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CJOSUL

DICEMBRE 2018 N.21

mensile friulano di informazione sportiva

UDINESE

BIANCONERI IN CERCA DI IDEE

Libertadores LA COPA E IL SUO VIAGGIO IN EUROPA

BASKET FEMMINILE Intervista doppia Vella-Ianezic

Roller derby LA NUOVA REALTÀ IN REGIONE


CJOSUL Par furlan, cjosul e je chê peraule che si dopre cuant che ti mancjin lis peraulis.

Alberto Zanotto alberto.zanotto@cjosul.it Alessandro Poli alessandro.poli@cjosul.it Cristian Trevisan cristian.trevisan@cjosul.it Enrico Arcolin enrico.arcolin@cjosul.it Francesco Paissan francesco.paissan@cjosul.it Gianmaria Monticelli gianmaria.monticelli@cjosul.it Marco Michielis marco.michielis@cjosul.it Marzio Paggiaro marziopaggiaro@gmail.com Mattia Meroi mattia.meroi@cjosul.it Simone Narduzzi simone.narduzzi@cjosul.it Tommaso Montanari tommaso.montanari@cjosul.it Tommaso Nin tommaso.nin@cjosul.it Valentino Riva valentino.riva@cjosul.it Graphic design Veronica Duriavig veronica.duriavig@gmail.com www.veronicaduriavig.it Copyright titolare dei diritti 2018

Un attrezzo, una pietanza, un pennarello oppure un libro. Cjosul è quel termine che in friulano può assumere diverse connotazioni a seconda della situazione in cui esso viene impiegato. Nel nostro caso, Cjosul è una rivista, una rivista digitale a cadenza mensile che si propone di raccontare lo sport dagli occhi di chi lo vive in prima persona e in tutte le sue sfaccettature: calcio, basket, cinema o fumetti. Ogni aspetto della nostra vita può essere toccato dallo sport che amiamo. Ogni aspetto della nostra vita può diventare Cjosul. La redazione di Cjosul è composta in gran parte da studenti che vogliono avvicinarsi al mondo del giornalismo sportivo e lo vogliono fare all’interno di un ambiente giovane, in cui ogni proposta è accolta con entusiasmo. Rodato o ancora acerbo, ogni aspirante giornalista è il benvenuto in Cjosul. Il nostro obiettivo? Una crescita del gruppo che comporti inevitabilmente la maturazione professionale di ogni singolo partecipante.


SOMMARIO

dicembre 2018 CJOSUL

fischio d’inizio

UNA ZEBRA A POIS 04

IN CERCA DI IDEE PER UN DOMANI MIGLIORE di Mattia Meroi

IL RAMARRO RAMPANTE 06

CADERE, RIALZARSI E SOGNARE di Alessandro Poli

FOCUS SERIE A 08

ZANIOLO, PREVISIONI ROVESCIATE

di Enrico Arcolin

UNO SGUARDO OLTRECONFINE

REVOLUTION

di Tommaso Nin

EL PARTIDO DEL SIGLO

di Francesco Paissan

14 SOLO COTONE

GSA SEI PRONTA A STUPIRE? di Gianmaria Monticelli

16 LA DELSER CHE SI TINGE DI AZZURRO

INTERVISTA DOPPIA CON ELENA VELLA E GIULIA IANEZIC di Valentino Riva

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20 SPORT FVG

IL NUOVO CHE AVANZA? CORRE SU ROTELLE! di Simone Narduzzi

24 SPORT AL CINEMA

UNA COMMEDIA CHE FA PENSARE: “NON CI RESTA CHE VINCERE” di Marco Michielis

La Delser che si tinge di Azzurro


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«E così siamo qua… a cercare un’idea». Ci perdonerà Gianni Morandi se prendiamo in prestito una frase del suo brano “Domani” per descrivere la situazione attuale in casa Udinese. E gli chiediamo scusa se “gufiamo” un po’ il suo Bologna, avversario diretto per la corsa salvezza dei bianconeri. È proprio sui rossoblù che i bianconeri fanno la corsa per restare aggrappati al treno della serie A anche per la prossima stagione. Il domani, futuro che preoccupa, con un progetto dai contorni non ben chiari ed evidenti. Tra le tante cose che servono a questa squadra ci son quelle intuizioni, quel vento di novità che, al pari dei risultati, con tanta fatica i bianconeri stanno cercando. Richieste. Al nuovo allenatore si è chiesto ciò che è mancato al predecessore: i punti. Velazquez era reduce da un solo pareggio in sette partite. Dal punto di vista del gioco, il gruppo era cresciuto, ma mancava la finalizzazione e, di conseguenza, la classifica si è fatta brutta. I ko contro Juventus e Napoli possono essere comprensibili, leggermente meno quelli contro la Lazio, dove la squadra meritava di pareggiare, e quello contro il Milan, dove all’ultimo respiro è arrivata la sconfitta per un errore individuale evitabilissimo. A Bologna e a Empoli le due gare fatali. È lì che il tecnico spagnolo ha perso la panchina. L’Udinese al Dall’Ara ha avuto più volte l’occasione per chiudere la gara e portarsi sul 2-0, ma non lo ha fatto e poi è stata punita da Orsolini a pochi minuti dalla fine. A Empoli tantissime occasioni da gol sciupate e un rigore sbagliato. Sarebbe bastato portare a casa due pareggi. Gli scontri diretti bisogna vincerli, ma prima di tutto è importante non perderli, dato che i punti valgono doppio. L’Udinese negli ultimi anni ha fatto tantissima elemosina su campi in cui avrebbe dovuto fare la voce grossa – Frosinone, Carpi, Cesena e Parma solo alcuni delle ultime stagioni. I friulani non dovranno farsi cogliere impreparati nel trittico di CJOSUL | DICEMBRE 2018

gare sotto Natale: Frosinone e Cagliari in casa intervallate dalla trasferta a Ferrara contro la Spal. Tattica. Con Velazquez l’Udinese era partita con la difesa a quattro. Nelle prime uscite la squadra è apparsa compatta dietro, ma troppo rinunciataria in avanti. Dalla gara interna col Napoli si è scelta la strada della retroguardia a tre. Meno coperti dietro, maggiore propensione offensiva. A quel punto i bianconeri hanno iniziato a subire troppo. Nicola è ripartito dalla difesa. Ha tenuto la porta inviolata contro Roma e Sassuolo giocando ordinato, rischiando pochissimo e trovando qualche ripartenza – specialmente contro i giallorossi. Non ci è riuscito con l’Atalanta. I nerazzurri hanno avuto in mano il pallino del gioco e sono riusciti più volte a rendersi pericolosi. Nicola è chiamato a lavorare sulla fase offensiva. Questa squadra ha un attacco sterile in primis perché ha pochi attaccanti di ruolo. Pussetto e Machis sono giocatori di complemento, non possono essere considerate punte. Teodorczyk e Vizeu non offrono sufficienti garanzie: a gennaio in quel reparto sembra necessario intervenire sul mercato. Enigmi. Sono tanti. Il primo è il modulo. Il compito di un tecnico è far coesistere più giocatori forti possibili. Si dovrà arrivare a un punto in cui l’Udinese schiererà contemporaneamente Pussetto, De Paul e Lasagna. Per far ciò, probabilmente l’assetto dovrà passare a quattro. Il 4-3-2-1 o il 4-3-1-2 sembrano i “vestiti” migliori per disegnare questa squadra. Il secondo enigma ha un nome e un cognome: Rolando Mandragora. Acquistato per una cifra importante, non è ancora riuscito a essere determinante come ci si attendeva. Con Behrami in campo viene impiegato da mezzala, ruolo che non gli si addice. Tuttavia, anche quando lo svizzero è rimasto assente, non ha suscitato buone impressioni. Behrami può essere utile a gara in corso o in sfide contro le grandi, quando si deve spezzare il gioco avversario più che costruire. Un giocatore da ritrovare al più presto è quel Barak che l’anno scorso in questo periodo faceva la differenza. IL ceco non è riuscito a confermare le prestazioni della passata stagione. Passiamo quindi alle fasce. «L’Udinese non sa cos’è una sovrapposizione». Così mister Giacomini

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si è espresso più volte per indicare la scarsa attitudine degli esterni bianconeri ad arrivare sul fondo per ricevere palla e crossare. Agiscono troppo bassi, specialmente nelle ultime gare. In fase offensiva, i bianconeri hanno mostrato dei limiti. Lasagna da solo fatica, non è una prima punta, non può giocare spalle alla porta. Rende al meglio in coppia con un centravanti di peso. Tanti, troppi gli esterni di ruolo: da Pussetto a Machis, passando per D’Alessandro, che ha fatto intravedere buone cose contro l’Atalanta. La classifica da sistemare, un progetto da definire e la fiducia dell’ambiente da riconquistare. Risolvendo gli enigmi e cercando nuove idee… per un domani migliore.


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IL RAMARRO RAMPANTE >> SEGUE

IL RAMARRO RAMPANTE Alessandro Poli

alessandro.poli@cjosul.it

Dal 28 ottobre al 12 novembre: è durato meno di due settimane il periodo buio del Pordenone, in cui si era ottenuto un solo punto in tre partite ed erano perciò rinati i timori di una riproposizione di quanto successo nello stesso periodo della scorsa stagione, dal quale i ramarri non si erano poi mai ripresi del tutto, concludendo il campionato a metà classifica. Quest’anno invece il riscatto neroverde è stato immediato e per certi versi inaspettato: dopo la conclusione del derby regionale ancora una volta in favore della Triestina – che torna a confermarsi bestia nera dei ramarri – la successiva vittoria esterna contro un Monza sempre più deludente appare quantomeno come un’occasione sfruttata, in vista del difficile scontro con la Ternana. E il vero punto di svolta e di uscita da questo breve stallo è proprio la vittoria, fortunosa e sofferta, contro gli umbri, la quale restituisce al Pordenone il primato e interrompe per la prima volta la corsa ad ampie falcate della squadra di Gigi De Canio, fino ad allora imbattuta. Questo successo contribuisce poi a mantenere le distanze tra i due club, dato che la Ternana, ancora in deficit di una partita, rimane l’avversaria più temibile di questa lotta promozione. Tornando al Pordenone, il campionato è poi proseguito con il pareggio contro il Sudtirol, che non ha tuttavia avuto conseguenze in termini di graduatoria, e con le due convincenti vittorie CJOSUL | DICEMBRE 2018

contro Ravenna e Teramo, che hanno consolidato l’organico di Tesser in vetta, cinque punti sopra la seconda classificata Fermana. Il calendario sembra inoltre sorridere ai ramarri dato che sono ora in programma due sfide contro avversarie non irresistibili come Gubbio e Giana Erminio, entrambe invischiate in zona retrocessione, due occasioni quindi per portarsi ancora di più in testa e sperare in qualche passo falso delle inseguitrici. Per non incorrere in brutte sorprese si dovrà dunque fare ancora riferimento ai gol di un ritrovato Candellone, arrivato ora a sette centri in stagione, a una difesa più solida sotto la guida dei senatori Stefani e De Agostini, e soprattutto alla umiltà e concretezza di mister Tesser, primo artefice di una parte iniziale di stagione ben superiore alle aspettative.

LE ALTRE FORMAZIONI FVG La Triestina, seppure con un calendario non certo semplice, continua la stagione nelle alte posizioni del girone, ponendosi al terzo posto alla pari con Ternana e Vis Pesaro. Dopo la vittoria esterna contro il Pordenone il campionato dei giuliani è proseguito leggermente a rilento, con tre pareggi, contro Vicenza, Sambenedettese e in rimonta col Gubbio, e una sola ma importante vittoria contro l’Imolese, altra candidata alla lotta playoff. Il successivo scontro diretto con la Fermana si conclude con una sconfitta di misura, e dunque la squadra di Pavanel è ora chiamata a non fallire un altro match decisivo contro la FeralpiSalò, un solo punto sotto agli alabardati. In Serie D, a due giornate dal termine del girone d’andata, continua a sorprendere la neopromossa Chions, che, sebbene non trovi la vittoria da quattro giornate, occupa il settimo posto due punti sotto la quinta Union Feltre, all’ultima posizione utile per accedere ai playoff per eventuali ripescaggi in Serie C. Dodicesimo e a ridosso della zona playout è invece il Cjarlins Muzane, mentre il Tamai appare sempre più in crisi, ultimo alla pari con Clodiense, Trento e St.

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Georgen. Lo scontro diretto tra le due friulane previsto nella prossima giornata del 16 dicembre a Carlino sarà dunque un obiettivo da non fallire per evitare ai muzzanesi di entrare in zona rossa e per il team di Brugnera di finire ancora più ultimi.


RAMARRI SEMPRE PIÙ PRIMI DOPO LE ULTIME VITTORIE, CHE FANNO COMPLETAMENTE DIMENTICARE LA FRENATA DI INIZIO NOVEMBRE. E IL CALENDARIO DÀ LA POSSIBILITÀ DI ALLUNGARE ANCORA 7

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a cui il ragazzo classe ‘99 si ispira ancora oggi. Non molti i gettoni che l’allenatore abruzzese gli ha concesso, ma il centrocampista ex nerazzurro ha saputo ben presentarsi a chi ancora non lo conosceva, facendo trasparire il suo talento. Il suo habitat naturale è la trequarti – nella quale, fra l’altro, ha mostrato grandi cose durante il match contro la sua vecchia squadra il 2 dicembre scorso – ma può giocare anche da mezz’ala sinistra, ruolo che prima apparteneva a Nainggolan.

FOCUS SERIE A Enrico Arcolin

enrico.arcolin@cjosul.it

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el ciclone di acquisti e cessioni che ha coinvolto la Roma durante l’ultima sessione di mercato, ha fatto scalpore lo scambio sull’asse Roma-Milano: Nainggolan è passato in nerazzurro mentre invece ai giallorossi sono approdati Santon e Zaniolo. Il perché abbia fatto scalpore questa manovra di mercato è facilmente intuibile, anche se arrivati a questo punto della stagione sembra quasi che non si possa dire con certezza quale

delle due squadre ci abbia guadagnato di più. Il centrocampista belga ha collezionato più d’un infortunio e solamente tre gol tra campionato e Champions League, non mantenendo le aspettative alte dei tifosi; dall’altra parte invece Santon ha ottenuto qualche presenza in campionato, sfruttandola discretamente. A mettersi in luce più di tutti però è stato Nicolò Zaniolo: arrivato come sconosciuto si è rivelato ora pedina importante per Di Francesco e per la barcollante situazione che sta vivendo in questo momento la Roma. Sulle spalle porta il numero 22, questo perché sin da bambino il suo idolo era Kaká, punto di riferimento

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Il debutto in maglia giallorossa è arrivato a sorpresa quando Di Francesco ha scelto di schierarlo titolare al Bernabeu in Champions League, esordio che difficilmente Zaniolo scorderà, considerando anche l’ottimo match da lui disputato – unico a pressare con continuità sui blancos, in più occasioni addirittura vicino al gol – e l’assist servito per l’unica rete capitolina griffata Cengiz Ünder. Dopo le convincenti prime apparizioni, Di Francesco ha scelto di schierarlo dal primo minuto anche nel match della Sardegna Arena contro il Cagliari di sabato 8 dicembre, partita da incubo per la Roma che, in vantaggio di due gol ed in superiorità numerica di due uomini, ha peccato di lucidità e compattezza regalando il pareggio in extremis ai padroni di casa. Anche questa volta però, nonostante il tracollo da parte di quasi tutta la squadra, Zaniolo ha dimostrato di poter valere una maglia da titolare, giocando con intelligenza e innescando un duello a suon di tiri e parate con Cragno. Il diciannovenne toscano ha ottenuto di recente anche la prima chiamata in Nazionale da parte di Roberto Mancini, il quale, piacevolmente sorpreso dalle doti del ragazzo, ha infatti dichiarato: «Mi ha incuriosito per il suo fatto di essere mancino, l'ho chiamato per conoscerlo meglio. Ha delle grandi qualità, gli serve esperienza ma ha tutto per diventare un centrocampista top». Ancora presto per azzardare paragoni e previsioni, ma questo ragazzo, alla lunga, saprà senz’altro dire la sua.

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I ventitré punti di distacco sulla seconda in classifica con cui il Bayern Monaco ha concluso la passata Bundesliga riassumono il dominio che la squadra bavarese ha imposto al calcio tedesco. Sei Meisterschale negli ultimi sei anni, record di titoli nazionali consecutivi per una squadra tedesca, conquistati con un margine sulla diretta inseguitrice mai inferiore ai dieci punti. I numeri da soli sono sufficienti per raccontare la dittatura tecnica e psicologica che i bavaresi sono riusciti a instaurare entro i confini nazionali: il Bayern è la società più solida. Alle spalle la sostengono la ricchezza e il benessere della regione più meridionale della Germania, la Baviera, e una capacità economica tra le più alte in Europa, di fronte a cui le modeste società tedesche, attente ai bilanci e


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ad un modello di calcio sostenibile, non possono reggere il confronto. Il pensionamento di Heynckes al termine dell’annata passata e l’arrivo del giovane Kovac, protagonista sulla panchina dell’Eintracht di Francoforte, hanno dato l’idea di una progressiva volontà da parte della società bavarese di inaugurare in questa stagione un nuovo ciclo, che al momento, però, sta faticando a sbocciare, soprattutto in Bundesliga. Gli equilibri del campionato tedesco quest’anno appaiono ribaltati. Il rullo compressore a cui eravamo abituati ha lasciato il posto ad una squadra più insicura e piena di dubbi, ricca di talento sicuramente, ma fragile oltre le aspettative. Ed è in questo vuoto di potere che si è inserito il Borussia Dortmund di Favre, tecnico francese ex Nizza. A questo punto della stagione, quando manca poco al giro di boa del campionato, i gialloneri guidano saldamente la classifica, a +7 sull’altro Borussia, quello di Mönchengladbach, e

a ben nove lunghezze dagli storici rivali del Bayern. Tutto lascia presagire che quest’anno possa essere davvero quello in cui Neuer e compagni saranno costretti a cedere lo scettro di campioni nazionali ad un’altra squadra: lo dice la classifica, ma lo dicono anche in numeri, quelli che incoronano la squadra di Dortmund seconda miglior difesa e miglior attacco della lega. Ma lo ha sentenziato anche il campo, lo scorso 10 novembre. All’ex Westfalenstadion è andato in scena il Der Klassiker, la classica del calcio teutonico, tra gli uomini di Kovac e la formazione guidata da Favre. E dopo il primo tempo tutto lasciava presagire che in fondo nulla era cambiato, e che malgrado lo zoppicante avvio di campionato, il Bayern sarebbe rimasta la squadra più forte, quella da battere. Il Bayern va negli spogliatoi a metà partita forte di un vantaggio minimo nel punteggio, ma consapevole di aver messo in campo forse la miglior prestazione tecnica della stagione. Nel secondo tempo il match si accende: il pareggio su rigore dei padroni di casa pare un’illusione rotta dal successivo nuovo vantaggio degli ospiti. Deve allora pensarci Reus, il veterano ed eterno capitano dei gialloneri, a rimettere in equilibrio il match con una rete tanto pregevole quanto tecnicamente complessa. A sigillare la vittoria ci pensa il vero asso nella manica di questo Borussia, lo spagnolo Paco Alcacèr, che dopo la parentesi complicata a Barcellona ha cercato fortuna in climi ben più rigidi. Le statistiche finora lo stanno premiando: il rapporto goal/minuti della punta iberica non ha eguali in Europa. La vittoria nel classico ha regalato al Dortmund una fiducia e una tranquillità mentale che saranno assai preziose per prolungare sino alla fine il proprio meritato primato. Lucien Favre, vero segreto di questo inaspettato exploit, non è sicuramente un tecnico dalla bacheca estesa; ma sa essere un ottimo valorizzatore, e forse, in un campionato come quello tedesco, questa dote si rivelerà determinante. Ha saputo ridare vitalità a Witsel, esule in Cina e ora rientrato in Europa. Recuperato Reus, fulcro del gioco offensivo, gli ha affiancato Gotze, ancora lontanissimo dai livelli del mondiale brasiliano, Alcacèr, decisivo come pochi sotto porta, e la nuova promessa Sancho, vera e propria sorpresa della Bundesliga e incubo perenne delle difese tedesche. Il Borussia è ancora imbattuto in campionato – una delle poche squadre in Europa nei maggiori campionati assieme

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a Liverpool, Psg e Juventus – mentre in Champions League ha lasciato punti solo nella dolorosa sconfitta di Madrid per mano dell’Atletico, che già aveva subito all’andata, in Germania, un pesante ko proprio dai gialloneri. Se questo Borussia pare avere tutte le carte in regola per trionfare il prossimo maggio, il clima in casa Bayern non è ancora sereno. La squadra ha dato risposte contrastanti, e solo ora, quasi a metà stagione, Kovac sembra aver trovato un asseto più equilibrato. Il compito del croato non è facile: deve lanciare i giovani prospetti, Goretzka, Süle, Gnabry – e talvolta la loro inesperienza è stata pagata a caro prezzo – ma non può rinunciare in toto all’esperienza di Boateng, Hummels, Robben e Ribery, i mostri sacri dello spogliatoio. E mentre i risultati latitano è rispuntata puntuale la solita “talpa”, quella fastidiosa fuga di notizie dallo spogliatoio alla stampa che già Guardiola e Ancelotti avevano provato sulla loro pelle: questa volta il pettegolezzo riguarda Kovac e il colombiano James Rodriguez, il quale avrebbe apostrofato nemmeno celatamente il suo allenatore, ricordandogli che sta allenando il Bayern, non l’Eintracht. Un episodio che rende l’idea della tensione che si respira dalle parti di Säbener Straße, a cui si aggiunge la delicata gestione di Robben e Ribery, che a fine anno saluteranno il club che li vede protagonisti da ormai un decennio. Il destino di Kovac, con l’eventuale riconferma a giugno, è appesa ad un filo che può improvvisamente mostrarsi fragilissimo; molto dipenderà dai risultati, soprattutto europei. Non vi sono al momento altre squadre che possono insidiare la diarchia BorussiaBayern. Il Borussia M’Gladbach, ora secondo, alla lunga dovrebbe essere superato dai bavaresi. Potrebbe lottare per le piazze valevoli per la Champions con Eintracht e Lipsia, mentre lo Schalke, autore la scorsa stagione di un ottimo campionato, ha già perso troppo terreno sulle prime della classe. Sarà interessante osservare come si evolveranno i rapporti di potere e di forza tra le squadre che nei prossimi anni si giocheranno il titolo: un Bayern in un periodo di ringiovanimento della rosa potrebbe veder precipitosamente avvicinarsi il Borussia Dortmund e lo stesso Lipsia, la squadra che più di tutte, al momento, pare avere la solidità economica per puntare ad una stabile permanenza nei piani alti della lega. CJOSUL | DICEMBRE 2018


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UNO SGUARDO OLTRECONFINE francesco.paissan@cjosul.it

Francesco Paissan

El partido del siglo

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l viaggio che ha portato Juan Fernando Quintero a realizzare al minuto centonove il gol del 2-1 River è un cammino lungo e particolare, iniziato in Colombia, sua terra natia, con tappe in Italia – a Pescara, dove ha militato nella stagione 2012/13 – Portogallo e Francia. Un percorso che l’ha poi ricondotto in Colombia, prima dell’ultimo trasferimento a Buenos Aires, sponda River Plate. Andata e ritorno per il Sudamerica, insomma, con quell’Europa che avrebbe dovuto essere il punto di arrivo per un calciatore a cui non bastava la dimensione latina. Non ha lasciato un grande ricordo nel Vecchio Continente in realtà Quintero, eppure il fulmine scaricato sotto la traversa nel secondo supplementare della “finale delle finali” basta, eccome, a redimerlo. Perché maledettamente decisivo, perché segnato in quell’Europa dove Quintero è dovuto tornare vestendo la casacca biancorossa dei Millionarios. In quel momento così speciale, le tribune che lo circondavano erano quelle del Santiago Bernabeu di Madrid, lo stadio del Real, non quello del River. Il viaggio che ha portato la Copa Libertadores dalle mani dei giocatori del Grêmio, vincitore nel 2017, alle mani dei giocatori del River, è altrettanto particolare. Dopo la gara di andata giocata nella fantastica cornice della Bombonera, stadio di casa del Boca Juniors, la coppa è stata portata nell’altro tempio del calcio di Buenos Aires, il Monumental, dove è il River a essere di casa. La Libertadores è rimasta ben chiusa nella sua custodia mentre i minuti, le ore, passavano e nessun giocatore scendeva in campo, né fra quelli del River né tantomeno fra quelli del Boca, i cosiddetti Xeneizes, vittime di un agguato da parte della tifoseria riverense, rea di aver lanciato sassi contro il loro pullman frantumandone i vetri. La polizia è intervenuta lanciando dei lacrimogeni allo scopo di disperdere la folla delirante, ma il risultato è stato quanto di più lontano possibile da quello desiderato: i gas hanno raggiunto il pullman del Boca, entrando là dove i sassi avevano rotto i vetri. Giocatori e staff hanno subito le conseguenze di quei gas che hanno causato attacchi di vomito ad almeno sei giocatori, oltre che ad altri elementi al seguito della squadra. Pablo Perez, capitano Xeneize, è stato portato all’ospedale dove è stato medicato all’occhio, ferito dalle schegge

di vetro dei finestrini. Assieme a lui altri due suoi compagni hanno subito medicazioni per lo stesso motivo. In seguito all’accaduto, l’impotenza della Conmebol, la federazione sudamericana, e della Fifa, ha portato la gara di ritorno ad esser più volte posticipate senza che si arrivasse a decisioni definitive. La poetica del Superclàsico si è così infranta come i vetri del pullman Xeneize. Il calcio sudamericano è stato riportato all’anno zero nel momento in cui poteva innalzarsi a quello europeo. La coppa che attendeva le mani di una delle due società più rappresentative dell’Argentina è rimasta chiusa nella sua custodia, portata via dal Monumental a bordo di un taxi. Il giorno successivo ha confermato l’inadeguatezza delle istituzioni argentine e sudamericane, costrette al ping pong di rinvii già citati e comunicazioni contraddittorie, così come contraddittoria è parsa l’intera nazione argentina, pronta a ospitare la più grande festa del calcio sudamericano di sempre e altrettanto pronta a rovinarla con i violenti capricci delle barras bravas, le tifoserie organizzate che contengono in buona misura autentici criminali. La decisione definitiva è caduta come la lama di una ghigliottina sulla testa di Boca e River: la finale si sarebbe giocata in Europa, al Santiago Bernabeu di Madrid. La coppa Libertadores, per poter compiere il proprio destino, avrebbe dovuto viaggiare fino in Spagna, la terra dei colonizzatori scacciati con tanto ardore e tanta fatica secoli prima. Abila e Benedetto avevano portato avanti nel punteggio il Boca Juniors per due volte e per due volte il River Plate era riuscito a riprendersi il pareggio, prima con Pratto, poi grazie all’autorete di Iziquierdos. L’andata del Superclàsico si era così conclusa 2-2, una gara emozionante, soprattutto per quei quindici minuti di fine primo tempo in cui il punteggio era cambiato per tre volte. In mancanza della regola del gol in trasferta, l’incertezza regnava sovrana e riuscire a dare un pronostico sulla vincitrice finale sembrava un’impresa. Poi gli eventi del 25 novembre, la partita di ritorno spostata in un altro continente e un’attesa che si è allungata a dismisura hanno nuovamente mescolato le carte in tavola. A Madrid è infine andata in scena quella festa che ci si augurava poter fare da cornice alla battaglia in campo tra i ventidue giocatori. Alle ore 20.30 è stato regolarmente fischiato il calcio di

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inizio e quarantaquattro minuti dopo il “Pipa” Benedetto ha sbloccato il match concludendo un’azione di contropiede. La partita, prima del gol dell’1-0, era stata costellata da troppe imprecisioni per poter decollare. In questo senso, il vantaggio del Boca ha funzionato da catalizzatore, costringendo i Millionarios a spingersi in avanti fino a quando, al 68’, è stato di nuovo Pratto a pareggiare i conti, capitalizzando con un tiro da centro area l’azione corale di Nacho Fernandez e di Quintero. I successivi sono minuti di tensione e paura, proseguiti nei supplementari. È chiaro che un gol, da una parte o dall’altra significherebbe vittoria. Il Boca rimane in dieci uomini a inizio supplementari, chiudendo la partita addirittura in nove quando Fernando Gago, ex Real Madrid, uscirà dal campo per essersi rotto il tendine d’Achille. Al minuto 109’ finalmente il destino fa sì che i viaggi di Quintero e della Copa Libertadores si incrocino, per non allontanarsi più. L’ex Pescara riceve palla al limite dell’area con due gialloblù che gli sono addosso. Il primo controllo del colombiano è perfetto, perché gli consente di calciare anticipando la chiusura degli avversari. La traiettoria della sfera rende inutile qualsiasi tentativo di opposizione del portiere, la palla colpisce la parte inferiore della traversa ed entra in porta decretando il 2-1 e, di fatto, la fine dei giochi. Leonardo Jara avrebbe in seguito la possibilità di rompere la magia del River e pareggiare, ma il pallone da lui scagliato colpisce il palo e spezza i cuori dei tifosi Xeneizes. Il gol del 3-1 non fa che formalizzare la vittoria dei biancorossi, con Gonzalo Martinez che cavalca da solo per trenta metri e appoggia nella porta sguarnita del portiere Boca, salito per l’ultima preghiera. Gli dei del calcio sanno essere ironici; quando il River Plate per la prima volta guadagna il vantaggio al minuto 109’ del ritorno non lo molla più vincendo la 59a edizione della Copa Libertadores. La coppa, contesa da due squadre argentine, che dall’Argentina ha dovuto allontanarsi per poter essere consegnata al River Plate, i cui tifosi hanno oltraggiato lo spirito più profondo dello sport e ne sono usciti con una vittoria che, salvo eventuali ricorsi, è già entrata nei libri di storia del calcio. Nel paese delle contraddizioni qualcuno, tra qualche mese, potrebbe già aver dimenticato i fatti del 25 novembre, così come troppe pagine di storia, non quella del calcio ma quella di una nazione, sono state strappate, nascoste, dimenticate. CJOSUL | DICEMBRE 2018


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SOLO COTONE

Gianmaria Monticelli

gianmaria.monticelli@cjosul.it

Dopo un inizio di stagione piuttosto travagliato per l’Apu Gsa Udine, ora il team di coach Cavina sembra stia prendendo coscienza di quelle che sono le potenzialità enormi di una squadra costruita per vincere. In effetti, degli ultimi sette match di campionato, la Gsa ne ha vinti sei, avendo l’unica colpa di aver perso nella sua peggior prestazione offerta in quel di Jesi, in quel momento penultima della classe. Dopo la sconfitta sono seguite due vittorie. La prima di queste contro la cenerentola Hertz Cagliari, società satellite della Dinamo Sassari dell’ex Gsa Ousmane Diop. Contro i sardi, nell’anticipo giocato il primo dicembre, Udine ha dovuto sudare le proverbiali sette camice per portare a casa una partita che, molto probabilmente, meritava addirittura di perdere. La vittoria è arrivata al supplementare dopo il pareggio acciuffato proprio alla fine dell’ultimo quarto con un tiro quantomeno funambolico di Marco Spanghero, centro che ha consegnato l’inerzia della partita nelle mani della Gsa. Nei giorni successivi al successo in terra sarda si è parlato di una squadra sull’orlo dei nervi, con Powell espulso per doppio tecnico e Cortese auto eliminatosi dalla contesa con un fallo e susseguente antisportivo. Insomma, le critiche piovevano un po’ da tutte le parti. Erano in molti, in particolare, a volere la testa di coach Cavina, altri invece accusavano di scarso impegno alcuni elementi. Sul CJOSUL | DICEMBRE 2018

banco degli imputati in primis un gioco troppo preso da alti e bassi, animato da fiammate, non lineare come da attese. Forse proprio questo clima, senza dubbio un po’ burrascoso, è servito a far venire fuori l’orgoglio da parte dell’intero organico Gsa nel match contro il Basket Kleb Ferrara dello scorso 8 dicembre. Udine sin dall’inizio ha preso in mano le redini della partita, conducendo la contesa con grande autorità, esperienza e bel gioco, dando vita ad una delle migliori prestazioni bianconere del campionato. La risposta migliore alle critiche feroci piovute sino a quel momento con anche troppo frequente insistenza. Simpson si è sacrificato – specie nella seconda parte di gara – per contenere un indemoniato Isaiah Swann da 43 punti solo la domenica precedente. “Solo” 30 i punti segnati da quest’ultimo a fine gara, ma non più di cinque negli ultimi due quarti. Gagliarda la prova di un Powell che, a mezzo servizio, è risultato decisivo. Perfetta la leadership portata da Spanghero, che ha saputo far girare la squadra come un orologio, essendo preciso anche nel far male agli avversari. Sontuosa la prestazione di Pellegrino. “Ciccio” è stata la vera sorpresa della serata: lo aspettiamo così voglioso e dominante sempre. Grande l’apporto di Pinton, sia in termini di difesa – anche lui su Swann – sia di realizzazione; Mortellaro è stato abile nel portare tranquillità ed esperienza alla squadra. Ancora una volta poi Nikolic ha avuto un impatto devastante sulla partita: il classe ‘97 si è fatto valere con un ingresso da cineteca e con la propria prepotenza atletica. Da menzionare uno strepitoso ed elegante Cortese. Insomma, tutti gli ingredienti di cui ci sarà bisogno da qui in avanti. Un po’ fuori dai giochi l’allievo di Cavina, Lorenzo Penna: una difesa forse troppo aggressiva sugli avversari l’ha portato a quattro falli nella prima parte di gara togliendolo così, di fatto, dalla disputa in anticipo. A fine partita il pubblico si è lasciato andare ad un applauso scrosciante che ha sancito la pace tra le parti. Che sia arrivato finalmente il momento della svolta? A sperarlo un po’ tutti, tifosi in primis.

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La speranza allora porta a guardare con fiducia al prossimo, impegnativo, incontro di campionato. Domenica 16 i bianconeri saranno in scena sul campo di gioco della seconda della classe, l’Unieuro Forlì. Da lì partirà la corsa alla conquista di un posto nelle Final Four. Servirà grinta, servirà intensità, nel match con Forlì così come negli scontri immediatamente successivi con Bakery Piacenza – unica squadra ad aver battuto la capolista Fortitudo Bologna – Tezenis Verona e De’ Longhi Treviso. Un percorso non certo agevole, verrebbe da dire, ma è anche da qui che passa la credibilità di una squadra costruita per stupire, per divertire. Per vincere.


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GSA SEI PRONTA A STUPIRE? 15

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Valentino Riva

valentino.riva@cjosul.it

La De che si di Azz

INTERVISTA DOPPIA CON ELE CJOSUL | DICEMBRE 2018

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elser i tinge zurro

ENA VELLA E GIULIA IANEZIC 17

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SOLO COTONE >> SEGUE

Oggi andremo a conoscere due volti nuovi del basket udinese, due ragazze che da vario tempo si stanno ritagliando uno spazio sempre più importante anche nello scenario cestistico nazionale. Stiamo parlando di Elena Vella e di Giulia Ianezic, entrambe classe 2000, due giovanissime giocatrici che dalla stagione 2013/14 vestono i colori azzurri della Nazionale italiana e, da quest’anno, militano nella Libertas Basket School Udine. L’ultima estate hanno disputato con la selezione delle Under 18 gli Europei di basket femminile guidate da coach Francesco Iurlaro, ora loro allenatore anche a Udine. Prima di arrivare nel capoluogo friulano, la trapanese Elena Vella ha calcato vari parquet con le società della Virtus Trapani, della Stella Azzurra Roma e della Bull Basket Latina, mentre Giulia Ianezic, nelle ultime tre stagioni, ha disputato il campionato di Serie B con l’Interclub Muggia. È una vera ricchezza per la Delser avere due giocatrici dal prospetto nazionale come Elena e Giulia e, per questo motivo, la nostra redazione le ha volute coinvolgere in un’inedita intervista doppia.

Quando e come vi siete conosciute?

ELENA:

«Ci siamo conosciute cinque anni fa, durante un raduno estivo della Nazionale. In quell’occasione disputammo insieme il “Torneo dell’Amicizia” …».

un’esperienza bellissima, ma significa anche sacrificio».

E: «È sempre un onore. Come dice Giulia, è anche una questione di sacrificio e di rinunce perché la Nazionale ti impegna tutta l’estate. Ci si allena sia la mattina che il pomeriggio. Di bello c’è che si punta sempre ad un obbiettivo comune, che appartiene a tutta la squadra».

Com’è l’ambiente di Udine? È diverso da quelli delle vostre precedenti esperienze cestistiche?

E: «Questo è il mio sesto anno fuori casa.

cui gioco in una società “fuori casa”. Vivo a Trieste e faccio la pendolare. Nonostante la “rivalità” che c’è tra Udine e Trieste (ride, ndr), mi trovo bene. L’ambiente è diverso rispetto a quello in cui sono cresciuta, ma è allo stesso modo positivo».

Guardando alle ultime partite della Delser, in cosa dovete migliorare?

G: «Sicuramente dobbiamo giocare più di

squadra e non dobbiamo deconcentrarci. Non si deve mollare mai e si deve tenere duro fino alla fine della partita».

E:

Com’è vestire i colori della Nazionale?

Dal mio trascorso, ho potuto notare che ogni società è diversa ed è a sé. Come ho sempre detto, anche in occasione dei ritiri qui a Udine della Nazionale femminile, in questa città si sente molto il basket, sia femminile che maschile. C’è molta gente che ci sostiene e ci viene a vedere alle partite. Udine è una città tranquilla e si sta bene».

G:

G:

G: «Elena ha come pregi l’aggressività e

GIULIA:

«... Da lì in poi, ogni anno ci vediamo durante i ritiri della Nazionale e da questa stagione giochiamo assieme qui a Udine».

«Sicuramente è un onore ed è

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«Per me, invece, è il primo anno in

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«Sono d’accordo con Giulia e inoltre aggiungo che dobbiamo migliorare l’approccio alla partita. All’inizio dei match dobbiamo mettere più energia in campo. Molte volte abbiamo perso proprio per questo motivo».

Quali sono i punti di forza della vostra compagna di squadra?


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la difesa».

E: «Il punto forte di Giulia è il talento. In

attacco è una ragazza molto talentuosa ed il suo tiro da tre punti è invidiabile. Inoltre, mi piacciono moltissimo le sue esultanze “da Nba”, per le quali ogni volta la prendo in giro (ridono, ndr)».

Che cosa vorresti migliorare del tuo gioco?

G: «La difesa. Punto!». E: «Di cose da migliorare ce ne sono di

diverse. Ad esempio, dovrei essere più concreta nelle cose che mi chiedono di dare sul campo».

dormire, puoi studiare un’oretta in più. Sono dell’idea che, se uno vuole, può conciliare tutto».

a sostenere in palazzetto!».

G:

Dopo la vittoria fuori casa contro San Martino di Lupari per 50-67, la Libertas Basket School ha raggiunto il settimo posto in classifica del campionato di A2. Il 15 dicembre alle 20.30 le udinesi affronteranno il Ponzano Basket al Carnera. Non ci resta quindi che raccogliere l’invito delle ragazze e andarle a sostenere in palazzetto, per riuscire insieme a risalire la classifica, posizione dopo posizione!

«Io finisco scuola alle due di pomeriggio, poi torno a casa, studio e prendo il treno per venire all’allenamento qui a Udine. Alla fine torno a casa. Per affrontare questa routine devo sempre stare “sul pezzo”, rimanendo concentrata e determinata».

Fate infine un saluto a tutti i tifosi e ai nostri lettori!

G: «Saluto tutti i tifosi e li invito a venirci

E: «Li saluto anch’io e, inoltre, aggiungo che... vi faremo divertire!».

Vi ispirate a qualche giocatore/giocatrice?

G: «Una giocatrice che mi piace molto è

Giulia Sottana, mentre il mio giocatore Nba preferito è Kyrie Irving. Di quest’ultimo guardo le giocate e provo ad imitarlo un po’».

E:

«Guardando alla carriera nella sua totalità, prendo come esempio Raffaella Masciadri, che quest’anno ha lasciato la Nazionale. Nel gioco, al momento, il mio punto di riferimento è Cecilia Zandalasini. Al contrario, il basket maschile non lo seguo molto e l’Nba non mi entusiasma più di tanto».

Qual è un tuo sogno per il futuro?

E:

«Alla mia età è un po’ difficile dire quale sia un mio sogno perché si hanno le idee confuse. L’anno scorso ho finito le scuole superiori e adesso sto studiando psicologia. La mia aspirazione è, fino a quando c’è il basket, praticarlo con impegno. Poi, quando sarò arrivata ad un’età in cui non potrò più continuare a giocare, mi piacerebbe trovare un lavoro sicuro e qualcosa di concreto che rimanga per tutta la vita e che garantisca stabilità».

G:

«Io sto affrontando l’ultimo anno di scuola superiore e ho ancora le idee confuse su cosa fare dopo. Per quanto riguarda il basket, mi auguro di fare sempre passi in avanti».

Come riuscite a conciliare lo studio con il basket e le altre attività che svolgete?

E:

«Alla fine, se vuoi, il tempo lo trovi per fare tutto ciò che ti piace. Devi avere sempre la voglia e il pensiero verso ciò che fai. Ad esempio, piuttosto che

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SPORT FVG

Simone Narduzzi

simone.narduzzi@cjosul.it

Il nuovo ch Corre su IL ROLLER DERBY E LE BANSHEES, UNICA SQUADRA

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he avanza? u rotelle! IN FRIULI A PRATICARE LO SPORT NATO IN AMERICA 21

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a forza è nel gruppo, avversarie comprese. Compatte si arretra, mai troppo staccate, polmoni in un gioco che sa d’aria nuova. Disciplina di contatto e spettacolo a rotelle, il roller derby è uno sport che fa dell’unione il suo ossigeno: respira grazie al pack, formato dai due team, uniti in formazione e mai più di tre metri distanti. In tale mischia due singoli sgusciano, cercando di aprirsi la via, sorpassano quindi le blocker e sfrecciano via sul tracciato. Veloci compiono un giro per poi ributtarsi nella mischia. Tutto ruota attorno a loro. O meglio, loro, le cosiddette jammer, ruotano attorno al track per superare più avversarie possibile nei due minuti di jam disponibili. Il tutto in un’ora divisa equamente nei periodi da 30’ che compongono un match. In spiccioli è questo il principio fondante di uno sport nato nel secolo scorso in America e giunto, quattro anni fa, con la sua spettacolare originalità in Friuli. Uniche interpreti in regione della disciplina praticata su pattini quad – cioè a quattro ruote non in linea – le Banshees di Udine, formazione venuta alla luce il 6 luglio 2014 e ad oggi realtà – prettamente, seppur non esclusivamente, femminile – in forte crescita sul territorio. Conta quasi una ventina di atlete, infatti, quest’associazione sportiva dilettantistica e, grazie al numero di membri abilitati alla disciplina – ovvero in possesso di un “patentino”, il minimum skill test, senza il quale non sarebbe possibile giocare – lo scorso ottobre ha disputato la sua prima partita ufficiale. Avversario il team B di Vicenza in una gara dal valore storico per gli sviluppi del roller derby nostrano. Armate di caschetto, paradenti e delle altre protezioni necessarie – anzi, obbligatorie – per scendere in pista, le friulane hanno venduto cara la pelle, rimediando una sconfitta per 149-148 che di certo non ha scalfito l’entusiasmo per la fondamentale tappa raggiunta, degno compenso agli sforzi profusi in mesi e mesi di faticoso recruitment. Proprio grazie all’opera divulgativa del club, a unirsi quattro anni fa al team è stato l’attuale capitano delle Banshees, la CJOSUL | DICEMBRE 2018

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classe 1990 Alice Novello. In risposta all’invito lanciato su Facebook per una semplice sessione di allenamento aperta a tutti, la giovane di Povoletto si è lasciata convincere e affascinare dalle peculiarità del roller derby: «È uno sport molto inclusivo, dove chiunque riesce a trovare il suo spazio – racconta Alice che, in carriera, ha trascorsi nel rugby e nel volley – tutte le fisicità vanno bene e ogni persona può fare qualunque ruolo. Non è essenziale poi aver fatto in precedenza pattinaggio». Tra le Banshees c’è ad esempio chi arriva dalle arti marziali, oppure chi si approccia per la prima volta ad un’attività fisica. Il roller derby ne ha per tutti e, come continua a spiegare il capitano, «è una disciplina che ti mette sempre alla prova: inizi con l’obiettivo di riuscire a stare in piedi sui pattini, poi provi a girarti… hai sempre uno scopo che ti mette in discussione con te stesso e, quando lo raggiungi, è sempre una grande conquista». Dà soddisfazione, insomma, quasi come osservare la dedizione messa in gioco da ogni atleta non solo per una crescita a livello individuale, ma in primis perché il roller derby possa essere praticato da sempre più persone. Attualmente, allora, il panorama italiano conta una ventina di squadre impegnate a far fronte comune nella diffusione di questo sport, lontane ma vicine, nemiche solo sul campo. Perché la forza qui è nel gruppo, nel pack. Avversarie comprese.

FACEBOOK: BANSHEESROLLERDERBY INSTAGRAM: BANSHEESROLLERDERBY EMAIL: BANSHEESRD@GMAIL.COM

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SPORT AL CINEMA Marco Michielis

marco.michielis@cjosul.it

UNA COMMEDIA CHE FA PENSARE: "NON CI RESTA CHE VINCERE" In Italia è distribuita in questi giorni la commedia campione d’incassi al botteghino in Spagna, "Non ci resta che vincere", diretta da Javier Fesser. E senz'altro si riderà tanto anche da noi.

Marco Montes, protagonista del film, è il viceallenatore della squadra di pallacanestro dell’Estudiantes di Madrid. A causa di un litigio con il capoallenatore e a un incidente stradale con una volante della polizia mentre è in stato di ebbrezza, si ritrova senza lavoro, senza patente e condannato a tre mesi di lavori socialmente utili, da scontarsi in un centro per persone con disabilità fisiche e mentali. Il suo compito sarà quello di preparare alcuni dei ragazzi che del centro sono ospiti o lo frequentano ad affrontare il campionato nazionale di basket della loro categoria. Un compito all'inizio percepito come arduo e fastidioso, che si rivelerà poi, invece, sorprendentemente stimolante per l'allenatore.

Ma non solo.

Il film ribalta il concetto stesso di disabilità. Se i ragazzi affetti da diversi disturbi piano piano conquistano i nostri cuori

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Foto: https://pad.mymovies.it/filmclub/2018/02/092/coverlg_home.jpg

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e si rivelano pienamente inseriti nella società a livello professionale, Marco, prima cinico e burbero, si trasformerà grazie all'affetto e alla simpatica e scatenata frenesia dei suoi giocatori, unici nella loro “diversità”. Così come lui aiuterà i suoi ragazzi a superare le loro paure e i loro limiti, portandoli alla finale del campionato a Tenerife, loro lo aiuteranno a superare le sue e a non scappare più davanti alle possibilità di felicità che gli si offrono. È un film buono e dolce quello di

Fesser, che fa ridere e rif lettere allo stesso tempo. Per gran parte della sua durata ci si spancia dalle risate, ma vi sono anche momenti in cui la comicità lascia spazio a considerazioni più serie in cui viene analizzato lo sguardo che la società rivolge a questi suoi elementi, i quali, per motivi di salute legati ai più svariati fattori, sono troppo spesso relegati ai margini. Qui entra in gioco la pallacanestro. Una pallacanestro vissuta con movenze assurde, improbabili e

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stravaganti, ma proprio per questo autentica e genuina. I Los Amigos – questo il nome della squadra – perderanno la finale e arriveranno secondi, con un tiro alla scadere folle, tirato spalle a canestro dalla propria lunetta. Ma il concetto stesso di sconfitta viene a perdere di senso in un contesto simile e in un finale che, pur abbondando di retorica, ci consegna l'immagine delle due squadre che s'abbracciano ed esultano assieme. Ancora una volta lo sport che unisce, lo sport che vince sulle difficoltà. Sempre. CJOSUL | DICEMBRE 2018


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Cjosul - Dicembre 2018  

Dodicesimo numero del 2018 del mensile digitale sul mondo dello sport, friulano ma non solo. In copertina: la nuova realtà regionale il Roll...

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