della sofferenza e della solitudine fisica e spirituale. La forza della preghiera e della comunione è qualcosa di straordinario, il peso della sofferenza nessuno te lo toglie, lo senti tutto, ma la capacita di “stare” come Maria ai piedi della croce, sono convinta che mi veniva da quel miracolo d’amore che tutte stavamo chiedendo per la guarigione di mia sorella prima e della piccola Marta dopo. Il miracolo della guarigione non c’é stato, ma tutte le preghiere fatte sono sicura che non sono andate perse; credo che Lui in quella economia di salvezza e di amore saprà usarle come meglio crede, E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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per la famiglia di mia sorella, per i genitori di Marta che tanto stanno soffrendo, ma anche a beneficio dei tanti che non hanno il dono della fede, dei tanti bisogni dell’Istituto e della Chiesa, in questo ultimo periodo molto provata e attaccata su tutti i fronti. Questi sono i sentimenti che ultimamente hanno attraversato la mia mente e il mio cuore. Grazie ancora a tutte, il Signore saprà ricompensarvi come Lui solo sa fare, ` Un abbraccio Maria Caggiano Da dialogo N5 ott 2010

MORTE E SOLO MORTE DOVUNQUE di Fausto Fugazza Siamo in tanti dell’Istituto a partecipare. La sera dell’arrivo a Varsavia, siamo ospitati in una casa di accoglienza cristiana, con i fratelli polacchi. Da lunedì 2 agosto le visite; il centro storico dl Varsavia con il ghetto e, alla sera, reciproca presentazione e conoscenza durante una cena conviviale attorno ad un falò con canti e giochi. Il giorno dopo si visita Czestochowa ed il monastero Maria, la fede, l’’affidamento .... Mercoledì Oswiecim: il campo dl sterminio di Auschwitz-Birkenau. L’incontro é durissimo, uno spettacolo orrendo. Morte dovunque e solo morte. All’intemo, alcune vetrine mostrano gli oggetti appartenuti agli assassinati: borse, oggetti di vita quotidiana, vestiti, scarpe, ma quando scorgo per ultima la vetrina delle scarpe dei bambini, gli occhi si ribellano e non vogliono vedere, come accecati. Mi vengono in mente gli aiuti umanitari tuttora distribuiti in Romania e Moldavia, vedo tanta gente con abiti laceri ringraziare e benedire; una giovane mamma (ma anche altre) mettermi sul petto il bimbo neonato, per avere le mani libere a scegliere abiti per la sua famiglia. Ma qui, invece, tutto é nero, con tracce di muffa, con la presenza dell’assassinio a tutti i costi. I sorrisi dei bimbi non ci sono mai stati, soltanto urla e pianti. In fondo al viale d’entrata del piccolo campo (ce n’e un altro molto più grande), il muro é foderato di materiale refrattario per bloccare le pallottole che quotidianamente uccidevano i destinati alla morte. Nella fessura tra due mattoni qualcuno ha posto un nastro, a strisce colorate: è il nastro che all’Est indica la vittoria russa contro il nazismo: 9 maggio ‘45, e che a tutt’oggi si pone sul petto o sulle antenne delle auto. Avrebbero ben ragione, i russi, a vantarsene, se poi, non avessero, loro, continuato il supplizio, molto più in grande, con i Gulag e la Siberia! Tra i popoli russificati, ma non russi, molti non accettano questo emblema, lo considerano, anzi, l’inizio dell’occupazione sovietica. Nel secondo campo mi fermo ad osservare le lunghe file di pali in cemento che reggono il filo spinato: non un palo é fuori linea di un solo grado. La perfezione tedesca, che conosco bene, è costata lo sfinimento di questi condannati a costruire la loto fine. Le finestre, ben incernierate e ben fissate, funzionano benissimo (quelle che ho visto) ancora oggi: le cerniere poste al millimetro, con estrema fatica, con logorio delle mani e delle braccia, nel legno massiccio, senza l’aiuto di utensili elettrici che ora sono in commercio. Gli impianti elettrici sono assolutamente perfetti, per quell’epoca. Tutto per un solo fine: la distruzione dell’uomo eseguita con la massima obbedienza agli ordini. In un’altra vetrina, una lettera di ringraziamento ad una signora Polacca ( mi pare si E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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chiamasse Kristina) che, nonostante tutto, trovava il modo di aiutare i prigionieri, mi dà un poco di consolazione. Qui termina il mio pellegrinaggio, che d’altra parte ha avuto altri momenti di condivisione e di approfondimento. . Il pensiero della Madonna di Czestochowa, del grande Papa, e la compagnia dei fratelli, continua con l’arrivo in Italia. E, questo, è il ricordo più bello. Da comunicare condividere N°374

LA CERTEZZA DI UNA CHIAMATA Carissime missionarie, eccoci al mese missionario e sto pensando a quanto poco ho scritto a tutte in tanti anni di vita in missione; vi chiedo scusa ed eccomi qui per qualche notizia circa la mia presenza a Tshimbulu, in questo grande villaggio del Kasai Occidentale nella Repubblica del Congo. Ero venuta qui per preparare e organizzare L’apertura di un ospedale, apertura che poi si è prolungata per diversi motivi, d’altronde qui in Congo, la situazione è tale che mantenere i programmi è impossibile. Il trasporto, l’arrivo dei materiali attraverso una rete ferroviaria nella quale, non si sa mai quando il treno parte da Lubumbashi, città principale di un altro Stato per arrivare a Kananga, la città più vicina a noi ma che dista 110km rende tutto più difficile e poi bisogna sperare di trovare i materiali vari e le medicine”. Il resto dei trasporti è per via aerea, ma i prezzi cambiano, per cul la via aerea la si usa per le cose che si comperano a Kinshasa, come per esempio il latte in polvere per i bambini malnutriti, alcuni medicinali e qualche materiale, cose che non si trovano altrove. Qui in casa siamo 4 volontari, due dei quali, Valerio e Katia, sono diventati una coppia, si sono sposati ed aspettano un bambino. Attorno all’attività sanitaria il COE cerca di sviluppare altre attività, cosi è nato il centro di animazione socio culturale (CASC) aperto ai giovani, adolescenti e bambini, nelle attività extra scolastiche, come uso della biblioteca, sport, film ecc. Un volontario, con l’aiuto di alcuni animatori locali, segue tutta l’attività con diversi programmi di formazione anche nelle scuole e nei villaggi. All’ospedale lavoriamo io e Valerio, che é il direttore generale dell’ospedale ed è il rappresentante del COE qui a Tshimbulu, è una persona molto preparata e con una lunga esperienza amministrativa in Cameroun. Valerio, vedendo tutto questo terreno di savana incolto attorno all’ospedale, ha fatto in modo di lavorare il terreno e produrre cereali per l’uso del centro nutrizionale e per diminuire le spese di approvvigionamento. D’accordo con il vescovo, sta formando una grande fattoria, dove è stato seminato il riso in una palude e appena inizia la stagione delle piogge, verso la metà di agosto, verranno piantate 1500 piante di palme che producono caschi di noci dalle quali si estrae l’olio di palma, elemento base per l’alimentazione locale. Queste piante occuperanno un’area di 10 ettari di terreno, ma l‘idea è quella di continuare a far germogliare altre 6000 noci selezionate che sono arrivate dal Cameroun, per coltivare altrettante palme e fare una produzione di olio qui sul posto. Qui la terra non produce molto, non è fertile, é sabbiosa, ma con questi interventi si vogliono tentare strade nuove per vedere di aiutare la gente. L’attività ospedaliera funziona dal 27 febbraio 2008; come ogni inizio non è stato semplice, la frequenza dell’attività è andata aumentando e da un po’ di tempo i nostri 60 posti letto non bastano più, soprattutto perché c’e molta gente che viene da lontano per consultare il E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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medico ed essere guarita. I malati con qualche famigliare arrivano anche da 50-100- ` o 150200 km. che fanno in bicicletta con molti km. a piedi, portandosi l’occorrente per preparare da mangiare e, oltre al malato, c’e sempre un componente della famiglia e qualcuno in più per aiutare a spingere la bicicletta con il malato, e magari un’altra sovraccarica di farina, grano, ecc. elementi base da cucinare per fare vivere la famiglia che si sposta. Una realtà che é apparsa da subito come un’urgenza é stata la presenza di tanti bambini malnutriti. Abbiamo occupato un dispensario delle suore per fare un centro nutrizionale e da subito avevamo più di 150 bambini per il latte e il pasto giornaliero, i più gravi venivano ricoverati poi passavano al centro nutrizionale per il periodo di recupero. Una suora diocesana infermiera segue tuttora questa attività del centro, mentre noi all’ospedale ci occupiamo dei più gravi, con patologie legate anche al loro stato di malnutrizione. Attraverso un nostro intervento, l‘UNICEF ha fatto un piccole progetto distribuendo il latte terapeutico a tutta la zona attraverso l’ospedale generale che si trova in un altro villaggio a l2 km. da noi. Questa presa di coscienza generale della situazione ha diminuito il numero di bambini malnutriti, ma a noi resta la continuità di questa realtà di malnutrizione ed abbiamo aumentato il numero dei pasti giornalieri. All’ospedale abbiamo anche adulti malnutriti. Quindici giorn fa é arrivato un uomo giovane che pesava 29 kg., l’abbiamo nutrito ed in cinque giorni é passato a 33 kg. e quando è tornato a casa sembrava un’altra persona. L’altra sera è arrivato un uomo di mezza età con i sandali in mano, dope cinque giorni di viaggio a piedi, gli abbiamo dato subite un letto, o meglio abbiamo messo un materasso per terra, perché i letti erano tutti occupati. Ora sta bene e tra qualche giorno si rimetterà in viaggio per ternare a casa. Io mi occupo di seguire il lavoro infermieristico e con gli infermieri locali cerchiamo di aiutare i malati con tecniche assistenziali sempre più appropriate. Seguo il deposito farmaceutico e il blocco operatorio, vegliando sulla sterilita dei materiali in sala operatoria. Il personale é attento ed ha imparato bene, ora bisogna dare degli stimoli perché non diventi un’attività di routine, ma si senta l’importanza e la necessità di lavorare bene, di essere sempre più professionali. E di me cosa dire, come vivo tutto questo tempo in Africa? soprattutto con la voglia di rimettermi in gioco ogni volta che riparto per tornare in Congo. Continue a fare il lavoro di infermiera e collaboro con il personale anche se con una certa responsabilità sull’assistenza ai malati, tutti poveri, perche la situazione del Paese non aiuta a migliorare le condizioni di vita. Il livello scolastico è molte basso, non ci sono libri di testo per gli alunni e solo pochi insegnanti posseggono qualche dispensa. Cerco di essere vicina a tutti coloro che vengono da lontano per curarsi, perche gli accompagnatori non hanno il posto nelle camere, per cui dormono nella recinzione dell’ospedale, sotto le capanne aperte. In questo periodo della secca, di notte fa freddo, ed io cerco di trovare per loro una sistemazione che sia al riparo, magari tutti in una camera o al centro nutrizionale se c’e una stanza libera. Seguo un po’ i bisogni di tutti. Dopo tanti anni, ancora non riesce a dormire se so che c’é qualcuno che si trova in una situazione di disagio e cerco di fare quello che posso. Cerco di stare vicino ai malati, soprattutto a coloro che vengono da lontano e affrontano tante difficoltà per curarsi, ed essendo lontani da casa, vivono situazioni di grande precarietà. La mia esperienza é fatta di incontri con le persone, nella sofferenza e nella gioia. Credo che alla base di tutto c‘é la certezza di una chiamata a vivere queste diverse realtà, E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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soprattutto in questi anni in Africa, dove ho toccato con mano la povertà come condizione di vita, l’ingiustizia, la sofferenza e la guerra. Sento di essere al pesto giusto quando condivido momenti di gioia e di sofferenza con la gente, come quando si riesce a cu rare qualcuno, a migliorare la condizione di vita dei malati che si affidano alle cure dell’ospedale, quando collaboro con il personale dell’ospedale per migliorare la nostra conoscenza professionale e quando incontro gli ex operai del cantiere e mi raccontano i loro disagi per non avere più un lavoro che li sostiene. Il Signore ha condotto la mia vita, malgrado il mio carattere e le mie fragilità, Lui é sempre stato presente ed è Lui la ragione della mia vita e di tutta l’attività di questi anni. Posso solo ringraziare il Signore per tutto quello che ha fatto per me e ciascuna missionaria per il sostegno costante nella preghiera. Sono felice e ringrazio il Signore per come si è manifestato nella mia vita.Un saluto a ciascuna. Graziella (da DialogoN5 ott 2010)

KHALID, SCRITTORE E CARCERATO di Siro Ferrari Come ogni settimana faccio chiamare a “colloquio” (in gergo è l’incontro dell’assistente volontario con i detenuti) Khalid, ragazzo marocchino di 25 anni, moglie italiana, che gli ha dato due gemellini. Nell’incontro di oggi dovrei congratularmi con lui per il suo componimento, veramente indovinato, che ha fatto meritare la lode piena da parte della commissione del concorso letterario interno “E’ all’aria!” (così si dice, dentro, di chi sta “passeggiando” all’aperto) mi ribadisce sbrigativamente l’agente di servizio. La risposta però non mi convince e, insistendo, vengo a sapere che il ragazzo é stato da poco ricoverato in ospedale per motivi precauzionali. Mi pare di capire. La conferma mi viene quando l’indomani lo trovo in una delle camere “blindiate” degli Ospedali Riuniti di Bergamo. Questi “pazienti”non stanno in normale corsia, sono separati dagli altri e rigorosamente custoditi per: il periodo di ricovero dagli agenti penitenziari, Supero l’accertamento di rito (tessera ministeriale, effetti personali da depositate) e sono al letto di Khalid, entrambi sotto lo sguardo vigile dell’agente presente ed anche della videosorveglianza, come un pericoloso latitante! La mia presenza lo tranquillizza. Da un anno, nei nostri incontri, raccolgo le sue emozioni e pezzi di vita. Pochi sono i suoi momenti di serenità, e li come poteva stare? L’ha condotto qui il colmo del terrore atroce di perdere i suoi bambini, che hanno compiuto l’anno lontano da lui, e che non vede dal giorno dell’arresto! Per di più lo tormenta che la moglie sta per separarsi da lui! Ci sono delle angosce che nessuno può comprendere! Sono solo tue e pesano enormemente, come macigni! Il gesto disperato, da cui Khalid è stato “salvato”, non é servito a farsi valere! E’ forse cosi che riesci a strappare il diritto di essere “amato” da qualcuno? Sopra il letto d’ospedale tiene in bella mostra la foto dei suoi due splendidi bimbi, unica sua consolazione ! Lo abbraccio a lungo: non c’e tempo di dirci qualcosa. . . La scena triste non finisce li: noto con stupore che accanto ci sono altri due giovani immigrati, e un terzo é nell’altra camera di isolamento. Ricoverati in contemporanea per E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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aver tentato tutti in un modo o nell’atro di farsi “fuori”! Effetto “domino”? tutti dalla stessa condizione e luogo di pena! L’ultimo é legato mani e piedi al letto di contenimento, anche se non sembra in quel momento dare in escandescenze! Mi fermo un po’ con loro, mi sento autorizzato a distribuire qualche sigaretta. Dunque quattro tentativi di suicidio in pochi giorni nel carcere di Bergamo! Un “bollettino di guerra”, se penso ai suicidi, purtroppo “riusciti” quest’anno, e a ciò che significa, nella media, quasi uno che ci prova ogni 100 reclusi ! La tensione é fortissima: a chi toccherà prossimamente? La cosa mi mette in crisi più del solito su un “mondo” che frequento da anni e che ritengo di conoscere. Il carcere, si sa, é congegnato per tenere isolati i “reprobi” o i ritenuti tali. “E’ lecito accanirsi “legalmente” sulla sofferenza?” mi pare di scomodare il Cesare Beccaria! Non è facile interpretare quello che si nasconde dietro le “sbarre”. E’ a rischio la stessa dignità della persona, costretta in solitudine a dividersi il poco che si ha in spazi esigui, a reprimere affetti, a sentirsi in colpa con la “rabbia” nel cuore! I problemi di sovraffollamento, attuali non fanno che aggravare ulteriormente la già precaria situazione (pensiamo solo alla stagione della “canicola”). Con le mie visite cerco di condividere con loro del tempo, faccio avere qualche soldo che raccolgo per chi ne é privo. Ben poca cosa in mezzo a infiniti bisogni, loro sanno che non si può fare altro…. Soprattutto conta la disponibilità ad esserci, a costruire relazioni sincere, a fare amicizia. .. Li conquista il fatto che tu, in quell’ambiente “estremo”, li stai apprezzando per l’umanità che portano. . . Preoccupa inoltre che, più di una volta, il nostro paese viene segnalato inadempiente alla Suprema Corte Europea per violazione dei “diritti umani fondamentali”, in tema di trattamento penitenziario oltre che di “respingimento” immigrati. La notizia dai media fa scalpore al momento, poi tutto passa sotto silenzio come se nulla fosse. . (Da Comunicare condividere N 374)

CRISTIANI E MUSULMANI Un testimone, giovane e vecchio nello stesso tempo e anche apostolo della grazia del Prado, è vissuto prima in Libano, poi in Egitto durante venticinque anni. Condivide con noi una vita di presenza, di impegno e di annuncio di Gesù Cristo in mezzo ai musulmani, in una Chiesa minoritaria, come un seme piccolo che a poco a poco produce frutti. Come lui, ringraziamo il Signore per la sua vita e la sua testimonianza coraggiosa e viva. I. Ringraziamento Mentre scrivo queste righe, apprendo il decesso di mio fratello Yves, il più grande della famiglia, che avrebbe festeggiato, nel giugno del 20l0, i 60 anni di sacerdozio. E’ stato molto attivo e ha dato tanto nei vari ministeri da lui ricoperti (in particolare Briare e Sainte Jeanne d’Arc a Orléans) e si è impegnato per le persone più sfavorite (servizio sociale, immigrati clandestini). Era, per la famiglia, il punto di collegamento in quanto noi, i suoi due fratelli, E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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vivevamo molto lontano. Al suo funerale, ci sono state molte testimonianze, assai diverse e tutte orientate verso i più poveri. Cosa si può dire di quest’anno che volge al suo termine ? Al di là della vita ordinaria che ognuno vive per intrecciare una rete di relazioni fraterne, ci sono le cose inaccettabili e le cose ammirevoli. L’umanità va avanti o indietro rispetto alle sue realizzazioni e al suo vero progresso. Dal Cairo, dove vivo nello stesso appartamento da 35 anni, di cui 24 anni con Magdi, dove ognuno sente che ha bisogno dell’altro in mezzo alle tensioni inevitabili della vita e della missione, rendo grazie per quello che lo Spirito compie in ognuno e ognuna di quelli che incontro. II. La relazione e il dialogo tra cristiani e musulmani Nel rileggere le note di quest’anno, ho voluto scegliere un argomento solo : le relazioni tra cristiani e musulmani nella vita quotidiana. Innanzitutto, i dialoghi con il mio lattaio ; mi ha detto che studia seriamente i tre messaggi divini : ebraico, cristiano e musulmano, con l’aiuto della Bibbia e del Corano. Un giorno mi ha fatto una domanda su un versetto degli Atti degli Apostoli e quando gli ho dato la risposta, mi ha ringraziato, dicendo che la parola « pungolo » (At 26,14) non ha lo stesso significato nel Corano, aggiungendo : « Studio la Bibbia con cura, ma il testo del Corano è più sicuro perché viene direttamente da Dio. Credo nel messaggio dei profeti precedenti : Abramo, Mosè e Aïssa (Gesù), ma il messaggio finale si trova nel Corano. Hai già studiato il Corano ? » Gli ho risposto : « Si, ma tanto tempo fa ». « Vedi – mi disse – c’è una differenza : voi credete nei messaggi dei vecchi profeti della Bibbia, ma non a quello del Corano ; io credo nei messaggi dei vostri profeti, ma tu, credi nel messaggio del Corano ? » « Io non vedo nel Corano un messaggo venuto direttamente da Dio, ma lo rispetto come libro spirituale che anima la fede di milioni di uomini ! » Allora tira fuori il suo Corano e mi dice: « Per me, è scritto da Dio come messaggio definitivo ». Gli rispondo : « Certo, i contenuti della nostra fede sono diversi, ma ci rispettiamo come figli di Adamo credenti nel Dio creatore e unico ». « Si, sono d’accordo su questo » mi risponde. E ci lasciamo con un sorriso e una stretta di mano (mentre i clienti stanno aspettando). Riconoscere le nostre differenze in un clima di rispetto e di amicizia è una dimensione importante del dialogo, ma ne esiste un’altra, che è quella che ci avvicina ma non è stata espressa qui : è il nostro comune desiderio di affidare le nostre vite a Dio. Per loro, è la parola Islam ; per noi è la parola Qorban: ci consacriamo (con il battesimo). Qualche giorno dopo, nel servirmi il latte mi disse : « Leggendo la Bibbia, e più precisamente il Nuovo Testamento, vedo che solo quelli che credono in Gesù Cristo Figlio di Dio possono essere salvati. E’ scritto proprio così ? » Gli rispondo che per noi che viviamo la fede cristiana è vero, ma che per quelli a cui Gesù Cristo non è stato rivelato come lo è nel Vangelo, Dio, che è misericordioso e compassionevole, guarda il loro cuore ; e la cosa più importante è che siano sinceri nelle proprie convinzioni religiose e umane ricevute attraverso l’educazione. Essere persone di buona volontà e sincere con Dio e con gli altri è la cosa essenziale. Mi risponde : « Lascia perdere i dogmi della Trinità e dell’Incarnazione e torna al Dio Unico ». « Non posso rinnegare le convinzioni con le quali sono cresciuto e rispetto le tue ». Era visibilmente deluso… Voleva rimettermi sulla giusta strada … così come vorrei farlo io, ed è normale che sia così. Ilia è un mio collega, musulmano e molto fanatico. Un giorno, inavvertitamente ho preso il suo bicchiere per bere. Quando se n’è accorto, ha subito rotto il bicchiere. Non me la son presa con lui e mi sono scusato. Lo saluto sempre in modo caloroso e gli chiedo sempre come sta. A E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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poco a poco, il suo atteggiamento nei miei confronti è cambiato. Ed è evoluto ulteriormente in un’occasione particolare: i vari professori fotocopiavano i testi del Corano e non volevano che la carta usata a tal fine fosse mischiata con altra carta. Sono quindi stato molto attento affiché non succedesse. Ilia lo ha notato e mi ha detto : « Perché fai questo visto che non credi nel Corano ? » Ho risposto » « Perché ti rispetto come collega e come musulmano ; rispetto il libro che è sacro per te ». Un giorno, ho trovato dei fogli del Corano buttati nel cestino da altri colleghi. Gliele ho riportate, dicendo: “Ho trovato questi fogli nel cestino e non vorrei che tu pensassi che l’ho fatto io”. Quando mia madre è deceduta, è venuto in chiesa per la prima volta e mi ha accompagnato fino al cimitero. Mi ha detto : « Ti sto vicino in questa prova, e ti dico che sei un uomo sincero e rispettoso, e anch’io rispetto coloro che non la pensano come me ma sono retti ». III. Dare la propria vita per gli altri E c’è anche Mary che si prepara ad entrare come consacrata laica nell’Istituto Femminile del Prado. Sta preparando un dottorato in Scienze sociali per poter entrare più a fondo nell’ambito dei giovani rinchiusi per atti di delinquenza. Un giorno, un dottore dell’Università musulmana le ha detto : « Tuo fratello si è appena sposato, e tu quando pensi di farlo ? » Mary gli ha risposto : « Non penso di sposarmi ». Il dottore le ha detto : « Da voi c’è il celibato e, nel tuo caso, non sono sorpreso perché vedo che sei sempre preoccupata per gli altri, per il sociale, ed è quindi meglio se non ti sposi ». Alla luce di questi fatti, vedo che è molto importante rompere il ghiaccio per eliminare i pregiudizi non espressi tra noi. Voglio citare un altro fatto che dimostra la necessità di infrangere le cosiddette legislazioni che impediscono una buona intesa tra le diverse comunità : si è letto un giorno su un giornale che un un editto vieta ai musulmani di dare il sangue ai cristiani. Molti si sono offesi… ma questo viene da uomini dell’ambiente religioso… e i cristiani sono stati incoraggiati a fare altrettanto. Padre Samir racconta : « Nella mia parrocchia, c’è una persona gravemente ammalata. Dopo vari sforzi, abbiamo ottenuto un’operazione alle spese dello Stato. Ma hanno chiesto sette donatori di sangue. Ho trovato quattro cattolici, ma solo due di loro erano idonei a dare sangue. Ne ho cercato altri: un ortodosso ha accettato e lo ha proposto a un musulmano che è stato molto contento di essere stato contattato. Mi sono offerto anch’io. I medici sono stati sorpresi di fronte a questo nuovo gruppo e hanno accettato di ridurre il numero a cinque (due cattolici + un sacerdote + un ortodosso e un musulmano). Mi sono allora sentito più missionario che prete funzionario. » IV. Il rispetto per la vita e l’ambiente Il mondo vive una crisi economica senza precedenti : fallimento della corsa al denaro e al benessere per una minoranza, e con un eccesso di consumo che prepara una crisi ecologica molto più grave per le generazioni future. Esiste una saggezza umana ed evangelica che invita alla moderazione, alla semplicità : sapersi accontentare del necessario, non voler cercare sempre di più, ma cercare sempre il meglio : « Badate di tenervi lontanto da ogni cupidigia, perché anche se uno è molto ricco, la sua vita non dipende dai suoi beni ». Se tutti gli uomini cercassero la semplicità, la felicità degli altri in primo luogo, tutti sarebbero felici. Regolare il consumo è la via giusta perché ciascuno abbia il necessario. Con la sua povertà, Gesù ci ha arricchiti ! Michel LE BORDAIS, Il Cairo (Egitto) Da: Prêtres du Prado N° 105

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IO COME VOI NON SONO CHE UN MIGRANTE Dopo Ia Festa di Primavera, Andrea Attanasio, giovane medico che abita e lavora a Roma impegnandosi anche come volontario a favore dei migranti, ci ha inviato questa riflessione che ha preso spunto dall’intervento del Prof Splett e dall’esperienza vissuta a Solothurn. << Partire come migranti per incontrarne altri, città per città, unendo esperienze di vita, storie personali, speranze e delusioni. Così inizia il mio cammino non alla volta di Solothurn, né della Festa di Primavera, sebbene siano le mete dichiarate, ma alla scoperta di un’altra parte di me. Le relazioni: che grande fascino, quale grande enigma si cela dietro tutto ciò.. Talvolta siamo così presi da noi stessi e da ciò che crediamo siano le cose realmente importanti, da non accorgerci del mondo che ci circonda, delle sofferenze di un fratello, o della solitudine di un nostro amico... eppure ci professiamo come grandi amici, confidenti accorati ed empatici. Da quale angolazione vedere la cosa? Siamo forse noi a sopravvalutarci o non siamo in grado di avere davvero delle relazioni serie? Forse, in realtà, non sappiamo andare ancora oltre noi stessi, valutiamo noi e gii altri nel rapporto, di qualsiasi tipo essi siano, d’amore, d’amicizia o filiali, in base al diritto, al senso di giustizia. Si, siamo così convinti di avere il diritto di essere amati, capiti, ascoltati nel modo in cui crediamo giusto, “perché ne abbiamo il diritto”, da non capire che proprio li si sta giocando la nostra relazione con l’altro. Il prof Splett che ho avuto il piacere di ascoltare alla Festa di Primavera diceva: “Un rapporto fondato sul “diritto” non è una relazione, perché non ti mette nella condizione di poter ricevere” e continuava dicendo: “Come si può apprezzare davvero la grazia del ricevere se crediamo di averne diritto?”. I nostri rapporti allora saranno una pura mercificazione di emozioni sparse qua e la. Se poi contestualizziamo questa riflessione alla questione dei migranti, se nelle relazioni con loro rimaniamo solo sul piano del diritto, rischiamo l’indifferenza o altrimenti li allontaniamo perché rappresentano un problema! Ci diciamo poi che il problema é la politica, o delle altre sovrastrutture dietro cui ci fa comodo celarci, del resto noi che possiamo fare?l Andiamo al nocciolo della questione! II problema siamo noi. Siamo noi che crediamo che i nostri modi di vedere la realtà siano assoluti, per tutti, che la nostra maniera di vivere sia la normalità, Mi chiedo se nel confrontarci con gli altri abbiamo mai provato ad andare davvero oltre noi stessi, a pensare che ciò che per noi è giusto e sacrosanto forse vale solo per noi. C’e tanta gente vicino a noi che ha bisogno di essere ascoltata, confortata, capita forse solo abbracciata, ma noi spesso non ci avventuriamo dall’altra parte superando le nostre convinzioni, per amore dell‘altro, e questo non per risolvere i problemi degli altri quanto per condividerne la sofferenza, Cristo è venuto per amarci senza misura, per perdonarci, per condividere la sua natura divina con noi. II solo modo che abbiamo per giocarci nelle relazioni è farlo senza misura. Nella mia vita di ogni giorno c‘è sempre una lotta nell’andare verso chi è diverso da me, perché non posso avere la presunzione di poter capire tutto e tutti. lo non posso essere che me stesso e mettermi in gioco nelle relazioni, immaginando che esse siano un po’ come la “terra di nessuno”: non c’e un bon-ton da seguire, Tutto ciò è meraviglioso perché rende possibile la convivenza tra il nostro libero arbitrio con la nostra capacità di dare che si confronta spesso con il suo limite - e la grazia del ricevere:

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quest’ultima è proprio il dono che Io Spirito Santo ci fa. Credo che questa sia nel profondo la nostra natura: poter sperimentare noi stessi e I’altro toccandoci nella carne e nello stesso tempo, affidarci insieme nella speranza al nostro Creatore: qui possiamo incontrare insieme la grazia del ricevere andando oltre la carne stessa. A Solothurn ho incontrato vite, paure, volti, storie, e sebbene ne abbia ascoltato solo alcune, belle e brutte, nel cuore ho raccolto la speranza; speranza di un mondo migliore, non perché fatto da persone migliori, ma da gente comune unita non dal medesimo culto, colore della pelle, lingua o qualsiasi altra cosa possa venire in mente: ciò che ci accomuna è la voglia di fermarci lungo il nostro cammino per unirlo ad un altro e accompagnarsi per un tratto di strada. Ogni giorno nella mia vita, chiedo al Signore di aiutarmi ad ascoltare chi mi è intorno o chi mi chiede aiuto, Io prego affinché mi doni la grazia di riuscire ad andare oltre me stesso, per superare con il Suo aiuto i miei limiti. lo come voi non sono che un migrante in questo mondo, sono solo una persona che incrocia la sua vita e la sua storia con quella di altri migranti, ripetendo a se stesso e agli altri la dignità di ogni vita». Andrea Attanasio Da Sulle strade dell’esodo sett 201

PER RIFLETTERE Riportiamo questo prezioso contributo della prof Serena Noceti teologa offerto alla CIIS e, pensiamo, utile per tutti.

LA RISCOPERTA DEL SENSO DEL BATTESIMO DA VIVERE NELLA RADICALITÀ EVANGELICA E NEL CELIBATO PER il REGNO SECONDO LO SPIRITO DELLE BEATITUDINI

1. Questione di radice «La vita religiosa ha le sue profonde radici nella consacrazione battesimale»1: i padri conciliari articolano intorno all’immagine, fortemente evocativa, della “radice” la relazione tra vita consacrata e battesimo e consegnano così una chiave interpretativa basilare per comprendere la natura della stessa vita religiosa. A 45 anni dalla pubblicazione di Perfectae caritatis, nel pieno di un processo di recezione conciliare ancora aperto, alcuni interrogativi nascono immediatamente nel solco di questa sintetica e suggestiva asserzione: come le radici influiscono sulla pianta, sulla sua fioritura, sulla sua piena maturazione? Come la metafora vegetale ci può aiutare a cogliere il senso della vita consacrata, e più in particolare, della specifica vocazione e missione degli istituti secolari? E ancora più profondamente, come il segno della vita consacrata può aiutarci a cogliere dimensioni dimenticate del battesimo che fonda la vita e l’identità di tutti i cristiani? Accanto alla metafora della radice, altrettanto evocativa per avvicinarci al battesimo appare l’immagine della sorgente: tutti i cristiani nascono dalle acque del grembo materno della chiesa, fecondata da Dio stesso, come suggerisce simbolicamente la tradizione liturgica antica con il 1 

Perfectae caritatis 5.

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gesto, compiuto nella veglia di Pasqua, dell’immersione del cero pasquale nelle acque del fonte battesimale; veniamo alla luce dalle acque di un parto che ci dà al mondo quali nuove creature, come si esprime l’antica iscrizione del Battistero di s. Giovanni in Laterano, suggerendo in forma poetica gli elementi del divenire nuove creature nella rinascita battesimale. Qui nasce per il cielo un popolo di alto lignaggio, cui lo Spirito dà vita nelle acque da lui fecondate. Con virgineo parto, la madre chiesa genera in queste acque i figli che concepisce per virtù dello Spirito. Sperate nel Regno dei cieli voi, che rinascete in questo fonte, alla beatitudine non può aspirare chi nasce una sola volta. Questa è la sorgente della vita che irriga tutta la terra, scaturendo dalla ferita del Cristo […]. Nulla separa più i rinati: un solo fonte li unisce, un solo Spirito, una sola fede. Nessuno si spaventi del numero o del peso delle sue colpe: sarà santo chi rinascerà da queste onde2 Le due immagini, delle radici e della sorgente, rimandano il nostro sguardo al momento generatore fondamentale della nostra identità cristiana: la prima suggerendo il richiamo alla linfa, che dalle radici sgorga e segna l’intera pianta, e alla solidità che la radice garantisce; la seconda spingendoci a considerare prima di tutto la dinamica di nascita e rinascita propria del battesimo. La riflessione sul battesimo3 appare già nel ricorso a queste due figure “dinamiche” non limitabile al solo momento celebrativo iniziale: veniamo spinti a considerare l’identità battesimale dei cristiani, resa possibile da un dono iniziale e chiamata a svilupparsi progressivamente in una appropriazione mai terminata. Interrogarsi sul senso del battesimo oggi chiede di oltrepassare una lettura individualistica e reificata della grazia, spesso diffuse nel sentire comune e nella stessa pubblicistica, per assumere una visione dinamica e personalistica del battesimo: si tratta di guardare al “battezzato”, a colui/colei che rinasce dalle acque battesimali, senza limitarsi alla sola considerazione del gesto sacramentale, quale atto isolato. Il battesimo è principio e dono di una identità, quella cristiana, che si dà nel divenire; quando è celebrato nella forma diffusa del battesimo neonatale, esso costituisce l’inizio dell’iniziazione, quando lo è nella forma di “battesimo dei credenti (adulti)”, è parte dell’iniziazione; in tutti e due i casi è dono a cui segue uno sviluppo dinamico, un’appropriazione che dura tutta la vita. Il battesimo è radice e sorgente della soggettualità del cristiano, sacramento che costituisce un vero e proprio spartiacque nell’esistenza: nessuno, infatti, nasce cristiano; ognuno lo diventa in Iscrizione sul Battistero di S. Giovanni in Laterano. Aa.Vv., Iniziazione cristiana, Morcelliana, Brescia 2002; M. Aliotta (ed.), Il sacramento della fede. Riflessione teologica sul battesimo in Italia, S. Paolo, Cinisello B. 2003; P. Caspani – P. Sartor, L’iniziazione cristiana oggi. Linee teologiche e proposte pastorali, Centro Ambrosiano, Milano 2005; P. Caspani, Rinascere dall’acqua e dallo Spirito. Battesimo e cresima sacramenti dell’iniziazione cristiana, EDB, Bologna 2009; L. Girardi, Battesimo e confermazione, in Aa.Vv., Corso di teologia sacramentaria, II, Queriniana, Brescia 2000, 95-187; G. Padoin, Battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo. Teologia del battesimo e della confermazione, EDB, Bologna 2008; C. Rocchetta, I sacramenti della fede, EDB, Bologna 1988, 257-322. 2  3 

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questo passaggio fondamentale, che trasforma trasfigura la nostra esistenza. Tre passaggi appaiono rilevanti in questa dinamica: pensare i tratti fondamentali dell’identità che nasce da questo nucleo generatore; pensare le forme in cui questo intercetta l’esistenza; pensare l’essere cristiani nella prospettiva della memoria, della creatività, della responsabilità. Punto focale e unificante per la riflessione sarà il richiamo alla prospettiva escatologica, al Regno di Dio: l’identità cristiana di coloro che sono rinati dal fonte è orientata e qualificata da un riferimento al “definitivo” ormai presente nella storia della persona, un’identità a servizio del Regno di Dio nella chiesa (vocazione), un’identità in divenire e in cammino verso il Regno, fine ultimo di ogni esistenza e della storia umana intera. L’identità del cristiano, che viene configurata nelle acque battesimali per la partecipazione al mistero pasquale, è una identità escatologica. Nella comune radice battesimale, in questa chiave si può comprendere lo specifico e la radicalità della vita consacrata e la forma propria nella quale le relazioni (con le cose, con se stessi, con gli altri) vengono a essere trasfigurate. 2. questione di identità I. nati di nuovo/nati dall’alto – nati da Dio I testi biblici sul battesimo da un lato4, e le parole e i gesti del rito battesimale dall’altro, mostrano che nel momento sacramentale è in gioco prima di tutto una “questione di identità”: chi è il cristiano? Chi è il credente che è nato/rinato da questo fonte? Il rito battesimale inizia, infatti, con la domanda rivolta dal celebrante ai genitori «Che nome date al vostro bambino?». Il nome richiama l’identità della persona, la sua irripetibilità e singolarità; il nome viene pronunciato davanti alla comunità e si allude alla natura dialogica dell’identità umana. Il nome del bambino verrà poi ripronunciato nel momento dell’immersione battesimale, insieme a un altro nome – quello del Dio trinitario: «N.N. ...ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito santo». Ci viene così suggerita, dalla logica rituale, la continuità di una identità umana (naturale) espressa in un nome pronunciato/chiamato dalla chiesa e insieme la discontinuità di una nuova condizione: l’identità del singolo essere umano è ora correlata all’identità del Dio rivelato manifestato da Gesù. Nel battesimo si opera una vera e propria rideterminazione di identità. L’identità del cristiano è determinata cristologicamente, configurata dalla relazione con Cristo, con la sua morte e risurrezione5, ed è qualificata ecclesiamente, perché chi viene battezzato nella fede della chiesa viene incorporato al corpo di Cristo. La soggettività del cristiano è quindi costitutivamente intersoggettiva, in relazione a Cristo e alla sua chiesa, della quale si diventa soggetti co-costituenti, partecipi in modo unico e singolare. Accanto a questi due tratti, più frequentemente ricordati nelle riflessioni teologiche e spirituali sul battesimo, un’altra prospettiva, troppo spesso dimenticata o sottostimata, appare qualificante: l’identità battesimale è una identità escatologicamente determinata. Chi rinasce dall’acqua e dallo Spirito diventa, nella chiesa, cittadino del Regno di Dio, accoglie la venuta del Regno di Dio in Cristo e ne è accolto. Chi viene battezzato riceve una identità aperta, tesa tra il “già” del Regno e il suo compimento non ancora avvenuto: la nostra identità è per certi aspetti “completa, ma in/compiuta”. Nel testo battesimale per eccellenza del IV vangelo6, Nicodemo interroga Gesù su come sia possibile 4  5  6 

Rm 6,1-11; 2Cor 3,17; Col 3,9-10; Gal 3,26-28; Gv 3,1-15; Rom 8,1-17; 1Cor 12,12-13. Col 2,12; Rm 6,1-11 Gv 3,1-8.

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«vedere il regno di Dio» e su cosa sia necessario fare possibile per «entrare nel Regno di Dio». Gesù risponde a questa domanda rinviando a un necessario rinascere “di nuovo e dall’alto”, secondo il duplice significato portato dall’avverbio anothen: rinasce di nuovo/dall’alto chi rinasce da acqua e Spirito santo, chi rinasce da Dio, chi accoglie il dono di una vita nuova e di una nuova identità, affidata e custodita nel mistero pasquale, resa possibile dal dono dello Spirito di vita e di santità In questa prospettiva, che guarda alla sorgente battesimale di identità cristiana e insieme al suo fine ultimo, possiamo ricomprendere tanto la santità, quanto la vocazione. II. Uomini e donne delle beatitudini Alla dimensione escatologica ci richiama un testo cardine nel vangelo di Matteo: il proclama delle beatitudini, insegnamento e manifesto antropologico (e non morale) con il quale Gesù apre il suo primo discorso7. La Magna Charta dell’umano realizzato (come Gesù l’uomo delle beatitudini per eccellenza mostra) e del cristiano apre la predicazione pubblica di Gesù e orienta l’autocomprensione del cristiano. L’uomo/la donna delle beatitudini sono quelli che fioriscono -per la radice cristologica- in una prospettiva escatologica; la “paradossale realizzazione” che queste parole consegnano non è comprensibile se non in chiave escatologica. Gesù maestro ci insegna a riconoscere con queste parole le coordinate della nuova identità che abbiamo ricevuto in dono, ci mostra come agire nella storia, da cittadini del Regno di Dio nella fedeltà che al mondo. Essere cristiani comporta il confronto, a cui non è possibile sottrarsi mai, con un mondo segnato da lacrime di tanti, dal rifiuto della giustizia e della voce dei profeti, dal bisogno estremo di milioni di persone. Il mondo nel quale viviamo – ci dicono le beatitudini – è segnato da una ambivalenza radicale; i persecutori e gli oppressori, i negatori della giustizia e della pienezza di vita, sono insieme e vivono accanto a miti, operatori di pace, poveri in spirito, perseguitati a causa della giustizia. Davanti alle logiche del mondo lo sguardo di Gesù è “altro”: vede con chiarezza e lucidità ciò che c’è nella storia, ma di fronte alle realtà davanti alle quali alzeremmo solo la parola del lamento, il Cristo pronuncia la parola “beati”, la parola cioè della felicità, della realizzazione, della pienezza di vita. La “chiave di senso” che ci permette di comprendere fino in fondo la forza paradossale e trasformatrice, ricca di speranza e insieme capace di lucida intelligenza della vita, delle beatitudini è racchiusa nella prima e nell’ottava beatitudine, le uniche due che presentano l’affermazione, con il verbo coniugato al presente, «di essi è il regno dei cieli». Il Regno di Dio, la comunione con Dio e con gli altri, ciò che è al centro della vita di Gesù, la sua passione e l’oggetto del suo annuncio, il senso delle sue scelte, la realtà che Gesù è venuto a instaurare e inaugurare nella storia dell’umanità (in lui il regno è già), appartiene (o meglio “è di”) ai poveri in spirito e a coloro che sono perseguitati a causa della giustizia. Poveri e perseguitati sono abitanti e “autori” del Regno di Dio, perché esso non si dà nella forma del possesso e del dominio, ma nella logica di una umanità autentica. Molti esegeti evidenziano il fatto che la prima beatitudine, in particolare, racchiude tutto il messaggio di speranza e di fede di Gesù; altrettanto si può dire, però, anche dell’ottava parola, dato il parallelismo esistente tra le due nella seconda parte del versetto, che costituisce la Sulle beatitudini: J. Dupont, Le Beatitudini, I, EP, Roma 1973, 513-1109; II, 513-625; 742-855; 856870; 873-947; 948-1050; R. Fabris, Vangelo secondo Matteo, Borla, Roma 1982, 111-124; J. Gnilka, Matteo, I, Paideia, Brescia 1990, 181-206; E. Schweizer, Matteo e la sua comunità, Queriniana, Brescia 1987, 83-119. 7 

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motivazione e ragione ultima del poter dire “beati”: l’appartenenza al Regno di Dio. Vorrei aprire la grande “cattedrale” luogo dell’incontro con Dio che sono le beatitudini, proprio a partire da quel “portale” che è costituito dal “Beati i perseguitati per causa della giustizia”. La giustizia, infatti, è al centro del discorso della montagna: Gesù pone a confronto la giustizia proposta ai suoi discepoli con quella dei farisei, una giustizia –questa- retributiva, che pone al centro e alla base dei rapporti umani prima di tutto la legge. È giusto – mostra Gesù nel Discorso della montagna - chi è come il Padre, chi vive nella fedeltà al rapporto di amore, in una relazione che non calcola mai e mette l’altro (ogni altro, prima di tutto il nemico e l’ingiusto) al primo posto. Sono cittadini felici e realizzati del regno di Dio coloro che hanno scelto la giustizia e lottano per essa, mettendo in subbuglio i potenti di questo mondo che li perseguitano. Gesù dichiara beati coloro che hanno scelto nei rapporti con Dio e con gli altri la logica di Dio steso, e non la logica del buon senso mondano. L’ottava beatitudine, per la centralità fondativa data dal tema della “giustizia”, è realmente portale che ci permette di ricomprendere le altre precedenti affermazioni: le altre beatitudini sono, in fondo, esplicitamente dello stile e dell’approccio alla realtà e alla relazione umana proprie di questi “beati giusti”. Essi sono “facitori di pace”, perché chi ha scelto la giustizia edifica rapporti di pienezza di vita per tutti e quindi realtà di pace, a tutti i livelli; essi sono “puri di cuore”, perché il modo e l’intenzionalità con cui giudicano il reale e le altre persone sono qualificati dalla “purezza” dello sguardo fiducioso e pieno di speranza di Dio stesso, sono animati da una interiorità profonda che sostiene integrità di vita e coerenza. I “giusti” sono coloro che sono “misericordiosi”, coloro che si pongono con lo stesso cuore di Dio nel perdono, nella generosità, nel soccorso e nella protezione del povero; sono quelli che sperimentano il bisogno della giustizia come avvertono i bisogni incoercibili del pane e dell’acqua, che non si possono eludere né rimandare. Chi fa della ricerca della giustizia il suo pane quotidiano non può però che sperimentare sofferenza e pianto, per ciò che non vede realizzato, per ciò che si subisce nella storia. Eppure, si è giusti, secondo Dio, se si reagisce da “miti”, opponendo “resistenza e resa” alla violenza che si subisce; è mite, lungi dall’essere passivo, chi è coraggioso e si compromette, ma senza schiacciare l’altro (anche l’avversario) e senza ricorrere ad alcuna violenza. Il giusto mite sa, infatti, dominare i propri impulsi e i propri istinti, per aprirsi al rapporto e alla esperienza e promozione di un diverso e nuovo modo di relazionarsi nella fraternità, nella pace. L’identikit del credente secondo le beatitudini viene così disegnato a partire dalla prospettiva centrale della “giustizia” come Gesù l’ha presentata e prospettata ai suoi discepoli: la giustizia tocca, infatti, la modalità di impostare i rapporti umani (pace), tocca lo sguardo sulla realtà e la modalità di prendere decisioni (puri di cuore), tocca il modo di pensare gli altri (misericordia), tocca i bisogni e i desideri (fame e sete), tocca le conseguenze dolorose che si sperimentano e tocca il modo di reagire (lacrime, mitezza). Che cosa c’è alla radice della felicità, della realizzazione, della beatitudine, che vengono dall’appartenere al Regno? La scelta stessa del regno di Dio e della sua giustizia. Al centro della fede cristiana, in Gesù, come per Gesù, c’è la scelta del regno di Dio e della sua giustizia così “altra” rispetto alla logica dei regni di questo mondo, alle verità di questo mondo, alle religioni di questo mondo. Chi vive così è “povero nello spirito”, curvato dalla vita, senza possessi, senza amici influenti a cui rivolgersi, senza poteri e ricchezze su cui contare se non Dio solo: chi attende tutto da Dio e si reputa mendicante davanti a lui sa che nel futuro, nel compimento E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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della storia, e in forma anticipata già ora, sarà chiamato figlio, vedrà Dio, troverà misericordia, giustizia, consolazione (cioè trasformazione reale e profonda della propria realtà), vivrà nel mondo secondo questa pienezza. Sono altrettanti aspetti del regno di Dio compiuto, come ci ricordano le parole del prefazio per la celebrazione eucaristica nella Festa di Cristo re citate da Gaudium et spes 39: «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace». L’uomo e la donna delle beatitudini vivono nella fedeltà alla storia, nel “già” impegnativo di una storia dove le relazioni e le logiche non sono quelle della beatitudini; giudicano la realtà, senza ingenuità, sempre nell’ottica del definitivo che si dà nel frammento anticipante, ma è sempre “oltre”; vivono nel “penultimo” sapendo di essere cittadini dell’ “ultimo”. Le motivazioni per cui Gesù afferma “beate” queste persone sono motivazioni messianiche ed escatologiche: il Regno di Dio è già iniziato, ma come – dirà Mt 11,12 – esso soffre violenza; le condizioni di vita sembrano, infatti, smentire felicità e realizzazione, ma un tale giudizio non è secondo verità per chi coglie nella fede che il Regno viene nella storia e sa comprendere che le contraddizioni che incontriamo e che viviamo sulla nostra pelle sono il luogo della fecondità (misteriosa) di Dio. Le beatitudini, infine, sono una chiamata a leggere la storia in questa prospettiva, ad anticipare in noi, nella nostra vita in prima persona, queste logiche: esse ci invitano ad andare oltre ciò che siamo verso il nuovo che ci attende. È la prospettiva della liberazione escatologica che spinge a chiamare alla gioia e a una prassi secondo le beatitudini del regno di Dio. È possibile, nella speranza, proclamare l’anno di misericordia del Signore, annunciare Dio è schierato, ed è schierato dalla parte dei poveri e dei perseguitati; non si tratta di una parola banalmente consolatoria, ma dell’annuncio –impegnativo e coinvolgente- dell’avvento di Dio che è di liberazione piena. Per questo Gesù può dire “felici” coloro che noi consideriamo – secondo la logica del mondo – “sfortunati e infelici”. Le beatitudini ci salvano dall’inautenticità sul piano umano e insieme di restituiscono a uno sguardo autentico e reale sulla realtà. Sono parole che “capovolgono” il mondo e i suoi principi, ma nella lucidità di uno sguardo che non si chiude allo scandalo dell’ingiustizia, della povertà, dell’alienazione, vissuta da tanti. Non dobbiamo, infatti, mai dimenticare i tempi dei verbi delle beatitudini; il presente è il “penultimo” e non ancora l’ultimo, il definitivo, promesso e atteso. Allo stesso tempo questo nuovo ordine acquista valore anche per l’oggi, perché il già del regno è iniziato e non c’è da rimandare ma da anticipare nella chiesa e nel mondo questa logica, quella esperita dai poveri e dai perseguitati (“di essi è il Regno di Dio”) Il proclama di Gesù ci consegna al modo con cui Dio guarda la storia e gli uomini: sono le parole di una promessa di compimento (per quattro volte abbiamo un “passivo teologico”, che ci dice che è Dio a garantire che opererà perché il regno si compia) e di uno sguardo “altro” con cui dovremmo anche noi guardare la realtà, giudicare le persone, considerare il presente e il futuro. III. una nuova relazionalità L’identità battesimale, che ha al suo cuore lo spirito delle beatitudini, si articola secondo una nuova relazionalità: con Dio, con gli altri, nella chiesa. Ogni relazione e ogni criterio di strutturazione delle relazioni valido fino ad allora sul piano sociale, di appartenenza religiosa, di sesso, di consuetudini culturali, ne esce trasfigurato e ridefinito. La vita di santità – secondo E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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le beatitudini - è vita di fede, di amore, di giustizia, di riconciliazione, di pace, di mitezza; un nuovo stile di vita della comunità cristiana si deve allora affermare. Se questi elementi illuminano lo stile cristiano di tutti, ancora più profonde sono le implicazioni per la vita consacrata: le coordinate e i punti di riferimento, secondo i consigli evangelici, trovano qualificazione e senso proprio in questo orizzonte. 3. questione di vita I. viventi per Dio in Cristo Chi riceve in dono l’identità battesimale e diventa cittadino del Regno di Dio in Cristo, vive secondo una novità assoluta di questa “identità-in-relazione” di comunione e di questa “esistenza-nella-giustizia”; è chiamato a inverarla e attuarla nella sua carne e nella storia fino al compimento del regno di Dio: come afferma Paolo, «così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rom 6,4). Questa prospettiva, che correla dono di identità e appropriazione personale, è richiamata in due riti esplicativi del battesimo: la consegna della veste bianca, accompagnata dalle parole «siete diventati nuova creatura; vi siete rivestiti di Cristo» «portatela senza macchia per la vita eterna», e la consegna della luce, il cui senso viene esplicitato con le parole «siete diventati luce in Cristo. Camminate sempre come figli della luce, perché perseverando nella fede, possiate andare incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli». Le formule di consegna insistono sul verbo “ricevere”, a ricordare che la vita nuova di santità e la condizione di “figli della luce” sono ricevute in dono, e sulla prospettiva escatologica: il battezzato deve essere consapevole che la sua identità, assolutamente singolare e unica, in realtà è una identità accolta, ricevuta da altro, una identità che non ci si è dati né si è costruita con le proprie forze, ma che si è accolta da Dio e ricevuta nel grembo della chiesa; allo stesso tempo deve essere evidente che la dignità di coloro che sono rinati da Dio deve essere visibile e significativa, come esprime il segno della veste da indossare e della luce da mantenere accesa, nel mondo, luogo del venire del Regno di Dio. II. una vocazione battesimale, molte differenti vocazioni L’ultimo rito esplicativo del battesimo è l’unzione con il crisma; la preghiera ad esso correlata introduce ad un ulteriore elemento: quello della vocazione e missione che contraddistingue ogni battezzato. C’è una vocazione fondamentale, che è di tutti i battezzati: essere partecipi in Cristo e nella chiesa della missione messianica: Dio onnipotente … vi ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito santo, unendovi al suo popolo; egli stesso vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siate sempre membra del suo corpo per la vita eterna. Con l’unzione dello Spirito uomini e donne vengono consacrati e santificati, resi partecipi in Cristo della missione messianica, abilitati al dono e al compito profetico, regale, sacerdotale. I battezzati sono chiamati e messi in grado di offrire culto a Dio nel dono di se stessi per amore, con un sacerdozio dell’esistenza prima ancora che dei riti8; sanno leggere e vedere il mondo «secondo la risurrezione del Crocifisso» (G. Gutierrez) e sono abilitati ad annunciare il Regno di 8 

Rm 12,1-2.

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Dio in Cristo come profeti; sanno porsi nella logica della regalità di servizio, vera alternativa alle logiche del dominio e del potere come schiacciamento, asservimento, eliminazione dell’altro. Per il battesimo ogni cristiano è inserito, deputato, orientato da questa missione messianica, che è quella di Cristo e della chiesa: servire il Regno di Dio in parole e opere. Come illustra il capitolo II della Costituzione sulla chiesa Lumen gentium9, la fondativa dignità battesimale, comune a tutti i cristiani, si coniuga con una pluralità, ricca e variegata, di forme di vita e di ministero: all’unica “vocazione” battesimale fanno eco le molte e differenti “vocazioni” a servire il Regno di Dio nella chiesa e nella storia. I documenti conciliari ricorrono ai tria munera per delineare identità comune e missione messianica del popolo di Dio e di ogni cristiano e insieme declinano profezia, regalità, sacerdozio secondo specifiche sfaccettature per tratteggiare le diverse forme ministeriali di cui la chiesa è segnata per l’esercizio della sua missione. Al cuore di ogni discernimento sulla specifica vocazione da vivere per il bene del mondo e della chiesa sta, in fondo, questa domanda fondamentale: come penso di poter e dover incarnare i tria munera nella mia esistenza di battezzato a servizio del Regno di Dio? secondo quale specifico voglio proclamare vitalmente e incarnare in modo visibile questi tria munera? Quale consistenza voglio loro dare attraverso la mia carne, la mia esistenza, i miei giorni, le mie relazioni alla profezia, alla regalità, al sacerdozio? III. gli istituti secolari Nella rete dei rapporti ecclesiali la comune vocazione/missione fiorisce secondo carismi diversi: sono modi specifici e “singolari” di vivere l’identità battesimale, di dare “carne” ai tria munera Christi et ecclesiae, di servire e annunciare il vangelo del Regno di Dio. Alcuni nella chiesa, infatti, evidenziano in modo particolare il venire del regno di Dio nella storia, altri ne sottolineano un compimento che attendiamo, altri ancora ci permettono con la loro vita e parola di percepirne dimensioni e aspetti (relazionali, di giustizia, di pace, di comunione nella differenza). È la vocazione fondamentale a “entrare” e “vedere il Regno di Dio” e la chiamata a servirne l’avvento, come chiesa, che qualifica in profondità la nostra identità di cristiani e cristiane e la vita di ciascuno: la causa del Regno di Dio chiede a tutti i cristiani “tutto”. In questo senso i “consigli evangelici”, pur da viversi in forme differenziate, sono dati a tutti i cristiani. Quello che determina allora in forma più specifica le molte forme di vita consacrata10 diventa allora la chiamata al “celibato per il Regno” e la scelta di una “attestata radicalità”; nel senso etimologico questa parola ci rimanda alla “radice”, a ciò che è essenziale, che il cristiano sa davanti a sé, nel “telos” (obiettivo, scopo) verso cui tutto deve convergere: il Regno di Dio stesso. Uso dei beni, relazioni umane, volontà, tempo della vita, tutto viene attratto dal Regno di Dio in modo radicale, quale telos di ogni vita, realtà però “non ancora presente in pienezza”: coloro che vivono la vita consacrata attestano –in una forma esistenzialmente coinvolgente e radicale- che il Regno di Dio instaura, propone, richiede relazioni nuove e sono chiamati a Lumen gentium 10-12. A. Lopez Amat, La vita consacrata. Le varie forme dalle origini ad oggi, Città Nuova, Roma 1991; J.M.R. Tillard, Vie consacréee. III. Sens et valeur permanente, in Dictionnaire de spiritualité‚ Beauchesne, Paris 1993, XVI, 706-722; J.B. Metz, Passione per Dio. Vivere da religiosi oggi, Queriniana, Brescia 1992; Th. Matura, Celibato e comunità. I fondamenti evangelici della vita religiosa, Qiqaion, Bose 1994; Aa.Vv., Carismi nella chiesa per il mondo. La vita consacrata oggi, San Paolo, Cinisello B. 1994. Cf anche Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita Consecrata (25 marzo 1996), 14-40: 20 [EV 15/471-560; 491]. 9 

10 �

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mostrare di fatto il “non ancora del regno”, richiamando ognuno al fascino umanizzante e alla nostalgia della ricchezza trasformatrice delle relazioni in Dio e secondo Dio. D’altra parte i laici sono coloro che attestano, prima di tutto nella compagine ecclesiale, il venire del regno di Dio nella storia e nelle culture umane11; sono “custodi” del divenire della chiesa attraverso e nel divenire storico, dal momento che la loro identità non si esaurisce in un rapporto “esclusivo” e “univoco” con la comunità cristiana; primariamente i laici richiamano -per la loro persona prima ancora che per la loro azione- alla venuta del Regno di Dio nella storia umana, a cui la chiesa guarda per definire se stessa: i laici sono quella parte della chiesa che «richiama la figura simbolica dell’estroversione della chiesa» (S. Dianich). Come richiamato da numerosi documenti magisteriali12, la vocazione specifica degli istituti secolari unisce “consacrazione” e “secolarità”13: in questa luce, nell’orizzonte del comune e differenziato servizio al Regno di Dio, lo specifico può essere forse individuato nel richiamare e servire “la complessità del venire del Regno di Dio”. Con l’esistenza personale, il lavoro, è un affermare “mai fuori dal mondo!” (perché il Regno di Dio viene nella storia, la signoria di Dio ha assunto il mondo come suo spazio proprio escatologico) e insieme richiamare, con la consacrazione, tutti al fatto che il compimento del Regno di Dio “non è ancora venuto!”. Per questo lo spirito delle beatitudini è richiamato come nucleo di spiritualità e di identità proprio degli istituti secolari: perché nelle beatitudini “il già” del presente del Regno è dichiarato (per i perseguitati per la giustizia e per i poveri nello spirito) e insieme il “non ancora” è continuamente attestato (davanti alla violenza, alla miseria, all’ingiustizia, alle lacrime che segnano la vita di tanti uomini e donne). IV. profezie “viventi” I membri degli istituti secolari vivono quindi ponendo “segni di profezia”. In una pluralità di condizioni esistenziali (non riducibile a un’unica configurazione) in particolare con il lavoro, l’attività politica, la presenza sociale, essi mostrano in modo significativo per tutti (credenti e no) che il “già del regno” (essenziale per il suo venire) non è ancora “tutto”, dichiarano che la “materia del Regno” che sono le realizzazioni di pace, giustizia, riconciliazione, bene, sviluppo poste dall’uomo e dal suo lavoro (cf. Gaudium et spes 39), è essenziale, ma insieme tengono aperta la consapevolezza che sarà Dio a dare compimento a tutto. Autonomia personale, coinvolgimento nella storia, senso di responsabilità si sposano alla coscienza dichiarata della gratuità, sempre sopravvenente, del dono di Dio che ha promesso il compimento. In questo gli istituti secolari – nel celibato per il Regno – vivono uno “spazio di profezia” radicale: il regno di Dio trasfigura ogni relazione umana, chiede un rinnovamento autentico dei rapporti tra le persone. Il riferimento a Dio, il riconoscimento del suo primato, mantengono lo spazio aperto all’oltre del regno di Dio e aprono ogni rapporto al senso del definitivo. In modo sintetico, lo specifico della vocazione degli istituti secolari si può racchiudere 11 � Sulla ministerialità dei laici: G. Canobbio, Laici o cristiani? Elementi storico-sistematici per una descrizione del laico cristiano, Morcelliana, Brescia 1987; M. Vergottini, La teologia e i “laici”. Una ipotesi interpretativa e la sua recezione nella letteratura, in Teologia 18 (1993) 166-186; C. Molari, Credenti laicamente nel mondo, Cittadella. Assisi 2007; S. Dianich – S. Noceti, Trattato sulla chiesa, Queriniana, Brescia 20052, 390-428; S. Noceti, Identità e missione dei laici nell’orizzonte del Regno di Dio, in Ricerca (2007) I-II 75-97. 12 � Provida Mater ecclesiae; Perfectae caritatis 11; Lumen gentium 44; Christifideles Laici 56; Vita consecrata 10 e 54. 13 � L. Borriello, Teologia e spiritualità degli istituti secolari, Ancora, Milano 2008;

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nell’essere custodi e garanti nel mondo e nella chiesa di una “interruzione consapevole”, radicata nella coscienza delle logiche e dei dinamismi del venire del Regno di Dio nella storia. Davanti al mondo, un’interruzione necessaria per mostrare senso e limite del progresso, parola di appello ad “alzare gli occhi” verso il giorno di Dio e dichiarazione che “Dio è essenziale e primario il riferimento a lui” (consacrazione); davanti alla chiesa, un’interruzione necessaria per mostrare (da laici) il necessario rimando al mondo per chiesa, parola di appello per mettere al bando ogni ecclesiocentrismo e dichiarazione che come “lievito” siamo chiamati da cristiani a servire il venire del regno nella storia (lavoro, autonomia personale). Vocazione unica nella chiesa, gli istituti secolari, pur nella differenza di carismi, spiritualità, opere, dicono che “il già del regno di Dio è aperto a ricevere da Dio il suo compimento”. 4. questione di memoria, creatività, responsabilità I. una vita realizzata La consacrazione battesimale colloca il cristiano in un “altrove fondatore” e su questa base la rinascita avvenuta chiede di essere inverata nell’esistenza. L’individuo, il cristiano in divenire, si trova collocato, inscritto, in un rapporto originario che dà alla sua vita un fondamento diverso dalla nascita biologica o dalla sua condizione presente. Il sacramento conferisce al soggetto una identità nella quale entrano in gioco e si intersecano significati che eccedono il suo essere naturale […]. Il cristiano è ora inscritto in una memoria fondatrice in vista di un futuro inedito; lo colloca in un Altrove fondatore che non coincide con lui e che gli permette di vivere la sua vita in modo altro14. Nel sacramento del battesimo il nome di ciascuno è trasfigurato e un nuova identità viene donata, ma è solo l’inizio della vita cristiana: si riceve e si accoglie, infatti, una “identità in divenire, di anticipo del Regno e di tensione verso il Regno di Dio nella sua pienezza”, si viene «inscritti nella memoria fondatrice in vista di un futuro inedito». È la natura dell’identità battesimale che implica quindi l’appropriazione personale e lo sviluppo di questa identità nella storia e attraverso la storia che ci vede protagonisti, nella chiesa, nel mondo. Se da un lato quindi rimane determinante il richiamo alla radice battesimale della storia personale «che a tutto deve bastare» (come scriveva poeticamente D.M. Turoldo)15, dall’altra il movimento di appropriazione comporta la scelta di itinerari diversificati nei quali inverare e realizzare i tria H. Mottu, Il gesto e la parola, Qiqajon, Bose 2007, 265.266.

14 �

Eppure avanti di passare riva, pace mi dona il sapere quanto saggia era la parola dettami ancora fanciullo da mio padre: che a tutto doveva bastare il battesimo; e di nessun’altra appartenenza, libera vita fossi 15 �

all’altra

a

segno della stessa fede. M. Turoldo.

D.

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munera. Ogni vita cristiana si dà sotto l’opera dello Spirito di Cristo, ricevuto nel battesimo, che rende possibile libertà e creatività, che gli sono proprie, verso il compimento/il fine (il telos), per poter dire come Gesù e in Gesù, alla fine della vita, «è compiuto» (Gv 19,30), ha raggiunto il telos, l’obiettivo, lo scopo per cui la vita è stata vissuta, la missione è stata posta. È la parola che ogni cristiano deve poter dire nella verità dell’identità nella morte: questa vita ha sviluppato tutte le sue potenzialità e ha raggiunto il compimento e la realizzazione nel raggiungere il telos, l’obiettivo, che ha guidato ogni passo, ogni azione, ogni scelta. II. una memoria attualizzante Il tempo della chiesa, nel “frat-tempo” tra il già del Regno in Cristo e il suo compimento definitivo, è il tempo della vita dei cristiani nella santità della comunione con Dio e con le persone (essenza del Regno) e dell’esercizio della vocazione/missione messianica a servizio del Regno di Dio. Nel tempo della chiesa ognuno è chiamato allora prima di tutto alla “memoria” (cosciente, consapevole) della sua propria identità battesimale, escatologicamente determinata, nel senso biblico del lemma “memoria”, cioè attualizzazione vitale. Per gli istituti secolari tale memoria attualizzante, vissuta come assunzione e realizzazione specifica dei tria munera, si declina come la responsabilità di essere un segno, di una parola, di un’azione di “interruzione” consapevole che richiama alla logica complessa del venire del Regno di Dio nella storia. La fedeltà alla terra, nel riconoscimento che Dio ha scelto il mondo come suo luogo proprio in Cristo, si coniuga in modo unico nel richiamo pressante rivolto a tutti a riandare all’identità escatologicamente determinata; la responsabilità, che è capacità di “rispondere” (come dice la radice della parola) alla realtà della storia umana, ai suoi bisogni, alle sue fasi, si declina nell’attestazione di un “oltre” non “altro” dalla storia umana stessa; la consacrazione vissuta come celibato per il Regno nella compagine delle relazioni umane, senza segni esteriori di appartenenza, si correla alla volontà di superare le distanze separatrici e una logica contrappositiva di sacro/profano che non appartiene al nucleo della fede cristiana, per edificare relazioni nuove nel mondo secondo Dio. Se ogni cristiano è allora coinvolto in questo compito e accoglie il rischio del servire il regno di Dio, ancora più radicale – nel frattempo e nel frammezzo – appare la condizione di chi appartiene a un istituto secolare: “arrischianti” – senza protezione – nell’annunciare l’”aperto” che è il Regno di Dio. Siamo gli arrischianti (Rainer M. Rilke, 1925) Come la natura abbandona gli esseri al rischio della loro sorda brama, e nessuno particolarmente protegge nei solchi e sui rami, così anche noi siamo, nel fondamento primo del nostro essere non particolarmente diletti. Siamo arrischiati. Soltanto che noi, più ancora che pianta e animale, con questo rischio andiamo, lo vogliamo; talvolta anche siamo più arrischianti (non per nostro vantaggio) della vita stessa; per un soffio più arrischianti … Ciò ci forgia, al di fuori della protezione, un esser-sicuro, là dove agisce la gravitazione delle forze pure; ciò che, infine, ci custodisce E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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è il nostro esser-senza-protezione, e che noi ci siamo rivoltati nell’Aperto, avendo visto la minaccia, onde, nel più ampio Cerchio, in qualche luogo, dove la Legge ci tocca, gli rispondiamo di sì.

In Biblioteca Abbiamo ricevuto I Membri Associati Agli Istituti Secolari Studio del can 725 Di Maria Victoria Hernández Rodríguez Il volume approfondisce l’argomento sui membri associati, una realta che trova espressione in molti Istituti secolari, sin dalla loro fondazione, oggi regolamentata a norma del can. 725 del CIC,. L’autrice analizza questa norma codiciale partendo dalla sua genesi e nelle sue fonti, arrivando a comporre un lavoro di interpretazione basato sullo studio degli elementi cardine nel canone. Grazie alle informazioni raccolte attraverso un questionario inviato a 160 Istituti secolari, si sono messe in evidenza le caratteristiche peculiari dei vari lstituti riuscendo a cogliere differenze anche sostanziali. L’analisi dell’applicazione del can. 725 nel diritto proprio di questi Istituti mette in luce una ricca realtà carismatica dai diversi risvolti giuridico-canonici, ‘ in cui vengono identificati i differenti modi di associare altri fedeli da parte dei medesimi, analizzandone i diritti e gli obblighi riconosciuti. lnfine, vengono individuate alcune peculiarità atte ad affrontare le difficoltà emerse dall’applicazione del canone in talune disposizioni di diritto proprio. *** Un interessante cofanetto curato da Marie Antoinette Perret Che raccoglie i quattro volumi intitolati: Breve storia dell’istituto secolare Dominicain d’Orléans L’albero e i suoi rami Il libro delle origini Il libro degli anni Si tratta di un prezioso studio sulle origini e sulla storia dell’istituto. Frutto di un grande amore di studiosa e di appartenente *** A fianco del Carmelo di Bruno Moriconi Un volume sull’Unione Carmelitana Teresiana fin dalle sue origini e la interpretazione della sua collocazione nel carmelo Contiene tracce di storia dell’Istituto secolare E-DIALOGUE • Nr 7 anno 2010

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