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CITY VISION a new observatory on contemporary architecture issue 3_spring/summer 2011


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Periferiche a colori veloci, economiche e rispettose dell'ambiente

Tutto in un’unica soluzione.

MULTICOM srl RIVENDITORE UFFICIALE Via del Forte Tiburtino, 160/162 - 00159 ROMA tel 0645438069 fax 0645438081 info@multi-com.it facebook.com/multicom.roma


cover artwork

La copertina di questo numero è stata realizzata, in esclusiva per CityVision, dall’ artista italiano Quayola. The cover of this issue was created, exclusively for CityVision by the Italian artist Quayola.

INDEX 8

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010.....NOSTRA SIGNORA SOSTENIBILITA’. an editorial by francesco lipari 012.....Waving. vanessa todaro 014.....PAPER BASTARDS. 016.....SPACE OR IMAGE? architect neurosis confessions. francesco gatti 018.....CONDOMINIO DI SANTI. boris prosperini 020.....HOME MADE DADAISM. marta benvenuto 022.....STUDIO AIRA. federico giacomarra 024.....MATERIAL CONSEQUENCE easton + combs. michael caton 026.....THEO JANSEN THE CREATOR. luna todaro 028.....INSIDE THE SHOW. francesca romana moretti 040.....DRINK ME EAT ME. maria azzurra rossi 046.....stARTT. vanessa todaro 052.....REX. francesco lipari and catherine iftode 064.....neri oxman. alessandro orsini 072.....computational craft Shajay Bhooshan. davide del giudice 081.....ao’ #3. emanuele capponi 086.....the sound of an handshake. marco ruperto 092.....Third floor. a day at the istituto quasar 096.....QUAYOLA. daniele molinari 106 .....MALIKA. valentina andriulli and antonia de angelis 108.....TRAVEL-T. mathery 110.....AGENDA. 112.....NOTEBOOK. carlo maria ciampoli_LAN 113.....rome map #3. crockhaus 03 cityvision

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CityVision è un veicolo nato per far dialogare l’attuale città contemporanea con la sua

immagine futura attraverso l’organizzazione di concorsi visionari d’ architettura sulle principali metropoli mondiali: un modo per stimolare le amministrazioni locali e dialogare con le nuove generazioni di architetti. Le opere contemporanee maggiormente innovative saranno proposte sia a livello divulgativo per l’opinione pubblica, sia a livello tecnico per gli addetti ai lavori. Forum, iniziative editoriali, mostre multimediali e concorsi di idee, saranno gli strumenti per individuare, discutere e comunicare la progettazione d’avanguardia del XXI secolo, alla quale potersi ispirare nel realizzare opere di qualità, per estetica e tecnologia, linguaggio architettonico, teoria e funzioni. CityVision is a forum for investigating the contemporary city through the lense of its future image. By means of competitions, installations, and exhibitions of visionary architectural creation, CityVision strives to be a catalyst for local governments to facilitate the development of young architects and designers entering the workforce.Exceptionally innovative contemporary works of art will be proposed either at the popular level for public opinion or at a technical level aimed at those responsible for the work. Forums, editorial initiatives, multimedia models, ideas competitions and workshops will be the instruments used to single out, discuss and communicate the projection of the avant-garde of the twenty first century. This will inspire the realization of quality works for aesthetics and technology, architectonic language, theory and function.

distribution Bookshops /// Libreria Kappa Via degli Apuli, 47 // Libreria Kappa, via Gramsci, 33

// Libreria Kappa, piazza Fontanella Borghese, 6 // Discoteca Laziale Via Mamiani, 62 // Libreria Croce Corso Vittorio Emanuele II, 158 // Bookshop Auditorium Parco della Musica, viale Pietro de Coubertin // Libreria Giufà Via degli Aurunci, 38 // AltroQuando via del Governo Vecchio 80,82,83 // Bookshop MACRO, via Nizza Museums /// Maxxi Museo nazionale delle arti del XXI secolo, V. Guido Reni, 6 // Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea GNAM via delle Belle Arti, 131 // Museo dell’Ara Pacis via dei Baulari 1 // Accademia di Francia viale Della Trinità Dei Monti 1 // Museo Andersen, via Pasquale Stanislao, 20 // Casa dell’Architettura, piazza Manfredo Fanti, 47 Galleries /// Oredaria Arti Contemporanea Via Reggio Emilia, 22 // Hybrida, Via Reggio Emilia, 32 // Mondo Bizzarro Via Reggio Emilia, 32 // Uno su Nove galleria, via degli Specchi, 50 // RGB Gallery, Piazza di Santa Maria Liberatrice, 46 // Fondazione Volume – via Santa Maria dell’Anima, 15 // Galleria Marino Piazza di Spagna, 9 // Come Se Gallery, via dei Bruzi Faculty, Academies and Cultural Institutes /// Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni” via Flaminia 70 // Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni” via E. Gianturco 2 // Facoltà di Architettura “Fontanella Borghese” Largo della Fontanella di Borghese // Facoltà di Architettura Valle Giulia, via Antonio Gramsci // Facoltà di Architettura Roma Tre, via Madonna de’ Monti 40 + Largo Giovanni Marzi, 10 // Accademia delle Belle Arti, Via di Ripetta, 222 // Dipartimento Architettura p.za Carracci 1 // Istituto Isia Roma Design, Piazza della Maddalena, 5 // IED, Via Giovanni Branca, 122 + Via Alcamo, 11 // Istituto Quasar, via Nizza 152 // Accademia della Moda, via della Rondinella, 2 // Accademia Britanniaca, Via Antonio Gramsci, 61 // Istituto Svizzero, via Ludovisi 48 Stores /// 40 Gradi via Virgilio 1d // Passaguai Vin Cafè Via Pomponio Leto, 1 // Coffee Pot, via della Lega Lombarda 52a // Cuadros, via del Governo Vecchio // Arte 5, corso Vittorio Emanuele // 2me Via degli Orsini, 26 // La Birretta via Donatello 1 // Paraphernalia Via Leonina 6 // Super Via Leonina 42 // TAD Via del Babbuino 155 // Pifebo Via dei Serpenti 141 + via dei volsci 101/b // Rock Cycle, via dei Volsci 44b // Quattro Dita, via de’ Reti, 42 // The Deep, Via di San Calisto, 9 // Freni e Frizioni, Via del Politeama, 4 // Il Baretto, Piazzale Giuseppe Garibaldi // Circolo degli Artisti, via Casilina vecchia // Necci, Via Fanfulla da Lodi, 68 // Contesta Rock Hair, Via del Pigneto, 75 + Via degli Zingari, 9/10 // Ultrasuoni Records, via degli Zingari, 61/a // Classe Artigiana, via del Boschetto, 76 // Istituto Superiore di Fotografia, Via degli Ausoni, 1 // Bar Marani, Via dei Volsci, 57 // Cinzia Usato via del Governo Vecchio 45 // Mia Design Book, via di Ripetta 224 // Estile, via Chiana 15 // Caffè Letterario, via Ostiense, 95 // Treebar, via Flaminia vecchia 226 and many more...

editorial staff /// editor-in-chief francesco lipari francesco@cityvision-mag.com /// managing editor vanessa todaro, emilio fabri /// editorial staff vanessa todaro vanessa@cityvision-mag.com maria azzurra rossi azzurra@cityvision-mag. com /// creative director francesco lipari /// graphic francesco lipari, maria azzurra rossi /// marketing marco arciero marketing@cityvision-mag.com /// adv paolo emilio belisario adv@cityvision-mag.com /// english translations - editing catherine iftode, adam robinson /// contributors valentina andriulli, marta benvenuto, emanule capponi, michael caton, antonia de angelis, davide del giudice, francesco gatti, federico giacomarra, catherine iftode, mathery, daniele molinari, alessandro orsini, francesca romana moretti, boris prosperini, matteo riva, marco ruperto, luna todaro /// contacts and distribution City Vision mag - via Andrea Doria 67 00192 Rome, Italy tel. 06 39031053 www.cityvision-mag.com /// publisher Associazione Culturale Amuri via Appia Nuova 503 00181 Rome /// printed by C.S.R. Srl - Tipografia Rome registrata al Tribunale Civile di Roma n° 211/2010 del 13/05/2010

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Progettare l’Efficienza è un’Arte Il Commissioning Il ponte tra l‘idea progettuale e la sua realizzazione

Ciclo di Convegni - Concorso di Idee 2011

Progettare l’Efficienza è un’Arte Il Ciclo di Convegni Progettare l’Efficienza è un’Arte prevede nove appuntamenti che avranno luogo in contesti prestigiosi che coniugano Arte, Progettazione e Riqualificazione: 18 maggio MamBo - Bologna 19 maggio Laguna Palace - Mestre (VE) 20 maggio EX3 - Firenze 23 maggio Lingotto - Torino 24 maggio Fondazione Arnaldo Pomodoro - Milano 26 maggio MART - Rovereto (TN) 7 giugno

Museo di Santa Giulia - Brescia

15 giugno MACRO - Roma

Al Ciclo di Convegni è legato il Concorso di Idee 2011 che premierà i progetti i cui contenuti tecnologici garantiscono prestazioni elevate e minime emissioni inquinanti. Per maggiori informazioni: www.viessmann.it

Viessmann Srl - Via Brennero, 56 - 37026 Balconi di Pescantina (VR) - Tel. 045 6768999 - Fax 045 6700412

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Nostra Signora Sostenibilità Ovvero come farsi un futuro un editoriale di Francesco Lipari

Ha 24 anni, lavora in classe A e segue solo 3 leggi. E’ così desiderata che tutti vorrebbero incontrarla e invaghirsene; molti addirittura sostengono di aver avuto una relazione con lei. E' Nostra Signora Sostenibilità, la più amata dagli italiani, nostra ancora di salvezza, luce nel buio… Se ne parla continuamente ma voglio saperne di più e da una rapida ricerca su Wikipedia scopro che il termine Sostenibilità è stato pronunciato per la prima volta in un documento rilasciato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo (rapporto Brundtland) il quale recita che « lo Sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni ». “Generazioni future, generazioni future, generazioni future”. Me lo ripeto tre volte a voce alta perché entrambi i termini mi suonano nuovi. Di sostenibilità invece ne so abbastanza adesso e so che spesso è solo un oggetto da sfoggiare come un gioiellino, un diamante dal valore che non tutti conoscono insieme al suo corretto impiego. Occorre quindi essere realisti e se c'è qualcuno che crede di poter semplicemente rumoreggiare a voce alta “SOStenibilità!” e tirare a sè la manopola del freno d' emergenza in risposta alle negligenze passate, allora è un illuso. SOStenibilità non significa fare semplicemente la raccolta differenziata, lasciare in garage la propria auto la domenica o posizionare dei pannelli fotovoltaici sul proprio tetto. SOStenibilità è un approccio culturale verso il quale tutti dobbiamo convergere prima che sia troppo tardi. Gli architetti dovrebbero essere gli alfieri di questa evoluzione culturale, di questo passaggio storico verso un’ educazione tutta sostenibile magari con l'uso della nanotecnologia come professa da anni John M. Johansen che, parlando di NanoArchitettura, introduce un concetto stimolante su reattività e modificabilità istantanea degli spazi in un concetto di architettura in costante mutazione. Purtroppo la realtà, almeno in Italia, è diversa. La penuria di possibilità edilizie e l’ eccessiva foga speculativa dei costruttori, fedeli a un'edilizia che rimanda a 50 anni fa o che si avvicina a ciò che

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è nuovo attraverso grandi firme, fanno crollare i nostri bei castelli di carta (riciclata). Un costante sperpero, poi, di risorse naturali ha perfino fatto venire a galla pensieri demodé dai colori giallo-nero che vorrebbero vestire il nostro futuro. Parliamo di quel futuro conseguenza di eventi che stanno accadendo adesso, nel presente. Se tuttavia queste circostanze invece di accadere non si verificano affatto allora significa che viviamo ancora nel passato. E a meno di non possedere una DeLorean volante con carrozzeria in acciaio inossidabile e sportelli ad ali di gabbiano sarà alquanto difficile riuscire a modificare gli eventi già vissuti e poter correggere il flusso scorretto di azioni trascorse permettendo così al presente di accadere e lasciando spazio a quelli che saranno gli eventi futuri. Tradotto: siamo in ritardo di una generazione o meglio quella prima di noi ce l’ha “fottuta”. Insomma il futuro è già passato e bisogna recuperare metri e infine salirci sopra; avanzando di vagone in vagone fino alla testa del treno per poi superarlo e fermarsi alla prossima stazione senza doverlo rincorrere quando ci passerà di nuovo davanti. Soffermandoci infine sull'aspetto cinematografico del famoso film di Robert Zemeckis, tirato in ballo dalla famosa DeLorean di Ritorno al Futuro, possiamo farci un' idea ben precisa di come spesso ad esagerare, o meglio a togliere i freni alla fantasia, «ci si piglia» e ti capiti di immaginare che in un futuro non poi così lontano la diminuzione dei rapporti sociali tra le persone, un’ orgia di sponsor che avviluppano la città, un pizzico di nostalgia racchiuso in un bar anni 80 che da un juke box suona Thriller, non siano nient'altro che la fotografia di quello siamo oggi. Macchine volanti a parte.


Our Lady Sustainability Or how to to get a future

an editorial by Francesco Lipari -------------She is 24 years old, she works in class A and she only goes by three rules. Everyone yearns for her and dreams of meeting her and falling in love; some actually claim to have had an affair with her. She is Our Lady Sustainability. The one Italians love the most, our salvation, our light at the end of the tunnel... I hear her name brought up in conversations everywhere I go, but I want to learn more, so I do a quick search on Wikipedia. I find out that the term sustainability was first used in 1987 in a document issued by the World Commission for Development and the Environment (the Brundtland report), which states that «sustainable development is that which meets the needs of the present generation without compromising the ability of future generations to also meet their needs». ”Future generations, future generations, future generations”. I repeat the terms out loud three times to myself because both words sound new to me. I now know enough about sustainability though:

I know that it is often regarded as a piece of jewelry, a prized diamond, an object that everyone seeks but few know its proper use. We must therefore be realistic. If there is anyone who thinks he can simply roar out, “SOStainability!” and pull the emergency brake in response to the neglect that has been going on, he is a dreamer. SOStainability does not only mean recycling, or leaving your car in the garage on a Sunday, or installing photovoltaic panels on your roof. SOStainability is a cultural approach that we must all adopt before it’s too late. Architects should be among the “bishops” of this cultural evolution, of this historic transition towards an education that is entirely sustainable, at least when it comes to the use of nanotechnology professes John M. Johansen, speaking of nano-architecture, introducing a challenging thought to the instant responsiveness and flexibility of space with a concept of architecture that is in constant mutation. Unfortunately, at least in Italy, this is not the reality. The shortage of new construction opportunities,

combined with the excessive enthusiasm of builders loyal to a style outdated by 50 years or of those that try to copy the new designs of the big firms, have destroyed our beautiful paper castles (recycled). This continuous waste of natural resources has even brought back outdated color schemes of yellow and black to dress our future. We are talking about the future that awaits us as a result of events that are happening now. If they did not occur at all, then it would mean that we are living in the past. And unless you own a DeLorean time machine, it will be hard to change the course of events and to correct the improper actions that have occurred and created our current situation and that which is to follow. Reading between the lines: we’re succeeding a generation that fucked things up for us. In short, the future is already the past and we have a lot of catching up to do in order to come out on top in the end; we

must advance through every car of the train to finally surpass it and arrive at the next station without having to chase after the train when it will start running again. In any case, looking at the world of Robert Zemeckis’ famous film, Back to the Future, can give us a better idea of how exaggerating, or rather removing obstacles from our imaginations, makes one start to think that a vision of a not-so-distant future where social boundaries no longer exist between people, an orgy of sponsors engulfs the city, a bit of nostalgia is closed up in an 80’s bar still playing Thriller, is nothing but an image of who we are today. With the exception of flying cars. www.francescolipari.it

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WAVING

curated by Vanessa Todaro

love is.. by Barnaby Barford

E chi poteva pensare che il mondo delle figurine in porcellana venisse travolto dalla pornografia e da orge di gruppo! E invece è quello che ci racconta con il suo lavoro Barnaby Barford che ci racconta storie tutt’altro che ordinarie..la sua ultima serie ‘love is ...’ si concentra sullo spazio che intercorre tra lussuria e i piaceri e problemi dell’amore. Who would have thought that the world of porcelain figurines were overwhelmed by pornography and group orgies! But that’s what Barnaby Barford tells us with his work; he recounts stories anything but ordinary .. his latest series ‘Love is ...’ focuses on the space between lust and the pleasures and problems of love. www.barnabybarford.co.uk

Plastic Skull Chair by Pool Il vero nome di “Skull Cair” è “Souviens Toi Que Tu Vas Mourir” che significa “ Ricordati che morirai” anche se il nome lascia qualche dubbio l’idea dello studio dei designer francesi “Pool” di reinterpretare le normalissime sedie da giardino in plastica è molto divertente. The real name of “Cair Skull” is “Souviens Toi Que Tu Vas Mourir” which means “Remember you will die”. Even if the name leaves some doubt, the idea of the study of French designers’ “Pool” that reinterprets the very normal garden chairs in plastic is very funny. www.poolhouse.eu

Quadratura by Pablo Valbuena

Con un moderno Borromini Pablo Valbuena tira fuori il metodo della Quadratura, un genere pittorico del XVI e XVII secolo nel quale la prospettiva viene impiegata per creare l’illusione di uno spazio tridimensionale dal punto di vista dello spettatore, su una superficie piatta, semicurva o curva. L’installazione site-specific al Matadero di Madrid segue gli stessi principi, ma ne manipola lo spazio grazie alla luce. Like a modern Borromini, Pablo Valbuena use the Quadratura method a technique used in the baroque to extended architecture through perspective constructions generated with paint or sculpture. The site-specific installation presented at Matadero Madrid follows the same principles but manipulating space by means of projected light. www.pablovalbuena.com

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Questi budini sono talmente perfetti e colorati nelle varie tonalità del rosa, del celeste e del verde che sembrano finti. Sono i lavori di Bompas & Parr, designers con base a Londra che fanno gelatina, catering e consulenza per food & design. Hanno realizzato un’installazione gelatinosa al MoMA di S. Francisco lo scorso anno e creato Alcoholic Architecture, una stanza riempita con una nuvola al vapore al Gin Tonic.

Jelly life style by Bompas & Parr

These puddings are so perfect and colored in various shades of pink, blue and green that they seem fake. They are the work of Bompas & Parr, designers based in in London they make jelly, do catering and consultancy for food and design. They made a jelly-like installation at MoMA of S. Francisco last year and Alcoholic Architecture, a room filled with a cloud of steamed Gin Tonic. www.jellymongers.co.uk

Alfa Romeo centenary sculpture by Gerry Judah

Anche se questa è un’installazione del 2010 del famoso designer Gerry Judah per Alfa Romeo al Goodwood Festival of Speed​​ , merita di essere citata. Un vero e proprio omaggio ai “simboli” dell’azienda italiana, a partire dalla forma della scultura: un enorme quadrifoglio stilizzato. Even if this is an installation from 2010 by the famous designer Gerry Judah for Alfa Romeo at Goodwood Festival of Speed, it deserves to be noted. It is a true tribute to the “symbols” of the Italian school, by the shape of the sculpture, a huge stylized cloverleaf. www.judah.co.uk

La nuova stazione metropolitana di Napoli di Karim Rashid è un progetto che reicarna i saperi e i linguaggi della nuova era digitale. La sua progettazione ha coinvolto grandi nomi dell’architettura, dell’arte e del design internazionale tra cui Nicola De Maria, Jannis Kounellis, Mimmo Paladino, Sol Lewitt. It’s a project that reincarnates the knowledge and the languages of the new digital era, that transmits simultaneous communication of ideas, innovation and mobility of its current Third Technological Revolution. This is the project of the renowned British designer, Karim Rashid, from the Metro station of Napoli. The design involved also architecture and design artists like Nicola De Maria, Jannis Kounellis, Mimmo Paladino, Sol Lewitt. www.karimrashid.com

University of Naples metro station by Karim Rashid

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NORTHERN EXPERIMENTS

The Barents Urban Survey 2009 edited by Espen Røyseland and øysten Rø - 0047 Press Da un’idea di 0047, Northern Experiments è un impressionante studio e una raccolta di informazioni sulla regione del Mare di Barents, che comprende la Russia nord-occidentale e nord della Norvegia, della Svezia, e Finlandia. Il progetto indaga su problematiche, opportunità e dilemmi di molte città e paesi di questa regione, diventata un focolaio di estrazione delle risorse naturali, nonché punto di sosta strategico per il loro commercio. Directed by 0047, Northern Experiments is an extensive survey of the Barents region, which includes northwestern Russia and northern Norway, Sweden, and Finland. The project encompasses a range of issues, opportunities, and dilemmas facing many cities and towns in this region that has become a resource extraction hotbed as well as a strategic staging point for resource trade. www.northernexperiments.net

UTOPIA FOREVER

Visions of Architecture and Urbanism edited by Gestalten Utopia Forever! Utopia Forever! Questo sorprendente libro lancia un grido al mondo rivendicando il potere dell’ utopia, ovvero il potere di immaginare qualcosa che potrebbe diventare reale in un futuro prossimo. Ecco perché lo sviluppo e la discussione sulle utopie sono vicine agli attuali temi della sostenibilità nell’ architettura contemporanea. Utopia Forever è soprattutto una raccolta di progetti e concept di architettura, urbanistica e arte che va al di là degli eventuali limiti costruttivi per liberare il potenziale del visioni creative. Utopia Forever! Utopia Forever! This amazing book shocks the world, claiming the power of utopia or rather that our imaginations could become reality in the next future. This is why the development and discussion of utopias are next to sustainability as the most current topics in contemporary architecture. Utopia Forever is, above all, a collection of current projects and concepts regarding architecture, city planning, urbanism and art that point beyond the restrictions of the factual to unleash the potential of creative visions. www.gestalten.com

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PAPER BASTARDS ARCHITETTURA PARAMETRICA Introduzione a Grasshopper written by Arturo Tedeschi - Edizioni Le Penseur

Se avete ancora dubbi sull’ architettura parametrica e sulla sua grande utilità nella semplificazione dei processi progettuali allora leggetevi questa Introduzione a Grasshopper, un’ ottima guida for dummies per entrare nel mondo delle “bobine”. Realizzata da un bravo architetto come Arturo Tedeschi, il libro gode di un’ eccellente introduzione di Fulvio Wirz, lead architect dello studio Hadid di Londra. If you still have doubts about parametric architecture and its value in simplifying the design process then read this Introduction to Grasshopper, a good guide for dummies to get initiated into this magical world. Written by a good architect like Arturo Tedeschi, the book also has an excellent introduction by Fulvio Wirz, lead architect of Zaha Hadid London. www.arturotedeschi.com

WIRRWARR

Jurgen Mayer H. edited by Hatje Cantz Dopo le lenzuola codificate dove nascondere i propri peccati sessuali ecco in uscita questa greatest hits di oltre 400 patterns utilizzati per la protezione di dati e racchiusi in uno splendido librone in edizione limitata. After its pages were encoded to hide their sexual sins, a beautiful, large-scale, limited edition book was released with over 400 of the best patterns used in the protection of bank data. www.jmayerh.de

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SPACE OR IMAGE? architect neurosis confessions text by Francesco Gatti

La riflessione nasce spontanea a causa di quegli architetti (tra cui il medesimo) che se ne fottono degli utenti e progettano esclusivamente per creare brand ed essere pubblicati su CityVision ed altre riviste patinate. Naturalmente in tutto ciò non vogliamo ammettere di essere cinici e superficiali lasciando che l’immagine invada il territorio a discapito dello spazio di qualità e quindi ci raccontiamo delle storie eticamente ineccepibili del tipo: “Io intanto, cerco di emergere creando immagini, poi quando sono diventato famoso a sufficienza per acchiappare clienti illuminati potrò finalmente iniziare a progettare lo spazio come mi insegnarono a scuola”. Non fa una piega. E forse non è neanche una scusa, forse lo diciamo dal profondo del cuore, il problema è che una volta arrivati a destinazione, abbiamo la fama, ma il cuore non lo abbiamo più. Ora io, il cuore non lo sento più, eppure non sono ancora diventato famoso. Qualcosa non ha funzionato. Non dispero, forse non avere un cuore è la condizione migliore per poter fare architettura oggi, per poter essere distaccati quanto basta per creare spazi scomodi ed arte assurda inquinata da corpi umani. Non è forse questo che i nuovi barbari vogliono? Stimoli forti e scomodi per bucare le loro anime corazzate? Immagini facili da digerire senza perdere tempo nella digestione dello spazio? Sì, sono un benefattore e i nuovi barbari sono i miei eroi, coloro che stanno creando il cambiamento. Sono i miei eroi, ma purtroppo ancora non sono riuscito a diventare completamente uno di loro e ammetto che preferirei vivere in uno spazio progettato da Frank Lloyd Wright, piuttosto che in una caccola di Gehry. Per concludere volevo dire che il delirio non nasce spontaneo, ma solo perchè sono 20 giorni che non dormo e tra il vuoto e la luce, non so quale sarà a sedurmi domani. Adesso fate partire Last Flowers dei Radiohead, per favore. 18

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1. The Beetle’s House by Japanese designer Terunobu Fujimori Photo credit: V&A museum

This topic was born spontaneously because of those architects (like myself) whom don’t give a fuck about the final users of their architectures but design only to be published in CityVision and other cool magazines. Anyway we don’t want to admit we become cynical and superficial helping the invasion of our territories by the “image” killing the “space”, so we tell our self some stories like: “in the meantime I try to emerge producing images, when I become famous enough to catch enlightened clients I can start designing spaces as my teacher told me at school” sounds cool and maybe is not even an excuse, maybe we say this from the deep of our heart, but the problem is: once we arrived at destination, we are famous but our heart is missing. Now I don’t feel my heart anymore but I’m not famous yet. Something went wrong. I don’t panic, maybe to be heartless is the best condition for being an architect today, to be distant enough to create uncomfortable spaces and absurd art polluted by human bodies. Is it not this the new barbarians want? Strong uncomfortable impulses to perforate their armed souls? Images easy to digest without loosing too much time on the long digestion of the space? Yes. I’m a saint and the new barbarians are my heroes, the ones who are creating “the change”. Are my heroes but unfortunately I wasn’t able to become completely one of them yet and I admit that I would prefer to live in a space designed by Frank Lloyd Wright instead than in a snots of Gehry. To finish I wanted to say that the delirium isn’t born spontaneously but because is 20 days that I don’t sleep and between the void and the light I’m not sure which one will seduce me tomorrow. Now please make Radiohead’s Last Flowers start. www.3gatti.com

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1. When John met Nonny painted blocks courtesy of Steven Harrington

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CONDOMINIO DI SANTI text by Boris Prosperini (with an interview to Ascanio Celestini)

Ci sono dei luoghi nel mondo, dove gli uomini vengono confinati, dove le barriere appaiono invalicabili. Ci sono dei luoghi nel mondo, dove la memoria viene cancellata, per far spazio ad una perpetua realtà apatica. Questi luoghi sono i centri di salute mentale, sono gli ospedali psichiatrici, sono per chiamarli alla vecchia maniera i manicomi. L’ospedale psichiatrico di Helsingor in Danimarca progettato da PLOT (BIG+JDS) è un esempio non convenzionale, un approccio nuovo per questi luoghi grigi e demoralizzanti. Ciò che colpisce oltre alla forma, che prende ispirazione dal fiocco di neve, è la notevole superficie vetrata, che permette ad ogni ambiente di godere di viste sull’ambiente circostante. La distribuzione interna si distacca dagli stereotipi, le camere sono intervallate da spazi comuni e patii, avvolgendo nel verde e donando luce naturale agli interni, mi chiedo, questo progetto può essere, data la sua natura progressista, una boa di salvataggio? E inoltre, è possibile ricreare una libertà fittizia in questi luoghi?

There are places in the world where men are confined and the barriers that surround them appear invincible. There are places in the world where memory is erased in order to make room for a perpetual and apathetic reality. These places are the mental health centers and the psychiatric hospitals that in the old days were commonly called madhouses. The psychiatric hospital of Helsingor, designed by PLOT (BIG+JDS) approaches these grey and discouraging places in an unconventional way. In addition its shape, which is inspired by a snowflake, what truly strikes the eye when observing this structure, is that its surface is entirely made of glass, allowing each space within to have a full view of its surroundings. The internal design does not follow any stereotypes either. In fact, common spaces and patios that are decorated with lots of plants while also bringing natural light to the interiors break up the layout of the rooms. I wonder whether this project can act as a safety buoy due to its progressive nature. Is it possible to create a fictional freedom in these kinds of places?

Proviamo ad approcciare questo tema partendo dal titolo di questo articolo che prende l’ispirazione da una citazione di Ascanio Celestini che ho avuto il piacere di incontrare, durante la presentazione del film “La Pecora Nera” al Cineforum del Forte Prenestino.

We started approaching this issue, inspired by a quote of Ascanio Celestini’s, which also gave us the title to this piece. I had the pleasure of meeting Mr. Celestini at the Cineforum of Forte Prenestino, during the screening of his movie, “La Pecora Nera.” (The Black Sheep)

BP: Ciao Ascanio, grazie per aver accettato il nostro invito. Condominio di Santi, perché? AC: L’idea proviene da un’intervista fatta a Firenze con un infermiere che aveva lavorato al San Salvi. Mi raccontò di un paziente che era convinto di vivere in un condominio. Diceva: “Lo chiamano manicomio, perché se no tutti vorrebbero venire quì dentro. Si chiama San Salvi perché siam salvi!”. Col tempo egli capì che invece si trattava proprio di un ospedale psichiatrico e non la prese bene. L’idea della santità è legata ad un immaginario sacro che percorre un po’ tutti i miei testi, ma anche alla poesia scritta e recitata da Alberto Paolini al termine del film.

BP: Hello Ascanio, thanks a lot for accepting our invitation. Why did you choose the name “Residence of Saints?” AC: The idea came from an interview with a nurse who worked at San Salvi Hospital in Florence. He told me about a patient who believed he was living in a residential building. He used to say that “they call it a madhouse because otherwise everybody would come live here, but in reality it is called San Salvi because we will all be saved!” In time, the patient realized that it actually was a psychiatric hospital, and he did not take this revelation too well. The idea of holiness is tied to an imaginary sacred concept that frequently appears in my texts, but it is also present in the poetry written and recited by Alberto Paolini at the end of my movie.

BP: Come immagini, data la tua esperienza nel film “La Pecora Nera”, un’architettura sostenibile per questi luoghi? AC: L’unico modo per rendere sostenibile il manicomio è chiuderlo. Non credo in nessun tipo di istituzione nella quale sia possibile far vivere e convivere centinaia di persone archiviate all’interno di questi edifici perché si ritiene appartengano ad una categoria: matti, carcerati, militari, suore, preti, frati...

BP: Given your experience with the film “The Black Sheep,” how would you picture an architectural design suitable for these types of places? AC: The only proper way to design a psychiatric hospital is to eliminate their existence. I do not believe in any kind of institution where hundreds of people are archived, only because they are believed to be part of a certain category, such as lunatics, convicts, the military, nuns, priests, friars, etc.

BP: La tua risposta è eloquente, non esistono barriere giuste... grazie Ascanio.

BP: Your answer is eloquent, there are not fair barriers...thanks Ascanio.

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around architecture

HOME-MADE DADAISM

text by Marta Benvenuto image “Casa” by Freddy Ventriglia

La dura lotta dell’uomo con gli oggetti è stata messa in scena al cinema più di una volta. The L’uomo dell’avvenire è però colui che firma l’armistizio, che sfrutta la forza degli oggetti a proprio favore e ne harsh fa la cosa di tutti. battle È questo il tema di un film che si colloca agli albori del cinema, nel lontanissimo 1920, il primo corto girato in totale autonomia da quel genio della slapstick comedy che fu Buster Keaton: “One Week”. between Le case dei film girati dall’uomo dalla “faccia di pietra” non sono mai solo case: sono interlocutori, mankind spesso dispettosi, che danno l’avvio e tengono in piedi l’azione comica divenendo i luoghi adibiti and ad esibire la sua visione metafisica e visionaria. manmade Vi è mai capitato di dover montare un armadio Ikea? È di certo un’esperienza traumatica was staged several times che non auguro a nessuno. on the silver Figuriamoci se il commesso che riempie le scatole coi pezzi fosse un vostro rivale in screen. However, amore, che decide di trarre soddisfazione dal modificarvi tutte le istruzioni, per it is the man of the rendere imprevedibili gli esiti dell’opera di montaggio. future who will sign Pensate infine che non dobbiate montare un armadio, ma una casa intera… the armistice, and si fa complicato eh? Questo è proprio quello che succede a Buster e a sua who will use tools to moglie nel film. empower his race by Montata, la casa sta in piedi, ma assume la struttura di un’opera making them available dadaista e le cattive intenzioni di un folletto maligno. to all. This is the topic of a film Non è più una casa perché ricopre solo in parte il suo ruolo made at the dawn of cinema, di abitazione, non dà più né ristoro né riparo, anzi, ogni in the distant 1920’s. One operazione che la coinvolge risulta ardimentosa, perché ha Week was the first short movie cambiato di funzione, è divenuta macchina, trappola, shot by slapstick comedy genius, gioco, spunto ad affinare l’ingegno. Si può dire che Buster Keaton. un edificio che non adempie la sua funzione The houses depicted in “Stone-face” sia ancora un edificio? Scomporre le regole e Buster’s movies are never solely houses. poi ricomporle genera nuove dimensioni They are partners, sometimes spiteful of dell’abitare, che si annidano in strutture each other, that trigger and support the comic actions that surround them. In this way, they geometriche deformabili dove become the means for communicating a metaphysic l’armonia scaturisce dal disordine e and visionary view. dall’inatteso. Did you ever have to assemble an Ikea closet? It’s Pensate per esempio alle definitely a traumatic experience that I wouldn’t recommend costruzioni di Frank O. Gehry to anyone. o alle opere di Greg Lynn. But, what if the Ikea factory workers that checks the boxes prior to shipment was also a jealous ex-lover, who got satisfaction by mixing

Dove l’artificio crea up the instruction manuals and rearranging the plans, making mounting l’interesse, dove outcomes unpredictable. And what if what you had to assemble was not only a closet, but an entire l’utile diventa house? formalismo, dove It’s getting complicated, isn’t it? si disattendono This is exactly what happens to Buster and his wife in the movie. le regole, lì Once assembled, the house stands on its foundations, but becomes a Dada artwork, si accende with the malicious intentions of an evil goblin. l’opera It’s no longer considered a house because it does not play the role of a home; it’s not a architetplace to rest and does not even provide shelter. It’s a place where each operation is extremely tonica. arduous because its function has changed, becoming a machine, a trap, a game, a cue to sharpen your wits. Can a building that does not fulfill its function still be called a building? Breaking the rules and then reinventing them gives birth to forms of living in, which take place in deformable geometric structures where harmony springs from chaos and the unexpected. Where the artifice sparks interest, where functionalism becomes formalism, where we disregard the rules, that is where architectonic works shine on. cargocollective.com/freddyventriglia

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1. Casa - illustration by Freddy Ventriglia

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1. Processing elaboration

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STUDIOAIRA interview by Federico Giacomarra

Parliamo del tuo percorso.. Il punto di partenza è quello del writing nella periferia romana, a quattordici anni. Poi il liceo artistico con indirizzo accademico, lo studio della prospettiva e del disegno “vecchia scuola” a china: il 3d dal muro si è spostato nel pc! Seguito un corso di visual effect a Roma nasce il primo studio, con altri colleghi e amici. Studio-aira è un progetto parallelo, che mi permetteva di sostenermi economicamente sin da quel periodo, in tre si lavorava nell’ambito della grafica e della comunicazione, rendering e animazioni 3d per architetti. Dal tuo punto di vista, qual è il ruolo della sperimentazione nella produzione artistica? Il visual mapping è uno dei principali risultati delle mie sperimentazioni. Nasce dall’esigenza di avere un riscontro reale con quello che per me significa opera artistica oggi. L’impatto è immediato ed enorme, visto che le performance anche di pochi minuti possono coinvolgere interi edifici. Il mapping è il sunto di quello che ho studiato: motion graphics, 3d, architettura, e l’inganno dell’occhio (il tromp l’oeil). Dalla mia esperienza di vj nasce la collaborazione con la “Saponeria Club” di Roma, per loro ho proposto un progetto di impianto di visual, occupando con un installazione permanente la parete principale del locale, usando un solo proiettore. Da li’ il rilievo, la simulazione in Maya e il cad, che dato ad un gruppo di artigiani del Pigneto (Anonima Macchinette) ha portato alla realizzazione in mdf della struttura.

Tell us about the path you took as an artist... It started with graffiti in the suburbs of Rome, when I was fourteen years old. Then, I attended an arts and design high school where I received a formal education, learning perspective and “old school” techniques like drawing in ink. But then the 3D drawings on walls moved to computers! I took a course in visual effects, and then I opened my first studio in Rome along with some friends and colleagues. Studio-aira is a side project that allowed me to support myself financially since that time. We are three people working with graphics, communication, 3D renderings and animations for architects. From your point of view, what is the role of experimentation in artistic production? Visual mapping is one of the main products of my experiments. It was born from the desire to have real feedback on what I consider a true work of art today. The impact is immediate and enormous as it may encompass entire buildings, after only a few minutes of work. The maps are a summary of what I studied: motion graphics, 3D, architecture, and eye illusions. (trompe-l’oeil) As a result of my experience as a vj, I began collaborating with the “Saponeria Club” in Rome. I laid out a plan for their visual system that involved a permanent installation on the main wall of the room, using a single projector. From there we created a relief and a simulation in Maya, and finally we gave our CAD drawings to a group of artisans from Pigneto called Anonima Macchinette who built the MDF structure for us.

Come reagisce il pubblico alle tue ambientazioni? Il feedback dalle persone è immediato, è l’effetto del trompel’oeil! Specialmente le grafiche dinamiche riescono ad alterare l’apparenza di ciò che già esiste ,ad esempio, facendo rimbalzare degli oggetti su un cornicione che nella realtà non ha spessore e farlo sembrare molto profondo, permette di vivere un effetto di forte spaesamento. Si crea un’atmosfera di forte curiosità, ed è per questo che grossi marchi iniziano ad interessarsi a questa forma di comunicazione.

How does the audience react to your settings? We receive feedback from people immediately because of the effects of the trompe-l’oeil. Motion graphics are especially useful in altering the appearance of that which already exists in another form. For example, by bouncing objects on the molding of a door that in reality has no thickness, it makes it seem very deep, and creates a feeling of disorientation and curiosity. Because of these effects, many major brands have begun taking an interest in this form of communication.

Il tuo rapporto con l’architettura, dalla formazione alle tue esperienze quanto influisce nel tuo lavoro? Architetti a cui guardo con curiosità da tempo sono Gehry e gli MVRDV. Poi c’è il discorso del video che sta invadendo il mondo della comunicazione ormai da molti anni, quindi non vedo perchè l’architettura in questo senso non possa cominciare a “muoversi”!? Il mio sogno è quello di un’architettura che nasca con il concetto dell’illusione visiva, un qualche cosa che ti faccia vedere oltre quelli che sono gli elementi architettonici classici senza muovere nulla.

How much of your relationship with architecture, from your training to your work experience, has influenced your work? I am curios about architects such as Gehry and MVRDV. Videos have been invading the world of communication for many years, so I do not see why architecture in this sense can not begin to “move”!? My dream is to see architecture that is born with the concept of visual illusion; something that makes you see beyond the classic architectural elements without actually moving anything.

In Italia che futuro c’è per il visual mapping? L’ambiente, soprattutto dal punto di vista dei permessi e della legislazione, non è per nulla preparato a fare spazio a questa forma di espressione artistica. C’è bisogno di gente che tiri fuori idee nuove, in generale di una scena italiana. L’appuntamento di questo anno all’ LPM, sarà sicuramente molto importante per dare uno sguardo da vicino e vedere cosa si sta muovendo!

What is the future of visual mapping in Italy? The environment in Italy, especially in terms of permits and legislation, is not at all prepared to make room for this form of art. We need people to bring out new ideas; in general we need to create an Italian scene. The appointment this year at the LPM will certainly be very important in helping people take a closer look to see what is moving!

www.studioaira.com

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MATERIAL CONSEQUENCE EASTON + COMBS text by Michael Caton

“Crisi” è un termine relativo, ma c’è una crisi imminente nell’architettura contemporanea che minaccia l’efficacia del domani. La simulazione dell’ architettura al computer è spesso vaga e ampia e troppo spesso i suoi strumenti diventano solo computazionali, parametrici e analitici. Essi hanno uno stupefacente capacità di aprire un vaso di pandora sprigionando nuove possibilità di forma, struttura, spazio ed esperienza. Con la nascita degli strumenti computazionali, i prodotti che ne derivano dall’uso sono stati in gran parte… francamente più strumenti, più processi e più definizione della tecnica; ma dove stiamo andando? Dove finisce la simulazione e dove inizia la realtà? Questo è dove la crisi ci ha portato. Una cosa che gli architetti e i designer non possono e non devono evitare è la materialità. Allora ecco Easton+Combs, uno studio di architettura emergente di New York impegnato nella ricerca architettonica e soprattutto nel ruolo che il design deve avere all’interno di un edificio. L’ Hunter Douglas Light Research Studio, condotto dal Pratt Institute a New York ne ha anche esemplificato questo modus operandi. Attraverso l’uso di strumenti digitali si sono esplorate forme e strutture e ultimamente ne vengono esaminati anche gli effetti sui materiali. Il materiale delle persiane delle finestre diventa terreno malleabile per l’esplorazione con l’uso di fiberglass flessibile come materiale attuatore. Gli studi digitali dei patterns e delle forze entrano nella retroazione continua della luce e nella produzione di strutture eleganti e bulbose. Allo stesso modo è straordinariamente innovativo il Lumunious Structural Lattices. E’ questo un sistema eccezionalmente forte e ultraleggero e 100% riciclabile con la possibilità di creare giochi di luce oltre alla riduzione di peso pari all’80% di un sistema di vetro equivalente. Tutto questo è possibile senza compromettere l’integrità strutturale con il frazionamento dei costi di produzione. Finalisti del concorso New York’s Museum of Modern Art P.S.1 Young Architects Program e recentemente riconosciuti dall’ American Institute of Architects come uno tra i 10 studi emergenti, Easton+Combs sono tra gli studi più promettenti del panorama americano che non guarda solo ad un’attenta progettazione ma anche ad un intelligente uso dei materiali.

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1. Hunter Douglas Light Research Studio - ph. Hiepler, Brunier

Crisis is a relative term, but there is a crisis in contemporary architecture today that imminently threatens our efficacy tomorrow. A simulation is broad and vague, but in the context of architecture and design, their tools, being computational, parametric, analytical, etc. have in an amazing way opened Pandora’s Box of the possibilities of form, structure, space, and experience. However, with the birth of such tools, the products of their use have largely been…frankly more tools, more processes, and more definitions of technique; where is it going? Where does the simulation end and reality enter? Here is where the crisis lay, because one thing that architects and designers cannot, and should not avoid, is materiality. Enter Easton + Combs, the New York based emerging architectural practice committed to architecture, design research, and most importantly its relevance to building. While heavily invested in digital methodologies it is the efficacy of these same methodologies to effect material conditions that accentuate Easton + Combs as a leader in contemporary architecture. The Hunter Douglas light research studio, conducted at Pratt Institute in New York, exemplifies this modus operandi. Through the use of digital tools rigorous explorations of form and structure are simulated, yet ultimately examined through their physical material effects. The window treatment material becomes a malleable terrain for exploration with the use of flexible fiberglass rods as its material actuator. Digital studies of pattern and force enter into a feedback loop of light and structural consequence to produce exuberantly elegant bulbous structures. In the same vein is the remarkably innovative Luminous Structural Lattices. 100% recyclable, this system is an exceptionally strong featherweight building component that embodies a beautiful play of light and an 80% weight reduction to a glass equivalent system. This is all achieved without compromising structural integrity at a fractional production cost. A finalist in New York’s Museum of Modern Art P.S.1 Young Architects competition, and recently recognized by the American Institute of Architects as one of New York’s 10 most promising emerging practices; Easton + Combs offers a us a glimpse down the promising road where the simulation ends and we proactively consider the material consequences. www.eastoncombs.com

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THEO JANSEN THE CREATOR text by Luna Todaro

“Il confine tra arte e ingegneria esiste solo nelle nostre menti” Con una significativa frase di Theo Jansen iniziamo l’esplorazione di questo straordinario quanto poco conosciuto ingegnere/artista olandese, insolito creatore di sculture cinetiche. La carriera artistica di Jansen inizia nel 1980 con l’ideazione e successiva liberazione nei cieli di Delft di un ‘UFO’, artefatto di 4 metri riempito di elio ed animato da luci e suoni suscitando grande scalpore tantochè ne troviamo traccia anche nei rapporti della polizia. Dopo qualche anno crea la painting machine, dotata di un meccanismo che tramite la percezione di luce ed ombra riproduce l’immagine dell’oggetto con una resa fotorealistica a grandezza naturale. I veri capolavori di Jansen sono gli strandbeesten (animali da spiaggia). Osservandoli in azione siamo colti da meraviglia e incredulità: non è chiaro infatti se ci troviamo di fronte ad oggetti realizzati tramite bizzarri trucchi ingegneristici o piuttosto abbiamo a che fare con magiche creature dotate di vita propria. Dimenticate gli evanescenti mobiles di Calder o i cigolanti meccanismi aerobici di Tinguely: Jansen crea veri e propri esseri viventi. Gli strandbeesten sono enormi artefatti biomorfi, agglomerati tramite tubi usati in elettrotecnica, nastro adesivo e vari altri materiali poveri, quali comuni bottiglie in PVC. Animaris vulgaris - nato dalla fusione dei termini latini animal e maris - è il rappresentante di una delle prime specie, non ancora in grado di muoversi. Le generazioni successive sono in grado di muoversi autonomamente tramite l’utilizzo del vento e di complicati meccanismi per la cui messa a punto attinge da variegate discipline fra cui fisica, biologia, medicina, ingegneria e teoria evoluzionistica. Jansen infatti vede le proprie creature come delle vere e proprie specie animali in grado di immagazzinare memoria, reagire di fronte a pericoli e quindi vivere autonomamente. I progetti più recenti ed in via di sviluppo, Animaris Rhinoceros Transport e Animaris Mammoth, vedono addirittura la possibilità di contenere al proprio interno e trasportare uomini.

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1. Animaris - Strandbeest

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“The line between art and engineering exists only in our minds” With this significant quote by Theo Jansen we begin to explore this extraordinary but little known Dutch engineer/artist, and creator of unusual kinetic sculptures. Jansen’s artistic career began in 1980 with the creation and subsequent launch in Delft of a ‘UFO’ – a 4 meter-long artifact filled with helium and driven by lights and sounds. This evoked such a sensation that we can even find records of it in the police reports. A few years later he developed the painting machine, equipped with a mechanism that was able to recognize lights and shadows then play back the image of an object through a life-size photorealistic rendering. Jansen’s true masterpieces are the strandbeesten (beach animals). Watching them in action, one is filled with wonder and disbelief. At first sight it isn’t clear whether the spectator is in front of bizarre objects created by means of funny engineering tricks or if instead he is dealing with magical living creatures. Forget Calder’s evanescent mobiles or Tiguely’s

squeaky aerobic mechanisms: Jensen creates forms of life. The strandbeestens are enormous biomorphic creatures, assembled with tubes used in electronics, scotch, and others items such as PVC bottles. Animaris Vulgaris – a morphing of the Latin words animal and maris - represents the first species, which is not yet capable of movement. The next generations are able to move autonomously, using the power of wind aided by complicated devices formed from the theories of many disciplines including physics, biology, medicine, engineering and evolution. Jensen actually considers his creatures to be real animals, capable of retaining memories, reacting to danger and living independently. His most recent projects, Animaris Rhinoceros Transport and Animaris Mammoth, which is still under construction, envisions the possibility of carrying and containing people. www.strandbeest.com

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text by Francesca Romana Moretti

L’evoluzione della scenografia televisiva dagli anni ’60 ad oggi: dal bianco e nero al “product placamento” del design. Era il 1954 e la RAI realizzava la prima trasmissione televisiva della storia italiana. La prima persona ad entrare nelle case degli italiani attraverso la “scatola magica” fu Mike Bongiorno alla guida del primo programma televisivo della storia: Arrivi e Partenze. All’inizio era tutto in bianco e nero ed ogni trasmissione doveva sottostare alle rigide regole dell’autoregolamentazione del periodo che prevedevano una forte censura di immagini e contenuti, da allora la televisione ha attraversato una continua evoluzione tecnologica. Proviamo ad analizzare questa evoluzione prendendo in considerazione l’aspetto delle scenografie che, da semplici fondali pittorici sono divenute il “trionfo” di luci, colori e schermi a led. I primi programmi televisivi erano qualcosa di mai visto, l’attenzione della gente era rivolta principalmente a ciò che accadeva nello studio, a chi era presente e a cosa si raccontava. Nei casi dei primi giochi e quiz, come il Musichiere (1959) o Lascia o Raddoppia (1955), lo spettatore si immedesimava nel concorrente e giocava con lui insieme alla famiglia e non si badava molto alle quinte scenografiche o agli arredi. Visto che per i produttori l’importante era coinvolgere il telespettatore, indirizzavano i loro sforzi più sull’aspetto sociale che scenografico. Agli inizi infatti, le scenografie degli studi, erano 30

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INSIDE THE SHOW costituite da semplici fondali pittorici o tendaggi che spesso riportavano motivi geometrici bicromatici che venivano messi in risalto dal B/N. Man mano che le trasmissioni si evolvevano venivano aggiunti elementi scenografici che diventavano parte indispensabile del programma, come ad esempio il grande cronometro o le cabine per i concorrenti dei quiz. Col passare del tempo i programmi si diversificano, arrivano i varietà, con tanti ospiti, sketch e balletti e con essi mutano le esigenze sceniche. Il piccolo studio non basta più, servono spazi più ampi sia per le esibizioni che per il pubblico. Arrivano gli anni di Canzonissima (1959), all’inizio la scenografia è quasi assente poi vengono inseriti alcuni elementi scenografici nei vari balletti e si ampliano gli spazi per far si che ci sia più luce e maggior respiro. Canzonissima, alla fine degli anni ’60, diventa “moderna” con riferimenti ai grandi musical di Broadway, gli studi sono sempre più grandi, compaiono scale luminose, il pubblico siede intorno alla scena, i balletti e le sigle diventano momenti ricchi di spettacolarità grazie anche alle scenografie che ne costituiscono parte integrante. Per esempio nella sigla del 1971 (Chi sa se va di Raffaella Carrà), la scenografia diventa la rappresentazione della sigla stessa come se fosse un videoclip, gli elementi scenografici sono dei grandi utensili che vengono utilizzati come parti fondamentali della coreografia per aumentare il dinamismo della sigla. In questi anni vengono introdotti i primi tubi al neon, con luci bianche, per mettere in risalto, attraverso contrasti cromatici tra luci e ombre, i contorni degli elementi scenografici. Nel 1977 arriva il colore a rivoluzionare totalmente il modo di concepire la scenografia.


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1. Monoscopio

Durante gli anni ’80 gli studi televisivi si arricchiscono di qualsivoglia elemento scenografico, è il trionfo del colore e delle forme. Sono gli anni del kitsch di Indietro tutta e Quelli della notte, dove colori sfavillanti, decorazioni in oro ed elementi barocchi (anche nei costumi) la fanno da padrone, più si tende all’eccesso e al grottesco meglio è. In questi anni le scenografie ricostruiscono vere e proprie ambientazioni, per poter coinvolgere meglio il telespettatore, come in Io Jane e tu Tarzan (1989) nel cui studio era stata ricostruita un jungla dettagliatissima con liane, alberi, laghi di fango e animali. Spesso, in questo periodo, la tematizzazione prende spunto da riferimenti cinematografici (con spunti tratti dal filone fantascientifico iniziato da Blade Runner), come nel caso di Galassia 2 di Gianni Boncompagni (1982), dove la scenografia era costituita da astronavi e robot. Questi sono anche gli anni di Fantastico e di Drive In, il primo, anno dopo anno, vuole stupire il pubblico con nuovi impianti scenografici e nuove coloratissime sigle che, essendo registrate in momenti diversi, possono godere di una propria scenografia altrettanto imponente.

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1. Monoscopi from different Italian tv channels 2. Lascia o Raddoppia

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1. Il Musichiere - at the beginning were just pictoresque backgrounds 2. Drive In - cars and neon lights

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Il secondo si distingue per una scenografia che vuole riprodurre un vero drive-in americano. Nello studio vengono portate decine di automobili su cui viene fatto accomodare il “pubblico”, tra queste vengono posti vari botteghini e chioschi, l’intera scenografia fissa è messa in risalto da metri e metri di tubi al neon. Nel pieno degli anni ’80 quindi, nel campo scenografico, sono le luci a farla da padrone. I tubi al neon più utilizzati sono quelli che consentono di miscelare i colori per creare effetti luminosi spettacolari, vengono utilizzati negli impianti scenici di alcune edizioni di Fantastico, in Domenica In e in quasi tutti i Festival di Sanremo. In questo periodo si fanno strada i primi nomi che oggi sono una garanzia di professionalità e spettacolarità: Gaetano Castelli, Cappellini & Licheri e Armando Nobili. Durante gli anni ’90 le scenografie diventano sempre più complesse per esaudire le esigenze di giochi e programmi: Il grande gioco dell’oca, le prime edizioni di Buona Domenica, Partita Doppia, Luna Park. Alcuni di questi programmi contengono giochi fisici che coinvolgono i concorrenti pertanto le scenografie devono seguire una precisa normativa di sicurezza, oltre che essere facilmente trasportabili per poter entrare ed uscire dallo studio permettendo rapidi cambi scena. Le proporzioni di ciò che si progetta diventano sempre più importanti e si devono considerare molti nuovi fattori: gli spazi che diventano sempre più grandi e le altezze elevate degli studi, il numero elevato di telecamere che inquadra ogni angolo dello studio, il risultato


complessivo che deve essere bilanciato tra attenzione dedicata al protagonista della scena e la scena stessa e l’illuminazione che proviene quasi sempre dall’alto. Le scenografie sono, ora più che mai, dei veri e propri progetti di architettura, si realizza la pianta in scala 1:50 con tutti i dettagli che viene visionata e approvata da tutti gli organi che devono controllare la sicurezza dell’impianto. Viene realizzato il capitolato con la dettagliata descrizione di tutti gli elementi che compongono l’impianto scenico: i mq, i materiali e le lavorazioni, così da consentire una divisione di lavori per tipologia. Quando si entra nel nuovo millennio le trasmissioni televisive cambiano totalmente registro. Siamo nell’era del reality, gli studi televisivi si riempono di schermi e di incredibili effetti luminosi realizzati grazie alle numerose tipologie di led, tra le tante si diffondono le barre che, essendo molto resistenti, con i soli 4 mm di spessore, vengono impiegate per realizzare pavimenti luminosi calpestabili. Nuove tecnologie vengono sperimentate, come ad esempio i Modular Origami, impiegati nella scenografia dell’Isola dei Famosi 7, ovvero poliedri esagonali semoventi che ruotando danno un effetto

luminoso cangiante ad imitare uno specchio d’acqua che riflette i raggi solari. Negli ultimi anni nelle scenografie televisive si assiste ad una sorta di “product placament” del design, è così che gli studi si svuotano di elementi “posticci” e si riempiono sempre più di schermi sospesi o calpestabili e raggiungono una propria identità grazie alla presenza di alcuni elementi di design, una seduta particolare (la seduta Baba di Sintesi, ad esempio, è il fulcro delle interviste ne Le Invasioni barbariche e in Victor Victoria) o una lampada. Un caso scenografico particolare, che sarebbe da trattare a parte, è quello del Grande Fratello qui, la casa vera e propria, è una vetrina per il design e per la produzione di mobili. A partire dalla prima edizione del 2000, quando la casa era totalmente firmata Ikea, fino ad oggi, durante tutte le 11 edizioni sono passati per la casa elementi d’arredo delle case di produzione italiane più famose: Doimo, Magis, Artemide, Frezza e Busatta. La casa, si è evoluta seguendo le necessità e le ultime tendenze per esempio, dal 2009, è diventata una struttura ecosostenibile, attenta al risparmio energetico e alle risorse ambientali, con pannelli solari, mobili in legno naturale e rivestimenti in biopietra (Prestige Collection di Kerma). Nella nuova edizione il design non si limita solo alle sedute (della Meritalia) ma passa anche dall’arredo bagno con le rubinetterie Hansgrohe della linea Axor Starck e anche dall’illuminazione con le lampade Magma di Marchetti, insomma una mostra del design italiano per ogni ambiente. 03 cityvision 35


Italian scenography evolution from the 60’s till today: from black and white to design “product placement”. It was 1954 and RAI produced the first television broadcast in Italian history. The first person to enter the homes of Italians through the “magic box” was Mike Bongiorno, main character of the first television program in history: Arrivi e Partenze.

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1. Fantastico 1986 2. Modular Origami Isola dei Famosi detail by Bratislav Tasic e Uros Mihic

Let’s analyze this evolution by looking at the appearance of scenes that have become simple pictorial backdrops, the “triumph” of lights, colors and LED screens.

of the set design was not very important or impressive. For the producers it was important to engage their viewers, and so they directed their efforts more towards the social scenery. In fact, in the beginning, the sets were made of simple pictorial backdrops or curtains imprinted with two-color geometric patterns that were highlighted when displayed in black and white on TV. As the programs evolved, scenic elements were added that became an indispensable part of the program. These included the great clock or cabins for the competitors of the quiz.

The first television programs were something completely new and unprecedented. Viewers’ attention was primarily directed at the events of the scene, the actors and the story that was told. In the case of the first game shows such as Il Musichiere (1959) or Lascia o Raddoppia (1955), the viewer identified strongly with the competitors on screen and therefore the background

Over time, many new types of TV shows were developed and they changed the notion of what was required on stage. A small stage was no longer enough. More space was needed for performances and for the public. In the years to come, Canzonissima (1959), where initially, scenery was almost completely absent, scenic elements started being placed in various ballets and spaces started being enlarged to

In the beginning everything was in black and white and each TV show was subject to the strict rules of self-regulation in a period where strong criticism of images and content prevailed. Since then, TVs have been constantly changing as a result of evolving technology.

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provide more light and breathability. In the late 60s, Canzonissima became “modern� as a result of its references to the great Broadway musicals. Its studios were large and bright; the audience was arranged around the scene. The ballets were a great success thanks to the scenes that constituted an integral part of the show. Props were also great tools used as key parts of the choreography to enhance the dynamism of symbols. The first neon tubes were introduced during those years, their white lights were used to highlight the contours of the scenic elements through the contrast created between light and shade. Colors and shapes triumphed during

the 80’s when television studios were enriched by a multitude of scenic elements. These were the kitschy years; full of flamboyant colors, gold decorations and baroque elements (in costumes as well as set design) Excess and the grotesque governed, as the general belief was that more is better. During those years the sets started to reconstruct real environments, in order 03 cityvision 37


to involve the viewer better. In Io, Jane e Tarzan, (1989) the stage was complete with jungle vines, trees, lakes of mud and animals. Often during this period, the themes were inspired by various films (with ideas drawn from the sci-fi genre started by Blade Runner), as in the case of Galassia 2 by Gianni Boncompagni (1982), where the scenery consisted of spaceships and robots. These were also the years of Fantastico and Drive In which, year after year, strived to impress the audience with spectacular new facilities and new colorful markings. The set of Drive In strived to represent a real American drive-in so dozens of cars were brought in to accommodate the “public.” These were also placed between various box offices and kiosks, and yards and yards of neon tubes enhanced the whole scene. In the mid 80’s lights also reigned. The neon tubes most commonly used were those that allowed you to mix colors to create dramatic lighting effects. They were used in heating the stage for some editions of

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Fantastico, and on Sunday in almost every Festival of San Remo. During this time, names like Gaetano Castelli, Cappellini & Licheri and Armando Nobili became stars. During the 90’s, set design became increasingly complex to satisfy the needs of games and programs such as: Il grande gioco dell’oca, the first editions of Buona Domenica, Partita Doppia, and Luna Park. Some of these programs contained physical games that involved players, so sets therefore had to follow specific standards of safety, in addition to being easily transportable to enter and exit from the studios, providing for quick scene changes. The proportions of the designs became more important and had to take many new factors into consideration: the increasing size of the spaces and the heights of the studies, and the multitude of cameras that were placed in every corner of the studios. This resulted in more of a balance between the attention given to the protagonist of the scene and the scene itself. The sets were then, more than ever, actual architectural projects. Floor plans started to be accurately drawn to scale with all their details being viewed and approved by all bodies that need to monitor the safety of the studios. Contracts were made with detailed descriptions of all the elements of the scene (the areas, the materials and processes) to allow for the division of works by type.


Once in the new millennium broadcasts adapted a faster pace of upgrades. This is the era of reality shows, when television studios are filled with screens and incredible lighting effects are achieved through many kinds of LEDs. New technologies are constantly being tested, such as Modular Origami, used in the setting of L’isola dei famosi 7 or self-propelled rotating hexagonal polyhedrons that give a luminous effect to imitate a shimmering sheet of water reflecting the sun’s rays.

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1. Invasioni Barbariche 2. Viktor Victoria

In recent years, television sets are witnessing a sort of “product placation” design, so that the studios are empty elements “hairpieces” to be filled up until they reach a unique identity thanks to the presence of some design elements, a particular seat (the Baba seat of Sintesi, for example, is the focus of the interviews in Le Invasioni Barbariche and Victor Victoria) or a lamp. A particular dramatic case, that would be treated separately, is Big Brother. The house itself is a showcase for the design and production of furniture. In its first edition in 2000, the house was totally decorated from Ikea, while today, all 11 editions have been furnished by the most famous Italian producers: Doimo, Magis, Artemide, Frezza and Busatta. The house has grown to be environmentally friendly, attentive to energy saving and environmental resources, has solar panels, natural wood furniture and biostone paneling (Prestige Collection by Kerma). In the new edition, the design is not limited only to the sets (Meritalia) but also passes into the bathroom with Hansgrohe’s Axor Starck and lighting by Magma Marchetti, in short, an exhibition of Italian design for each room.

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Alice in Wonderland (1903) the first movie about Alice

Drink me Eat me: a scaled world text and images by Maria Azzurra Rossi 42

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Esiste al mondo ancora qualcuno che non ha mai visto o letto “Alice nel Paese delle Meraviglie”? Forse non tutti sanno che esiste una versione cinematografica del film che ha ormai più di 100 anni, ma probabilmente molti hanno sognato almeno una volta di fare un viaggio in quel fantastico mondo. E’ giunta l’ora di svelare un segreto: quel mondo esiste davvero. Ed è l’unione di un sogno, della realtà e di progetti di archittetura che hanno ancora un destino tutto da definire. Prima di immergersi nella poesia dell’immaginazione è doveroso seguire il rituale e l’innocenza di Alice: beviamo una magica pozione, mangiamo un biscotto ed aspettiamo di crescere, crescere, crescere. La bionda bambina si ritrova in una casa troppo piccola per le sue lunghe gambe; noi in un’altra, dove l’architettura contemporanea si è trasformata in pezzi unici e pregiati di design, diventando la nostra quotidianità e il nostro habitat ideale. La porta è socchiusa, la luce entra insistente, i raggi circondano l’ambiente. Cosa sono questi strani riflessi impazziti che illuminano il salotto? I cristalli del lampadario, le loro superfici e le forme appuntite ricordano un’utopia del nuovo millennio; è giunta l’ora di chiudere la porta, di non indugiare e di entrare nel sogno. Non c’è nessuno in casa, qualcuno è appena uscito. Mettiamoci comodi allora; ecco vedo proprio un attaccapanni che fa al caso mio: lascio tutto sulle sue braccia e mi siedo sui petali rosa della poltrona. Sento il profumo della primavera, quanti colori, quante sensazioni, quanti strani oggetti che abitano la cucina, la proprietaria di casa sarà forse una pasticcera? La curiosità si sta impossessando di me, non riesco a star qui seduta ad aspettare. Devo alzarmi, oh- oh- ops, c’è mancato poco che non cadessi a terra, le gambe del tavolo sembrano tentacoli possessori dello spazio. Hanno provato ad impedirmi di arrivare a quei bianchi cassetti: “Li aprirò tutti, scoverò i loro segreti”. Mi volto, sento lo sguardo di qualcuno alle mie spalle: l’invasione della vita personale, lo specchio mi osserva con sguardo inquisitorio, non dovrei farlo; non lo farò. Meglio guardare fuori, sfogliarsi un bel libro di fotografia e annusare il profumo dei fiori freschi. Questo sogno è mio, questa realtà è vostra.

Are there still people in this world who have never seen or read “Alice in Wonderland”? Perhaps not everyone knows that there’s a film version of the story that is almost 100 years old, but many of us have probably imagined a trip to that wonderful world at least once in our lives. I will tell you a secret: that world really exists. It’s the union of a dream, of reality and of architectural projects that have a destiny yet to be defined. Before diving into the poetry of imagination it’s best to follow Alice’s ritual and innocence: drink a magic potion, eat a cookie and expect to grow, grow, grow. The blonde girl found herself in a house too small for her legs, and we in another one, where unique pieces of contemporary architecture have become a valuable part of our daily lives and our natural habitat.

The door is ajar. Rays of light shine in brightly, illuminating the entire room. What are these strange reflections created in the living room? The crystals of the chandelier, their surfaces and shapes remind me of a distant utopia. It’s time to close the door, to forget my fears and enter the dream. Nobody is home, though there are clues that someone has just left. I can get comfortable then. I see a coat rack that is right for me; I place all my belongings on its arms and sit on the pink petals of the sofa. It smells like spring. There are many colors al around me. I experience so many feelings. The strange things that live in the kitchen make me wonder whether this house might be owned by… a pastry! My curiosity is getting the best of me. I cannot keep sitting here, waiting. I have to get up, oh-oh-oops; I almost fell to the ground. The legs of the table seem to be tentacles that own the space. They are trying to stop me from getting to those white drawers. I will open them all; I’ll discover their secrets. I turn; I can feel the gaze of someone behind me. An invasion of personal space, the mirror is looking at me with inquisitive eyes. I should not do it, I won’t. It’s better to look out the window, browse through a photography book or enjoy the scent of fresh flowers. This is my dream. This is your reality.

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AppendiabitiHanging

LampadarioChandelier

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PortaombrelliUmbrella stand

PoltronaSofa

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SpecchioMirror

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SettiminoSeptet


1 LampadarioChandelier. Superstar: a mobile China town. MAD Architects

courtesy of MAD Architects.

2 PoltronaSofa. The Magic Mountain. Amid_cero9.

courtesy of Amid_cero9..

3 TavoloTable. The Cloud of Knowledge. MVRDV. courtesy of MVRDV..

4 Vaso per fioriFlowers Vase. Galaxy Soho. Zaha Hadid Architects.

courtesy of Zaha Hadid Architects..

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5 PortaombrelliUmbrella stand. Jean Marie Tjibaou Center. Renzo Piano Building Workshop. ph. John Gollings.

6 AppendiabitiHanging. Enoki Rome Eco City. OFL Architecture.

courtesy of OFL Architecture.

7 LibreriaBookcase. Open Air Museum Carso 2014+. BAUKUH. courtesy of Baukuh..

8 Fornelli elettriciElectric stoves. Velodrome Piscine Olympique. Dominique Perrault.

courtesy of Dominique Perrault.

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9 SpecchioMirror. Haulien Beach Resort. BIG Architects. courtesy of BIG Architects.

10 SettiminoSeptet. New Museum New York. SANAA.

courtesy of New Museum NY..

11 MixerCooking mixer Central Embassy Bangkok Amanda Levete Architects

courtesy of Amanda Levete Architects

12 VentilatoreFan. Blue Planet. 3XNielsen. courtesy of 3XN.

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interview by Vanessa Todaro

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Un mercoledì che assomiglia un po’ a una domenica, una di quelle domeniche piovose in cui vorresti stare a casa, sotto la coperta, a guardare film in streaming a rotazione, e invece è il mio compleanno e alle 9.30 puntuale arriva Zizzu. Mega colazione e di corsa in via della Marrana 94, dopo l’ennesimo giro dell’isolato, dopo aver salito tre rampe di una scala di legno ripidissima, eccoci arrivate nel mondo degli stARTT e, tra l’odore acre dei colori ad olio e l’atmosfera di un loft newyorkese, inizia la nostra intervista. stARTT come: - punto di partenza - ricominciare da capo - fare un salto in avanti In quale di queste tre definizioni vi riconoscete? stARTT: Fare un salto in avanti… stARTT sta per “studio d’architettura e trasformazioni territoriali”, il nostro intento è partire con le risorse e le occasioni a disposizione per sviluppare un ragionamento più complessivo sugli interventi di trasformazione del territorio considerando l’architettura come uno di essi. Uso il sostantivo trasformazione per non citare le abusate parole come valorizzazione, riqualificazione, che in realtà nascondono un atteggiamento di tipo economico o politico, mentre il termine trasformazione vuole riportare l’accento su quello che è la natura della disciplina. E quindi fare un salto in avanti, perché il lavoro di Whatami rientra all’interno del ragionamento più generale di cosa voglia dire oggi trasformare il territorio.

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1 2 3 4. Whatami - project collages images courtesy of stARTT

Whatami è il progetto che vi sta dando molta visibilità, sia sul web che sulla carta stampata, è il vostro progetto preferito? stARTT: Whatami ci piace molto,ma abbiamo anche progetti che hanno un tempo di gestione più lungo, diversi sono quelli elaborati per le amministrazioni pubbliche, ognuno con un differente grado di complessità. E’ vero comunque che Whatami ci ha dato una grande notorietà. Com’è arrivata l’occasione del MAXXI? Era un concorso ad inviti? stARTT: Sì, era ad inviti, il MAXXI ha incaricato 50 critici di selezionare 50 studi per questo concorso, siamo stati chiamati da Alessando D’Onofrio, che tra l’altro è lo stesso critico che aveva curato una pubblicazione di un concorso che uno di noi aveva vinto -Meno è Più 2- inoltre aveva curato l’allestimento del padiglione italiano alla Biennale di Londra 2008. Ci ha mandato una mail, dove ci diceva che aveva visto il nostro sito e quindi ci ha selezionato; abbiamo costruito il portfolio per partecipare al concorso e dalla presentazione di questo, hanno scelto i 5 studi finalisti. Non pensate che il MAXXI, museo d’arte contemporanea, come istituzione, come divulgatore appunto della cultura contemporanea a Roma, avrebbe dovuto aprire un concorso del genere a tutti i giovani progettisti e non farlo diventare un qualcosa di elitario con la forma di partecipazione ad inviti? stARTT: Credo che abbia seguito lo standard di procedura del concorso dettato dal MoMA di New York; però si, una maggiore apertura è senza dubbio garanzia di maggiore possibilità di confronto. La vostra ricerca è focalizzata sul territorio e sul legame della città con esso, come trasferite questi studi nei vostri progetti più architettonici? stARTT: : In questo momento insieme al progetto del MAXXI, stiamo lavorando ad un progetto più grande con una riflessione più attenta verso il territorio; in generale in ogni nostro progetto lavoriamo molto sul paesaggio, pensando ad esso come la parte visibile del territorio e quindi, sia in progetti dove si trattava di recuperare un centro storico che in progetti che riguardano le infrastrutture, pensiamo all’architettura come una parte di territorio e non come un oggetto di design. Il progetto diventa occasione per riflettere sul tema della trasformazione del territorio. Quanto è importante l’aspetto visuale e grafico nel vostro lavoro? stARTT: E’ il nostro modo di trasmettere quello che dicevamo prima, un modo per interpretare la trasformazione del territorio. Utilizziamo il disegno come strumento d’indagine progettuale. 03 cityvision 49


Nelle immagini dei vostri progetti, soprattutto nei fotomontaggi, si nota l’ibridazione tra disegno e fotografia, quanto influiscono le passioni personali nei vostri progetti? stARTT: Ogni progetto è intrecciato anche ai nostri percorsi personali, che si riflettono inevitabilmente nell’indagine dei temi di progetto. Ogni progetto è guidato da una passione, partendo comunque da un ragionamento che riguarda il paesaggio e il territorio. Anche Whatami parte da questo, Zaha Hadid ha proposto come scelta progettuale uno spazio neutro, il più possibile artificiale e privo di verde dentro al rumore della città; abbiamo immaginato che l’istallazione temporanea richiesta potesse per i tre mesi estivi lavorare su un elemento di naturalità capace di stabilire relazioni di paesaggio tra la città ed il MAXXI. Il nostro progetto è una collina che si alza in vari punti, fino a 3 metri, per permettere la vista della sponda del Tevere mentre i papaveri, alti fino a 5 metri, si stagliano in rapporto di figura-fondo con gli edifici circostanti.

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1. Whatami - model ph. courtesy of stARTT 2. stARTT office in Rome ph. Maria Azzurra Rossi

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It’s Wednesday, but it feels more like a Sunday, one of those rainy Sundays in which you want to stay home under your blanket, watching reruns on TV. Instead it’s my birthday, and Zizzu arrives on time at 9:30. We have a big breakfast and run to Marrana Street, number 94. After climbing three flights of a steep wooden staircase, we find ourselves in the world of Startt. We began our interview among the acrid smell of oil paints, in an office that feels more like a New York loft.

Riguardo al progetto “La vista del mare” voi scrivete : “Trasformare l’esistente e disegnare territori inediti”. In che modo? stARTT: E’ un progetto che ci piace molto. Il tema era la sistemazione della viabilità di questo piccolo comune, Norma, che si trova su una rupe verticale di 400 metri sul livello del mare. La richiesta era l’allargamento della sezione stradale e creazione di un parcheggio pubblico in adeguamento al decreto sugli standard urbanistici. Il paesaggio è molto suggestivo, vedi le isole all’orizzonte, sotto hai la pianura; quindi la prima esigenza è stata di natura paesaggistica, quindi come porre l’accento sul rapporto con il mare. Abbiamo utilizzato un incarico alla fine molto semplice come tema, forse anche un po’ noioso per creare un progetto d’architettura, un vero e proprio progetto del paesaggio, anche divertente. Il parcheggio è stato posizionato in modo da restare chiuso tra le case esistenti, la sua copertura è uno spazio pedonale che si erge oltre il filo dei tetti e permette di godere della vista del mare; è cosi che abbiamo evitato che si creasse un forte impatto ambientale. Roma è al centro di discussioni fra centro storico e periferie, quale parte della città vorreste “invadere” con la vostra architettura e in che modo? stARTT: Il Parlamento (il tono è sarcastico). Dietro questa battuta c’è quello che hanno indicato gli studenti il 14 dicembre, perché tanti disagi dipendono da scelte politiche ed economiche che hanno alterato in maniera negativa la qualità della città e della vita di chi le abita. Gran parte della periferia ha bisogno di interventi: dai tessuti urbani, ai tracciati viari alla qualità del design e dello spazio pubblico. Uno dei tentativi più visibili che è stato compiuto è quello delle 100 piazze, ma abbiamo visto che il design non basta ad affrontare le criticità della periferia, insieme alla qualità dello spazio, bisogna affrontare i temi della mobilità, dei servizi, in generale del welfare.

stARTT means: - a starting point - a new start - to start again Which of these three definitions do you relate to the most?

stARTT: To jump ahead…stARTT actually means “office of architecture and spatial transformations”. Our intention is to start with the resources available, and to then develop a more complete reasoning of the transformative interventions on a site, considering the architecture to be one of the interventions. We use the word “transformation” because we do not want to abuse words like “re-use”, “value” which hides a more economic or political way of thinking, the term transformation places emphasis on the nature of the discipline. And then “jump ahead” because Whatami’s work can be considered a part of what means transforming the territory.

Whatami is the project that has been giving you the most publicity on the web and in magazines. Is it also your favorite project?

stARTT: We do really like Whatami, but we have several more complex projects that have a longer management time, different are the ones made for public amministrations, each one with its degree of complexity. It’s true anyway, that Whatami gave us a great reputation.

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How did the opportunity to work on the MAXXI arise? Was it a closed competition?

stARTT: MAXXI had called for and instructed 50 critics to select 50 studies for this contest. We were chosen by Alessandro D’Onofrio. He is the critic who had edited a publication of a competition that we won Meno e Più 2 - in the past. He had also supervised the construction of the Italian pavilion in London 2008. From there he sent us an email in which he told us that he had seen our website and asked us to participate. We then put together a portfolio to enter the contest and after all the entries were received, they chose the five finalists.

Do you think that the MAXXI museum of contemporary art as an institution and as a source of contemporary culture in Rome should have opened the opportunity to young professionals instead of becoming a project reserved to only a few invited groups?

stARTT: We believe that we have followed the standard procedure of the competition dictated by MOMA in New York, but yes, a greater openness it undoubtedly guarantee of greater opportunity for comparison.

Your research is focused on the land, on the city and on the link between them. How do you apply these studies to your project?

stARTT: Right now, along with the MAXXI project, we are working on a larger project that takes the site into consideration more carefully. In general, for all our projects, we focus a lot on the landscape, or the visible part of the site. For projects which deal with reinvigorating an old town or projects regarding infrastructure such as Norma, which deals with visibility, we think about a piece of land architecturally, not as a design object. We use the project as an opportunity for reflection on the transformation of the land.

How important are graphics and visual appearance in your work?

stARTT: It’s our method to express what we’re talking about, a way to interpretate the transformation of the territory. We use drawing as a designing investigative tool.

In the images of your works, above all in the photomontages, there is a hybridization of design and photography. To what extent does personal passion influence your projects?

stARTT: Each project is guided by a personal journey, which aids in resolving a particular issue. All our projects are driven by a passion, always originating from an idea about the landscape and the site. Whatami is also a part of this process. Zaha Hadid had predicted a neutral space within the noise of the city, without a lot of green. We imagined this to be an object that forms relationships with the first, second and third floors, in different perspectives in regards to the MAXXI. Our project is a hill that rises at various points up to three meters and allows for a view of the Tiber river with a backdrop of five-meter-high poppies, creating a link between the figures on the site and the surrounding context.

In the project “La Vista del Mare” (The View of the Sea) you write about transforming the existing and drawing uncharted territory. Can you elaborate upon this thought?

stARTT: It‘s a very nice project. The assignment was to rearrange the roads of a small town, situated on a vertical cliff 400 meters above sea level. We were requested to widen the road and create a public car park. The landscape is very impressive: you see the islands in the distance, overlooking the sea, and the plain beneath you. The first thing to do was to analyze the nature of the landscape and figure out a way to rebuild this relationship with the sea. Our end result was very simple, perhaps even a bit boring, but it was a real, fun landscape design. The parking lot was positioned in such a way that existing homes cover, his roof is a walking space out of the roofs stripes and allows you to enjoy the sea view; this way we avoid a high environmental impact.

Rome is the focal point of the discussion “center or periphery.” Which part of Rome will you invade with your architecture?

stARTT: The Parliament (the tone is sarcastic). There is truth behind this joke that has shown students on December 14th, because so many hardships are caused by political and economic policies that have negatively influenced the architectural quality of the city. A big part of the periphery needs interventions: from urban texture and track ways, to design quality and public space. One of the most visible effort has been done is the 100 squares, but we saw that design isn’t enough to deal with periphery critics; with space quality, we’ve to deal also with mobility, services, welfare. www.startt.it

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1. Chambres - project model ph. courtesy of stARTT

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REX an interview with Joshua Prince Ramus by Francesco Lipari and Catherine Iftode

Ho incontrato Joshua Prince Ramus, il fondatore di REX, durante un giovedì pomeriggio nel suo appartamento a Manhattan. Lui, è appena passato a prendere sua figlia a scuola ed io, ho appena scoperto che, non solo merita tutto il successo di pubblico degli ultimi tempi, ma anche che, a differenza di altri architetti, che hanno gonfiato i propri ego per essere diventati famosi, lui è incredibilmente carismatico e con i piedi per terra. Come sei entrato nel mondo dell’architettura? Quali sono stati i tre momenti più importanti per la tua carriera? Joshua: Ho studiato filosofia e credo sia caratteristico degli studenti di questa disciplina diventare molto entusiasti verso di essa o totalmente scettici, perché la storia della filosofia è in realtà una successione di vincitori. Ogni filosofo ha dibattuto sul suo predecessore, quindi è molto facile avere successo in quel campo. Per questo la fisolofia mi ha disilluso e ho deciso di dedicarmi a qualcosa in cui potessi riuscire a trasformare la teoria in pratica, invece di parlarne e basta. Sono stato indirizzato verso la scuola di architettura da un professore di scultura, che mi ha incoraggiato a trasferire la scultura in architettura. I tre momenti più importanti della mia carriera sono stati sicuramente, lavorare alla Seattle Central Library, parlare per TED, e prima di questo, lavorare per OMA in Olanda.

Esiste un metodo particolare di lavoro nel tuo studio? Joshua: Sì. Siamo molto Darwinistici. Crediamo che attaccando le idee, soltanto le più forti resteranno in piedi. Non ci interessa chi le crea. Invece di concentrarci sulla persona che tira fuori l’idea e l’atto di creazione, ci concentriamo sulla critica. Così quando lavoriamo ad un problema, l’intero team di un progetto, avanza delle idee sviluppate: le critichiamo, le attacchiamo, le facciamo a pezzi, per vedere quali resisteranno e quali cadranno a pezzi, etc. Con questo metodo alcune di esse muoiono subito, altre si rafforzano, altre mostrano il loro potenziale una volta rielaborate. Poi ci riuniamo parlando di come dividerci per sviluppare nuove idee e ci incontriamo il giorno successivo riprendendo lo stesso processo.

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Il nostro magazine parla delle differenti forme dell’arte e di come esse si relazionano architettura. Qual è la tua ispirazione aldilà del campo architettonico? Hai un’altra forma d’arte prediletta? Joshua: Non prendiamo ispirazione da altre forme d’arte, perché il nostro metodo di lavoro è basato sull’argomentazione. Crediamo che l’architettura debba “fare” cose e non solamente rappresentarle e molte delle forme artistiche sono semplicemente rappresentazione. Detto questo, io sono molto appassionato di film. Ma direi che posso vedere delle somiglianze, fra i film e la nostra architettura, nel loro essere diretti: nell’essere una sorta di storyboard. Costruiamo una forma narrativa che editiamo in modo iterativo, finchè non si ottiene una sequenza inattaccabile. Proprio come valutiamo la critica delle idee, valutiamo anche quella dell’argomento – la narrativa – come un tutt’uno, e trovo sia cruciale per il progetto. In una recente campagna pubblicitaria di Diesel suggeriscono di diventare stupidi. Sei d’accordo con loro? Credi che diventare stupidi possa aiutare ad essere più innovativi e meno seri? Joshua: Spesso usiamo l’espressione “avere il coraggio di essere stupido”. Non intendiamo l’essere stupido in sé, ma la possibilità di essere elaborato il più possibile. Antoine de Saint-Exupery disse: “La prefezione è raggiunta, non quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più nulla da togliere”. Così per poter avere un argomento molto potente, passiamo molto tempo a renderlo molto chiaro e molto semplice. Questo è il nostro obiettivo: elaborare le cose fino alla loro essenza e ci riferiamo a questo quando parliamo di stupidità. Qual è stato il vostro progetto più difficile? Joshua: La Seattle Central Library è stato il progetto per il quale sono dovuto crescere molto velocemente. Era anche il primo progetto che guidavo da partner, il primo progetto per cui ero il partner responsabile e il progettista-capo ed ero molto giovane. Avevo 29 anni quando abbiamo iniziato. Si trovava anche nella mia città natale e questo


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1. Museum Plaza image courtesy of REX

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metteva molta pressione su di me. Ho dovuto imparare molto da questa prova del fuoco. Per me, la biblioteca aveva la posta in gioco più alta di qualsiasi altro progetto fatto fino a quel momento. Quale pensi sarà la prossima avanguardia in architettura? Joshua: So quale mi piacerebbe fosse… Siccome sono in sintonia con l’agenda dei modernisti, credo che essi abbiano fallito e credo che abbiano creato uno sfortunato scisma tra la forma e la funzione. Come ho detto prima, l’architettura dovrebbe “fare” cose. Credo che, alla radice, l’agenda modernista fosse la medesima. Ma misero in equazione il “fare” con la forma che segue la funzione, così sminuirono il valore della forma come un mezzo per la funzionalità. Quando i modernisti fallirono, noi continuammo la loro eredità. Invece di riavvicinare il tutto, abbiamo mantenuto questo scisma improduttivo e lasciato il pendolo oscillare fra Funzionalismo e Formalismo. Per questo spero che noi architetti avremo il senso di rimettere tutto insieme, di smettere di fare questa distinzione e di focalizzarci sulla performatività: massimizzare tutto ciò che abbiamo nel nostro dispositivo - forma, funzione, programma, organizzazione - per raggiungere gli obiettivi dell’edificio. Qual è la tua opinione sulla sostenibilità? Joshua: Per prima cosa, credo che il movimento verde, per come lo abbiamo dipinto noi architetti, sia una cavolata. Progettare un edificio che non distrugga il pianeta dovrebbe essere un requisito base, al pari della resistenza alla gravità. Ho visto scritto che la sostenibilità è diventato un brand – una specialità – proprio l’opposto di un requisito base. Penso inoltre che, la nostra professione generalmente non comprenda la sostenibilità. Siamo miopicamente focalizzati a massimizzare l’efficienza energetica degli edifici e minimizzare i carboni incorporati, ma questi fattori sono solo una goccia nel secchio comparati al lifestyle generato dagli edifici. Pensiamo ad una casa nelle campagne del Montana. La persona che la abita usa 10 volte più energia di una persona che vive a Manhattan in un vecchio edificio. Lo stile di vita a Manhattan, nel suo complesso, è infinitamente più sostenibile di quello più rurale del Montana, perché la città ha i suoi mezzi di trasporto pubblici e le loro uova e la posta non devono percorrere lunghe distanze.

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Da REX crediamo che l’urbanistica sia la radice di tutta la sostenibilità. Crediamo che le persone dovrebbero essere canalizzate a tornare nei centri urbani, dove già esistono le infrastrutture e il debito di carbonio è già stato pagato. In realtà, noi non facciamo progetti che non siano in un centro urbano. Crediamo nel riuso e nella progettazione di edifici che siano adatti per il riuso. Questo non è per dire che i nuovi edifici non debbano anche avere alte performances, ma che dovrebbero avercele di default. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Joshua: Siamo interessati ad esplorare nuove tipologie che impattino con il genere umano in modo positivo. Stiamo lavorando ad una storia del ’62, un progetto con diverse funzioni a Louisville, Kentucky. Il progetto include un istituto d’ arte contemporanea ospitato nell’edificio centrale e che accoglie tutte le funzioni pubbliche della parte commerciale dell’edificio stesso. Il progetto lavora come uno strumento per superare i vincoli economici dello sviluppatore e contemporaneamente afferma una nuova tipologia di museo, dove l’arte non è imprigionata in una scatola bianca, ma opera sulla vita quotidiana. Inoltre stiamo lavorando ad una libreria in Belgio, la prima dopo la Seattle Library. Non abbiamo voluto lavorare su un’altra libreria finchè i problemi delle biblioteche non si fossero evoluti abbastanza da poter creare un progetto molto ambizioso, invece di rigurgitare


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1. AT&T Performing Arts Center Dee and Charles Wyly Theatre 2. Madison Avenue (doll) House images courtesy of REX


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1. Vakko Fashion Center Model configurations 2. Yongsan Experiment images courtesy of REX

idee che avevamo sviluppato 10 anni fa. Stiamo progettando anche un grande complesso residenziale di lusso a Seoul, in Korea. Lì, stiamo sviluppando modelli di costruzione che danno alle unità la possibilità di avere più luce naturale, ventilazione incrociata e viste, in più possono essere costruiti con la metà del tempo ad un prezzo ridotto del 60%. Il progetto è guidato dai nostri studi recenti che provano che la loro performatività supera la tipologia precedente su ogni livello. Ed inoltre abbiamo appena iniziato la sede di una compagnia di videogiochi in California. Ancora non so cosa proporremo loro. Credi che il modo migliore per approcciare un progetto sia per “come le cose andrebbero fatte” o per “come le cose non andrebbero fatte”? Joshua: Nessuno dei due. “Come le cose non andrebbero fatte” non dà indizi su come procedere. E “come le cose andrebbero fatte” implica l’accettazione di una convenzione. Mi piace descrivere il nostro processo di lavoro come produttivamente fuori controllo. Lavoriamo con i nostri clienti per capire quali aspetti hanno più a cuore, e per cercare delle soluzioni molto specifiche e ad alta performatività. Per avere successo nel nostro processo, dobbiamo essere molto abili a 58

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resistere alle reazioni convenzionali. Questo può essere frustrante per i nuovi arrivati, perché sembra che stiamo cercando di reinventare la ruota ogni volta. In pratica su sette dei dieci aspetti studiati, riaffermiamo una convenzione. Ma tre di loro saranno totalmente nuovi, un territorio inesplorato che diventerà la base del progetto. Abbiamo scoperto che questo processo porta a soluzioni che non sono mai state raggiunte prima, che trascendono qualsiasi cosa avremmo potuto inizialmente o singolarmente immaginare. E vi si riesce non grazie ad un particolare genio o rivoluzione, ma perché il processo produce reazioni su misura per i problemi del cliente – i vincoli del sito, la politica locale, l’economia ecc. Sono felice quando la gente dice che non vede uno stile comune nei nostri lavori. Per me, questo è segno che il processo funziona. Quello che importa è il processo e l’argomentazione…non la soluzione. Hai qualche suggerimento per i giovani aspiranti architetti? Joshua: Non fare nulla senza prima avere un’ agenda/ordine del giorno.


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I meet up with Joshua Prince-Ramus, principal of REX, on a Thursday afternoon at his apartment in Manhattan. He has just picked up his daughter from school, and I am soon to discover not only that he well deserves all the public acclaim accorded to him lately, but also that unlike other architects who have inflated egos as a result of their success, he is incredibly charismatic and down to earth. How did you get into architecture? What were the three most significant moments of your career? Joshua: I studied philosophy as an undergraduate, and I think it is characteristic of philosophy students to become either increasingly enthusiastic or skeptical. The history of philosophy is a successor of victors. Each philosopher debates his dead predecessor. For this reason, I fell into the camp of the disillusioned and wanted to put theories into practice instead of just safely debating them. I was turned on to architecture by a sculpture professor, who encouraged me to go into either architecture or sculpture. The three most significant moments of my career were becoming a partner at OMA, the opening of the Seattle Central Library, and transitioning OMA New York into REX. Is there a particular method you use for running your office? Joshua: Yes. We are very Darwinistic. We believe that by attacking ideas, the strongest will survive. We therefore focus on the act of critique, not the act of creation. We don’t care from who an idea comes. When we work on a problem, the entire team puts forward concepts. We collectively tear them apart, see which ones withstand the assault, which ones fall apart, etc. Through this process, some ideas die off, some get stronger, some show potential if reworked. We then regroup, split the team up to develop the ideas further, and meet the next day to repeat the process. 60

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Our magazine likes talking about different forms of art as they relate to architecture? What’s your inspiration outside the field of architecture? Do you have another art form you like as much as architecture? Joshua: We don’t look for inspiration in other art forms because our work process is argument based. We believe that architecture should do things, not just represent things, and most other art forms are representational. That said, I’m personally interested in film. But the only direct similarity between our work and film is that our designs are argued linearly, almost like a storyboard. We construct a narrative, and iteratively edit it until an unassailable sequence is generated. Just as we value critique of discrete ideas, we value critique of the argument—the narrative—as a whole, and find this crucial to design. In a recent Diesel advertisement they suggest being stupid. Do you agree with this claim? Do you think being stupid could help be more innovative and less serious? Joshua: We often use the expression “dare to be dumb.” But we don’t mean ‘dumb’ as in “stupid,” but ‘dumb’ as in “as streamlined as possible.” Antoine de Saint-Exupery said, “Perfection is achieved, not when there is nothing


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This page / 1. Vakko Fashion Center ph courtesy of Iwan Baan

more to add, but when there is nothing left to take away.” In order to have a really potent argument, we spend a lot of time making what we’re doing super clear, super simple. That’s our objective: to edit things to their essence. We refer to this as being ‘dumb.’ What was your most challenging project? Joshua: The Seattle Central Library was the project on which I had to grow the most, and the fastest. It was the first project on which I was partner in charge, the lead designer. I was young: 29 when we started it. It was also in my hometown and that put a lot of pressure on me. I learned a lot trial by fire. For me, the Library had the most at stake of any single project to date. What do you think the next avant-garde in architecture will be? Joshua: I know what I hope it will be: performancebased architecture. While I am sympathetic to the Modernists’ agenda, I think they saddled the profession with an unfortunate legacy: a false tension between form and function. As I said earlier, I think architecture should do things. I believe at the root of the Modernist agenda was

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Next page / 2. Songdo landmark city block a4 images courtesy of REX

the same thing. But they equated “doing” with form follows function, belittling the value of form as a functional device. When Modernism ultimately failed, we continued their legacy. Instead of gluing form and function back together, we maintained the unproductive schism and let the pendulum swing from Functionalism to Formalism. I hope with the waning of Formalism, we architects will have the sense to stitch them back together again and focus on neither form nor function, but “performance:” maximizing anything we have at our disposal—form, function, program, organization, it doesn’t matter—to meet a building’s agenda. What are your thoughts on sustainability? Joshua: First, I think the green movement as we architects have framed it is bullshit. Designing a building that doesn’t destroy the planet should be as basic a requirement as resisting gravity. I find it sad that sustainability has become a brand—a specialty—as opposed to just a basic requirement. I also think our profession generally misunderstands sustainability. We’re myopically focused on maximizing building energy efficiency and minimizing embodied carbon, but these factors are only a drop in the bucket when 03 cityvision 61


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SONGDO LANDMARK CITY BLOCK A4

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compared to the lifestyles generated by buildings. We tout an “off the grid” home in rural Montana, even though the person inhabiting that home is using ten times more energy than a person living in Manhattan in a 100 year old building that leaks energy. A Manhattan lifestyle as a whole is infinitely more sustainable than the “off the grid” lifestyle in Montana, because city dwellers us public transportation and their eggs and mail don’t travel long distances. At REX, we believe urbanism itself is the root of all sustainability. We believe people should be funneled back into urban centers where infrastructure already exists and the carbon debt has already been paid for. In fact, we don’t do projects that aren’t in urban centers. We believe in adaptive reuse. We also believe in designing new buildings to be adaptively reused. That’s not to say that new buildings shouldn’t also meet a very high energy performance, but that should be a given. What are your future projects? Joshua: We are interested in exploring new typologies that impact human behavior in a positive way. We’ve been working on a 62 story, mixed-use project in Louisville, Kentucky. The design includes a contemporary art institute housed in the building’s middle that engages all the public components of the building’s commercial programs. It simultaneously performs as a tool to overcome the developer’s economic constraints, and asserts a new typology for art museums, where art isn’t imprisoned in a white box and but operates on everyday life. We are working on a library in Belgium, the first one we’ve worked on since the Seattle Library. We didn’t want to work on another library until we felt the issues confronting libraries had evolved enough that we could

do something very ambitious in its own right, not just regurgitate ideas we had developed 10 years ago. We’re doing a large luxury residential project in Seoul, Korea. There, we’re developing models of construction that allow for units to have more natural day-lighting, cross ventilation, and views and can be erected 50% faster at 60% of the price. Their design is driven from things we can actually measure such that we can prove that they outperform the prevalent typology at every level. We just started the headquarters for an entertainment company—a videogame company—in California. I have no idea what we’re going to propose yet. Do you think the best formula for approaching a project is how things should be done or how things shouldn’t be done? Joshua: Neither. “How things shouldn’t be done” gives no insight for how to move forward. And “how things should be done” implies accepting convention. I like to describe our work process as productively losing control. We work with our clients to understand what their core issues are, and then search for very specific, high-performing solutions to those core issues. To succeed at our process, one must be very adept at resisting conventional reactions. This can be frustrating to newcomers because it appears like we are trying to reinvent the wheel all the time. In practice, on seven out of ten issues studied, we will reaffirm convention. But three out of ten times we will pave entirely new, unchartered territory that will become the basis of the project. We have discovered that this process leads to solutions that have never been done before, that transcend anything we could have initially or individually imagined. And it succeeds not because of any kind of genius or revolution, but because the process produces tailored reactions to a client’s issues—their site constraints, local politics, the economics, etc. I’m happy when people say they see no style in our work. To me, that is proof the process is working. What are consistent are the process and the argumentation…not the solution. Do you have any advice for young aspiring architects? Joshua: Never do anything without an agenda. www.rex-ny.com

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3 1. V&A at DUNDEE design schemes 2 - 3. V&A at DUNDEE perspective views images courtesy of REX

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NERI OXMAN interview by Alessandro Orsini

Come nasce questo interesse per i sistemi organici e biologici in architettura? Pensavi che fosse uno dei campi più promettenti e creativi nel panorama architettonico del futuro? Neri: L’interesse pubblico è motivato dallo zeitgeist, ma allo stesso tempo lo crea. Le idee che ho promosso - spesso attraverso piccoli esempi reali di studio - sono evocativi di ambienti in cui la scienza emergente e la tecnologia diventano un mezzo di speranza e umanistico per le trasformazioni culturali. In questo contesto, penso che il lavoro che ho intrapreso sia comunicativo su più livelli.

Quando ho ricevuto la proposta d’ intervistare Neri Oxman da CityVision Magazine ho colto l’occasione per approfondire il suo lavoro. L’intervista è arrivata in un momento in cui sto scrivendo anche sul rapporto tra l’origine del linguaggio, della sua struttura interna e di quella dell’architettura. Ho subito capito che la ricerca dello studio di Neri Oxman Material Ecology è proiettato al di là della classica distinzione e interpretazione dei componenti dell’architettura. La sua ricerca è volta a sviluppare un nuovo processo in grado di attivare e sostenere la progettazione della materia fisica e la sua conseguente capacità di adattamento alle condizioni ambientali nella creazione della forma, suggerisce un confronto con Gottfried Semper e la sua dimensione antropologica della forma tettonica. L’ inspirazione dalla biologia e dalla natura ci introduce ad una nuova visione di Ecologia e ad una nuova percezione dell’oggetto architettonico inserito nell’ambiente costruito. Le sue qualità di rappresentazione sono direttamente correlate alle prestazioni dell oggetto e quindi alla mediazione sinergica e all’interazione tra oggetti e umani. E’ a questo punto che possiamo andare al di là dell’elemento semperiano di “quadro” come elemento principale della tettonica. Qui l’elemento principale è la natura stessa, che organizza e assembla tutti gli elementi dell’ oggetto architettonico. 66

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Qual è la tua opinione sul parere contrario dei tuoi lavori come aspetto impossibile dell’architettura nel campo della costruzione? Neri: In futuro, i materiali saranno data-encapsulating-energymanaging integrati nel tessuto dei vestiti, dei prodotti, degli edifici e delle città. Non sono circuiti necessari, solo fisici. Anche se la complessità di attuazione delle nuove tecnologie, in una società strutturata intorno al vecchio, è un grande problema, probabilmente fra molto tempo, le tecnologie di trasformazione ridefiniranno il modo di pensare e fare. Le nuove tecnologie nascono come forme d’arte, utilizzando le scienze in modo creativo per decodificare le antiche forme artigianali, che stanno ancora lottando per emergere. Stiamo lavorando contro delle difficoltà tecniche, ma anche contro le barriere culturali. In questo senso, sono convinta che entro un decennio saremo testimoni di significative trasformazioni non solo nel design, ma anche nel settore delle costruzioni. Gli edifici saranno stampati “file-to-fitness” direttamente nel sito. In che modo trasmetti la tua ricerca o i tuoi lavori ai tuoi studenti? Neri: Quando esplori un approccio integrato di progettazione che cerca di sovrapporsi, e operare in più campi, il design diventa innovativo, più ricco e capace di un impatto più ampio. Il progetto, in definitiva, consiste nella capacità di lavorare attraverso vincoli. Di solito mi piace introdurre la ricerca di MATERIALECOLOGY come un metodo che ricrea gli strumenti e le tecnologie che sono intrinsecamente legate al tipo di prodotto. In questo modo, gli studenti riescono a capire che la strumentalità del design diventa una frontiera d’innovazione. Nel mio lavoro cerco di spostare il discorso della produzione del design da un approccio formacentrico ad un approccio ambiente-centrico, in cui la forma è motivata, rappresentata e definita dalle sue prestazioni strutturali e ambientali. Un unico modello, proprio come la natura, innescato da forze naturali e dal comportamento di un materiale. Questa linea di pensiero promuove un nuovo tipo di estetica, e anzi una nuova etica - un nuovo modo di pensare la progettazione.


Cosa vuoi trasmettere con la tua mostra al MoMA? Neri: L’aspetto significativo di questa collezione sta nella sua capacità di tradurre i fenomeni fisici in arte o per esprimere le formule di generazione della forma come prototipi di costruzione. Il mio contributo alla mostra Elastic Mind al MoMA mi ha dato una grande opportunità. Una serie di quattro progetti dal titolo Natural Artifice esaminano la relazione tra le proprietà fisiche dei materiali e i criteri di prestazione come il carico strutturale, il trasferimento di calore e l’isolamento. Tutti i modelli sono stati, in sostanza, espressioni di forme di front-loaded con i dati. Tu ti concentri nella produzione del design. Qual è il ruolo dei materiali in tutto questo? Neri: Le proprietà del materiale hanno un ruolo fondamentale nel mio lavoro. Nella maggior parte dei casi non c’è solo il tentativo di comprendere le proprietà del materiale con cui sto lavorando, ma c’è anche l’intenzione di ricrearlo. Come designer, faccio una distinzione tra le proprietà di ingegneria (quantitative, quelle senza le quali l’edificio non sta in piedi) e proprietà architettoniche (qualitative, quelle che offrono un’esperienza di impatto spaziale e sensuale all’interno dell’ambiente). Hai mai pensato di progettare la tua casa attraverso la tua filosofia di design? Neri: Amen! Il salto di scala sarebbe ovviamente una sfida in cui la distribuzione spaziale - a differenza di una pelle strutturale pura - è guidata da parametri diversi dai dati puramente strutturali o ambientali. Sto solo iniziando a esplorare la possibilità del salto di scala con la recente commissione per il progetto di un padiglione. A cosa stai lavorando in questo momento? Neri: Riprodurre ossa umane nella progettazione di un nuovo padiglione.

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1. 6-D Phase Space ph. courtesy of Neri Oxman Material Ecology

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Quale sarà il tipo di progettazione che interesserà o affascinerà le persone in un prossimo futuro? Neri: Gli edifici saranno sinuosi ed organici, riecheggeranno la struttura, diciamo, di pigne o di pelle umana. Ma più di questo, gli edifici saranno praticamente degli esseri viventi. Si muoveranno e adatteranno. Muri nanotubo di carbonio respireranno attraverso i pori che cambieranno di dimensione. Sedie che si rimodelleranno sul corpo, quando ci si siede. L’abbigliamento avrà le informazioni del tuo DNA codificato che crescerà proprio come accade a noi. Recenti iniziative in tali tecnologie, combinate con lavori innovativi sui materiali compositi, danno la possibilità ai designers e agli ingegneri di ripensare le funzioni e le caratteristiche di potenziale di prodotti e di fabbricati, promuovendoli direttamente e selettivamente attraverso la loro realizzazione. Qual è il tuo argomento principe se qualcuno critica il tuo lavoro affermando che è pura riproduzione di forme biologiche? Neri: La biomimica non è un metodo; è una filosofia, una disposizione intellettuale, e una mentalità con la quale si percepisce il mondo naturale attorno a noi. E’ lo studio di soluzioni di design antiche per i problemi del mondo naturale potenzialmente rilevanti per il design contemporaneo e l’ingegneria. Quindi la chiave è imitare i processi naturali e non la loro formalità espressiva. Qual è il ruolo delle ricerca sui nuovi materiali nel tuo lavoro? Neri: I biomateriali creano una scienza interdisciplinare connettendo elementi di biologia, chimica, scienza dei materiali, ingegneria e medicina. Molte interessanti applicazioni in questi materiali includono la produzione di placche ossee, tendini e legamenti artificiali, protesi vascolari, valvole coronariche e protesi articolari. Nella mia visione, lo sviluppo dei biomateriali nell’industria medica è straordinariamente interessante per noi designer. Credo che sia solo una questione di tempo per arrivare a tale applicazione in campo costruttivo, e noi non siamo i primi.

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Molte generazioni che ci hanno preceduto hanno sfruttato la natura per progettare degli artefatti: gli antichi kayak incorporavano parti di ossa per aumentare la rigidità, tessuti vegetali cellulari sono famosi per essere stati utilizzati per creare le spade etc. La combinazione di questi antichi metodi con le rapide tecnologie attuali ci porterà in una nuova era: la Rapid Craft. Questa intervista è stata realizzata tra il Dicembre 2010 e il Gennaio 2011 grazie a cityvision che ha messo in contatto Neri Oxman dal suo laboratorio al MIT e Alessandro Orsini dal suo ufficio di New York.


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1. Beast - prototype for a chaise longue ph. courtesy of Neri Oxman Material Ecology

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When I got the proposal to interview Neri Oxman from CityVision Magazine I took the opportunity to go deeper in her work. The interview arrived in a moment where I’m also writing about the relationship between the origin of language and its internal structure and architecture tectonics. I have immediately realized that Neri Oxman Material Ecology research is projected beyond the classic distinction and interpretation of architecture components. Her research to develop new process capable to enable and support the design of physical matter, and its consequent adaptability to environmental conditions in the creation of form, is suggesting a comparison with Gottfried Semper and his anthropological dimension of a tectonic form. Here the inspiration from biology and nature introduces us to a new vision of Ecology and new perception of the architectural object inserted in the built environment. Its representational qualities are directly related to the object performance and therefore to the mediated synergies and interactions between objects and humans. It is at this point that we can move beyond the semperian element of “framework” as a main element of tectonic. Here the main element is nature itself, that organize and assembles all the components of the architectonic object. Why did you have interest in organic or biological system in Architecture at the first? Did you think this issue was one of the creative and promising field in Architecture? Neri: Public interest is motivated by zeitgeist, but it also creates it. The ideas that I have promoted – often through small physical case studies- are evocative of an idealistic ambience in which emerging science and technology become a hopeful and humanistic medium for broad cultural transformation. In this context, I think that the work that I take on, is communicative across multiple levels. What’s your opinion about the opposite view about your works like impossible Architecture in an aspect of construction? Neri: In the future, materials will be dataencapsulating-energy-managing agents built into the fabric of clothes, products, buildings and cities. No circuit boards needed, only physics. Granted, the complexity of implementing new technologies in societies structured around old ones is a major problem. But in the long run, transformative technologies will redefine the way we think and make. Novel technologies start out as art forms, using the sciences creatively to reverse engineer the ancient skills of craft forms, still struggling to be 1. Cartesian Wax 2. Raycounting - prototype ph. courtesy of Neri Oxman Material Ecology

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born. So we are working against technical difficulties but also cultural barriers. IN this light, I am positive that within a decade we will be witnessing significant transformations not only in design, but also in the construction industry. Buildings will be printed “file-tofitness” on-site. How do you usually introduce your favorite research or work to your students? Neri: When exploring an integrated design approach that seeks to overlap with, and operate across, multiple fields, design becomes innovative, richer, and capable of a broader impact. Design, ultimately, is about an ability to work through constraints. I generally like to introduce the research of MATERIALECOLOGY as the way which recreate the tools and technologies that are inherently related to the type of product at hand. In this way, students recognize that the very instrumentality of design becomes a frontier of innovation. In my own work I seek to shift the discourse of design production from a form-centric approach to an environmental-centric approach where form is motivated, represented and defined by its structural and environmental performance. Unique form, much like nature, is triggered by natural forces and by material behavior. This line of thought promotes a new kind of aesthetics, and indeed a new ethics – a new way of thinking about design. What do you want to show us through your MOMA exhibition? Neri: The Significant aspect of this collection lies in its capacity to translate physical phenomena into art or to express form-generating formulae as building prototypes. My contribution to the Elastic Mind exhibition at MoMA provided for such an opportunity. A series of four projects entitled Natural


Artifice examined the relation between physical material properties and performance criteria such as structural load, heat transfer and insulation. All models were, in essence, expressions of forms front-loaded with data. You are focusing on the fabrication for design. What is the role that the material plays?

Neri: Material properties are an essential part of my work. In most cases I attempt not only to understand the properties I’m working with but also to recreate them. As a designer, I distinguish between engineering properties (quantitative; those without which the building will not stand up) and architectural properties (qualitative; those that impact spatial and sensual experiences within a space). Have you ever thought about you designing your own house through your design philosophy?

Neri: Amen! The jump in scale would obviously be challenging in that spatial distribution – unlike pure building skins – are guided by parameters other than purely structural or environmental data. I am only beginning to explore the opportunity to move up a scale through a recent commission for a pavilion. What are you working on as this moment?

Neri: Mimicking human bone in the design of a new pavilion. What kinds of design issue will make people fascinated or interested in the near future?

Neri: Buildings will be curvy and organic, echoing the structure of, say, pinecones or human skin. But more than that, the buildings will practically be alive. They’ll move and adapt. Carbon nanotube walls will breathe through pores that change sizes. Chairs will reshape themselves to fit your body as you sit down. Clothes will have information from your DNA encoded in them and literally grow as you do Recent initiatives in such technologies combined with innovative work into composite materials are now enabling designers and engineers alike to rethink the functions and potential features of products and buildings as affordances directly and selectively promoted through their making. What is your counter argument if somebody criticize that your work is similar to the only reflection of biological forms?

Neri: Biomimicking is not a method; it is a philosophy, an intellectual disposition, and a mentality with which to perceive the natural world around us. It is the study of age-old design solutions to problems in the natural world as potentially relevant to contemporary design and engineering. So a key motivation is to mimic natural processes rather than their formal expressions.

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What is the role of new material research in your work? 1 2

1. Stalasso 2. Tropisms ph. courtesy of Neri Oxman Material Ecology

Neri: Biomaterials make up an interdisciplinary science merging elements of biology, chemistry, material science, tissue engineering and medicine. Many exciting applications of such materials include the production of bone plates, artificial tendons and ligaments, blood vessel prostheses, coronary valves, and joint replacements. So in my view, the development of biomaterials in the medical industry is overwhelmingly inspiring to us designers. I believe it is just a matter of time till we implement such methods in the built environment, and we are not the first. Many generations before us have used the stuff of life in the design of artifacts: ancient kayaks have incorporated bone parts to increase stiffness, cellular plant tissues are known to have been used in the design of swords etc. The combination of these age-old crafts with rapid technologies will bring us into a new age of a Rapid Craft. This interview has been done digitally between December 2010 and January 2011 connecting Neri Oxman in her MIT Lab and Alessandro Orsini in his New York City Office.

www.materialecology.com

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ComputationalShajay CraftBhooshan interview by Davide Del Giudice

Quale è stato il tuo background prima di lavorare da Zaha Hadid Architects? Shajay Bhooshan: Mi sono laureato in Architettura pensando che la critica della Scuola Indiana si concentrasse sullo sviluppo di teorie e pratiche per l’architettura moderna locale senza copiare l’occidente nel suo stile, piuttosto imparando dai suoi metodi critico-scientifici, sposati con la legge e il background culturale che l’India vive. Avevo intenzione di fare storia e teoria all’AA e in qualche modo lungo la via ho scoperto il DRL. Ho lavorato come architetto con mio padre per due anni prima di unirmi al DRL e ho lavorato da HOK Sport (ora molto popolare) per un anno e mezzo dopo il DRL e prima di entrare da ZHA (Zaha Hadid Architects). Lavorando in CO|DE , il gruppo computazionale di ZHA, di che tipo di ricerca architettonica ti stai occupando? Shajay Bhooshan: CO|DE da ZHA è un progetto in evoluzione, come per il resto dell’ufficio. Nei tre anni e mezzo della sua esistenza, i membri di CO|DE hanno imparato, negoziato e si sono evoluti grazie all’ incredibile talento che li circonda, i periodi culturali ed economici che abbiamo passato, la stretta collaborazione con l’AA, la miriade di progetti che sono stati intrapresi nel frattempo, l’opera costruita che è venuta fuori negli ultimi tempi, la dinamica e il refresh di architetti assunti a ZHA ecc. Come tale, la ricerca del design che abbiamo intrapreso segue lo spirito dell’ufficio, a partire dall’ esplorazione, la ricerca di tecniche guidate, l’accelerazione delle prestazioni - CUDA, OpenCL, per strumenti utili giornalieri, aiuti alla modellazione, strumenti di misura semplice e specifici programmi di ricerca impostati da 74

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Patrik Schumacher: superfici spaziali, torri, urbanistica parametrica, form finding ecc. Nel complesso, la ricerca è divisa tra l’esplorare il nuovo design e mantenere e sviluppare un contesto di calcolo per raggiungere questo obiettivo. La ricerca mira a imparare e aumentare la ricca vena di sperimentazione e il vasto patrimonio che ZHA ha prodotto finora. Siamo decisamente concentrati sul real time, frameworks interattivi e approssimati in opposizione a modelli molto precisi. Puntiamo a essere altrettanto consapevoli delle sfide importanti e dei processi di progettazione e produzione architettonica e ci inseriamo all’interno di fasi iniziali della progettazione, senza diventare un gruppo di modellazione specialista.

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1. Binaural for Frozen Festival Amsterdam by Daniel Widrig and Shajay Bhooshan

Perché utilizzate Autodesk Maya per lo scripting e per generare il concept dei vostri progetti, invece di Rhinoceros McNeel? Raccontaci della sua open architecture. Shajay Bhooshan: Rhino e Maya hanno continuato a popolare le piattaforme per lo sviluppo della progettazione e vengono usati molto anche nelle prime fasi di un progetto in ufficio. Quando abbiamo iniziato con CODE, abbiamo fatto un sondaggio dei possibili ambienti 3D, linguaggi di scripting e linguaggi di programmazione che erano disponibili. Abbiamo anche esaminato l’ammontare delle risorse di apprendimento fino ad allora disponibili, la facilità di personalizzazione che le piattaforme offrivano, i tipi di geometrie che supportavano, le possibilità di inter-operabilità, ecc. Successivamente, il gruppo CODE ha scelto e ha 03 cityvision 75


investito il suo tempo e gli sforzi nello sviluppo di Maya come piattaforma di base per il gruppo. Negli ultimi due anni abbiamo anche sviluppato Rhino / Grasshopper come una piattaforma di ricerca in parallelo per vari tipi di attività, oltre a guardare in openFrameworks, Cinder e Processing per l’ispirazione, l’apprendimento di algoritmi, utilizzando e traducendo il codice, attraverso lo user - forum ecc. Quando abbiamo iniziato, Maya offriva non solo un familiare e intuitivo ambiente di modellazione rapida, ma anche un documentato, aperto e robusto C++ API su cui si poteva costruire, mantenere e sviluppare le nostre librerie principali. Abbiamo pensato di utilizzare un motore di gioco per fornire l’ambiente di base / piattaforma, prima di decidere di lavorare con Maya. Personalmente ero il solo a conoscere il linguaggio MEL prima di entrare in ufficio. Dopo essermi unito allo studio varie altre sfaccettature e possibilità di Maya sono risultate evidenti. Nel corso degli anni abbiamo accumulato blocchi di codici per aiutare a sviluppare plug-in per risolvere specifici compiti. Detto questo, abbiamo costantemente seguito Rhino e le varie iniziative che ha portato alla comunità architettonica. Siamo stupiti, riconoscenti e solidali dell’ impatto che un piccolo software opensource può portare in quanto tale, mentre potremmo avere alcune predisposizioni verso la piattaforma in cui abbiamo investito tempo e sforzi; siamo decisamente appassionati e attivi nell’apprendimento di varie tendenze e sulle discussioni incentrate su altre piattaforme.

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E’ vero che la lingua indiana, con la sua grammatica particolare rende il linguaggio di programmazione più facile? Qual è la tua esperienza personale? Shajay Bhooshan: La mia personale esperienza con le lingua indiana è complicata. Ho il sospetto che questo è vero per un sacco di indiani della mia età-educazione. Tutta la mia formazione, compresa il Barch era in inglese. Tuttavia, un sacco di comunicazioni informali e l’interazione sociale erano nella lingua dello stato in cui sono cresciuto. Molti film in TV sono nella lingua nazionale – hindi e una parte in americano/inglese. Così ho finito per conoscere 2 lingue regionali, 1 lingua


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1. JE V03 image courtesy Zaha Hadid Architects

nazionale e l’inglese, oltre ad essere in grado di capire altre due lingue connesse. Non sono sicuro che questa diversità si traduca concretamente in essere facilitati nella logica di programmare script. Personalmente preferisco giocare a scacchi in una fase iniziale perché ha un contributo più tangibile. Recentemente hai lavorato a Hyperthreads, un workshop parallelo tra l’India e la Cina , con lo scopo di sviluppare un metodo Form Finding. Cosa puoi dirci su di esso e come si fa a rendere un progetto semplice, elegante ed efficiente? Shajay Bhooshan: I workshop in India e Cina, sono stati una straordinaria esperienza personale - per la gamma di collaboratori provenienti sia da ZHA che da fuori, la diversità di due paesi popolati da 1 miliardo di persone- India e Cina, il calendario pazzesco di 1 mese, con i tutor provenienti da 3 continenti diversi. Personalmente ritengo che i risultati potrebbero o non potrebbero parlare della natura collaborativa, ma sono stati veramente un periodo formativo per tutti noi - Chikara, John, Mostafa, Alicia, Abhishek e Yu Du a parte, sono state importanti persone che abbiamo incontrato e con cui abbiamo lavorato nei due paesi. Gli obiettivi e i risultati dei contenuti del workshop provenivano dai nostri interessi collettivi, ricerche precedenti che stavamo facendo, il nostro lavoro a ZHA / AA / Autodesk - ideaStudio / Sci-Arc, ecc. I metodi, gli obiettivi, gli strumenti e le tecniche di progettazione sono venuti da un background. Una parte considerevole di questa ricerca è stato l’interesse per il form finding che stavamo facendo da ZHA, e che ho poi continuato e sviluppato presso la residenza ideaStudio Autodesk. Il workshop divenne poi un via di collaborazioni con le culture e le tradizioni locali di costruzione e del fare, una grande intensità di lavoro, metodi di produzione artigianale che incontrano metodi di progettazione computerizzata. I risultati sono stati un sottoprodotto. L’esperienza è stata il motore principale e la risorsa per il futuro.

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How was your background before working at ZHA? Shajay Bhooshan: I finished B Arch from a forward thinking , critical Indian architecture school that Focussed heavily on development of critical theory and practise for modern day india without Copying the west in its styles, rather learning from their critical/scientific methods, married with the legacy and cultural background that India lives and breathres. I intended to do histories and theories at the AA. Somehow along the way discovered DRL …I worked as an architect with my father for 2 years before joining the DRL. I worked for HOK Sport ( now populous ) for 1.5 years after the DRL before joining ZHA. You are working into CO|DE, the Computation and design group at ZHA, what kind of architectural research are you working on now? Shajay Bhooshan: CODE at ZHA is an evolving project. As with the rest of the office. In the 3.5 years of its existence, the members of CODE have learnt, negotiated and evolved from the incredible talents that surround us, the diverse economic and cultural times that have passed, the close association with the AA, the myriad projects that have been undertaken in the meantime, the built work that has come out in the recent times, that dynamic and ever changing ways of the employees at ZHA etc. As such, the design research that we have undertaken goes with the spirit of the office at the time – from exploratory, technique driven research, to performance acceleration – CUDA, openCL, to everyday utility tools – modeling aids, simple measurement tools - to specific research agendas set by Patrik Schumacher – surface space, towers, parametric urbanism, form-finding etc. Overall, the research is split between exploring novel design/ 78

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space-making ideas and maintaining and developing a computational framework to achieve that. The research aims to learn from and augment the rich vein of experimentation and research and the vast legacy that the ZHA has produced thus far. We are definitely focussed on real-time, interactive and approximate frameworks as opposed to very-precise and water-tight ones. We aim to be equally aware of design challenges and significant architectural production processes and incorporate them within early design stages, without becoming a specialist modeling group. Why do you use Autodesk Maya for scripting your ideas and generate the main concept of your projects instead of McNeel Rhinoceros? Tell us about its open architecture. Shajay Bhooshan: Rhino and Maya continued to very popular platforms for conceptual design development and is used heavily though-out the early/mid stages of a project in the office. When we first started with CODE, we made a survey of possible 3d environments, scripting languages and programming languages that were available. We also looked at how much learning resources were available, the ease of customisation that platforms offered, the range of geometry types that they supported, possibilities of inter-operability etc. Subsequently, the CODE group chose and invested its time and efforts into developing Maya as the core platform for the group. In the last two years we also have been developing Rhino/ grasshopper as a research platform in parallel for various kinds of tasks, apart from looking into openFrameWorks, Cinder, and processing for inspiration, learning about algorithms, utilising/translating code, using user-forums etc. At the time we started, Maya offered not only a quick, familiar and intuitive modelling environment, it offered an well


documented, open and robust C++ API upon which we could build, maintain and develop our core libraries. We considered using a game engine to provide the basic environment/ platform, before deciding to go with Maya. Personally I was only familiar with MEL before joining the office. Subsequent to joinig the office various other facets and possibilities of Maya became evident. Over the years we have accumulated Code blocks to aid us develop plug-ins to do various ZHA specific design related tasks. That said, we have been constantly following Rhino and the various initiatives it has brought to the architectural community. We are amazed, appreciative and supportive of the impact that small, open-minded and open-source software can bring. As such, whilst we might have certain pre-dispositions towards the platform we invested time and effort into, we are definitely keen and active on learning from the various trends and discussion centred around other platforms. 1

1. Hyporthetical design - part of IDEA Studio research credit: Zaha Hadid Architects Shajay Bhooshan (ZHA_CODE) John Klein, Autodesk Galleries

Is it true that the indian language with its particular grammar makes program scripting easier? What is your personal experience? Shajay Bhooshan: My own personal experience with Indian languages is a complicated one. I suspect this is true for a lot of Indians of my age/up-bringing. All of my education including BArch was in English. However, a lot of informal communication , and social interaction is in the language of the state I grew up in. A lot of the TV/movies are in the 03 cityvision 79


national language – hindi, part from American/british TV. As such I ended up knowing 2 regional languages, 1 national language and English, apart from being able to understand 2 other related languages. I am not sure this diversity translates tangibly into being to able script/understand logic. Personally I feel playing chess at an early stage helped more tangibly. Recently you worked at Hyperthreads, a parallel workshop between India and China with the focus on Form Finding methods. What you can tell us about it and how do you make your project simple, elegant and efficient? Shajay Bhooshan: The workshops in India and China, were an exceptional and extra-ordinary personal experience – for the range of collaborators – both from within and without ZHA, the diversity of the two 1 billion countries – india and China, the crazy time schedule – 1 month, two mega countries, with the tutors being in 3 separate continents before that etc. Personally I feel that the results might or might not speak of the collaborative nature of the enadeavor, but they were truly a formative period for all of us – Chikara, John, Mostafa, Alicia, Abhishek and Yu Du, apart from the range on people we met and worked with in the two countries. The content and objectives and results of the workshop came from our collective interests, prior research were doing, our work at ZHA / AA / Autodesk - ideaStudio/ Sci-Arc etc. The methods, objectives ,tools and techniques of design also came from such a back-ground. A sizeable part of this was also the form-finding research that we were doing at ZHA, and which I subsequently continued and developed at the Autodesk ideaStudio residency. The workshops then became an avenue to collaborate with local cultures and traditions of building & making – labour intensive , crafted production methods meeting with computed design methods. The results were a by-product. The experience was the main driver, and the resource for future.

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1. Hyporthetical design - part of IDEA Studio research credit: Zaha Hadid Architects Shajay Bhooshan (ZHA_CODE) John Klein, Autodesk Galleries

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facebook.com/chebello.web


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the Sound of an

Handshake

Music, Architecture and the World that awaits Us text by Marco Ruperto

“Giacchè la musica, come si è detto, è diversa da tutte le altre arti in ciò, che non è immagine dell’apparenza, o meglio, dell’adeguata oggettità della volontà, bensì immediatamente immagine della volontà stessa, e rappresenta dunque, rispetto a ogni fisica del mondo, la metafisica, e rispetto a ogni apparenza, la cosa in sé” Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia

L’ appuntamento con Satoshi Okada è fissato per le 9:00 davanti all’ingresso di un noto albergo di Campo Marzio, abbastanza presto per non attardarsi a coprire i settanta chilometri che separano il Lungotevere della Capitale dal centro abitato di Santa Marinella. Lì, nascosto dal labirinto di strade private che separa il quartiere bene di Capo Linaro dal mare, protetto dagli episodici e inopportuni sguardi dei (pochi) curiosi dell’architettura contemporanea, ci attende uno degli edifici residenziali più belli e intensi del dopoguerra romano, la Villa Saracena di Luigi Moretti. Okada è a Roma per la presentazione di un volume dedicato alle sue recenti architetture, e la sua visita coincide casualmente con la possibilità di visitare una delle migliori realizzazioni dell’architetto romano. Alle 11:00 di mattina di un assolato 9 Febbraio varchiamo le “fauces”, appellativo arcaico con il quale l’autore aveva identificato sulla planimetria di progetto l’ingresso al giardino dell’abitazione, e la visita ha inizio. Poco più di un’ora, per girare in lungo e in largo una dimora dalle dimensioni non eccessive, carica di memorie personali e di significati universali. Ma c’è una morale imprevedibile che affiora dall’esperienza di Santa Marinella, e che mesi dopo mi porta a raccogliere nella memoria sotto un unico comune denominatore questioni apparentemente distanti tra loro come l’architettura, la musica, lo spirito tragico di un’epoca e lo spavaldo nichilismo della cultura digitale contemporanea. Procediamo con ordine. Quella della Saracena, non è una visita semplice. Confrontarsi con l’architettura di Luigi Moretti significa scavare a fondo nella storia della propria tradizione, per poi dimenticarne il peso e contemplare quanto di incorrotto l’architettura riesce a filtrare. Ciò che in questo caso affiora “sub specie aeternitatis”, è paradossalmente proprio la dimensione cronologica dello spazio. Percorrere la linea immaginaria che dalla strada antistante la villa conduce al mare, attraversando il vestibolo, l’atrio, la galleria vetrata e la sala, e infine uscendo dal grande salone al giardino, equivale a cristallizzare il tempo racchiuso nell’intervallo di un percorso. L’esperienza è narrativa, ed è assimilabile all’ascolto di un processo musicale. Si genera cioè un parallelo per il quale camminare nello spazio richiama il percorrere fisicamente la partitura di una sinfonia, con le sue notazioni, le pause e le sue aperture. Ma si tratta in questo caso di una sinfonia non perfettamente lineare, ricca di asimmetrie e deformazioni, ben lontana dai sereni paralleli tra rapporti armonici e metrici che Rudolf Wittkower illustrava nel suo “Principi architettonici nell’età dell’umanesimo”. 88

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E’ piuttosto il cromatismo dello spazio barocco a emergere, dissonante e al tempo stesso armonico, generatore di una musicalità che Moretti seppe imporre silenziosamente in molte delle sue opere. Non si tratta, ovviamente, di una sua invenzione, Roma non è affatto estranea a queste forme. Quasi l’intero teorema della città seicentesca risuona di questa musicalità complessa e a tratti tormentata, così come tormentata fu la vita di molti dei protagonisti del tempo. La lezione di vita di Michelangelo Merisi è esemplificativa in questo senso, ma il Caravaggio non fu il solo esponente di questo universo mutato. Da Napoli e da Ferrara Carlo Gesualdo da Venosa, il “musicista assassino”, genio della polifonia e precursore dei tempi, esacerbò attraverso i suoi madrigali questa tendenza verso la comprensione di un mondo non più perfettamente ordinato e conoscibile, prefigurando così la perfetta colonna sonora per il suo tempo. I brani della musica di Gesualdo, a dispetto dei titoli edificanti inneggianti all’amore o alla morte, nella loro più intima essenza non hanno nulla a che fare con sensazioni come la gioia o la tristezza. Sono piuttosto una visione del mondo, un’epifania, che in quanto tale non ha bisogno di intermediari. Attraverso la propria struttura, sempre mutevole con l’avvicendarsi dei tempi, sono in grado di costituire un modello per interpretare la vita che ci circonda. Ma se ciò è vero per l’età barocca, allora deve essere valido anche per il nostro tempo. Come in un ciclo dell’eterno ritorno l’avvento della Seconda Guerra Mondiale ha nuovamente precluso ad un secolo, il Novecento, l’aspirazione verso un mondo univocamente comprensibile, dallo sviluppo logico e continuo. L’architettura razionalista, con i suoi accordi perfetti basati sulla sezione aurea, cade per mano della stessa tecnica che tanto aveva esaltato. Poco prima dell’inizio delle ostilità il presagio si avvera a Roma, dove il Danteum di Terragni e Lingeri rimane su carta, e la stessa sorte tocca al progetto per il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi all’E42, sempre a firma dei dei due architetti comaschi. Il profondo senso del ritmo e dell’armonia che queste architetture incarnavano non era forse più adatto a descrivere il tempo che sopraggiungeva. Il mondo della musica colta d’altronde si era già accorto da tempo del cambiamento, Schönberg nel 1920 preconizzava nuove regole con l’avvento della dodecafonia, e di lì a pochi decenni gli azzardi della composizione musicale si sarebbero fatti ben più arditi, tanto da scardinare forma e sostanza delle cose. Al termine del conflitto mondiale la scatola si è ormai rotta, il pensiero destabilizzato. Nel 1958 Iannis Xenakis e Le Corbusier realizzano il padiglione Philips per la Fiera di Bruxelles, lasciando flirtare nuovamente costruzione e musica (Edgard Varèse scrisse una composizione appositamente per l’installazione) in una complessa sintesi architettonica. Arrivano gli anni Sessanta e Settanta e le arti si contendono il primato di sottolineare questa apparente perdita del senso delle cose, lasciando poi erompere come un magma il verbo del post modernismo e del decostruzionismo nella cultura occidentale.

E’ importante notare quanto l’immaginario musicale ancora in corso di definizione debba al costante processo di desemantizzazione del mondo operato negli anni passati. Ciò è particolarmente evidente nell’ambito della musica cosiddetta popolare, e per altri aspetti, presso le avanguardie della nuova musica digitale. La prassi di ritagliare e incollare pezzi di brani delle più diverse origini in un’unica miscellanea senza soluzione di continuità, mette in gioco processi formali già condivisi in passato dall’estetica architettonica post moderna. Il libretto illustrativo che accompagna le note di “Endtroducing”, compendio sonoro del 1996 della cultura hip hop anglosassone, si spinge avanti al punto da citare esplicitamente Baudrillard, Lyotard e Derrida tra le fonti di ispirazione. L’avvento della moderna musica elettronica ha ulteriormente accentuato questa tendenza alla riduzione, al punto da ricondurre qualsiasi suono o rumore al valore fisico della pura frequenza. L’onda sonora, privata di ogni valenza culturale, può così essere rimodulata digitalmente attraverso i software e resa riproducibile in mille forme mai identiche, generando una tassonomia ampliabile all’infinito. E’ ciò che hanno fatto in poco meno di venti anni gli artisti della storica etichetta Warp, inventando una nuova grammatica del suono, e trasformando inesorabilmente l’avanguardia in un magistrale e sconfinato manierismo. E in un istante siamo nel 2011. Che ci piaccia o no, è un fatto che il mondo in cui viviamo sia mutato radicalmente, se non nella sostanza, almeno nella forma. La musica, grazie al suo carattere immediato (nel senso di non mediato) è in grado di rilevare i cambiamenti in atto ancor prima di altre forme di espressione, e di fornire sulla base di questi, modelli aggiornati quasi in tempo reale. E’ anche vero d’altronde, che cercare di interpretare il proprio tempo, mentre si è già impegnati a costruirlo vivendolo è un’operazione inutile, talvolta anche dannosa. Lo sapeva bene Moretti, che ben si è guardato dal parlare di informale e di instabilità del segno a proposito della sua villa “gelosa, saracena, degli affetti, dei pensieri”. E lo sapeva benissimo Nietzsche, quando in un passo irrinunciabile della Nascita della tragedia riesce a fugare ogni indugio, affermando che “chi si abbandona completamente all’impressione di una sinfonia, è come se si vedesse passare davanti tutti i possibili fatti della vita e del mondo, e tuttavia, quando ci riflette, egli non sa indicare nessuna somiglianza fra quei suoni e le cose che gli sono passate per la mente”. Vivere quindi, costruire e saper ascoltare.

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1. Villa detta “La Saracena” Luigi Moretti - Santa Marinella Rome ph.Marco Ruperto

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1. Padiglione Philips - Le Corbusier and Iannis Xenakis

“As has been said, music is different from all the other arts in that it is not the image of appearance, or rather, the proper object of the will, but the immediate image of the will itself, and it represents therefore, more than any worldly physics, metaphysics and more than any appearances, the thing itself.” Friedrich Nietzsche, The Birth of Tragedy The appointment with Satoshi Okada was set for 9.00 a.m. in front of a famous hotel in Campo Marzio, early enough to allow time to travel the seventy kilometers between the capital of the Tiber and the town of Santa Marinella. There, hidden by a maze of private roads that separates the neighborhood of Capo Lianro from the sea, and protected from the inappropriate and occasional glances of the (few) contemporary architecture onlookers, one of the most beautiful residential buildings of postwar Rome, the Villa Saraceno by Luigi Moretti, was waiting for us. Okada was in Rome for the presentation of a book dedicated to the city’s recent architecture, and his visit coincidentally gave us the opportunity to visit one of the best achievements of Roman architecture. At 11.00 a.m. on a sunny February 9th, we crossed the “fauces”, an archaic name which the author had given to the garden entrance, and our visit began. It took us just over an hour to get around the length and breadth of the dwelling. This was full of personal memories as well as stories with universal meanings. But there is a moral that emerges unpredictably from the experience of Santa Marinella, and that makes me weave together issues seemingly distant such as architecture, music, the spirit of a tragic age and the defiant nihilism of contemporary digital culture. First things first. Visiting the Saracena is not simple. Being in the presence of Luigi Moretti’s architecture means digging deep into the history of architectural traditions, only to forget the weight of the uncorrupted and to contemplate on what architecture can filter. What emerges in this case, “sub specie aeternitatis” is paradoxically the chronological dimension of space. Along the imaginary line that takes us from the street in front of the Villa to the sea, through the vestibule, the atrium, the glass gallery and the hall, and finally leaving the great hall of the garden, time is crystallized and contained within one location. The experience seems fictional and is similar to listening to a musical process. Walking through this space feels like walking through the score of a symphony, with its notations, rests and its openings. But in this case the symphony is not perfectly linear, it’s full of distortions and asymmetries, far from the peaceful and harmonious relations between the parallel metric that Rudolf Wittkover 03 cityvision 91


explained in his “Architectural Principles in the Age of Humanism.” It’s the coloring of the baroque that emerges, both harmonious and dissonant, generating a musicality that Moretti was able to silently apply to his works. It’s not, of course, his invention; Rome is not foreign to these forms. The entire theorem fits the city of the seventeenth century, with complex and sometimes tortured musical sounds, as were the troubled lives of many of the protagonists of that time. The life lessons of Michelangelo Merisi are illustrative of this point, but Caravaggio was not the only exponent of this mutated universe. From Naples and Ferrara, Carlo Gesualdo, the “musician murderer” genius of polyphony and a precursor of our times, exacerbated, through his madrigals, this trend towards the understanding of a world no longer perfectly orderly and knowable, thus prefiguring the perfect soundtrack for his time. Gesualdo’s musical pieces, in spite of the securities edifying or glorifying love to death, in their innermost essence have nothing to do with feelings such as joy or sadness. They are more like a worldview, always changing with the changing times, they can serve as a model to interpret the life around us. But if this is true for the Baroque period, then it must be valid also for our time. The advent of the Second World War denied the twentieth century its success in achieving a uniquely understandable world, with a logical and continuous development. Rationalist architecture, with its perfect chords based on the golden ratio, fell at the hands of the same technique that it had once exalted. Shortly before the beginning of hostilities, the premonition comes true in Rome, where Terragni and Lingeri’s Danteum remains on paper, and the same fate strikes the project for the Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi all’E42, also signed by the two Como’s architects. The deep sense of rhythm and harmony that this architecture embodied, was perhaps not the most appropriate to its time. The world of classical music, moreover, had already noticed the birth of a new era. Shoenberg predicted new rules in 1920 with the advent of twelve-tone, and in a few decades, the hazard of musical compositions would disrupt the form and substance of things. At the end of the war, the box was broken. In 1958, Iannis Xenakis and Le Corbusier realized the Philips Pavilion for the Brussels Exhibition, leaving the building and music toflirt (Edgard Varése wrote a composition specifically for the installation) in a complex architectural synthesis. In the Sixties and Seventies the arts were competing to emphasize the primacy of this apparent loss of the sense of things and allowing magma to erupt as a verb of postmodernism and deconstruction of Western culture. It’s important to

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note that musical imagery is still being defined by the ongoing loss of meaning of the world as it operated in the past. This is particularly evident in so-called popular music, and in other issues at the forefront of new digital music. The practice of cutting and pasting pieces of songs of different sources into one seamless mix brings into play the formal processes that are already shared in the past, post-modern architectural aesthetics. The instruction leaflet accompanying notes of “Endtroducing” sound compendium of hip-hop Anglo-Saxon musical culture of 1996 explicitly mentions Baudrillard, Lyotard and Derrida among the sources of inspiration. The advent of electronic music has further accentuated this downward trend, to the point where any sound or noise adds to the physical value of pure frequency. The sound wave, deprived of any cultural value, can thus be reformulated through software and digitally reproduced in a thousand forms, never the same, creating a taxonomy that can be extended indefinitely. In less that twenty years, the artist of the historic label Warp, invented a new grammar of sound and inexorably transformed the vanguard in a masterly and limitless mannerism. And in an instant we are in 2011. Whether we like it or not, the fact is that the world we live in has changed radically, if not in substance, then at least in form. Music, with its immediate character (unmediated) reflects these changes before other forms of expression do, and provides updated models in near real time. It’s also true that trying to interpret our time while we are still busy developing it is a useful tool, but sometimes harmful. Moretti knew this, and refrained from talking about informal and instability in regards to the sign about his villa that read, “Saracena is jealous of affections and thoughts.” And Nietzsche knew very well, when in “the birth of tragedy” he said that “those who abandon themselves completely to the impressions of a symphony have seen passing in front of them all the possible facts of life and the world, and yet, when they think about it, they cannot find any similarities between the sounds they have heard and thoughts racing through their minds.” Live then, building and listening.

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1. Warp20 - album cover courtesy of Warp Record


THIRD FLOOR a day at the Istituto Quasar Design University

Via Nizza 152, terzo piano, entriamo all’Istituto Quasar – Design University. Ad accoglierci è il Direttore didattico e Prof. Luca Leonori che ci illustra alcuni dei progetti presenti all’interno della Scuola, frutto dell’eccellente lavoro degli studenti coordinati dai docenti e avvalorati dalla collaborazione con importanti aziende dei diversi settori. L’interesse cresce vedendo all’opera gli studenti durante le lezioni, il loro stretto rapporto con gli insegnanti e l’entusiasmo di lavorare fianco a fianco nei laboratori e nei progetti didattici. L’Istituto Quasar è un laboratorio expocreativo. Nella Scuola non si punta alla quantità di studenti, ma alla qualità dei loro lavori.

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Quali sono gli obiettivi sui quali punta l’Istituto Quasar per distinguersi come Scuola-Laboratorio di Alta Formazione nel Design e nelle Arti Visive? Certamente al primo posto si pone la qualità dell’insegnamento, che è garantita da quasi 25 anni di esperienza nell’Alta Formazione Professionale, dal numero chiuso di massimo 20 studenti per classe e dall’alto profilo con cui vengono selezionati i docenti. Essi infatti provengono dalla libera professione o dall’Università pubblica: il connubio tra teoria e pratica è garantito. I percorsi formativi triennali offerti dalla Scuola sono: Web&Interaction (Audio, Video e Web 2.0), Grafica e Comunicazione Visiva (Pubblicità, Grafica web, Editoria), Habitat Design (Architettura d’Interni, Industrial Design, Arte dei Giardini). Oltre ai corsi triennali, l’Istituto organizza corsi di specializzazione, per studenti e professionisti: Arredamento d’Interni, Architettura dei Giardini, Video Making, Maya 3D, AutoCAD, 3ds Max, Grafica 2D, Fotografia digitale, V-Ray, Architettura Virtuale e Hypergraphics (percorso completo avanzato di modellazione, texturing e animazione 3D complessa basato su Maya). Altro carattere esclusivo è il coinvolgimento attivo degli studenti in tutti i diversi ambiti della professione: dal sopralluogo in cantiere al rapporto con il cliente, al selfplacement. L’Istituto Quasar gode inoltre di numerose certificazioni e riconoscimenti ufficiali, tra cui: Autodesk Authorized


Training Center, Apple Authorised Training Centre education, Rhinoceros Training Center, Centro Raccomandato Chaos Group, Patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Roma e provincia, Accreditamento ed Autorizzazione presso la Regione Lazio come Istituto di Formazione Professionale, Certificazione di Qualità TUV e molte altre. Quanto è importante per voi il rapporto con lo studente? E’ il vero segno distintivo dell’Istituto Quasar. Il nostro personale qualificato è affiancato da un’importante figura, quella dell’assistente didattico, che coordina e, assieme ai docenti, segue ogni singolo studente durante e perfino al termine del suo percorso formativo. E’ importante sottolineare inoltre che, dopo lo stage di fine corso, il diplomato è pronto ad inserirsi operativamente nel mondo del lavoro. L’Istituto Quasar li aiuta nella scelta del loro futuro professionale e propone loro molti dei progetti di collaborazione che vengono affidati alla nostra Scuola. Un esempio concreto di questa interazione interna è il lavoro di Alessandro Polia, un nostro ex-studente del corso di Grafica e Comunicazione Visiva, che ha curato la campagna di comunicazione pubblicitaria dell’Istituto nel 2010. Gli studenti vengono coinvolti nei progetti dei docenti? In che modo conoscono il mondo del lavoro? I corsi triennali sono articolati in lezioni frontali, laboratori e workshop in cui professionisti, docenti universitari e tecnici del settore trasferiscono esperienza, capacità operativa e conoscenza agli studenti. I temi di ricerca dei laboratori progettuali, inoltre, sono sviluppati in accordo con importanti aziende o enti pubblici. Per fare solo alcuni esempi, lo scorso anno il corso di Web & Interaction ha realizzato alcuni innovativi giochi interattivi: tre cavalli a dondolo sono stati reinterpretati e trasformati in veri e propri controller di contenuti multimediali; vista l’innovatività del prodotto stiamo intavolando delle trattative con produttori internazionali.

Quanto valore date alla presenza dei numerosi contributi esterni che organizzate: mostre, convegni e workshop? L’Istituto Quasar organizza numerose iniziative, sia a livello nazionale che internazionale, per garantire una formazione completa a 360 gradi, unendo conoscenza teorica, critica e pratica, creando così una scuolalaboratorio. Nel 2004 abbiamo collaborato con l’International Design Academy di Okinawa per il progetto “Homeless – a living box”. Il progetto di queste case portatili - così innovativo e meritevole - ha attirato l’attenzione della maggiore industria di cartoni in Italia, la SCA, che ne ha realizzato il prototipo. In questo momento siamo in contatto anche con alcune importanti istituzioni universitarie cinesi per l’implementazione di un importante progetto di partnership. Per concludere possiamo sottolineare che l’Istituto Quasar associa all’attività formativa anche una continua opera di ricerca e promozione culturale, volta a sensibilizzare un vasto pubblico. Sta avendo un grande successo “Quasar Outer Space /// Oltre Spazio Quasar”, la rassegna di eventi culturali 2011 in risposta all’attuale tendenza evolutiva nel lavoro, nell’arte e nella vita, che sta rendendo sempre più incerto il concetto tradizionale di professione. QOS è un’attività extra-scolastica volta a far conoscere le varie realtà che ruotano intorno al mondo del design, dell’architettura e dei nuovi media e per la quale sono invitati ad intervenire importanti ospiti internazionali.

Quest’anno il corso di Grafica e Comunicazione Visiva sta disegnando il logo per Save the Children, mentre lo scorso anno ha lavorato alla campagna di comunicazione sul cambiamento climatico per Greenpeace. Nel 2010 il corso di Habitat Design, durante il workshop di food design, si è occupato del progettazione di nuovi biscotti per Barilla, con la quale abbiamo collaborato anche in passato per importanti progetti. La cooperazione con importanti aziende italiane è un ulteriore punto di forza dell’Istituto Quasar. Ad esempio nel 2009, l’Osservatorio Territoriale ADI Lazio per l’ADI Design CODEX 2010, ha pubblicato i progetti dei nostri studenti realizzati per Palombini.

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1. Mostra 7.7.7. EXhibition EXperience: Il Quasar va a Scuola - Liceo Mamiani - Rome ph. Vincenzo Barillari 2. Prof. Arch. Luca Leonori (direttore didattico)

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We enter the Quasar Institute – Design University on the third floor of Via Nizza, nr. 152. Professor Luca Leonori, director of studies, welcomes us and gives us a tour of some of the projects on display in the school. They are all a result of the students’ hard work, their teachers’ coordination and the school’s collaboration with leading companies from varying fields. Our interest grows as we see the students at work during their classes and we observe their close relationships with the professors as well as their enthusiasm while working together on their assignments. The Quasar Institute is an expo-creative laboratory. The school does not place emphasis on the amount of students, but on the quality of their work.

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How does the Quasar Institute distinguish itself as a Laboratory School of Advanced Studies in Design and Visual Arts? First of all, there’s the quality of the instruction, guaranteed by almost 25 years of experience in advanced professional studies. There is also the limited number of twenty students per class which allows for more personal attention, and the intensive screening process used in selecting our teachers. They all come from the freelance world or public universities: a good combination of theory and practice is always assured. The Institute offers the following threeyear degrees: Web & Interaction (Audio, Video and Web 2.0), Graphics and Visual Communication (Advertising, Web Graphics, Publishing), and Habitat Design (Interior Design, Industrial Design, Garden Art).

In addition to these, the Institute also organizes specialized courses to instruct students and professionals in: Interior Design, Garden Architecture, Video Making, Maya 3D, AutoCAD, 3ds Max, 2D Graphics, Digital Photography, V-Ray, Virtual Architecture and Hypergraphics (full path to advanced modeling, texturing and complex 3D animation based on Maya). Another aspect that distinguishes the Quasar Institute from other schools is the active involvement of its students in the different areas of the profession: from on-site inspections to client relationships, to selfplacement. The Quasar Institute also holds numerous certifications and official awards, including: Autodesk Authorized Training Center, Apple Authorized Training Center for education, Rhinoceros Training Center, Centro Raccomandato Chaos Group, Patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Roma e provincia, Accreditamento ed Autorizzazione presso la Regione Lazio come Istituto di Formazione Professionale, Certificazione di Qualità TUV and many more.

How important is the relationship with the student for you? It’s the true hallmark of the Quasar Institute. Our professional staff is supported by an important figure, the teaching assistant, who helps coordinate the lessons and, along with the teachers, follows the progress of each student, even after his official training is over. It’s important to note that, after the final year, the student will be operationally ready to enter the working world. The Quasar Institute helps students choose their future careers and allows them the opportunity to work on many projects that are entrusted to our school. A concrete example of this internal interaction is the work of Alessandro Polia, our former student of Graphics and Visual Communication, who organized the advertising campaign of the Institute in 2010.


Are students involved in the teachers’ projects? How about in the professional world? The three-year programs are divided into lectures and workshops in which professionals, academics and technicians provide experience, operational capability and knowledge to the students. The research themes of the design labs are also developed in conjunction with major companies or public institutions. To name a few, last year the Web & Interaction course created some innovative interactive games: three rocking horses have been reinterpreted and transformed into true multimedia controllers. As a result of the innovative nature of the product we are negotiating contracts with international producers. This year, students in the Graphics and Visual Communication course are designing the logo for Save the Children, and last year, they worked on the communications campaign for climate change for Greenpeace. In 2010, the Habitat Design course, during their food design workshop, was involved in the design of new cookies for Barilla, with whom we have collaborated in the past for major projects. The cooperation with leading Italian companies is yet another strength of the Quasar Institute. For example, in 2009, the Territorial Observatory ADI Lazio for the ADI Design CODEX 2010, published the projects designed by our students for Palombini.

How much you value the presence of numerous external contributions that are organized: exhibitions, conferences and workshops? The Quasar Institute organizes a number of events, both nationally and internationally, to ensure a well rounded education that combines theoretical knowledge with practical criticism, thus creating a workshop-school. In 2004, we collaborated with the International Academy of Design of Okinawa on the project “homeless – a living box”. The design of these innovative mobile homes has caught the eye of the Italian cardboard industry, (the SCA) who decided to use them as a prototype. We are currently collaborating with some major Chinese universities to implement a new partnership project. To end our dialogue, we emphasize that the Quasar Institute always associates training activities with continuous research and cultural promotion, aimed at raising the awareness of the general public. Part of the 2011 festival of cultural events, our “Quasar Outer Space” program is proving to be extremely successful. It was developed in response to the current evolutionary trend in work, in art and in life, which is radically changing the traditional concept of a profession. QOS is an extra-curricular program that aims to expose the different realities that rotate around the world of design, architecture and media. Many important international guests have participated in it. www.istitutoquasar.com

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1. Interior Design course 2. Sweet Design per Barilla (prof. Stefano Ceppi) Corso di Habitat Design 3° anno a.a. 2010/2011 ph. gruppo C 3. Mostra 7.7.7. EXhibition EXperience: Il Quasar va a Scuola - Liceo Mamiani - Rome ph. Vincenzo Barillari 4. Students at work 5. Mac Laboratory

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text by Daniele Molinari

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1. Strata #1 - Rome video frame

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A “farlo è il computer”! Nessuno continui più, nemmeno per errore di definizione, a banalizzare rozzamente ponendo la digital art in secondo piano rispetto a forme d’arte storicamente consolidate come scultura, pittura e disegno. Tanto più perché, nell’immenso e molto spesso omologato panorama artistico digitale, a guadagnarsi accettazione e riguardo concessi ai creatori di nobili arti è Quayola. Autore di una motiongraphics delicata, personale, lontana dalle mode, dallo stile chiaro e delineato, sempre in progress, Davide Quagliola, è un visual artist eclettico di base a Londra dove da anni sperimenta nuovi incontri tra il mondo dell’immagine, del video, della performance live e della fotografia.


Associato in principio al nome HFR Lab insieme con Chiara Horn, il giovane artista romano prosegue da solo il suo percorso artistico con lo pseudonimo di Quayola collezionando numerose esperienze sia in ambito artistico (London Center of Contemporary Art, British Film Institute, Bitforms Gallery, Elektra, Sonar, Nemo, Etc...) che in ambito commerciale (Nike, MTV, Kylie Minogue, Jay Z, Etc...). Costantemente impegnato a collaborare con musicisti e video artisti di area inglese di livello internazionale (Plaid, Mira Calix, United Visual Artists, D-Fuse, Etc..), il suo lavoro impressiona per il rigore formale e per la visionarietà urbana che caratterizzano tutti i suoi artworks dai primi Bitscapes e Cityscan fino ai recenti Natures, Topologies e alle serie di Strata#. Autentico masterpiece, Strata# è un processo di dissoluzione grafica attraverso cui vengono reinterpretate alcune icone dell’architettura e dell’arte classica.

Con fascinazione, ma anche distacco, Quayola trasforma immagini di bellezza e perfezione come affreschi, dipinti, vetrate ibridandole in sostanze astratte dai risvolti onirici. Quayola esplora l’ambiguità tra ciò che è reale e la percezione di ciò che è artificiale. Così, operando all’interno del panorama dell’estetica classica, dalla figurazione del Rinascimento, alla ricchezza del Barocco, fino all’integrità dell’architettura gotica, si entra nell’anima dell’immagine, decostruendola, riducendola all’essenziale, spogliandola della funzione simbolica impressa nel nostro immaginario collettivo. La mutazione dell’immagine consente agli oggetti rappresentati di assumere significati diversi attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio dove la sensorialità dello spettatore viene amplificata da una sapiente tensione e armonia tra contrari: passato e presente, tradizione e tecnologia, soggetti classici e grafica

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contemporanea, sacro e profano, naturale e artificiale, realtà e finzione. Frammenti, tagli, asimmetrie, infiltrazioni di colore, spazi che si avvolgono e si svolgono su sé stessi con l’evidenza e la stratificazione di livelli, dove nell’ambiente costruito o naturale il caos, se così si può dire, è elemento ordinatore e armonioso. Immediato il pensiero fugge verso alcune architetture del decostruttivismo, tra tutte il Law Office di Coop Himmelblau in Falkestrasse a Vienna, o verso fotografie di città di Andreas Gursky. La connessione con l’architettura è molto forte nella sperimentazione artistica di Quayola, 100 cityvision 03

sia per quanto riguarda l’aspetto formale, sia più in generale per la coerenza dei processi di design. I suoi lavori sono sempre generati da rigorosi studi di ricerca estetica che seguono regole ben precise. Sono collisioni di estetiche e linguaggi apparentemente distanti tra loro, ma che condividono aspetti comuni. In un turbinio di esplorazioni dello spazio attraverso video, audio, fotografia, installazioni, performance live e la stampa, si gioca con il reale scollandosi da esso nella maniera in cui l’uno, dematerializzato, diventa altro, verso una nuova prospettiva, epoca, sfuocando i confini tra arte, design e cinema. A farlo è Quayola!


“This was done on a computer!” People no longer persist in trivializing the digital arts or marginalizing them in comparison to more established forms of art like sculpture, painting and drawing. One of the major reasons why the digital arts scene has gained acceptance and respect is Quayola. Author of delicate motion graphics, not following any trend but clearly marked by a unique style, and always progressive, Davide Quagliola is an eclectic visual artist based in London. For years he’s experimented with new connections between different mediums like photography, performance art, graphics and videos. Associated primarily with HFR Lab where he worked alongside Chiara Horn, the young Roman artist continues his artistic career on his own under the

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pseudonym Quayola. He has acquired extensive experience in both the artistic (London Center of Contemporary Art, British Film Institute, Bitforms Gallery, Elektra, Sonar, Nemo) and commercial worlds. (Nike, MTV, Kylie Minogue, Jay Z) Quagliola is in constant collaboration with internationally known musicians and video artists. (Plaid, Mira Calix, United Visual Artists, D-Fuse) His work is impressive for its formal rigor and the urban vision that is characteristic of all his pieces from the early Bitscapes and Cityscan Natures, to the more recent Topologies and the Strata # series. A true masterpiece, Strat# is a graphics dissolution process by means of classical icons of art and architecture are reinterpreted. With fascination, yet also with detachment, Quayola transforms images of beauty and perfection such as frescoes, paintings, and stained glass into hybridized abstract and dreamlike substances. Quayola explores the ambiguity between what is real and the perception of what is artificial. So, working within the panorama of classical aesthetics, from the purity of the Renaissance to the richness of the Baroque, to the integrity of Gothic architecture, we enter the soul of an image, deconstructing it, reducing it to its essence, stripping it of the symbolic functions it

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1. Natures - still 2. Topologies - same credits for the next 2 pages

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has imprinted in our imaginations. This mutation allows the objects represented in an image to take on different meanings as they embark on a journey on a journey through time and space, where the sensory experience of the viewer is amplified by a wise balance between tension and contrasts: past and present, tradition and technology, classical subjects and contemporary graphics, sacred and profane, natural and artificial reality and fiction. Fragments, cuts, asymmetries, bursts of color are found in spaces that surround themselves and develop upon themselves with the layering of various levels. In this built or natural environment, chaos, if we may call it that, is the ordinary and harmonious element. Immediately, our thoughts race towards architectural examples from the deconstruction era such as the Law Offices of Coop Himmelb(l)au in Vienna, or to the urban photography of Andreas Gursky. Quayola’s artistic experiments have a strong correlation to architecture both in a formal aspect, but also more generally because of the consistency of his design process. His works are always generated by rigorous research studies that strictly follow aesthetic rules. They are collisions between aesthetic languages that appear to be unrelated but in fact share some common features. In a flurry of special investigations, though video, audio, photography, installations, live performances and press, we play with reality by detaching ourselves from it in such a way that one medium becomes another, blurring the boundaries between art, design and cinema. Quayola is the one doing all this! www.quayola.com


Malika

text by Valentina Andriulli image by Valentina Andriulli and Antonia De Angelis Malika cammina per le strade del centro, il suo sguardo è triste, gli occhi pieni di lacrime. Si guarda intorno e non riconosce quella che un tempo era la città dei suoi sogni. Ora accanto a lei i palazzi si sgretolano, i gatti scappano dalle case abbandonate, le strade sono piene di fango. La città ormai è irriconoscibile, da troppo tempo è in mano ai Signori che ne hanno fatto il loro covo. Malika è una puttana, la mercanzia in bella vista. Viene dalla periferia. Ma lì non la capivano, la periferia le stava stretta. Aveva grandi progetti, voleva esprimere quello che sentiva, vomitare tutto quello che aveva dentro. E la Città Vecchia era l’Eldorado, il posto dove tutto era possibile, dove realizzare i sogni, la città che da lontano brillava: le luci delle case e dei monumenti, il luccichìo del Tevere e delle sue fontane, il riflesso delle macchine lucide di via Veneto, il rossetto brillante sulle labbra delle ragazze che aspettavano la notte. La città la chiamava e le spalancava le porte. Malika arrivò in città. Ma subito le porte si chiusero forte dietro di lei, si spensero le luci, svanirono le illusioni. La città si mostrava per quello che era veramente: un cumulo di liquami, ammasso di pietre ammuffite, gli scheletri dei palazzi. Il cielo era cupo, buio che faceva paura; l’odore nauseante, l’aria soffocante. Quelle luci che ammirava da lontano ben presto si rivelarono gli ultimi bagliori di una città in decadenza. Ma solo quando si addentrò nel centro capì che la realtà era un incubo spaventoso: la piazza era gremita di persone, un ammasso informe di corpi che si trascinavano per le strade. Erano nudi e in catene, la testa bassa, gli occhi spenti. Erano ragazzi e ragazze che vendevano ogni giorno la propria libertà, le proprie idee in cambio di qualche briciola. I Signori si aggiravano tra loro, avidi di conoscenza, e con la bava alla bocca, gli succhiavano le energie, si nutrivano del loro genio. Era una città di fantasmi costretti a svendere la propria anima per sopravvivere. Solo in quel momento Malika capì che era stata tradita, e prima di lei tanti altri. Malika cammina, bellezza brutale, gli sguardi avidi dei Signori su di lei. Ma lei rimane indifferente, prosegue raccolta nei suoi ricordi, chiusa nel suo segreto e aspetta… Aspetta la rivoluzione, il giorno della Vendetta. Perché Malika non aveva perso la speranza e continuava a cercare quelle luci. Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato e che non era sola. Malika cammina e sogna… “In quel giorno il vento fresco e purificatore della rivoluzione spazzerà via la polvere, i vecchi regimi, le vecchie consuetudini e lascerà spazio alle nuove idee, ai nuovi progetti, ai nostri sogni!”pensa, e già vede la città bruciare davanti ai suoi occhi e i Signori implorare pietà; vede il loro grasso sciogliersi, le vecchie leggi diventare cenere, le catene che si spezzano. Ma all’improvviso una voce pesante la scuote e interrompe quella visione: “Allora, andiamo!” Malika si riprende, stava sognando, di nuovo… “Sono al suo servizio, mio Signore” Abbassa la testa e segue quella voce, come ogni giorno è ancora una puttana.

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Malika is walking along the city center, her blush is sad, her eyes filled with tears. She looks around but can’t recognize what used to be the city of her dreams. Buildings are now crumbling next to her, cats running away from abandoned houses, the streets are full of mud. The city is now unrecognizable; it has been in the hands of the Lords who have made their nest there for too long. Malika is a whore, her merchandise in plain sight. She came from the suburbs. But there, she was misunderstood, the suburbs were too uptight. She had big plans, willing to manifest her feelings and vomit everything she kept inside. The Old City was like Eldorado, the place where everything was possible, where everyone’s dreams could turn into reality, the city sparkling far away: monuments and houses lit up, the sparkle of the Tevere River and of fountains, the reflection of shiny cars in via Veneto, the glittering lipstick on girls’ lips waiting for the night. The City was calling her and opened its doors. Malika moved into the City. Immediately the doors were closed tightly behind her, the lights went out, and all illusions vanished. The city revealed itself as it really was: a pile of slurry, a storage of moldy stones and empty building skeletons. The sky was dark, frightfully dark. There was a sickly smell, stifling the air. Those lights that she admired from far away soon turned off - the last glow of a declining city. But only when she arrived in the city center, did she realize that reality was a frightening nightmare: squares were crowded with people, a shapeless heap of bodies dragged through the streets. They were naked and in chains, their heads down, their eyes widely shut. Boys and girls were selling their freedom and ideas every day, in exchange for some crumbs. Eager for knowledge, the Lords moved among them and, with foaming mouths, sucked their energies to feed their own genius. It was a ghosts’ city, its inhabitants forced to sell off their souls to survive. Only then did Malika realize she had been betrayed, as many others before her. Malika walks, a wild beauty, the Lords’ greedy eyes upon her. Nothing seems to bother her, wrapped up in her memories, her secret locked deep within her, waiting… Waiting for the revolution, the day of Vengeance. Malika does not give up hope and continues to look for those lights. She knows the day will come and she won’t be alone. Malika keeps on walking and dreaming… “One day the fresh and cleansing wind of revolution will sweep away the dust, the ancient regimes, the old habits and will make room for new ideas, new projects and our dreams!” She is thinking, already seeing the city burning and the Lords begging for mercy; she foresees melting their body fat, broken chains and nothing but ashes left of the old laws. Suddenly, a heavy voice shakes and breaks that vision… “So…Let’s go!” Malika recovers, she was dreaming, again… “At your service, my Lord!” She lowers her head and follows the voice, like every day, she’s still a whore.


Two young designers one idea a day.

Finalmente una spalla morbida! Quante volte ci è capitato di appoggiare la testa sulla spalla del nostro compagno di viaggio, Ideas are action. Idee che sono azioni.

mai abbastanza per ricordarci che è scomodissimo. Travel-T ospita un piccolo cuscino gonfiabile cucito sulla manica sinistra che con qualche respiro si eleva in un comodissimo supporto morbido per far alloggiare la guancia del tuo vicino in modo indimenticabilmente godurioso.

Finally a soft shoulder! How many times have we rested our heads on the shoulder of our travel companion? Not enough times to help us remember that it’s uncomfortable. Travel_T has a small inflatable pillow sewn into its left sleeve that with a few breaths of air becomes a comfortable cushion to support the cheek of your friend in an unforgettably gorgeous way. www.02mathery.com

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I hate your angular shoulders!

A!

mmm‌zzz‌

2

1

3

1. Travel T 2. Travel T - deflated and inflated 3. Building and use instructions

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AGENDA curated by Vanessa Todaro

SMELLS LIKE THE STREET (group show) Eron, JBRock, Mr.Wany MONDO BIZZARRO GALLERY 21 May 21st - June 23rd 2011 YAP_MAXXI Interboro Partners of Brooklyn and stARTT MAXXI, Rome June 26th 2011

Nathalie Junod Ponsard ORIZZONTE GALLEGGIANTE MACRO, Rome March 24th - December 31st

L’opera di Arthur Duff Rope, è costituita da un’installazione neon di colore rosso situata nei vani antincendio del parcheggio e si completa con una proiezione laser sul fondo degli ascensori vetrati, visibile solo quando sono in movimento. The work of Arthur Duff Rope consists of an installation of red neon located in the fire compartments of the parking spaces and it’s completed with a laser projection on the bottom of the glass elevators, visible only when they are in motion.

Mondo Bizzarro apre le porte agli indiscutibili fondatori della poetica urbana – Eron, JBRock e Mr.Wany – che si incontreranno a Roma per un evento unico: Smells like the street. Mondo Bizzarro opens its doors to the undisputed founders of urban poetry - Eron, JBRock and Mr.Wany who will meet up in Rome for a unique event: Smells like the street.

“When in Rome” presenta per la prima volta in una mostra di gruppo alcuni dei più interessanti artisti legati alla città di Roma e al suo ambiente artistico. La mostra è curata da Luca Lo Pinto in collaborazione con Valerio Mannucci. WHEN IN ROME Los Angeles, April 20th - May 21th 2011

“When in Rome” presents for the first time in a group show the work of some of the most interesting artists associated with the city of Rome and its enviroments. Curated by Luca Lo Pinto in collaboration with Valerio Mannucci.

MAXXI e MoMA annunciano i vincitori di YAP – Young Architects Program: lo studio romano stARTT vince la prima edizione di YAP MAXXI mentre Interboro Partners vince l’edizione 2011 di YAP al MoMA PS1. Whatami di stARTT e Holding Pattern di Interboro Partners saranno inaugurati a giugno 2011 nella piazza del MAXXI e nel cortile del MoMA PS1. Interboro Partners selected as winner of the 2011 Young Architects Program at MoMA PS1 stARTT selected as winner of the inaugural Young Architects Program at MAXXI, the National Museum of XXI Century Arts in Rome. Interboro Partners’ Holding Pattern and stARTT’s Whatami to open in the courtyards of MoMA PS1 and MAXXI in June 2011.

“Zaha Hadid, une architecture” sarà la prima mostra all’interno del padiglione Mobile Art posizionato di fronte all’Istituto del Mondo Arabo di Parigi. “Zaha Hadid, une architecture” will be the first exhibition held inside the Mobile Art pavilion since the installation of the pavilion in front of the Institut du Monde Arabe.

Architetto, artigiano e falegname, ma anche docente, sapiente allestitore di mostre e progettista di spazi espositivi, anticipatore di molti sviluppi dell’architettura attuale e dell’idea contemporanea di democratic design, che sposa la qualità alla produzione di massa. A Rietveld e al suo universo il MAXXI Architettura dedica la prima retrospettiva monografica in Italia, dal 14 aprile al 10 luglio 2011, coprodotta dal MAXXI con il Central Museum Utrecht e NAi Rotterdam, curata da Maristella Casciato, Domitilla Dardi e Ida van Zijl.

UNIVERSO RIETVELD architettura arte design MAXXI, Rome April 14th - July 10th 2011

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Architect, craftsman and woodworker, teacher and skilled designer of exhibitions and exhibition spaces, Rietveld was also an anticipator of many of the developments in current architecture and the contemporary idea of democratic design in which quality is married to mass production. MAXXI Architettura is presenting the first Italian monographic exhibition on Rietveld and his universe, from 14 April to 10 July 2011, coproduced by MAXXI with the Central Museum of Utrecht and NAi Rotterdam, curated by Maristella Casciato, Domitilla Dardi and Ida van Zijl.

ZAHA HADID UNE ARCHITECTURE Institut du Monde Arabe, Paris April 29th - October 30th 2011.


foto: Piacere Magazine / design: www.46xy.it

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scopri orni per w w w.f

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CarloMaria Ciampoli - LaN | Live architecture Network

COSTRUZIONI INNESTATE NEGLI ALBERI Quito, Ecuador | Giovedì, 14 Gennaio | 2121

Più di un secolo dopo il sogno iniziale degli architetti del MIT, Mitchell Joachim e il suo team al Media Lab’s Smart Cities group; l’ EIT (Ecuador Institute of Technology) scoprì il segreto per un perfetto equilibrio tra natura e ambiente costruito. Tre decadi di esperimenti nella Foresta Pluviale ecuadoregna e 420 miliardi di fondi statali sono stati spesi per arrivare a questa sensazionale scoperta. Delle strutture biodinamiche possono adesso essere innestate in alberi geneticamente modificati per creare le NBH (NatureBuilding-Hybrid) Species. Dopo l’affermazione definitiva nella comprensione delle dinamiche interne della fotosintesi, gli edifici sono adesso in grado di usare l’energia immagazzinata negli alberi e nei prodotti di rifiuto raffinati in uscita con i quali l’albero sostiene la sua crescita. Nuovi materiali sviluppati dalla Oxman Foundation si integrano perfettamente con le cellule vitali degli alberi e a poco a poco svaniscono nelle bioleghe rafforzate per formare il substrato strutturale di base per le unità di edifici innestati. Continua su TECH B6>

GRAFTING BUILDINGS ONTO TREES Quito, Ecuador | Thursday, January 14th | 2121

More than a century after the initial dream of MIT architect Mitchell Joachim and his team at Media Lab’s Smart Cities group; the EIT (Ecuador Institute of Technology) discovered the secret for a perfect balance between nature and the built environment. Three decades of experiments in the Ecuadorian Cloud Forest and 420 billion in governmental funds were spent to arrive to this sensational discovery. Biodynamic structures can now be grafted onto genetically engineered trees to create the NBH (Nature-Building-Hybrid) Species. After the final breakthrough in the understanding of photosynthesis inner dynamics, buildings are now able to use the energy stored in trees and output refined waste products that are used by the tree to sustain its growth. New composite materials developed by the Oxman Foundation perfectly integrate with the trees living cells and gradually fade into bio strengthened alloys to form the basic structural substrate for the grafted building units. Continue in TECH B6> www.livearchitecture.net 114 cityvision 03


MAXXI ARCHITETTURA

LA MENTE È UN PAESE LIBERO. NATURE Francesco Venezia / UN Studio / Campo Baeza / West8 febbraio 2011 - gennaio 2012

UNIVERSO RIETVELD Architettura Arte Design aprile - luglio 2011

YAP MAXXI Young Architects Program giugno - ottobre 2011

HEART-MADE Architettura Contemporanea in Cina luglio - ottobre 2011

RE-CYCLE Strategie per la casa, la città e il pianeta

MAXXI ARTE

Ph. A. Corsi

novembre 2011 - marzo 2012

MAXXI ARTE_COLLEZIONE Il confine evanescente febbraio - novembre 2011

MICHELANGELO PISTOLETTO Da Uno a Molti, 1956-1974 e Cittadellarte marzo - agosto 2011

INDIAN HIGHWAY

settembre 2011 - gennaio 2012

OTOLITH GROUP

ottobre 2011 - marzo 2012

inoltre Masbedo, Jacob TV, People Like Us, Martha Colburn, Trisha Brown

MAXXI - VIA GUIDO RENI, 4 A - ROMA

www.fondazionemaxxi.it partner

partner tecnologico

partner per l’attività didattica

sponsor MAXXI Architettura

sponsor

institutional XXI

CITYVISION MAG 3  

Our Lady Sustainability She is 24 years old, she works in class A and she only goes by three rules. Everyone yearns for her and dreams of me...

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