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distribuzione gratuita anno 17 - n. 1/2019 Gennaio / Febbraio

il grande

FREDDO L’INTERVISTA: Pronto Soccorso PREVENZIONE: Intolleranza al lattosio

BENESSERE: Riparare e prevenire PSICOLOGIA: Nello specchio dei social


distribuzione gratuita anno 17 - n. 1/2019 Gennaio / Febbraio

sommario SALUTE

IL GRANDE FREDDO

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Con la collaborazione di Marco Capelli e Lidia Rota Vender

NELLE FARMACIE CLUB SALUTE PENSA CON IL CUORE

PREVENZIONE INTOLLERANZA AL LATTOSIO

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Con la collaborazione di Maria Sole Facioni

L’INTERVISTA PRONTO SOCCORSO

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Intervista a Francesco Rocco Pugliese di Luisa Castellini

BENESSERE RIPARARE E PREVENIRE

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Patrizia Mantoessi

PSICOLOGIA NELLO SPECCHIO DEI SOCIAL Stefania Puglisi

Bimestrale di informazione al pubblico di Club Salute S.p.A. Anno 17, n° 1 Gennaio / Febbraio 2019 Reg. Trib. Lecco N. 10/03 del 22/09/2003 Direttore responsabile Luisa Castellini Comitato Scientifico Valentina Guidi, Rosanna Martino Hanno collaborato Patrizia Mantoessi Stefania Puglisi Impaginazione Sergio Muratore Moretti Editore - www.morettieditore.com Stampatore 44U S.r.l. - Via Tarvisio, 6 - Limbiate (MB) - Italy Associazione Nazionale Editoria Periodica Specializzata Socio Effettivo

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Un anno in salute Nel cuore dell’inverno, l’inizio del nuovo anno porta un’iniezione di entusiasmo e aspettative. Un’ondata di positività che ci conduce a riorganizzare l’agenda, a pensare a nuovi progetti e a quanto ci occorre per realizzarli. C’è chi li chiama buoni propositi e pensa che la metà non vedrà la primavera. Noi crediamo che siano l’energia necessaria per vivere ogni giorno con positività, premessa indispensabile di ogni successo. Il Gazzettino della Farmacia celebra il 2019 abbracciando come sempre salute e informazione. In questo numero pensiamo allora agli effetti del grande freddo sull’organismo, dal sistema respiratorio al cuore e scopriamo come una buona condotta, dall’abbigliamento alla nutrizione, possa fare la differenza. Presentiamo quindi due nuovi alleati della prevenzione cardiovascolare che i farmacisti Club Salute offrono in esclusiva ai propri clienti: Colenox e Omega 3 Puro. Proseguiamo poi con un approfondimento sull’intolleranza al lattosio. Dopo ci attende un focus sul Pronto Soccorso in vista della “rivoluzione” dell’organizzazione del triage, con un’intervista a Francesco Rocco Pugliese, presidente della Simeu, la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza. In questo numero ricco di notizie, non mancano le pagine dedicate al Benessere, che puntano l’indice sulla necessità di ripristinare un buon equilibrio dopo le feste, per affrontare al meglio l’inverno con lo sguardo già teso verso la primavera in arrivo. Non ultime le pagine di psicologia dove il selfie, autoritratto postmoderno per eccellenza, è il segno della necessità di riflettere su come la nostra presenza in rete influenzi la percezione che abbiamo di noi stessi. Ed è proprio guardandoci allo specchio che iniziamo questo 2019 per costruire con impegno e consapevolezza l’immagine di noi che più desideriamo. Con cosa iniziare ve lo suggeriamo noi: con una buona lettura, il vostro Gazzettino. Buon anno a tutti!

L.C.

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minore risposta alla termoregolazione, una ridotta percezione del freddo e la presenza di più malattie croniche. Non ultimi, chi soffre di patologie psichiatriche o assume psicofarmaci, alcol o droghe.

SALUTE

37°C e dintorni

IL GRANDE FREDDO con la collaborazione di

Marco Capelli

• Specialista in Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale • Vice Presidente Aiolp, Associazione Italiana Otorinolaringoiatri Libero Professionisti > dottorcapelli.it > aiolp.it

Lidia Rota Vender

• Specialista in Ematologia e Malattie Cardiovascolari da Trombosi • Presidente di ALT, Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari Onlus > trombosi.org

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Dalla maggiore esposizione ai virus agli effetti sul sistema cardiocircolatorio fino all’ipotermia. Cosa accade al nostro corpo alle basse temperature?

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a colonnina di mercurio scende ed è subito influenza. Ma non «solo». Le basse temperature possono aggravare le malattie croniche, in particolare dell’apparato respiratorio, cardiovascolare e muscoloscheletrico, senza dimenticare gli altri possibili rischi: geloni, ipotermia e congelamento nei casi estremi, ma anche traumi e cadute e intossicazioni da monossido di carbonio a causa del malfunzionamento di stufe e camini. A essere più a rischio sono i bambini e gli anziani. I neonati perché hanno un sistema di termoregolazione ancora immaturo e non possono comunicare. Gli anziani per via di una

Buoni comportamenti

L’uomo è un mammifero omeotermo e la sua temperatura interna, tra i 36°-37°C, è indipendente da quella esterna. L’organismo è capace di adattarsi alle diverse condizioni climatiche con la termoregolazione, producendo e disperdendo calore. Nel primo caso, sono gli alimenti a produrre il calore che è trasportato alle cellule dal sangue e impiegato nei movimenti muscolari, mentre la dispersione avviene con la pelle attraverso la sudorazione. A regolare il calore prodotto dal metabolismo è la tiroide. Il corpo non ha la stessa temperatura: gli organi vitali, interni, devono mantenere i 37°C mentre la periferia è spesso più fredda.

dalla tavola allo sport

Perché d’inverno ci ammaliamo di più?

In montagna. No alle imprudenze. Il clima può cambiare rapidamente. Informarsi sul meteo, vestirsi in modo adeguato, muoversi in compagnia, evitare sforzi intensi fuori allenamento.

«In condizioni di normalità, il nostro albero respiratorio è rivestito da un epitelio, una sorta di pelle composta da due tipi di cellule. La maggior parte sono ciliate. Le altre sono mucipare: producono del muco, un film sottilissimo di anticorpi (immunoglobuline A) che le ciglia trasportano continuamente intrappolando gli agenti patogeni che vengono così espulsi» spiega Marco Capelli, specialista in ORL. «L’abbassamento delle temperature oltre una certa soglia e le variazioni di umidità paralizzano le ciglia che non riescono più a far scivolare questo strato di muco e quindi a espletare l’attività preventiva. È per questo che d’inverno siamo più esposti ai virus. I più comuni sono l’Adenovirus, i rhinovirus, i coronavirus, i virus influenzali e parainfluenzali, questi ultimi parzialmente intercettati nel vaccino che per questo è consigliato a inizio stagione alle categorie più a rischio».

I geloni Compaiono quando la parte esposta, tipicamente le mani o i piedi, è umida o bagnata. La cute si presenta bianca o giallo-grigia e si avverte una sensazione di intorpidimento e prurito. Spesso il dolore è assente ma nei casi più gravi si possono verificare gonfiori e arrossamenti o comparire vescicole. Meglio consultare il medico curante.

In casa. Tenere la temperatura sui 18-20°C. Fare scorte alimentari per le ondate di gelo. Restare in contatto con parenti o vicini, soprattutto se anziani. All’aperto. Evitare le ore più fredde e fare attenzione a dove si mettono i piedi in caso di gelate. Nei viaggi in macchina, verificare il meteo, dotarsi di catene e portare acqua, cibo e abiti caldi.

Abbigliamento. Coprirsi con cappello, guanti e sciarpa. Vestirsi a cipolla: la camera d’aria che si forma tra gli abiti funge da coibentante. Alimentazione. Preferire bevande calde ma non alcoliche. Non dimenticare di assumere vitamine e sali minerali scegliendo alimenti ricchi di vitamina E e beta carotene come carote, zucca, patate, broccoli e mandorle, nocciole, olio extravergine di oliva. Alcol. La sensazione di calore prodotta è temporanea: ad aumentare è la quantità di sangue che circola sotto pelle. A causa di questa vasodilatazione, invece, il calore interno viene disperso. Quando l’effetto diminuisce, si avvertono i brividi: è il tentativo di compensare il freddo con l’attività muscolare. Non dimentichiamo che l’alcol riduce le capacità di reazione. Farmaci. Quelli per l’ipertensione e l’angina pectoris, i sedativi e gli ipnotici possono alterare i meccanismi di difesa dal freddo. Può essere necessario aggiustare i dosaggi della digossina e di alcuni farmaci per l’epilessia. Attenzione anche alle cure per l’ipotiroidismo e ai neurolettici. Sport. Come gli sforzi in generale, devono essere evitati da chi è cardiopatico o iperteso.

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Il cuore Le malattie ischemiche e i disturbi cerebrocardiovascolari sono le cause più frequenti di morte alle basse temperature. Il freddo agisce sul sistema nervoso autonomo regolando la pressione arteriosa e «restringendo e riducendo il passaggio del sangue nelle arterie periferiche causando la vasocostrizione. Inoltre il rene tende a trattenere nel sangue più acqua e più sodio. Questa combinazione, in un sistema circolatorio fragile, può scatenare un quadro di congestione acuta del circolo tipicamente presente nello scompenso cardiaco» spiega Lidia Rota Vender, specialista in Ematologia e Malattie da Trombosi. Da qui l’importanza di controllare alimentazione, peso, pressione e frequenza cardiaca, meglio se quotidianamente. «Una variazione di peso maggiore di 1 kg nelle 24 ore deve essere considerata un segnale di allarme e richiedere provvedimenti terapeutici, quali l’adeguamento della terapia diuretica per consentire il ristabilimento del peso ideale». Cardiopatici e ipertesi devono evitare gli sforzi al freddo: i rischi aumentano con pressione superiore a 140/90 e temperatura esterna inferiore ai 4°C.

Dai brividi al congelamento

Quando la temperatura esterna scende al punto da incidere su quella corporea, l’organismo cerca di ristabilire il proprio equilibrio diminuendo la dispersione di calore all’esterno con la vasocostrizione cutanea. Avviene una vasodilatazione della muscolatura profonda per far affluire sangue caldo nella circolazione centrale e i peli si rizzano, ma inutilmente, visto che non siamo dotati di pelliccia. A questo punto la tiroide aumenta il metabolismo basale e interviene l’ipotalamo: il ritmo cardiaco accelera e compaiono i brividi. Grazie a questi i muscoli sono in grado di aumentare di 10-20 volte la produzione di calore che però si disperde nell’ambiente. I brividi scompaiono se la temperatura interna scende sotto i 35°C ovvero se l’organismo entra in uno stato di ipotermia. In questo caso le difese dell’organismo diminuiscono e le funzioni fisiologiche rallentano. A 28°C il metabolismo basale è al 50% della norma e la pressione sanguigna scende in modo significativo. Tra i 32-35°C si verifica tachicardia accompagnata da brivido ma sotto questi valori i pazienti hanno bradicardia, con ritmo sinusale o fibrillazione atriale con rallentata attività ventricolare. La viscosità del sangue aumenta: a 25°C cresce fino al 173% dei valori normali. L’apparato gastroen-

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L’ordine della natura Un corpo sferico è più adatto ai climi rigidi perché a parità di volume la superficie è minore. Viceversa un corpo con appendici sottili (arti, orecchie) è più adatto al caldo perché una superficie maggiore facilita la dispersione. Da qui la regola di Bergmann: alta temperatura ambientale ridotta massa corporea, bassa temperatura ambientale consistente massa corporea. La regola di Allen, del 1877, afferma invece che gli animali a sangue caldo hanno estremità più corte nei climi freddi. Il principio sarebbe valido anche negli uomini. Un esempio? Gli Inuit e i Vatussi.

terico si blocca e si verificano sia ipoglicemia che iperglicemia. Dopo un’iniziale ipereccitabilità le funzioni degli organi subiscono un rallentamento: l’apparato più colpito è quello cardiopolmonare. La possibilità di andare incontro a ipotermia dipende dalla caduta di temperatura corporea e da vari fattori: ad esempio in caso di abiti bagnati (una caduta in acqua, una valanga) la dispersione di calore sarà più rapida. Quando i sintomi sono localizzati alle estremità (naso, orecchie, dita di mani e piedi) si parla di congelamento: quando sono diffusi di assideramento. L’ipotermia è considerata lieve tra 35 e 32°C, moderata tra 32 e 26°C, grave tra 26 e 24°C e letale se inferiore a 24°C.

Il primo soccorso In caso di ipotermia non bisogna strofinare, massaggiare, somministrare alcolici o cercare di riscaldare con acqua calda il soggetto. Con queste azioni si dirotta, infatti, il sangue dall’interno verso la pelle peggiorando la situazione. Meglio chiamare subito i soccorsi, tenere il soggetto sdraiato, portarlo in un luogo riparato e se possibile cambiarlo con abiti asciutti e somministrare bevande calde zuccherate. In caso di incoscienza il riscaldamento sarà fatto in ospedale con soluzioni riscaldate iniettate endovena.

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NELLE FARMACIE CLUB SALUTE

PENSA CON IL CUORE Omega 3, estratti di riso rosso fermentato e olio di oliva: la prevenzione cardiovascolare inizia da qui

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na buona alimentazione, una regolare attività fisica e tanta consapevolezza: la salute cardiovascolare si costruisce giorno per giorno con le buone abitudini e un ascolto costante del proprio corpo. Per questo è importante verificare periodicamente i valori del sangue, in particolare di trigliceridi e colesterolo. Per farlo bastano pochi minuti nella nostra farmacia di fiducia. In caso di ipercolesterolemia, un valido supporto arriva dalla natura. La Monacolina K del riso rosso fermentato ha infatti un’azione ipocolesterolemizzante perché inibisce il funzionamento dell’enzima che sintetizza il colesterolo con un meccanismo simile a quello condotto, a livello farmacologico, dalle statine. I polifenoli dell’olio di oliva proteggono invece i lipidi ematici dallo stress ossidativo. Entrambi - Monacolina K e polifenoli - sono presenti in Colenox, il nuovo integratore alimentare frutto dell’esperienza e della ricerca dei farmacisti Club Salute, offerto in esclusiva ai clienti. Un ciclo di tre mesi può contribuire a ristabilire una condizione di equilibrio, in particolare se condotto in associazione all’assunzione di Omega 3. Antiossidanti, alleati dei meccanismi di recupero cellulare, questi acidi grassi sono utili per l’equilibrio del sistema cardiovascolare e per normalizzare i livelli di trigliceridi e lipidi, senza dimenticare la loro azione benefica sulle ossa, la vista e la pelle. L’integratore Club Salute OMEGA 3 PURO supera gli standard internazionali GOED e IFOS, è ecosostenibile - perché proviene da acciughe e sardine che hanno un veloce ciclo riproduttivo - e contiene alte concentrazioni di EPA /DHA e vitamina E antiossidante. Si consiglia un dosaggio di 3 grammi/die per sei mesi per aiutare a diminuire i valori

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COLENOX

È un integratore alimentare a base di estratti standardizzati di riso rosso fermentato e olive. Contribuisce al mantenimento dei livelli normali di colesterolo nel sangue. Si consiglia l’assunzione di una compressa al dì per cicli di 60-90 giorni in associazione a OMEGA 3 PURO verificando i risultati con un test di autoanalisi.

OMEGA 3 PURO

Contiene un’alta concentrazione di EPA/DHA e di vitamina E antiossidante, il tutto con una purezza superiore agli standard internazionali. Assumere una perla di OMEGA 3 PURO al giorno è un gesto di prevenzione importante per aiutare a regolare i livelli di trigliceridi e lipidi e contribuire alla salute cerebrovascolare e alla capacità visiva.

di colesterolo e trigliceridi, che si possono verificare con un test di autoanalisi condividendo i risultati col medico e il farmacista, con i quali è sempre utile confrontarsi per un’assunzione corretta degli integratori. Una volta raggiunto l’obiettivo è bene continuare l’assunzione di una perla di OMEGA 3 PURO al giorno: un gesto importante per la salute del cuore, come dimostrano i risultati di diversi studi clinici internazionali. Dai laboratori dei farmacisti Club Salute, due nuovi integratori per sostenere la salute cardiovascolare.

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quasi la metà della popolazione soffre di intolleranza al lattosio: «al momento è in corso uno studio che ha proprio l’obiettivo di disegnare una mappa della presenza sul territorio». Altre ricerche mirano invece a identificare la dieta più idonea e i formaggi che perdono il lattosio con la stagionatura. Il caso del parmigiano è esemplare: «un tempo si pensava che perdesse il lattosio con 36 mesi di stagionatura. Oggi abbiamo dimostrato che bastano 12 mesi, addirittura 9 con il grana padano» con buona pace dei produttori, ma anche degli intolleranti che così possono contare su una buona fonte di calcio in più oltre a quello reperibile tra verdure (spinaci, radicchio, invidia, broccoli), nella frutta secca e nei latti fortificati.

PREVENZIONE

INTOLLERANZA AL LATTOSIO Molto diffusa, spesso passa inosservata per lungo tempo perché i suoi sintomi non sono specifici. Le forme, i test per la diagnosi, le attenzioni quotidiane con la collaborazione di

Maria Sole Facioni

• Dottore di Ricerca in Scienze biologiche e molecolari • Presidente e fondatrice di AILI Associazione Italiana Latto-Intolleranti Onlus > associaizioneaili.it

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trano caso, quello dell’intolleranza al lattosio. Perché la sua incidenza, davvero molto elevata, è indirettamente proporzionale alla consapevolezza sull’argomento. C’è allora chi pensa di essere intollerante al latte o allergico al lattosio. L’unica vera allergia è quella alle proteine del latte, dipende principalmente dalla caseina e obbliga a eliminare latte e latticini dalla dieta. Nel resto dei casi l’intolleranza è al lattosio «responsabile di una risposta che si concentra principalmente nel tratto gastrointestinale perché il lattosio non viene assorbito dalla mucosa» spiega Maria Sole Facioni, presidente di AILI, l’associazione che riunisce i latto-intolleranti. I numeri sono impressionanti anche se non sempre associati ai sintomi. Oltre la metà della popolazione mondiale soffre di intolleranza al lattosio con interessanti variazioni in base alle zone e all’etnia, dal 22% degli Usa al 70% dell’Europa meridionale fino

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alla quasi totalità nelle popolazioni asiatiche. «La verità è che tutti nasciamo per essere intolleranti, per non digerire più una volta adulti il principale zucchero del latte. È stata una mutazione genetica nell’uomo indoeuropeo avvenuta circa 7mila anni fa a determinare l’evoluzione con la digestione in età adulta». In Italia

I farmaci Il lattosio è impiegato in oltre il 20% dei farmaci con obbligo di ricetta e nel 6% di quelli da banco. Basti pensare che non esiste una pillola anticoncezionale senza lattosio in commercio. Anche gli integratori alimentari e i granuli omeopatici spesso lo contengono. La presenza, anche minima, dell’allergene è un problema serio per i malati cronici e in particolare per chi segue una chemioterapia perché agli effetti collaterali si aggiungono i disturbi dell’intolleranza. Da qui l’importanza di consultare sempre il proprio medico, di verificare il foglietto illustrativo o di fare una ricerca con la funzione Cerca il Farmaco disponibile su federfarma.it o tramite il prontuario ufficiale dei farmaci e degli integratori senza lattosio presente sul sito associazioneaili.it nell’area soci.

Quando si sviluppa? «La forma congenita, la totale assenza di lattasi, è rarissima, si manifesta fin dalla nascita e persiste tutta la vita. La forma genetica o primaria, è causata dal deficit di produzione della lattasi, quindi da una variazione del DNA, e compare con lo svezzamento o da adulti». Non ultima la forma secondaria, acquisita, che può essere transitoria se dovuta ad altre cause acute come una salmonellosi o le enteriti. Se invece la causa è cronica (morbo di Chron, linfomi, sindrome dell’intestino irritabile) l’intolleranza è destinata a durare. Importante il rapporto con la celiachia, che è la prima causa secondaria di intolleranza al lattosio «in relazione al danno che il glutine provoca sul villo intestinale con un appiattimento che interferisce con la produzione e la funzionalità della lattasi».

Dai campanelli d’allarme alla diagnosi

I sintomi corrono da dolori addominali crampiformi a meteorismo, digestione rallentata, stanchezza, gonfiore e diarrea o stipsi, ma non essendo specifici possono essere associati ad altre condizioni o intolleranze. Di rilievo l’associazione con altri cibi, legata al tempo dello svuotamento gastrico. Più questo è rapido (ad esempio con i carboidrati) più i sintomi sono intensi. Viceversa, ad esempio con l’ingestione di grassi, i sintomi possono quasi essere assenti. Inoltre, a seconda della carenza dell’enzima lattasi, i disturbi variano per intensità da una persona all’altra. «Nelle forme gravi l’impatto sulla qualità di vita è importante con disturbi intensi del tratto gastrointestinale, reflusso, problemi respiratori, tachicardia. Molte persone prima della diagnosi avevano difficoltà a recarsi al lavoro». Per avere la certezza dell’intolleranza, bisogna affidarsi a metodiche riconosciute e validate. La più

Occhio all’etichetta Eliminare il lattosio dalla dieta sembra facile, ma non è così. Oltre ai formaggi freschi - la fermentazione e la stagionatura lo eliminano in gran parte da parmigiano reggiano, grana padano e gorgonzola - e ai latticini, gelati compresi, bisogna stare attenti a una lunga serie di prodotti, anche insospettabili: salumi, dado, margarine non del tutto vegetali, patatine aromatizzate, cracker, impasto per la pizza, polenta, pasta ripiena, cioccolato fondente, snack. Il lattosio è aggiunto alle ricette di molti prodotti per le sue svariate proprietà fisico-chimiche ed è presente spesso negli alimenti trasformati come salse, ripieni congelati, hamburger, cereali. Le disposizioni di legge sulle diciture sull’assenza o la ridotta presenza di lattosio non sono ancora omogenee a livello europeo. Chi soffre di una intolleranza medio-alta non sopporta prodotti «delattosati» con lattosio residuo <0.1%. Il lattosio rientra nell’elenco dei 14 allergeni dettati dal Reg. EU 1169/2011 quindi deve essere ben evidenziato nella lista degli ingredienti.

diffusa è il Breath Test, che valuta la presenza di idrogeno nell’espirato prima e dopo la somministrazione di 20-25 g di lattosio a intervalli regolari nell’arco di 3-4 ore. La fermentazione provocata dal malassorbimento del lattosio aumenta la produzione di idrogeno, che il test rileva nel respiro. Più raro e mirato, il test genetico con un tampone orale: si può eseguire già a sei mesi dalla nascita e permette di distinguere la forma di intolleranza. «I due test vanno considerati come complementari e non alternativi. Se l’intolleranza non è genetica sarà infatti necessario capire a quale condizione sia secondaria».

La terapia È eliminare l’assunzione di lattosio. Per chi soffre di una forma primaria di intolleranza, in via permanente. Per chi ha una secondaria per 3-9 mesi: alla remissione dei sintomi, con ripresa della normale funzionalità intestinale, si reintroducono quantitativi di lattosio via via più elevati per valutare le reazioni.

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Come cambieranno le priorità di accesso? L’obiettivo è passare dai colori ai codici numerici e, al contempo, omogeneizzare la situazione. Oggi alcune regioni lavorano con 4 codici e altre, come la Toscana che da sempre ha anche il celeste, con 5. Con la riforma tutti i Pronto Soccorso dovranno lavorare secondo 5 scale di intervento. Dal 5, l’accesso senza priorità (il «vecchio» codice bianco) all’1, il più alto grado di emergenza (l’attuale codice rosso).

L’INTERVISTA

PRONTO SOCCORSO I codici numerici al posto dei colori nella riforma proposta per il triage. Le liste d’attesa, la necessità di incrementare medici e posti letto e di intercettare quel bisogno di salute che porta quasi sempre dove le porte sono aperte h24: la medicina di emergenza-urgenza

Intervista a

Francesco Rocco Pugliese

• Presidente Simeu, Società Italiana Medicina d’Emergenza-Urgenza > simeu.it di Luisa Castellini

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imentichiamo i colori e iniziamo a prendere dimestichezza con i codici numerici. Perché è a questi che la Riforma del Pronto Soccorso proposta dal Ministero della Salute affida la «rivoluzione» del triage con l’ambizioso obiettivo di migliorare la pratica clinica e diminuire i tempi di attesa. È il «vecchio» codice verde a sdoppiarsi per gradi d’urgenza, con una distinzione tra il paziente che ri-

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chiede un monitoraggio costante e le situazioni più stabili. Da qui si muove la nostra intervista al Presidente della Simeu, Francesco Rocco Pugliese, per una riflessione sulle prospettive del Pronto Soccorso che quotidianamente accoglie, oltre alle emergenze, un bisogno di salute che il territorio non sempre riesce a intercettare. Quali sono gli obiettivi della prossima riforma? La riforma di cui si discute oggi è il frutto di un lavoro molto intenso condotto due anni fa a un tavolo di lavoro tecnico-scientifico al quale ha partecipato anche la Simeu. I documenti allora elaborati oggi sono alla base di un nuovo tavolo di lavoro, più pratico, che ha tre nodi fondamentali: il riordino del triage, l’Obi (Osservazione breve intensiva) e il sovraffollamento. A nostro avviso troppi in un unico contenitore. Le linee guida devono ancora essere pubblicate: una prima sperimentazione inizia in Lazio a gennaio.

Quali risultati sono attesi? Nelle intenzioni del Ministero i nuovi codici ridurranno i tempi di attesa e la permanenza all’interno del Pronto Soccorso. Nella nostra esperienza, l’accesso del codice giallo (2) sarà più rapido ma gli altri, il 4 e il 5, aspetteranno di più. La ridistribuzione dei codici e dei tempi di attesa è a favore di quelli prioritari, con maggior urgenza, e condurrà a una migliore gestione clinica dei casi gravi. D’altra parte, gli accessi con minore priorità potranno invece avere il disagio di una maggiore attesa. Tutto questo perché i codici sono ridistribuiti sulla base dello stesso organico e delle stesse postazioni di visita. Quanti medici mancano all’appello in Pronto Soccorso? La situazione è diversa da una Regione all’altra, ma a settembre 2018 la Simeu ne ha realizzato una fotografia abbastanza chiara con una raccolta dati effettuata su un campione di 110 strutture d’emergenza che gestiscono 6 milioni di accessi l’anno (circa 1/3 del totale nazionale). I medici a tempo indeterminato nei Pronto Soccorso sono 5.800 e i precari 1500. Secondo le piante organiche delle Aziende Sanitarie dovrebbero essere 8.300: ne mancano quindi oltre 1000. Ad analoghi risultati è giunto anche uno studio della FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere).

Anziani, da quando? Le lancette dell’orologio si sono spostate anche in corsia. Se ieri gli over 65 erano considerati anziani, oggi il traguardo è a 75 anni. Dopo gli 85 anni si parla di grandi anziani: tra loro la percentuale di accessi è la più elevata per la fragilità e la comorbilità. Durante l’inverno le cause più frequenti sono i traumi e le malattie respiratorie.

I tempi di attesa La riforma proposta dal Ministero per il triage tiene in considerazione per la prima volta i tempi di attesa. Il codice 1 indica l’emergenza con accesso immediato. Il codice 2, entro 15 minuti. Il codice 3, entro un’ora e il codice 4 non oltre i 120 minuti. Infine, il codice 5 sarà riservato alle situazioni non urgenti con un accesso entro 240 minuti. L’attesa non potrà superare le 8 ore: dopo scatterà il ricovero in reparto o in Obi (Osservazione breve intensiva) per un periodo di 6-36 ore o il paziente sarà dimesso con affidamento alle strutture territoriali. Ma oggi quanto si attende in media al Pronto Soccorso? Guardando la media nazionale, a 8-12 ore dall’accesso l’85% dei pazienti viene dimesso e il 15% è ricoverato. Questo significa che nella maggior parte dei casi, grazie all’organizzazione e alle tecnologie disponibili in Pronto Soccorso, la situazione clinica viene risolta.

Quali sono le conseguenze dirette della carenza di medici? Ogni medico esegue in Pronto Soccorso quasi 4000 visite l’anno invece delle 3000 previste, tenendo presente il tempo medio di una visita completa. Si tratta del 22% in più: questa situazione mette a rischio la qualità delle cure e deve essere affrontata in fretta. Le borse di specializzazione per la medicina di emergenza-urgenza sono aumentate del 40% ma ne vedremo gli effetti tra 5 anni. Nel frattempo sono necessari altri interventi. Altri nodi fondamentali sono le postazioni di visita e i posti letto… Chi lavora in Pronto Soccorso sa bene che il problema principale è trovare un posto letto per il malato che ne ha subito bisogno. Anche il fine vita è un tema importante: non dovrebbe avvenire in Pronto Soccorso né nel reparto per acuti. Servirebbe una tempistica reale per assicurare ai pazienti una giusta collocazione: spesso un posto in hospice con una settimana di attesa è inutile. Non di-

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mentichiamo poi che il 30% del personale assiste i pazienti in attesa di ricovero e quindi non può seguire quelli in attesa. Spesso ci si reca al Pronto Soccorso anche per motivi legali, ad esempio in caso di piccoli traumi, con quale impatto? La piccola traumatologia rappresenta il 30% degli accessi. Se si cade nell’androne del condominio per dare il via alla procedura assicurativa è richiesto il referto del Pronto Soccorso. Poiché per aprire una pratica di invalidità è sufficiente un certificato medico si potrebbe snellire la legislatura in questa direzione. Naturalmente la grande traumatologia deve sempre essere trattata al Pronto Soccorso. A pesare sul servizio sono anche gli accessi inappropriati: sono davvero così numerosi? È difficile definire non appropriato un accesso. Prendiamo il caso di un paziente, anche giovane, con un forte dolore all’orecchio: l’otite necessita subito una cura. Si tratta di un bisogno di salute che deve essere intercettato sul territorio. Se questo non avviene, il cittadino si reca al Pronto Soccorso perché non ha alternative altrettanto immediate. Se pensiamo poi a chi vi arriva più spesso, gli anziani, fragili e con più patologie, definire quale sia un accesso inappropriato è ancora più complesso. Un ottantenne con la polmonite non può essere rimandato a casa, ma neppure rimanere troppo tempo col rischio di disorientamento o infezioni ospedaliere. Quali tipi di strutture bisognerebbe incrementare? Se il ricovero è riservato ai pazienti acuti e gravi bisogna individuare dove possano essere assistiti tutti gli altri pazienti, la maggior parte, che necessitano di cure meno intense di quelle ospedaliere ma maggiori rispetto alle domiciliari. Occorre ripensare l’organizzazione delle strutture intermedie, come quelle per la riabilitazione dopo gli eventi acuti o le RSA per i lungodegenti. Quali sono le reti che si sono sviluppate meglio? Le reti definiscono delle procedure standard di alta qualità nell’assistenza e dei percorsi, dai primi interventi alla riabilitazione. La rete dei traumi è ben organizzata come quella di cardiologia. Negli ultimi 5 anni si è sviluppata enormemente la rete delle Stroke Unit per l’ictus cerebrale con un miglioramento dell’approccio clinico: oggi il 25-35% dei pazienti viene trattato con trombolisi.

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Le proposte

sul tavolo della riforma Oltre all’aggiornamento delle linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero, sul tavolo della riforma ci sono molti altri punti. Sul piano operativo, una volta ricevuto il codice di triage si attiva il percorso diagnostico terapeutico assistenziale (Pdta). Grande attenzione allo sviluppo di percorsi specifici per intensità di cura (Fast Track, See and Treat), per le patologie dove il tempismo è essenziale (reti SCA, Stroke, trauma grave) e le condizioni di grave fragilità. Bambini abusati, donne vittime di violenza e anziani dovrebbero essere al centro di percorsi dedicati. Anche per l’Obi - l’Osservazione breve intensiva che accoglie pazienti con alta criticità e basso rischio evolutivo o, viceversa, bassa criticità ma potenziale rischio evolutivo - è previsto un aggiornamento delle linee di indirizzo. Sul versante del personale si valutano la presenza di counselor (per sostenere gli operatori e prendere in carico le situazioni critiche), di personale laico volontario e di una figura atta a garantire la sicurezza di cittadini e operatori.

Una domanda per i futuri medici. Cosa distingue la medicina di emergenza-urgenza? Chi si vuole avvicinare alla professione ha la certezza di trovare subito lavoro. Le gratificazioni sono altissime ma occorrono un adeguamento allo stress molto elevato e un grande spirito di sacrificio. Pensiamo ai piloti degli aerei di linea e da caccia: fanno la stessa professione ma non lo stesso lavoro.


BENESSERE

RIPARARE E PREVENIRE Chiuso il capitolo delle feste, i primi mesi dell’anno sono il periodo ideale per prendersi cura del proprio equilibrio. Drenare, idratare, ripristinare l’eubiosi: come affrontare i rigori dell’inverno pensando già alla primavera

Patrizia Mantoessi • Farmacista a Monza

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e feste sono già un ricordo, ma non per il nostro corpo. È il momento di ripristinare i ritmi e tornare a uno stato di salute ed equilibrio non solo per affrontare il resto dell’inverno, ma anche per prepararci alla primavera. Bastano alcuni gesti quotidiani per salvaguardare l’aspetto fisico ed emozionale. Prestare attenzione al respiro, alla nutrizione, alla quantità e alla qualità del sonno, alla pratica dell’esercizio fisico ma anche riflet-

tere su cosa ci rende felici e su quali pensieri positivi e negativi ci soffermiamo. Tutti questi “indizi” ci aiutano a capire se siamo stanchi, se abbiamo digerito male… se abbiamo imparato a gestire il flusso dei nostri pensieri per individuare eventuali problemi e affrontarli.

Fare il punto e prendersi cura della matrice

Non sono “solo” gli stravizi natalizi ma anche tutti i mesi precedenti nei quali, forse, ci siamo lasciati andare su più fronti - tavola, sport (poco), stress (troppo) - a condurci alla consapevolezza di avere bisogno di fermarci, di fare il punto della situa-

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zione per ripartire con maggiore slancio. Quel punto è la necessità di depurare e detossificare la matrice extracellulare (MEC). I principali segni di una matrice intossicata sono i crampi, i dolori muscolari, la lombaggine, le sciatalgie e le artriti. Ma anche l’edema e la ritenzione idrica, le brusche variazioni ponderali, le infiammazioni ricorrenti di cute e mucose. Non ultimi i disturbi del sonno, le reazioni similallergiche e quel senso di abbattimento mattutino contraddistinto dall’astenia. La MEC, precedentemente nota come tessuto connettivo di riempimento, è oggi riconosciuta come la struttura anatomo-funzionale dove avvengono tutti i processi di regolazione. È qui che vengono elaborate le comunicazioni centro-periferia, come le informazioni sull’ambiente favorevole o meno alla crescita e alla nutrizione e i segnali di allarme che attivano le strategie di sopravvivenza. Ed è sempre qui che transitano tutti i liquidi e i nutrienti e si accumulano le scorie metaboliche. La MEC è in grado di tamponare e di immagazzinare informazioni nella sua struttura a cristalli liquidi un po’ come succede nei microprocessori. In seguito all’alterazione del nostro bioritmo, la MEC può perdere alcuni suoi costituenti come l’acqua, l’acido ialuronico, i minerali e il collagene. Si può anche alterare per errori e disordini alimentari protratti nel tempo, per esempio in caso di un’alimentazione ricca di conservanti o di cibi acidificanti o nelle condizioni di stress prolungato. Situazioni, tutte, che aumentano la produzione di acidi e ne rallentano lo smaltimento. L’inevitabile conseguenza è la comparsa di dolori osteoarticolari, di crampi, mialgie, disturbi gastroenterici, pirosi, dispepsie, turbe dell’alvo caratterizzate da stipsi o dissenteria.

L’acidosi metabolica Per preservare la funzionalità della matrice è fondamentale la salvaguardia dell’equilibrio acido-base per mantenere a livello ematico e nella matrice stessa un pH il più vicino possibile a quello di uno stato di buona salute. Uno stato di acidosi comporta un’alterazione della funzione immunitaria che si traduce in un’alterazione della produzione di cellule del sistema immunitario. Secondo numerosi studi, se le cattive condizioni persistono possono contribuire a innescare numerose disfunzioni metaboliche e aumentare il rischio di molte malattie cronico-degenerative. Anche un continuo stato di allarme e resistenza, tipico delle situazioni di stress prolungato, predispone a uno stato di acidosi. Altre cause sono l’insufficiente apporto di liquidi, la carenza o l’eccesso di attività fisica, l’uso protratto di farmaci, il fumo e l’alcool.

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Un grande alleato: il microbiota intestinale Situazioni di stress e alimentazione scorretta nonché l’uso prolungato di farmaci modificano le condizioni di pH nei vari tratti intestinali alterando le naturali condizioni in cui dovrebbe avvenire la digestione. La scelta dei cibi, alcalinizzanti o acidificanti, ma anche la salvaguardia della flora batterica intestinale può contenere i danni. I fermenti lattici presenti nella flora oltre a concorrere al processo digestivo, mantengono integra la mucosa intestinale e svolgono un ruolo nell’elaborazione delle risposte immunitarie. La flora intestinale in equilibrio favorisce l’ottimale utilizzo dei nutrienti, previene le infezioni del tratto, normalizza la motilità, stimola il sistema immunitario, svolge un ruolo di prevenzione nelle neoplasie locoregionali. Per contro una condizione di disbiosi (squilibrio della flora) facilita l’assorbimento di sostanze tossiche che innescano lo sviluppo di patologie infiammatorie e allergiche. Infatti l’assunzione di cibo, la sua scomposizione e il suo assorbimento sono possibili grazie ad un processo complesso posto sotto il controllo del sistema nervoso, ormonale, immunitario e microbiologico, che consente la tolleranza degli alimenti che in quanto sostanze estranee scatenerebbero risposte patologiche. Eventualità che si verifica nei soggetti allergici e che in parte alcuni autori associano proprio ad una disfunzione della flora intestinale.

In pratica Idratare, tamponare l’acidosi, ripristinare l’eubiosi, fornire vitamine e minerali e aminoacidi, attivare un drenaggio linfatico degli organi emuntori per eliminare metalli pesanti e tossine sono le abitudini da perseguire in questo periodo per recuperare energie, stimolare il sistema immunitario per affrontare meglio l’inverno pensando già al prossimo cambio di stagione. Un valido aiuto proviene dai sali di Schüssler e dai drenanti linfatici, renali ed epatici. A noi la responsabilità quotidiana di ogni scelta. Cerchiamo di dedicare qualche minuto a noi stessi portando l’attenzione al ritmo del respiro, scegliendo consapevolmente il cibo da mangiare, praticando esercizio fisico e dormendo almeno 7 ore a notte. Entriamo anche in contatto con noi stessi imparando ad ascoltare e osservare i pensieri. Perché questi, insieme a credenze ed emozioni, influenzano il nostro stato di salute e le percezioni in una relazione profonda e assolutamente dialettica.


PSICOLOGIA

NELLO SPECCHIO DEI SOCIAL Trovata la posa perfetta, ecco lo scatto: dal selfie, autoritratto postmoderno, alla sua condivisione a caccia di like, come ci cambia essere in rete Stefania Puglisi

• Psicologo-Psicoterapeuta e Mediatore Familiare, Genova > dottoressapuglisi.it

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e regole della comunicazione sono cambiate. Carta e penna nel cassetto, per scrivere usiamo il computer e una serie di programmi che ci consentono di interagire on line combinando contenuti diversi in un canale visivo. La scrittura non rispecchia interamente il vissuto della persona, ma cerca di raggiungere il destinatario attraverso una presentazione di sé che è

spesso ideale o, quanto meno, che corrisponde alle aspettative degli altri.

La nostra immagine virtuale Gli autoscatti attirano l’interesse e l’attenzione. Il selfie sembra essere intimamente collegato ai meccanismi psicologici dell’identità condivisa, che è quella virtuale. Ma come si realizza? Ci si mette in posa e si fanno una serie di scatti alla ricerca della posa, dell’espressione, della luce e dell’inquadratura migliori. In seguito, alla foto scelta si applicano eventuali filtri, effetti grafici o ritocchi. Alla fine, spesso dopo diversi minuti dallo scatto, la foto così selezionata ed elaborata viene

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condivisa sui social. Questo perché cerchiamo di rappresentare noi stessi al meglio in una società fatta di immagini, dove il successo e l’autostima vengono confermati a suon di interazioni sui contenuti postati, che siano foto, messaggi, link o campagne.

Attenzione

Conoscersi attraverso gli altri Tutti usano i selfie: grandi e giovanissimi. È un modo per dichiarare al mondo: io esisto! Molti adolescenti definiscono ciò che sono o che vorrebbero essere o diventare. Si cerca di capire chi siamo e come riuscire a diventare migliori in base al confronto tra ciò che serbiamo dentro di noi e quello che socialmente viene apprezzato della nostra persona. L’autoconsapevolezza cresce nel corso di questa interazione. Ci osserviamo interiormente e dall’esterno e attraverso l’analisi diventiamo a poco a poco consapevoli delle nostre caratteristiche e della nostra posizione all’interno della società. Unendo la forza (e i rischi) dell’autoritratto con la comunicazione, i selfie diventano uno strumento per raccontarsi proponendo delle caratteristiche della propria personalità. Mostrarsi come uno sportivo postando le foto in palestra mette in risalto non “solo” la propria passione ma anche la capacità di gestire bene il tempo tra studio e lavoro, l’interesse per una vita in salute e la bellezza. Messaggi, tutti, che veicolati attraverso i social ottengono visibilità e riconoscimenti e, perché no, magari emulazione.

Gli effetti sull’autostima I selfie degli altri contatti (non per forza amici frequentati o conosciuti di persona) permettono di osservare altri possibili mondi. Si decide così a quale appartenere, come si vuole essere o quanto meno apparire. Cercare di fissare la propria identità, immortalando il momento, è una via per reagire all’instabilità e alla fluidità dei tempi e delle relazioni. Molte ricerche indicano che le persone che condividono più foto sulle loro reti sociali sono quelle la cui autostima si basa principalmente sulle opinioni degli altri. Spesso il loro stato emotivo dipende dal gradimento delle loro foto e dal volume delle interazioni.

Le occasioni Postare le immagini aiuta per certi versi a creare un diario e a conservarlo, sebbene in digitale e in modo pubblico. Meglio rifletterci bene prima di farlo. Attraverso gli scatti che postiamo possiamo riconoscere i nostri cambiamenti, gli stati d’animo e riviverli. La presenza sui social aiuta a volte a ritro-

alla prima impressione Quante volte abbiamo cercato sui social una persona che dobbiamo incontrare? Ormai è una pratica comune, che contribuisce a costruire una “prima impressione” dell’altro semplicemente osservando le sue fotografie, i selfie o i contenuti postati. Queste informazioni concorrono però spesso a formare un pregiudizio sulle caratteristiche di una persona ancora prima di stringerle la mano. Da qui il monito degli esperti a porre un’attenzione continua alla tipologia di contenuti postati, soprattutto personali.

vare vecchi amici, compagni di banco, amori quasi dimenticati. Non è, come sempre, la tecnologia a essere positiva o negativa, ma il suo uso. Anche i selfie non sono necessariamente un modo narcisistico di rappresentare noi stessi agli altri. Possono servirci per confermare la nostra serenità, gioire dei successi e del nostro slancio verso la vita. La lente che usiamo per vedere noi stessi è quella che ci permette di avvicinare gli altri: più positivo è il nostro modo di incontrare il mondo, più veritiera sarà l’immagine di noi che presenteremo nella realtà.

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