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l’innovazione sociale è basicamente una disruptive innovation (innovazione di rottura), per realizzare la quale né il tradizionale fund-raising né le varie forme di convenzioni (pubbliche o private) bastano alla bisogna. Tali forme, se possono essere sufficienti per tenere in attività organizzazioni di flusso (quelle che distribuiscono con una mano ciò che hanno ottenuto con l’altra), non lo sono affatto per far decollare e far crescere organizzazioni di stock. Lo spazio che ho a disposizione mi consente solamente una rapida elencazione delle forme che la nuova finanza dovrebbe assumere. Primo, si tratta di favorire il legame finanziario diretto dei cittadini con gli enti nonprofit (imprese sociali e non) sia nella forma di partecipazione a titolo di capitale, sia sotto la forma innovativa del prestito e ciò allo scopo di rafforzare la struttura patrimoniale e di aprire al nonprofit produttivo la via della “quasi donazione”. Penso, in particolare, a due strumenti in crescente diffusione. Per un verso, l’equity crowdfunding: piattaforme in rete volte a raccogliere capitale di rischio (equity) per imprese sociali in fase di start-up. Per l’altro verso, l’intermediazione filantropica che mira a promuovere la donazione modale democratizzando la filantropia. Si pensi a tutti quei soggetti – e sono tanti – che vogliono dare organicità e coerenza alle loro erogazioni, ma non possono o non vogliono creare una propria fondazione erogativa. Secondo, occorre dare presto vita alla creazione di fondi di investimento a carattere sociale (social impact funds) che valgano ad alimentare fondi territoriali di progettualità sull’esempio di quanto già avviene in Gran Bretagna. C’è poi quel nuovo strumento finanziario noto come social impact bond, già sperimentato con grande successo negli USA e in Gran Bretagna. Basicamente questo, è un prodotto simile alle familiari obbligazioni, tale che un soggetto privato (o pubblico) si impegna a garantire la restituzione di un’obbligazione con cui si è provveduto a finanziare un progetto di utilità sociale a fronte del raggiungimento di risultati prefissati. L’avvio di tali forme di finanza sociale porterebbe alla creazione di una qualche forma di Borsa Sociale, sul modello della London Stock Exchange. (A Basilea è stata costituita da poco la Swiss Social Stock Exchange). Infine, bisogna avere il coraggio di porre in atto il principio di sussidiarietà circolare, perché la sussidiarietà orizzontale non è più sufficiente. L’idea, molto semplicemente, è quella di mettere in interazione strategica le tre sfere di cui si compone la società (la sfera pubblica, quella della business community e quella della società civile organizzata) nel momento sia della progettazione degli interventi sia della loro gestione. Può essere d’interesse ricordare che quella della sussidiarietà circolare è un’idea squisitamente italiana che risale all’epoca dell’Umanesimo Civile (XV secolo) e che, forse per questo motivo, gli italiani non vogliono oggi sentirne parlare! Nel 2001 è stato modificato l’art.118 della Costituzione per introdurvi il principio di sussidiarietà 3

Prefazione al primo rapporto sullinnovazione sociale in italia 1  

http://classedirigente.italiacamp.com/images/PREFAZIONE_al_Primo_Rapporto_sullInnovazione_Sociale_in_Italia_1.pdf

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