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CJOSUL mensile friulano di informazione sportiva

LIBERTAS BASKET SCHOOL

CONOSCIAMO COACH IURLARO

OTTOBRE 2018 N.19

FOOTGOLF Ecco la nuova passione dei calciatori

Powerchair hockey ITALIA CAMPIONE DEL MONDO!

Il ruggito dei Leoni campioni d’Italia


CJOSUL Par furlan, cjosul e je chê peraule che si dopre cuant che ti mancjin lis peraulis.

Alberto Zanotto alberto.zanotto@cjosul.it Alessandro Poli alessandro.poli@cjosul.it Cristian Trevisan cristian.trevisan@cjosul.it Enrico Arcolin enrico.arcolin@cjosul.it Francesco Paissan francesco.paissan@cjosul.it Gianmaria Monticelli gianmaria.monticelli@cjosul.it Marco Michielis marco.michielis@cjosul.it Marzio Paggiaro marziopaggiaro@gmail.com Mattia Meroi mattia.meroi@cjosul.it Simone Narduzzi simone.narduzzi@cjosul.it Tommaso Montanari tommaso.montanari@cjosul.it Tommaso Nin tommaso.nin@cjosul.it Valentino Riva valentino.riva@cjosul.it Graphic design Veronica Duriavig veronica.duriavig@gmail.com www.veronicaduriavig.it Copyright titolare dei diritti 2018

Un attrezzo, una pietanza, un pennarello oppure un libro. Cjosul è quel termine che in friulano può assumere diverse connotazioni a seconda della situazione in cui esso viene impiegato. Nel nostro caso, Cjosul è una rivista, una rivista digitale a cadenza mensile che si propone di raccontare lo sport dagli occhi di chi lo vive in prima persona e in tutte le sue sfaccettature: calcio, basket, cinema o fumetti. Ogni aspetto della nostra vita può essere toccato dallo sport che amiamo. Ogni aspetto della nostra vita può diventare Cjosul. La redazione di Cjosul è composta in gran parte da studenti che vogliono avvicinarsi al mondo del giornalismo sportivo e lo vogliono fare all’interno di un ambiente giovane, in cui ogni proposta è accolta con entusiasmo. Rodato o ancora acerbo, ogni aspirante giornalista è il benvenuto in Cjosul. Il nostro obiettivo? Una crescita del gruppo che comporti inevitabilmente la maturazione professionale di ogni singolo partecipante.


SOMMARIO

ottobre 2018 CJOSUL

fischio d’inizio

UNA ZEBRA A POIS 04

UDINESE, È TEMPO DI RIFLESSIONI

di Marco Michielis

20 SPORT FVG

IPCH WORLD CHAMPIONSHIP: AZZURRI CAMPIONI!

IL RAMARRO RAMPANTE 06 CHI BEN COMINCIA

di Simone Narduzzi

22 EVERY BADASS SUNDAY

di Alessandro Poli

IL CIELO SI COLORA DI ROSSO E ARGENTO SOPRA BASILIANO

FOCUS SERIE A 08

di Marzio Paggiaro

VECCHI E NUOVI VOLTI

di Enrico Arcolin

UNO SGUARDO OLTRECONFINE 10

26 LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, I MOTORI VINCEREMO L’ANNO PROSSIMO? di Mattia Meroi

WHO NEEDS RONALDO?

di Tommaso Nin

SOLO COTONE 14

L’APU STECCA LA PRIMA? TESTA ALLA SECONDA! di Gianmaria Monticelli

UNA BUONA PARTENZA IN CASA DELSER UDINE

di Valentino Riva

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28 QUATTRO PASSI SUL GREEN

L’EROE È ITALIANO, LA RYDER CUP È EUROPEA! di Francesco Paissan

30 FOOTGOLF, LA NUOVA PASSIONE DEI CALCIATORI di Francesco Paissan

32 MAGIC IN THE AIR

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE SULLA NAZIONALE ITALIANA QUIDDITCH di Tommaso Montanari

IPCH World Championship: Azzurri campioni!


UDINESE, È TEMPO DI RIFLESSIONI UNA ZEBRA A POIS Marco Michielis

marco.michielis@cjosul.it CJOSUL | OT TOBRE 2018

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CJOSUL

vatura la Juve ha colpito, implacabile. Sono bastati una scorretta lettura in marcatura di Fofana su Dybala e un fuorigioco sbagliato da Stryger Larsen per concedere lo 0-1 alla Vecchia Signora. Il raddoppio è giunto poco dopo, nel peggior momento in cui potesse arrivare, per colpa di una gran conclusione del più atteso della serata, Cristiano Ronaldo, comunque troppo solo dentro l’area.

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l fischio finale di Udinese-Juventus, le sensazioni provate dai tifosi friulani sono apparse contrastanti. Da una parte, la consapevolezza che probabilmente nemmeno se le Zebrette avessero sfoderato una prova di livello altissimo ci sarebbe stata qualche speranza contro una squadra tra le favorite per la vittoria della Champions. Dall’altra qualche sassolino fastidioso nella scarpa per non averci provato con maggior convinzione e coraggio. Velazquez, che si sta rivelando sempre più “italiano” come tecnico, alla faccia di quanti, guardando al precampionato, pensavano si sarebbe assistito a un tiki-taka in salsa friulana questa stagione, ha schierato la squadra in modo molto prudente, rinunciando a un esterno puro come Pussetto o Machìs per schierare un centrocampista come Barak che provasse a dare assistenza a Lasagna in fase di ripartenza. Il piano ha funzionato per poco più di mezz’ora di gioco difensivo molto pulito da parte dell’Udinese, ma alla prima sba-

Il resto della contesa lo abbiamo visto tutti, con Lasagna che ha sui piedi l’occasione di riaprirla, ma la sbaglia, e con Scuffet in versione santo che compie miracoli a destra e a manca, tenendo in piedi il pericolante reparto difensivo friulano nella ripresa. Molti, tra cui anche si scrive, si sono però domandati come mai Velazquez abbia così tanto ritardato l’ingresso in campo di giocatori offensivi come Pussetto e soprattutto Teodorczyk quando, forse, il senso comune avrebbe suggerito di mettere in campo quest’ultimo all’inizio del secondo tempo, allo scopo di provare a schiacciare maggiormente la Juventus nella propria area, anche con l’ovvio rischio di scoprirsi un pelino di più ai suoi eventuali contropiedi. Questo non è avvenuto, come se il tecnico di Salamanca avesse preferito evitare una possibile goleada ai suoi – cosa, peraltro, evitata in ogni caso per i soli meriti di Scuffet – piuttosto che provare con tutte le armi a sua disposizione a rimettere in piedi una partita ormai già ampiamente compromessa. Le dichiarazioni del post partita da parte del mister e di Pradè hanno evidenziato, come se ce ne fosse bisogno, quale e quanto ampio fosse il divario tra le due compagini in campo al Friuli. E quindi? Non era lecito aspettarsi qualcosina in più in fase offensiva, soprattutto in termini di spregiudicatezza, una volta in doppio svantaggio? Inutile negare, in ogni caso, che, tralasciando la comunque improba sfida alla capolista imbattuta, il vero cruccio per quanto riguarda la classifica delle Zebrette rimane il ko al Dall’Ara, contro un Bologna che si è dimostrato più cinico, pur avendo messo in campo valori tecnici non particolarmente brillanti, fatta eccezione per dei giocatori come Santander e Svanberg. Vi sono delle costanti in queste due sconfitte che devono far riflettere e pensare ad alcune situazioni che, per fare un esempio, dopo aver perso contro la Lazio un match combattuto fino al fischio finale, non preoccupavano più di tanto. La prima questione riguarda la manovra offensiva. Finora il 4-1-4-1 non ha reso quanto previsto, se pensiamo che molte castagne

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sono state levate dal fuoco dal “Diez” De Paul, con le conclusioni da fuori letali che avevano contraddistinto il suo percorso al Racing, ma che si erano viste poco fino a quest’anno in Friuli. Lasagna è stato messo in condizione di segnare in rare occasioni e, non attraversando un periodo molto brillante – la convocazione in Nazionale, per altro meritatissima, deriva più dal suo rendimento della scorsa stagione –, sia contro il Bologna che contro la Vecchia Signora ha mancato l’obiettivo. L’impressione è quella che potrebbe rendere meglio con una punta di peso come Teodorczyk a fianco, come dimostra soprattutto il secondo tempo di Parma, durante il quale i due si erano mossi bene e in coordinazione, creando spazio per l’inserimento dei centrocampisti come Fofana, autore del definitivo pareggio. La seconda questione concerne Velazquez e alcuni difetti, molto probabilmente di gioventù, che il mister spagnolo comincia a palesare, pur senza dimenticarci dell’invidiabile solidità tattica che ha saputo dare a una squadra reduce da uno dei peggiori campionati della sua storia in Serie A. Si tratta, fondamentalmente, di cattive letture dell’evoluzione della partita, vedasi soprattutto il mancato cambio di un nervoso e stanco Behrami dopo l’ammonizione a Bologna – il capitano si sarebbe poi perso Orsolini in marcatura sull’azione del 2-1 – e, come detto, l’atteggiamento timido e un po’ troppo da “sparring partner” tenuto nel secondo tempo della partita casalinga contro la Juventus. Ora arriva il Napoli al Friuli, non certo il miglior avversario possibile per rilanciare il morale ad un ambiente che è ancora, e giustamente, cautamente ottimista circa le possibilità di una squadra che ha fatto intravedere sprazzi di gran calcio fin qua. È anche vero che sono queste le partite in cui si possono costruire punti pesantissimi in chiave salvezza. Staremo a vedere. Intanto ci godiamo uno Scuffet che, più che ritrovato, aveva solo bisogno di più fiducia e continuità per tornare a far vedere i suoi prodigiosi riflessi che, a 17 anni, gli avevano fatto guadagnare la prima pagina della Gazzetta dopo un Inter-Udinese terminata 0-0 unicamente per merito suo. La partenza di Danilo, poi, gli ha fatto probabilmente bene, nel senso che ora è lui a guidare da dietro una difesa ringiovanita, senza più la presenza ingombrante, in termini di autorità, dell’ex capitano. Sotto con il Napoli di Ancelotti e simpri fuarce Udin! CJOSUL | OT TOBRE 2018


IL RAMARRO RAMPANTE >> SEGUE

IL RAMARRO RAMPANTE Alessandro Poli

alessandro.poli@cjosul.it

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l copione sembra lo stesso dello scorso anno: si parte in quarta, con tre vittorie di fila, e pian piano si rallenta, pareggiando le due successive. Quello che succederà da adesso in poi al Pordenone, capolista solitaria dopo cinque giornate, sta in buona parte nella forza e nella combattività che dimostrerà la squadra, chiamata ancora una volta a lottare per la promozione in un girone non meno equilibrato di quello della passata stagione. Ci si augura quindi che l’atteggiamento che i ramarri faranno vedere in campo sarà ben diverso da quello visto con Colucci e Rossitto, dove non si è avuta sufficiente determinazione e organizzazione di gioco per poter guadagnare una posizione d’alta classifica o il tanto sospirato salto di categoria. In questa primissima fase del campionato emerge però anche qualche differenza rispetto al Pordenone sopra descritto, a cominciare da un dato per nulla scontato, cioè la scelta in panchina di Tesser. L’allenatore veneto, ma friulano d’adozione, ha già fatto uso della sua ben nota esperienza in materia, guidando la squadra a un inizio di stagione comunque ottimo e dimostrando di aver scelto i giocatori giusti per rinnovare l’ambiente neroverde e cercare già quest’anno di puntare in alto. Una figura che il Pordenone ha senz’altro ritrovato in questa stagione è quella del bomber, ossia l’acquisto più che azzeccato di Leonardo Candellone. L’attaccante di scuola granata, capocannoniere del girone con quattro centri in cinque partite, non fa certo rimpiangere le prestazioni incolori di Nocciolini, per nulla incisivo nei pochi mesi passati a Pordenone, ma fa invece riemergere il ricordo di Arma, che aveva trascinato i neroverdi fino alle semifinali dei playoff per due stagioni di fila. Per il resto rimangono fermi alcuni pregi e difetti già riscontrati lo scorso anno, e in particolare la troppa facilità nel passare in svantaggio, come si è visto contro l’AlbinoLeffe e

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le due neopromosse Rimini e Imolese, contrapposta però alla tenacia nel cercare di riagguantare il pareggio (2-2 a Rimini, 1-1 a Imola) o ribaltare il risultato (1-2 a Bergamo). In linea generale, come detto, il girone rimane molto equilibrato e dunque il primato dei neroverdi non è sicuramente da criticare, certo bisogna guardarsi da altre formazioni che hanno cominciato egualmente bene, in particolare il Monza di Berlusconi e Galliani, la sorpresa Fermana, i cugini della Triestina e il nuovo Vicenza di Alessandro Rosso, prossima avversaria al Bottecchia il 14 ottobre. Deludono invece per ora la FeralpiSalò, che nonostante l’acquisto di Caracciolo ha raccolto solamente quattro punti, e la Ternana, che nelle due partite giocate non è andata oltre il pareggio. Dopo la definitiva conclusione in senso negativo delle recriminazioni sui ripescaggi in Serie B, avvenuta più che altro per la rinuncia delle squadre coinvolte a continuare a rincorrere una giustizia temporeggiante e poco efficace, ci si chiede quest’anno se le promozioni nel campionato cadetto saranno aumentate a sette: indubbiamente una speranza per i ramarri, che non può però esimersi dal dare il massimo in campo.

LE ALTRE REGIONALI FVG Anche la Triestina, nonostante la sconfitta col Rimini alla seconda giornata, inizia alla grande la nuova stagione, portandosi attraverso tre vittorie e un pareggio a un solo punto di distanza dai neroverdi. Gli alabardati, che nell’ultimo successo contro la Vis Pesaro vedono a segno per la prima volta il veterano Pablo Granoche, sono ora attesi a Monza per uno scontro d’alta classifica, crocevia fondamentale per capire quanto l’obiettivo promozione sia alla portata. In Serie D tutte e tre le rappresentative regionali fanno incetta di punti nelle prime quattro giornate. Il Cjarlins Muzane ne guadagna ben sette arrivando così addirittura al quinto posto – anche se è difficile credere che il campionato continuerà su questi livelli –, segue un punto sotto il Chions,

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dimostrando per il momento di reggere bene il girone anche da neopromossa. A cinque punti si assesta invece il Tamai, che nonostante una partenza sottotono esce vittorioso dal derby con l’altra pordenonese. Nel Campionato carnico sarà uno spareggio a dover definire la vincitrice dello scudetto, dato che i Mobilieri, non andando oltre il pareggio col Cercivento, si sono visti raggiungere dal Cavazzo all’ultima giornata. Saranno quindi queste due squadre a contendersi il titolo e la possibilità di giocare la Supercoppa contro l’Ovarese, vincitrice della Coppa Carnia. Per quanto riguarda gli altri verdetti la Seconda categoria è vinta dalla Nuova Osoppo, promossa con Amaro e Arta Terme, e la Terza dal Paluzza, promossa con Lauco e Sappada.


UN NUOVO ALLENATORE, UN BOMBER RITROVATO E L’IMBATTIBILITÀ DOPO CINQUE GIORNATE FANNO BEN SPERARE I RAMARRI, MA LE SORTI DEL CAMPIONATO SONO ANCORA TUTTE DA SCRIVERE 7

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FOCUS SERIE A Enrico Arcolin

enrico.arcolin@cjosul.it

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foto https://www.pianetagenoa1893.net/wp-content/uploads/2018/08/23/55/39021216_2308896859121221_9196128260432330752_o.jpg

a Serie A è ormai avviata da otto giornate e in questi primi weekend di calcio abbiamo avuto l’occasione di osservare nuovi talenti che si sono messi in luce. Non solo giovani promesse però, perché anche vecchie conoscenze del nostro campionato si sono messe in luce facendo parlare di sé. La sorpresa tra i pali si chiama Alban Lafont, il nuovo portiere della Fiorentina proveniente dal Tolosa. Sin dal suo arrivo in maglia viola ne si parlava come di un gran prospetto, ma si sa che l’ultima parola appartiene sempre al campo. In questo caso però il classe ’98 ha saputo mantenere alte le aspettative giocando sino ad adesso sei gare più che sufficienti, mostrando la sicurezza propria di un esperto trentenne. Piccola curiosità, sino a 14 anni il suo ruolo era il centravanti e il suo idolo era Van Persie, poi però è diventato portiere e sappiamo tutti com’è andata a finire… Chi invece è pronto per la definitiva consacrazione è il difensore camerunense del Torino N’Koulou. Arrivato l’anno scorso tra lo scetticismo di tifosi e non, alla lunga ha dimostrato il suo valore; velocità e forza fisica fanno di lui un pilastro della difesa granata.  Il rendimento migliore lo offre come centrale in una difesa a quattro, anche se in qualche occasione ha giocato sia nelle vesti di mediano davanti alla difesa, sia nel ruolo di terzino destro.

Sarà, senza molti dubbi, una grande annata per Manuel Lazzari: l’esterno della Spal infatti, nel corso della passata stagione, è stato uno dei principali artefici della salvezza biancazzurra. Per il giocatore è arrivata anche la prima chiamata in nazionale da parte di mister Mancini: l’ultima per la Spal risale al 1952. Che sia questo un segnale del suo definitivo salto di qualità? Un esterno tuttofare, che, se necessario può ripiegare nel ruolo di terzino: corre, suda e crossa, una risorsa enorme per la squadra di mister Semplici. Mettendo gli occhi sul reparto offensivo, la Serie A ha scoperto un nuovo bomber di razza, vale a dire Krzysztof Piatek: l’attaccante polacco di proprietà del Genoa ha stupito sin dalle prime uscite mettendo a segno nove gol in sette gare, una media di 1,2 gol a partita; ottima statistica per un attaccante che fa del gol il suo pane quotidiano. Altra vecchia conoscenza del nostro campionato è Gervinho: pochi anni fa ha vestito la maglia della Roma trasferendosi poi nel gennaio 2016 in Cina. Dopo la deludente parentesi asiatica, ha deciso di sposare il nuovo progetto del Parma, diventando così un nuovo giocatore degli emiliani. Un mix di rapidità ed esplosività nella corsa le armi letali dell’attaccante ivoriano, con le quali è in grado di mettere in difficoltà un po' tutte le retroguardie avversarie. Ha già messo a segno tre gol in questo campionato e sarà attore protagonista nella rincorsa alla salvezza del Parma.

Pareva agli sgoccioli della sua carriera, sembrava aver dimostrato ormai tutto il suo valore con la maglia del Milan, ma Kevin Prince Boateng è stato in grado di smentire tutti rivelandosi uomochiave di questo Sassuolo griffato De Zerbi. Al ghanese son bastati tre gol per riaffermarsi principe: tatticamente gioca più avanzato, quasi da falso nueve, e questo garantisce più chiavi di gioco ai neroverdi, i quali possono valorizzare maggiormente il gioco sulle fasce con Berardi, Di Francesco, Lirola e Rogerio.

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UNO SGUARDO OLTRECONFINE Tommaso Nin

tommaso.nin@cjosul.it

Who needs Ronaldo? L’AVVIO DIFFICILE DEL NUOVO REAL DI LOPETEGUI, TRA UN ATTACCO CHE NON SEGNA E LA NOSTALGIA PER L’ASSO PORTOGHESE, OLTRE ALLE DIFICOLTÀ DEL BARCELLONA, STANNO GETTANDO LE PREMESSE PER LA LIGA PIÙ COMBATTUTA DEGLI ULTIMI ANNI

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UNO SGUARDO OLTRECONFINE >> SEGUE

“Who needs Ronaldo?”, “Chi ha bisogno di Ronaldo?” Questa è la frase che campeggiava su un piccolo cartellone fieramente mostrato da un fan del Real Madrid durante un’amichevole estiva. E l’inizio di stagione dei blancos, percorso da più ombre che luci, pare aggrappato nel bene e nel male a queste tre brevi parole, in cui sono racchiuse tutte le attese, le speranze e anche le paure di un popolo che dopo un decennio si è ritrovato orfano di un giocatore considerato dalle parti del Bernabeu alla pari di una divinità. E se nel precampionato le vittorie in prestigiose amichevoli hanno attutito gli effetti di un lutto di difficile elaborazione, con un ambiente e una squadra che ha provato in tutti i modi a far passare in secondo piano l’addio di Cristiano, già la Supercoppa europea di metà agosto ha fatto suonare i primi campanelli di allarme in casa Real. La netta sconfitta per 2-4 contro un ottimo Atletico di Madrid, che è riuscito a scacciare in una notte i fantasmi delle due finali di Champions perse contro i cugini, ha gettato le prime ombre su una squadra appagata dai successi, apparsa fuori forma, e seminato il germe dello scetticismo nella stampa e nei tifosi nei confronti del neo tecnico Lopetegui, reo di non aver saputo portare a casa l’ennesimo trofeo con la squadra imbattibile ereditata da Zizou – anche se senza Cristiano – e di non aver evitato una sconfitta dopo non averne collezionata nemmeno una sulla panchina della nazionale spagnola. E che sarebbe stata una stagione particolare lo si era intuito all’esordio in Liga, dinanzi al proprio pubblico. La statistica interessante non è il risultato, dal momento che il Real CJOSUL | OT TOBRE 2018

si è imposto abbastanza nettamente su un modesto Getafe, ma il dato sugli spettatori presenti, 48000, insolitamente pochi per una squadra come il Real Madrid. Si tratta del record negativo di spettatori da dieci anni a questa parte: l’ultima volta che furono così pochi il Real doveva ancora comprare Cristiano Ronaldo. Le prime tre vittorie in Liga sembravano aver allontanato gli spettri dell’ex numero 7, ora sulle spalle di Mariano Diaz, e la vittoria perentoria per 3-0 sulla Roma all’esordio in Champions suonavano come la sentenza che la musica non è cambiata e che il Real è la squadra da battere. Ma dopo la vittoria di misura sull’Espanyol inizia quella che a giudicare dagli indizi sembra una vera e propria crisi. Dalla successiva trasferta di Siviglia tre sconfitte, tutte in trasferta, e un pareggio, nel derby col Cholo Simeone; cinque gol subiti, zero fatti e un clima che comincia a divenir pesante, sui media, fra i tifosi, attorno a Florentino Perez, con il tecnico Lopetegui che finisce sul banco degli imputati. Arrivato fra mille polemiche, al termine di una trattativa condotta alle spalle della federazione nei giorni che precedettero l’esordio al mondiale della Spagna, in Russia non guiderà la sua squadra nemmeno in una partita, esonerato a poche ore di distanza dall’annuncio dell’accordo trovato con Florentino, in pieno ritiro mondiale. Ed è proprio in Russia, in Champions contro il Cska, nello stadio dell’ottavo di finale perso dal suo vice Hierro contro la Russia ai rigori, che il tecnico dei blancos ha trovato la sconfitta più bruciante, al termine di una partita surreale dove si sono evidenziati tutti i limiti di questo Real Madrid. Una eccessiva sufficienza e superficialità difensive, unite alla poca concretezza in zona gol, oltre ad una certa dose di sfortuna, sono tutti indizi che stanno ad indicare di come a Madrid sia forse finito un ciclo, e che la calma predicata dal tecnico non si sa se sarà un farmaco sufficiente. Mancano tremendamente i gol di Ronaldo, e la

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sua capacità di stare sotto i rif lettori portando sulle spalle la pressione di un leader che al momento sul prato del Bernabeu si fatica ad individuare. E Modric, Bale, Isco? Tutti giocatori che si diceva avrebbero tratto giovamento dalla dipartita di Ronaldo, guadagnando spazio sul palcoscenico dello spettacolo, ma che ad ora non stanno rendendo secondo le attese. Decisive saranno le prossima tre partite: Levante, Viktoria Plzen porteranno i blancos ad un Clasico, al Camp Nou, che, se il trend negativo non sarà ribaltato, sarà il teatro della sentenza sulla testa del malcapitato Lopetegui. La Liga più equilibrata degli ultimi anni. Nell’anno in cui Ronaldo ha preso la strada di Torino e il Real fatica più del previsto, stiamo assistendo


all’inizio di Liga più combattuto degli ultimi anni, che lascia presagire un campionato che anche nei valori delle squadre, specie in testa, appare assai equilibrato. Dimentichiamoci lo strapotere evidente di Barcellona e Real, uniche vere pretendenti al titolo, e l’Atletico alla disperata rincorsa, ma sempre un passo indietro. La classifica, alla pausa per le nazionali di ottobre, è davvero molto corta. Solo undici punti separano la prima dall’ultima, mentre le prime sei sono racchiuse in soli due punti. Forse sono ancora poche le partite per trarre reali giudizi, ma i risultati delle prime giornate hanno dato indicazioni importanti: l’Atletico ha alzato il livello del proprio gioco offensivo, mostrando mai come quest’anno di essere una squadra completa, non solo abile a difendersi e ripartire, e di avere tutte le credenziali, tecnica ed

esperienza, per puntare alla vittoria. Real Madrid e Barcellona sono in una fase di f lessione e fino ad ora sono stati troppi i passi falsi per poter pensare a dei semplici episodi. Guideranno a lungo la classifica, ma gli inciampi lungo il cammino forse saranno un po’ più numerosi di quelli, assai rari, a cui eravamo abituati. A Barcellona regna una situazione strana, in cui si alternano sconfitte come quella col Leganès a vittorie esaltanti come a Wembley contro il Tottenham. Malcolm, pagato 40 milioni e strappato alla Roma, è già un separato in casa. L’infortunio di Umtiti, le amnesie di Piquet, il malumore di Vidal sono crepe che solo il talento di Coutinho e l’alieno Messi potranno coprire: ma fino a quando? Di questa situazione di incertezza sta anche approfittando il Siviglia di Pablo Machin, ex Girona. Buone idee

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tattiche e l’esplosione di Andrè Silva hanno lanciato la squadra in testa al campionato. Più indietro, ancora in ritardo in classifica rispetto alle attese, troviamo formazioni quali il Betis e il Valencia. La squadra di Marcelino, sorpresa dell’ultima Liga, ha cambiato molto in estate ed è alla ricerca di una nuova identità per una rosa che è ricca di talento per ambire ad un posto Champions. Se un anno fa lamentavamo la poca competitività dei campionati spagnolo, inglese e tedesco, dominati da squadre troppo superiori alle altre, mentre la nostra Serie A si godeva lo scontro all’ultimo punto tra Juventus e Napoli, in questa stagione i ruoli si sono invertiti. Se cercate un campionato competitivo, divertente e non disdegnate il bel gioco, la Liga potrebbe rappresentare un passatempo su cui investire. CJOSUL | OT TOBRE 2018


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SOLO COTONE

Gianmaria Monticelli

gianmaria.monticelli@cjosul.it

L’Apu stecca la prima? Testa alla seconda!

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opo un pre-campionato di livello, con qualche sconfitta nel finale come preventivabile dalle difficoltà dei match che ponevano di fronte alla Gsa squadre di livello superiore o comunque top club di categoria, l'Apu si è rituffata nella nuova stagione di Serie A2. Dopo aver sconfitto al Memorial Pajetta, disputato il giorno 30 settembre, niente di meno che la compagine di A1 Pistoia, il crescente ottimismo dell'Apu Mania faceva presagire un inizio di campionato ben diverso da parte della compagine sin qui ben allenata da coach Demis Cavina. La squadra che di solito veniva caratterizzata da furore agonistico, propensione offensiva, voglia di combattere e rimanere sempre attaccata alla partita, di giocare assieme facendo circolare la palla per smarcare il tiratore libero, ha mancato clamorosamente la vittoria in territorio emiliano in quel di Imola, partita giocata domenica 7 ottobre, risultato finale 78-71. Insomma, la prima di campionato non ha sorriso alla truppa di coach Cavina, apparsa

appesantita e molto involuta rispetto all'apparizione di una settimana prima. La squadra si presentava al completo con anche il giovane Stefan Nikolic e il talentuoso Riccardo Cortese ai blocchi di partenza al quarantesimo. L'atmosfera sempre calda del Pala Ruggi, ben conosciuta dai neo arrivati coach Demis Cavina e dal giovanissimo play Lorenzo Penna, ha giocato nuovamente un brutto scherzo alla truppa del presidente Alessandro Pedone. Con questo sono tre infatti i tentativi falliti di espugnare il palazzetto di Imola, bestia nera per l’Apu Gsa. Oltre ai bianconeri, l’impianto ha ospitato una squadra, quella padrona di casa guidata da Di Paolantonio, profondamente rinnovata, più esperta, con stranieri di prim’ordine come Timothy Bowers e Raymond B.J. Per la truppa imolese ottimi, in particolare, sono stati l'atteggiamento difensivo e le buone prove di alcuni elementi fra cui Simioni, Rossi e Magrini, che hanno fatto il diavolo a quattro da oltre l’arco dei 6,75mt. La Gsa, dopo il vantaggio dei primi

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due quarti naufraga, non trovando la solita continuità di rendimento dei tiratori, per l’occasione in giornata no. Cortese, per lui 9 punti, non ha entusiasmato da fuori, ha provato ad attaccare il canestro, spesso non riuscendoci. Per lui arriveranno giorni migliori, anche in virtù del fatto che arrivava da un infortunio alla spalla patito due settimane prima. Gli Usa, nonostante un discreto score – 14 Powell, 13 Simpson – in questa partita sono sembrati evanescenti, così come anche il lungo Pellegrino, Pinton e Spanghero. Bene invece Chris Mortellaro, il migliore dei suoi, e i giovani Penna e Nikolic. Non ci sentiamo di poter giudicare una squadra ottimamente costruita da una prestazione no della squadra, cosa peraltro mai successa fino ad ora. Preferiamo quindi archiviare la prestazione e pensare subito alla partita di domenica prossima, il giorno 14 sempre alle 18, quando le tigri al Carnera dovranno ruggire. Le tigri dovranno ruggire trasportate dai loro splendidi supporter, sempre vicini alla squadra sin dalle prime uscite estive. CJOSUL | OT TOBRE 2018


CJOSUL

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CJOSUL

SOLO COTONE

Valentino Riva

valentino.riva@cjosul.it

Roberto Comuzzo ph 17


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In questi ultimi mesi, qual è stata la tua prima impressione della Libertas Basket School Udine e con quale spirito hai intrapreso questa nuova avventura cestistica da allenatore?

Il campionato A2 di basket femminile è iniziato e la Libertas Basket School Udine è stata protagonista di un avvio più che convincente. Dopo due giornate di campionato, la formazione udinese ha inanellato un bis di vittorie, la prima in casa contro la Velcofin Vicenza (51-43) e la seconda fuori casa contro la Fassi Albino (48-67).

“C’è da dire che io e la dirigenza della Delser Udine era già da un po’ di anni che ci cercavamo. C’è sempre stata una stima reciproca e per questo motivo sono contento di fare l’allenatore in questa piazza. Sono stato subito molto felice e carico per questa nuova avventura e le impressioni sono state ottime. Quest’estate ho lavorato con la Nazionale italiana qui a Udine e ho avuto modo di conoscere i dirigenti e parte della società. C’è stato subito un buon feeling con tutti”.

Proiettati verso la prossima gara, che si svolgerà il 13 ottobre a Marghera contro le Giants, e con uno sguardo rivolto al cammino già percorso in questo inizio di stagione, abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con il nuovo coach della Delser Francesco Iurlaro per fare il punto della situazione sulla squadra.

Cosa ti porti dietro dall'esperienza come coach della Nazionale italiana U18 femminile?

La scorsa stagione Iurlaro, dopo varie esperienze negli anni precedenti con squadre di A2 e A1 femminile, è stato assistant-coach della squadra maschile della Reyer Venezia (A1) e ha collaborato, in veste di capo allenatore, con la Nazionale femminile Under 18, che quest’estate ha disputato gli Europei proprio a Udine. Lo abbiamo incontrato prima dell’inizio di un allenamento con la prima squadra presso il palazzetto dello sport “Manlio Benedetti” di Udine.

“Con la selezione delle Under 18 è stata per me la prima volta da capo allenatore nella Nazionale. All’Europeo disponevamo di una squadra che, rispetto alle altre, era sicuramente sottodimensionata dal punto di vista fisico e avevamo l’importante assenza di Sara Madera. Nonostante queste difficoltà, l’esperienza degli Europei mi ha arricchito tantissimo e mi ha fatto capire che la preparazione delle giovani giocatrici qui in Italia, al momento comunque buona, potrebbe fare un’ulteriore passo in avanti. In questo senso, dobbiamo curare maggiormente l’aspetto mentale delle ragazze, migliorando il loro carisma e dando forza alle loro motivazioni. Le giocatrici di altre nazioni non hanno niente di meno rispetto alle italiane dal punto di vista tecnico. Squadre di ottima caratura, come la Germania – che ha vinto il campionato europeo –, hanno dalla loro una mentalità superiore che le agevola nel raggiungimento di risultati importanti. Il salto di qualità passa quindi anche dagli allenatori dei club, che devono cercare di far giocare le giovani il prima possibile nei campionati senior, che è quello che stiamo cercando di fare anche qua a Udine”. In Nazionale hai avuto modo di conoscere due delle nuove e giovanissime giocatrici della Delser. Parliamo di Elena Vella e di Giulia Ianezic. Quali sono le

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qualità che le contraddistinguono? “Elena e Giulia sono due ragazze di prospetto nazionale. Per me è un orgoglio che abbiano scelto Udine per crescere. Hanno ricevuto richieste da altre squadre, ma hanno scelto di venire con noi, sapendo di dover lavorare tantissimo e di farlo in una società ambiziosa. Secondo me, hanno già una mentalità e un carisma che le può fare arrivare lontano. Ovviamente, devono lavorare ancora molto. Tra le due, Elena Vella riesce col carattere che ha a ‘farsi sentire’ dalle compagne. Giulia Ianezic deve lavorare ancora un po’ su questo aspetto, visto che è un po’ timida. Però, in campo, la sua timidezza non la si nota perché prende importanti iniziative e lo fa senza paura. Sono dell’idea che per entrambe bisogna aspettare ancora un po’ di tempo perché emerga il loro reale potenziale. Al momento sono in fase di ‘rodaggio’, però conto che nei prossimi mesi riescano a dimostrare appieno ciò che sono in grado di fare”. Nella Delser hai anche l'importante ruolo di responsabile tecnico del settore giovanile. Abbiamo notato che sin dalle prime partite hai fatto esordire in campionato alcuni volti giovani, come Vittoria Blasigh ed Erika Bric. Con quali presupposti svolgi questo compito che ti è stato affidato? “Per cause contingenti, come gli infortuni di Eva Da Pozzo e di Elisa Pontoni, si è optato di far esordire giocatrici che non erano ancora del tutto pronte. In queste condizioni di necessità Vittoria ed Erika hanno colto alla grande questa possibilità di scendere in campo. Io sono un allenatore che non ha paura a far giocare le giovani e penso che io sia stato ingaggiato qua alla Delser anche per questo motivo. L’ho fatto a Marghera, ma anche in altre piazze. Non conta tanto l’età, ma ciò che le ragazze possono dare in campo. Nelle nazioni slave a vent’anni, non dico che i giocatori siano già considerati ‘vecchi’, ma sicuramente sono già ‘grandi’. Invece, in Italia, quando parliamo di un giocatore di 25 anni ancora lo riteniamo un ‘giovane’, anche se, secondo me, non è proprio così”. Qual è la strategia che adottate nella preparazione delle squadre giovanili?


“Lavoriamo sicuramente molto sui fondamentali. In Italia, negli ultimi anni, tutti gli allenatori stanno cercando di fare qualcosa in più per migliorare questo aspetto che in passato è stato un po’ trascurato. Ci focalizziamo, quindi, sul miglioramento individuale. Poi, personalmente, insisto molto sulla mentalità delle giocatrici. Magari alle volte sono un po’ troppo rompiscatole e duro però, alla fine, fa la differenza. Molte ragazze che ho allenato, a distanza di anni, non dico che mi ringrazino, ma capiscono l’importanza di questo mio approccio”. In queste partite abbiamo visto un coach Iurlaro che dalla panchina stimolava e dava indicazioni alle ragazze con una grandissima grinta. Come descriveresti il tuo essere allenatore? “Io sono un tipo molto ‘sanguigno’ e questa lo si nota parecchio. Dico sempre alle mie giocatrici di non accontentarsi. Quando vedo durante una partita dei cali di concentrazione mi arrabbio molto. Nel basket maschile la durezza è scontata. In quello femminile questa componente non c’è sempre e per questo dà molti vantaggi a chi la usa. Riguardo a ciò, possiamo

pensare allo scudetto di A1 femminile vinto da Lucca qualche anno fa (stagione 2016-17, ndr), che, dalla sua, aveva una grande forza mentale e poco altro”. Come valuti le prime prestazioni della Delser in campionato? Cosa ti è piaciuto e cosa invece c'è ancora da migliorare? “Avendo tante giovani in campo, non è facile che ci sia un gioco bello e ordinato. Non mi aspetto, nel breve termine, questo tipo di progresso. Di sicuro dobbiamo migliorare moltissimo nelle palle perse e nella nostra poca attitudine ad andare a rimbalzo. Quest’ultima è esclusivamente una questione di voglia. Su questi aspetti ci stiamo lavorando, ma quello che invece secondo me non manca è lo spirito di squadra. Il nostro capitano Debora Vicenzotti è una chioccia per le ragazze più giovani e questo lo si nota soprattutto nei momenti di difficoltà”. Ritornando ai nuovi arrivi, Ana Ljubenovic ha dimostrato di essere una giocatrice con buoni punti nelle mani. Come consideri il suo operato e la sua applicazione fino ad ora? “È una giocatrice esperta e molto abile che ho affrontato per tanti anni da avversario. Per questa stagione volevo

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una giocatrice che conoscesse bene il campionato di A2 e che fungesse da guida per le ragazze più giovani. Ciò che sta facendo è in linea con le aspettative mie e della società, ma sono sicuro che può dare ancora qualcosa in più”. Passando al capitolo infortuni, come sono le condizioni di Eva da Pozzo e di Elisa Pontoni? “Purtroppo non buone. Elisa deve operarsi al crociato e per Eva dobbiamo ancora ricevere il responso definitivo (arrivato nelle ore successive a questa intervista. Trattasi, purtroppo, di rottura del crociato anche per lei, ndr). Su questo punto di vista, siamo stati parecchio sfortunati. Mi dispiace molto anche per le ragazze, perché si vedeva che quest’anno volevano fare bene”. L'intervista è finita... Ora puoi fare un saluto ai tifosi e ai lettori di Cjosul! “Saluto tutti i tifosi e lettori. Spero che vengano a vedere le partite della Libertas Basket School Udine, perché le ragazze sono giovani e in campo hanno voglia di migliorarsi partita dopo partita. Il mio auspicio è quello che non si vada a vedere solo il basket maschile ma anche quello femminile”. CJOSUL | OT TOBRE 2018


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SPORT FVG

di Simone Narduzzi

simone.narduzzi@cjosul.it

Dalle cime teutoniche dirette allo Zugspitze passando attraverso i ghiacciai della Groenlandia: indenne è giunta alla vetta la spedizione azzurra, l’Italia è campione del mondo, l’Italia ha riscritto la storia. Germania e poi Svezia gli avversari lungo la strada, un sentiero irto d’insidie percorso con tenacia. A testa alta. Altissima, rivolta a quel cielo blu cobalto che sopra Lignano ha agito da tetto a un evento #asneverbefore. Questo l’ashtag legato a una competizione organizzata con dovizia di particolari, avente per protagonisti gli otto top team nel panorama del powerchair hockey internazionale. Tra questi l’Italia, dopo ben cinque giorni di gare consecutive, è emersa vincitrice battendo la concorrenza. Dal match d’esordio il 26 settembre contro la Svizzera, al capitolo conclusivo di fronte alla Danimarca. In mezzo le gare di girone e una ruvida semifinale conclusa ai penalty con la Germania, il tutto immerso in un clima di leale sportività. L’agonismo, le fatiche, ogni cosa risolta al meglio grazie allo spirito di ciascuna squadra volto alla riuscita generale della manifestazione. Gli incastri logistici, i cavilli burocratici, la fermentazione del supporto tramite sponsorship: alla task force coinvolta nella gestione di questi aspetti va in particolare il plauso del Segretario Federale FIWH – Federazione italiana wheelchair hockey – nonché presidente del Comitato tecnico esecutivo del wheelchair hockey mondiale Fabio Rodo. “Non posso che fare i complimenti più sentiti al Comitato organizzatore e a tutti i volontari. La macchina organizzativa messa in campo è stata impressionante, l'impegno profuso incredibile, ci

ritroviamo alla conclusione di un Mondiale che ha ulteriormente alzato l'asticella per il nostro movimento”. Ciliegina sulla torta la vittoria italiana, un successo senza precedenti del gruppo guidato dal commissario tecnico Saul Vadalà e dal vice allenatore Alessandro Marinelli. Fra i protagonisti del team azzurro, regista autore dell’assist per il gol del momentaneo vantaggio nella finale contro la Danimarca, il bomber friulano Claudio Comino. Punta di diamante del suo club di appartenenza, gli Alma Madracs Udine, Comino ha preso parte anche ai penalty dove gran protagonista è stato l’estremo difensore azzurro Marco Ferrazza, abile nell’estrarre dal cilindro le due parate che hanno fissato il punteggio sul 3-2 in favore dell’Italia. Il gioco espresso dagli Azzurri in questa finale – così come nel match precedente – ha messo in luce una propensione alla giro palla ragionato, una circolazione della sfera tutt’altro che sterile pronta a stanare l’avversario infilandosi poi nei pertugi lasciati incustoditi dalla difesa avversaria.

finali del torneo internazionale. Per gli assenti, inoltre, un servizio streaming si è reso disponibile dando a chiunque la possibilità di seguire i match senza perdersi nemmeno un gol. “Il segnale importante – ha commentato a tal proposito Rodo – è la voglia che c'è di seguire il nostro sport, che appassiona e coinvolge”. Coinvolge sì, coinvolge un po’ tutti. Dall’Italia alla Danimarca, dal Canada fino all’Australia. Tre sono stati i continenti rappresentati alla Coppa del Mondo di Lignano, sonora testimonianza questa dell’interesse che l’hockey su carrozzina elettrica sta suscitando anche al di fuori del territorio europeo da cui lo sport trae le sue origini. Il movimento cresce e l’Italia ne è fiera portavoce.

Quello di Lignano è stato un evento altamente social, con le diverse piattaforme coinvolte gestite con maestria dalla responsabile comunicazione e marketing Benedetta De Cecco. La maggiore divulgazione ha così influito positivamente sull’affluenza da parte del pubblico di casa, accorso in gran numero per assistere agli atti

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Il cielo si colora di rosso e argento sopra Basiliano

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EVERY BADASS SUNDAY Marzio Paggiaro

marzio.paggiaro@cjosul.it

Nell’enciclopedia Treccani, alla definizione di “sport” troviamo: “Attività intesa a sviluppare le capacità fisiche e insieme psichiche, e il complesso degli esercizi e delle manifestazioni, soprattutto agonistiche, in cui tale attività si realizza”. Ma, probabilmente, non esiste una vera e propria definizione per chi lo pratica, per chi tifa: per loro lo sport può diventare vita, un’immensa gioia, un’amara sofferenza, può generare così tante emozioni che una definizione “scolastica” diventa sbagliata. Lo sport ha quella magia di trasformare certe circostanze in una favola da “c’era una volta” con quel retrogusto di leggendarietà. Questo potrebbe in parte sintetizzare quello che è avvenuto alle finali di campionato di flag football di Prima Divisione giocate a Basiliano il 5 e 6 ottobre 2018. Le prime finali di Prima Divisione con i Leoni padroni di casa. Nelle ultime due giornate di campionato giocate a Cervia e a Ferrara i Leoni Basiliano e i Refoli Trieste hanno continuato a tenere gli stessi ritmi delle puntate precedenti qualificandosi entrambe – se per i Leoni era praticamente certa, per Trieste la qualificazione è arrivata proprio contro i friulani nell’ultima giornata di regular season – per le finali di campionato. Venerdi 5 ottobre si inizia con la creazione di due gironi da tre squadre l’uno. Da una parte Refoli Trieste, Ducks Lazio e Leoni Basiliano, mentre dall’altra Arona 65ers, Raiders Roma e Black Sharks. Questo il tabellino delle gare andate in scena quel giorno:

ORARIO 14:15 15:30 16:45 18:00 19:15 20:30

TEAM CASA Refoli Trieste Black Sharks Ducks Lazio Raiders Roma Leoni Basiliano 65ers Arona

VS vs vs vs vs vs vs

TEAM OSPITE Leoni Basiliano Raiders Roma Refoli Trieste 65ers Arona Ducks Lazio Black Sharks

RISULTATO 32:19 30:26 39:31 32:34 31:20 33:13

Sostanzialmente regna l’equilibrio nel girone delle nostre compagini regionali: tutte e tre le squadre perdono una partita vincendone una, mentre nell’ altro girone Arona va al comando con due vittorie, secondi i Black Sharks, chiudono i Raiders con zero vittorie. È sabato 6 ottobre però che si chiudono i giochi e si danno i verdetti sia per chi si aggiudicherà la vittoria sia per chi dovrà lasciare la prima divisione con i playout. Per questi ultimi ad affrontarsi sono Warrior Bologna, Cus Ancona, Tiger Ortona e Xman Coreggio. Il responso recita Tiger Ortona e Xman Ortona

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EVERY BADASS SUNDAY >> SEGUE salvi, mentre i Warriors Bologna, che perdono malamente contro tutte le altre avversarie, e i Cus Ancona, protagonisti di una netta ma inutile vittoria contro i bolognesi, salutano la prima divisione per scendere di categoria.

ORARIO

TEAM CASA

VS

TEAM OSPITE

09:00

Red Tigers Ortona

vs

Warriors Bologna

33:6

10:00

X Men Correggio

vs

Red Tigers Ortona

34:36

11:20

Cus Ancona

vs

Warriors Bologna

41:0

12:40

Cus Ancona

vs

Red Tigers Ortona

7:26

14:00

X Men Correggio

vs

Warriors Bologna

39:0

15:20

X Men Correggio

vs

Cus Ancona

46:26

Ducks Lazio. Questione di episodi, insomma, gli stessi che, nell’incontro fra le due compagini rivali per un posto in finale, regalano ai Refoli la chance di continuare fino in fondo a giocarsi il trofeo. Complici di questo successo il cinismo dimostrato dai giuliani e un drive in attacco non finalizzato di troppo da parte dei laziali. Una squadra che si è qualificata per il rotto della cuffia ai playoff, si conquista con merito la finale.

RISULTATO

L’altra partita di cartello è Arona 65ers contro Leoni Basiliano, stessa semifinale dello scorso campionato, all’epoca vinta da Arona. Quest’anno lo score fra le due squadre parla di un pareggio e una vittoria per Arona, aspetto questo che avrebbe dovuto facilitare il compito dei piemontesi, favoriti per questo incontro. Avrebbe, perché qui la favola va avanti. I Leoni infatti si aggiudicano la partita. Una partita difficile, ostica perché, nonostante il vantaggio friulano all’intervallo, i 65ers non hanno mai mollato, avvicinandosi in maniera pericolosa al sorpasso nella seconda parte del match.

Per la parte alta della classifica invece si comincia con i quarti di finale, con l’esclusione di Arona e Trieste che, essendo arrivate prime nei rispettivi gironi, approdano direttamente in semifinale. Due i posti liberi per il passaggio del turno, a giocarselo Raiders Roma contro Leoni Basiliano e Black Sharks contro Ducks Lazio. Fra i padroni di casa e i Raiders la partita finirà 21 a 12 per i friulani: una ottima difesa da parte dei Leoni permette di fermare più volte l’attacco dei romani, con l’offensiva friulana sempre in grado – al netto di qualche errore – di imporsi amministrando il vantaggio.

E così i Leoni si ritrovano in finale, sul loro campo, avversari i Refoli. In gioco molto più dei punti sul tabellone: come ogni derby che si rispetti sul piatto c’è una rivalità fra due popoli, in questo caso friulano e triestino, con goliardici sfottò scambiati tra le fazioni. Ma questo non è un classico derby, è la dimostrazione che due distinti progetti sportivi sul nostro territorio, con impegno e dedizione, sono riusciti ad imporsi su tutti. Il fatto che nella prima finale della “Serie A” del flag footbal giocata in Friuli Venezia Giulia ci siano proprio le due squadre di quella regione è già di per sé un clamoroso trionfo. Un derby sul tetto d’Italia… non potevamo chiedere di meglio!

Partita molto tirata invece per i Ducks Lazio e i Black Sharks, un match che ha scaldato gli animi dei giocatori in diversi momenti della gara. A dividerli sono stati soltanto cinque punti, tanti son bastati per far aggiudicare la semifinale contro i Refoli Trieste ai

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ORARIO

TEAM CASA

VS

TEAM OSPITE

RISULTATO

11:20

Black Sharks

vs

Ducks Lazio

41:46

11:20

Raiders Roma

vs

Leoni Basiliano

12:21

14:00

65ers Arona

vs

Leoni Basiliano

27:31

14:00

Refoli Trieste

vs

Ducks Lazio

37:31

pareggio, fermato da un intercetto da parte di un difensore dei Leoni, Scarpolini. Palla nuovamente all’attacco friulano, con un fallo da parte della difesa che porta i friulani nella metà campo avversaria. Qui ci pensa Claudio Corrado a chiudere la partita sul 26 a 13 con una funambolica corsa solitaria fino alla end zone. Tutta la panchina e i tifosi dei Leoni entrano in campo, sindaco di Basiliano compreso. Mancano 30 secondi, interminabili per i padroni di casa, ma al triplice fischio i Leoni sono campioni d’Italia. Ciliegina sulla torta il premio di miglior giocatore d’attacco e di difesa, assegnati a due giocatori della formazione di Basiliano: l’mvp offence va a Mattia “Lo Zio” Mondin, e l’mvp defence ad Antonio Muzzolini. Grande soddisfazione per questi ragazzi e per il loro presidente Gianpiero Meozzi per un risultato a lungo inseguito e finalmente raggiunto. Grandi complimenti anche ai Refoli, che dopo una partenza un po’ in affanno sono cresciuti a livello di gioco e di squadra in modo importante aggiudicandosi il secondo posto iridato.

Alle 18 il fischio di inizio apre le danze per le due squadre. La partita è serrata, rimane inchiodata sullo 0 a 0 fino al 14’ del primo tempo, quando i Leoni, grazie a un pass da parte del quarterback Corrado che pesca in end zone il ricevitore Tavano, trovano i primi sei punti della gara. I Refoli non mollano e dopo tre minuti riescono ad agguantare il pareggio con la meta di Fronda, il quale segna anche la trasformazione da un punto portando avanti la formazione triestina. Negli ultimi due minuti del primo tempo i Leoni riescono ad andare in vantaggio con il touchdown di Fronea e il punto aggiuntivo di Brighenti per il parziale di 13 a 7.

La classifica finale delle prime quattro posizioni si completa quindi con il quarto posto degli Arona 65ers e il terzo dei Ducks Lazio.

Secondo tempo con i friulani in attacco. I padroni di casa alla prima occasione utile tornano a far muovere il tabellone con un gran numero di Corrado che riesce a mettere la palla nell’angolino anteriore dell’end zone: Brighenti non se la lascia sfuggire, Tavano trasforma l’extra point per il 20 a 7 Leoni. Palla ai Refoli, che in risposta si portano vicini alla linea di meta dove con una grande ricezione di Bisacco riducono parzialmente il divario: 20 a 13. Qui i Refoli si rifanno pericolosamente sotto sfiorando il

Si conclude così questa storia, che forse ha origini un po’ più lontane di questa esaltante stagione, che trova radici in una società, in un gruppo che han saputo emergere grazie alle loro forze, riuscendo a conquistare il titolo a casa propria, davanti al loro pubblico e ai loro cari, contro le aspettative di inizio stagione. A volte lo sport va oltre il semplice sport.

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foto: https://ips.plug.it/cips/sport.virgilio.it/cms/2018/10/hamilton-vettel_1124536supereva.jpg

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VINCEREMO L’ANNO PROSSIMO? LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, I MOTORI Mattia Meroi

mattia.meroi@cjosul.it

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“Vinceremo l’anno prossimo”.

Lo ripeteva spesso al termine delle stagioni avare di soddisfazioni Luca Cordero di Montezemolo quando vestiva la carica di presidente Ferrari. L’ormai classica frase ha già cominciato a diffondersi tra i tifosi del cavallino rampante fin dal termine del Gran Premio del Giappone, perché le restanti gare in termini di graduatoria hanno poco significato. Nella classifica dei costruttori la Ferrari ha un ritardo di 78 punti dalla Mercedes (538 a 460) e in quella dei piloti Hamilton ha preso il largo con 67 lunghezze di vantaggio su Vettel (331 a 264). Ormai è una consuetudine rimandare all’anno successivo le ambizioni di successo della Rossa in un’epoca dominata dal marchio Mercedes. Con l’ormai prossimo trionfo di Hamilton, la Freccia d’argento conquisterebbe il quinto titolo consecutivo eguagliando la Ferrari dell’era di Michael Schumacher. Il pilota inglese si aggiudicherebbe il quinto titolo mondiale contro i quattro di Vettel. Lotta punto a punto. Dopo quattro anni, la sensazione di poter porre fine al dominio avversario c’era. Le prime due corse della stagione erano terminate con la Ferrari di Vettel prima sotto la bandiera a scacchi. Una partenza sprint che aveva portato fiducia nell’ambiente. La Mercedes ha reagito ed è riuscita nei momenti più complicati a portare a casa il massimo per poi sviluppare la monoposto. Sembra evidente che i miglioramenti della scuderia tedesca siano stati di gran lunga più efficaci di quelli di Maranello. Toto Wolff e tutto il team sono riusciti a sopperire ai problemi relativi all’usura delle gomme accusati all’inizio dell’anno. Ferrari e Mercedes si sono sfidate sul filo

di pochi decimi di secondo in tutte le piste rendendo la stagione appassionante. La vettura italiana è stata competitiva e ha trionfato in Canada e in Inghilterra. Un errore da matita rossa per Sebastian Vettel è stato quello commesso in Germania, dove in testa al gruppo a pochi giri dal termine è andato dritto contro il muretto. Qui la stagione ha preso una piega favorevole a Hamilton, che ha vinto ed è tornato avanti nel Mondiale piloti. Vettel è riuscito a riportare il Cavallino sul gradino più alto del podio a Spa con un sorpasso sul diretto rivale che faceva ben sperare per il weekend successivo a Monza, dove ci sarebbe stato anche il dodicesimo uomo a spingerlo dagli spalti. Ma è stato proprio nel Gran premio di casa che la Ferrari, con un errore di strategia, ha visto allontanarsi le speranze di titolo. Prime sulla griglia di partenza, le due Rosse sono partite bene. Tuttavia, Vettel si è innervosito per non essere riuscito a sopravanzare Raikkonen e ha subito l’attacco di Hamilton finendo in testacoda e costretto a una rimonta che gli ha permesso di chiudere quarto con il rivale vincitore della corsa. Maggiordomo. Proprio al termine della gara di casa per la Ferrari, si è sollevato un polverone su Valtteri Bottas, compagno di squadra Mercedes di Lewis Hamilton. Il pilota finlandese ha aiutato il suo compagno di squadra a vincere la corsa rallentando la Ferrari di Raikkonen. Lecito dal punto di vista regolamentare, ma poco bello da vedere. Il team principal della Ferrari Maurizio Arrivabene ha lanciato una frecciata ai suoi avversari. “Noi assumiamo piloti, non maggiordomi”. La reazione del popolo di casa non si è fatta attendere. Una parte dei tifosi ferraristi ha fischiato Hamilton e gridato “buffone” a Bottas sotto il podio. Un gesto non certo elegante nei confronti di due professionisti che gareggiano a 300 km/h. Una mancanza di riconoscenza verso la grandezza del pilota Hamilton che, numeri alla mano, può insidiare Schumacher nella classifica delle gare e dei Mondiali vinti. Un pilota che sta segnando un’epoca, che fa la differenza e che, nell’ultima stagione, di errori ne ha fatti zero. In passato la Ferrari ha fatto spesso uso degli ordini di scuderia, in particolar modo tra Barrichello e Schumacher. A Monza invece Kimi è stato aggressivo con il compagno di squadra

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tirandogli la staccata alla prima curva. Prime e seconde guide ci sono sempre state, le gerarchie fanno parte del gioco, i gregari sono fondamentali per vincere. Soprattutto quando regna l’equilibrio. La Mercedes ha un maggiordomo e vince i Mondiali, la Ferrari non lo ha e arriva seconda. Che sia il caso di cambiare modo di ragionare? Crollo. Ma la sensazione è che, ordini di scuderia o meno, la Mercedes sarebbe davanti in ogni caso. Da Monza in poi la Ferrari ha avuto un crollo nelle prestazioni della macchina. La speranza di regalare al compianto Sergio Marchionne il titolo è svanita con il passare delle settimane. Compito arduo quello di “togliere il sorriso dalle facce della Mercedes”, per usare le parole dell’ex presidente. Singapore doveva essere la gara del riscatto, ma ancora una volta Hamilton ha trovato il giro perfetto in qualifica e ha vinto una gara in carrozza. In una pista sulla carta favorevole alla monoposto di Maranello, la prova di forza del pilota inglese è stata forse il segnale definitivo che non ci sarebbe stato nulla da fare. Il muso lungo di Vettel e il nervosismo di Raikkonen davanti ai microfoni erano lo specchio della situazione in casa Ferrari. A Sochi Hamilton ha vinto con Bottas sorpreso nuovamente a lasciargli strada a poche tornate dal termine finendo così sommerso ancora una volta dal mare di polemiche relativo agli ordini di scuderia. Leclerc. Il nome da cui ripartire. La prossima stagione vedrà una sostituzione al volante della Ferrari. Finisce l’avventura di Kimi Raikkonen, l’ultimo ad aver ottenuto il titolo di campione del mondo al volante di una Rossa. Largo al giovane monegasco Charles Leclerc. Pare che il presidente Marchionne volesse già da tempo effettuare questa sostituzione, perplesso dalle prestazioni del pilota finlandese nella prima fase di stagione. Leclerc ha fatto parte della Ferrari Driver Academy per due anni e ha vinto un campionato di Formula 2. Quest’anno in forza all’Alfa Romeo Sauber ha mostrato di saperci fare. Il talento non manca, ma nemmeno gli interrogativi. Giusto lanciare un ragazzo così giovane su una vettura tanto competitiva? Alla pista l’ardua sentenza. Con il rinnovarsi delle speranze e delle domande sul futuro. Vinceremo l’anno prossimo? CJOSUL | OT TOBRE 2018


QUATTRO PASSI SUL GREEN Francesco Paissan

francesco.paissan@cjosul.it

L’EROE È ITALIANO, LA RYDER CUP È EUROPEA! CJOSUL | OT TOBRE 2018

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CJOSUL

oltre la sola Inghilterra – e gli Stati Uniti. Parliamo di un evento che conta quasi un milione di spettatori in tutto il mondo, ma la sua vera importanza supera gli aspetti dell’audience. È il prestigio che questo torneo possiede a renderlo così speciale. L’occasione di poter giocare e vincere per la propria nazione, nel caso degli Usa, o per il proprio continente, nel caso dell’Europa, che si presenta unita una volta tanto, è una di quelle che ogni giocatore insegue, al pari del successo personale.

La storia della Ryder Cup 2018 si conclude realmente con la pallina di Phil Mickelson, il veterano della squadra americana, che infrange lo specchio d’acqua del laghetto alla buca 16. Il colpo di penalità inferto all’americano lo costringe a stringere la mano, dunque a concedere il match, a Francesco Molinari che, con la vittoria in questo incontro, riscrive la storia della Ryder Cup. Il golfista di Torino, che già qualche settimana prima era diventato il primo golfista italiano a vincere un Major, ovvero uno dei quattro tornei più importanti del circuito internazionale, con la vittoria su Mickelson, diventa il primo giocatore a vincere tutte le partite in una singola Ryder. L’impresa va vista nella sua intera portata, all’interno di una competizione, la Ryder Cup, che si svolge ogni due anni dal 1927 e che vede opporsi una selezione europea – dal 1979, anno in cui si decise di ampliare la selezione

Quest’anno il torneo si è disputato in terra europea, presso Le Golf National, percorso situato vicino a Parigi. I dodici giocatori europei scelti dal capitano danese Thomas Bjørn erano in missione per cercare di strappare la coppa dalle mani dei dodici americani scelti dall’altro capitano, Jim Furyk. La Ryder Cup si articola in tre giornate dove, nel venerdì e sabato si giocano quattro match chiamati Fourball – in cui due giocatori per squadra giocano la propria partita e, ad ogni buca, si considera il miglior punteggio per ogni squadra – e altri quattro match chiamati Foursome, in cui due giocatori per squadra si alternano, sempre considerando il punteggio nelle singole buche. Nella giornata conclusiva di domenica si giocano dodici partite singole, ovvero “uno contro uno”. Ogni partita conta un punto, il che vuol dire che in palio ci sono otto punti nel venerdì, otto nel sabato e dodici nella domenica, per un totale di ventotto. L’Europa per vincere aveva bisogno di 14½ – il mezzo punto si considera nel caso in cui un match venga pareggiato – mentre agli Stati Uniti sarebbero bastati 14 punti, in quanto la squadra campione in carica può anche pareggiare per ottenere il successo. Eppure il venerdì non era iniziato sotto i migliori auspici, con gli Stati Uniti già avanti nel punteggio per 3-1 dopo i primi quattro Fourball. L’unico punto dell’Europa è arrivato proprio con Francesco Molinari, associato all’inglese Tommy Fleetwood. I due giocatori, legati anche da un rapporto di grande amicizia, giocheranno insieme tutte le partite del venerdì e del sabato, con risultati trionfali. Restando sul venerdì, in particolare sui quattro match Foursome giocati il pomeriggio, ecco che arriva il miracolo europeo. Quattro punti su quattro

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diventano appannaggio della squadra capitanata da Bjørn, una prestazione che per gli europei non si vedeva dal 1989, quando arrivarono quattro punti in una sessione di Fourball. Gli americani sono tramortiti dopo una tale débâcle e lo si vede anche nel sabato mattina, nei secondi quattro Fourball dai quali l’Europa esce con altri tre punti e un parziale di 8-4. Le sfide del sabato pomeriggio non cambiano il divario tra le due squadre e si va sul 10-6 alla vigilia delle dodici partite della domenica. La premiata ditta MolinariFleetwood ha fin qui contribuito al bottino con quattro punti, ma più di questo è il boato che la folla regala a ogni colpo dei due giocatori che impressiona. L’italiano e l’inglese sono già degli eroi nei cuori degli appassionati che guardano a questo sport e a questa gara. È ancora troppo presto però per festeggiare, con quattro punti e mezzo ancora da conquistare e una domenica che, storicamente, ci ha abituati a rimonte clamorose e spettacolari. E infatti, puntualmente, gli americani partono a mille, conquistando tre punti e mezzo nelle prime cinque sfide, costringendo anche l’eroico Fleetwood a cedere per la prima volta nel torneo. Non può che essere questo dunque il momento per l’uomo chiamato “Mr. Ryder Cup”, autentico trascinatore europeo in diverse passate edizioni e in questa, l’inglese Ian Poulter, che schianta nientemeno che il giocatore numero uno al mondo, l’americano Dustin Johnson, e rilancia l’Europa nella sua corsa, una corsa che trova la sua conclusione quando Phil Mickelson commette l’errore che compromette in maniera definitiva il match contro Molinari. Il punto di Francesco è il punto del 14½, il punto della vittoria. Il ragazzo di Torino, dopo aver stretto la mano al suo avversario, non ha occhi che per la marea di gente che sta assistendo al suo match. Chicco Molinari viene trascinato dai tifosi in un abbraccio meraviglioso e il clima sembra più quello di uno stadio che di un campo da golf, ma la Ryder Cup è anche questo. Quando capitan Bjørn alza la coppa, l’Europa può infine festeggiare la dodicesima Ryder della sua storia, la dodicesima da quando la squadra è rappresentata da giocatori dell’intero continente. Ed è bello immaginarsi europei una volta tanto. CJOSUL | OT TOBRE 2018


CJOSUL >> SEGUE

QUATTRO PASSI SUL GREEN Francesco Paissan

francesco.paissan@cjosul.it

Footgolf, LA NUOVA PASSIONE DEI CALCIATORI CJOSUL | OT TOBRE 2018

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QUATTRO PASSI SUL GREEN

Il golf con i palloni da calcio? Dal 2012 questa suggestione è diventata una realtà, con propri campi, proprie regole e nondimeno il proprio abbigliamento che strizza l’occhio a quello dei “colleghi” golfisti. Non è raro ormai vedere giocatori che invece della sacca con le mazze si portano dietro un pallone da calcio. Il Footgolf ha avuto un successo inaspettato, in Italia e in Friuli, e proprio Udine può già vantare una sua squadra. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere col presidente dell’Udine Footgolf, Stefano Frantz, innamoratosi di questo sport nella primavera del 2014: Partiamo dall’inizio, dove nasce questa disciplina e come si sviluppa in Italia e, più in particolare, in Friuli? “Ancora è sconosciuto chi sia stato il vero fondatore del Footgolf, nonostante ci siano varie ipotesi. Quella più accreditata riguarda Roy Makaay, giocatore della nazionale olandese diventato poi giocatore di golf, che giocando con Van Basten ha ipotizzato questa miscela tra golf e calcio. Il pieno sviluppo si ha avuto nel 2012, quando a livello internazionale sono state codificate le regole. Nello stesso anno il Footgolf è anche comparso in Italia grazie a Leonardo Decaria, l’attuale presidente della associazione italiana Footgolf, che aveva sperimentato la disciplina in Ungheria. Per quanto riguarda il Friuli il primo evento è stato organizzato al Golf Club Udine, che ha sede a Fagagna, nella primavera del 2014, sotto la regia di Footgolf Treviso, che è la squadra capostipite della disciplina nel nordest. L’evento è piaciuto talmente tanto, essendo presenti molti calciatori ed ex-calciatori, che nel giro di un mese è nata la squadra di Udine Footgolf. I nostri numeri sono certamente inferiori rispetto a quelli

per esempio del Veneto, anche perché in Friuli per certe cose arriviamo sempre un po' dopo. Al momento, tra giocatori abituali e occasionali, contiamo un centinaio di persone, prevalentemente provenienti dalla provincia di Udine. Disponiamo di due campi per praticare la nostra disciplina, infatti oltre a quello di Fagagna, che abbiamo già citato, ce n’è un altro al Castello di Spessa che però è aperto solo in occasione delle gare ufficiali”. Proprio sul campo di Fagagna state per inaugurare un nuovo percorso, come anticipa la vostra pagina Facebook “Udine Footgolf”. “Esatto, il nuovo percorso, sul quale stiamo lavorando proprio in questi giorni, sarà pronto per gli inizi di novembre, quando si terrà una prima gara ufficiale. In questo modo il campo di Fagagna sarà uno dei pochi campi a livello europeo, non solo nazionale, ad avere due percorsi completi da 18 buche l’uno. Questo è stato possibile grazie anche alla proprietà che ha creduto fin da subito in questo sport, tanto è vero che ci permetteranno di avere due campi assolutamente bellissimi e diversi l’uno dall’altro, sia per difficoltà tecnica, sia per paesaggio”. Come è stato invece il tuo avvicinamento a questa disciplina? “Proprio in occasione dell’evento del 2014 ho avuto la possibilità di avere il primo incontro con il Footgolf, perciò sono circa quattro anni e mezzo che ci gioco. Non con grandi risultati perché nella mia carriera personale sono stato un pessimo golfista e un pessimo calciatore, e mettendo insieme le due cose sono abbastanza scarso anche nel Footgolf, però prendo tutto questo con filosofia perché il bello alla fine è il poter stare con gli amici e giocare con un pallone in un contesto splendido come quello del Golf Club”. Dell’Udine Footgolf poi sei anche presidente… “Sono stato presidente fin dalla fondazione della squadra, anche se devo dire che posso contare su uno zoccolo duro di cinque/sei soci che mi

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danno una mano, fanno le mie veci quando non ci sono oppure aiutano in caso di grandi eventi nella logistica e nell’organizzazione. Per questo motivo la mia è una presidenza ‘facile’ perché posso contare su delle persone che mi aiutano in tutto e per tutto”. Passando più sul lato tecnico del gioco, qual è la difficoltà maggiore che incontra chi ha giocato per tutta la vita a calcio e si ritrova a doversi confrontare con gli aspetti del gioco del golf? “Certamente chi gioca a calcio parte avvantaggiato in quelli che sono i primi tiri, quando devi guadagnare più distanza possibile, ovviamente perché chi gioca a calcio ha la postura, ha il modo di calciare che aiuta in questo caso. Il difficile arriva quando poi sei negli ultimi 15/20 metri, nel cosiddetto ‘attacco alla bandierina’, quando devi considerare le pendenze e misurare la potenza del tiro. Bisogna dunque immaginare la traiettoria da dare alla palla e poi essere bravo a comandare il tiro. È capitato spesso che un neofita, con la palla a due metri dalla buca, abituato sul campo grande, abbia toccato la palla talmente forte che poi questa ha superato la buca di altri dieci metri”. Quali sono infine i vostri sforzi per l’ampliamento della visibilità del Footgolf in Friuli? “Questo è un tempo di social media, quindi tantissimo di quello che facciamo viene pubblicato nella nostra pagina Facebook ‘Udine Footgolf’, il nostro principale canale di visibilità al momento. Abbiamo avuto qualche articolo pubblicato in cartaceo nel tempo però secondo me i mezzi social al momento sono più immediati, più efficaci, se non altro per la possibilità di avere un botta e risposta quasi in tempo reale. Per noi funziona tanto anche il passaparola, perché un ragazzo che arriva dal calcio – o anche una ragazza, perché stiamo cominciando ad avere un gruppo di ragazze brave oltretutto – che si è trovato bene e ne parla ad amici e amiche fa diventare il passaparola un vincolo vincente per far conoscere a più persone possibile quelle che sono le nostre attività”. CJOSUL | OT TOBRE 2018


MAGIC IN THE AIR

Il punto della situazione sulla Nazionale Italiana Quidditch

foto di Sara Panico

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CJOSUL

MAGIC IN THE AIR Tommaso Montanari

tommaso.montanari@cjosul.it

I COACH MARCO ANGLANO E CHIARA DE MEDIO RACCONTANO A CJOSUL COME LA NAZIONALE ITALIANA QUIDDITCH AFFRONTERÀ LA NUOVA STAGIONE.

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CJOSUL | OT TOBRE 2018


MAGIC IN THE AIR >> SEGUE

N

uova stagione, nuovo inizio: nel post-World Cup, l’organizzazione interna dei responsabili della Nazionale Italiana Quidditch (NIQ) è stata profondamente modificata e sono stati rivisti gli obiettivi e il progetto azzurro per la stagione. La stagione 2018/19 di quidditch si è aperta con eventi tinti di azzurro: i mesi di settembre e ottobre sono stati infatti dedicati all’organizzazione di appuntamenti altamente formativi per gli atleti che aspirano a cavalcare la scopa nella NIQ. I lavori della Nazionale sono iniziati con i due Camp NIQ, organizzati a Roma e a Milano, nei quali tutti gli atleti sono stati invitati ad una sessione intensiva di allenamento, partendo dai rudimenti di ogni ruolo in campo fino alle più avanzate dinamiche di gioco. Perugia ha invece ospitato il primo Tryout della stagione, un appuntamento chiave per gli atleti, in quanto è la sede vera e propria della selezione della rosa di giocatori che vestiranno l’azzurro nei prossimi campionati europei. Per capire meglio quali sono le novità dell’anno sulla Nazionale abbiamo ceduto la parola a Marco Anglano, head coach NIQ, e Chiara De Medio, assistant coach e athletic trainer. Anglano, 23 anni, è il presidente della ASD Brindisi Quidditch e battitore per il Lunatica Quidditch Club, in cui riveste anche il ruolo di allenatore dei battitori. Studia Scienze biologiche all’Università del Salento ed è appassionato anche di libri, videogiochi e serie tv. De Medio, 27 anni, è di origini abruzzesi e si è trasferita a Milano da poco. Intraprende la sua strada nel quidditch fondando la squadra dei Black Lions di Francavilla a Mare (CH) e, in seguito, degli Spartans di Pescara, per la quale è stata giocatrice e allenatrice nella stagione 2016/17. Dopo il trasferimento a Milano ha giocato negli storici Milano Meneghins e, attualmente, è capitano e coach della neonata squadra Milano Gators, che debutterà ufficialmente nel Girone Nord del prossimo 20 ottobre. Affianca gli studi di Giurisprudenza al lavoro di cucina in un bistrot. I due giovani coach dirigono un team tecnico composto da Gabriele Cocino (Virtute Romana Quidditch) nel ruolo di quaffle players coach, Edoardo CJOSUL | OT TOBRE 2018

Rubino (Virtute Romana Quidditch) come beaters coach e Andrea Lupo (Lunatica Quidditch Club) in veste di seekers coach.

Nel post-World Cup, in base alla vostra esperienza più o meno diretta, quali sono i punti di forza e i punti di debolezza emersi dalla prestazione azzurra? Marco (M): “La World Cup a Firenze, con l'Italia piazzatasi all'ottavo posto, ha dimostrato quanto potenziale abbiano i giocatori italiani. Questo potenziale è però concentrato in una cerchia ristretta di giocatori per il momento, come si può notare dai tornei italiani per club. In una realtà in cui i giocatori vanno e vengono, puntare solo sui talenti del momento è rischioso – perché a lungo andare la Nazionale non può garantire una continuità di risultati buoni negli eventi ufficiali – e può solo accrescere questo divario. È per questo che ho voluto presentare un progetto di Nazionale per questa stagione che coinvolga tutti, per investire all'inizio più sulla crescita che sulla competitività. Se si gioca in un ambiente di più alto livello, ci si diverte di più e si cresce più in fretta, e questo non può che fare bene nel futuro alla comunità italiana di quidditch e alla Nazionale stessa”. Chiara (C): “Premettendo che sono potuta arrivare a Firenze solo nel pomeriggio di domenica, perciò ho visto dal vivo solo le ultime due partite della Nazionale: quella contro l'Australia e quella contro la Germania. Posso dire che la squadra ha giocato bene ed espresso un buon gioco, spesso ragionato e poco istintivo. L'ottavo posto è meritatissimo e si vede che c'è stato un buon lavoro tattico da parte di Genovese (precedente coach azzurro, ndr), che ha preferito sviluppare un gioco con meno drive e più movimento del pallone. È mancata, però, la giusta attenzione in fase di snitch on pitch (boccino in campo, ndr), con i nostri cercatori lasciati soli e con battitori poco a supporto, con un gioco di pluffa spesso lontano dal gioco dei cercatori che contribuiva ancora di più all'isolamento. I nostri avversari, spesso, sono stati più atletici di noi e questo è un gap a cui

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bisogna lavorare a livello di club su tutto il territorio nazionale. Alcuni giocatori erano infortunati ancora prima di partire per Firenze e ad un Mondiale strutturato così, con tante partite in pochi giorni, devi avere una rosa integra”. Le differenze di background dei vari atleti in Nazionale rispecchiano un po' quelle che sono le differenze tra i club esistenti in Italia. Quali sono dunque i rapporti tra il team NIQ e i vari club e, inoltre, nel vostro programma sono previste delle strategie che possano aiutare a colmare i gap che avete evidenziato? M: “Per assicurarci di raggiungere tutte le squadre italiane, abbiamo innanzitutto deciso di includere nella selezione finale di circa 40 giocatori – di cui 21 titolari – almeno un giocatore per squadra, permettendo loro di partecipare agli allenamenti della NIQ e giocare più spesso con giocatori di alto livello. Manteniamo inoltre aggiornati tutti i soci AIQ (Associazione Italiana Quidditch, ndr) delle nostre attività, pubblicando i riepiloghi degli eventi svolti, in modo tale che anche gli assenti ne possano beneficiare. Ci manteniamo disponibili per consigli anche ai non candidati alla Nazionale e infine, per un contatto più diretto con le squadre, manteniamo aggiornati i coach del lavoro che i candidati dovranno svolgere, con lo scopo secondario di dare più idee a chi dirige le squadre riguardo esercizi da svolgere che coprano tutti gli aspetti di allenare, anche sotto l'aspetto tattico. È ovviamente un lavoro ambizioso e non facile soprattutto al primo anno di gestione, e necessita quindi di tutto l'aiuto possibile, soprattutto delle squadre stesse. Più si è assetati di conoscenza, più rapidamente si cresce!” C: “Nell'ambito specifico dell'allenamento atletico, l'idea è quella di supportare il lavoro nei club e dare indicazioni su un corretto allenamento fisico: ogni atleta è diverso, con caratteristiche diverse e di conseguenza il lavoro atletico deve essere incentrato sulle sue caratteristiche. Solo con un lavoro costante si può migliorare e un tale programma non può esserci senza il supporto di chi ha la possibilità


di allenare e vedere giorno dopo giorno l'atleta”. Rispetto ai tre appuntamenti appena trascorsi, quindi i due Camp NIQ e il Tryout, quali sono stati i feedback ricevuti e qual è stato il clima generale in cui si sono trovati gli atleti? M: “C'è sempre alta varietà nell'approccio a questi eventi, ma dai feedback form è emerso un grande entusiasmo della maggioranza, confermato poi a voce, e tanta voglia di imparare. Non pochi sono stati i giocatori che hanno chiesto consigli durante le giornate e dopo l'evento, e questo ci fa ben sperare nella riuscita del progetto. Ovviamente nessuno è perfetto, soprattutto noi che siamo all'esordio, e i feedback form hanno evidenziato anche questo. Abbiamo tanto da lavorare per migliorare, soprattutto nella gestione di grandi numeri di giocatori – numeri da record quest'anno! – e ci stiamo già mettendo al lavoro per accrescere la qualità degli eventi futuri, tutto grazie a chi non si è risparmiato soprattutto con le critiche, a volte poco piacevoli ma linfa vitale di chi ha voglia di migliorare!” C: “I feedback form ci stanno aiutando molto a comprendere su cosa e come lavorare. Nel complesso sono molto positivi. Parlando di clima generale, ho notato una gran voglia di mettersi in gioco e provare da parte di quasi tutti i partecipanti ai Camp e dei candidati NIQ al Tryout e il confronto aiuta a crescere, sia in termini sportivi che personali, perciò sono molto contenta di come è partito questo progetto”. Quali sono state le esperienze che ritenete più formative nella vostra preparazione come allenatori? M: “Nonostante io alleni i battitori del mio club – che non sono mai più di 6 –, non mi sono mai occupato di un gruppo di giocatori così grande, e sicuramente il primo Camp è stato utilissimo. Ci sono momenti in cui bisogna imporsi e momenti in cui bisogna lasciar correre e riposare i giocatori, saper bilanciare tutto questo serve a mantenerli attivi fino alla fine dell'allenamento, ed è tutt'altro che facile. Spesso poi bisogna mettere in discussione sé stessi per migliorare, ascoltando tutte

le critiche, e a mio parere questa è la parte più difficile”. C: “Gli Spartans, senza ombra di dubbio. È stata l'esperienza che ha segnato un inizio per me sotto tanti punti di vista, in cui la teoria ha fatto posto alla pratica. Avendo fatto sport per tanti anni, avendo subito infortuni di tutti i generi, avendo fin da bambina il pallino del fitness e dello sport, ho studiato parecchio, sia sui libri che sulla mia pelle. Ma è stato quando mi sono ritrovata a stabilire un percorso, una progettualità, con ragazzi diversi fra loro, ognuno con un proprio background ma uniti dallo spirito comune di divertirsi ed impegnarsi, che ho capito davvero cosa fare, cosa funzionava e cosa no e come farlo, sia a livello di coaching che a livello umano”. Descrivete con tre aggettivi le caratteristiche ideali della prossima NIQ. M e C: “Coesa, determinata, egualitaria. Tre aggettivi assolutamente in linea con il progetto che vorremmo portare avanti”. Quali sono secondo voi le strategie da mettere in atto per l'espansione del quidditch in Italia e la crescita armoniosa delle squadre? M: “Il realtà il progetto di quest'anno cerca di coprire sia questi aspetti che la Nazionale, strettamente connessi tra loro. Una maggiore collaborazione tra squadre e condivisione delle conoscenze dovrebbe creare un clima più armonioso seppur competitivo, ma c'è bisogno della collaborazione di tutte le squadre. Per quanto riguarda l'espansione, bisogna farsi vedere di più, sia sui social che dal

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vivo, con eventi sparsi per tutta Italia e studiati per coinvolgere anche il pubblico, cosa di cui fino ad ora non si è tenuto sufficientemente conto a mio parere. Per questo sono altamente favorevole agli Eventi promozionali istituiti dall'AIQ. Più siamo meglio è, e una grande crescita ha effetto anche sull'umore dei giocatori e sul clima del quidditch italiano”. C: “Secondo me, si sta lavorando sulla giusta via: ogni anno il numero di squadre presenti sul territorio nazionale aumenta. Si potrebbe crescere più velocemente, a mio parere, se si avesse libero accesso alle sponsorizzazioni, come in tutti gli altri sport non strettamente legati a problemi di trademark sul nome”.

Chiudiamo l’intervista ricordandovi l’appuntamento del Girone Nord, il primo torneo della Lega Quidditch 2018/2019 che si terrà a Vignola (MO) il prossimo 20 ottobre. Hanno risposto all’appello ben sette squadre: Green Tauros Quidditch Torino, Milano Meneghins, Milano Gators, Bombarda Brixia Quidditch Club, Midgard Vikings Quidditch Triveneto, Modena Manticores e Hinkypunks Quidditch Bologna.

CJOSUL | OT TOBRE 2018


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Cjosul - Ottobre 2018  

Decimo numero del 2018 del mensile digitale sul mondo dello sport, friulano ma non solo. In copertina: il football americano con i Leoni cam...

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