Page 1

Maddalena Pira

Foto di Bruno Pischedda

TANDO ZA SER VIA‌


Per Aurora, Carla e Gaia per capire chi eravamo. Per mamma Lucia per ricordare chi siamo state.


Capitolo 1

“Sas barrasa chi ti che achirrene, creppau chi siasa vae inoramala. Mancari non torrese prus, sa andada de su ummu chi acasa”… Ma mentre Virdiana gli urlava queste parole non vedeva l’ora di vederlo rientrare e osservarlo riempire il cucchiaio senza alzare gli occhi dal piatto e mangiare comente chi no arede istu mai grassia e Deu. Leoneddu idi s’isperanza sua, su baccalu de sa ezzesa, l’unico che le era rimasto in casa in grassia de Deu, ma quando la luna gli girava storta non de pappana mancu sos corvoso, se ne andava sbattendo la porta chi pariada de la pesare in ascras. E Toniedda Tilipirche Chene Alasa, la sorella casticà, rideva a crepapelle e si rotolava in terra. Alla mamma diceva “mammai caccà, bene attu leoneddu, carrale miu bellu. Bene attu!”. Alla mamma passava in un attimo il malumore e per giocare con quella creatura malassortia rispondeva “Bene attu. A francasa unu attu. A mossasa unu cane. A pittulisi marzane”. La ragazza batteva le mani e continuava a ripetere ridendo “A mossasa unu cane e a pittulisi marzane! Mammai carroni caccà. Carrale miu bellu. Bellu Leoneddu”. Toniedda era venuta al mondo dopo tre giorni e tre notti de tribuliasa, mattoni bollenti in sa matta, brodu ettau a burraschinu e donnia sorta de azudu che dai dolori Virdiana no ischiada prusu in su mundu chi idi. In casa sua era un’andare e torrare del dottore chin sa mastra de partu. Si alternavano giorno e notte. Il parto era pronto, ma niente, non nasceva. La suocera e la mamma erano disperate. “Custa orta a Virdiana no la chittamusu”. Era il decimo parto. Ne aveva avuti belli e brutti, ma come questo mai. Zia Eulalia Appassalitortà quando si vide alla disperazione mandò un urlo insieme a Virdiana che si siddirono e tremarono intasa sor muroso. Diede un’imberta a su dottore, che sudava come una fontana, le brinchiò sopra urlando «Imberghe Virdià. Imberghe. Si no izzos tuoso si los pappada su erme. Chie los lavada e chie lis frobidi su mucone. Imberghe dimonia. Tue ti los as attoso e tue ti los irgramminasas». Un’ispinta dae pittu e una dae undu e uscì di colpo un imboddiu iffustu che sembrava una mura de ummadicu, un pezzo de icadu nieddu. La bambina era avvolta dal cordone ombelicale intorno al collo. Alinu non ne aveva, non respirava. Zia Eulalia la prese e le tolse il cordone ombelicale dal collo, la mise a testa in giù e la sculacciò. Il dottore la rianimò. Intanto nessuno pensava più a Virdiana chi mesu morta dae su lettu chiedeva:«Ammustraemila. Ammustraemila».


Se la videro brutta di lasciarci le penne mamma e figlia. «Aspetta che la laviamo. Dopo te la diamo che la bambina ha un po’ freddo». Zia Eulalia era la mamma di Virdiana. Si affacciò in cucina dove Valente Tanazza aspettava zirande in boidu che una musca “E ite este custa cosa” esclamò nel vedere quell’esserino ancora viola. “Vae a nue muzere tua ca sa pippia za istada ene”. Zia Eulalia si inginocchiò vicino al camino dove c’era una bagneruola di acqua calda e chin su coro puntu la lavò e la scaldò. La bambina pianse e acquistò un po’ di colorito. “Tando za ses via” le disse e le lacrime si mischiarono con l’acqua calda della bagneruola. La bambina era fragile nonostante il latte di Virdiana fosse un buon latte, abbondante che bastava per allevare unu tazzu de porcheddoso. La testina tardò più di un anno a reggersi da sola. La piccola aveva i capelli nero blu, colore de pinna de solitariu. Gli occhi verdi, maduroso, de attu areste. Sorrideva sempre con la bocuccia delicata che rosa e monte 1. Sa pippia che era appassalitortà lo vedevano tutti, ma i fratelli si ostinavano a dire che era normale e che tardava solo ad imparare le cose. Camminò a pampalasa fino a due anni, ma i dentini li spuntò al tempo giusto. A qualcuno sa trinca gli durò parecchi giorni. I fratelli le insegnarono a parlare, se la contendevano per insegnarle le parole. La sua prima parola fu coccone. Aveva compiuto i tre anni e in casa fu festa. “Coccone. Coccone dai a deddedda”. Il suo vocabolario fino ai sei anni fu limitato alle cose essenziali “Abba, coccone, mammai, babbai, deddedda” che era lei. I fratelli li chiamava “nunù” e le sorelle “nanà” e qualche altra parola. La maturità di Toniedda si fermò ai cinque anni circa. Fu una grossa conquista. Tutti le volevano bene, anche i vicini e nel paese la coccolavano e la trattavano come una reliqua. Il suo gioco preferito era unu ziradore che si portava appresso dappertutto. Per ridere le chiedevano “Toniè a mossede?” e lei rispondeva “Nono su ziradore masedu este”. Virdiana con quest’ultimo parto finì di sfornare figli e a Valente quando andava a dormire lo ammoniva “Mira a su chi achese ca sinò in nue zuchese sa conca ti appico sos pese”. Valente rideva e le faceva sos titilicoso. Virdiana non li sopportava e perdeva le forze. Valente la prendeva in giro dicendole “Mira ca minc’ando a dromire a domo de Bardufula Arressà” che era una che per campare faceva sa caridade poveritta. Ma lui non c’era andato neanche da acanzu, era rispettoso verso queste persone malassortiasa. Valente aveva la forza di un leone e di mestiere faceva lo spacca sassi. Le sue mani stringevano forte che una tanazza, da qui prese il soprannome “Tanazza”. I soldi erano pochi, ma in casa sua non mancava nessunu disizzu. 1

Peonia


Leoneddu si disizzada una coccone grussa cantu sa mesa. Costantinu una cordedda chi non bastarene sette urroso po la cochere. Felice era di bocca dolce e gli piaceva su pistiddu, avrebbe voluto mangiarne un’isporta. Venanzio padeddasa de minestrone de asolu pittudu e frinucu areste. Matteu traessasa de sartizzu e de sambene de porcu da cuocere arrosto. Innara idi savia che die, voleva mangiare tanti pesci e anguille arrosto come quelli che aveva visto alla festa di Santu Antine, e voleva darne anche alla mamma al babbo e ai fratelli, divideva sempre tutto anche una caramella. Urica desiderava una pentola grande de tipulasa buddiasa, le desiderava sempre e da lĂŹ naschidi su proerzu. Nazaria si disizada cassapanche piene di fichi secchi, uva passa, noci, mandorle, pilarda e papassa. Loretta aveva i capelli ricci colore di rame al sole e le lentiggini che quando si emozionava le si duplicavano e le coprivano il volto, la chiamavano “Talaosaâ€?, in riferimento alla crusca, anche lei era di bocca dolce e avrebbe voluto friggere orullette e gullurgioni di arancia tutto il giorno. Toniedda mangiava tutto e da tutti i piatti.


Capitolo 2

Valente qualche sera che tornava brillo si sedeva in mezzo a loro per giocare a “ite pappamusu?”. Leoneddu voleva stare sempre in braccio al padre e litigava con Toniedda che gli prendeva il posto. Valente era un uomo di pazienza e li lasciava sfogare. Li faceva sedere in terra attorno a lui e diceva loro “Cunzae sos ocroso ca commo nos fachimusu una bella tattada”. Potevano aver mangiato solo abba chin casu e nelle pancine c’era ancora spazio. Tutti obbedivano e chiudevano gli occhi stretti stretti. Si iniziava dal più piccolo per finire con il più grande. Qualche volta avvenivano gli scambi “Si mi dase sartizzu ti dao una tipula” e così via. Qualcuno tentava di aprire gli occhi per vedere quel ben di Dio, ma il padre li ammoniva “Chie aperidi sos ocroso non podede pappare e che isconzada su zocu”. Leoneddu voleva sapere cosa avrebbero voluto mangiare la mamma e il babbo. Ridendo lo accontentavano. Il babbo gli diceva “Una pecora arrosto con un secchio di uova”. La mamma era semplice diceva “Unu prattu de minestra chin latte”. Leoneddu era fiero del babbo, ma per la mamma puntualmente esclamava “Solu?”. Il babbo in gioventù, per scommessa, aveva mangiato veramente la pecora arrosto in una notte. Era rimasto per un bel po’ a pancia piena, ma la pecora gli piaceva ancora. Per le uova fu diverso. Ne mangiò un secchio e come premio gli venne regalata una scrofa già grassa. Era valsa la pena di sacrificarsi, le uova erano cinquanta, ma non le digerì facilmente e ancora adesso, a distanza di più di vent’anni, non sopportava più neanche le galline in giro. I figli gli facevano raccontare la storia delle uova e della pecora un’infinità di volte. Per le uova sa troppa aveva fatto razzia nei pollai per diversi giorni, le padrone delle galline si disperavano per la mancanza delle uova e una chiedeva all’altra “Comà sa pudda ostra criande este?”. “Nono omma, mancu erisi, eppuru l’apo cumpudà e s’ou lu zuchiada, chissà dove è entrata a farlo, ma oggi l’ho rinchiusa in cucina finché non fa l’uovo”. I ragazzi ridevano sapendo dove andavano a finire. Ma la sera qualcuno aveva avuto paura che in casa si accorgessero chi rubava le uova. E a compare Pineddu Tanache la mamma gli disse “Pinè sa pudda non ade criau, tue non ischisi nudda?”. Tanache arrossì e la mamma capì che sapeva qualcosa. “Frobiti su vruncu ca lu zuchese alu inturtau”. Per istinto il bambino si pulì il muso. S’iscambessada l’este arribà che dae su chelu, facendogli morsicare la


lingua. Il sapore del sangue dava davvero l’impressione di aver mangiato l’uovo e si confondeva nel palato, ma Pineddu Tanache insisteva “l’uovo non l’ho mangiato”. “Allora perché ti sei pulito il muso?”. “Boh!”. I bambini ascoltavano a bocca aperta e ridevano . La mamma rimproverava Tanache “Lo sai che con le uova dobbiamo comprare la lana per fare i maglioncini a tua sorella e a tie”. La mamma si chiamava zia Zirolama Vrunillu e aveva due galline, Marizzola e Pittulosa. Facevano l’uovo un giorno si e uno no. Non ne mangiavano quasi mai. Le deponeva in un cestino. Ne friggeva ogni tanto uno a Pineddu che faceva festa. Le uova le barattava a scambio nel negozio di zia Sindriedda per dei gomitoli di lana per poi fare i maglioncini a Innara e a Pineddu. Le galline le erano state regalate in presente quando si era sposata, per loro erano una buona cosa. Venivano considerate un bene prezioso, quasi tutte le famiglie ne possedevano almeno una. Le galline circolavano in vicinato e nelle campagne dei dintorni, tutti dovevano averne rispetto come se fossero delle creature e per essere riconosciute le veniva legato un pezzetto di stoffa nella zampa.2 Tutte le galline avevano il nome, se qualcuna si smarriva si andava a cercarla casa per casa e se spariva per la padrona diventava un dispiacere come se fosse successa quasi una disgrazia. Un giorno a Licria Corrittolu sparì Chiarina 3. Chiese in tutto il vicinato, ma nessuno l’aveva vista. La cercò per giorni e giorni, ma nessuna traccia. La poverina non si dava pace “eppuru non si che l’ad aere ingurtia sa terra” pensava. Le amiche la consolavano “te l’avrà mangiata qualche cane”, ma lei rispondeva che il cane avrebbe lasciato almeno le piume. Non trovò nessuna traccia. Una mattina però con comare Paschedda Buzzacca decisero di andare a fare un po’ di legna nel bosco da usare per cuocere il pane. Prepararono la fascina di legna, ma a un certo punto Licria, vicino a delle frasche secche, trovò anche quello che cercava da mesi. Avvolte in un pezzo di camicia vecchia c’erano le piume di Chiarina. Gettò un urlo da animale ferito che rimbombò nel monte e lo sentirono intasa a diversos chirros de sa idda. Finirono di preparare la legna. Licria non vedeva l’ora di rientrare. Paschedda, siccome conosceva bene l’amica, che era una che non aveva peli sulla lingua e fachiada burdellu, cercava di cambiare argomento per farla un po’ rinsavire. “ Lasciatemi stare comà che già vi sto capendo, ma a chie gruspidi a chelu a cara li torrada e oje ane acattau s’iscarpa zusta”. Arrivarono in paese a die atta, le vicine stavano ancora sedute in sa lotza cucendo e tappulande.

2 3

Veniva chiamato" sa cattola" La gallina


Immagine di Claudia Piras


Paschedda salutò “acapidande ?” le risposero in coro “ei torrande” “istracas seis?” Licria si tolse sa asche dae conca e come se niente fosse l’appoggiò in terra. Tolse la fune che teneva legata la legna e, come se stesse recitando, con calma estrasse dal mezzo de sa asche s’imboddiu de sa pinna e lo lanciò in direzione della vicina che rimase pastinà. Licria l’affrontò a manos in chittu “Né! Commente ti c’ase pappau sa purpa commo pappattiche sa pinna. Sas battoro caras chi ade bocau Chiricheddu Cottichina 4! Vile brutta! Sa sinceridade chi non zuchese chin maridu tu 5 non la podese zuchere chin sas vichinasa”. A cara in terra la vicina non disse verbo, raccolse l’involucro e si ritirò in casa sua. Licria da fuori faceva burdellu rimproverandole tutte le malefatte. Le vicine, che godevano dello spettacolo, facevano cenno di si con la testa nel senso che erano d’accordo con quello che diceva. Quando si fu bene sprumonà si ritirò. Quella sera, dae su enenu, non cenò, ma la soddisfazione era stata grande e la gallina Chiarina era stata vendicata. Sa pudda de mannai achiada oso de oro ma no ade appiu sorte, l’ane acattà imboddià in sa tela de sa camisa issoro sas puddas de mamma cando idi isposa achiana oso de lana po estire a Innassia. Ini bellas sas puddas de tando e tottu zuchiana su lumene oje sas puddasa chene lumene achene solu oso de preda.6

4

Un carnevale Chiricheddu Cottichina aveva preparato un pupazzo per sbeffeggiare la giunta comunale con quattro facce diverse perché al comune facevano il bello e il cattivo tempo 5 Riferito alla fedeltà 6 Concorso Fiscali 2000. “Sa pudda de mannai”


Capitolo 3

Tottu si achiada po sa entre. Se una era un po’ grassa era l’invidia di tutte, Nazaria era pienotta al punto giusto. Idi ruja e bianca, pariada impastà a sambene chin latte. Nessuno al di fuori dei suoi familiari la chiamava con il suo nome, ma era conosciuta con il soprannome “ sa bambola mudà”. 7 Era sempre ordinata. Anche se aveva per vestito uno straccetto le stava bene. Sapeva cucire e con qualche ritocco rendeva tutto armonioso. Era brava nel ricamo e una vera artista nel fare i dolci che era unu dolu a los mandicare di quanto erano belli. Chin sa rosinita a pintare non la batteva nessuno. Sposò un pasticcere quando aveva solo diciassette anni. Lui ne aveva quaranta. La portò a vivere in un paese vicino al mare, Costa Conzedda. Ma neanche le sirene potevano competere con la sua bellezza. Ebbe una figlia che chiamò Valenta come il babbo. Aveva il visino delicato come la mamma, ma i capelli erano ispidi come quelli del babbo. Era curiosa, sembrava un erizzoneddu mascarau de bamboledda. Nazaria lavorava tutto il giorno a fare dolci che spediva anche in continente, tempo di andare in paese a trovare la famiglia cen’era poco, Virdiana si dispiaceva, le sarebbe piaciuto affroddiare 8 sa pipia e Toniedda, quando la portavano, la voleva sempre in braccio, la stringeva forte con la paura che potesse caderle; la bambina si stancava subito e piangeva, allora Toniedda la baciava e le prometteva “se rimani in braccio ti presto su ziradore”, ma la bambina era un’ambidda e scivolava a terra. Valenta e Toniedda giocavano insieme per tutto il tempo che restavano a Sa Rocca De Sa Crapa mentre Nazaria e Virdiana non si tattana de contare contoso, avevano sempre tante cose da dirsi. Vissente a Nazaria le voleva bene, ma era troppo geloso. Le faceva mille scenate. Non voleva che uscisse di casa perchè tutti se la mangiavano con gli occhi e le mettevano il malocchio. Un giorno capitò che un istranzu la vide tornare da fare la spesa, la squadrò da capo a piedi e fece un pezzo di strada appresso a lei e le disse “buongiorno!”. Qualche limba de ocu lo disse a Vissente che non tardò a invitare s’istranzu 9 a casa sua con la scusa di fargli assaggiare il vino nuovo. S’istranzu si meravigliò nel vedere Nazaria in quella casa intenta a stirare avendola creduta acanza. Vissente a poddiche tesu indicò la moglie “ custa este muzzere mia, pompiatila po s’urtima orta”, lo prese al colletto e lo sollevò un palmo da 7

La bambola vestita a festa Coccolare 9 Lo straniero 8


terra. Al poveretto quasi scese unu raju 10. Non riusciva a capire cosa gli stesse succedendo, ma Nazaria capì al volo e a Vissente, anche se alzava la voce, non lu timmiada. Gli lanciò il ferro da stiro che gli passò commente unu coete di striscio sul viso e per poco non gli truncò sa conca. Lo mise sull’attenti e lo obbligò a chiedere scusa ass’istranzu. A Vissente questa gelosia costò un mese a dormire is’istosa e no in su lettu con lei. A Nazaria non le prendeva a zenia mala, lo conosceva bene e lo lasciava perdere, aveva atteros pessamentos11. La preoccupava la sua famiglia che era numerosa e i problemi erano tanti. Quello per lei contava, che stessero bene e che avessero un lavoro. La sua bambina voleva farla crescere che avesse testa e non orioloso in conca. Vissente quando andava a vendere i dolci qualche volta la fede dal dito se la toglieva e la metteva in tasca. Un giorno la dimenticò nella tasca dei pantaloni e Nazaria prima di lavarli controllò le tasche e trovando l’anello capì “ca su oe narada corrudu a s’ainu”. Pensò bene di nasconderla e una sera mentre cenavano gli chiese “ello s’aneddu?” “l’ho perso” rispose imbarazzato e fachendesi ruju che puddu “e commente si non tich’essiada mancu chi su sapone?” “boh!” e finì lì. Quando si sposò Andriana Culiluche 12 con Antoni Mesu Porta Nazaria doveva fare da costazera alla sposa. Vissente rimase un’ora aggiustandosi i baffi e pompiandesi in s’ispricu13 con disinvoltura. Nazaria gli aggiustò la cravatta e il collo della camicia, gli prese la mano e gli mise la fede dentro il pugno “tò ca ti picana po acanzu” gli disse. Egli rimase pastinau “e dove l’hai trovata?”. Senza imbarazzo e a fazze tosta rispose “l’hanno riportata dalla casa dove l’hai dimenticata”. Si l’anapiu puntu non l’aiada essiu uzu e sambene, si rimise la fede al dito e si tupponò. A buca cunzà no intrada sa musca. Andarono al matrimonio e lui non la lasciò un minuto come faceva di solito po currere ifattu a sas ateras vardettas e non fece nessuna scenata di gelosia anche se dentro di lui idi creppau e sortu de enenu quando Nazaria ballava su passu torrau con qualche altro.

10

Venne un colpo Altri pensieri 12 Lucciola 13 Guardandosi allo specchio 11


Nota dell'autore

Ho voluto sfiorare i problemi che mi affliggono nel vivere quotidiano rendendoli a volte scherzosi per non rattristare troppo il lettore. I ringraziamenti alle persone che mi hanno sostenuto in questo percorso in particolare a mia figlia Patrizia che ha creduto in me. Ai cavalli e a tutti gli animali che inconsciamente insieme ai sogni hanno partecipato alla realizzazione. Un grazie di cuore alle mie sorelle e nipoti che in qualche modo fanno parte della storia. Lo dedico a mio marito che è realistico e sa che non so scrivere. Infine un grazie, il più grande, alle mie nipoti, solo perché esistono e a mia madre e mio padre che mi hanno dato la possibilità di poter dire “grazie alla vita che mi ha dato tanto”.


Maddalena Pira

Sono nata in casa, a Dorgali il 14 Settembre 1953, in una famiglia di umili origini, babbo operaio e contadino, un uomo buono e giusto, mamma con sei figli da crescere e amare e i nonni da accudire. Ho avuto una figlia a 19 anni, mi sono sposata e i miei studi si sono fermati alla licenza media. Ho vissuto in vari paesi e ho fatto mille lavori a volte stabili, a volte precari. Ho visto centinaia di volti e stretto migliaia di mani e di tutti ho fatto tesoro nella mia memoria. Amo la nostra terra e la nostra cultura con le sue musiche, i suoi colori e le sue tradizioni. Da qualche anno sono diventata nonna e ho provato nuove emozioni. Ora vivo a Cala Gonone con mio marito, il mio cane Lillo e i nostri gatti, lavoro come stagionale e, quando ho tempo, scrivo‌ ciò che vedo, ciò che sento e ricordi rubati alla memoria dei vecchi. Una volta ho ricevuto una menzione d’onore per una poesia presentata al premio Tiscali.

maddalena.pira@tiscali.it

Tando za ser via  

anteprima romanzo

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you