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READY4AFRICA NEWS!

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Non a tutto c’è risposta. Io scrivo e Jolanda pensa, insieme pensiamo. Oggi siamo debilitate nel fisico, ma non nello spirito! Niente giraffe ed elefanti per noi ma intricate riflessioni davanti ad una tazza di the. Eccoci qua, distese a letto, che confrontandoci, ci poniamo domande a cui nemmeno insieme riusciamo a dare risposta. Parti per l’Africa con dei pensieri (forse i più comuni a tutti quelli che non ci sono ancora andati), arrivi in Africa e i pensieri che avevi si materializzano e te ne crei altri opposti a quelli che avevi e ancora più complessi, trascorri alcune settimane in Africa e ti arrendi. Le domande nascono in seguito alla giornata di ieri, alle esperienze fatte e all’incontro con Padre Stefano a Korogocho, ma in generale dalla situazione che quasi ogni giorno abbiamo di fronte: la povertà, gli slum, la stessa donna e bambino che vediamo ogni mattina dormire sul ciglio della strada, la esorbitante differenza nel vestiario dei keniani che comprende vestiti impeccabili per gli impiegati, non-vestiti per il 60% della popolazione di Nairobi che vive negli slum (e queste sono solo alcune cose). Lunedì e martedì abbiamo costruito i banchi per la Why Not School che si trova nella baraccopoli di Mathare. Venticinque banchi cominciati e finiti in poco tempo, ma fatti bene (siamo forti,

anche se non dei provetti Geppetto tranne Daniele e Paolo). Mentre lavoravamo ascoltavamo provenire da una aula la voce in coro dei bambini che ripetevano da una buona mezz’ora una filastrocca inquietante sull’AIDS: “Aids, aids where did you come from? My mother was heavy, my father dead and a new baby was born. You leave me here alone. No one to help me. Aids has not cure…” A parte l’argomento della poesia alquanto realistico ma triste, ci ha colpito il metodo di insegnamento antico basato sull’imparare in modo mnemonico e magari con qualche sbacchettata sulle gambe. Proprio sull’insegnamento, a noi molto vicino in quanto studentesse, è sorta la prima domanda: è giusto questo metodo? Serve? Dicono che gli africani siano molto più veloci di noi nell’imparare e che i loro esami siano molto più difficili dei nostri. Siamo noi che sottovalutiamo l’apprendimento pure avendo i metodi più appropriati? O sono loro che accettano di apprendere a suon di sbacchettate? L’unica cosa che abbiamo potuto

notare è che per loro l’andare a scuola e l’imparare sono l’unico modo per crearsi un futuro e spiccare il volo, a noi invece sembra una cosa scontata, fatta un po’ per obbligo e un po’ per consuetudine. Noi siamo partite con l’idea di dare una mano a chi l’avesse chiesta. Ma ora che siamo qui ci chiediamo: che senso ha il n o s t ro vo l o n t a r i a t o ?

HAP

Ready4AfricaNews - ANNO III, N.13

LEO

A TU KO + -MA JOR

29 luglio  

news from kenya

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