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Sulla soglia degli Inferi Etna by Claudio Loreto | ildicembre 29, 2013 | in escursionismo & trekking | Like it

Nello scrutare una cima, cos’è che accende nell’uomo il desiderio di mettersi in marcia e salire, fino a raggiungerla? Forse la ribellione alla propria insignificanza, che la grandiosità senza tempo della montagna gli palesa appieno; forse l’istinto di conservazione stesso, che lo spinge a tenere d’occhio la pericolosa realtà circostante (e dall’alto ciò è più agevole!). L’affermazione, comunque, del proprio io, in un anelito di (impossibile) immortalità? A Riccardo, a dire il vero, interessava poco conoscere l’inconscia pulsione che muove gli scalatori: quando da un picco contemplava quanto più gli era concesso di questo nostro maltrattato mondo, egli provava uno stupore che gli mozzava il respiro e desiderava soltanto riempirsi, attraverso gli occhi, di quella incomparabile bellezza. E, come motivazione, ciò gli bastava. “In alto, i pensieri molesti svaniscono dalla mente e le futilità umane, per un po’, diventano lontanissime” – spiegava a chi lo interrogava in proposito – “Lassù esistono solo silenzio e senso


di pace”. Forse anche la sfiducia negli uomini e il bisogno di qualcosa di “pulito” creano l’alpinista; il quale, però, appartenendo pure esso alla genìa umana, non sempre è un’anima nobile. Passione peraltro insolita, quella per la montagna, per chi – come Riccardo – viveva da sempre in riva al mare, praticava fin d’adolescenza il canottaggio e aveva finanche svolto il servizio militare di leva nei sommergibili. Eppure, da bambino, la vacanza di gran lunga più felice l’aveva vissuta sulla Sila e la serie televisiva che più lo aveva appassionato aveva come protagonisti le Giubbe Rosse e le sconfinate foreste canadesi; più tardi un viaggio nel regno del Bhutan gli aveva fatto sospettare di essere effettivamente un marinaio anomalo (aveva scoperto infatti che le “Lung-Ta” – le bandiere sulle quali i buddisti himalayani trascrivono, affidandole al vento, le loro invocazioni alle divinità – lo emozionavano molto più di una veleggiata). Era stata però la moglie ad avere dato fuoco alle polveri: desiderosa di rivedere i dolci pascoli dolomitici che avevano deliziato le villeggiature della sua infanzia, ella un giorno aveva insistito affinchè la famiglia trascorresse una settimana di ferie in Alto Adige (“… oltretutto il cambiamento d’aria farà bene alla nostra bambina”, sostenne). Riccardo era rimasto folgorato dai “Monti Pallidi”: aveva finalmente trovato il suo Eden! Ed era per lui stato poi naturale iniziare a inerpicarsi su quei fantastici giochi di roccia. « Si era appena portato all’altezza della Montagnola, quando una potentissima deflagrazione scosse la montagna »

Quella luminosa mattina di novembre, però, i suoi occhi erano puntati verso una vetta insolita; l’aveva “pensata” per la prima volta, all’improvviso, il mese precedente e, preso infine un aereo, eccolo ora lì a scrutarla, alquanto tozza contro il cielo terso. Duemilacinquecento anni prima il poeta greco Pindaro aveva magnificato quella montagna come “la colonna che sostiene il cielo”; nel Medio Evo essa era stata battezzata “Montagna delle Montagne”. Oggi, per evidenziarne l’imponenza, basta dire che si tratta del vulcano più vasto e alto (nonché turbolento) d’Europa. L’Etna, per Riccardo, rappresentava però anche lo scenario di miti che lo avevano incantato sui banchi di scuola: uno di essi narrava che i fumi e i lapilli effusi dal grande vulcano provenivano dalla fucina sprofondata nelle viscere della terra in cui Efesto storpio dio del fuoco – plasmava i metalli con l’aiuto dei Ciclopi operai, mentre all’esterno, lungo i neri fianchi del monte, i rozzi e antropofagi Ciclopi pastori – fra loro Polifemo – conducevano invece al pascolo le greggi.

Etna, attività del Cratere di sud-est (ph. Giuseppe Ansaldi)


Per gli antichi Greci, insomma, l’Etna era un mondo di mostri: solo gli sciocchi vi si avventuravano. In effetti, secondo gli scienziati, le scosse telluriche e le sequenze esplosive verificatesi nei tre giorni antecedenti a quel bel venerdì d’autunno facevano presagire che il Gigante stesse per dare il “là” a una nuova eruzione, dopo quella – quattordicesima dall’inizio dell’anno – conclusasi appena due settimane prima. Sconsiderato o meno che fosse, il raggiungimento dei crateri sommitali richiedeva una marcia lunga e impegnativa; ma Riccardo, da buon canottiere, era avvezzo alle fatiche: qualche anno prima aveva addirittura remato da Genova fino a Roma, risalendo il Tevere. E proprio a uno dei compagni di tale avventura sportiva – Giuseppe, geologo siracusano – egli aveva chiesto telefonicamente di organizzargli quella ascensione. “Pippo” aveva poi invero messo in piedi una piccola spedizione: al prezzo di una classica colazione siciliana a base di granita di mandorla aveva infatti coinvolto Alfio, un militare esperto degli itinerari del “Mongibello”, e un altro geologo, Pino, profondo conoscitore di quel sistema vulcanico; a questi erano poi stati aggregati quattro appassionati escursionisti. Ora il gruppo così costituito si era appena portato all’altezza della Montagnola – un grande cono avventizio situato a 2500 metri di altitudine – quando una potentissima deflagrazione scosse la montagna; gli sguardi corsero verso l’alto, calamitati là dove andava gonfiandosi, con rapidità impressionante, un’enorme nube di cinigia condensata: l’inquieto Cratere di Sud-Est aveva ripreso a ribollire! Forse aveva inteso dissuadere quegli sfrontati dall’avanzare oltre; il vento, però, presto sgombrò il cielo dai fumi e, insieme, gli animi da ogni sopravvenuta titubanza: la squadra riprese così la salita. Dopo avere oltrepassato da ovest il monte-cratere Escrivà, essa abbandonò – svoltando a sinistra – la pista che i fuoristrada utilizzano per condurre i turisti fino alla quota di 2900 metri e si inerpicò lungo uno stretto tracciato disegnato sul fianco ripido di un’altro colle vulcanico; giù, lontano, rilucevano i coni tronchi di una miriade di antiche bocche eruttive ormai inerti: appiccicati l’un l’altro, davano l’idea di una omerica distesa di giganteschi e spaventevoli formicai. Il vento si fece più teso e la sensazione di freddo più pungente, e anche il più “nordico” Riccardo infine si rinserrò in una giubba termica. Gli otto discesero poi in una conca, la stessa in cui si era arrestata la colata lavica del mese precedente; gli scarponi affondavano nel terreno farinoso sollevando un’alta coltre di polvere: l’indomani gli indumenti avrebbero dovuto sicuramente essere lavati ripetute volte per essere ripuliti dalla finissima sabbia nera assorbita. Adesso però più niente impediva la piena vista del Cratere Centrale e di quello attiguo di Sud-Est, che comunque restavano ancora lontani. La compagnia riprese a salire. Comparvero le prime chiazze di neve, che via via si fecero più estese, fino a ricoprire la maggior parte del terreno. Quando avanzava nei tratti non ancora innevati Riccardo sentiva che sotto i piedi il ghiaino lavico diventava progressivamente più compatto, rendendo un po’ meno affannosa la salita; a circa 2800 metri di quota constatò anzi che il manto di lava rassodata sotto poteva celare, preservandoli, spessi strati di ghiaccio. Quel contrasto bianco abbagliante-nero antracite tutt’intorno a lui era veramente bellissimo! Girò anche intorno a buie buche di cui non gli riuscì di stabilire la profondità, ma senz’altro pericolosissime se occultate da ponti di neve; discusse di questo genere di insidie con Corrado, amante dello sci, e Barbara, la quale faceva parte dello staff di una famosa competizione scialpinistica sul Monte Rosa. « Davanti a lui si spalancava un vuoto gigantesco, offuscato continuamente dai vapori che trasudavano copiosi dalle sue pareti riarse e salivano poi in alte colonne al cielo »

A quota 3000 staccò gli altri, affrontando da solo e con passo deciso gli ultimi trecentocinquanta metri di dislivello, i più ripidi. La salita solitaria di un monte – con attorno l’immenso Silenzio – costituisce un’esperienza molto intima: i pensieri scorrono più lenti e nitidi, li si può come leggere, e si dialoga finalmente con la propria anima; una parola, e l’incantesimo si rompe. A guastarglielo, lassù, fu invece il boato con cui il Cratere di Sud-Est ribadì il proprio monito. Riccardo considerò


che il suolo sotto di lui avrebbe potuto in effetti spalancarsi all’improvviso e una valanga – quassù di fuoco – fuoriuscire e annientarlo.

Il Cratere Centrale (ph. Claudio Loreto) Nell’ultimo tratto, per aiutarsi, con la punta degli scarponi scavò in successione dei gradini nella neve (il ricorso ai ramponi sarebbe stato eccessivo). E quando, finalmente raggiunta la sommità, si affacciò sul Cratere Centrale (contenente due imbuti vulcanici, denominati “Voragine” e “Bocca Nuova”), restò senza fiato: davanti a lui si spalancava un vuoto gigantesco, offuscato continuamente dai vapori che trasudavano copiosi dalle sue pareti riarse e salivano poi in alte colonne al cielo. Nel cuore dello scalatore s’insinuò un sottile senso di turbamento: gli sembrava di essere davvero giunto sulla soglia di un’altra dimensione, di un mondo spaventoso retto da forze oscure. Gli venne in mente l’Inferno ipotizzato da Dante. Nel contempo, però, quello scenario irreale esercitava su di lui un fascino magnetico: la Natura si stava infatti “esibendo”, di nuovo – e per di più in una forma inedita – essa gli stava mostrando tutta la sua grandiosità! Riccardo non credeva nella vita ultraterrena e gli straordinari spettacoli naturali come quello a cui stava assistendo adesso rientravano fra le poche cose che egli sapeva che avrebbe rimpianto nel momento in cui avrebbe chiuso gli occhi per sempre. Intenzionato tuttavia a godere ancora a lungo delle bellezze del mondo, non osò spingersi fin sull’orlo estremo del baratro: il rischio che la terra disseccata potesse franargli sotto i piedi era tutt’altro che remoto (senza considerare poi la possibilità di una nuova scossa sismica o di un’improvvisa frustata di vento). D’accordo infatti arzigogolare su quella visione insieme spettrale ed ammaliante, ma non emulando anche nel volo il filosofo Empèdocle, caduto secondo una leggenda dentro il vulcano nel V secolo a.C., o i molti altri – questi purtroppo reali, stando alle cronache – dopo di lui. Insomma, seppur in modo diverso che sulle altre montagne, anche sul’Etna si può precipitare. Con cautela tastò alcune rocce multicolori da cui fuoriuscivano densi vapori: erano come morbide e, contrariamente a quanto immaginasse, appena tiepide. Raccolse alcuni sassi lavici per i nipotini e poi tornò a contemplare a lungo l’enorme vuoto; i fumi sulfurei iniziarono però a infastidirgli il respiro. Finalmente, in fila indiana, sopraggiunsero i compagni, i quali rimasero pure essi senza parole davanti all’incredibile. Successivamente risalirono tutti una breve cresta a tratti come gommosa


sotto gli scarponi, “cotta” due settimane prima da una “nube ardente” traboccata dalla Bocca Nuova, e raggiunsero un pianoro che sembrava l’immagine riflessa di una porzione di luna, tanto che Riccardo non avrebbe trovato strano vedervi degli astronauti saltellare qua e là.

Attività del Cratere di sud-est (ph. Giuseppe Ansaldi) Ora egli si trovava ad oltre 3300 metri di altitudine. Il panorama era assai diverso da quelli a lui consueti, ma ugualmente suggestivo: volgendo ad ovest lo sguardo si allungava sull’interno brullo dell’isola, mentre ad est percorreva per quasi l’intera sua lunghezza la costa ionica (nitida, al di la dello Stretto, si vedeva la Calabria), per poi perdersi in un mare sconfinato, placido, di un’azzurro bellissimo. Lì la comitiva era inoltre a poche centinaia di metri – praticamente a faccia a faccia – con il gibboso Cratere di Sud-Est, che dal canto suo parve non gradire affatto l’intrusione di quegli umani: gli scoppi infatti ricominciarono, in rapida successione, e altrettante colonne di cenere densa si svilupparono nel cielo imitando nella forma l’orrendo fungo atomico; Alfio stappò la bottiglia di “brut” portata fin lassù per brindare al suo compleanno e il vulcano subito rimarcò il proprio disappunto con un altro sordo boato. Riccardo seguì attentamente la parabola di alcuni dei macigni sparati in aria da quella bocca irrequieta: il gruppo si trovava ampiamente al di fuori della loro gittata, ma non si potevano certamente escludere esplosioni di maggiore potenza; e non c’era da fidarsi nemmeno dell’apparente torpore del Cratere Centrale: anni prima esso aveva sputato di punto in bianco una gragnola di massi che lassù aveva fatto, in un sol colpo, nove morti e ventitrè feriti. Meglio dunque rinunciare all’avvistamento del quarto cratere sommitale, quello di Nord-Est, iniziare la discesa e consumare almeno trecento metri più in basso il pasto a sacco e la promettente crostata preparata da Viviana. « Una nuova cupa detonazione lo indusse a rimettersi in marcia lungo un corridoio nevoso che digradava parallelo alla colata »

Il ritorno si svolse lungo una diversa direttrice, più innevata e – avendo come sfondo il turchino Mediterraneo – davvero incantevole. Incrociarono il fiume lavico, ormai solidificatosi, dell’eruzione del mese precedente; Riccardo saltò sopra quel muraglione nero, guardò sù e notò il largo e profondo solco che esso aveva inciso sul cono del Cratere di Sud-Est quando era calato ancora incandescente da lì; sotto di lui, la poderosa barriera discendeva poi sinuosamente le pendici della montagna, simile a un gigantesco e sinistro serpente pietrificato all’improvviso da un sortilegio.


Vista sui crateri Escrivà e Montagnola (ph di Claudio Loreto) Dalla notte dei tempi avvenivano fatti apocalittici, lassù, e Riccardo era talmente conquistato dal luogo da considerare di riprendere, dopo molti anni, carta e penna e raccontare, una volta tornato a casa, quella esperienza straordinaria. Da liceale egli aveva fantasticato di diventare corrispondente di guerra, ma aveva poi finito invece con il lavorare dietro una scrivania: impiego poco appassionante, ma che aveva quantomeno garantito alla sua famiglia un minimo di tranquillità economica; tanto che Riccardo si era potuto permettere di porre il piede in tutti i continenti (con l’eccezione di quello australe) e realizzare come “freelance” reportages per quotidiani e riviste, soddisfacendo così in parte l’aspirazione giovanile. Dopo una decina d’anni si era tuttavia stancato e si era dedicato alla dirigenza sportiva. Una nuova cupa detonazione lo indusse a rimettersi in marcia lungo un corridoio nevoso che digradava parallelo alla colata e a ricongiungersi così agli altri. Il sole aveva iniziato a calare quando il gruppo, dopo avere attraversato un vasto declivio chiamato Pian del Lago, aggirò il versante orientale dell’Escrivà, incontrando un terreno ricoperto di “bombe laviche”: frammenti di magma infuocato che, scagliati in aria durante le eruzioni, si raffreddano velocemente nella loro ricaduta verso terra, solidificandosi con una forma simile a quella di un pallone da rugby; siffatti pietroni, curiosamente, vengono poi popolati dalle coccinelle. Gli escursionisti imboccarono quindi uno stretto sentiero che correva sotto il fianco est della Montagnola, a metà del quale si soffermarono ad ammirare la sottostante Valle del Bove, un gigantesco e surreale catino generato dallo sprofondamento del primo, antichissimo apparato craterico, in cui spesso si riversano le colate partorite a quote superiori; Riccardo intuì che un attraversamento di quell’immenso caos di massi bruciati sarebbe stato difficoltoso e inquietante come il passaggio di un deserto. « In compagnia del suo dolcissimo cane una notte era stato incantato dalla volta stellata più scintillante che mai avesse visto »

Sulla montagna si allungarono le prime ombre della sera. Gli otto si lanciarono correndo in un lunghissimo canalone di sabbia scura che andava giù fino ai Crateri Silvestri, affondando ad ogni balzo fino ai polpacci e sollevando alti polveroni; la cosa divertì in particolare Tiziana, che nell’ultimo tratto iniziò a cantare e a mutare la sua corsa disordinata in un divertente balletto. Riccardo qui dovette stare ancora più attento a proteggere dall’insidioso pulviscolo lavico il suo apparecchio fotografico, ossia lo scrigno delle meraviglie di quel giorno, da mostrare alla moglie e


alla figlia rimaste a casa: sapere che loro (“il sale della sua vita”, le definiva lui) così le avrebbero in qualche misura condivise gliele faceva sentire un po’ presenti.

In vista del rifugio Sapienza (ph. Claudio Loreto) Poco prima della fine del vallone, mentre il sole si congedava da quel lato di mondo, gli escursionisti inforcarono una traccia sulla destra che, serpeggiando fra tramezzi di dura roccia vulcanica, infine li riportò, ormai nel buio, al Rifugio Sapienza, da dove erano partiti al mattino senza poi più incontrare anima viva lungo il cammino. Mentre slacciava gli scarponi, Riccardo viveva un singolare stato d’animo: avendo nelle gambe esperienze alpine, non era particolarmente affaticato; nel cuore, inoltre, non sentiva quella sensazione di bellezza piena ed elegante che invece gli suscitavano le distese a perdita d’occhio di picchi aguzzi. Eppure egli provava ugualmente una forte emozione: aveva infatti conosciuto una montagna morfologicamente rara ed era stato di fronte a una Grandiosità nuova, mai vista prima, cruda e terrifica ma assolutamente seducente. Due giorni più tardi, mentre l’aereo serale per Genova guadagnava quota dopo il decollo, Riccardo appiccicò gli occhi al finestrino e ad un tratto intravide, alte nel buio al di sopra delle luci di Catania, ripetute vampate rosse: la prevista eruzione era cominciata! Spesso ci rendiamo conto di avere incontrato – senza però riconoscerle – l’armonia o la felicità soltanto quando queste sono oramai perse nel passato, per sempre. Ciò era una delle cose che Riccardo cercava di tenere sempre a mente; così un’ora e mezza più tardi non si fece contagiare dalla collera che, a causa del dirottamento del volo a Milano-Malpensa per motivi meteorologici, si scatenò insensatamente tra i passeggeri: un mero contrattempo non doveva infatti fargli smarrire il magico stato di appagamento nel quale si cullava da quando era disceso da quella strana montagna. E dopo, sebbene fisicamente fosse a bordo del pullman che nella notte ventosa riportava a Genova la frotta di viaggiatori immusoniti, lui con il pensiero era già lontano, sul Pré de Pascal, dove in compagnia del suo dolcissimo cane una notte era stato incantato dalla volta stellata più scintillante che mai avesse visto e dal quale, sotto un piacevole sole, aveva poi a lungo contemplato la meraviglia che gli si ergeva di fronte e che adesso sognava come nuova, futura emozione: la cima del maestoso Monte Bianco!


Autore del post

Claudio Loreto | Classe 1960, vive a Genova. Tra i suoi interessi la Storia, i viaggi e lo sport: canottiere con un lungo passato agonistico, nel 2008 è stato insignito del premio Palmaremo dalla Federazione Italiana Canottaggio (della quale è stato anche dirigente territoriale) e nel 2011 della Stella di Bronzo al Merito Sportivo dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Appassionatissimo di montagna, trascorre le proprie ferie sulle Dolomiti. E’ socio della Sezione Ligure-Genova del Club Alpino Italiano.

CLAUDIO LORETO - SULLA SOGLIA DEGLI INFERI  

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