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PREFAZIONE Stefano Zamagni

Il Primo Rapporto sull’Innovazione Sociale in Italia, promosso dalla Fondazione Italia Camp, che il lettore ha per mano è un bell’esempio di lavoro transdisciplinare. I curatori Guida e Maiolini sono riusciti ad associare alla pluralità delle prospettive di studio sul tema qui preso di mira una equilibrata combinazione di livelli di ricerca, da quello teorico a quello empirico a quello storico. Il filo rosso che tiene insieme i vari capitoli del Rapporto è quello dell’innovazione sociale, un tema che oggi è divenuto di grande rilevanza pratica e di straordinaria attualità. Il taglio espositivo, scevro da tecnicismi non necessari, è un primo tratto di distintività di questo utile prodotto culturale. Duplice l’obiettivo che gli autori dei diversi contributi hanno inteso perseguire. Per un verso, quello di giungere in tempi rapidi ad una definizione, non meramente formale e possibilmente da tutti condivisa, di innovazione sociale, una definizione che possa servire da guida all’azione. Come il Rapporto stesso indica, innovazione sociale è quella che è sociale tanto nei mezzi che impiega quanto nei fini che persegue. Per l’altro verso, quello di far emergere quei fattori tipici del contesto culturale e normativo italiano che, fino ad ora, hanno rallentato la diffusione nel nostro paese delle numerose pratiche di innovazione sociale. Come darsi conto, infatti, del relativo ritardo dell’Italia rispetto ai paesi che sono a noi più avanti su tale fronte? Ho tre argomenti da offrire all’attenzione per fornire una risposta. Il primo è di natura propriamente culturale. Si continua a credere che l’unica forma di creatività sia quella profittevole, quella cioè che genera profitto. La creatività sociale, quella che genera valore sociale, non è considerata propriamente tale. A sua volta, questa irragionevole credenza ne sostanzia un’altra: che le uniche innovazioni degne di ricevere fondi e/o finanziamenti da enti pubblici e/o privati siano quelle industriali e quelle tecnologiche. Neppure si sospetta, nel nostro paese, che esistono anche le innovazioni sociali, le quali, in una stagione come l’attuale, sono di strategica importanza per lo stesso sviluppo locale dei territori. (L’evidenza empirica su ciò è ormai abbondante anche in Italia). Di questo ritardo culturale è in buona parte responsabile il ceto degli intellettuali, a cominciare da quello delle Università. (Basti controllare la pubblicistica accademico-scientifica per scoprire quanto poco spazio il tema dell’innovazione sociale abbia ricevuto fino ad ora). Eppure, non così stanno andando le cose nel 1


mondo anglosassone. Ad esempio, non è strano in Nordamerica trovare imprese di tipo capitalistico che, anziché dedicarsi a rafforzare le loro fondazioni d’impresa cui affidare i tradizionali compiti di natura filantropica, hanno iniziato a dare vita ad imprese senza scopo di lucro che, con piena logica imprenditoriale, si occupano di produrre e gestire beni e servizi in ambiti quali quelli del welfare, dei beni comuni (commons), dei beni culturali e ambientali e altri ancora. Si pensi – per citare solo alcuni esempi – al caso della Pacific Community Ventures, agli Emancipation Networks, alle B-Corporations (Beneficial Corporations), alle Low-profit Limited Liability Companies nate nel 2008 e ora in rapida espansione. Le Imprese Benefiche non operano per massimizzare il rendimento per l’azionista, ma per conseguire specifici scopi di interesse pubblico (attività a zero impatto socio-ambientale, edilizia popolare, istruzione, avviamento al lavoro di soggetti svantaggiati, etc.). Ad oggi, sette stati USA, a partire dal 2010, hanno già approvato una legge che prevede, e quindi legalizza, questa tipologia di impresa. Come prefigura Robert Shiller un altro tipo ancora di impresa, particolarmente efficace nel caso in cui si volessero realizzare opere di interesse collettivo per le quali si rendono necessari ingenti risorse finanziarie, è ormai alle porte. Si tratta delle Participation non profit enterprises (imprese non profit a partecipazione), autorizzate ad emettere azioni (oltre che prestiti obbligazionari) che assicurano al sottoscrittore ampi benefici fiscali sotto l’unica condizione che in caso di vendita delle azioni, il ricavato venga di nuovo investito in altre imprese dello stesso tipo. In caso contrario, l’investitore, qualora volesse trattenere per sé il ricavato, dovrà restituire gli sgravi fiscali di cui ha beneficiato. Analoga la tendenza che si va affermando in Europa dopo che nel 2005 in Gran Bretagna sono nate le Community Interest Companies e dopo che la Commissione dell’Unione Europea, nella risoluzione del novembre 2011, ha esplicitamente incoraggiato i 27 paesi dell’Unione ad intraprendere la via del “social business” definito come: “quell’attività d’impresa il cui principale obiettivo è l’impatto sociale più che la generazione di profitti per i propri soci”. Il secondo argomento chiama in causa il versante della finanza. L’innovazione sociale postula l’imprenditorialità sociale. E’ arcinoto che imprenditore – non importa se for profit o non profit – è chi, guidato da un’alta propensione al rischio, sa investire con coraggio e prudenza. Ma come si fa ad investire se viene di fatto precluso l’accesso a prodotti o strumenti finanziari adeguati al fine che si intende conseguire? Certo, se si ritiene che il soggetto non profit debba svolgere funzioni meramente redistributive il problema sollevato scompare, ma solo perché si è eliminato il problema, non perché lo si è risolto. Di questa lacuna è in Italia principalmente responsabile il ceto politico che nulla di decisivo ha fatto per dotare il paese di una infrastrutturazione finanziaria per il sociale, come invece sta accadendo altrove. Eppure, 2


l’innovazione sociale è basicamente una disruptive innovation (innovazione di rottura), per realizzare la quale né il tradizionale fund-raising né le varie forme di convenzioni (pubbliche o private) bastano alla bisogna. Tali forme, se possono essere sufficienti per tenere in attività organizzazioni di flusso (quelle che distribuiscono con una mano ciò che hanno ottenuto con l’altra), non lo sono affatto per far decollare e far crescere organizzazioni di stock. Lo spazio che ho a disposizione mi consente solamente una rapida elencazione delle forme che la nuova finanza dovrebbe assumere. Primo, si tratta di favorire il legame finanziario diretto dei cittadini con gli enti nonprofit (imprese sociali e non) sia nella forma di partecipazione a titolo di capitale, sia sotto la forma innovativa del prestito e ciò allo scopo di rafforzare la struttura patrimoniale e di aprire al nonprofit produttivo la via della “quasi donazione”. Penso, in particolare, a due strumenti in crescente diffusione. Per un verso, l’equity crowdfunding: piattaforme in rete volte a raccogliere capitale di rischio (equity) per imprese sociali in fase di start-up. Per l’altro verso, l’intermediazione filantropica che mira a promuovere la donazione modale democratizzando la filantropia. Si pensi a tutti quei soggetti – e sono tanti – che vogliono dare organicità e coerenza alle loro erogazioni, ma non possono o non vogliono creare una propria fondazione erogativa. Secondo, occorre dare presto vita alla creazione di fondi di investimento a carattere sociale (social impact funds) che valgano ad alimentare fondi territoriali di progettualità sull’esempio di quanto già avviene in Gran Bretagna. C’è poi quel nuovo strumento finanziario noto come social impact bond, già sperimentato con grande successo negli USA e in Gran Bretagna. Basicamente questo, è un prodotto simile alle familiari obbligazioni, tale che un soggetto privato (o pubblico) si impegna a garantire la restituzione di un’obbligazione con cui si è provveduto a finanziare un progetto di utilità sociale a fronte del raggiungimento di risultati prefissati. L’avvio di tali forme di finanza sociale porterebbe alla creazione di una qualche forma di Borsa Sociale, sul modello della London Stock Exchange. (A Basilea è stata costituita da poco la Swiss Social Stock Exchange). Infine, bisogna avere il coraggio di porre in atto il principio di sussidiarietà circolare, perché la sussidiarietà orizzontale non è più sufficiente. L’idea, molto semplicemente, è quella di mettere in interazione strategica le tre sfere di cui si compone la società (la sfera pubblica, quella della business community e quella della società civile organizzata) nel momento sia della progettazione degli interventi sia della loro gestione. Può essere d’interesse ricordare che quella della sussidiarietà circolare è un’idea squisitamente italiana che risale all’epoca dell’Umanesimo Civile (XV secolo) e che, forse per questo motivo, gli italiani non vogliono oggi sentirne parlare! Nel 2001 è stato modificato l’art.118 della Costituzione per introdurvi il principio di sussidiarietà 3


verticale e orizzontale, ma non la versione circolare dello stesso. Eppure, quella della sussidiarietà circolare è una forma di governance che, se da un lato, consente di valorizzare il genius loci dei diversi territori, dall’altro lato realizza sostanziali economie di scala e di scopo. Un terzo argomento, infine, è quello della “sindrome delle basse aspettative” di cui sembrano soffrire non poche delle organizzazioni che si occupano di innovazione sociale: non ci si aspetta quasi mai dall’investimento effettuato un ritorno adeguato in termini sociali, come se il fatto di non mirare al profitto dovesse giustificare un certo lassismo organizzativo e forme varie di spreco di risorse. E’ bensì vero che vi è la difficoltà di costruire una metrica capace di misurare il valore aggiunto sociale di un intervento, ma è del pari vero che nessuno sforzo sistematico viene fatto per arrivare a ciò. Ad esempio, si pensi all’indicatore noto come “moltiplicatore sociale”, definito dal rapporto tra il valore totale delle attività svolte e l’ammontare delle donazioni raccolte. Si sa che un moltiplicatore sociale superiore a due è ciò che, più di ogni altra cosa, è capace di stimolare gesti filantropici. Eppure, quasi mai questo indicatore viene reso di dominio pubblico. Assai opportunamente il Rapporto, nel capitolo finale, avanza una proposta per giungere a valutare il processo di innovazione sociale. Come noto, quella della misurazione è questione antica e fonte perenne di controversie. Se ciò è stato vero nel passato per quanto concerne la misurazione degli attributi quantitativi, lo è ancora di più quando si voglia giungere a misurare attributi basicamente qualitativi, quali sono quelli che afferiscono alla innovazione sociale. Ciò è senz’altro vero, ma in nessun modo può essere preso a significare che è impossibile. Si rammenti che la definizione di Prodotto Interno Lordo (PIL) e i conseguenti metodi di calcolo risalgono al periodo tra le due guerre: prima non esistevano. Chiaramente, la scelta di una metrica sempre presuppone che venga esplicitato il fine di cui quella metrica è mezzo. Nel caso presente, il fine è la qualità della vita, cioè il ben-essere umano che solo in parte – a volte assai modesta – è correlato al livello del PIL. (E’ solamente nel 2013 che, per iniziativa del CNEL e dell’ISTAT, in Italia si è cominciato a parlare di BES, benessere equo e sostenibile). Se colgo nel segno, il senso, cioè la direzione nella quale si sono mossi – e perciò vanno letti – i pregevoli contributi di questo Rapporto è quello di contribuire a rinverdire la tradizione di pensiero dell’economia civile, una tradizione tipicamente italiana che affonda le sue radici nell’Umanesimo civile del XV secolo e che riceve la sua piena sistematizzazione concettuale nel XVIII secolo all’epoca della scuola napoletana (A. Genovesi, F. Galiani, G. Dragonetti e altri) e milanese (P. Verri, C. Beccaria, G. Romagnosi, e altri) dell’Illuminismo italiano. Idea centrale di tale linea di pensiero – che verrà poi scalzata da quella dell’economia politica anglosassone – è quella di fondare l’architettura della società non su due ma su tre pilastri: pubblico (Stato e Enti 4


Pubblici); privato (mondo delle imprese); civile (organizzazioni della società civile, cioè i corpi sociali intermedi). Ciascuno di questi ha suoi propri principi regolativi ed è connotato da modi specifici di azione, ma tutti e tre devono interagire tra loro in maniera organica (cioè non sporadica) secondo i canoni del metodo deliberativo. L’ordine sociale, dunque, non è più basato sulla dicotomia pubblico-privato (ovvero su Stato e mercato) ma sulla tricotomia pubblico, privato, civile. Una efficace strategia per l’innovazione sociale deve riconoscere e fare propria una tale articolazione della società perché solo da essa può derivare la soluzione dei nuovi problemi dell’attuale passaggio d’epoca. Invero, tra le urgenze politico-culturali più pressanti vi è oggi quella di andare oltre le due concezioni di mercato finora dominanti. Da un lato, la visione del mercato come "male necessario", di un'istituzione cioè di cui non si può fare a meno, perché garanzia di progresso e successo economico, ma pur sempre un "male" da cui guardarsi e pertanto da tenere sotto controllo con la fissazione di vincoli stringenti. E' questa la posizione accolta dai teorici della cosiddetta "terza via", secondo cui occorre tenere separata la sfera dell'economia dal resto della società e servirsi della prima come strumento, per realizzare i fini che la seconda si prefigge. Sull'altro versante troviamo la concezione del mercato come mezzo per risolvere il problema politico. Si tratta di una concezione pienamente in sintonia con lo spirito - anche se non sempre con la prassi - del pensiero neoliberista che, appunto, mira a risolvere il problema politico per via essenzialmente economica. L'approdo verso cui tendere è piuttosto quello di realizzare le condizioni per un’economia di mercato pluralista, in cui possano operare, in modo autonomo e indipendente, accanto a imprese for profit anche soggetti economici che, pur non perseguendo il fine del profitto, sono ugualmente capaci di generare valore aggiunto, e quindi ricchezza. Sono questi i soggetti che compongono la variegata galassia del Terzo Settore (cooperative, imprese sociali, fondazioni di comunità). Si rammenti che, la difesa delle ragioni della libertà esige che il pluralismo venga difeso non solo nella sfera del politico – il che è ovvio – ma anche in quella dell’economico. Pluralista e democratica è dunque l’economia nella quale trovano posto, in primo luogo, più principi di organizzazione economica – da quello della ricerca del profitto a quello di reciprocità – senza che l’assetto istituzionale vigente privilegi, più o meno apertamente,

l’uno o l’altro; e secondariamente

l’economia nella quale si consente al consumatore non solamente di scegliere all’interno di un dato menu, ma anche di consentirgli di poter “dire la sua” a proposito della composizione dello stesso menu. E’ questo il senso del c.d. “voto col portafoglio”, altro esempio notevole di innovazione sociale. (Si pensi al cash-mob introdotto per la prima volta negli USA nel 2011). 5


Ha scritto Montesquieu: “Non bisogna mai esaurire un argomento al punto di non lasciare nulla da fare al lettore. Non si tratta di far leggere, ma di far pensare”. Certamente, questo Primo Rapporto non ha esaurito l’argomento. Il lettore avrà dunque molto da fare e, ancor più, da pensare. Ma quanto gli viene qui offerto rappresenta una sorta di condicio sine qua non per consentirgli di andare oltre.

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Prefazione al primo rapporto sullinnovazione sociale in italia 1