Il curioso caso di Benjamin Button

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◊◊◊ COMMENTO DI LISA Dopo aver terminato il racconto in appena una ventina di minuti, credo di esser rimasta almeno il doppio del tempo a fissare la parete della mia stanza, per capire se mi fosse veramente piaciuto o meno. Al termine del mio personale interrogatorio interiore, ogni tassello del puzzle era al suo posto. Per la verità, avevo già realizzato, nel corso della lettura, di esser rimasto deluso. Forse, la colpa, non è da attribuire a Francis Scott Fitzgerald quanto a David Fincher, regista del film ispirato al racconto breve, che invece è stato capace di farmi sognare dal primo minuto all’ultimo – e stiamo parlando di quasi tre ore di film – e ha quindi ingigantito le mie aspettative (il che mi porta a ribadire ciò che ho sempre pensato: mai guardare il film prima di aver letto il libro). La storia è abbastanza differente e riesco facilmente a capire il perché del riadattamento cinematografico. Fitzgerald doveva avere, senz’ombra di dubbio, una fantasia enorme, che non è stato, però, in grado di sfruttare al meglio. Non ho nulla contro i racconti brevi: se lo scrittore ha deciso che doveva essere breve, vuol dire che è giusto che lo sia. Ma il racconto breve è spesso sottovalutato, o meglio, preso alla leggera, il che è un errore madornale che Fitzgerald ha senza dubbio commesso. Un racconto breve, così come un libro di cento pagine o più, deve avere la capacità di incatenare il lettore al testo: incuriosirlo, divertirlo, emozionarlo, appassionarlo. Solo che deve riuscirci con molte meno parole: qui sta, appunto, la difficoltà nello scriverlo. E, ahimè, Fitzgerald non c’è riuscito – almeno non con me. Sia chiaro: il linguaggio utilizzato dallo scrittore è scorrevole e molto buono, tanto di cappello a lui, ma privo di introspezione, elemento a mio parere fondamentale per il coinvolgimento del lettore. Fitzgerald racconta della vita “al contrario” di Benjamin come avesse fretta di arrivare alla sua conclusione, alla morte tranquilla del neonato, momento in cui si lascia andare a più dettagli, come se la fine fosse ciò a cui a mirava dal Capitolo I. È come sentire qualcuno che ti racconta l’intera storia di una vita senza nemmeno fermarsi a prendere aria o inghiottire saliva. Manca anche l’elemento romantico. O meglio, c’è, ma di romantico ha ben poco. Lo scrittore ci fa capire che Benjamin non solo ha l’aspetto, ma ragiona anche come un cinquant’enne, eppure si innamora della bella Hildegarde esattamente come un adolescente: per il suo fascino. È entusiasta della passione di lei per gli uomini maturi (una Lolita del 1800?), ma l’avrebbe amata lo stesso se lei avesse provato repulsione nei suoi confronti – anzi, forse di più, visto che si tende ad amare alla follia ciò che non si può avere. Un amore superficiale, destinato a sfiorire in maniera direttamente proporzionale alla bellezza di lei, col sopraggiungere della vecchiaia e dei desideri da adolescente di Benjamin, che comincia a ragionare sempre più come un ragazzino. Che fine ha fatto l’intrigante storia d’amore impossibile dei due protagonisti del film – che si “incontravano a metà strada” [cit.] ? L’elemento ironico non manca e in certi punti ridacchiavo, devo aggiungere. Soprattutto nella parte iniziale del racconto, col protagonista che assecondava il padre, incapace di accettare la realtà, giocando coi giochi infantili che gli acquistava. Ho provato compassione per quel padre sconvolto e non sono riuscita a biasimarlo, perché ce l’ha messa tutta, comunque, per accettare tutte le stranezze del figlio - anche se nel modo sbagliato, tentando cioè di camuffarle – e non è veramente solo preoccupato per la sua immagine, altrimenti avrebbe semplicemente abbandonato il suo neonato anziano dove gli veniva prima. È umano: naturale che si preoccupi di cosa possono pensare gli altri. Ma alla fine, a suo modo, ha amato quel figlio com’è normale che sia. Quello che sembra vergognarsi davvero di Benjamin, invece, è il figlio, Roscoe, dipinto dallo scrittore come il classico damerino orgoglioso e pomposo, che di certo non si è guadagnato la mia simpatia, esattamente come la madre di lui in età avanzata. In conclusione, non posso che dire che gli ingredienti per creare un vero e proprio bestseller, un libro capace di conquistare il primato nel cuore di qualunque lettore, c’erano eccome, ma che Francis Scott Fitzgerald ha sicuramente sbagliato ricetta.


◊◊◊ COMMENTO DI ANDREA «Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo». Questa la citatissima di Woody Allen: vivere al contrario. Per il noto regista sembra essere una cosa favolosa: un’esperienza da fare! Esattamente all’inverso sembra invece presentarci il paradosso Francis S. Fitzgerald in Il curioso caso di Benjamin Button. Una storia paradossale, ricca di elementi assurdi che, pur rendendo la narrazione puramente fantastica, ci fanno respirare un po’ di realismo umano. Una storia che, dall’autore, c’è narrata d’un fiato e, d’un fiato viene automaticamente letta dal lettore. Come uno sguardo a volo d’uccello sulla vita di questo “curioso” personaggio e sul suo “curioso caso”. Infatti i tempi di narrazione sembrano coincidere pienamente con quelli di lettura. Rapidi sguardi, come quando ci si affaccia dal parapetto della finestra per guardare giù in strada: si percepisce appena qualche immagine, si ode appena qualche suono, si sente appena qualche odore nel’aere. Ma fermarsi lì significherebbe rimanere sulla soglia della porta. Il resto del cammino d’esplorazione è da fare con la mente, con la fantasia: dati gli spunti, far vivere i protagonisti. Dunque esattamente inverso a quello di Allen è ciò che trasmette il racconto di Fitzgerald. Mi riferisco alle condizioni del personaggio. Se il primo (ipotetico) sembra voler desiderare una vita all’inverso, Benjamin Button è un personaggio che soffre. È un personaggio che soffre la diversità: la diversità dal mondo. Non è un caso che molte volte, nella narrazione, vengono fuori frasi - rivolte al protagonista - che manifestano questo mal’essere. Frasi soprattutto attribuite al padre, alla moglie e al figlio di Benjamin: persone che vivono in stretto contatto con lui (nei vari anni), che condividono con lui la situazione paradossale all’interno di una società (quella borghese a cavallo tra fine del 1800 e inizi dello scorso secolo) fatta per lo più di forme, facciate e preconcetti. Il suo sembra essere un caso che, essendo condannato dalla società, non merita di vivere a contatto con la normalità. Qui il mascherare l’evidenza, mascherarla però sempre in modo ridicolo, tanto che - infondo - mai possa essere davvero nascosta! La vita “curiosa” è d’ostacolo e motivo di sofferenza anche per Benjamin, che sembra quasi voler discolparsi per una situazione in cui si trova fino al collo e in cui non è minimamente stato lui a infilarsi. Triste è, nelle ultime battute, il continuo e graduale rimando al “dimenticare”… L’aver finito di vivere e non poterlo neppure ricordare, ma dolcemente, lentamente, addormentarsi per sempre con l’innocenza di un lattante che nulla sente fuori di se. Un libro che, sinceramente, m’ha lasciato un po’ deluso. Quando sono arrivato all’ultima pagina ho detto: «E poi?». M’è sembrato concludersi troppo in fretta. Però sono contento d’averlo letto, almeno per essermi tolto la curiosità di saperne di più. Non ho ancora avuto modo di vedere il film, ma mi sembra di capire che è un tantino diverso da come qui è resa la storia. È stato bello partecipare a questa lettura collettiva, sennonché per il modo che ho avuto di approcciarmi al racconto e per il poter condividere qualche parola con qualcuno che sa di cosa sto parlando.


◊◊◊ COMMENTO DI TINA Allora Francis Scott Fitzgerald è uno dei miei autori preferiti, insieme a Jane Austen e quasi tutti gli autori classici, quindi nella mia piccola biblioteca non poteva mancare un suo libro... infatti avevo 19 anni quando ho cominciato ad appassionarmi alla lettura, e ad acquistare libri nella mia biblioteca. Il grande Gatsby di Fitzgerald fa compagnia alle opere della Austen, Twain, Brontë... Francis Scott Fitzgerald ti cattura con il suo modo di scrivere così naturale e scorrevole e con la sua fantastica creatività. Ti prende per mano e ti fa entrare fino in fondo nel suo mondo tanto che ti sembra di essere veramente con il personaggio... Benjamin Button nel pontile a discutere col padre... oppure con lui quando si iscrive a scuola, o quando si arruola .... insomma percorri la strada insieme a lui affascinata dall'assurdità del caso... ma vuoi vedere fino in fondo come va a finire. Questa sembra essere una prerogativa di Fitzgerald e dei grandi autori veramente con la A maiuscola. Però io che ho visto anche il film vorrei far notare alcune, anzi, molte incongruenze che ci sono tra libro e film. Innanzitutto nel libro il nascituro è un uomo già adulto di settant’anni alto 1.75, non un neonato raggrinzito dalla vecchiaia precoce... il nostro personaggio parla e comunica col padre e gli fa notare che vuole vestiti adeguati. La madre non muore dandolo alla luce, e il padre non l'abbandona all'istituto per anziani, anche se come primo pensiero l'idea gli era venuta. Comunque lo porta a casa e cresce con i genitori e il nonno. Il padre certamente cerca di crescerlo lo stesso vestendolo come un giovanotto, facendogli fare le scuole adatte all'età esatta che dovrebbe avere dall'anno di nascita, comunque coll'andar del tempo si sposa e ha anche un figlio - non una figlia come fanno vedere nel film. Lui ringiovanisce e piano piano in famiglia si sente inadeguato essendo diventato anche più giovane della moglie, per cui col passare del tempo sia moglie che figlio non lo vogliono più in casa perché pensano lo faccia a posta, uno scherzo… e perde così la sua famiglia. Ma il figlio lo terrà in casa finché perde completamente la memoria e termina col fatto che tutto intorno a lui scompare… il buio inghiottì tutto e nella sua mente non restò più nulla... per cui possiamo dedurre che poi morì, ma Fitzgerald non lo dice chiaramente... lo lascia dedurre al lettore, un abile mossa. Quindi come vedete ci sono tante cose diversissime tra il libro e il film che mi fa supporre che il film si sia ispirato soltanto al romanzo di Fitzgerald, “Lo strano caso di Benjamin Button”. ◊◊◊ COMMENTO DI ERICA Benjamin nasce vecchio e tra lo spavento del padre e delle infermiere, nessuno si chiede come stia la madre? Scherzo della natura e fantasia assurda, ma nessuno si chiede: com'è nato? La sua vita inizia così con un padre spaventato che non sa come convivere con un vecchio bebè, ma sopratutto non sa come presentarlo alla società. Questo diviene il problema principale e purtroppo se vogliamo ancora attuale: come mostrarsi alla società, cosa si aspetta la gente da noi, come ci vuole, come rispondere ai canoni dettati dall'epoca in cui si vive? Ed ecco che è più importante come vestire il vecchio Benjamin, con cosa farlo giocare, piuttosto di preoccuparsi di quello che prova, delle sue reali esigenze. Lo stesso problema riaffiorerà mentre invecchiando diventerà un piccolo ometto: allora il figlio vergognandosi di lui, lo farà giocare con il piccolo nipotino e lo nasconderà di nuovo alla società. Un mondo alla rovescia, e credo sia esattamente questo che lo scrittore intendeva comunicarci. Chi siamo e cosa siamo per gli altri? Estremamente attuale direi. Ancora non ho visto il film tratto da quest'opera, di David Fincher, ma sono curiosa di scoprire come ha interpretato questo “curioso caso”.


◊◊◊ COMMENTO DI CLAUDIA Nella Baltimora bene del 1860, in un mattino di settembre Benjamin Button si annuncia al mondo tra l’indignazione del medico e l’incredulità del padre. Mister Roger Button infatti non troverà nella culla un tenero fagottino dalla pelle di pesca e le gote rosee e carnose, bensì un vecchietto rugoso, con gli occhi fumosi e la barba bianca. I Button avevano sempre goduto di grande considerazione e rispetto, ma ora la loro perfetta posizione sociale sta per essere minata da questa stramberia della natura. Come riuscirà Benjamin a cavarsela in un mondo che va al contrario? In un mondo che invecchia ora dopo ora, mentre lui ringiovanisce? “Il curioso caso di Benjamin Button” offre molti spunti interessanti, però mi è parso che Fitzgerald gli abbia dato poco spessore. Forte è stata la mia delusione per il finale… ho letto l’ultima riga, pronta per voltare pagina e sapere come continuava e… BAM! Scopro che il racconto era già finito, chiuso in poche parole, senza uno straccio di riflessione sulla vita tanto singolare quanto unica di Benjamin. «Fitzgerald… ma perché? » E’ stato geniale, secondo me, ad inventarsi una storia così singolare, dove un bambino nasce vecchio, cresce ma invece di invecchiare, come nell’ordine naturale delle cose, ringiovanisce fino a morire in fasce. Ho anche apprezzato l’ironia iniziale del racconto, dove è evidente che Fitzgerald ha tutte le buone intenzioni di scimmiottare la casta abbiente di primo Novecento. E poi? Francis mi va a scivolare con un andamento pallido e un finale insignificante. Poche emozioni, niente picchi di tensione, scarsa consistenza… un’idea originale di partenza, ma che vale poco se poi non viene spremuta e non vengono tirate fuori le sue potenzialità. Avete presente i canovacci delle opere teatrali? Il canovaccio equivale ad uno schema, ad una stesura approssimativa dell’opera. Ecco… “Il curioso caso di Benjamin Button” mi è parso una sorta di canovaccio, dove vengono abbozzate le linee guida della storia senza approfondirle più di tanto, ma questo sicuramente indebolisce il coinvolgimento del lettore, rivelandola come una lettura poco appassionante. Che Fitzgerald abbia evitato qualsiasi tipo di commento o considerazione, optando per uno stile più asciutto, per lasciare spazio ai pensieri dei lettori? Potrebbe essere… ciò che mi ha fatto riflettere è stato come l’autore tratta un tema ancora oggi molto attuale: il diverso. Come si cerca di non sporcare la propria immagine, di apparire sempre come la società ci vuole e di salvare comunque le apparenze. Il finale, anche se non mi è piaciuto affatto, ha però fatto nascere in me un’altra considerazione derivata dal fatto che Benjamin si spegne dimenticando tutto, senza ricordare nulla della sua vita. Questo l’ho trovato di una tristezza immensa. Io credo che una persona che sia ricca o sia povera, buona o cattiva, bella o brutta, ordinaria o diversa… alla fine della sua vita, in quel preciso momento, quella persona è perfettamente uguale a tutti gli altri, una sola cosa la differenzia: i suoi ricordi. Il ricordo di una vita vissuta e dei sentimenti provati sono la vera ricchezza, il patrimonio che una persona si porta via con sé… e andarsene senza ricordare di aver vissuto penso che sia una delle cose peggiori di questo mondo. Secondo me l’autore avrebbe dovuto lavorare molto di più su questo, indagare maggiormente sulla psicologia del protagonista, approfondire anche il rapporto di Benjamin con la moglie, un rapporto inevitabilmente complicato e, ad un certo punto, compromesso a causa della crescita/decrescita del personaggio. A mio modesto parere, se Fitzgerald avesse insistito di più sui vari aspetti di questo racconto, “Il curioso caso di Benjamin Button” sarebbe diventato un libro indimenticabile, invece di essere ricordato solo grazie alla trasposizione cinematografica liberamente tratta dal racconto e diretta da David Fincher.


Credo, in tutta sincerità, che Francis Scott Fitzgerald abbia stretto fra le mani un diamante allo stato grezzo senza rendersene conto. Leggetelo se volete togliervi lo sfizio, io sono comunque contenta di averlo fatto; d'altronde è un racconto di poche pagine che porta via un pomeriggio e una serata al massimo… ma non è una storia che fa innamorare. ◊◊◊ COMMENTO DI TERESA A me è piaciuto molto e leggendolo ho trovato poesia, fantasia e nello stesso tempo realtà. La possibilità di riflettere e di cercare un'altra vita in un racconto divertente che ci fa sorridere. Le illustrazioni di Calef Brown dell'edizione che ho letto sono proprio belle. Penso di regalarlo a qualcuno per questo Natale. Si mi è piaciuto molto… ottima scelta. ◊◊◊ COMMENTO DI SIMONETTA Se l’orologio biologico va all’indietro: una storia e una critica alla società incapace di accettare chi è “diverso”. Personalmente ho ri-letto nell’edizione Donzelli- Guanda “La storia di Benjamin Button” da una breve novella di Francis Scott Fitzgerald, The curious case of Benjamin Button, scritta nel 1922, e pubblicata in questa edizione con le illustrazioni di Calef Brown, illustratore e autore di testi in versi e «nonsense» per ragazzi, molto popolare negli Stati Uniti proprio per la raffinatezza del suo tratto e dell’uso dei colori Benjamin Button: un breve ed originale racconto di uno scrittore, Francis Scott Fitzgerald, che ha giocato col tempo, un bel vizio per molti scrittori anche con l'idea suggestiva di raccontare una vita a ritroso. «Avvolto in una voluminosa coperta bianca, e in parte ficcato in una culla, stava seduto un vecchio dall’apparenza sui settant’anni. I radi capelli erano quasi bianchi, e dal mento stillava una lunga barba grigio fumo». Così comincia il racconto breve “di vita al contrario” Il curioso caso di Benjamin Button, scritto negli anni Venti da Francis Scott Fitzgerald, autore di molti romanzi ( Tenera è la notte, Belli e dannati). In una breve introduzione dell'edizione Donzelli, si scopre che lo spunto venne a Fitzgerald da una battuta dello scrittore Mark Twain:” La parte migliore della vita è all'inizio, la peggiore alla fine”. La prima pubblicazione avvenne nella rivista Collier's nel 1921 (o nel 1922 poiché le fonti sono discordi); la storia apparve, quindi, nella raccolta di racconti “ Tales of the Jazz Age” del 1922. Fitzgerald scoprì soltanto qualche tempo più tardi che la trama del suo racconto era identica a un'altra apparsa nei “Note-books” (“Appunti”) di Samuel Butler anche se non se ne può valutare l'attendibilità della dichiarazione Il testo che ho analizzato è sotto forma di graphic novel, in una veste inedita corredata appunto dai contributi del pittore statunitense, che segue tutta la storia con i suoi disegni, e con un’attenta traduzione di Bianca Lazzaro; il breve racconto mi è apparso particolarmente piacevole e accattivante. Fitzgerald aveva dichiarato che si era rifatto sì ad un’osservazione di Mark Twain che ah sua volta aveva ripreso il titolo del romanzo di Doris Lessing, Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse. Lo stesso Fitzgerald lo considerava “la cosa più divertente che io abbia mai scritto”, uno dei suoi racconti più divertenti anche per lo spunto che “la parte migliore della vita fosse all’inizio e la peggiore si concentrasse alla fine”.


È lo strano racconto di un uomo che “nasce” settantenne e vive la vita al contrario, ringiovanendo invece di invecchiare. Questa straordinaria graphic novel narra le bizzarre avventure di questo strano individuo che, in questa sua “vita al contrario”, vive comunque le tappe fondamentali dell’esistenza. Partendo da tale affermazione l’autore riuscì a “mettere in scena” questa parabola sulla vita che giunge in modo diretto al lettore. Un racconto breve e brillante, capace di trasportarci nella realtà senza tempo del protagonista. “Il mio nome è Benjamin Button, e sono nato in circostanze insolite” fatidiche parole che tratteggiano questa fiaba esistenziale ricca di pathos e umanità, un’avvincente e coraggiosa biografia immaginaria di un uomo nato con l’aspetto di un ottantenne, con la condanna a ringiovanire man mano che cresce, ripercorrendo a ritroso tutte le tappe della sua evoluzione fisica, ma conservando memoria e intelletto di un adulto. Il nostro Fitzgerald è l ‘impareggiabile cantore dello smarrimento e della nostalgia che hanno caratterizzato l’America nel delicato passaggio tra ‘800 e ‘900. Una curiosa novità Per me che “adoro” Woody Allen, è sembrata fantastica la sua riflessione sull’ ”incresciosa faccenda”: La cosa più ingiusta della vita è come finisce. Voglio dire: la vita è dura e impiega la maggior parte del nostro tempo. Cosa ottieni alla fine? La morte. Che significa? Che cos’è la morte? Una specie di bonus per aver vissuto? Credo che il ciclo vitale dovrebbe essere del tutto rovesciato. Bisognerebbe iniziare morendo, così ci si leva subito il pensiero. Poi, in un ospizio dal quale si viene buttati fuori perché troppo giovani. Ti danno una gratifica e quindi cominci a lavorare per quarant’anni, fino a che sarai sufficientemente giovane per goderti la pensione. Seguono, feste, alcool, erba ed il liceo. Finalmente cominciano le elementari, diventi bambino, giochi e non hai responsabilità, diventi un neonato, ritorni nel ventre di tua madre, passi i tuoi ultimi nove mesi galleggiando, e finisci il tutto con un bell’orgasmo! Una storia al contrario Ambientata nella Baltimora del 1860, in poco più di cinquanta pagine , l’autore descrive con semplice fluidità il “percorso inverso” di Benjamin Button, che per uno strano caso del destino nasce “vecchio”. Ingabbiato nella sua “ insensata vecchiaia”, incapace di capire dove sia l’ordine delle cose, Benjamin cresce sotto il critico sguardo della borghesia di Baltimora e di suo padre che con fatica deve accettarlo. Se pur a ritroso, gli anni scorrono per il bambino-vecchio che, incapace di fermare il tempo, si ritrova ben presto uomo dall’aspetto “maturo” e “questi anni di mezzo” regalano un po’ di serenità a Benjamin, che nella parte centrale del percorso della sua vita riesce ad andare a tempo con la realtà circostante. Ma tale felicità per il protagonista è effimera illusione, parentesi di una vita che lo rende protagonista e spettatore del tempo. Gli anni gli scivolano addosso trasportandolo in una realtà ben lontana da quella che hanno attraversato i suoi genitori , ormai vecchi, ma suoi coetanei; una realtà che pian piano perde colore come i ricordi di quel percorso vissuto al contrario, una realtà che sta a documentare la sua strana “de-crescita” e soprattutto una realtà che non può far niente per il suo percorso inverso, ed infine lo “abbandona” tra le braccia di una donna che si prende cura di lui, fino a quando tutto non è altro che buio e le fatiche di quella vita solo un ricordo ormai lontano, senza più sogni… senza memoria. «Poi, fu tutto buio... la culla bianca e le facce scure che si spostavano sopra di lui, e il profumo caldo e dolce del latte, svanirono tutt’a un tratto dalla sua mente». Questo Fitzgerald mi è apparso innovativo, rovesciando con maestria le naturali tappe dell’uomo con il donarci il “gusto del tempo”. Emotivamente credo che il lettore si identifichi con la “curiosa” realtà del fanciullo-nato-vecchio che si ritrova a dover fare i conti con la propria vita e la propria coscienza, scandita dai ritmi di una società che “affoga” distrattamente nell’attimo.


“Il curioso caso di Benjamin Button”, secondo me, tende a farci apprezzare la bellezza di ogni tappa della nostra “vita”, una specie di “vivi alla giornata” sottinteso si intravede tra le attente parole di Scott Fitzgerald arrivando in modo diretto all’inconsapevole lettore: emozioni contrastanti avvolgono tutta la narrazione che si forma pagina dopo pagina. A me è apparsa una lettura molto accattivante e stravagante, capace di coinvolgere e sconvolgere allo stesso tempo, soprattutto chi spesso sogna perché questo racconto breve è una parabola di cui non si può fare a meno, un sogno vissuto al contrario, in cui il “rumore” della realtà si affievolisce e scompare, è un attimo che si concretizza nell’astratto; realtà e finzione si fondono in modo perfetto rendendo la storia una fiaba senza tempo Dopo molti anni se analizziamo l’irreale condizione del protagonista essa si mostra perfettamente incastrata nel nostro multiforme “puzzle sociale”; Benjamin è inconsapevolmente portavoce dell’attuale “disagio del diverso”, tra l’immagine e l’essenza. Il curioso caso di Benjamin Button è un racconto capace di cambiare, nel suo piccolo, il microcosmo del lettore perché nella sua semplicità arriva al cuore del lettore. ◊◊◊ COMMENTO DI OLIVIA Ho letto questo libro per la lettura collettiva organizzata dalla carinissima Clody del blog “Locanda dei Libri”. Benjamin Button è stato portato alla ribalta grazie all'adattamento cinematografico realizzato da David Fincher nel 2008, con protagonisti Brad Pitt e Cate Blanchett. In realtà la parola "adattamento" non è la più corretta in quanto il film non coincide affatto con il libro. Mi spiego meglio. Benjamin Button nasce con l'aspetto di un anziano settantenne e vive la sua vita controcorrente in quanto, invece di invecchiare come le persone, ringiovanisce. Nel film possiamo seguire Benjamin durante le sue avventure, vivere con lui la sua vecchiaiainfanzia, il suo ringiovanimento fino alla sua infanzia-vecchiaia. Nel libro, che è un racconto lungo e non un romanzo, Fitzgerald ci dà un assaggio della vita di Benjamin, facendocela scorrere davanti agli occhi in maniera accelerata. L'idea è originalissima, ma secondo me è stata un'occasione sprecata. Benjamin è completamente fuori posto in ogni contesto sociale, partendo proprio dalla famiglia. La sua nascita provoca grande imbarazzo e il padre non sa come comportarsi. Suo figlio è un uomo anziano, più vecchio di lui, che ha interessi e gusti di un uomo della sua età. E' grottesca la visione di un settantenne vestito come un bambino e il padre non può che rassegnarsi. La vita di Benjamin scorre all'indietro, mentre tutti gli altri vanno avanti e così anche suo figlio si vergogna di lui, che continua a diventare sempre più giovane. Fitzgerald ha deciso di dedicarsi ad altre storie probabilmente, lasciandoci leggere solo una bozza della vita di Benjamin Button. Peccato, sarebbe stato molto interessante leggere e approfondire i personaggi e le vicende che essi vivono. Detto ciò, non mi resta che consigliarvi la visione del film. Non rispecchia la storia, ma almeno a Benjamin viene data una seconda vita. Molto belle le interpretazioni di Pitt e Blanchett. Voto 3/5 (per l’originalità) Nota: EVITATE di comprare questo libro, prendetelo in prestito in biblioteca. 11,50 euro per un libro che ha queste dimensioni: 1cm di spessore, 11,7 cm di lunghezza e 17 cm di altezza è un furto. Inoltre sono 59 pagine, ma ci sono molti disegni, quindi...


◊◊◊ COMMENTO DI CARMEN "Il curioso caso di Benjamin Button" è un racconto breve capace di far sorridere, riflettere, commuovere. In particolare, mi ha colpito favorevolmente l'ironia che l'autore utilizza all'inizio per descrivere la borghesia di Baltimora, personificata poi dal padre di Benjamin. Fitzgerald gli attribuisce una cecità -che evidentemente pensa estesa a tutta la classe- verso qualsiasi evento inatteso e spiacevole che possa incrinare il mondo all'apparenza perfetto dei benestanti. E così, il signor Button va ad acquistare per il suo bebè dall'aspetto di un ottuagenario, biancheria da neonato e giocattoli, lo iscrive all'asilo, e per molto tempo lo costringe -e non solo metaforicamentenei panni di un bambino. Peccato per la completa assenza della signora Button, mi sarebbe piaciuto vedere la sua reazione di fronte all'anomala nascita. Riguardo Benjamin, è un personaggio per il quale spesso ho provato compassione. Certo, può far sorridere il fatto che, quasi neonato, sia coetaneo ed amico del proprio nonno, ma a parte ciò, mi è sembrato per lo più un personaggio molto solo e incompreso, prigioniero di un corpo e di una mente controcorrente rispetto al tempo. E' davvero commovente, ad esempio, leggere della sua voce rotta dal pianto quando nessuno lo riconosce come l'uomo che ha combattuto, e valorosamente, in guerra, o quando è costretto a scappare dall'università perché è letteralmente perseguitato da una folla che lo canzona per il suo desiderio di iscriversi pur avendo un corpo da anziano. Ciò fa molto riflettere su quanto siamo abituati a giudicare dall'apparenza, e a scostarci da tutto ciò che si allontana dai binari della normalità. E' triste leggere del naufragio del matrimonio di Benjamin - le cose sarebbero andate nello stesso modo se la strana attitudine a "decrescere" fosse scomparsa? - e della poca memoria delle persone, dimentiche dell'aver criticato il fatto che un anziano sposasse una ragazza, mentre spettegolano sul fatto che un ragazzo stia con una donna non più giovane, o, ancora, del disgusto provato dal figlio del protagonista nel doversi occupare di un padre non più tale. Bellissime le ultime righe, nelle quali tutta la vita, i ricordi e i sentimenti di Benjamin si perdono per sempre dissolvendosi nel buio. ◊◊◊ COMMENTO DI ROSSANA La cosa che intanto notiamo subito è che il protagonista, Benjamin, nasce anziano. Questo suscita forse stupore, meraviglia ma nel contempo anche curiosità. Per la famiglia di Benjamin è un problema avere un figlio appena nato che è vecchio, non tanto secondo me per loro ma per le persone che lo guardano di cattivo occhio. Mi ha colpito l’innamoramento verso la donna che ,successivamente, è diventata sua moglie. Sai non è facile accettare una persona che man mano che passa il tempo ringiovanisce anziché invecchiare, infatti la moglie è ‘costretta’ a lasciarlo.. Ma la cosa umoristica (se così si può definire) è che col figlio vivono l’infanzia insieme ed il figlio (anche se lo reputa un semplice zio) se ne prende ‘cura’. Concludo dicendo che nonostante sia un romanzo incredibilmente curioso, è anche un romanzo riflessivo; esso ci fa riflettere sulle difficoltà che un uomo deve cercare di accettare e superare.


◊◊◊ COMMENTO DI MATTEO Senza tanti giri di parole, mi ha deluso. È uno dei pochi casi in cui il film è nettamente superiore al libro. L’idea di partenza di Fitzgerald (un uomo che nasce vecchio e vive la vita ritroso) è geniale, ma secondo me non è stata sfruttata al meglio, cosa che invece hanno saputo fare David Fincher e gli sceneggiatori del film. Il libro, o forse dovrei dire il “raccontino” (sessanta paginette scarse), tratta Benjamin e questa sua vita atipica in modo un po’ troppo superficiale. Non c’è introspezione psicologica, non c’è compassione né empatia nei suoi confronti. A malapena risulta simpatico. Il personaggio ha un potenziale stratosferico, ma nel libro è praticamente una macchietta. Viene deriso, sbeffeggiato (persino da alcuni familiari), ma rimane “incompreso”. E poi è troppo breve, scorre velocemente, fa sorridere, immalinconisce nel finale, ma non lascia traccia, non c’è il tempo materiale per affezionarsi, per “viverlo”. Insomma, una delusione. Peccato, avevo aspettative altissime.


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