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L'esperimento di “descrivere le immagini” su pescepiratA.it è cominciato con le parole scritte dalla capitana Anne Bonny: Regolamento: verrà pubblicata un'immagine, chi vuole avrà tempo una settimana per descriverla (una semplice descrizione o un mini-racconto), trascorso il tempo si decreterà il vincitore. Chi giudicherà???? Ma chi ha pubblicato l'immagine ovviamente che deciderà quale racconto ha espresso meglio l'immagine, il vincitore a sua volta pubblicherà la nuova immagine e sarà il nuovo giudice per una settimana. Volendo il giudice potrà comporre una mini giuria chiamando 2 o 3 utenti, questo a discrezione del giudicesupremo. La prima immagine proposta da LutaStyle è stata questa:

La storia di ninapennacchi (vincitrice): Ricorsi Si allontana, come sempre, senza voltarsi. Nelle mani, il plico che le ho consegnato. Quando si presentò per la prima volta alla “Michele Ruggeri Agency”, quasi tre anni fa, pensai che fosse la solita, patetica storia. «Cosa vuole sapere su di lui?» le chiesi, tirando fuori un blocchetto per gli appunti. «Tutto» mi rispose. «Dove va, chi frequenta, cosa mangia a pranzo. Qual è il suo primo pensiero al mattino, che flm guarda la sera. Voglio conoscere ogni particolare della sua vita.» Io, mentalmente, calcolai quanti soldi avrei potuto tirar su con quel lavoro. Non troppi, valutai. Probabilmente quella donna voleva solo immergersi nel dolore per accettarlo - o psicostronzate del genere - e, passata la botta dell'abbandono, avrebbe ricominciato a vivere. Mi sbagliavo. «L'amore fnisce, a volte» provai a farla ragionare dopo più di un anno che veniva da me. «Perché non lo accetta e basta? Non vuole andare avanti, rifarsi una vita?» I suoi occhi, impassibili, continuarono a scorrere i documenti che le avevo consegnato. «No.» La certezza nella sua voce mi stupì. «Posso chiederle perché? Quell'uomo sta per sposare un'altra.» «Lei ama solo chi la ricambia, signor Ruggeri? Il suo è davvero un mondo ordinato e razionale.» Rialzò lo sguardo dall'incartamento, e notai la luce befarda che illuminava i suoi occhi. «Ora capisco perché continua a suggerirmi di andare dallo psicanalista.» Io sbufai e decisi di lasciare perdere. O quello, o tirarle il collo. Tanto, provare a capirla - provare a capire il suo amore da buco della serratura - era impossibile.


Da allora mi limito a darle quel che vuole. Così ho fatto anche oggi, e lei si allontana da me senza voltarsi. Nelle mani tiene il plico della vita da cui è esclusa. È quasi all'incrocio, adesso. Alzo la macchina fotografca, e le faccio un veloce scatto. Ecco, è sparita alla mia vista. Il nostro prossimo appuntamento è tra due settimane, come sempre. Ma io la rivedrò, più tardi. La vedo tutti i giorni, da qualche mese. Non le parlerò—non si accorgerà neppure di me, perché ci so fare, nel mio mestiere—e studierò ogni moto del suo corpo, ogni suo respiro. Forse voi non capirete. Come potreste? Il vostro è un mondo così ordinato e razionale. Ma io devo sapere. Devo sapere dove va, e chi frequenta. Devo sapere quale flm guarda la sera, e qual è il suo primo pensiero quando si alza al mattino. Devo conoscere ogni particolare della sua vita.

La storia di Clay: - Dai, voltati! Non volevo! Io pensavo che tra te e Piero le cose andassero bene... "Brutta stronza! Col cazzo che mi volto! Quella sfacciata! ... come se non avesse saputo di Piero, proprio lei, che faceva sempre le moine quando lo vedeva. Mi fa incazzare, quella santerellina. Ora mi fermo, torno indietro e... le dico dove può fccarsela quella macchina fotografca!"

La storia di rjm: VANESIA Vorrei averli tutti qui, ora, quelli che continuano a sostenere che io sia afetta dalle manie di persecuzione! Quella biondina mi segue da un po’ e adesso ha anche tirato fuori una macchina fotografca… Sarà del governo? O lavorerà per la concorrenza? Magari è uno di quei cani sciolti senza padrone, che si vendono al miglior oferente. Comunque sia, la mia copertura è saltata, a questo punto lei saprà chi sono, cosa faccio e avrà già monitorato ogni mio spostamento. Chissà da quanto tempo mi spia… Quando ho accettato questo incarico ero consapevole a quali rischi sarei andata incontro, ma trovarsi a pochi passi da chi potrebbe mandarmi, all’istante, nell’altro mondo è una sensazione ben diversa… Stavolta sì che sono fottuta! Vedo la mia immagine rifessa, mi passa davanti tutta la vita… ma forse sto esagerando, devo farmi coraggio, è inutile continuare ad aggrovigliarmi in questi pensieri di terrore. Un bel respiro, mi volto e la afronto, faccia a faccia, e che Dio me la mandi buona… -Allora, pensi forse di avere a che fare con una sprovveduta? Chi sei e, soprattutto, cosa vuoi da me? E' da un po’ che mi sono accorta di te, che fai lì impalata con la macchina fotografca pronta a scattare? Per chi lavori? Dimmelo! Rispondi! -Mi chiamo Maria e, purtroppo, sono disoccupata. Ci credo che ti sei accorta di me: sono almeno cinque minuti che tento di mettere a fuoco la mia immagine rifessa dallo specchio che hai davanti, ma sembra proprio che tu non abbia nessuna intenzione di toglierti da lì. Vanesia!

La storia di aarietano: È bufo, ciò che può catturare una fotografa. In fondo si tratta solo di un attimo, un secondo dopo è già passato, eppure basta uno scatto e quell'attimo è lì, immortalato per sempre. Ci provo, a catturare gli attimi. Una giornata ne contiene migliaia. Io non posso che sperare di essere al posto


giusto nel momento giusto. E poi è successo che ho scattato questa fotografa. Guardatela bene. La vedete? No, non la ragazza bruna in primo piano. Lei, quella con la macchina fotografca, quella che sta fotografando me. È stato uno di quei momenti proprio buf, ci si guarda e si sorride, pensando a quelle belle commedie romantiche in cui queste cose capitano, eccome. Io la invitai a bere un café, lei mi disse di no. Però l'avevo catturata. E quando lei rivide la fotografa, esposta alla mia prima mostra, rise. Io la invitai a cena, e stavolta disse di sì. E disse ancora di sì, qualche mese dopo. Perché come accade nelle migliori commedie romantiche, le chiesi di sposarmi. È bufo, ciò che può catturare una fotografa.

La storia di STEVE70: Refex E’ l’alba, la luce invade la strada, lo specchio antico del Cafè Milano inizia a rifettere. I rumori del quartiere completano l’immagine doppia di un mondo virtuale. Amanda, avvolta dallo stretto cappotto alla moda, disegna ogni giorno una traiettoria diversa per evitare il suo rifesso e quando non può abbassa lo sguardo. << Quella non sono io!>> si ripete ogni mattina,ogni sera … sempre. Sebastian, il clochard di Porta Magenta, racconta a tutti i bambini che “Lo Spicchio”, così appella la parete luminosa del Cafè Milano, rifette ma non pensa e avvolte non restituisce quello che passa davanti. Martedì, dopo il mercato, gli scarti della frutta sporcano ogni angolo della via e il cammino verso casa è obbligato dal furgone che spruzza acqua sul selciato. Amanda si ferma, impercettibilmente alza gli occhi e vede se stessa due volte, quella di oggi e quella di ieri. Nessun altro lo nota. Il suo cuore batte come un tamburo, il sangue si concentra nella testa, le mani diventano gelide. <<Non è servito cambiare il colore dei capelli, non è servito cambiare mise! >>… <<Ero così fera delle mie convinzioni, dei miei reportage! Catturavo con la mia camera la verità ed oggi sono prigioniera di una menzogna! Volevo diventare qualcuno … ma ero già Amanda! Voglio smettere di piacere, voglio smettere di assecondare l’editore, la verità è la luce sullo “spicchio” la menzogna è solo il rifesso!>> È notte, il buio satura la strada, lo specchio antico del Cafè Milano smette di rifettere. Il silenzio del quartiere regala al mondo reale un pizzico di armonia.


La seconda immagine da descrivere, di conseguenza, viene proposta dalla precedente vincitrice – ninapennacchi – la quale si avvale dell'aiuto di Clay dal cui archivio fotografco estrae questa:

La storia di Alex0574 (vincitore): -

Mi venga un colpo! – esclamò Edna Right. Qual è il problema? – s’informò Maude Left. La merda è entrata nel ventilatore – annunciò Linda Center. Non ha un bell’aspetto – notò Edna. Vieni al punto cara – esortò Maude. E’ venerdì – disse Linda. Che porcheria – decretò Edna. Cosa diavolo succede? – protestò Maude. Ci siamo dentro fno al collo – comunicò Linda. Quella tizia punta dritto su di noi – informò Edna. Avete l’aria di due inseguite dalla polizia a cavallo – ridacchiò Maude. Sei mica suonata? – le fece Linda. Ho un piano – rivelò Edna. Non trattatemi come un’idiota – protestò Maude. Diglielo – esortò Linda. E’ venerdì. Stronza in arrivo – avvertì Edna. Porca merda – esclamò Maude. Già – convenne Linda. Ce la caveremo – decretò Edna. Non piantatemi in asso! – piagnucolò Maude. Oh, va’ al diavolo – proruppe Linda. Finitela o me ne vado via da sola – minacciò Edna. Ha sempre il coltello dalla parte del manico – si lamentò Maude. Prendi due aspirine e prega, male non può fare – sibilò Linda. Volete promettermi una cosa? – domandò Edna. Se ti fa piacere – pigolò Maude. Santo cielo, si direbbe proprio che ci stai parlando da donna a donna – precisò Linda. Dannazione eccola. Chiudete il becco e attivate il bluetooth – ordinò Edna. Credo di avere un guasto – sussurrò Maude. Ok passiamo al wi-f – suggerì Linda. Che faccia tosta – disse Edna. Una donna deve pur concedersi delle distrazioni – sbufò Maude. Vuoi che scopra che non siamo di questo mondo? – la rimproverò Linda. Al mio tre – intervenne Edna. Non menate il can per l’aia, sta per togliermi il cappellino! – ammonì Maude. Dopotutto, vedrebbe solo una zucca vuota e qualche chip – sospirò Linda. Due – fece Edna. Diamoci una botta di vita. Di chi è la colpa del ritardo? – chiese Maude.


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Tua – accusò Linda – ti eri assopita. Uno – scandì Edna. Baciami le chiappe – proruppe Maude. Sei matta come un cavallo – bofonchiò Linda. Basta con i convenevoli, si va – comunicò Edna.

La signora McTrenton manovrò la sua mole verso l’ufcio del direttore. Inaudito, che succedessero tali cose ai Grandi Magazzini Stiller. Era certa di averle viste, un attimo fa, le tre teste di plastica con su quei deliziosi cappellini che voleva provare e adesso qualcuno le avrebbe spiegato come mai non c’erano più.

La storia di Marlene: La signora scelse quello di mezzo. Lo scelse perché vedeva in quei decori rosa il pavimento di mattoncini che aveva la sua casa di un tempo. Non erano piastrelle rosa, ma la forma era molto simile. Prese il cappello e se lo calcò bene in testa nonostante quello fosse fatto di lana e nell'aria c'erano 32°. La commessa, troppo giovane per essere lì, le chiese se voleva una busta. "No", disse la signora. "Lo tengo in testa". La chiamarono La Signora Con Il Cappello Di Lana Rosa E Viola Anche Con 32°, e così rimase per sempre. Può darsi che l'abbiate già incontrata. Non si può non notarla. E se vi capita d'incontrarla ancora, ditele che quel decoro vi ricorda quello delle piastrelle della vostra casa d'infanzia. Vi ofrirà da bere.

La storia di STEVE70: L’apocalisse “Ci sono tredici teste sopra il bancone, usate a dovere per berretti misto lana-cotone, le fantasie non so’ tutte esposte chiedete ad Albino avrete aggratisse risposte!” “Arrotino!E’ arrivato Armando l’arrotino, si riparano cucine a gas e ombrelli rotti!” “Frutta e verdura a casse da Maria la campagnola!” “Stracciarolo, carta da riciclare plastica e lattine chiamate Torquato!” … Questi gli slogan, rigorosamente a megafono gracchiante, dei quattro ambulanti più bizzarri dell’Esquilino. Arrivano come i cavalieri dell’apocalisse, però intervallati d’un quarto d’ora l’uno dall’altro, ci puoi rimettere l’orologio! Da quattro vie diverse con quattro mezzi sgangherati. Hai avuto una giornata storta o la stai per afrontare? No problem!? Vieni verso le otto qui, nel quartiere più cosmopolita di Roma, vicino alla stazione dei treni e vedrai che godimento! Ad onor del vero qualcosa di cavalleresco nella storia c’è ed è la loro onorevole ma impari battaglia con il dilagare del Made in China. Fortunatamente, chi compra da loro non guarda il prodotto ma partecipa divertito alla vita tragicomica di quattro caricature. Generalmente gli esseri umani per partorire pensieri così contorti e sconclusionati devono aver soggiornato una settimana in una cantina o essere politici! Maria ormai la frutta la regala, detta ricette di zuppe e vive solo di mance. Armando ripara solo ombrelli con il manico di legno, degli altri dice: “A signo’ ‘nvale a pena”! Torquato viene per stare vicino a Maria ma non glielo dice. Albino ha una marcia in più, sembra laureato in scienza della crudeltà. Dicono che faceva il ferroviere poi hanno cambiato le motrici ,lui non s’è evoluto quindi pensione anticipata. Per questo ha comprato la licenza con vista Stazione Termini. L’altro venerdì ha perso una potenziale cliente ma le facciate dei palazzi sembravano ridere con tutti i passanti. Una ragazza s’è avvicinata al bancone ha preso un cappello e lo specchio poi s’è rimirata … Albino seduto sulla sedia : “A Signorì! Fa la brava! Riposa subito er cappello … e visto che ce sei, staccate pure la testa che me spaventi li compratori!!!”.


La storia di rjm: ♫ Blu, blu, blu ♪ ♪ il cappellino blu ♪♪ ♫ blu, blu, blu ♫♫ ♫♪ ti prenderò Lulù ♪♫ -Il killer del berretto... ma che razza di nome è!? Io non lo so... questi giornalisti... e pensare che scrivono per mestiere... bah... Il giornale è quello del giorno prima, la notizia d'apertura la stessa ormai da settimane. Leila è una gran donna: mente brillante e intuito fnissimo, fsico d'atleta, aspetto curato, lineamenti delicati e pelle olivastra, laureata con il massimo dei voti. E' a capo della squadra mobile in quella piccola cittadina e presto dovrà trasferirsi. A Milano o a Reggio Emilia, ufcializzeranno il tutto la settimana prossima. Quando entrò nella Polizia sapeva bene che non avrebbe potuto innamorarsi di questo o quel posto. ♫ Blu, blu, blu ♪ ♪ il cappellino blu ♪♪ ♫ blu, blu, blu ♫♫ ♫♪ ti prenderò Lulù ♪♫ ...colpisce ancora! -continua l'articolo del giornale-. Quattro omicidi in poco più di due mesi, quattro giovani vite spezzate in maniera brutale, quattro ragazze che non hanno avuto nessuna colpa, se non quella di indossare un berretto di lana. Sì, un berretto di lana, perché tra le pochissime certezze (ricordiamo che in conferenza stampa il capo della squadra mobile ha sostenuto che non ci sono prove, -forse neppure degli indizi, aggiungiamo noi- né testimoni oculari né piste privilegiate) c'è che i corpi brutalizzati sono stati scelti per un piccolo particolare comune: un berretto di lana, appunto, che le vittime indossavano al momento degli omicidi e che non sono mai stati ritrovati. In ogni procura, caserma o tribunale, c'è sempre qualcuno in combutta con la stampa e anche in questo caso alcune informazioni, quelle che sarebbero dovute restare segrete per via delle indagini, sono arrivate, chissà in cambio di cosa, in mano alla stampa. ♫ Blu, blu, blu ♪ ♪ il cappellino blu ♪♪ ♫ blu, blu, blu ♫♫ ♫♪ ti prenderò Lulù ♪♫

E' evidente che gli inquirenti brancolano nel buio e che la popolazione non si fda più. I valligiani ce l'hanno soprattutto con la dottoressa Leila Munari, il capo della squadra mobile, responsabile secondo loro di non possedere i requisiti necessari per afrontare e risolvere delitti così eferati. A centinaia si sono ritrovati sotto il palazzo della questura, urlando slogan e improperi. -Bastardi! Ma che ne sapete voi di me e delle mie competenze!? Fancazzisti che non avete nulla di meglio da fare! Solo perché avete visto qualche poliziesco alla TV credete di essere dei criminologi provetti? Ma andate tutti a fanc... ♫ Blu, blu, blu ♪ ♪ il cappellino blu ♪♪ ♫ blu, blu, blu ♫♫ ♫♪ ti prenderò Lulù ♪♫

E' un'incompetente! Urla qualcuno. E' raccomandata! Fanno eco da dietro. Non sa badare alla fglia, fguriamoci agli assassini, azzarda una signora di mezza età riferendosi al fatto che la diciottenne primogenita della Munari è un'assidua frequentatrice del centro sociale “La otra campaña”. Leila legge i giornali a casa, di sera, prima di andare a letto. Non lo fa mai in ufcio, non rientra nella sua visione di “professionalità”. E poi, in questo periodo, ha lavorato davvero sodo al caso. Una lacrima le solca il viso -non piange quasi mai Leila-, è abituata alle critiche ma quando toccano il suo ruolo di madre non c'è corazza che tenga.


-Ciao mamma, allora io esco con Giada, è possibile che si faccia tardi, non aspettarmi sveglia. Con una mano Leila s'asciuga in fretta la faccia, non vuole che la fglia la veda piangere. -Ok e mi raccomando, sta' attenta. La ragazza è già in strada, con la spensieratezza della gioventù. -Aspetta Lulù, aspetta! Tieni il tuo cappellino di lana blu, che stasera fa molto freddo. ♫ Blu, blu, blu ♪ ♪ il cappellino blu ♪♪ ♫ blu, blu, blu ♫♫ ♫♪ ti prenderò Lulù ♪♫


La terza immagine da descrivere viene proposta da Alex0574:

La storia di MasMas (vincitore): Su quella spiaggia assolata faceva già abbastanza caldo. Cominciava a girargli la testa, il cuore batteva a mille. Il sudore gli scivolava dalla fronte come se i suoi pensieri si liquefacessero ed uscissero dai pori della pelle. Tutti quei pensieri gli vorticavano nel cervello, troppi, troppo veloci, troppo pazzi da razionalizzare. Un momento, calma. Doveva calmarsi, doveva pensare lucidamente. Non poteva essere, eppure non c'era più dubbio. Quei due sulla spiaggia, a venti metri, sul bagnasciuga. Lui: i primi capelli grigi, l'abito un po' troppo lungo per il mare con le maniche della camicia arrotolate e la giacca in mano. Indubbiamente Jake. Lei: decisamente più giovane, biondi capelli lunghi, gradevole nel suo abitino forato corto con le scarpe in mano ed i piedi appena nell'acqua. Sicuramente Susan. Li osservava ebete, incredulo. Lei guardava Jake con gli occhi da cerbiatta. Lui la teneva teneramente per mano mentre rimirava un po' sognante l'orizzonte. Non poteva essere vero ma ormai aveva verifcato cento volte. La sua parte razionale però non poteva non provare ancora, ed ancora, ed ancora. Così i suoi occhi tremanti tornarono sul libro, sul punto sul quale si era interrotto. Lesse con timore una, due frasi. Alzò lo sguardo su Susan che rideva calciando l'acqua lievemente per far fnta di spruzzare Jake. Quello saltò un po' da una parte per evitare lo schizzo, ridacchiando giocosamente indispettito. Le disse qualcosa. Lei rise ancora. Tutto corrispondeva. Ancora il suo sguardo mentre li osservava era quello di chi sta vivendo un sogno. Quello però non lo era, se ne era già accertato con tanto di pizzicotto. Di nuovo i pensieri vorticarono in cerca di una razionalità che non c'era. Incredibile. Impossibile. Ma vero. Quello che leggeva si avverava. Jake e Susan, era sicuro, fno ad un momento prima non c'erano. Erano apparsi quando aveva cominciato a leggere il libro ed i due erano andati sulla spiaggia. Poi era successo tutto quello che il libro diceva, tolte le scarpe, tolta la giacca, presi per mano, tutto. Ora anche lo scherzo. Tutto. Santo Dio. Santo Dio, era diventato un mago? Un essere paranormale, un supereroe, un mostro? Poteva rendere reale quello che leggeva? Ma questo cosa poteva signifcare? Lasciò per un attimo di nuovo liberi i pensieri. Provò ad acchiappare uno di quelli più pazzi, uno di quelli che aveva fno a quel momento perfno avuto paura di ammettere di stare pensando. Avrebbe potuto trarne vantaggio? Provò per un attimo ad immaginare il suo futuro con quel prodigio in mano. Soldi? Fama? No, no, la sua parte razionale lo riportò alla realtà. Poteva anche essere molto pericoloso. Se avesse letto certe cose, santo Dio. Di nuovo, non poteva non riprovare di nuovo. Il suo io razionale sperava che quella volta, e poi per sempre come doveva essere, non sarebbe successo nulla, che fno a quel momento fossero state solo coincidenze, anche se ormai incredibili. D'altra parte era un romanzetto leggero, cosa sarebbe potuto succedere di inquietante a quei due sulla spiaggia? Ancora una riga: <<Jake tornò ad avvicinarsi a Susan,>> così come lesse accadde. Continuò: <<Le loro mani si ritrovarono. Lui si rese conto in quel momento che ormai era incapace di non toccarla anche solo per un momento. Jake le parlò sognante: “Vieni qui e non lasciarmi mai più, promettimelo.”>> sulla spiaggia Jake disse qualcosa mentre prendeva la mano di Susan. Continuò, ancora, non poteva essere, non doveva succedere, doveva provare ancora: <<“Non lo farò, te lo


prometto, se adesso mi baci.” A quelle parole Jake sorrise come se gli si fossero appena spalancate le porte del cielo. Lasciò ogni remora, l'età, i fgli, il lavoro. Le si abbandonò totalmente tanto più che in quella spiaggia desolata non li poteva vedere nessun...>> La prima pagina del giornale del mattino aveva titoli solo per il bagno Oreste 114. Non che al bagnino questo facesse piacere. Il bagno era stato sequestrato dalla polizia ed ora era setacciato dalla scientifca in cerca di prove dell'accaduto. Alle 16.27 di Martedì, ne era certo l'addetto al salvataggio perché proprio in quell'istante stava guardando l'orologio, trentasette persone erano sparite. Volatilizzate nel nulla. Un attimo prima erano lì, l'istante dopo non c'erano più. I gelati tenuti in mano erano caduti a terra, le ciabatte e le borse rimaste abbandonate tra gli ombrelloni, un avventore che comprava una collanina aveva perfno lasciato cadere il portafoglio di fronte all'ambulante cingalese che ora era all'ospedale sotto osservazione per lo chock dell'esperienza, come tanti altri che avevano visto sparirsi di fronte amici, fgli, parenti. Ed un libro, un libro apparentemente insignifcante si era chiuso cadendo su di una sdraio, vicino alla battigia.

La storia di LutaStyle: È già autunno Ho sempre amato il mare. Il mare è bello d'estate, in primavera, in inverno. Ma la stagione che più mi piace vedere dalla spiaggia è l'autunno. In autunno, in città, i viali si ricoprono di foglie. Rischi di scivolare quando l'umidità le rende viscide e un po' infde. Mi piace osservare il mare e mi piace guardare la spiaggia. Ho tanto tempo per osservare, sono abbastanza fortunata da essere giovane e in pensione. Giovane dentro, almeno. In autunno al mare trovi i nostalgici. Quelli che lo salutano con gli occhi lucidi e mormorano: «Ci vediamo l'estate prossima!» Io, invece, ci abito al mare. Ed ogni mattina se non piove vengo qui. In spiaggia con un libro e un telo da stendere sulla sabbia sempre un po' umida. A settembre ci sono gli ultimi bagnanti. Si illudono che sia ancora estate. In realtà io e il mare lo sappiamo fn troppo bene: è già autunno. L'autunno, per quella distesa salina, inizia il primo settembre e fnisce a Natale. Ché qui non nevica, quindi non possiamo far coincidere l'arrivo dell'inverno con la prima neve. Io il primo settembre lo saluto afettuosamente, mi bagno i piedi con la sua acqua ancora tiepida dell'estate, del piscio dei turisti indisciplinati, delle imbarcazioni che navigano troppo vicine alla costa. Sentiamo ancora l'eco della voce del venditore di cocco, sempre la stessa famiglia di napoletani, da generazioni su questo bagnasciuga. Adesso è autunno inoltrato, ed io sto sdraiata qui a fssare il suo andare e venire placido. Un libro tra le mani. Stamattina mi sono svegliata stanca. È da un po' di giorni che mi manca sempre il respiro. Sono andata da Nardi, il mio dottore. Mi ha detto che son vecchia e devo morire. Non in questi termini, ma io l'ho capito cosa intendeva dire. Sono vecchia. E sola. Forse sono più sola che vecchia. «Mare, mio caro amico...» mormoro stringendo una vecchia copia di “Moby Dick” «morirò senza aver catturato la balena bianca!» «Cara amica, ti accompagno io nell'ultimo tratto!» mi sento rispondere.

Sono vicina al mio corpo inerte con in grembo la vecchia copia del libro di Melville. Sto qui vicino, in attesa che qualcuno si accorga di lui, il mio cadavere. Quando quelle due persone là in fondo si accorgeranno che sono morta io potrò andarmene. Sparirò tra i futti, andrò a cercare la balena bianca. Ma non la voglio uccidere. «Non sarai più sola, amica mia!» sento sussurrare dal mare.


La storia di Clay: – Si, li sto tenendo d’occhio! Sarà la terza volta che mi passano davanti. E adesso cosa faccio? - Falli fuori entrambi! - Ma... qualcuno potrebbe vedermi! - Non hai appena detto che la spiaggia è deserta? - Si, ma potrebbero sentire il rumore degli spari... - Usa il silenziatore, defciente! Lui aveva appena fnito di parlarle di sua fglia e di quanto sarebbe stata felice di conoscerla. Lei sognava già una vita a due in un posto tranquillo, lontano dal mondo civile. Nessuno dei due sapeva della doppia vita dell’altro e lo scoprirono giusto l’attimo prima di chiudere gli occhi, dopo gli spari.

La storia di Marlene: "Allora, come continua?" La ragazza, sul suo mezzero, diede un piccolo calcetto al fdanzato. Era sdraiata sulla pancia e stava prendendo il sole; il bikini slacciato per non lasciare segni. "Dunque, a che pagina ero arrivato?" Daniele non metteva mai i segnalibri alle sue letture: i cartoncini lo infastidivano (e poi li perdeva sempre) e le orecchie le detestava. Sfogliò fno a pagina 97 e riprese a leggere piano: <<Aveva qualcosa da dirgli, lo sapeva, e tuttavia quando parlò non la ascoltò. Si limitò ad annuire ogni tanto. Il giorno in cui il padre l'aveva portata a Dublino, la madre sperava che non tornassero mai più. Entrambi, aveva detto, mai più ... >> Lei, all'improvviso silenzio, si ridestò. "Continua a leggere!" Gli ridiede un piccolo calcio, accoccolandosi meglio sul mezzero e chiudendo gli occhi. Ma lui era preso da altro. Vide passare sulla battigia una coppia. Erano tranquilli, chiacchieravano sereni osservando appena il mare azzurro. Erano presi fra di loro con una complicità tale che quasi si sentiva nell'aria. Si voltò verso la sua ragazza, osservò la schiena d'un caldo color caramello, il bikini cacao a fare un morbido contrasto. Abbandonò il libro di lato e baciò piano la pelle della ragazza, sulla nuca, appena sotto l'attaccatura dei capelli. Lei rise appena. Si rimise il pezzo di sopra del bikini e si voltò verso di lui. Solo la sera, sulle fresche lenzuola di lino, stropicciate, si ricordarono del libro lasciato sulla spiaggia.

La storia di Stria: Nina continua a parlare, ma ormai non l’ascolto più. Non è difcile capire che secondo lei siamo incompatibili ed è ora di chiudere questa relazione. Non è necessario che continui a girarci intorno, ormai l’ho capito: faceva prima a dirmi “non me ne frega nulla, ti ho usato per non sentirmi sola, addio”. Peccato che io l’ami. Annuisco di tanto in tanto, fngendo che vada tutto bene. Non sarebbe molto virile piangere, e Nina ha già abbastanza motivi per considerarmi una femminuccia bollita in un profumo francese. Perché penso sempre stupidaggini quando sono nervoso?! Mi guardo intorno, il mare mi riporta al giorno in cui ci siamo l’ho conosciuta per la prima volta, poco più avanti, dove c’è quel vecchio che legge. Come quella volta. Anche io leggevo: “La panna montata nei tuoi occhi”, un romanzo d’amore piuttosto ridicolo secondo l’amico che era con me, il classico tipo che acchiappa qualunque ragazza gli capiti a tiro. Ero certo che Nina si fosse avvicinata proprio perché attirata da Carlo, che ci provò


spudoratamente per tutto il tempo. Eppure lei, senza alcun motivo, aveva preferito me. Mi aveva persino fatto i complimenti per il libro. Eppure detesta i romanzi d’amore. -…a te va bene?Il vecchio continua a leggere mentre il mio mondo implode. Un oceano di fele. -Aldo?! Mi stai ascoltando?Sospiro. Torno all’orribile realtà –Scusami, ero distratto. Dicevi?Nina mi guarda furente. –Io ti chiedo di continuare a stare insieme nonostante come coppia facciamo schifo e tu ti distrai?! Grazie, eh!-Davvero?! Non vuoi mollarmi?La donna che amo guarda lontano. –Prima ero sicura di farlo, ma ora… non so, credo di averci ripensato. Da quando sono qui non sono più sicura di nulla. Mi sento la testa svuotata. Tanto vale continuare a vederci, se a te va bene.Annuisco convinto e profondamente sorpreso. -Allora domani pranziamo insieme, come al solito. Ora scappo che mi chiude il supermercato.Mi dà un bacio veloce e corre via. Ancora non ci credo. Non è stata propriamente una scena da flm, ma posso accontentarmi. Se proprio qui, dove è nato il nostro amore, Nina ha cambiato idea allora forse c’è un po’ di romanticismo anche in lei. E’ un segno, abbiamo un futuro insieme! Il vecchio sorride chiudendo il libro. Per oggi ha letto abbastanza, continuerà domani. In fondo non c’è fretta, il libro è lungo e lui ha tanto tempo libero. Si stiracchia e cambia posizione, assaporando la comodità della sdraio. Guarda il ragazzo che corre verso la sua macchina. Ha l’aria felice, come un cane che ha ritrovato il suo padrone. Il vecchio chiude gli occhi sereno e mentalmente brinda a questo momento perfetto. Il sole comincia a tramontare, un raggio illumina la copertina del libro: “Aldo e Nina - una favola d’amore”.

La storia di rjm: 6 settembre 2009 Pesciò è mio amico. Pesciò è il mio amico. Quella mattina mi chiese di accompagnarlo a Silvi Marina, a trovare suo nonno. Il nonno di Pesciò è un abruzzese vero, nato e vissuto sempre nel suo paesino, a pochi chilometri dal capoluogo. Il nonno di Pesciò è un contadino.

Terra secca, terra dura, terra da lavorare! Terra fertile, terra madre, terra da rispettare! Il nonno di Pesciò era molto provato, come la sua casa. Avevano resistito insieme per tanti e tanti anni alle intemperie, alle piogge, ai venti, alla neve, ad altri terremoti. Neppure questa volta erano stati soprafatti, ma i segni della battaglia erano evidenti. Sul suo volto come sulle sue pareti. Nei giorni immediatamente successivi al sisma fu trasferito, come molti altri aquilani, negli alberghi della costa abruzzese. Quel giorno lo trovammo nella spiaggia antistante quella che è stata la sua dimora per alcuni mesi, seduto su di una piccola sedia impagliata, di legno scuro. Aveva lo sguardo basso e le mani congiunte. Un libro, accanto a lui, era adagiato sulla sabbia. Il nonno amava Salgari, forse perché gli faceva raggiungere con la mente i luoghi che non aveva mai potuto visitare. La dolce brezza sfogliava le pagine, il sole faceva capolino tra le nuvole, come per fnire di leggere tutto prima che fosse l’ora della pagina successiva. Il mare era colorato di un azzurro spento, come la luce dei suoi occhi. Ci avvicinammo, lui ci riconobbe da lontano e abbassò di nuovo il capo. “Che c’è nonno, non ti senti bene?”, disse Pesciò. Non gli rispose, fece solo spallucce. Insistette: “allora nonno che c’è, rispondimi! Non dirmi che sei ridotto così per via della tua casa?! L’aggiusteremo nonno, l’aggiusteremo”. Fino alla settimana precedente, il nonno non ce l’aveva proprio fatta a tornare al suo paese. Troppi i ricordi, troppe le emozioni, troppa la paura. Pesciò mi aveva raccontato che il nonno non aveva proferito neppure una parola durante la visita alla sua casa, solo sulla via del ritorno verso l’albergo era sbottato di rabbia. “Io, al mare, non ci sono mai venuto, neppure d’estate, fgurati se devo starci adesso, alla mia età. Laggiù tutti sono gentili, ma io


sono un uomo di montagna, al mare non mi ci trovo proprio. Chi ci guarda da fuori, chi non ci conosce, non può capire. Ti danno l’albergo, pranzo e cena cucinati e serviti, ti puliscono la stanza e ti cambiano le lenzuola. Che vuoi di più? Io, invece, mi sento come un pesce di fume, che lo hanno preso e portato in uno splendido mare tropicale. Chi penserebbe che un pesce non si trovi magnifcamente bene a nuotare in quei meravigliosi fondali? Ecco, mi sento come un pesce, un pesce fuor d’acqua. Ji so dell’Aquila e manco ju meteo sapea addò stea, mo lo sa pure Obama, lo sa l’unione europea. Lo sanno quiji che pe tempu se so fatti ji conti e mentre contavamo i morti issi conteano i sordi (Io sono dell’Aquila e nemmeno il meteo sapeva dove si trovasse, adesso lo sa anche Obama -durante il G8, che si tenne a L’Aquila poco dopo il terremoto, il presidente degli Stati Uniti visitò la città-, lo sa l’unione europea. Lo sanno quelli che con anticipo si sono fatti i conti e mentre noi contavamo i morti loro contavano i soldi -il riferimento è ad alcuni imprenditori interessati ai lavori per la ricostruzione e poi indagati-). Poi era scoppiato in un pianto dirotto, inconsolabile, come fosse un bambino.

“TRECENTONOVE, cazzo, TRECENTONOVE! Sai quanti sono TRECENTONOVE? Non sono numeri, non sono cose, sono PERSONE! Uomini, donne e bambini! Stronzi, amici, antipatici, parenti, sconosciuti, brava gente! TRECENTONOVE aquilani, cazzo! Vafanculo, vafanculo, vafanculo!

Terra ostile, terra grama, terra che si fa scura! Terra pesante, terra superba, terra che fa paura! Sollevò lentamente il capo, lo sguardo si fece deciso, raccolse un profondo respiro e fssò suo nipote dritto negli occhi. “Ce l’hai presente il tetto, ragazzo mio, ce l’hai presente, vero?” “Sì nonno, ma l’importante è che tu non ti sia fatto nulla. Lo sistemeremo, non ti devi preoccupare”, cercò di rassicurarlo Pesciò. Ma lui continuò: “cos’è che ha ceduto, ragazzo mio, cosa ha ceduto?” “La parete della cucina, nonno, ma non è grave.” Era anziano il nonno, ma in buona salute e lucido di mente; le sue domande erano per Pesciò di poco conto; d’altro canto a lui le sue risposte sembravano non interessare afatto. “Ti ricordi quante macerie, ragazzo mio, abbiamo dovuto spostare per entrare a casa?” “Sono calcinacci nonno, domani darò una bella pulita e la prossima volta andrà meglio, vedrai.” “Ti ricordi quel rumore sotto i piedi, ragazzo mio, lo ricordi?” “Certo nonno, bisognerà dare una sistemata anche al pavimento. La rimetteremo in sesto la tua casina, fdati di me, sarà più bella e confortevole di prima”, rispose sorridendo Pesciò.

Terra ferita, terra violata, terra che non si arrende! Terra rinata, terra sagace, terra che ti sorprende! Lui non ricambiò il sorriso, continuò a fssarlo, si alzò dalla sedia e, con voce solenne, disse: “quello non è il tetto, ragazzo mio, è una ferita, è un fendente dritto al cuore! Quella non è una parete, ragazzo mio, è il mio sudore, la mia fatica! Quelli per terra non sono calcinacci, ragazzo mio, sono i calli delle mie mani, sono le rughe sulla mia fronte! E ciò che calpestavamo non è il pavimento, non sono piastrelle, ragazzo mio, sono le ossa curve e doloranti della mia schiena! Quella non è la mia casa, ragazzo mio, è la mia vita! La mia vita!”

Terra arsa, terra sfruttata, terra che si lamenta! Terra bruciata, terra violata, terra che ci alimenta! Pesciò non sapeva cosa dire, forse aveva compreso ben poco prima di allora e per questo ci rimase molto male. “Vedi ragazzo mio, ai miei tempi c’era rispetto per la natura, c’era tanto rispetto per la terra. Oggi non è più così, ve ne infschiate voi giovani. Il terremoto è la risposta della terra al vostro comportamento irrispettoso”. Non avevamo voglia di rimanere ancora, né di spiegargli nulla. Lo salutammo e facemmo per andare via.

Terra del sud, terra dell’est, terra che ti confonde! Terra amica, terra lontana, terra che ti comprende! “Dove andate, credete forse che io sia così ignorante da credere che il terremoto sia una punizione divina? Lo so che è un fenomeno naturale, sciocchi, ma vedete ragazzi miei, se nessuno lo sapesse, se si avesse ancora timore e rispetto per la natura, oggi, forse, vivremmo in mondo migliore!”

Terra forita, terra solare, terra che si fa bella! Terra orgogliosa, terra mai doma, terra che si ribella! Terra che si ribella! Il nomignolo Pesciò e la frase in dialetto aquilano sono citazioni del testo della canzone Domà -AA.VV.-, cover della canzoneDomani


La quarta immagine da descrivere è stata scelta, quindi, da MasMas:

La storia di Clay (vincitore): - Non era questo il tuo desiderio, amore? - chiese Giovanni alla moglie che guardava con aria stralunata la città sotto di loro. - Volevi una casetta indipendente, con tanto verde, luminosa... un'isola di pace! Ho semplicemente esaudito i tuoi desideri! - proseguì l'uomo appoggiandosi all'albero. - IO VO-GLIO SU-BI-TO SCENDEREEEEEEEE!!! - urlò lei all'improvviso e in un attacco isterico cominciò a scuotere la pianta tanto da minacciare di sradicarla. Giovanni, con pazienza, l'aferrò per le braccia e, sorridendo, cercò di calmarla. Lei scoppiò a piangere e per un attimo sembrò abbandonarsi sul suo petto, ma poi si liberò dall'abbraccio e lo scaraventò a terra, quindi si sporse sul bordo del precipizio e urlò a squarciagola: - AIUTOOOOOOO!!!! QUALCUNO MI VENGA A PRENDEREEEEEE!!! Giovanni le arrivò dietro di corsa e, con uno spintone deciso, la buttò di sotto. Si sentì ancora un urlo, poi sparì nella nebbia. Giovanni entrò in casa e si mise a bollire un buon tè.

La storia di Alex0574: SALAGADULA MAGICABULA Ernesta Carver aprì un occhio per vedere quanto sole si fosse presentato all’appuntamento quella mattina. Un sacco, a giudicare dalle lame sfolgoranti che tagliavano la stanza costringendola a socchiudere le palpebre assonnate mentre Belzebù si faceva le unghie sul suo stomaco. Il gatto era un autentico mistero ma alle streghe capitavano queste cose. Uscita dalla doccia se lo era ritrovato davanti, all’ultimo piano del n.231 dove gli ascensori non funzionavano più da anni. Sempre che un felino fosse capace di premere il pulsante roof. Lei nuda come un verme e lui seduto con la coda arrotolata si fssarono per un lungo penetrante attimo alla fne del quale Belzebù capì di averla avuta vinta. Lo nominò tecnico delle luci. Ernesta dedicò cinque - e non dico quattro, non dico sei ma dico cinque - minuti allo stretching poi versò il latte per entrambi. Si complimentò con se stessa per l’erba che verdeggiava al di là della fnestra aperta, ci teneva molto a quel fazzoletto di terra e comunque nel tempo libero cos’altro poteva fare.


Oltre, sostava quella nebbia malata venuta da chissà dove che assorbiva i colori e faceva cadere in un sonno profondo quelli che la respiravano. Ormai tutti in città dormivano della grossa, i più fortunati nel letto o sul divano. In fondo alla stanza bolliva un pentolone regolamentare che sprigionava fli di vapore risucchiati dal camino. Si augurava che la pozione fosse sufciente perché era stufa di stare lì e in ogni caso doveva pur salvare il mondo oppure addio stipendio. Riempì il nebulizzatore e ne spruzzò moderate quantità agli angoli del giardino, quella roba era micidiale. Le minuscole sfere dentate si misero al lavoro mangiando la nebbia di cui erano ghiotte e così anche quel grattacielo era a posto. Attese l’ok di Belzebù prima di recitare la formula magica Bidibi bodibi bu e via che si parte. Il prato e la casa si sollevarono (un bel passo in avanti rispetto alla scopa) mentre il gatto manovrava il fascio luminoso e lei guidava la baracca fno al grattacielo accanto eseguendo un atterraggio non proprio morbidissimo ma era il nuovo modello santo cielo un po’ di comprensione. Raddrizzò un quadro, tolse con la paletta i cocci di un’ampolla e mise fnalmente il bricco sul fuoco. Belzebù quella sera volle nel suo tè una zolletta supplementare poi si fecero due risate raccontandosi barzellette sconce. Prima di coricarsi, la strega tirò una riga sulla mappa dei grattacieli. Ne rimanevano 378.


La quinta immagine (che conclude questa prima raccolta) è proposta da Clay:

La storia di Alex0574 (vincitore): – Temo sia una cattiva idea – disse Patty. Julia abbassò il fucile. - E allora dimmi tu come fare. - Occorre la chiave. O hai intenzione di far saltare in aria l’intero quartiere? - Voglio solo la dannata corrente – precisò Julia. - Da quando te ne vai in giro con quell’arnese? - Non dirmi che stai in casa disarmata. - Ho una banalissima .22, a che mi servirebbe un ammazza bufali? Le doppie canne di acciaio ruotarono velocemente sulla destra e Julia fece fuoco. - A questo – disse quando Patty si fu ripresa dalla detonazione. - Santo cielo! Ma che ti prende? - Centro! Dannazione, maledetta artrite – si lamentò Julia massaggiandosi la spalla. Patty ruminò la mascella fnché le orecchie fnalmente si stapparono, anche se permaneva un discreto ronzio di fondo. Julia raggiunse la siepe dei Trenton al di là della strada poi fece cenno all’altra di avvicinarsi. - Eccolo qua. - Hai sparato a questo? Per tutti i santi, ma cosa diavolo è? – esclamò Patty. - Cara, hai saputo dell’invasione o il troppo lavoro a maglia ti ha fritto il cervello? Julia toccò con l’estremità della doppietta l’ammasso fumigante. - Ok, non ci darà più fastidio. - Perbacco – mormorò Patty vincendo la repulsione per sbirciare quella roba giallastra che sembrava un cumulo di plastica fusa. Julia alzò gli occhi al cielo. - Esattamente. Rubano l’energia elettrica per far ripartire l’astronave – spiegò. Patty batté le mani. - Credi sia possibile vederla? – domandò eccitata. - Puoi anche salirci sopra e farti un giretto nell’iperspazio ma dai retta a me lascia perdere, ti userebbero come combustibile. Julia estrasse le pinze dalla borsa e frugò nel mucchietto, poi tirò su un mazzo di chiavi. - Ho paura che ce ne siano altri in arrivo – annunciò Patty tufandosi nella siepe. Un attimo dopo la doppietta tuonò, breve pausa per la ricarica, altra serie di spari. - Devo ricordarmi di chiamare Jef Williams per ringraziarlo – disse Julia quando fnalmente tornò il silenzio nella strada deserta. - Chi è costui? – chiese Patty dal nascondiglio.


- Il mio allenatore giù al poligono. Ammesso che sia ancora vivo. Puoi uscire, li ho fatti secchi. - Il mio povero tailleur! - Siamo dentro una specie di guerra e tu sembri in visita a palazzo – bofonchiò Julia. - Ti piace? E’ un Oliver Hardy – gongolò Patty. - Forse volevi dire Hardy Amies ma non importa. Muoviamo il culo da qui prima di rimetterci le penne. - Per tutti gli dei, sembri un incrocio tra una lesbica e Terminator. - Non mettermi alla prova donna e adesso vieni con me, se vuoi vivere – abbaiò Julia. - Dove andiamo? – pigolò Patty con le scarpette di vernice in mano. - C’è un rifugio della resistenza a due isolati da qui. Per la miseria ma dove sei stata nelle ultime due settimane? - A casa con una terribile infuenza ma adesso va meglio. Una fortuna che sia mancata la corrente. Sarei ancora al calduccio. Probabilmente morta. Rabbrividì. - Pazzesco – fece Julia dopo un po’. Camminavano al centro della strada scansando i morti. Misericordia, quelle cose erano afamate sul serio! - Eh? - Che Giove sia abitata da maiali graftari – precisò Julia sistemando meglio il fucile. - Scusa tanto ma il bernoccolo artistico mi pare il male minore, guarda quei morsi! - Ok ok, era per minimizzare. Julia ne eliminò altri due prima di raggiungere il rifugio. Un peccato non poterli usare per il barbecue. Maledetta artrite.

La storia di Marlene: Un disegno da Campioni. - Passami il pennarello nero, sbrigati! - Aspetta, caspita! Devo tenere la torcia in bilico, prendere il pennarello, non fare rumore ... ma mettermi anche un palla sul naso e fare uno spettacolo per racimolare due spiccioli, no? - Ma vuoi stare zitta per favore? - Quello è il titolo di una raccolta di racconti di Carver. - Ecco, leggiteli. Caspita, Lili, ci sei? - Eccolo! ma che diavolo stai facendo? - Non lo capisci? - Cosa dovrebbe essere 'sta schifezza? - Ha parlato Miss Accademiadellebellearti. - Ah ah, l'architetto dei miei calzini. - Ecco qua l'ultimo tocco ... et voilà, fnito. Ti piace? - E sta specie di muso di maile cosa rappresenterebbe? il tuo autoritratto? Clive non ebbe tempo di rispondere visto che in quel preciso istante la luce ritornò in tutto il quartiere, ci furono i botti e le strade si riempirono di gente urlante e le macchine suonavano i clacson come impazzite. Trézeguet aveva appena sbagliato il rigore. l'Italia era appena stata proclamata Campione del Mondo nella notte berlinese. Clive non fece in tempo ha fnire il suo capolavoro che l'operaio dell'Enel gli apparve alle spalle. Era incavolato perché due teppistelli avevano levato la luce e fatto perdere a mezza cittadina il gol della vittoria.

La storia di MasMas: Si sforzò di coordinare il più possibile il movimento dei piedi; sinistro, destro, sinistro, destro. Con quella tuta pesante, avvolgente dalla punta dei piedi a quella delle mani, faceva fatica a coordinarsi. Erano mesi che l'usava ma non ci si era mai veramente abituato. Si sentì come sempre prigioniero in quel dannato luogo, troppo grande per lui, alieno. Lo disgustava stare lì, anche quella era una sensazione cui non si era ancora abituato. Tutto era gigante, sconosciuto, innaturale, ripugnante;


troppo per farci il callo, maledizione! Tutto era difcile, anche correre, ma ce la doveva fare. Non avesse avuto quella tuta, quelle scarpe troppo ingombranti. Ebbe il desiderio di toglierle per essere libero, anche se non l’avrebbe mai fatto: erano di fondamentale importanza per la sua sopravvivenza, la Madre gliel’aveva insegnato. Era lì in missione, inviato, portato dalla Madre; deportato, come si sentiva a volte. Era lì perché quello era il suo compito. Se ce l’avevano mandato a forza o per piacere non importava, quello era il destino che la Madre aveva deciso per lui. Ormai non poteva più fuggire: comunque ne andava della salvezza di tutti, forse di tutto il mondo, magari del genere umano, dell’universo. A quel punto il suo ruolo era tanto cruciale da costringerlo a portare a termine la sua missione, non poteva permettersi di fallire. Sentì dietro di lui la bestia che incombeva. Era un abitante di quel luogo; bontà sua, lo seguiva sempre, la sua più grande nemesi. I suoi passi rimbombarono, inumani, macigni: bum, bum, bum. Il rumore si avvicinò, dannazione, stava guadagnando terreno! Poté quasi sentire il suo respiro afannato, anch’essa nello sforzo della corsa, dietro di lui, dall'alto. Ce l’aveva addosso! Il disgusto per quell’essere innaturale, il timore del suo contatto, lo attanagliò per un attimo. Si concentrò sul suo obiettivo, non era il momento di cedere; non poteva. Guardò davanti, a pochi metri, in quell'ambiente ostile, la sua meta. Era in alto ma non troppo per essere fuori dalla sua portata, con un balzo l’avrebbe potuta toccare se fosse arrivato per primo. Era lì, l’obiettivo della missione, al gigante mancavano pochi passi ma anche a lui non ne sarebbero serviti molti di più. Ormai era una questione di istanti, di centimetri. Lui aveva ancora un piccolo margine di vantaggio anche se la bestia lo stava raggiungendo. Doveva farcela! Così si avvicinarono ormai appaiati al pannello grigio in quella muraglia rossa, sembravano enormi mattoni. Quello strano disegno, quel contorno azzurro che rafgurava quell’essere di quel mondo di cui non ricordava nemmeno bene il nome, per lui difcile da pronunciare. Saltò nell’ultimo sforzo, allungandosi allo spasimo. Intanto la bestia allungò la sua enorme appendice per toccare il pannello: “Tana!” gridò Martina mentre toccava lo sportello dell’Enel. Poi fu il turno del piccolo Giovanni, in ritardo rispetto alla sorella. Un attimo di magone sul volto, poi le lacrime, il pianto. “Martina, e fai vincere tuo fratello ogni tanto!” gridò la mamma dalla panchina poco lontano lungo il vicolo. “Ma dai, questa volta l’ho anche fatto partire più avanti!” rispose lei seccata mentre guardava il fratellino disperato. Tutto era perduto, pensò Giovanni, aveva perso la sua gara contro la bestia, per il bene di ciò che di buono e giusto c’è nell’universo. Non poteva fare altro: gridò: “Mamma!” tra le lacrime. Potrei intitolarlo 'la Sentinella'... Anche se contro i maiali graftari da Marte non credo di potere nulla.

La storia di FreeWolf91: C'è un bel muro di mattoni, dai colori caldi e variegati. Si parte dall'arancio, in alto, luminoso, poi si passa al rosso, più in basso, intenso, infne al marrone, caldo e rassicurante. A vederlo sembra un bel tappeto di foglie secche, in autunno; sembra quasi di sentirne l'odore. Tra i mattoni serpeggiano le righe del cemento, di un bianco zuccheroso. Sul muro c'è una scatola un pò squallida di plastica bianca, una cassetta dell'Enel, con la sua maniglietta scura e la sua aria banale. Sul davanti della scatola, qualcuno, armato di pennarello blu, ha disegnato con tratti naif la testa di un maiale. Ha i tratti appena abozzati, giusto il nasone, due occhi approssimativi e vacui. La scatoletta fredda e asettica stona col muro caldo, e il disegno stona con la scatoletta e con il muro. Sarebbe bello, vedere solo il muro, ed annusare nell'aria quell'odore di foglie secche...

La storia di rjm:

Uno strano modo di far peccato La casetta, una villetta direi, in legno di colore chiaro, con il tetto a punta e le grandi fnestre sul davanti. Un porticato, con panchina a dondolo, afacciato su di un giardino curato, estremamente curato, e delimitato da


staccionate di legno bianche. Al loro interno diverse piante di fori: rose, ortensie, gerani rossi, petunie, grandi viole. Un giardino botanico in miniatura con una fontana, anch'essa bianca, non esattamente al centro del terreno. E la piscina, che mi diede l'impressione do doverci essere per forza, come fosse un elemento imprescindibile nella costruzione di un'abitazione, un obbligato dettaglio del piano regolatore. Non c'era nessuno a fare il bagno, benché fosse un giorno festivo e la calura avrebbe convinto chiunque a mettersi in ammollo. Dal cancelletto che dava sul viale, faceva bella mostra un'asta di cinque o sei metri d'altezza, dalla quale sventolava una bandiera dallo sfondo grigio rafgurante i lineamenti stereotipati del volto di un maialino e la scritta ENEL. Ne vedevi una di casetta ed era come se avessi già visitato tutto il paesino. Tutte uguali, eccetto per il numero civico, il colore dei portoni d'ingresso e le cassette della posta. Queste ultime erano delle forme più svariate e mi fecero pensare all'unico particolare nel quale si potessero lasciare libere la fantasia, l'immaginazione e la personalità individuale. Dappertutto erano presenti sfarzose e vistose illuminazioni. Sui tetti delle case, nei negozi, sugli alberi, ai bordi delle strade. Ovunque. Era sempre giorno, anche nel cuore della notte. Gli abitanti erano sempre vestiti in maniera abbastanza elegante e formale; anche il meccanico aveva una divisa insolita, accurata e rafnata, non una di quelle tute che ti vengono in mente quando pensi a lavori di questo tipo. Li vedevi afollare le numerose e pulitissime strade alberate pedonali con un passo così celere da dare l'impressione che fossero sempre in ritardo ad un importante appuntamento. Adesso che ci penso, non so come, io ed Lucy, eravamo fniti in quella cittadina, che non era segnalata neppure sulla nostra mappa. Non ci sentivamo completamente a nostro agio, per via dell'ordinata perfezione di tutto quello che ci circondava e ancor di più a causa dell'espressione sui volti della gente che incrociavamo. Le loro facce erano un po' come le loro case, rassicuranti, gradevoli, ma tutte uguali. Decidemmo comunque di fermarci lì per passare la notte e riprendere l'indomani il nostro viaggio, mettendoci in cerca di un albergo. Dopo aver girovagato senza fortuna, ci fermammo nella piazza principale, sotto una rappresentazione in marmo dell'enorme faccione del maialino delle bandiere. Bandiere che erano presenti ovunque, anche all'ingresso della scuola e dei negozi. Fu lì che per la prima volta rivolgemmo la parola a qualcuno del posto, ad un passante che, a stento, riuscimmo a far rallentare. -Niente alberghi, non ce n'è bisogno. Fu la sua inespressiva riposta. -Un ostello, un Bed & Breakfast, qualcosa del genere dove passare la notte? Insisté Lucy. -Niente ostelli, niente Bed & Breakfast, niente dove passare la notte, non ce n'è bisogno. Spezzò, con cadenza atona i nostri progetti, prima di rimettersi in marcia verso chissà dove. Non fu l’assenza di un luogo di ricovero il motivo per il quale ci rimettemmo in cammino, quanto più la ragione che stava dietro all’ostentata esibizione del volto del maialino. Ci mettemmo poco a capire che avevano una maniacale devozione per quel volto. Lo rafguravano ovunque e facevano sempre uno strano gesto di saluto reverenziale con la mano e con la testa quando incrociavano la suina efge -o meglio icona- suina sul loro veloce cammino. In un oscurantista anacronismo, il suino era il loro dio, lo chiamavano Grande Porcello. La storia è testimone di un maiale intelligente, creatore di tutte le cose, animate e non, presenti nell’universo. Questa comunità crede che una volta sia anche venuto sulla Terra e le rafgurazioni ricordano un celebre sacrifcio volto al salvataggio del creato. Le scritture narrano di quando, molti secoli fa, la materia oscura secondo i più integralisti - l’energia oscura nelle idee dei revisionisti moderni- avvolse il sole e mise a repentaglio la vita sul nostro pianeta. Fu a quel tempo che il Grande Porcello venne tra noi per rimettere a posto le cose e garantire la sopravvivenza. Al temine di una lunghissima battaglia, il dio delle tenebre, un tale Sorciobù -o Rattistofele, anche qui le opinioni rimanevano discordanti- riuscì ad avere la meglio sul Grande Porcello. Lo fece attaccando l’unico punto debole del nemico, il naso che tutto annusa e tutto controlla. Sorciobù scagliò una grossa bolla di plasma solare sul volto del dio Porcello, bruciando il suo potentissimo e delicatissimo apparato olfattivo. La terribile esplosione spazzò via le tenebre e il sole riprese a splendere e a perpetrare la vita. Morì così il Grande Porcello, folgorato nella lotta per la vita. Morente, qualcuno gli posò una targa sulla testa, con una scritta ben marcata che riportava le lettere ENEL. Con un’arcaica pronuncia, si leggeva Esserus Nutriziorum Energiex eLettricorum. La maniera più comune di trasgredire le severissime leggi etiche sembra fosse far puzzette. Dopo lo scontro con Sorciobù, il Grande Porcello non era più in grado di occuparsi di certe cose.


La storia di Zork (partecipante esterno fuori gara): – Ti dico che è andata così...- Ma fgurati Fulvio, tua moglie è una santa! Stai diventando paranoico...- Ne sono sicuro e... me lo ha detto persino il vicino di casa! - Chi Lucio?? Ecco ... appunto parlando di paranoici... - Ma si, li ha visti... insieme! capisci??? E io ora cosa dovrei fare? Afrontarla? Ucciderlo?? - Fulvio cerca di calmarti, non puoi certo lanciare una inquisizione basata solo sulle parole di un vicino di casa! Ci vogliono PROVEEE! - Ah ma qui viene il bello! Io ho le prove ... - Sentiamo quali prove avresti... - Seguimi... Lo seguii distratto, la giornata era calda ma una brezza ristoratrice spirava da nord. Stavo facendo tardi per il pranzo ma dovevo assolutamente evitare che Fulvio facesse cazzate. Mi sembrava fuori di se, dovevo in qualche modo calmarlo prima di andarmene o non più sarei riuscito a stare tranquillo per il resto della giornata. Ma dove diamine mi stava portando? Usciti dal cancello mi fece circumnavigare quell'orrendo muro barotto di mattoni a vista che sua moglie aveva assolutamente voluto ergere a difesa della loro magione. Seguivo le linee bianche, così dannatamente ... bianche in mezzo a quei mattoni... così dannatamente ... rossi. - Ecco... guarda anche tu, che ti dicevo? Non avevo parole, non potevo credere ai miei occhi. Mi indicava l'abominevole sportellino del contatore Enel e in tutto quel tripudio di plasticame grigio svettava il faccione stilizzato di un ... maiale. - Te lo avevo detto che quella puttana si faceva quello dell'enel -


La prima raccolta di immagini e racconti fnisce qui. Vi lasciamo con l'immagine successiva, proposta da Alex0574:

E le storie continueranno...

Raccolta tratta dal sito: pescepiratA.it Contest: descrivere le immagini Autori Vari edita in formato elettronico da Clay Bass in data 10 Agosto 2011.


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