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LAVORO #31 APRILE 2018


#31 LAVORO _EDITORE Associazione Culturale Deaphoto _REDAZIONE _AREA TEMI Paolo Contaldo Responsabile Sabrina Ingrassia Redattrice Giulia Sgherri Photoeditor _AREA RECENSIONI Diego Cicionesi Responsabile Sandro Bini Comunicazione Alberto Ianiro Webmaster Paolo Contaldo Grafica _PROGETTO GRAFICO Niccolò Vonci _IMMAGINE DI COPERTINA Carlo Pellegrini


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_indice PAOLO CONTALDO Introduzione alle immagini Pg. 5

_portfolio CARLO PELLEGRINI Ore Contate: il ritratto di una generazione Pg. 7 DIEGO CICIONESI La mia resistenza Pg. 19 ALESSANDRO INCHES Bio Vitae Pg. 29 GIOVANNA CATALANO Lavoro e gioco Pg. 47 COLLETTIVO 100 ASA Materialità e fotografia Pg. 57 ROSELLA CENTANNI Arriva il pesce... Pg. 67 FRANCESCA FIORELLA Black Ghosts Pg. 79 SARA SEVERINI Uomini da Cantiere Pg. 95 SILVIA SANNA Labagassavostra Pg. 109

_recensione MARTA VIOLA Sangue Bianco a cura di Tina Miglietta Pg. 120


v_introduzione

_PAOLO CONTALDO

Con Carlo si parte diretti. Si racconta subito la verità. Il diario di una generazione che ha perso il giro. Storie e ritratti di chi si è dedicato, preparato e poi è rimasto fuori. Una scatola, con dentro le cose. Un uomo immerso, incastrato. Sono immagini chiare e taglienti quelle che Diego usa per raccontare il confine tra ripetizioni e scoperte, tra ore di lavoro e tempo per la fuga. E adesso siamo fuori. Abbiamo lasciato il contenitore e siamo tornati indietro, o forse molto avanti. Alessandro con Bio Vitae ci regala spazio, ci parla di un consapevole ritorno alla terra, alle attività che ci liberano. Giovanna usa la pietra e altro ancora. Immagini di natura e segni, immagini per coinvongere, sconvolgere la distanza tra lavoro e gioco. Narrazione sapiente e ironica. Figure che ci sfidano, divertono e danno forza al messaggio. “Il lavoro è una cosa seria.” Il collettivo 100 Asa il suo lo fa benissimo. Rosella ci conduce in maniera sapiente ad uno dei momenti più classici e coinvolgenti del lavoro, ci parla del momento in cui i pescherecci rientrano al porto. Sa di ferro, sale e forza. Schiavi. IL lavoro che nega l’uomo. Francesca accende la luce e ci fa arrivare vicino. Il cantiere. Un luogo che mette insieme storie diverse, protagonisti che vengono da tutto il mondo. Sara ci regala un effetto “stereoscopico” che aggiunge rilievo e tridimensionalità a questi racconti. Luce fredda. Sapiente la rappresentazione che Silvia fa della distanza tra sogni e realtà. Slanci e ed energia persi alla ricerca di quel lavoro che qualcuno ha già rubato. 5


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Ore contate: il ritratto di una generazione _CARLO PELLEGRINI Il mio percorso fotografico parte nel 2012 a Siena, dove ho frequentato un corso presso il Siena Art Institute. Dopo un anno circa invece, intraprendo un percorso fotografico ben preciso. Seguo il master di fotogiornalismo del collettivo WSP a Roma, che mi ha permesso di capire come costruire un racconto attraverso la fotografia. Da questo percorso è nato il progetto “Ore contate” ha vinto il premio di migliore serie nella categoria fotogiornalismo 2015. Da giugno 2016 faccio parte di Fotosintesi Lab Project, un piccolo laboratorio dove diverse professionalità si sono unite, per coprire ogni tipo di evento, mentre nel 2017, ho realizzato il mio primo libro intitolato “Due” Il mio percorso fotografico deve ancora completarsi, e ci sono storie che voglio raccontare, utilizzando i dialetti del linguaggio fotografico.

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La mia generazione studia, si forma nelle migliori università italiane ed europee, viaggia e fa esperienze all’estero. Poi dopo anni di sacrifici è costretta ad accontentarsi di un lavoro qualsiasi e svendere il proprio tempo per pochi euro. L’entrata nella routine del mondo del lavoro inizia dagli impieghi provvisori, dove l’equazione tra tempo e denaro non funziona. In mezzo al mare di skill e conoscenze, sono pochi coloro che riescono ad ottenere un contratto vero, che gli permetta di porre le basi per un futuro. Per tutti gli altri invece, il co. co. pro. diventa la prassi: l’amara routine. Il senso di oppressione, di alienazione e di sfiducia è così evidente intorno a noi che ho deciso di realizzare un censimento di questa maggioranza silenziosa: fotografare un esercito di uomini e donne che donano una cospicua parte della propria ricchezza a un paese ingrato e che combatte per un bene intangibile ma prezioso, chiamato tempo.

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La mia Resistenza _DIEGO CICIONESI Innamorato da sempre della fotografia, ho ripreso dopo una lunga inattività con un nuovo e totale approccio al mondo digitale. Studio i paesaggi urbani con predilezione per la foto di strada e la vita in periferia, in una scelta compositiva geometrica e minimalista. Sono attratto dalla relazione tra fotografia e psicologia. Descrivo l’interazione tra soggettività, interiorità e spazi. Vivo con curiosità e un po’ di caos tutte le cose della mia vita, integrando il medium visivo con letture e musica di ogni genere. L’essenza del mio vivere si rende concreto nei viaggi, di qualsiasi durata e distanza.

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“Entro ogni giorno in un luogo che mi paralizza, consapevole di trovarmi in un contenitore ermetico senza uscite, che ruba ore al mio tempo, con regole che non mi appartengono. In cui cerco quasi disperatamente di trovare varchi come feritoie da cui far entrare un po’ di autenticità e familiarità. Una ricerca di ordine per il controllo, per non lasciarmi travolgere, per non perdermi e smarrirmi. Imperativo di resistenza quotidiana. Tentativo fallito. Almeno per oggi.” Questo è il testo di un biglietto che ritrovai in un archivio. Non ne ho cercati né trovati altri, ma sono sicuro che, da qualche parte, esistono scritti e raccolti come in un diario di resistenza partigiana. Anonimo rimarrà chi l’ha scritto, persona comune che per oltre quaranta anni ha lavorato come impiegato. Un tempo enorme passato a districarsi e resistere, perché niente e nessuno potessero togliergli la dignità dei suoi pensieri. Questo lavoro è dedicato a lui.

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Bio Vitae _ALESSANDRO INCHES “Non accettare mai un NO non motivato come risposta definitiva!” Sono stato educato a non lasciar mai correre e alla curiosità, sin da bambino. La fotografia è per me il miglior modo che ho per cercare di capire me stesso e la vita che mi circonda, attraverso le foto posso sentire le situazioni sulla mia pelle, conoscere persone, provare esperienze incredibili e vivere ogni volta una nuova vita, esplorando dentro e fuori di me. Racconto storie che riguardano l’essere umano e cerco di generare interrogativi che possano innescare un ragionamento riguardo ai temi proposti.

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In seguito alle riduzioni del personale o della chiusura di alcune aziende italiane, molte persone si sono riscoperte nella vita di campagna. In Abruzzo, lungo la valle del fiume Tirino, un taglio del personale di alcune fabbriche ha realizzato diverse aziende agricole che hanno assorbito la disoccupazione. Mi sono interessato a questa storia in un periodo in cui avevo perso il mio lavoro a causa del fallimento dell’azienda per cui lavoravo. Ho deciso di osservare queste persone rialzarsi e tentare una via diversa, trasformando una difficoltà in un’opportunità, approfittando delle favorevoli condizioni del territorio. Nel lavoro delle campagne abruzzesi uno dei principali impieghi è la produzione d’importanti vini che sono esportati anche all’estero ma non solo. Ci sono molte altre attività connesse, come la manutenzione del verde dei vicini centri abitativi, la crescita del bestiame o procurare la legna per la stagione invernale. È un lavoro duro e stancante ma con ritmi naturali e lontani dal buio e la monotonia di una fabbrica. La mattina si deve uscire presto e se piove, non si può lavorare e con l’arrivo del caldo si cammina per il vigneto per raccogliere gli ultimi grappoli d’uva rimasti tra i filari. Molti giovani stanno rivalutando questo tipo d’impiego all’aria aperta unendosi alle fattorie. Lasciano lontano dietro le loro spalle, il piccolo spazio e lo stress di un ufficio o la vita logorante di una fabbrica. Giovani imprenditori stanno investendo in questo settore creando nuove opportunità di lavoro.

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Lavoro e Gioco _GIOVANNA CATALANO Giovanna Catalano si forma come fotografa professionista tra Roma e Reggio Calabria con Lina Pallotta (International Center of Photography di New York), Filippo Romano, Massimo Mastrorillo, 3/3 Chiara Capodici e Fiorenza Pinna, Luigi Saggese (fotografo ufficiale di Miss Italia), Marco Olivotto (fra i massimi esperti italiani sulla correzione del colore), Antonio Manta (punto di riferimento italiano per la stampa Fine Art), Francesco Marzoli (Digital Imaging in Italia). Nel 2015 arriva finalista a Portfolio Italia – Fiaf e nel 2011 è fotografa ufficiale del Paleariza, fra i più importanti festival di musica etnica del sud Italia. Specializzata in fotografia di ricerca e rappresentazione narrativa del territorio e Socia Tau Visual, dal 2006 si occupa professionalmente di fotografia di cerimonia, new born, corporate e reportage aziendali. Insegna inoltre Photoshop alla scuola di fotografia “Il Cerchio dell’Immagine”.

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Ero in viaggio per lavoro a Matera e mi trovai a leggere proprio in quei giorni un articolo su Marcuse che mi fu da spunto di riflessione sulla situazione lavorativa oggi in Italia. Ecco un estratto dell’ articolo: come il lavoro si trasforma in gioco? La differenza sta nello scopo: il lavoro è finalizzato a qualcosa, la produzione; il gioco a se stesso. Il gioco sottostà in pieno al principio del piacere e gli impulsi che lo determinano sono pregenitali. Invece il lavoro serve per motivi che sono fuori dello stesso, cioè fini di autoconservazione nel mondo della necessità. È lo scopo, non il contenuto che determina se qualcosa è gioco o lavoro. Una trasformazione strutturale degli istinti come quella da fase pregenitale a genitale, cioè dallo stato di natura a quello di civiltà del principio di realtà, porta un cambiamento di scopo. Dal piacere all’autoconservazione, quindi un cambiamento del valore istintivo dell’attività umana, indipendentemente dal suo contenuto, e si passa dal gioco al lavoro. Il passaggio dalla civiltà della prestazione a quella matura comporta regressione istintiva con l’auto sublimazione, quindi c’è ancora un cambiamento di scopo: se il lavoro fosse accompagnato da una riattivazione dell’erotismo polimorfo pregenitale, cambierebbe il suo scopo senza perdere il suo contenuto di lavoro. Per capire se lavoro o gioco, bisogna individuare lo scopo. Il progetto non è ancora finito intendo indagare il tema del lavoro servendomi degli elementi materici. Voglio suscitare desiderio curiosità e che le persone giocassero con le mie immagini.

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Materialità e Fotografia _COLLETTIVO 100 ASA Il collettivo 100ASA nasce nel 2013, come associazione culturale fotografica, dalla passione per la fotografia dei tre soci fondatori: Alessandro Comandini, Stefano London e Alvaro Palma. Il nome 100ASA è un chiaro riferimento alla fotografia analogica e, al contempo, un acronimo dei loro nomi di battesimo. Il collettivo 100ASA si pone l’obiettivo di promuovere la cultura dell’immagine e diventare un punto di unione e dibattito sulla fotografia. L’attenzione alle tematiche sociali e ai cambiamenti in atto nella società odierna sono un aspetto cruciale nel percorso di ricerca del collettivo, il quale riprende la tradizione dello stage photography con un linguaggio ironico e originale, attento alle trasformazioni in atto nella vita quotidiana e nel mondo del lavoro.

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Quello del fotografo è un lavoro artigianale. Occhio e cuore certo, ma anche mani e piedi. Piedi buoni. La rivoluzione digitale ha tolto materialità a molti aspetti del vivere quotidiano, al lavoro e alla fotografia. L’impalpabilità della società attuale si riflette sull’inconsistenza del lavoro, sempre più precario, volatile e il mestiere del fotografo ne è stato a sua volta stravolto. L’immediatezza del digitale ci ha inondato d’immagini che non sappiamo più guardare mentre, contestualmente, uno dopo l’altro botteghe e studi fotografici sono stati costretti a chiudere. Ecco allora che il collettivo 100ASA si è rimboccato le maniche e si è messo all’opera, per restituire materialità al lavoro del fotografo e alla fotografia stessa. Con il loro stile grottesco e sopra le righe, attraverso la fisicità delle loro messe in scena, i tre membri del collettivo hanno voluto rilevare il bisogno, sempre più sentito, di restituire consistenza, materialità e realtà al lavoro. A cominciare da quello del fotografo.

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Arriva il pesce... _ROSELLA CENTANNI Rosella Centanni è nata e vive ad Ancona. Ha iniziato ad appassionarsi di fotografia dagli anni ’90. Ha partecipato a corsi riguardanti la progettazione di un lavoro fotografico, la tecnica del bianconero, la luce, il ritratto, il reportage e la manipolazione di pellicole Polaroid. Ha realizzato, oltre a varie iniziative fotografiche, diverse mostre personali, tra le quali: Nello Yemen (2001) Il vivere(2003) Oltre lo schermo e sulla scena (2004) Sviluppi in scena (2005) Al Passetto… un lungo giorno d’estate (2008) Suk-ki di fiaba (2009) Sguardi (2011) Respiri (2011) Oltre lo sguardo (2012) N(u)ove donne in salotto (2014) Ri – tratti (2014) L’incanto del distacco (2016) Nel 2017, nell’ambito del progetto Ankonistan, ha sviluppato un lavoro fotografico su un quartiere della propria città: Valle Miano.

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Al molo del Mandracchio della mia città attraccano i pescherecci da cui è scaricato il pesce per il mercato ittico. Una mattina d’agosto capito nella zona ed eseguo diversi scatti.

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Black Ghosts _FRANCESCA FIORELLA La mia ricerca fotografica è rivolta alle dinamiche che ruotano attorno all’idea e al concetto d’identità e memoria, relazione e appartenenza. Nel 2015, dal bisogno di rendere concreto i miei sogni e interessi, penso e realizzo LO.FT, uno spazio culturale indipendente dedicato alla ricerca dell’arte visuale attraverso la formazione, l’editoria e le mostre. Dal 2016 faccio parte del progetto di residenza per artisti INDUSTRIAL THERAPY.

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Black ghosts nasce nelle terre della riforma agraria lucana, in quei contesti dove, vivono e sopravvivono a oggi, molti dei braccianti. La maggior parte di origini africane stagionali, raccoglitori dell’oro rosso, schiavi dei caporali e nuovi “occupanti” delle case della riforma. La ricerca si è evoluta, nel tempo, in una riflessione che, partendo dalla condizione di assenza di dignità e negazione dell’essere umano, s’interroga sul tema della memoria e dell’identità culturale dei migranti e raccoglie tutte quelle tracce sottilissime che uomini e donne, lasciano del proprio vissuto, durante quel percorso ad ostacoli che è la loro vita attuale in Italia.

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Uomini da cantiere _SARA SEVERINI Ama la fotografia come mezzo di espressione, di ricerca, di analisi dell’uomo e della realtà, come intrattenitrice e portatrice di piacere e d’idee. S’interessa perciò al ritratto ma anche alla fotografia istantanea, al reportage del quotidiano così come alla fiction. Si avvicina alla fotografia per l’attrazione verso le immagini e per lo stimolo rappresentato dal babbo fotoamatore e dalle sue numerose macchine fotografiche! Studia poi nell’ambito dell’associazione Deaphoto presso di cui frequenta corsi e workshop.

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Chi sono gli uomini che lavorano nel settore delle costruzioni? Oggi in quest’ambito troviamo una dimensione di multiculturalità: italiani locali e non affianco a immigrati di diverse nazionalità. Lavorare in una società significa farne parte, il cantiere è una di quelle realtà che ci mostra come sia possibile un’integrazione nel nostro paese.

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Labagassavostra _SILVIA SANNA Silvia Sanna nasce nel 1986 in Sardegna, dove vive e lavora. Si lascia presto affascinare dalla macchina fotografica che per lei diventa oggetto d’indagine e scoperta. Si laurea all’Accademia di Belle Arti e concentra il suo lavoro sull’autoritratto usando il corpo come un filo conduttore. Tra i temi indagati: condizioni, ossessioni, quotidianità. Ha partecipato a mostre nazionali e internazionali.

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Questa serie denuncia la condizione di gran parte dei giovani in Italia, che dopo aver studiato e aver fatto dei sacrifi si ritrovano con niente in mano. Labagassavostra nasce dalla svilente e continua ricerca di qualcosa che non arriverà: un futuro migliore, la fine dell’agonia di dover lavorare gratis o quasi, la possibilità di poter essere giovani realizzati e davvero indipendenti. Il titolo (Labagassavostra è un modo di dire tipico della mia Regione - la Sardegna - ed è un modo poco carino per “ringraziare” qualcuno che ci ha fatto un torto), è dedicato a chi occupa sedie che non meritano ed è quindi complice e responsabile di questa situazione. Un’intera generazione di giovani disillusi sempre con le occhiaie. Perché ci è stato tolto tutto: il futuro, i sogni, persino il sonno. Labagassavostra!

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v _recensioni

Sangue Bianco

_MARTA VIOLA

a cura di Tina Miglietta

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In questo articolo presentiamo un libro che descrive una realtà cruda e vera, un viaggio nel mondo del dolore: ‘’Sangue Bianco’’, della giovane fotografa Marta Viola, edito da Seipersei. Con garbo e delicatezza Marta è stata capace di fermare il ‘’presente’’ per poterlo cambiare e rileggere appena è diventato ‘’passato’’. E’ una storia molto intima e personale, molto dolorosa, fortunatamente a lieto fine. Il progetto è nato inconsapevolmente nel 2016 quando Marta si è ammalata di leucemia ed ha iniziato a fotografare il suo ristretto ambiente circostante, andando alla ricerca di particolari a cui dare un senso. Allo stesso tempo ha iniziato anche ad appuntare i suoi pensieri, pur non sapendo a chi e a cosa sarebbero stati destinati. Come racconta la fotografa stessa: ‘’Ad un certo punto mi sono resa conto che stava prendendo corpo qualcosa che aveva il suo motivo di esistere, che le parole e le immagini si completavano a vicenda e che poteva essere interessante trovar loro uno spazio adeguato. Questo libro è un po’ uno scrigno dove contenere un percorso e quando sono arrivata alla fine è nata l’idea di realizzare questo libro particolare.’’ Marta è riuscita ad affrontare la malattia grazie anche a questa arte-terapia, frapponendo tra lei e il dolore la lente della macchina fotografica e la penna con la quale tradurre in parole le proprie emozioni.


Prima del 2016 Marta si è occupata di ambiente e territorio, ma questo lavoro presenta un approccio totalmente diverso: vengono rappresentati ambienti ristretti, chiusi, isolati. Sembra un libro ‘’sussurrato’’, come a voler dire qualcosa prima a se stessi. Per la fotografa è stato un modo per capire, conoscere, comprendere ciò che le stava succedendo e, in un secondo momento, condividerlo con gli altri. L’editore Stefano Vigni ha svolto un ruolo di importante collaboratore per la stesura finale del libro: testi e immagini sono stati scelti con cura, eliminando le ripetizioni e creando una perfetta armonia tra i primi e le seconde. Il testo rafforza le immagini e viceversa, come a voler esprimere in modo diverso la stessa sofferenza. Grazie alla campagna di crowfounding, autofinanziamento per giovani fotografi, è stato possibile reperire i fondi necessari per la realizzazione del progetto e per l’allestimento della mostra inaugurata a Siena, in via Mentana 96/98 presso lo spazio di Seipersei che potrà essere visitata fino al 18 marzo prossimo. Tutto ciò è stato il tema della trasmissione radiofonica Parole di Luce , andata in onda il 7 febbraio scorso, condotta da Sandro Bini e Martin Rance, a cura di Novaradio e Deaphoto.

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Marta Viola nasce nel 1986 a San Benedetto del Tronto.

Nel 2014 segue un corso diretto da Jen Davis presso L’International Center of Photography di New York. Nel 2015 segue il corso avanzato di fotografia presso l’Istituto Europeo di Design (Milano) e fa parte della giuria scientifica della quarta edizione dell’evento ‘’Who Art You’’ a La Fabbrica del Vapore di Milano. Nel 2016 partecipa al workshop con Guido Guidi e successivamente con Letizia Battaglia. Espone in Italia e all’estero dal 2013. I suoi progetti sono focalizzati sull’interazione uomo-ambiente, realizza fotografie e video per cooperative sociali e associazioni. Collabora con le riviste D’Abruzzo-Edizioni, Menabò e Mezzocielo con articoli e immagini. Co-fondatrice di un’agenzia creativa, lavora anche nel mondo della comunicazione. Psicologa, sta prendendo una seconda laurea in lettere. Nel 2018 pubblica il suo libro Sangue Bianco, ed. Seipersei che racconta la sua esperienza con la leucemia attraverso immagini e testo. Tina Miglietta nasce

nel 1966 a Livorno . Ha vissuto in diverse parti d’Italia ed è tornata da poco nella sua città natale. E’ appassionata di fotografia come specchio per le emozioni intime e nascoste e come arte per dare ad esse nuovi colori e forme. Ricerca la naturalezza delle tinte che possano rasserenare e mettere a tacere i rumori della mente.

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Clichè #31 Aprile 2018 LAVORO

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