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La fiducia nei Braccialetti Rossi La salute è sempre argomento che tocca i sentimenti più vivi. In una nuova seria televisiva le speranze di ragazzi con problemi di salute diventano qualcosa di più che un sogno. Sono inni alla vita, fiducia nell’esistenza, fiducia nei medici e negli ospedali. Incredibile come l’attenzione sia sempre massima nella fiction e non abbastanza nei luoghi dove si decide delle cose reali. La grande attenzione del pubblico dovrebbe imporre a chi decide massima attenzione nei programmi di governo. E invece il concetto di “cura della salute”, l’imperativo di dotarsi di un’organizzazione capillare perché sia efficiente ed efficace, passa in sordina. Nel dibattito durante e dopo la crisi a imperare sono le questioni dello sforamento del tre per cento del

debito pubblico imposto dall’Unione europea, la stabilità, la legge elettorale. Pochi sono a conoscenza che le trasformazioni tecnologiche dei sistemi di cura potrebbero prospettare un futuro luminescente di interventi chirurgici che salvano senza stress perché effettuati nella più alta tecnologica. C’è però un “ma”. Il contrappeso nell’uso di questa tecnologia che non tutti potranno permettersela. Non tutti gli utenti, non tutti gli ospedali, non tutte le regioni e le asl. E allora uno spunto per una prossima fiction potrebbe essere questo: due malati della stessa patologia, nella stessa struttura, uno può avvalersi di questa tecnologia perché può pagarsela l’altro no. Indovinate dei due chi morirà.


L’editoriale di

Mario Dionisi

In Italia si cura a macchia di leopardo. In alcune aree molto bene, in altre in modo pessimo. Non sembra di stare in un paese ma in un campo militare. A dirlo sono proprio i dati che la stessa agenzia che studia sull’efficienza della sanità ha monitorato. È l’Age.na.s. L’argomento viene tematizzato nella Conferenza Stato-Regioni, ma non per riparare ai guasti, bensì per preservare certe prerogative da parte dei governi regionali. Infatti nel batti e risposta del governo con le regioni si rilevano solo dei grandi dislivelli di funzionalità dei rispettivi sistemi sanitari. Quindi emerge che in Emilia Romagna si curano meglio i diabetici, la Lombardia sta al massimo per i cardiopatici. E questo viene preso come fosse inevitabile. Si tematizza il dislivello di qualità diagnostica, terapica e chirurgica nelle diverse regioni d’Italia, ma non si fa nulla per cambiarlo, per togliere statalismo e aggiungere iniziativa premiante dei capitani coraggiosi che si imbarcano nell’avventura di dare servizi sanitari sempre più efficienti e al passo coi tempi. Ma bisogna avere la cifra di questo dislivello. Age.na.s. ha redatto una mappa. La si può leggere nel nostro sito telematico: www.cittadiniesalute.it La malattia cronica per eccellenza è l’ipertensione. Segue il diabete. A ruota: cardiopatia, scompenso e demenza. Fanno impressione gli sbalzi nei dati di Emilia Romagna, Lombardia e Puglia per quanto riguarda l’ipertensione. In Emilia siamo al 3,5%, in Lombardia e Puglia al 9%. Il diabete, invece, risulta spalmato nella popolazione in modo omologo: 5% in Veneto, 7% in Toscana, questa la forbice dei valori. Ma, prendendo ad esempio l’assistenza garantita per l’insufficienza cardiaca, l’assistenza medica in Lombardia ed Emilia Romagna dà maggiori garanzie sulle altre regioni con il 57% e 51% dei malati ospedalizzati. La mappa è solo parziale. Guarda caso si sono prese a campione alcune regioni del Nord. Non oso pensare quando usciranno anche i dati delle regioni del Sud. Sarà un quadro desolante tenuto in piedi perché non si ha il coraggio di cambiare e dire che diagnostica, cura e chirurgia oggi sono inserite in un solo termine, tecnologia. Sapersene servire, è questa la scommessa.

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di

Angelo Nardi

Riformare lo Stato, riformare la Sanità Rischia di concentrarsi tutto sulla Sanità il problema del Titolo V. Bisogna prendere atto che almeno l’applicazione del modello cosiddetto federalista in Italia non ha funzionato. E questo sia per disfunzioni nell’organizzazione effettiva che per problemi di spese esorbitanti, come di autentici casi di corruzione. È un problema che viene tematizzato ogni giorno, in ogni convengo che ha per tema la Sanità italiana ma non si capisce bene quanto tempo dovrà passare perché possa esser affrontato. Affrontato, non si spera di risolverlo! Nelle risultanze delle sedute nella Conferenza StatoRegioni si osserva un atteggiamento resistente da parte dei governatori che non se la sentono di dire: ci siamo sbagliati, riconfermiamo alcune deleghe. No! Tutt’altro. Si pensa a come questo meccanismo che ha accentuato i dislivelli di funzionalità nella Sanità tra nord e sud, tra asl e asl, possa attenuarsi. Non si prende in considerazione che c’è qualcosa nel fondamento della distribuzione delle competenze che non funziona. Quel che la Costituzione ha affermato insieme a quanto mantenuto con una miriade di sacrifici negli anni - l’universalità della cura - rischia fortemente un ridimensionamento molto forte. E a pagare saranno i più deboli, economicamente e territorialmente. Ma il sistema della sanità ha bisogno di un ripensamento completo nelle sue funzioni. Un cambiamento che guardi innanzitutto quel che l’organizzazione della cura della salute può dare, se al passo coi tempi e con la tecnologia a disposizione in questo inizio di terzo millennio. E invece l’organizzazione della Sanità è legata a una concezione in cui l’ospedale è al centro e nel quale si può rimanere ricoverati per settimane senza ricevere alcun intervento. Un dibattito che però, va detto, al momento è solo appannaggio dei governatori degli enti regione, degli assessori alla sanità, dei direttori delle asl. Nei dibattiti che si sono avvicendati tra governi uscenti ed entranti negli ultimi dieci anni la Sanità non ha mai fatto parte dell’oggetto del contendere. Matteo Renzi non parla di Sanità, il suo modernismo, la sua spinta per l’efficienza appare sorda a quello che un elemento reale sul quale si saggia la salute di un sistema paese. E non si sa per quanto tempo ancora dovremmo considerarci ammalati. w w w .ci tta d i ni es a l ute.i t

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RICERCA

Donne meglio che gli uomini

Differenze di genere nella memoria soggettiva trovano conferma in una ricerca di Bmc Psychology La questione del multitasking, uomo-donna, si rimbalza nei discorsi, in amenità, ma anche in sede di elaborazione scientifica. E le conclusioni sono diverse: se più di un anno fa alcune ricerche davano una situazione di parità, l’ultima tendenza torna a veder la donna come maggiormente capace di svolgere diversi compiti contemporaneamente, ma anche di saper ricordare meglio le cose della vita ordinaria: comprese le date importanti. Trentasettemila, le persone coinvolte. A ciascuno è stato sottoposto un questionario con nove domande per rilevare la capacità di ricordare. Le domande confidano anche sull’onestà intellettuale di colui o colei che sono sottoposti al quesito: se ricordano le cose, se riescono a dire con esattazza cosa facevano l’anno precedente, se sono in grado di ricordare nel dettaglio conversazioni avvenute. E gli uomini ricordano peggio delle donne. Nomi e date sono le specificità sulle quali non si può bluffare e che gli uomini sbagliano. Un dato - ha dimostrato il periodico scientifico Molecular Psychiatry - le donne sono più resistenti allo stress. w w w .ci tta d i ni es a l ute.i t

Mantengono i nervi saldi meglio degli uomini grazie agli estrogeni. Un effetto protettivo che ferma ansia, depressione tendenza alla negatività nei comportamenti. Tutto questo per via di comandi che partono proprio dal cervello e sono propiziati dagli estrogeni presenti nella fisiologia femminile. La sperimentazione è stata fatta sui topi, chiaramente differenziandoli tra maschi e femmine. Sono stati sottoposti ad attività che davano loro apprensione e impegno. Alcune di queste davano esiti negativi, con induzione di senso di frustrazione. Ebbene, la reattività delle femmine era migliore di quello dei maschi. In particolare gli esemplari di sesso maschile mostravano avere poca memoria a breve termine. Secondo questi ricercatori ciò è dovuto alla maggiore concentrazione di aromastasi che è un ormone prodotto dagli estrogeni. L’aromastasi è responsabile della risposta allo stress. Sempre secondo questi ricercatori si potrebbe curare efficacemente anche lo stress maschile. Con una differenza che gli studiosi non vedono proprio. Lo stress percepito dalla specie umana ha caratteri psichici che non sempre si riferiscono alla prestazione diretta davanti a stimoli.

Nell’uomo non esiste un rapporto stimolo-risposta prevedibile. Anche nei casi estremi. In più la differenza di genere - maschio, femmina - è essa stessa fattore di stress, nella specie umana. Altrettanto non possiamo rilevare in altre specie animali. In sostanza, sempre più, donne e uomini appaiono differenziarsi più dal cervello che dal sesso. Lo confermano le tecniche di neuro-imaging e le connessioni che si rilevano visibili. Negli uomini i circuiti del cervello sono più fitti. (Lo conferma il periodico PNAS). La connessione tra percezione e azione coordinata, allora, dovrebbe essere maggiore. Nelle donne, invece, il cervello diviso in due è maggiormente connesso tra i due emisferi. Nel cervelletto i maschi hanno una maggiore connettività interemisferica e le femmine una maggiore connettività intraemisferica. La chiamano connettoma. Con l’espressione si intende l’insieme delle connessioni fra i diversi circuiti cerebrali. Ma questa ricerca ha anche un aspetto suggestivo: è stato realizzata grazie a tecniche di neuroimaing. Questa tecnica consente di vedere le innervature delle fibre del cervello per esaminarne le connessioni. Dolcino da Novara

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CURIOSITÀ

“Chiediti se sei felice!”

Non solo corpo e mente sono la stessa cosa, ma anche la salute fa parte del sistema-persona Questa è la quarantaquattresima edizione del World Economic Forum di Davos, in Svizzera. È stata pubblicata su Businessweek. Nel meeting mondiale sull’economia le presentazioni dedicate alla salute e al benessere mondiale sono aumentate del 50% rispetto all’edizione del forum del 2008. In Svizzera si è concluso ad inizio febbraio un grande happening per uomini d’affari nel quale si illustrano i segreti dello star bene per tener lontane le malattie. Il primo segreto sta nel silenzio. Utilizzarlo come pratica e come dimensione esterna. A dare queste direttive è Matthieu Ricard, monaco buddista. I giornali degli Stati Uniti - con la loro facilità - lo ritengono “l’uomo più felice del mondo”. Ha intrattenuto gli ospiti, tutti business-man, sull’arte del silenzio. Il silenzio garantisce più calma e concentrazione. Partecipa anche Goldie Hawn con una conferenza su come vivere e lavorare meglio. , e che riunisce leaders politici e uomini di affari di buona parte del mondo. L’attrice premio Oscar è la promotrice della Hawn Foundation and mind-up.

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Ma il problema è che non sappiamo cosa ci rende felici. Non sappiamo cosa ci fa felici. Come dimostra il periodico scientifico Scopus, le condizioni dello star bene sono inconsapevoli oltre che soggettive. Questo, nonostante “l’economia della felicità” ha sempre più seguaci. Non a caso, in tempo di crisi di valori e di economia, la scienza delle dottrine economiche cerca di occuparsi dei sistemi per acquisire uno stato di benessere con piccoli, misurati, interventi dall’esterno. Si moltiplicano, infatti, gli articoli economici che considerano il benessere soggettivo (SWB) e le sue determinanti. Negli Stati Uniti, quindi, si è formulato un documento in grado di fornire una panoramica dettagliata. La ricerca sintetizza in dati le pubblicazioni di riviste di economia dal 1990 ai nostri giorni. L’evidenza suggerisce che la cattiva salute, la separazione, la disoccupazione e la mancanza di contatti sociali sono tutti fortemente associati negativamente con SWB. Tuttavia, la rassegna mette in evidenza una serie di problemi nel trarre conclusioni definitive circa le cause di SWB. Insomma, se non si può dire quando si è felici, neanche si possono costruire gli elementi determinanti. Giovanna Visconti

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ATTUALITÀ

Ipertensione, tutta colpa dell’Rna messaggero Su questo filone di ricerca una scoperta da Padova La tipica manifestazione consiste nell’aumento dell’espressione genica di 63RhoGEF. Tutti coloro che non lavorano nello specifico della branca di ricerca lo conoscono come Rna messaggero. La presentazione è avvenuta martedì 11 febbraio. Questa proteina sarebbe la causa della messa in opera della RhoA/Rho chinasi che porta direttamente all’ipertensione arteriosa. La nozione non è nuova per gli specialisti. La novità è che la conferma è avvenuta anche sull’osservazione di ammalati. La ricerca è del Journal of Hypertension. E sempre sull’ipertensione le pubblicazioni scientifiche si succedono. È stato scoperto su Plos One un altro gene che predispone all’ipertensione. Si aprono così nuove speranze perché si arrivi a una cura effettiva contro quello che in Inghilterra viene definito il killer silenzioso. Del resto, si sa: l’ipertensione non dà sintomi. Quando se ne scoprono gli effetti però il danno è fatto. Dieta ed esercizio fisico ne allontanano la portata, ma ancora non c’è una cura vera e propria. Questa scoperta riguarda il gene mutato GNB3, un brutto inquilino già conosciuto perché crea anomalie ai reni. w w w .ci tta d i ni es a l ute.i t

Circa la metà degli esseri umani presentano una variante comune del gene GNB3 che li predispone all’ipertensione. Si rileva ancora una volta l’interconnessione tra la funzionalità renale e il fenomeno dell’ipertensione. La speranza ora è che la messa a fuoco del potenziale negativo di questo gene possa fare chiarezza sulle funzioni renali e sulle loro funzioni all’ipertensione. Ma gli approfondimenti in un’applicazione di cui si sono tracciate le modalità in un articolo pubblicato su The Lancet nel luglio del 2011. Si chiama simpaticectomia. Con questo sistema si approfondisce il novero di casi in cui l’ipertensione sia derivata da insufficienza renale. In gergo si chiama questa “ipertensione ostinata”. Il sistema fa leva sulla denervazione renale ed è stato applicato all’Ospedale Sant’Anna di Como. Viene introdotto un caterere nell’arteria femorale. Si trova nella parte superiore della coscia. Nel caterere viene erogata una quantità di energia in radiofrequenza agendo sui nervi parasimpatici renali. Così facendo vengono disattivati. Non solo, viene ridotta la pressione arteriosa. Non a caso questi nervi sono tra gli elementi più importanti nella causa dell’ipertensione cronica.

Il rimedio non è nuovo. Dell’argomento si è occupata più di una volta il periodico di aggiornamento sulla ricerca, The Lancet. Costituisce però un versante importante da diffondere per farlo diventare pratica in diverse realtà nosocomiali. L’ipertensione determina scompensi cardio-circolatori. A causa di ipertensione muoiono 240 mila persone l’anno con ictus, scompenso cerebrale, infarto o ischemia. Un ambito di ricerca basato tutto sulla genetica che è stato sperimentato sin dal 2010 e trova sempre più approfondimenti. Al Prassis e Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano hanno sperimentato un nuovo approccio terapeutico farmaco-genomico nella lotta all’ipertensione. Sono stati identificati dei marcatori genetici che permettono di individuare i pazienti che meglio potranno essere curati con una terapia efficace e priva di effetti collaterali. La nuova applicazione è stata battezzata “farmacogenomica”. Il nuovo farmaco antiipertensivo, rostafuroxin, è stato sviluppato per la sua capacità di bloccare selettivamente l’effetto ipertensivante di questi geni mutati. Piccarda Donati

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CURIOSITÀ La cura della sessualità è una branca della Medicina determinante per il benessere globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito la sessualità come una componente fondamentale della salute umana. Eppure la Sessuologia, in Italia, non è ancora riconosciuta come una branca medica a sé. Chiunque può prendere la definizione professionale di Sessuologo: non c’è una legge che regolamenti studi, curriculum di chi possa attribuirsi questa qualifica. La Medicina della Sessualità è la forma adulta di studi in branche diverse del sapere medico. La rarefatta atmosfera di un mondo di parole che non apparteneva alla scienza deve oggi prendere il posto a questa nuova branca vera e propria dela Scienza medica. da una parte la Medicina interna, l’Endocrinologia, dall’altra la Genetica e lo studio del Dna. Al convegno dal titolo “Medicina della sessualità come paradigma del benessere globale” svoltosi il 21 gennaio nella Sala del Refettorio presso la Camera dei deputati, sono emersi gli aspetti salienti sulle possibilità di intervento su malattie inerenti la funzionalità dell’organismo che incidono sul comportamento di relazione. “Il medico che si forma nella specializzazione oggi viene formato anche sul tema dei problemi relativi alla sessualità” - ha detto Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale, che è intervenuto su: “le istituzioni di fronte alla sfida della nuova andrologia e della

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“Non si è mai troppo

La frase di Epicuro diventa una pratica di vita, ma è anche un trattamento per salvare nuova sessuologia medica”. Lenzi ha parlato l’identità dell’andrologo e del sessuologo medico. Oggi possiamo dire di conoscere le più intime basi molecolari, organiche, funzionali delle funzioni e disfunzioni relative all’apparato della sessualità. I successi determinati dall’interesse dei giovani e dalle campagne effettuate con l’aiuto determinante del Ministero della Salute - prima fra tutti quella denominata “Il mio amico andrologo” - hanno effettuato dei grandi passi avanti. Sul centralissimo aspetto della genetica della sessualità interviene Giuseppe Novelli, Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata. La sessualità è il miglior modo di trasferire i geni. Nella sua relazione si evidenziano le differenze tipiche tra uomini e donne, partendo dalle differenze ormonali, ma anche comportamentali. Tutto questo basato sulla differenza di cromosomi. C’è una biologia che sta nascendo sullo studio dei cromosomi, tipicamente maschili o femminili. La differenza di un cromosoma nella fisiologia di un uomo o di una donna comporta differenze molto significative che fanno la differenza sul comportamento tipico di donne e uomini.

La sessualità parte dall’aspetto cromosomico per coinvolgere sfere sempre più ampio, arrivando alla sfera gonadica, del fenotipo, fino a raggiungere il comportamento sessuale. L’ambiguità nelle forme evidenti della sessuologia di pazienti sono determinate da disfunzioni genetiche e cromosomiche. Ma nel molto che è stato fatto è stato fatto sulla grossolanità di tante immagini vulgate come esaltazione o mortificazione della sessualità originaria. Ma molto deve essere ancora capito. Sesso e Genere non sono la stessa cosa ma o l’Università La Sapienza di Roma, concentra la sua relazione sugli ormoni nell’uomo affrontando la problematica, vera o presunta, dell’Andropausa. Con il testosterone si trasforma un bambino in un uomo. La caratteristica del testosterone non cambia non si riduce con l’andar avanti dell’età. La graduale diminuzione di testosterone nell'uomo non è sempre percepibile. Il sessantenne di trenta anni fa era un soggetto, in media, con maggiore testosterone di quello di oggi. I livelli di testosterone per garantire la funzionalità dell’organo non sono sempre chiari. La sicenza si è liberata anche di tanti miti, come quello che elementi androgeni avrebbero accentuato le possibi-

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vecchi per essere felici” l'Eros in crisi perché sintomo di malattia. Il sesso è un sintomo oltre che un simbolo

lità di contrarre il tumore alla prostata. I benefici della cura androgenica hanno un miglioramento non solo nella performance sessuale, ma anche la localizzazione spazio-temporale - sensibile a livello di testosterone. Tra queste novità c’è anche un progresso nella muscolatura, nella consistenza delle ossa ma anche nella capacità biologica di dimagrire. Sulla disfunzione erettile come evidenza di uno stato di salute che inizia a compromettersi è intervenuto Francesco Lombardo, docente dell’Università La Sapienza di Roma. La salute sessuale non è un optional bensì un diritto. Nei manuali di semiotica medica si indica al medico quello di guadagnarsi innanzitutto la fiducia del paziente. Oltre alla radice di motivazione derivante da motivi ambientali, la causa

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della malattie sessuali può spesso essere sottesa a problemi di circolazione sanguigna con forme di aterosclerosi. Può essere anche la prima manifestazione di malattie come il diabete mellito e la depressione. Più si abbassa il testosterone, quindi più si alleviano i pensieri sessuali, diminuiscono le erezioni mattutine. E questo è il segno di un malessere. Il Direttore Generale della Comunicazione del Ministero della Salute, Maria Linetti, ha evidenziato come la sfera della relazionalità è fondamentale nella salute mentale del giovane. La sessualità come necessità di relazione e non come autoreferenzialità deve rientrare nei diversi elementi che fanno di questa scienza nuova l’inizio di una novità in grado di uscire dalla solitudine. Il Ministero della Salute farà tesoro degli esiti di questo convegno

per ogni risultanza di conseguenza per il suo studio. L’On. Gian Luigi Gigli, della Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati, parla più da neurologo che da rappresentante della cosa pubblica e nel salutare racconta una sua esperienza nei panni di giovane medico quando studiava in equipe le caratteristiche del sonno REM con annessa erezione notturna. Nell’esperienza di neurologo Gigli racconta che ha dovuto spesso trovarsi davanti a pazienti con effetti collaterali derivati dai farmaci vari che risolvono il problema dell’impotenza. La vita di relazione se ne avantaggia e il benessere generale della persona trova modo di fermare altri malesseri. Jannin, Lenzi e Maggi sono gli autori di Sessuologia meica, un trattato di psicosessuologia che vede diverse discipline fondersi insieme. Le disfunzioni sessuali sono sempre multifattoriali. L’approccio terapeutico non può che essere di coppia. Si tratta di una medicina che procede per evidenze. La sessuologia medica è una scienza. Gemma Donati

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ATTUALITÀ

Robotica è il futuro in chirurgia, ma anche l’attuale In un convegno alla Sala della Minerva il 13 febbraio si sono evidenziati i rapporti tra economia ed efficienza nella Sanità per l’immediato futuro La robotica ha costi elevati ma è la vera prospettiva della chirurgia. L’investimento è spalmabile negli anni. Infatti la sua applicazione in chirurgia implica minori tempi di ricovero, minore stress, minori spese per il corso post-operatorio. La robotica, nonostante le prime resistenze, si afferma negli Stati Uniti e in Europa. La sua crescita detta la prospettiva per la Sanità che conosce costi più elevati e una penetrazione sociale più difficile. Esemplare il fatto che in Italia meridionale la robotica sia a diffusione vicina allo zero. Nel convegno il caso esemplare di grande vantaggio per il paziente e per le conseguenze post-operatorie è nella chirurgia della prostata, nello specifico nella sua asportazione. I successi in modo così esteso si affermano come grande attualità nel dibattito in corso nella Sanità italiana che oscilla tra controllo centralistico e dispendi economici determinati da erronea applicazione del federalismo. Tra gli interventi che meglio hanno esposto come per la chirurgia la robotica rappresenti il vero campo applicativo, così come un vero e proprio ambito operativo nell’attualità, la lezione di Pier Cristoforo Gilianotti, docente Chirurgia presso Uic di Chicago.

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Gilianotti dopo molte esperienze in robotica a Grosseto ha ceduto alle polemiche interne preferendo l’approfondimento di questa tecnologia a Chicago. Era chiaro che l’Italia gli andava stretta. Le attività umane che arrivano dalla manualità, ma anche dalle potenzialità visive, dalla possibilità di avere cognizioni fondamentali sullo stato del paziente operato, la facoltà di tenere sotto controllo diversi aspetti, sono qualità alle quali il robot può assolvere. Il chirurgo da solo, no. Ma anche la capacità di fare incisioni millimetriche. E senza mezzi termini ha detto: siamo davanti a una rivoluzione in medicina. Ma è anche vero che il livello dei costi delle prestazioni si allontana sempre più dall’approccio sociale della medicina. Ed è per questo che i nostri sistemi vanno in crisi. Con le macchine siamo in grado di percepire un’infinitamente piccola presenza tumorale e sarà in grado di farlo sapere sempre di più. La nuova frontiera della medicina è davanti a noi ma sta a noi saperla intraprendere. Alagia Fleschi

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CURIOSITÀ

Doctor House insegnante di un medico

La sua pratica su un malato nella fiction viene presa d’esempio nella realtà La storia è stata pubblicata su The Lancet. Racconta di un malato con diverse patologie che non riescono a riconnettersi nell’unità di una diagnosi. Fin quando, nella fiction, il Doctor House scopre che i mali derivano da una protesi al cobalto che deteriorandosi provocano un’intossicazione grave. Il medico tedesco ricordando di aver visto quella storia ha tentato la stessa diagnosi con successo. Con la differenza, però, che stavolta era capitata ad un uomo reale, non di una delle serie tv di maggiore successo. I disturbi erano: perdita di vista e d’udito, grave insufficienza cardiaca, attacchi di febbre alta, infiammazione all’esofago. Un episodio analogo viene raccontato in un’altra fiction comica, Scrubs, il cui ambito è sempre quello ospedaliero. Un paziente presenta delle affezioni diverse, impossibili da mettere in relazione l’una con l’altra, e il medico più stralunato, J.D., riesce a trovare la diagnosi giusta proprio perché aveva visto il giorno prima un documentario in televisione. La sua sincerità non gli consente di veder crescere la stima su di lui per il caso risolto.

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Qui siamo nel comico. Nel caso del medico tedesco, invece, siamo nel reale. La cosa, però, non deve suggerire alcuna emulazione. Il deficit conoscitivo di un medico non potrà mai essere sostituito da qualsiasi conoscenza acquisita attraverso il mezzo televisivo. Questo lascia però spazio ad una riflessione: in un’età in cui le capacità nozionali sono moltissime ed è impossibile ritenerle tutte in una memoria diretta, spontanea, che non necessiti di riflessione o approfondimento, le sollecitazioni cognitive per risvegliarle non sono mai sufficienti. Bisogna sicuramente studiare tantissimo, ma decisivo anche trovare delle modalità per cui l’immenso bagaglio di nozioni possa essere costantemente risvegliato. E questo può avvenire solamente con la loro costante sollecitazione a ripetere. Ma alla base di tutto ciò ci vuole tanta preparazione di base. Padre Dante Alighieri nel Quinto canto del Paradiso: “ché non fa scienza, sanza lo ritenere, lo avere inteso” (40-41). Matilde di Canossa

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ATTUALITÀ

Il fallimento della Sanità statunitense La grande riforma di Barack Obama appare oggi come un fallimento In tempi di grande riforma del sistema sanitario non si può non guardare allo spettro del sistema sanitario statunitense come il negativo di quel che succede da noi. Il modello stelle e strisce culturalmente da noi sempre rifiutato ha postulato il sistema solidaristico concepito in Europa, nello specifico in Italia. Quello annunciato da Barack Obama, negli Stati Uniti doveva essere il grande atto riformatore per garantire l’assicurazione sanitaria a tutti gli americani ed estenderlo. E invece in molti si sono visti rifiutare il piano assicurativo stipulato e sul quale contavano da anni. Oggi in pochi ne parlano ma è finita in coda di pesce. Sono in centinaia di migliaia, quelli che negli Stati Uniti pensavano di avere un piano assicurativo degno per la salute e invece se lo sono visti annullare. Dovevano iscriversi quarantotto milioni di americani all’assistenza sanitaria (Healthcare) e invece in molti si sono tenuti stretti la loro assicurazione privatistica che però non poteva essere garantita alle stesse condizioni precedenti. Queste stesse conclusioni sono state pubblicate su New York

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Times che ha dato un nome a questa sconfitta: Obamacare, in assonanza con Healthcare che doveva essere il nome del nuovo sistema che significa assistenza sanitaria. La mancanza di grandi numeri non ha consentito all’assistenza sanitaria formulata su un piano statale di partire. Barack Obama ha così dovuto scusarsi. Ma anche il medico di Obama aveva detto in tempi non sospetti che la riforma di Obama sarebbe stata inefficace. Il presidente aveva promesso, infatti, che non sarebbe stato obbligatorio cambiare le polizze già sottoscritte prima della riforma. Ma così non è accaduto. Le compagnie assicurative sono state costrette a cancellare piani sanitari che non comprendevano la copertura di alcune prestazioni. Nel corso dell’intervista, Obama ha affermato che il governo sta lavorando “duramente per risolvere i problemi e che risolverà gli errori commessi “nella stesura della legge”. Piacerebbe anche da noi tanta onestà intellettuale da parte della classe politica. Non piacerebbe affatto ereditare quel sistema con tutti gli impossibili correttivi. Vanni Fucci

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ATTUALITÀ

Renzi non tratta la Sanità ma ne parla lo stesso Nel suo discorso per la fiducia si impegna a sbloccare i debiti della pubblica amministrazione. Conferma di Beatrice Lorenzin al dicastero della salute La Sanità il maggior creditore dello Stato. Lo ha rilevato una ricerca della Banca d’Italia. La metà delle somme dovute dalle pubbliche amministrazioni riguarda infatti questo settore, con dieci miliardi di debiti solo fra farmaci e dispositivi medici. Asl ed enti regione sono esposti per circa trentacinque miliardi. Bisogna sempre ricordare che gli entiregione si sono visti sbloccare i fondi per circa ventidue miliardi di euro. Ma con la voce Sanità si intende, qui, qualcosa di molto vasto relativo anche a settori che si muovono a supporto del servizio sanitario ma che di sistemico per la cura della salute non hanno nulla. Assobiomedica ha rilevato il dato reso pubblico per cui oltre ai cinque miliardi di scoperto delle imprese di dispositivi medici, l’unico piccolo passo avanti è nei tempi di pagamento per legge. Ma questo ha prodotto duecentoundici giorni di media del pagamento ai precedenti duecentosettantasei. Farmindustria lamenta un ritardo dei pagamenti da parte delle Asl riferibili alle fatture emesse nel primo trimestre 2013. Le aziende vantano crediti per tre miliardi e mezzo. Ricevono pagamenti a sessanta giorni solo nel dieci per cento dei casi.

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Un dato che lobbies contrapposte tra loro sicuramente plaudono è la conferma al Ministero della Salute da parte di Beatrice Lorenzin. Prima di lei ministri donne, allo stesso dicastero, furono Tina Anselmi, Maria Pia Garavaglia, Rosy Bindi e Livia Turco. Quindi tutto in movimento, quello che era l’uomo che doveva dormire tranquillo, Enrico Letta, viene silurato proprio da chi gli dava questo consiglio, ma la Lorenzin per la Salute rimane lì dov’è. Sia con Letta che con Renzi. Una vittoria personale per Beatrice, propiziata probabilmente dall’endorsement avuto e anche dall’esser donna. L’attenzione del nuovo premier è stata quella della parità sessista nella composizione del governo. Ma anche perché Lorenzin deve chiudere la lunga trattativa con i governatori per il Patto per la Salute. In tal senso uno sponsor importante per la Lorenzin deve esser stato anche il Vice di Renzi, Delrio. Ma tra i compiti che il ministro dovrà portare a termine c’è sicuramente il Patto per la salute per la cui trattativa aveva aperto una fase di elaborazione comune attraverso Conferenza Stato-Regioni.

Finora il Patto per la salute ha consentito che non fossero operati tagli al settore. E questo dopo dieci anni in cui lo sport più praticato dal governo centrale era proprio il ridimensionamento degli stanziamenti per la Sanità. Lorenzin ora deve nominare il nuovo comitato tecnico scientifico che dovrà esaminare il metodo di Davide Vannoni. Ma la questione resta il confronto tra gli enti regione. Ma il confronto più cruciale resta quello sulle prestazioni e sui reali livelli dei servizi per la cura della salute. L’Emilia Romagna va meglio per i diabetici, la Lombardia per i cardiopatici. Si tematizza spesso il dislivello di qualità diagnostica, terapica e chirurgica nelle diverse regioni d’Italia. Sono questi i livelli di governo reale della sanità sui quali bisognerà mettere mano, più che sui livelli decisionali, se debbano tornare allo Stato centrale o restare agli assessorati della sanità. Un ginepraio bizantino senza soluzioni. Pensare a come la Sanità debba proiettarsi nel futuro, come deve modificarsi nelle sue strutture primarie. Di lì pensare alla sua forma più consona. Pia de’ Tolomei w w w .ci tta d i ni es a l ute.i t


RICERCA

L’alta tensione non provoca leucemia

Una ricerca che farà discutere e riabilita tanti casi di presunte malversazioni Secondo una ricerca pubblicata a febbraio su British Journal of Cancer, e che dal 6 febbraio si legge anche su Nature, chi vive accanto a un pilone dell’alta tensione non deve temere per la leucemia infantile. Arrivare a questo risultato ha significato uno studio di sui tumori britannico dal 1962 e il 2008 e nel quale sono stati analizzati 16.500 bambini. Ebbene, negli anni Sessanta e Settanta il rischio è apparso con una certa evidenza. Ad inizio anni Ottanta il rischio si è dileguato. Chiaramente questo risultato non può essere considerato definitivo. Come sempre chi vive di ricerca predica e spera in un’altra ricerca. E d’altra parte se le evidenze sono effettivamente queste deve essere compreso perché ci sia una risultante completamente diversa di decennio in decennio. Secondo i ricercatori, attualmente non ci sono preoccupazioni per coloro che vivono al di sotto di un pilone dell’alta tensione: non ci sono maggiori possibilità di contrarre la leucemia per i piccoli. Ma è pur vero che quando si parla di possibilità si entra in un’astrazione logica. Impossibile tradurla in un comportamento applicativo.

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Chiaramente non è detta l’ultima parola. L’argomento sarà ribattuto e ulteriormente sviscerato. L’insegnamento però serve a dire che quelle che appaiono evidenze di sicuro danno alla salute non sempre lo sono, almeno non nei termini drammatici in cui tanto scandalismo vuole proporli. Anche chi ha diretto la ricerca, Kathryn Bunch, ha dato alle agenzie di stampa una dichiarazione prudente: “Serve una ricerca ulteriore per capire il comportamento nelle singole decadi ma il risultato dello studio deve rassicurare i genitori che l’eventuale presenza nelle vicinanze di un pilone dell'alta tensione non aumenta i rischi di leucemia per i figli”. Ma stabilire sul piano fisiologico un processo di causa ed effetto appare la strada più impervia per arrivare alle conclusioni. Meglio sono le ricerche in base statistica. Il problema però è nell’intervento umano per compilare i dati che riempiono le caselle della ricezione dati, attraverso i quali si arriva all’eventuale evidenza di un’anomalia. Beatrice Portinari

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO Gentile direttore di Cittadini e Salute, Le cronache riportano notizie sulla Sanità del tutto deviate. Come se l’organizzazione per la cura della salute fosse pervasa solo di malasanità. La negatività di alcuni casi, negatività tutta da appurare, riempie le pagine, ma non i cuori e nemmeno la corretta informazione. Avvocati tentano denunce temerarie alimentando un clima di diffidenza tra operatori della Sanità e pazienti. Tutto questo è sbagliato, tutto questo rischia di uccidere un mondo pieno di eccellenze. Le eccellenze sono le persone, i lavoratori, gli operatori a tutti i livelli del mondo che prende cura della salute delle persone. Nei giornali si portano al centro le questioni di deficit finanziario. Leggere queste cronache per una donna come me, settantacinque anni, ex infermiera all’ospedale San Giovanni di Roma, è sempre stato un tema di grande sofferenza. Nonostante tanta dedizione, mia e dei colleghi nei reparti ospedalieri, tutti gli sforzi appaiono insufficienti. Sbrigativamente mi sono data anche la risposta per cui la soglia di attenzione dei colleghi, come dei medici, si fosse abbassata. Ma in una situazione personale in cui ho avuto bisogno di cure importanti, per la degenerazione del sistema nefrologico, con ricovero d’urgenza all'ospedale Sant’Eugenio all’Eur da inizio a fine dicembre dell’anno passato, ho avuto la dimostrazione che tutto questo non è vero. Ho visto infermieri e medici seguire la mia condizione di ammalata con dedizione assoluta, come fossi una loro parente. Ho visto ciascuna persona seguita medicalmente con tutta la sua specialità di persona. Ciascuna di noi, ricoverate, viste come qualcosa di unico, non semplicemente come portatore di una malattia. L’ospedale una struttura a misura del malato, non solo come l’insieme di scompartimenti dove ciascuno è un rappresentante di organi, bensì

come qualcosa di specifico, di unico, ma di maledettamente vero, non un caso tra i tanti nelle tipologie scritte sui libri di testo. Non avrei mai pensato che dopo aver vissuto diverse traversie, con la salute, dopo aver assistito decine di migliaia di persone ammalate, l’esperienza della malattia mi suggerisse qualcosa di assolutamente nuovo. E cioè, che il malato deve essere riconosciuto come persona, non semplicemente come portatore di un problema, per sé e per la struttura ospedaliera che glielo dovrebbe risolvere. Sentire che il proprio problema diventa il nemico da battere su cui si impegnano infermieri e specialisti, che per fare questo gli stessi infermieri si permettono di correggere alcune sviste dei medici, che ogni dettaglio presentato dal malato diventa un messaggio da ascoltare, tutto questo è stata un’esperienza unica nella mia vita. Specialmente l’esperienza dell’ascolto, per me, ha avuto una valenza importante per la soluzione, sempre temporanea - alla mia età le malattie sono sempre croniche, le soluzioni sempre temporanee - a una mia ansia, a una mia inquietudine. Sono felice che in Italia, a Roma, noi, si abbia una Sanità di questo tipo. E lo dico a chiare lettere, lo dovreste scrivere anche voi. Sempre, ogni giorno! Perché il deficit finanziario non sia l’unico argomento prevalente per parlare di cura della salute. E forse da questa trasformazione bisognerebbe capire cos'è la Sanità in Italia. Non una parola altisonante da scrivere con la maiuscola, ma semplice,cura per la salute, cura per la persona, amorevole, passionale e compassionevole. Questo ho incontrato al reparto Nefrologia del Sant’Eugenio. Questo vorrei che tutti sapessero. E se ancora saluto, lo debbo a loro! Marcella Riccucci - Roma

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