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Franca Bersanetti Bucci

Mercuzio non deve morire Ed. Le Moschettiere


MERCUZIO NON DEVE MORIRE di Franca Bersanetti Bucci

Edizioni Le Moschettiere 2014


Š Franca Bersanetti Bucci Prima stampa 2014 2015 2016 2017 2018 Illustrazioni: Giorgia Casinelli - Federica Signorile Grafica e Layout: Kiki Demorra Collaboratrici: Assia C. Sara C. Michela G. Sofia G. Carla P.


Alle Tre Grazie, Assia, Sara e Giorgia, perché sono fantastiche e si meritavano questa avventura tutta per loro A Mercuzio, perché lo amo da quando avevo otto anni e volevo scrivere per lui una divertita e affettuosa dichiarazione d’amore A Luca, perché, da quel palco, senza saperlo, ha arricchito la mia vita con tanta ispirazione, nuove belle amicizie e qualcosa di speciale che non si può spiegare Spero che mi perdonerà per questa piccola follia...


There was a boy a very strange enchanting boy “Nature boy� - David Bowie


Mercuzio non deve morire

CAPITOLO 1

Lavevano voglia di dormire. Si aggiravano per le vie, godendosi a notte si stendeva limpida su Verona, ma loro ancora non

l’aria estiva, con il sorriso stampato sulle labbra, dopo la fantastica serata trascorsa all’Arena. Avevano visto il musical di Romeo e Giulietta per la cinquantesima volta. Quello spettacolo era una droga... E poi avevano fatto nuove foto insieme agli attori, ormai ne conservavano un album pieno, specialmente con il loro preferito, quel gran pezzo di figliolo dai riccioli biondi e dalla voce ultraterrena che interpretava Mercuzio, uno dei più grandi personaggi creati da Shakespeare. «Povero splendido Mercuzio...» sospirò Grazia. «Ma perché Shakespeare lo ha fatto morire?» «Perché stava scrivendo una tragedia?» ipotizzò Graziella. «Già... ma c’era tanta gente che poteva far morire al posto di Mercuzio», osservò Maria Stella. «Benvolio per esempio. Romeo avrebbe ucciso Tebaldo anche per lui». «Ma Mercuzio è un personaggio così affascinante anche perché muore», ammise Graziella. «Lo amiamo di più perché sappiamo di essere destinate a perderlo». «Se vivesse sarei più contenta», brontolò Grazia. «Anche noi». Maria Stella le battè una mano sulla spalla. «Ma non possiamo mica tornare indietro nel tempo e dentro la storia per cambiarla...» «Meno male», disse Graziella. «Sai che pasticcio combineremmo?» In quell’istante, imboccando la strada che conduceva al loro albergo, s’imbatterono in una bambina. Una zingara, apparentemente, con gli occhi e i capelli color del carbone e i piedini nudi. Appesa ad un braccio aveva una cesta piena di bellissime rose blu. Si bloccarono stupite. Era una bimba così piccola, in giro sola a quell’ora, con quei fiori meravigliosi... «Ti sei persa?» le chiese Maria Stella. «Mi comprate tre rose?» ribatté la bambina. 9


Capitolo 1

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Mercuzio non deve morire Graziella diede di gomito a Grazia. «Che roba. Far lavorare una bimba in piena notte... Dovremmo fare una denuncia». La piccola la udì. «Tre rose», ripeté. «Un desiderio per ognuna». Maria Stella la fissava. Aveva uno sguardo fin troppo adulto. Forse era la vita che conduceva. «Come ti chiami?» le domandò. Gli occhi neri della bambina si spostarono su di lei. «Bam», rispose. «Una rosa per un desiderio. Se lo esprimi mentre la tieni in mano, si avvererà». «Accontentiamola, dai», propose Grazia. «E poi le rose sono blu come il costume di Mercuzio. Saranno un bel ricordo. La mia la farò seccare e la conserverò». «E va bene», sbuffò Graziella, accettando una rosa. «Però non possiamo lasciarla qui da sola... Dovremmo trovare una caserma dei Carabinieri e portarla lì». Peccato che di colpo si accorsero che Bam non c’era più. Aveva dato loro le rose e poi si era dileguata. «Ma non l’abbiamo neanche pagata» si sorprese Maria Stella. «E come ha fatto a sparire così?» Graziella aggrottò la fronte. «Inquietante... La cerchiamo?» «Non credo voglia farsi trovare e noi non conosciamo neanche bene la città». Maria Stella sventolò la rosa. «Andiamo a dormire, è meglio. Scommetterei che se la sa cavare meglio di noi». «Avete espresso il desiderio?» chiese Grazia. «Cosa? No» ridacchiò Graziella. «Non ci avrai creduto?» «Magari bastasse una rosa...» scherzò Maria Stella. Grazia invece non parlò e le seguì rigirandosi la rosa tra le mani. Lei in effetti aveva espresso un desiderio. Sapeva che non si sarebbe mai avverato... ma sognare non costava niente, vero? • La prima cosa che pensò Graziella svegliandosi fu che si sentiva scomoda. E che il cuscino era ruvido. Faceva anche più caldo del giorno prima... E da dove veniva quel tanfo di letame? Si tirò su a sedere sul letto e incontrò subito gli occhi sgranati per lo stupore di Maria Stella. 11


Capitolo 1 «Che c’è? Perché mi guardi così?» «Non guardo solo te», ansimò Maria Stella. «Guardo TUTTO». «Eh?» Stropicciandosi gli occhi assonnati, Graziella osservò la stanza. Anche Grazia era già sveglia, in piedi accanto alla finestra aperta. Con la stessa espressione allibita di Maria Stella. Solo in un secondo momento, Graziella realizzò che le sue amiche erano vestite in modo bizzarro, con delle gonne lunghe e dei corsetti. In effetti ne aveva uno anche lei... Ecco perché le pareva di soffocare... E la camera era cambiata: i mobili erano diversi, c’erano un catino e una brocca per l’acqua in un angolo e un vecchio camino spento, sporco di fuliggine. «Ma che cavolo...» «Vieni a guardare fuori...» balbettò Grazia. Graziella le ubbidì in automatico, il cervello ancora inceppato. Dapprima la luce la accecò. Poi vide. Verona. La Verona di fine ‘500. L’odore di letame saliva dalle sue strade acciottolate. Dal basso giungeva il rumore delle ruote dei carri. «Oh vacca miseria», le sfuggì. Si voltò di scatto, con una mano sulla bocca. «Sembra la Verona dell’epoca di Romeo e Giulietta... È uno scherzo?» «Se è uno scherzo è proprio ben congegnato», replicò terrorizzata Grazia. «Io parlerei del fatto che sono senza mutande», bofonchiò Maria Stella. «Anche voi?» Agitandosi un po’, Graziella annuì. «Sì... Pure io». «Ecco... chi ci ha tolto le mutande?» «Nessuno», intervenne Grazia. «Voglio dire... credo che sia tutto cambiato spontaneamente...» «Eh? Che stai dicendo?» «Mi sono svegliata almeno tre ore fa... Non riuscivo a dormire... E quando mi sono accorta di quello che era successo...» Grazia rabbrividì. «Non avevo il coraggio di svegliarvi... E ci ho pensato un bel po’... Vi ricordate la bambina di stanotte? Si chiamava Bam, giusto?» «Sì... e allora?» Grazia fissò Graziella e Maria Stella. «Capovolgete il nome...» Per alcuni lunghi istanti nella camera regnò un attonito silenzio. 12


Mercuzio non deve morire «... Mab?» Graziella boccheggiò. «Mab! Vuoi dire che... Ma non è possibile!!! La regina Mab è un’invenzione letteraria!» «Abbiamo indosso dei corsetti!» le fece notare Grazia. «Fuori c’è una citta cinquecentesca...» «E siamo senza mutande», rimarcò cupa Maria Stella. «D’accordo», concesse Graziella. «Ammetto che possiamo sospendere l’incredulità... E perché Mab ci avrebbe tirato questo brutto scherzo? Abbiamo visto troppe volte il musical?» «Può darsi, non lo so... Ma ha detto che per ogni rosa un nostro desiderio si sarebbe esaudito». «Già... solo che io non ho espresso desideri», notò Maria Stella. «Neanche io», confermò Graziella. Grazia tacque, con aria colpevole. Graziella alzò gli occhi al soffitto. «Tu sì, eh? E sentiamo... che desiderio era?» «Ne... avevamo appena parlato...» mormorò piano Grazia. «Tornare indietro nel tempo, dentro la tragedia...» Gli occhi di Maria Stella si spalancarono. «... e salvare Mercuzio?» «Esatto», annuì mesta Grazia. «Quindi noi siamo dentro... la tragedia di Shakespeare?» Graziella era bianca come la camicetta sotto il corsetto. «E... Mercuzio è ancora vivo?» Di nuovo Grazia annuì. «C’è di peggio...» «Il fatto che non abbiamo le mutande?» si lamentò Maria Stella. «A parte quello», le sibilò Grazia con un’occhiata storta. «La cosa più grave è che se vogliamo ritornare alla nostra epoca e alla nostra realtà, credo proprio che l’unico modo sia portare a compimento il desiderio». Fece una pausa drammatica. «Dobbiamo trovare Mercuzio. E salvargli la vita».

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CAPITOLO 2

Gquasi in versi, un po’ come nella tragedia scritta.

iunte in strada una cosa l’avevano capita subito: la gente parlava

«Mab è veramente spiritosa», commentò Graziella. «Sempre meglio del dialetto veronese cinquecentesco», notò Maria Stella. «Oppure pensate se li avesse fatti parlare in inglese rinascimentale... Allora sì che saremmo state fresche». Aggrottò la fronte. «Oltre che senza mutande». Graziella sbuffò. «Supererai mai questa cosa delle mutande?» «Probabilmente no», ammise Maria Stella. «Rimarrò traumatizzata a vita». Faceva caldo, splendeva il sole e la strada di quello che pareva un quartiere popolare era affollata e rumorosa. Ignorando i discorsi delle altre due, Grazia avvertì una morsa allo stomaco. «Ragazze... come lo troviamo Mercuzio?» «Bella domanda», borbottò Graziella. «Di certo non ci sarà un’insegna al neon con scritto MERCUZIO PER DI QUA». «Ma i ragazzi Montecchi non sono sempre in giro a fare casino con sesso, vino e canto?» intervenne Maria Stella. «Forse dovremmo andare a chiedere nelle taverne...» «E come sarà?» Maria Stella e Graziella si voltarono verso Grazia. «Che intendi?» «Che aspetto avrà? Le persone intorno a noi parlano come nella versione tradotta della tragedia... quindi non possiamo dare per scontato che Mercuzio abbia l’aspetto a cui siamo abituate, quello dell’adorabile Luca... E se fosse come se lo immaginava Shakespeare nella sua testa?» «Non credo che Mab ci avrebbe fatto questo scherzo bastardo se non fossero implicati dei boccoli biondi e tutto il resto», ribatté Graziella. «Ci impegneremmo allo stesso modo per salvare un Mercuzio con la faccia di uno sconosciuto?» Maria Stella la guardò male. «Stai dicendo che non ti importa dell’anima di Mercuzio ma solo dei suoi capelli e del suo didietro?» 15


Capitolo 2 «Ovviamente no, ma ormai mi sono affezionata al pacchetto completo». Graziella la fulminò con un’occhiataccia preventiva. «E non era un doppio senso». «Ehi...» Grazia le diede di gomito. «Mi sa che Graziella ha ragione... guardate laggiù... da quell’edificio sono appena usciti alcuni dei ragazzi Montecchi... e hanno l’aspetto dei ballerini del musical...» Era vero. Eccoli là. Quattro dei Montecchi: si davano spintoni ridacchiando, gli occhi stretti nel sole, i capelli ancora arruffati e i vestiti raffazzonati, come se si fossero alzati dal letto solo allora. «Mab è spiritosa e anche furba». Graziella fissò i giovani che si stavano dirigendo proprio nella loro direzione. «Ci sta agevolando o tendendo un tranello?» I ragazzi le superarono allegri. Li sentirono riferirsi a qualcuno che avevano lasciato a giacere stremato dalle baldorie notturne e ancora in preda ai postumi del troppo vino. «Staranno parlando di... lui?» ipotizzò Grazia. «Lo scopriremo andando a vedere», decise risoluta Graziella e puntò a passo di carica verso quella che si rivelò, come ovvio, una locanda. All’interno delle serve stavano spazzando e rassettando i tavoli e un locandiere si affaccendava dietro il bancone. Le guardò di sbieco, incuriosito. «Oh, mamma...» bisbigliò Maria Stella. «Noi...ehm...» Graziella si fece avanti. «Siamo mandate alla ricerca di Padron Mercuzio, da parte del nostro onorevole Principe che è in ansia per la sua sorte». Che scusa deficiente, pensò tra sè. Certo, il Principe di Verona avrebbe mandato tre sguattere a cercare un suo parente... Il locandiere le squadrò con occhio critico, poi sogghignò scuotendo il capo. «Dopo quelle della scorsa notte, quel giovine ha ancora spirito in corpo per altre tre... Che tempra...» Con la testa accennò alle scale. «L’ultimo uscio sul fondo». Salendo di fretta, tenendosi vicine, lo sentirono ridere. «E sono anche stagionate...» «Sarai un fiore tu, brutto idiota», ringhiò Maria Stella. «Ci ha prese per delle attempate poco di buono?» «Dopo quelle delle notte scorsa?» ripeté invece Grazia. «Quante esat16


Mercuzio non deve morire tamente?» «Forse è meglio se non ce lo domandiamo...» disse Graziella. «Ma Mercuzio non è innamorato di Romeo?» «Nel musical, Grazia...» «Dubito che in questo caso c’entri l’amore, Maria Stella», le interruppe Graziella. «Ricordate cosa canta Mercuzio? Sentimenti qui non ne troverai, ma se il sesso vuoi te lo diamo noi...» «E poi il suo amore è senza speranza». Grazia sospirò dispiaciuta. «Capisco che sfoghi la frustrazione in questo modo». «Rimandiamo l’angolo dello psicologo a dopo, d’accordo?» Graziella fissò la porta davanti a loro. «Lui è qui...» Le parole le si spensero in gola e tutte e tre di colpo esitarono. Già, lui. Dall’altra parte dunque c’era Mercuzio. Non il Mercuzio interpretato da un bravo ragazzo che fuori scena era dolce e delicato come una tazzina ripiena di panna montata. Questo, nell’assurdità di quell’incredibile avventura, era Mercuzio in carne ed ossa. Solo lui. La fontana di cioccolato speziato al peperoncino, su cui tutte loro, almeno una volta (okay, molte più di una) avevano fatto sogni sconvenienti. Nessun interprete dietro la maschera. Cavolo... «Oh, ma dai», sbraitò Graziella, prendendo l’iniziativa e bussando con forza. «È un ragazzino, no? Non ci mangia mica». Niente. La porta, non poi molto robusta, scricchiolò, ma non accadde altro. Dalla stanza non giunse alcun suono. Anzi... uno sì. Maria Stella accostò l’orecchio. «Sta russando?» «Come un trattore», constatò Grazia. «E allora direi che possiamo fare a meno di bussare», tagliò corto Graziella e aprì la porta. Subito si bloccò. Grazia e Maria Stella le finirono addosso. Al centro della stanza, poco lontano da un letto sfatto e da vari indumenti blu sparsi a terra e tra le lenzuola, c’era una tinozza grande abbastanza per contenere un uomo. E l’uomo in questione, a mollo nell’acqua, con i lunghi riccioli biondi che ricadevano oltre il bordo, era... Mercuzio. «Santa Maria», mormorò Grazia. 17


Capitolo 2 «Sant’Antonio», le fece eco Maria Stella. «Vacca miseria», aggiunse Graziella. Dal canto suo Mercuzio emise un piccolo grugnito e sollevò una gamba fuori dalla tinozza, spruzzandole d’acqua. Maria Stella emise un gridolino. «Si vede tutto». «Dagli Appenini alle Ande, già...» convenne Graziella, inclinando il capo. Grazia rifilò loro due sberle. «Piantatela di guardare! È un adolescente addormentato! Non vi sentite un po’ pedofile?» «Veramente nel ‘500 la vita media era molto più breve», le rammentò Maria Stella. «Infatti le ragazze si sposavano già a tredici o quattordici anni. Per allora quattordici anni erano come ventiquattro, almeno. E Mercuzio dovrebbe essere più grande di Romeo, almeno sui diciotto. Che in quest’epoca sono come ventotto». Annuì soddisfatta. «I conti tornano». «Tombola», disse Graziella girando intorno alla tinozza. «Il nostro problema, in questo momento, non è la pedofilia... Il ragazzo dorme come un pupetto ed è ubriaco perso. Finché non si riprende dalla sbornia non possiamo neanche tentare di ragionarci». «Ragionarci?» Grazia spalancò la bocca sorpresa. «Vorresti ragionare con Mercuzio? Non ci ascolterà mai! Hai presente di chi stiamo parlando? Non darà mai retta a tre donne... Si divertirà solo a sollevarci le gonne...» «Non può!» inorridì Maria Stella. «Non abbiamo le mutande!!!» «Se nomini ancora le mutande ti annego nella tinozza», le intimò Graziella agitando un dito. «E guarda che non scherzo! Concentriamoci, avanti. Non sappiamo neanche che giorno è di preciso... Quanto mancherà al duello?» «Non può essere oggi. Il giorno del duello, la mattina, Mercuzio se ne stava già in giro coi Montecchi, a scherzare con la nutrice», ricordò Grazia. «Bene... ma se non possiamo ragionarci... che facciamo?» chiese Maria Stella. Graziella meditò un istante. «Lo sequestriamo». Le altre due sgranarono gli occhi. «Sequestrarlo?» «Approfittiamone mentre è sbronzo». 18


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Capitolo 2 « E lo portiamo... dove?» «Fuori di qui, prima di tutto. Poi in un posto dove possiamo rinchiuderlo quando sarà tornato in sé. Magari il luogo dove ci siamo svegliate. Farà il diavolo a quattro, ma l’importante è che rimanga lontano da Tebaldo». «Non sarà facile trasportarlo fin là ubriaco...» replicò Maria Stella. «Prima comunque dobbiamo tirarlo fuori da questa tinozza, asciugarlo e vestirlo». «Asciugarlo?» esclamò Grazia. «Non... non possiamo vestirlo bagnato?» «Beh, certo... Così se non lo uccide Tebaldo, lo uccide la broncopolmonite». Maria Stella indicò l’acqua ormai tiepida. «Oltretutto nessuno gli ha spiegato che non ci si addormenta nella vasca?» «Non può morire di broncopolmonite», protestò Grazia. «È estate». «Si tratta di praticità, gente», intervenne Graziella. «Voi riuscireste a mettergli quei pantaloni mentre è bagnato? Già mi chiedo come faccia a entrarci quando è asciutto... Forza! Qualcuna lo prenda per le spalle, io lo prendo per i piedi...» Non fu proprio semplice. Mercuzio pesava più di quel che si aspettavano e si dimenò anche un po’. Alla fine, con un borbottio disturbato tuffò il volto nella gonna di Maria Stella, sprofondandovi con un sospiro. «San Martino col mantello», si lamentò lei. «Resta ferma», le ordinò Graziella. «Continua a distrarlo». «Io... distraggo lui...?» Grazia intanto era quasi ipnotizzata. «Certo che è proprio bello... Non credevo che lo fosse così tanto. Sembra una scultura... Un’opera d’arte...» «Non cadermi in preda alla Sindrome di Stendhal, per favore». Graziella se ne stava coi piedi divaricati, le mani sui fianchi, la fronte aggrottata. «Ora... pronte ad asciugarlo?» Si accigliò ancora di più. «E da dove cominciamo?»

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CAPITOLO 3

«Non

ho mai sudato tanto in vita mia», ansimò Grazia crollando seduta per terra. Graziella le rivolse uno sguardo torvo, con un ciuffo di capelli sugli occhi. Maria Stella intanto continuava a lasciare che Mercuzio le giacesse con la testa in grembo, le guance paonazze. Ora era vestito. Ci era voluto del bello e del buono. E dato che il ragazzo, nonostante l’ubriacatura, conservava una sorprendente vitalità, c’erano stati anche un paio di incresciosi incidenti. Ma avevano deciso di non parlarne mai più. «E adesso?» chiese Maria Stella, mentre Mercuzio si strusciava sulla sua gonna in cerca di una posizione più comoda. Un paio di volte, durante le complicate operazioni di asciugatura e vestizione, le aveva rivolto un pigro sorriso e l’aveva salutata, per poi ricadere nell’oblio. «Sembra deciso a rimanere nel mondo dei sogni e non ce la faremo mai a trascinarlo di peso fino alla casa dove ci siamo svegliate». «Verrà con le sue gambe», disse Graziella, alzandosi in piedi. «Grazia, prendilo per un braccio. Anche tu, Maria Stella. Tiratelo su a sedere». «Ma che vuoi fare?» Graziella raccolse la brocca accanto al letto e la immerse nella tinozza. «Gli do una svegliata». E rovesciò la brocca addosso a Mercuzio. Grazia e Maria Stella urlarono. Lui scattò, finendo sulla schiena, poi si sollevò portandosi le mani agli occhi. «Che diamine...» bofonchiò confuso. «Avevamo appena terminato di asciugarlo...» protestò debolmente Grazia. Ma Graziella non voleva avere pietà. Una seconda brocca colma d’acqua seguì la prima. E stavolta urlò anche Mercuzio. Annaspando, si accovacciò sui talloni e gettò i capelli bagnati all’indietro, gli occhi improvvisamente lucidi e scuri per lo sdegno. «Basta!» ringhiò e Graziella per un attimo lo fissò rapita. Oh, adesso lo riconosceva davvero: eccolo, il giovane, folle, bellissimo leone. Non ci si poteva sbagliare. Miseria santissima. Bisognava tenergli testa, ora. Mica facile. 21


Capitolo 3 Incrociò il suo sguardo furente e sospirò. Alla malora Mab e il linguaggio antiquato. «Calma il tuo animo, messere... uhm, il buon Benvolio ci manda a chiedere il tuo aiuto. Il gentile Romeo è in grave pericolo e soltanto tu, mio coraggioso signore, puoi salvarlo...» Mercuzio la scrutò con la fronte aggrottata, di colpo perplesso. Lento, si rimise in piedi, barcollando un po’ ma solo brevemente. Quindi assunse quella che lei ormai sapeva essere una sua posa tipica, raddrizzando le spalle e alzando orgogliosamente il mento. «Romeo è in pericolo?» «Sì, messere. Devi venire con noi. Ti accompagneremo dove Padron Benvolio ti attende». Gli occhi di Mercuzio si restrinsero. Inclinò il capo, una mano che saliva a giocherellare con uno dei lacci della camicia. «Romeo è in pericolo e Benvolio manda tre donne ad avvertirmi... È alquanto bizzarro». Tutte e tre si agitarono imbarazzate. In effetti... «Comprendo che possa sembrarti bizzarro, signore...» iniziò cauta Graziella. Lui la interruppe con un gesto. «Mi affascina tutto ciò che è bizzarro, perciò sarò parte del vostro gioco, quale che esso sia». Le scoccò un’occhiata scettica. Non le aveva creduto, ma come cantava sempre nel musical, Mercuzio non temeva nulla. Mai. Nessuno. E adorava scoprire cose nuove e misteriose. Rischiare. «Seguici, dunque», replicò Graziella senza distogliere lo sguardo dal suo. Occorreva essere vigili, come davanti a un animale selvatico. Quando scesero le scale e il locandiere li guardò divertito, Mercuzio gli tirò noncurante un sacchetto di monete, centrandolo in fronte, con una mira invidiabile per qualcuno che era stato sbronzo sino ad un quarto d’ora prima. «Che inutile mentecatto», lo liquidò. «Ben gli sta a quel cretino», bisbigliò Maria Stella a Grazia. Procedevano alle spalle di Mercuzio, al seguito di Graziella, ed entrambe non riuscivano a staccare gli occhi dalla sua camminata e dai suoi capelli biondi che già si stavano asciugando e arricciando sotto il sole estivo. Non ci credevano, eppure accadeva. Stavano camminando per le vie antiche di Verona con Mercuzio... Graziella, invece, si sentiva brucia22


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Capitolo 3 re la schiena, sapendo di essere osservata da lui. Non doveva commettere passi falsi, il tempismo era fondamentale. Niente distrazioni emotive. Appena varcarono la soglia della stanzetta, fece segno a Grazia di chiudere la porta. Mercuzio se ne accorse e girò su se stesso, già all’erta. «Signore, se mi desideravate in una stanza da letto avreste potuto palesare onestamente le vostre intenzioni», le sfidò. «Vi avrei spiegato che non ho difficoltà ad elargire piacere, ma sono io a decidere se, quando e do... Ohi!» Sull’ultima parola, cadde in ginocchio. Dopo che Graziella lo aveva colpito alla nuca con il catino. «Oddio!» gridò Grazia. «Gli hai dato una botta in testa!!! Non lo ammazza Tebaldo e lo ammazziamo noi?!» Maria Stella boccheggiava senza parole. Forse era lì lì per piangere. «Era solo un colpetto», minimizzò Graziella. «Sono certa che ha la testa dura. Forza, strappate quelle lenzuola. Dobbiamo legarlo». Non le piaceva agire in quel modo, ma le era bastato guardare negli occhi Mercuzio per capire che non potevano trattenerlo con le buone. La priorità era salvargli la vita, anche a costo di bernoccoli e lividi. Lui rimase stordito solo per qualche minuto, poi, mentre gli legavano le mani dietro la schiena e le caviglie, iniziò a dimenarsi come un forsennato, scalciando e sbraitando. Tenerlo, seppure in tre, fu un’impresa. «Perché pretendete da me questa disonorevole sottomissione?» sbraitò furioso cercando di divincolarsi dalle corde improvvisate. Ancora affannata, Maria Stella si girò verso Grazia e Graziella. «Adesso si metterà a cantare?» Mercuzio sgranò gli occhi. «Cantare? Perché mai dovrei voler cantare?» E riprese ad agitarsi. «Liberatemi, miserabili baldracche!» Sia Maria Stella che Grazia impallidirono. Graziella invece puntò dritta verso di lui e gli afferrò i capelli con uno strattone. «Ahi!» si lamentò Mercuzio, oltraggiato. «Senti, ragazzino biondo, hai scelto davvero quella sbagliata da chiamare baldracca». Si chinò all’altezza del suo sguardo acceso dalla rabbia. «Non mi diverto ad essere violenta, ma lo faccio per il tuo bene. Vedi di startene buono e tranquillo, o ti rapo a zero, okay?» 24


Mercuzio non deve morire L’ira svanì dal volto di Mercuzio, sostituita dallo stupore. «O... chei? Rapo... a zero? Da quale terra straniera provieni?» Grazia decise di intervenire. «Graziella, potresti calmarti? Gli hai rovesciato due brocche d’acqua in testa, lo hai colpito con un catino ed ora gli stai tirando i capelli... Potremmo anche essere più gentili, non credi? Dopotutto lui non può capire cosa sta succedendo se non gli spieghiamo». «Non ci ascolterà», obbiettò Graziella. «Ha la testardaggine nel sangue». «Beh siete in due, allora», la rimproverò Grazia. «E mollagli quei capelli... Posso provarci io?» «Accomodati», concesse Graziella lasciando i capelli di Mercuzio. Lui la fulminò con uno sguardo di fuoco, poi si voltò a fronteggiare Grazia, tutti i muscoli tesi per l’offesa che stava subendo. Lei però lo sorprese con una domanda che non si aspettava. «Tu hai delle visioni, vero?» Non le rispose, però sul suo viso si susseguirono una miriade di emozioni diverse, in fuga, difficili da distinguere e comprendere. «Sogni cose che potrebbero accadere». Grazia si inginocchiò vicino a lui. «Cose che gli altri non vedono, che non capiscono. Ma tu le vedi prima di loro. Sai che la tragedia incombe su Verona...» Mercuzio deglutì, i suoi lineamenti si ammorbidirono. D’un tratto sembrò più giovane, vulnerabile. Stanco. Continuò a tacere, però, ancora diffidente. «Anche noi sappiamo ciò che accadrà. Perché...» Grazia esitò. Doveva cercare di dirglielo. Di convincerlo che poteva fidarsi di loro. «... ci ha mandate la regina Mab...» Per un lungo momento di silenzio, Mercuzio la fissò. Poi di colpo scoppiò a ridere. Quella risata cristallina da bambino folle, che ormai ben conoscevano. Quella con cui rideva in faccia a tutto e a tutti. E che usava come scudo. «Dove si nascondono Benvolio e Romeo? A chi dei due dovrò i miei ringraziamenti per il mal di capo e per questo sciocco scherzo?» La risata si smorzò in un digrignare di denti, durante l’ennesimo tentativo di liberarsi. «Tutto ciò inizia ad annoiarmi». Accidenti. Grazia inspirò ed espirò e gli prese il mento, costringendolo a guardarla. «Mercuzio, non è uno scherzo. Tu morirai». 25


Capitolo 3 Di nuovo quell’espressione fragile, eppure anche cinica, per contro. Consapevole. «Non dobbiamo forse morire tutti?» «Sì, è vero... Ma a suo tempo. Sei giovane. Non devi morire ora». Grazia lo teneva sempre per il mento e sosteneva i suoi occhi, che nella luce obliqua sembravano d’ambra. «Quando ci sarà il ballo dei Capuleti?» «Questa notte...» «Allora sappi che questa notte Romeo incontrerà la figlia del Conte Capuleti, Giulietta, e se ne innamorerà perdutamente...» Mercuzio si scostò con forza, respingendo la mano di Grazia. «Romeo è innamorato di Rosalina». «La dimenticherà non appena vedrà Giulietta. E per lui non ci sarà che lei. La sposerà e Tebaldo lo sfiderà. E tu sfiderai Tebaldo». Grazia questa volta gli serrò il viso tra le mani, decisa. «Sfidandolo morirai. Domani». Lo scrollò leggermente. «Morirai domani, Mercuzio... Credici, ti prego. Noi siamo qui per salvarti». «Voi...» ribatté Mercuzio con tono sprezzante e Grazia lo lasciò andare, dato che le sembrava pronto a morderle le dita. «E perché la Regina Mab dovrebbe mandare voi tre a salvarmi? Perché... dovrebbe volermi salvare?» «Perché sei una creatura straordinaria», mormorò Grazia. «E noi... ti portiamo nel cuore». Chissà se glielo dicevano spesso, oppure se Mercuzio ignorava la sensazione che si provava nell’essere custoditi nel cuore di qualcuno... L’espressione sospettosa di lui ebbe un fremito, per poi chiudersi e allontanarsi. In un angolo della stanza, a Maria Stella scivolò una lacrima giù per la guancia: si era sempre emozionata molto davanti alla struggente recitazione di Luca Giacomelli Ferrarini, eppure non era preparata a questo. Mercuzio vero, carne e anima. Che non sarebbe morto soltanto in scena, se loro avessero fallito... «Spero tanto che a Mab venga un’orticaria fulminante», borbottò Graziella incupita. Maria Stella si asciugò la lacrima. «Un’orticaria fulminante? Non penso che esista, come malattia...» 26


Mercuzio non deve morire «Bene. Lei sarà il paziente zero». Con un moto di stizza, Graziella tornò accanto a Mercuzio, che la ignorò, le labbra tirate in una linea livida. «Non mi importa se opponi resistenza, bambolotto. Non ti permetterò di morire. Non finché ci sono io, che ti piaccia o no. E ora procuriamoci da mangiare», aggiunse rivolta alle altre. «Ho una fame del diavolo». • Qualcuno la scuoteva e Graziella avrebbe voluto spedirlo a quel paese senza ricevuta di ritorno. Ma si svegliò, in preda a un fastidioso presentimento. Sbattendo le palpebre, mise a fuoco i volti ansiosi e colpevoli di Maria Stella e Grazia. Colpevoli, sì... «Mi sono addormentata, lo so, maledizione...» Si accorse che la luce era cambiata, si avvicinava la sera. Era stata una lunga giornata tediosa, lì a fare la guardia a un Mercuzio immusonito, che a tratti sprofondava in un mutismo assoluto e in altri scoccava battute cattive come frecce avvelenate. Impertinente, favoloso e insopportabile. Meno male che Mab era stata magnanima e le aveva rifornite di monete, trovate in un vaso sul caminetto, così avevano potuto comprarsi un pasto decente. E con la pancia piena, era arrivata anche la sonnolenza... Qualcosa però le suggeriva che cedere ad essa era stato un grosso sbaglio. «Mercuzio è scappato», le confessò infatti Grazia. «Come è accidenti è capitato?!» esclamò. Grazia si rabbuiò. «Beh... doveva fare la pipì... l’ho accompagnato fuori nel corridoio...» «Da sola?!» Graziella puntò un dito accusatore contro Maria Stella. «Perché non sei andata con loro? Oppure come mai non mi avete svegliata?» «Dormivo anche io, d’accordo?» si scusò Maria Stella. «Dar da mangiare a Mercuzio è stato snervante... Tu sei lì a impartire ordini e l’hai fatto fare a me e non hai idea di quel che è capace di fare quel ragazzo con un cucchiaio di legno! Credevo di essere adulta e vaccinata ma non ne sono più sicura... Quindi perdonami ma ero spossata». 27


Capitolo 3 L’intera persona di Graziella emanava disapprovazione. «La prossima volta lo sfamo io e vedrai dove gli ficco le provocazioni col cucchiaio». Guardò Grazia in cagnesco. «Cosa è successo di preciso?» «Io... gli ho liberato le mani...» balbettò Grazia. «Andiamo... che pretendevi che facessi? E poi aveva pur sempre le caviglie legate... Non pensavo che... E invece mi sbagliavo. Mi... mi ha sollevato la gonna sopra la testa e...» «Ti ha sollevato la gonna?» Maria Stella era a bocca aperta. «Ma tu sei senza...» «Non dirlo!» la zittì Grazia. «E comunque ha lasciato giù la sottogonna». «Ma che gran gentiluomo», ironizzò Graziella. «Così se l’è svignata mentre tu non vedevi niente». «Esatto. Veloce come una saetta...» Grazia scosse la testa, afflitta. «Sono mortificata... Come lo ritroveremo?» «Oh ma sappiamo esattamente dove ritrovarlo». Adesso Graziella era lucidamente calma. «Gli abbiamo detto noi dove andare». Maria Stella comprese. «Il ballo dei Capuleti...» «Può non averci credute, ma gli abbiamo messo la pulce nell’orecchio. Vorrà vedere con i suoi occhi se Romeo incontra Giulietta». «Oh mio Dio... vi ricordate il racconto del musical che ha fatto l’autore dei testi delle canzoni su Facebook?» intervenne Grazia. «Scrisse che Mercuzio aveva cercato la morte, a causa dell’amore impossibile per Romeo... e se fosse così? Se Mercuzio stesse andando volontariamente incontro a morte certa?» «Non ti preoccupare. Lo troveremo prima noi», le assicurò Graziella. «E quando l’avremo trovato... lo ammazzerò io».

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Mercuzio non deve morire

CAPITOLO 4

Ilmusical, in modo curiosamente anacronistico e sopra le righe.

ballo era variopinto, stravagante ed eccessivo almeno quanto nel

«Mab si sta veramente divertendo, eh?» constatò Graziella, sbirciando oltre i cancelli della residenza Capuleti. Dovunque il grande parco brulicava di invitati con abiti coloratissimi e maschere dalle fogge animalesche, in lontananza si udivano le musiche e i canti. «Come facciamo ad entrare?» chiese Grazia. «Persino la servitù è mascherata...» Graziella si strinse nelle spalle. «Vogliamo scommettere che la cara Mab ci darà una mano?» E infatti, poco dopo, eccole: tre donne ridacchianti che si avvicinavano all’ingresso, probabilmente appena scese da una carrozza, una con la maschera di una gatta, una con quella di un cagnolino e l’altra con quella di una lepre. «Voi abbattete la gatta e il cane», ordinò Graziella. «La lepre è mia». Trascorsi circa una quindicina di minuti, le tre malcapitate giacevano inerti tra le siepi che costeggiavano i confini della proprietà, mentre loro finivano di sistemarsi gli abiti nuovi. «Ma non dovevamo amare e cambiare il mondo come nel musical?» sbuffò Grazia. «Non facciamo altro che dare botte in testa alla gente...» «Prima di tutto il musical si chiamerà pure Ama e cambia il mondo, ma intanto si ammazzano tutti tra loro», le fece notare Graziella. «E poi noi dobbiamo amare e cambiare il mondo di Mercuzio. E per arrivare allo scopo gli effetti collaterali sono accettabili». Si voltò e scoprì che Maria Stella stava esibendo un sorrisone entusiasta. Sembrava che avesse almeno trecento denti. «Che ti succede?» «La tizia». Maria Stella indicò la disgraziata che aveva indossato la maschera da gatta. «Le aveva». Le diede di gomito. «Le mutande». Sospirò soddisfatta. «Mi sento una donna completamente nuova». «E siamo davvero felici per te», si congratulò ironica Graziella. « Ora sei pronta a concentrarti sulla missione?» «Sì, boss». 29


Capitolo 4 «Ottimo. Entriamo e troviamolo». E si avviarono risolute, anche se la loro baldanza un po’ si spense davanti alla scena surreale che si presentò ai loro occhi. Sembrava di essere finite sul palco durante lo spettacolo... C’erano tutti i personaggi o quasi della tragedia, con i volti ben noti degli attori a cui si erano affezionate. Ecco là Tebaldo, il Re dei Gatti, che sovrastava tutti dall’alto, come un demone in rosso dagli occhi rabbiosi. Il Conte Capuleti e sua moglie che dispensavano finti sorrisi. Il Gatto, con i suoi addominali impressionanti e il vizio di passeggiare sulle ringhiere. Benvolio, che correva dietro ad un paio di fanciulle con la maschera di traverso. E loro, Romeo e Giulietta, che si stavano parlando e toccando, gli occhi negli occhi, le mani nelle mani, in un angolo che pareva un pezzo di mondo privato ed irraggiungibile... Stava già accadendo. Doveva accadere per forza, del resto. Anche se la loro irraggiungibilità era solo un’illusione. Almeno due persone stavano assistendo al loro primo incontro. Una era Tebaldo, appunto, sempre più livido ed inferocito. L’altra era Mercuzio. «Eccolo...» mormorò Grazia, scorgendolo per prima. Appoggiato ad una colonna, senza maschera, l’espressione remota e tesa. «Guardalo». Grazia scosse il capo dispiaciuta. «Sta soffrendo...» Okay, doveva ammetterlo, un po’ il groppo in gola ce l’aveva anche Graziella. Mercuzio triste faceva sempre effetto... Ma no, nessuna pietà di nuovo. Se volevano salvarlo non dovevano essere troppo sentimentali. «Ora soffrirà di più», proclamò minacciosa. Lo raggiunse alle spalle e veloce gli coprì gli occhi con una mano. «Ehilà, biondo. Sorpresa», gli bisbigliò tra i capelli, all’orecchio. Lo sentì irrigidirsi e, prima che si muovesse, gli infilò una mano sotto la giacca e la camicia slacciata, sulla pelle liscia del torace, accarezzata da una collana d’argento. Sapeva esattamente cosa voleva fare e il senso di colpa le attraversò la mente giusto per due secondi... Insomma, quando mai le sarebbe ricapitata l’occasione? E poi... non era mica di legno. Così lo fece: gli pizzicò un capezzolo. Nella vita una donna si deve togliere qualche soddisfazione. 30


Mercuzio non deve morire Mercuzio sussultò ed emise un gemito di dolore, che verso la fine si prolungò e acquistò una nota leggermente più morbida e... compiaciuta? «Ti avverto che se non stai buono pizzicherò dove farà molto più male e forse non ti piacerà», gli sussurrò lei. Adesso lui si stava rilassando. Probabilmente non intendeva opporre resistenza... Non aveva ragione di fuggire da nulla, ormai. Aveva visto quel che doveva vedere. «Adesso sai che non ti mentivamo. Sta capitando davanti a te, tutto quel che ti avevamo detto». Gli tolse le mani dagli occhi e dal petto, ma rimase dietro di lui. «Solo che non ti abbiamo detto tutto...» Mercuzio era immobile, in ascolto. «Non sarai solo tu a morire. Morirà anche Romeo». A quel punto lui si voltò, gli occhi enormi. Con dentro una tale angoscia che Grazia e Maria Stella, accanto a Graziella, si presero per mano, colpite. Graziella invece sostenne risoluta il suo sguardo. Mercuzio ci credeva. Se si trattava del destino di Romeo e non del suo, poteva crederci e ribellarsi. «Ucciderà Tebaldo per vendicarti», gli raccontò. «Il Principe lo manderà in esilio e i piani per ricongiungersi a Giulietta falliranno. La crederà morta. E si toglierà la vita. Morirà suicida e così pure Giulietta». Lo fissò, osservò tristezza, ansia, dolore e rabbia attraversargli e incupirgli i lineamenti. «Tutto inizierà con la tua morte e terminerà con la sua. Vuoi davvero che accada questo?» «Attendetemi in strada», replicò Mercuzio, atono. «Verrò, lo giuro», aggiunse quando Graziella inarcò un sopracciglio, sospettosa. Gli sfuggì anche una risatina ironica e diede un buffetto a una delle orecchie da coniglio della maschera che lei indossava. «Una lepre, dunque... Chissà quanto veloce riesci a correre...» «Credi veramente di saperne più di me su certi giochi, vero, piccolo?» lo provocò Graziella. Insomma, a tutto c’era un limite. Ragazzino impertinente con i denti ancora da latte... «Non lo credo, madonna». Il sorriso di Mercuzio si accentuò per un istante. «Lo so». E sparì nella folla, senza lasciarle l’opportunità di una rispostaccia. «Che razza di impunito», brontolò girandosi. Grazia e Maria Stella stavano ridacchiando. «Può darsi... ma adorabile», sorrise Grazia. 31


Capitolo 4 «E poi dai, non puoi pretendere che abbia idee moderne sulle donne», le fece notare Maria Stella. Graziella sbuffò. «Sarà meglio che non mi freghi, però...» • Ma Mercuzio fu di parola. Lo seguirono nella notte estiva, in silenzio, ombroso e taciturno. Ogni volta che Graziella tentava di parlare, Grazia le faceva segno di tacere. Bisognava lasciare la guida a Mercuzio per il momento, concedergli tempo. Lui le condusse ad un palazzo che si apriva su un vasto, elegante giardino ornato di siepi e statue. Il cancello venne loro aperto da un anziano domestico che parve molto sorpreso di vedere Mercuzio in compagnia. Sorprendente... «Che posto è questo?» chiese Grazia, mentre si inoltravano per una serie di saloni affrescati. Tutto aveva un’aria un po’ abbandonata e polverosa, anche se si capiva che qualcuno se ne occupava. «Apparteneva ai Giusti, una famiglia decaduta», rispose Mercuzio, dopo aver brevemente confabulato col domestico. «Mio zio, il Principe, mi permette di venirci quando mi aggrada, se voglio stare solo. Non vi sono mai venuti neppure i miei amici...». Le guardò. «Nè nessun altro. Dovreste sentirvi lusingate». Entrarono in quella che sembrava una biblioteca, con due pareti colme di volumi e pergamene e arazzi pieni di angeli. «Vi ho fatto preparare delle stanze per la notte. Ve ne sono in abbondanza». «E chi siamo noi per rifiutare...» commentò Graziella, stringendo gli occhi. «Leggi questi libri?» Venne ignorata. Mercuzio sprofondò in una poltrona, con una gamba sopra un bracciolo e un piede a penzoloni, in una posa indolente, gli occhi duri come pietre, che nella luce dei candelabri parevano quasi verdi. «Dovrei considerare folli le vostre pretese, ma...» Si strinse nelle spalle: sul suo petto la collana d’argento brillava illuminata dalle fiammelle tremolanti. «... io sono folle, dopotutto. E preferisco essere folle e salvare la vita di Romeo, piuttosto che cedere al raziocinio e 32


Mercuzio non deve morire condannarlo alla morte. Spiegatemi ogni cosa». Non era un ordine, solo una richiesta sincera. Graziella, Grazia e Maria Stella gli riferirono di nuovo tutta la storia, questa volta con ogni più piccolo dettaglio. Anche il fatto che lui sarebbe morto con un bacio sulla bocca di Romeo... A quel particolare, le labbra di Mercuzio si distesero in un vago sorriso. «Avrei potuto continuare a non credervi, tuttavia... morire con un bacio... Sì, credo proprio che potrei farlo». Sospirò. «Dunque Romeo sposerà Giulietta domani, con la complicità di Frate Lorenzo...» Annuì quasi tra sé. «Rifletterò su una maniera per risolvere questa faccenda», dichiarò alzandosi in piedi. «Riposate bene, stanotte, signore». Se ne stavo andando. Così, di punto in bianco, senza neppure guardarle. Graziella lo afferrò per un braccio. «Un istante, piccolo. Dove te ne vai?» Lui si girò così rapidamente che lei suo malgrado si spaventò. Se lo ritrovò a pochi centimetri di distanza, con i riccioli scompigliati a ricadergli sul volto, l’espressione fiera ed irritata. «Signora, ti prego di smetterla di chiamarmi piccolo. Altrimenti sarò costretto a dimostrarti quanto non lo sono. Non amo le provocazioni, a meno che non siano le mie». Divincolò il braccio. «Mi avete chiesto fiducia. Ora concedetela a me. Vi assicuro che sopravvivrò alla nottata e tornerò con una soluzione. Ho una mente capace». Con un ultimo sguardo perentorio, le salutò con un cenno del capo ed infilò la porta a passo veloce. «Oh, beh...» balbettò Graziella attonita. «Wow», le fece eco Maria Stella. «Com’è sexy quando si offende...» Grazia invece corse dietro a Mercuzio. Lo chiamò, dubitando che le avrebbe dato retta. Però lui si fermò. «Cosa vuoi?» la apostrofò. «Stai attento. Per favore». Allora Mercuzio la guardò. E lei non riuscì a tacere. «Dovrai lasciarlo andare. Salvare Romeo significherà perderlo. So che ti ferisce». Prese un grosso respiro e continuò. «Ma tu sei magnifico, Mercuzio. Parlo della tua anima, del tuo cuore. Della tua visione del mondo. Sei fatto per amare follemente ed essere follemente amato. E colorare di tinte 33


Capitolo 4 meravigliose tutto ciò che tocchi e ti circonda. Devi solo volerlo...» La fissava, con luci ed ombre a popolargli gli occhi, lucidi, profondi come pozzi. «A domani», le mormorò. Poco dopo Grazia era sola. Dietro di lei, Graziella e Maria Stella la raggiunsero. «Che gli hai detto?» Con lo sguardo ancora perduto sulla notte che lo aveva inghiottito, portandoselo via, Grazia rabbrividì leggermente. «La verità».

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Mercuzio non deve morire

CAPITOLO 5

IlAvevano dormito in letti comodi e i domestici le stavano trattangiorno stava trascorrendo rapido.

do molto bene, ma... di Mercuzio nemmeno l’ombra. Graziella ormai aveva consumato avanti e indietro gran parte dei pavimenti del palazzo. «Dovremmo andare a cercarlo...» «E dove?» le chiese Maria Stella. «Ieri avevamo una pista, ma oggi? Io non so dove Romeo e i suoi amici si incontrino con la nutrice... Nella tragedia c’era scritto?» «Ragazze, fidiamoci di lui», intervenne Grazia. «Ha detto che sarebbe tornato e penso che lo farà». «Potrebbe non avere scelta», si ostinò cupamente Graziella. Grazia le lanciò uno sguardo di rimprovero. «Mi diventi pessimista, adesso?» «Un po’... È che, accidenti, è difficile conoscerlo, averlo davanti, e pensare che potrebbe morire... A voi non succede?» «Certo che sì», confermò Maria Stella. «Non potrei mai accettare la sua morte, adesso...» «Non morirò», disse una voce ben nota, facendole sobbalzare. «Siete davvero di poca fede». Mercuzio era sulla soglia e si stava togliendo pigramente i guanti. Aveva anche degli stivali. Doveva essere venuto a cavallo. Oh, per la miseria... Un’immagine molto affascinante si dipinse nella mente di tutte e tre. Mercuzio a cavallo era troppo da sopportare per delle sinapsi femminili provate dall’ansia... «Dove accidenti...» iniziò ad aggredirlo Graziella, poi si bloccò perché alle sue spalle era comparso Benvolio. Non solo lui, in realtà. Ben presto si accorsero che gran parte dei ragazzi Montecchi stavano occupando il corridoio. «Uhm... andiamo da qualche parte?» domandò Maria Stella. «A un matrimonio», rispose Mercuzio. Graziella sbiancò. «Scherzi?» 35


Capitolo 5 Lui si accigliò. «Se mi burlo di te, signora? Non oggi. Sono atrocemente serio. E avrei molta premura. Volete venire con noi o preferite attendere qui l’esito dell’impresa?» «Attendere qui?» Graziella si lanciò in avanti come un ariete. «Te lo puoi scordare!» E si fece largo tra tutti i baldi giovani fuori della stanza, spostandoli di peso come birilli. «Si rende conto che dovremo salire a cavallo?» bisbigliò Grazia a Maria Stella. • Ora che furono arrivati alla chiesa, di sicuro Graziella lo aveva ben compreso. Soprattutto perché proprio lei aveva dovuto salire a cavallo con Mercuzio. E... ecco... non sapeva se voleva ripensare all’esperienza. Anzi, probabilmente ci voleva ripensare parecchio. Ma in sede privata. Al momento voleva solo formattare l’accaduto, altrimenti addio concentrazione. Ovviamente il sorrisetto di Mercuzio, quando la fece scendere, la indusse a ribellarsi. «È inutile che mi guardi così, biondo. Ti assicuro che ho montato di meglio». Voilà. Lui non parve essere minimamente scalfito dalla frecciata. Balzò a terra con disturbante, sensuale eleganza e le riservò un’occhiatina derisoria prima di allontanarsi. Graziella si girò verso le altre. «L’ho detto veramente?» «Mi sa proprio di sì», la informò Grazia. «Ma sono sicura che ha capito che parlavi del cavallo», aggiunse Maria Stella. Per qualche istante Graziella le fissò torva. «Gesù». Grazia la prese sottobraccio. «Non nominarlo invano. Stiamo per entrare in chiesa». E quando lo fecero, l’atmosfera cambiò repentinamente. Romeo e Giulietta erano già davanti all’altare. Sobbalzarono entrambi, a Giulietta sfuggì un gridolino. Frate Lorenzo, dietro l’altare, rischiò di farsi cadere di mano la coppa per l’eucarestia che stava sollevando. Riconoscendo i Montecchi parve calmarsi, ma Romeo si 36


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Capitolo 5 allarmò, parandosi davanti a Giulietta. «So di dovervi spiegare...» Mercuzio lo aggirò senza guardarlo. «Uniscili in matrimonio, frate. Il più celermente possibile». Stupito, Romeo restò senza parole per qualche istante. «Non... non vi opponete?» «Siamo qui per aiutarvi», intervenne Benvolio, sollecito. «Ma ora, vi prego, non perdiamo tempo...» Gli occhi confusi di Romeo cercarono quelli di Mercuzio, ma lui li evitò, spostandosi impaziente a un lato dell’altare, una mano sulla spada che portava alla cintura. Graziella cominciò a pensare di dover mangiare la foglia. E anche una foglia amara, per giunta. Si avvicinò a Mercuzio, studiandolo pensierosa. «Perché tutta questa... com’è che la chiami tu? Premura? Secondo ciò che sappiamo, il matrimonio non rischia di essere interrotto». Sbirciandola, Mercuzio inclinò il viso, lo sguardo sugli alti soffitti della chiesa. «Uhm... forse prima che voi cambiaste gli eventi». A Graziella venne la pelle d’oca. «In che senso... se è lecito domandarlo?» «I Capuleti sono sulle nostre tracce», fu la laconica risposta di Mercuzio. «Si sono accorti dei nostri spostamenti per la città...» Alla pelle d’oca si sostituì il furore. «Ah, ma certo... Perché voi ovviamente sarete stati un esempio di discrezione. Uguali a dei vietkong nella giungla del Vietnam, eh?» Graziella rifilò una sberla bella forte sul braccio di lui, che si voltò con un’espressione sbalordita. «Uguali a che cosa?!» «Non sviare il discorso! Lo hai fatto di proposito, vero?» lo apostrofò Graziella. «Vuoi arrivare a scontrarti con Tebaldo comunque! Ammettilo!» Mercuzio alzò il mento, fiero, gli occhi d’acciaio. «Non sono un vigliacco». «Oh, no. Sei un incosciente». Graziella lo fulminò. «Tutta un’altra cosa». Lui si fece avanti, incombendo su di lei. «Hai detto che sarei stato colpito a causa di un’intromissione di Romeo. Ma Romeo non ci sarà. Ed io sono in grado di battere Tebaldo. Non ho paura». 38


Mercuzio non deve morire «Invadere il mio spazio personale non ti servirà a convincermi che non sei un idiota», sbraitò lei spingendolo indietro. «Non importa se puoi battere Tebaldo! Qui stiamo cercando di cambiare il tuo destino e non bisogna tentare la sorte se lo si può evitare... Non capisci che la vigliaccheria e il coraggio non c’entrano?» Qualcuno le picchiettò delicatamente una spalla, per interrompere la sua tirata. «Che c’è?» esclamò. E si ritrovò davanti gli occhi chiari e perplessi di Benvolio. «Il matrimonio è stato celebrato. Possiamo...» Il giovane non ebbe modo di completare la frase, perché mentre parlava i Capuleti irruppero rumorosamente nella chiesa. In testa a tutti Tebaldo, la cicatrice che gli spiccava sul volto trasfigurato dalla collera e dalla sfida. «Messeri», proclamò avanzando. «Una parola ad uno di voialtri». Forse avrebbe aggiunto anche altre frasi ben note a chi conosceva il musical a memoria, ma di colpo cadde faccia avanti, piombando sul pavimento. Dopo essere inciampato nel piede teso di Grazia. Calò un silenzio raggelato. Tutti sembrarono essersi paralizzati per lo sconcerto. «Beh?!» gridò Grazia. «Allora?» Ed ecco che la sorpresa si dissipò e i Montecchi si lanciarono come molle contro i Capuleti. Nel caos che ne scaturì, Mercuzio e Benvolio presero da parte Romeo, Giulietta e Frate Lorenzo e li guidarono fuori attraverso la sagrestia, seguiti da Graziella e le altre. «Mio padre crederà che sia stata rapita dai Montecchi», si lamentò Giulietta atterrita. « E mio cugino non vi darà tregua... Ne nascerà un conflitto sanguinoso...» «Non se mio zio farà sentire il peso del suo potere». Mercuzio le si rivolse con inaspettata dolcezza. «Abbiate fiducia. Mi adopererò perché si giunga alla pace... Ma ora andate. Benvolio vi condurrà in un luogo sicuro ed io vi raggiungerò al più presto». «Stai agendo per il meglio», commentò il frate. Romeo gli mise una mano sulla spalla. «Grazie, fratello». Mercuzio si limitò ad annuire, scostandosi per farli passare. Un mu39


Capitolo 5 scolo gli vibrava nella mascella e di nuovo la sua mano si stava serrando sull’elsa della spada. Graziella non gli diede tregua. «Non ci pensare neanche». Anche se lui aveva già dimostrato di non gradirlo troppo, lo afferrò per il braccio. «Ce ne andiamo anche noi. Non ti permetto di rischiare la vita solo per provare che non sei vigliacco. Non ne avrai nessun vantaggio, se sarai morto». Intanto Benvolio si era già allontanato a cavallo con Romeo, Giulietta e Frate Lorenzo. Grazia e Maria Stella si voltavano preoccupate verso l’interno della chiesa, da cui giungevano grida e schiamazzi. «Togliti dalla mia strada», intimò Mercuzio. «Quando e come morirò è affar mio». «Col cavolo!» si oppose Graziella strattonandolo. «Vogliamo vedere chi picchia più duro, fanciullo?» Lui stava davvero ribollendo, come un sole pronto ad esplodere. «Non costringermi a...» «Mercuzio!» La voce di Tebaldo riecheggiò fra gli alberi e Graziella roteò gli occhi. «Rieccolo...» Il giovane Capuleti si era piazzato a piedi divaricati a poca distanza, ancor più inferocito dopo l’umiliante caduta. Gli sanguinava il naso. Squadrò Mercuzio con disprezzo. «Ma guardati, dai... Che uomo sei?» Mercuzio si liberò di Graziella e sfoderò la spada. «L’uomo che si prenderà una delle tue nove vite, Re dei Gatti!» Gli occhi di Tebaldo si strabuzzarono e per la seconda volta stramazzò al suolo. Colpito da un grosso ramo che Graziella aveva raccolto, mentre lui e Mercuzio erano distratti. «Quella non era la battuta giusta, Mercuzio», disse tastando il corpo di Tebaldo con la punta di un piede. «Ah Tebby, credimi, ti adoro, ma non abbiamo proprio tempo per farti recitare tutta la scena. E poi sto salvando la vita pure a te». Sollevò lo sguardo: Mercuzio era a bocca aperta, con l’aria di uno a cui avevano rubato un giocattolo. Lei non ebbe comunque modo di ironizzarci sopra: un grido feroce la spaventò. Il Gatto, il fedele tirapiedi di Tebaldo, aveva appena scoperto la sorte toccata al suo padrone. 40


Mercuzio non deve morire «Oh no». Graziella agitò davanti a sé il ramo. «Questo mi fa paura... Ha degli addominali inumani... Come lo fermiamo?» «Non spetta a voi», disse Mercuzio mettendosi in guardia. «No?» Maria Stella gli lanciò un’occhiata ammiccante, poi andò davanti al Gatto, gli sorrise... E gli piazzò un calcione dritto dritto dove non batteva il sole. Il povero Gatto si accartocciò su se stesso con una sorta di miagolio stridulo. Anche Mercuzio gemette di riflesso, abbastanza orripilato. Maria Stella si girò con le mani sui fianchi e un gran sorriso. «Non ha gli addominali dovunque». «Tanta stima», approvò Graziella. L’opera fu completata da Grazia che atterrò definitivamente il Gatto sofferente con una bottiglia trovata fra l’erba. «Là dentro i Montecchi stanno vincendo», li informò poi. «Stimo anche te», si complimentò Graziella, quindi andò a scuotere Mercuzio, un po’ traumatizzato. Gli diede uno schiaffetto. «Riprenditi, tesoro. Dobbiamo filarcela». Lui aveva gli occhioni sgranati. «Non vi è onore in questo per me!» «Ci sarà ancora meno onore se ti colpiamo su quella tua testaccia di marmo e ti carichiamo di peso sul cavallo», lo minacciò lei. «Se vuoi essere umiliato, guarda che ti umilio. Basta chiedere». Si fissarono come pugili sul ring. Alla fine fu Mercuzio a desistere, rinfoderando la spada e battendo uno stivale a terra con stizza. «Maledizione donna... sei insopportabile!» «Vero? Odiami, ma muoviti». Davanti al cavallo, però, Graziella indietreggiò. «Neanche per idea. Non ci risalgo. Andrò a piedi». «Il luogo in cui dobbiamo recarci è distante», sospirò Mercuzio esasperato. Graziella affiancò Grazia e Maria Stella, risoluta. «Meglio. Consumeremo calorie». Accanto al cavallo, Mercuzio sostò attonito, con le briglie tra le mani, poi piegò la testa, lo sguardo che si accendeva d’interesse. «Consumare calorie? È qualcosa di osceno?»

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CAPITOLO 6

Eun casolare cadente immerso nella campagna veronese. Strada ra l’imbrunire quando si ricongiunsero a Benvolio e agli altri, in

facendo, Mercuzio era diventato sempre più taciturno. Grazia poteva scorgere la lotta delle emozioni contrastanti che lo animava contrarre il suo bel profilo e segnargli la fronte e la piega delle labbra. Non era mai facile dire addio a qualcuno. Nemmeno quando lo si stava salvando. Toccata da quel pensiero, Grazia si sentì improvvisamente triste: presto anche loro tre si sarebbero trovate di fronte a un momento simile. Sembrava che davvero avessero cambiato il destino di Mercuzio, ma... non potevano restare con lui. Dovevano prendere un’altra strada. «Benvolio vi accompagnerà in una tenuta della mia famiglia sul lago di Garda», stava spiegando Mercuzio a Romeo e Giulietta. «Sarete ben protetti. Spero di farvi avere al più presto liete notizie». «E se nemmeno il Principe riuscisse a convincere le due famiglie a desistere dall’odiarsi?» domandò Romeo, stringendo a sé Giulietta. «In quel caso dovrete vivere la vostra vita altrove», disse Frate Lorenzo. «Lontano da Verona». «Puoi farlo, Romeo», mormorò Mercuzio. «Hai sempre desiderato amare ed ora hai tutto ciò che ti serve per respirare ed essere felice». Romeo allungò una mano e la insinuò sotto i capelli di Mercuzio, per stringergli la nuca. Un gesto da amico, con una tenerezza speciale. «Hai ragione... Se me ne andrò, avrò con me il mio amore... ma perderò un fratello». Mercuzio deglutì. «Nella vita, Romeo, si paga sempre un prezzo». La mano di Romeo gli scivolò piano via dal collo. «Verrai a trovarmi? Mi saluterai se dovrò andarmene?» Grazia notò che lui per un attimo si perdeva a fissare la bocca dell’altro. Forse pensando a quell’ultimo bacio che ora non gli avrebbe mai dato. Mercuzio sospirò, facendo un passo indietro. «Si vedrà, Romeo... Si vedrà». Non lo abbracciò. Se prima il suo destino era stato quello di morire come un re, ora 43


Capitolo 6 come un re si congedava, senza concedere più di quel che era disposto a sopportare. Il commiato non durò molto a lungo, comunque. Al casolare c’era un carro e, dato che Benvolio e i due sposi sarebbero partiti a cavallo alle prime luci dell’alba, lo presero loro per ritornare a Verona, con Frate Lorenzo. Un viaggio breve, di nuovo silenzioso, nonostante gli sforzi del buon frate di discutere sul da farsi. All’arrivo al palazzo Giusti, Mercuzio si rinchiuse nella stanza piena di libri e per Graziella, Grazia e Maria Stella fu quasi un sollievo, almeno per un po’, anche se significava che il tempo in quella Verona sospesa tra sogno e fantasia era agli sgoccioli. Lo sapevano tutte e tre. Condivisero un pasto veloce, con gli sguardi a terra, le menti altrove. «Come pensate che funzionerà?» domandò Maria Stella ad un certo punto. «Ce ne andremo nel modo in cui siamo arrivate? Dormendo?» «Suppongo di sì», borbottò Graziella. «E non sarà un problema il fatto che non dormiamo più nello stesso posto?» «Non credo che Mab badi a certe sottigliezze... e poi non saprei neanche più ritrovare quella casa...» «Ma sarà veramente finita?» mormorò Grazia. «Voi lo sapete, vero, che lo scontro tra Mercuzio e Tebaldo è solo rimandato? Anche se il Principe riuscirà a calmare le acque e a far accettare l’unione di Romeo e Giulietta, i conti tra Mercuzio e Tebaldo rimarranno aperti e dovranno essere pareggiati. Nessuno dei due si tirerà indietro. Mercuzio potrebbe morire subito dopo che ce ne siamo andate...» «Un giorno morirà comunque», le rammentò Graziella. «E non possiamo restare qui a proteggerlo da ogni rischio», sospirò Maria Stella. «Abbiamo una vita anche noi... da un’altra parte». Grazia balzò in piedi, con gli occhi lucidi. «Non so se riesco a lasciarlo... Come si fa a lasciare andare un sogno?» Uscì dalla camera con le lacrime che già le rigavano il viso. Aveva detto la stessa cosa a Mercuzio, in fondo: che doveva lasciar andare Romeo e proseguire sul proprio cammino... Ma quanto ti spezzava il cuore, però, una scelta simile? Si affacciò nella biblioteca rischiarata dalle candele. Lui sedeva nella sua solita poltrona, i piedi allungati su una sedia, le caviglie incrocia44


Mercuzio non deve morire te. Si gingillava tra le dita un calice vuoto e sul pavimento c’era una brocca di vino. Lei aggirò lentamente la poltrona e si inginocchiò accanto al bracciolo, mettendo una mano su quella di Mercuzio. Gli occhi di lui, velati di pensieri ed emozioni, si spostarono nei suoi. Poteva anche avere incidentalmente il corpo e l’aspetto dell’attore trentenne che lo interpretava in un’altra realtà, ma adesso più che mai sembrava davvero essere poco più che diciottenne. Troppo giovane per rinunciare a vivere, già abbastanza adulto per avere cicatrici nell’anima... Ne aveva anche una vera. Una cicatrice sul mento, che spiccava bianca tra la barba. A forma di S, le parve. Un piccolo particolare che la intenerì... Forse il frutto di una rissa, forse di una caduta da bambino. Rendeva Mercuzio vero, reale, capace di ferirsi e sanguinare... «Promettimi che non farai cose troppo folli», lo pregò d’istinto. Mercuzio inarcò un sopracciglio. «No... hai ragione, non darmi retta», ammise Grazia. «Commettine il più possibile, piuttosto». Allora lui sorrise. Appena, ma in maniera incoraggiante. «E questo me lo chiami un sorriso?» lo rimbeccò Graziella, apparsa dall’altro lato della poltrona. Dietro di lei c’era anche Maria Stella. «Vuoi sentire qualcosa che ti divertirà?» «Che cosa sarebbe?» si interessò blandamente Mercuzio. «Una storiella... Non vi raccontate mai storielle, tu e i tuoi amichetti?» L’aria ammiccante di lui fece sbuffare Graziella. «Non quel genere di storielle... Ma pensi sempre solo alle sconcezze?» Con un’alzatina di spalle, Mercuzio annuì. «Sì...» «Beh, la mia non è una storiella sconcia, quindi adeguati...» Graziella si sistemò sul pavimento. Anche Grazia e Maria Stella iniziavano ad incuriosirsi. «... c’era una volta un contadino con tre figli e un gregge di pecore. Il nome della sua preferita era Yellow Pecora e...» «Che nome è mai questo?» la interruppe Mercuzio. «È un nome. Punto. Non perdiamoci nei dettagli». Non molto convinto, Mercuzio fece segno a Graziella di proseguire. «Un brutto giorno Yellow Pecora sparì nel nulla. Il contadino se la prese con i figli che non l’avevano sorvegliata a dovere. Mandò il maggiore a cercarla e gli disse che, se non l’avesse trovata, lo avrebbe uc45


Capitolo 6 ciso. Il figlio maggiore tornò senza Yellow Pecora e il contadino lo uccise». Mercuzio allargò gli occhi. Il racconto diveniva interessante. «Venne mandato alla ricerca il figlio di mezzo. Con la stessa minaccia. E quando tornò senza Yellow Pecora, il contadino uccise anche lui». «Che razza di padre...» commentò Grazia. Graziella la guardò storto. «Toccò al figlio minore. Ma anche lui tornò senza Yellow Pecora... e indovina cosa fece il contadino?» chiese a Mercuzio. Lui la fissò un istante. «Gli disse che era tutta una burla e Iellou Pecora non era mai uscita dall’ovile? E il figlio minore uccise il padre perché non lo considerava divertente?» La risposta spiazzò Graziella. «Uhm... beh, no... In effetti il contadino uccise anche il figlio minore. E basta», spiegò un po’ mortificata. «Orribile», protestò Grazia. «Non fa per niente ridere», s’imbronciò Maria Stella. «Una storiella sciocca», la liquidò Mercuzio. «E va bene... Non sono stata molto brava nel raccontarla, è vero... Tentiamo con un’altra? Questa è bellina davvero», propose Graziella. Gli altri acconsentirono con qualche sbuffo dubbioso. «Allora... Una carrozza stava attraversando una foresta fitta e oscura: a bordo c’erano due sconosciuti, una donna con un cagnolino da grembo che abbaiava di continuo e un uomo con degli stivali sporchi e puzzolenti. I due si infastidivano a vicenda e discutevano sin dall’inizio del viaggio. Ad un certo punto la foresta si fece particolarmente buia e quando riemersero alla luce, il cagnolino era svanito...» «No!» gemette Grazia. Altra occhiataccia di Graziella, che continuò imperterrita. «La donna accusò l’uomo di aver gettato il cagnolino dalla carrozza e il litigio si infiammò ancora di più. Poi ecco un altro tratto della foresta molto buio... e quando ne uscirono erano spariti anche gli stivali puzzolenti dell’uomo. Questa volta fu lui ad accusare la donna di averli buttati via. E litigarono violentemente sino a che la carrozza uscì dalla tetra foresta e giunse a destinazione. Scesero e, mentre ancora discutevano, si girarono verso i margini della foresta e... indovina chi videro spuntare dal sentiero tra gli alberi?» 46


Mercuzio non deve morire Abbastanza coinvolto, Mercuzio si sporse in avanti. «Il cagnolino con uno stivale tra i denti?» Con un sorrisone furbo, Graziella scosse il capo. «No... Era Yellow Pecora». Le mascelle di Grazia e Maria Stella caddero. Mercuzio invece la guardò a lungo, allibito. Infine scoppiò a ridere. La sua risata che amavano così tanto. Una cascata di oro tintinnante, che lo trasformava e gli arricciava in modo adorabile il naso. Soddisfatissima, Graziella gongolò in direzione di Grazia e Maria Stella. «Gli è piaciuta!» Le altre due non ridevano. «Perché appartiene a un’altra epoca», sibilò acida Maria Stella. Graziella le fece una linguaccia. Mentre la risata si esauriva, Mercuzio rilassò il capo contro la poltrona, di colpo malinconico. «Ve ne andrete, vero?» «Sì, domani non ci saremo più», confermò Grazia. «Buon riposo, dunque. E porgete i miei omaggi a Mab», ribatté Mercuzio. Un taglio netto, al solito. Lo avevano salvato, divertito, fatto arrabbiare, incuriosito. Anche malmenato. Ed ora le spediva a dormire, senza un saluto o un abbraccio. Per restare solo fin da subito. A Grazia dispiacque, ma da un lato lo capiva. Si avviarono meste alla porta. «Meglio così, non credete?» sussurrò Maria Stella. «Se lo abbracciassi, sarebbe ancora più faticoso dirgli addio». Voltandosi, Graziella strinse le labbra, contemplando la figura in blu sulla poltrona, circondata da angeli, libri e candele. «Ma come si fa, porco Giuda...» «Dobbiamo», proclamò Grazia, toccandole un braccio. «Non giriamoci più indietro...» «Ah...» si intromise la voce di Mercuzio. « Gentildonne... ?» Si girarono tutte e tre all’unisono. Lui le stava osservando da sopra una spalla, con una delle sue migliori espressioni da giovane spudorato. «Non chiudete a chiave le vostre porte, questa notte. Potrei anche decidere di venire a salutarvi come si conviene...» Si portò un dito alla bocca, sfiorandosi il labbro inferiore, con ostentato, falso candore. 47


Capitolo 6 «Chissà...» Ed ecco di nuovo quella risatina. Più intenzionale, adesso. Provocatoria. Non le guardava più. Le avrebbe lasciate a macerare nel dubbio. Graziella, Grazia e Maria Stella si rifugiarono nell’ombra del corridoio. «Stava scherzando?» «Sì, sì, scherzava...» «È un burlone...» «Figurati». «Ma dai». «Per carità». «Già». «Infatti». «Eccome». Piano piano la convinzione nelle loro parole si appannò. «Benedetto ragazzo...» sbraitò alla fine Graziella. «Ed ora chi si addormenta?» Il mattino era ancora di un azzurro scuro appena nato quando Mercuzio uscì dal Palazzo Giusti. Si stiracchiò, offrendo il viso all’aria fresca. Sebbene non avesse praticamente chiuso occhio, si sentiva benissimo, come non era stato da un sacco di tempo... Si sistemò la giacca con una manica sola, da cui mancavano tre piccoli bottoni sul colletto, e si passò le mani tra i lunghi capelli scarmigliati, con un gran sospiro. Poi si girò di scatto, avvertendo una presenza alle proprie spalle. Era una bambina. Con profondi occhioni color del carbone e i piedini nudi. Da un cesto, gli stava offrendo una stupefacente rosa blu. «Per te, Mercuzio». Lui si chinò alla sua altezza. «Tu mi conosci?» «Oh, sì...». La bambina gli tese la rosa. «E questa realizzerà i tuoi desideri». Mercuzio sogghignò. «Cosa può saperne una rosa, per quanto splendida, dei miei desideri?» «E cosa ne sa il tuo cuore?» lo sfidò la bimba, col suo sguardo stranamente antico. Si sporse e gli posò un bacio sulla guancia. Poi si soffermò a sussurrargli all’orecchio. «Mercuzio, il mondo è tuo. Ti attende...» 48


Mercuzio non deve morire Incantato dalla tinta blu intenso della rosa, lui ne carezzò i petali morbidi e setosi e si voltò sorridente verso la bambina. Però la piccola era sparita... La cercò spaziando con gli occhi per tutta la via, senza scorgerne neppure l’ombra. Prodigioso... Mercuzio rise e la sua risata si propagò sino al cielo che si stava sfumando d’oro e di rosa. Rovesciò la testa e riuscì a intravedere anche alcune stelle, tra le più luminose, isolette di luce baluginante che piano affondavano nel sorgere del sole. E così quello avrebbe dovuto essere il cielo la mattina dopo la sua morte... Ma Mercuzio era vivo. Più vivo del fuoco e del vento. Si passò il bocciolo di rosa blu sulle labbra. «Il mondo è mio», mormorò tra sé. «E mi aspetta...» Sorrise contro i petali. Fu quasi un bacio. Un bacio che era un inizio e non una fine. «Arrivo...» E si incamminò, tranquillo. Con l’andatura di uno a cui non si davano lezioni e che non aveva paura. Mai.

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EPILOGO

Nerano tornate. Aprendo un solo occhio, Grazia si puntellò su un on dovette neanche recuperare del tutto la lucidità per capire che

gomito e sbirciò l’intera stanza: pareti color crema, un televisore a schermo piatto, moquette, lampadario col ventilatore a pale sul soffitto, antenne e parabole sui tetti che si scorgevano al di là della finestra... Okay. Questa era Verona nel 2014. E lei si trovava in una tripla di un hotel con le sue due amiche. Non più da sola in una camera affrescata di un antico palazzo, dove... Scrollò la testa, con un grosso, grossissimo dubbio. Anzi quasi una certezza. E poteva pure togliere il quasi. Si era sognata tutto. Di certo. L’intera straordinaria avventura indietro nel tempo e dentro la storia di Shakespeare. Mercuzio. Mercuzio... Le salì una vampata di rossore fino alla radice dei capelli. No, no, per carità, l’aveva sognato di sicuro. Poi se ne accorse. Non di una cosa soltanto, ma di varie... Tutte insieme. Abbastanza scioccanti. Prima di tutto le facce di Graziella e Maria Stella. Che dovevano essere simili alla sua. Se avevano sognato, era stato lo stesso sogno. Ma soprattutto i bottoni. Ce n’era uno sopra ognuno dei loro comodini. Tre bottoni d’argento. I bottoni del colletto della giacca di Mercuzio. «È... venuto a salutarvi?» domandò Grazia. Graziella e Maria Stella fissarono il bottone sul suo comodino. «È venuto a salutare anche te, direi», disse Graziella. Si guardarono in silenzio a vicenda. Poi iniziarono a ridere e le risate durarono parecchio, sino a che non furono esauste ed ebbero sfogato l’adrenalina. «Quel che accade a Verona resta a Verona?» ansimò Maria Stella asciugandosi i lacrimoni. «Si capisce», confermò Grazia. «Ma finché siamo a Verona, fuori tutti i particolari», ordinò Graziella. «Nessuno escluso!». 51


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Mercuzio non deve morire E i cuscini cominciarono a volare. L’ultima passeggiata per Verona. Un po’ malinconiche. Un po’ estatiche. Tanti ricordi che erano decise a custodire come un loro folle segreto, di cui avrebbero parlato solo a notte fonda, dopo qualche bicchiere di vino. Anche se... Grazia si bloccò, con un’intuizione improvvisa. «Ragazze, noi non abbiamo cambiato solo il destino di Mercuzio... ma anche quello di Romeo e Giulietta...» «Ti stai chiedendo se abbiamo modificato la tragedia di Shakespeare anche in questa realtà?» replicò Graziella. «Sì... ci stavo pensando pure io». «Oddio...» Maria Stella stava realizzando la stessa cosa. «Cerchiamo una libreria e ci informiamo?» Mentre svoltavano un angolo, Graziella fermò di colpo le amiche. «Non credo sia necessario...» Stava lì davanti a loro, uno dei grandi cartelloni che pubblicizzavano il musical di “Romeo e Giulietta – Ama e Cambia il Mondo”, allestito all’Arena. Solo che non si intitolava più così... Al centro del cartellone campeggiava la figura di Luca Giacomelli Ferrarini, in abito blu, sopra la scritta che presentava il musical come tratto dalla “più grande opera di Shakespeare”. Più sotto ancora il titolo. «Mercuzio da Verona», lesse Grazia. «Che amò e cambiò il mondo». Rimasero pietrificate. «Un’intera opera dedicata a Mercuzio...» continuò Grazia. «Luca sul palco per quasi tre ore...» aggiunse Maria Stella. «Vacca miseria», esclamò Graziella. «Ci toccherà vendere un rene al mercato nero, per vedere il musical altre cinquanta volte».

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Fine


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Note


Note


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L’avventura emozionante ai limiti della fantasia e del tempo di tre donne del 2014, che in una notte a Verona, dopo la visione di Romeo e Giulietta - Ama e cambia il mondo, vengono catapultate in un’altra epoca e vivono avventure fantastiche, cercando di compiere una missione speciale, complice la regina Mab.

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Ed. Le Moschettiere


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