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verticale e orizzontale, ma non la versione circolare dello stesso. Eppure, quella della sussidiarietà circolare è una forma di governance che, se da un lato, consente di valorizzare il genius loci dei diversi territori, dall’altro lato realizza sostanziali economie di scala e di scopo. Un terzo argomento, infine, è quello della “sindrome delle basse aspettative” di cui sembrano soffrire non poche delle organizzazioni che si occupano di innovazione sociale: non ci si aspetta quasi mai dall’investimento effettuato un ritorno adeguato in termini sociali, come se il fatto di non mirare al profitto dovesse giustificare un certo lassismo organizzativo e forme varie di spreco di risorse. E’ bensì vero che vi è la difficoltà di costruire una metrica capace di misurare il valore aggiunto sociale di un intervento, ma è del pari vero che nessuno sforzo sistematico viene fatto per arrivare a ciò. Ad esempio, si pensi all’indicatore noto come “moltiplicatore sociale”, definito dal rapporto tra il valore totale delle attività svolte e l’ammontare delle donazioni raccolte. Si sa che un moltiplicatore sociale superiore a due è ciò che, più di ogni altra cosa, è capace di stimolare gesti filantropici. Eppure, quasi mai questo indicatore viene reso di dominio pubblico. Assai opportunamente il Rapporto, nel capitolo finale, avanza una proposta per giungere a valutare il processo di innovazione sociale. Come noto, quella della misurazione è questione antica e fonte perenne di controversie. Se ciò è stato vero nel passato per quanto concerne la misurazione degli attributi quantitativi, lo è ancora di più quando si voglia giungere a misurare attributi basicamente qualitativi, quali sono quelli che afferiscono alla innovazione sociale. Ciò è senz’altro vero, ma in nessun modo può essere preso a significare che è impossibile. Si rammenti che la definizione di Prodotto Interno Lordo (PIL) e i conseguenti metodi di calcolo risalgono al periodo tra le due guerre: prima non esistevano. Chiaramente, la scelta di una metrica sempre presuppone che venga esplicitato il fine di cui quella metrica è mezzo. Nel caso presente, il fine è la qualità della vita, cioè il ben-essere umano che solo in parte – a volte assai modesta – è correlato al livello del PIL. (E’ solamente nel 2013 che, per iniziativa del CNEL e dell’ISTAT, in Italia si è cominciato a parlare di BES, benessere equo e sostenibile). Se colgo nel segno, il senso, cioè la direzione nella quale si sono mossi – e perciò vanno letti – i pregevoli contributi di questo Rapporto è quello di contribuire a rinverdire la tradizione di pensiero dell’economia civile, una tradizione tipicamente italiana che affonda le sue radici nell’Umanesimo civile del XV secolo e che riceve la sua piena sistematizzazione concettuale nel XVIII secolo all’epoca della scuola napoletana (A. Genovesi, F. Galiani, G. Dragonetti e altri) e milanese (P. Verri, C. Beccaria, G. Romagnosi, e altri) dell’Illuminismo italiano. Idea centrale di tale linea di pensiero – che verrà poi scalzata da quella dell’economia politica anglosassone – è quella di fondare l’architettura della società non su due ma su tre pilastri: pubblico (Stato e Enti 4

Prefazione al primo rapporto sullinnovazione sociale in italia 1  

http://classedirigente.italiacamp.com/images/PREFAZIONE_al_Primo_Rapporto_sullInnovazione_Sociale_in_Italia_1.pdf

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