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READY4AFRICA NEWS!

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“I wish I could have one for me” Programma teorico: ore 8 (limite massimo, dice il prof. Carlo!) partenza per Mathare Programma effettivo: ore 9.30 e stiamo ancora salutando le bambine Così inizia la nostra mattinata, con un ritardo di 90 minuti. Abbiamo fretta ed aspettare un’ora per la foto di gruppo sembra troppo, la pazienza in via di esaurimento troppo poca. Aspettiamo fino a quando capiamo che la tempistica africana spesso nasconde sorprese e soddisfazioni. Le bambine ci salutano c o n u n a d a n z a c o i nvo l g e n t e e d organizzata; non lascia nulla al caso, ogni ragazzina ha un proprio ruolo e l’insieme è assolutamente armonioso e piacevole. Batte dieci a zero il nostro inno d’Italia (nulla togliere a Mameli!), ma ci si prova comunque a ricambiare dignitosamente. Finisce la canzone e con lei pure il tempo a disposizione. Bisogna salutarsi. C’è una fila in modo da non saltare nessuno e non saltano neppure le lacrime perché un pianto d’addio è quasi d’obbligo. Mattina bagnata (di lacrime), mattina fortunata, si potrebbe dire. Invece no, oggi è un’impresa trovare un matatu che ci porti fino i n baraccopoli e ,

soprattutto, sembra che gli autisti si siano svegliati intenzionati ad alzare le tariffe. Intanto il ritardo si è accumulato e alle dieci siamo ancora alla fermata del bus. Alla fine qualcuno ha pietà di noi e dopo quaranta minuti d’attesa siamo sulla via per Mathare. È l’ultimo giorno di lavori, dobbiamo costruire una parete divisoria, due porte da calcio e consegnare divise e palloni. Un po’ siamo sollevati, lo slum non è un ambiente facile da vivere nella sua quotidianità e starci per tre giorni è più che sufficiente, senza contare che più passa il tempo, più non siamo in grado di capire le dinamiche al suo interno. E forse è meglio così. Abbiamo pochi martelli quindi sono pochi quelli che realmente lavorano. Gli altri giocano con i bimbi che oggi non fanno lezione e osservano. Osservano i sorrisi dei più piccoli che si accontentano di fare un girotondo per essere contenti e soddisfatti ( altro che il Nintendo DS dei nostri cari cuginetti!), ma anche le insegnanti. Sono loro a lasciarci a bocca aperta. Se ne stanno per i fatti loro, non ci chiedono nemmeno come stiamo; ci guardano e ridono. Un bambino che avrà occhio e croce un anno cammina scalzo nel fango con pantaloncini e pseudo pannolino calati, tanto da intralciarlo nei

movimenti, ma non è un problema; non è n e c e s s a r i o p re s t a rg l i attenzione. È importante, invece, guardare i vestiti che abbiamo portato, assicurarsi che ci sia qualcosa anche per sé. Non importa se le divise sono taglia XS e chi li richiede abbia almeno una XL. In questi casi si dimagrisce e ci si restringe con più efficacia di sedute associate di dietologo-personal trainer. La paura è che quella divisa se la prenda davvero, alla fine; non è per il suo valore, ma per l’umanità che perderebbe un’insegnante a privare un alunno di qualcosa che gli spetta. L’unica cosa che possiamo fare è confidare nel buon senso che speriamo riesca a resistere anche in un luogo dove spesso di umano (secondo i nostri criteri) rimane ben poco. Silvia

HAP

Ready4AfricaNews - ANNO III, N.13

LEO

A TU KO + -MA JOR

29 luglio  

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