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Camminare!

Cinque chilometri a piedi a passo sostenuto almeno tre volte a settimana diventano la pratica più adottata per la cura della salute. Forse perché in tempi di crisi si adottano sistemi più semplici per guadagnarsi un salvacondotto per tenere sotto controllo ipertensione, chili di troppo e la prevenzione contro il diabete. L'American Heart Association raccomanda agli adulti di essere fisicamente attivi per almeno due ore e mezzo a settimana. Camminare offre un sacco di benefici per la salute. Ma va rilevato anche che chi cammina di più può farlo perché è sano e non dà stress da prestazione. Vivono meglio e di più, quelli che camminano perché in buona salute. Quindi la buona salute è comunque un bene da cui non si può prescindere per preservarla. Il messaggio quindi è per i pantofolai, bisogna iniziare ad esercitarsi quando si è sani. Camminare non può essere frainteso come sistema di cura.


L’editoriale di

Mario Dionisi

I problemi di criminalità sono diventati un problema per la cura della salute. Alludo agli smaltimenti abusivi in Campania. Finalmente il Ministero della Salute ha emesso l’ordinanza e come alla fine di una guerra si contano morti e feriti, solo che la guerra non è finita. E a pagarne le spese sarà il sistema sanitario, oltre che i poveri malcapitati costretti a fronteggiare una condizione di ammalati per la quale non dovranno attendere ma accettare la malattia e fronteggiarla coi sistemi di cura con cui la medicina oggi riesce a combattere le malattie, dopo averle diagnosticate. A fare le indagini sui terreni della Campania che potrebbero esser stati infestati da rifiuti tossici ci saranno l’Istituto superiore della sanità e il Comando dei carabinieri dei Nas. Con questo si capisce perfettamente che in conseguenza di un problema che si pone da dieci anni ancora si deve capire quali sono i terreni devastati. Dove e qual è la cifra della devastazione, dove la Campania felix si è ridotta a discarica abusiva di rifiuti tossici e questo per dare certezza ai prodotti alimentari che derivano dalla terra. Tanto ritardo fa spavento, visti i tempi delle confessioni e delle rilevazioni della malattia. E allora un discorso chiaro bisognerebbe far entrare nella testa di tutti. Non è solo la criminalità organizzata a fare disastri, ma anche la lentezza con la quale gli organi dello Stato intervengono a riparare sui danni provocati anche da incuria degli stessi cittadini che avrebbero dovuto vigilare le loro terre con maggiore attenzione. In questa chiamata in correo bisogna che ciascuno prenda la propria fetta di responsabilità e dia il contributo necessario per apportare rimedi. Lasciare tutto in mano ad un’elefantiaca organizzazione del Ministero della Salute significherebbe avere i dati tra un anno, gli studi per la soluzione tra due, l’inizio degli affidamenti per dare gli incarichi per la bonifica tra tre, le prime aree bonificate tra quattro. Sono ottimista! C’è bisogno invece che i cittadini di buona volontà, le imprese con a cuore il senso della propria terra si impegnino di più, prendendosi carico l’impegno di salvare la Campania. Fare questo significa cambiare i propri rappresentanti eletti. In tutti i partiti, in tutte le sedi. E che la Campania sia solo l’inizio.

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di

Angelo Nardi

Doppio trapianto alle Molinette di Torino

Un caso di transumanza sanitaria a lieto fine

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Si tratta di un caso che commuove. Una storia natalizia. Una persona affetta da grave malattia che sfida la sorte, in condizioni di disagio e solitudine. Affronta il viaggio per la salvezza. Sempre in viaggio vive condizioni avverse che lo porterebbero alla fine. Ma arrivato a destinazione, all’ospedale di Torino Molinette, l’uomo trova la salvezza con atto eroico dei chirurghi. E allora non si capisce bene chi siano effettivamente gli eroi, se il viaggiatore ammalato o i chirurghi che sfidano con successo l’impossibile: fare nella stessa seduta il trapianto di due polmoni e del fegato. Una storia che ha del fantasmagorico e giustamente commuove tutti. Ma non deve commuovere semplicemente, come altrettanto semplicemente non deve muovere la stima e l’orgoglio per questi bravissimi chirurghi dell’ospedale torinese. È una storia italiana che fa riflettere. Sì, perché la persona ammalata viene da Salerno. E probabilmente da Salerno risalendo su per tutto lo scarpone nazionale non c’era struttura in grado di prendere in cura l’uomo per la sua patologia delicatissima. In lista d’attesa per il trapianto, vedendo le sue condizioni peggiorare, essendo in cura presso l’ospedale torinese a causa di una cirrosi autoimmune e per fibrosi polmonare, il 16 dicembre il quarantasettenne prende il treno da solo. Ma durante il tragitto la bombola d’ossigeno alla quale è attaccato si esaurisce. Quando arriva in ospedale le sue condizioni sono disperate. A quel punto più che il trapianto del fegato necessita di un trapianto dei polmoni. Dopo un passaggio in rianimazione durato qualche giorno arrivano i polmoni donati da una donna di trentanove anni. L’operazione dura diciotto ore e implica, chiaramente una staffetta. Inizia e termina entro il 30 dicembre, dalle due del mattino alle venti di sera. Ed è un giorno che il paziente di Salerno ricorderà.

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ATTUALITÀ

“Stamina Pericolosa e scadente”

È il giudizio del tavolo tecnico composto da Nas, Iss, Aifa e Centro nazionale trapianti Nel verbale riportato dall’Ansa si legge che: “Non esiste documentata efficacia del metodo Stamina Foundation”. Pare proprio essere una sentenza senza appello. E su questo ha fondato la deposizione al pubblico ministero Raffaele Guariniello coi Nas. Sempre nel verbale: “Preoccupante la pratica di utilizzare cellule provenienti da un paziente e infuse in un altro paziente”. E ancora: “Per quanto riguarda la dose di infusione, la si potrebbe definire omeopatica”. Gli esperti si sono confrontati anche sul fatto che “il metodo Stamina farebbe presupporre l'uso di Siero Fetale Bovino nei terreni di coltura”. I timori sono incentrati su possibili “danni neurologici” e altri “effetti collaterali dopo infusione, da verificare nel tempo”. Dall’inchiesta della Procura di Torino la terapia è nata in scantinati. L’Ordine dei medici bocciò le strutture già nel 2008. L’indagine della procura di Torino, chiusa nel 2012, è stata di fatto quasi subito riaperta e integrata con altri elementi. In altri casi le sedi erano state “nascoste a San Marino nel palese intento di sfuggire ai controlli istituzionali previsti in Italia”. Dalla trasmissione di virus all’insorgenza di tumori: sono nuw w w .ci tta d i ni es a l ute.i t

merosi i rischi per la salute del metodo Stamina secondo le carte dell’inchiesta di Torino. E poi esistono dei cosiddetti “rischi potenziali”. Si tratta di un elenco particolarmente lungo. La biopsia midollare, la manipolazione delle cellule staminali, le reintroduzioni mediante puntura lombare, i “medicinali imperfetti”, viste anche le condizioni di lavoro, non erano esenti da controindicazioni anche gravissime: si parte da “nausea e cefalea” per arrivare alle meningiti batteriche, dagli ematomi ai traumi midollari, fino alle “localizzazioni cellulari atipiche e incontrollate” e al “rischio di insorgenza di tumori dovuti alla possibile selezione/trasformazione di cellule preneoplastiche durante le manipolazioni in vitro”. “La politica - ha detto il ministro della salute Beatrice Lorenzin - deve fare la politica e deve rispettare la scienza e il metodo scientifico. Come ministro devo vigilare che le cose vengano fatte nel rispetto delle regole e nel rispetto prima di tutto della salute dei cittadini”. Al ministro è stato sottolineato dai giornalisti che si trova nella terra di Noemi, la bimba di 18 mesi di Guardiagrele (Chieti), che pochi giorni fa ha ricevuto il via libera del giudice dell’Aquila per l’accesso d'urgenza al metodo Stamina:

“C'è un livello giudiziario”, che riguarda l’indagine sull’ipotesi di truffa del metodo di Vannoni, ha risposto Lorenzin, livello che spetta ai giudici. E un livello, ha aggiunto il Ministro, relativo “al metodo scientifico che non riguarda una singola persona, ma il fatto che il servizio sanitario nazionale non può permettersi di autorizzare cure che non siano considerate tali secondo la scienza”. “Il metodo Stamina non esiste dal punto di vista scientifico, non abbiamo ancora le prove”. Ha detto, sempre Lorenzin, il 21 dicembre, pochi giorni prima della nomina del nuovo Comitato chiamato a pronunciarsi sulla sperimentazione del metodo dopo la pronuncia del Tar del Lazio che il 4 dicembre scorso ha sospeso il decreto di nomina della prima commissione di esperti che aveva bocciato il metodo. C’è contesa anche nei riscontri pratici delle persone malate. Secondo il quotidiano La Stampa c’è un decesso sospetto che secondo Vannoni è dovuto a polmonite. E la lettura di questo caso è così destinato ad uscire dal criterio scientifico per entrare nel riscontro di quello o quell’altro caso. Dolcino da Novara

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ATTUALITÀ

La Sanità finalmente si occupa dei suoi strumenti Stilato il rapporto tra investimento in tecnologia ed effetti per la cura della salute Robotica in neurochirurgia al Politecnico Milano, in chirurgia del cervello è stato presentato a Tel Aviv nel 2011, robotica anche per intervenire sulla tiroide senza taglio. Si moltiplicano gli esempi in cui i sistemi di cura della salute non possono prescindere dalla tecnologia più innovativa. Un versante si riscontra nella diagnostica per immagini con Tac e risonanza magnetica, ecografia. La tecnologia nella Sanità recita un ruolo sempre più preponderante. In Italia, il settore dei dispositivi medici rappresenta complessivamente lo 0,7% del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano. In Europa, il mercato dei dispositivi medici genera un fatturato di circa 95 miliardi di euro l’anno e impiega oltre cinquecentomila persone. Il 70% del fatturato totale in Europa è generato in Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, e Spagna. Il rapporto è del dicembre 2013. Nella categoria dei dispositivi medici, sono compresi prodotti altamente differenziati: articoli semplici e di uso quotidiano, come i cerotti e i termometri, e strumenti o apparecchiature il

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cui contenuto tecnologico è così alto da richiedere, per il loro impiego, un notevole livello di specializzazione. Mentre a livello macro - quando i dispositivi medici sono considerati globalmente - pare vi sia una correlazione tra l’innovazione tecnologica e l’aumento della spesa sanitaria, a livello micro quando si considerano singole classi di dispositivi medici o singoli prodotti - si giunge spesso a conclusioni opposte, di innovazioni tecnologiche che liberano risorse. “L’innovazione tecnologica che è uno dei maggiori driver del miglioramento della salute della popolazione - nella relazione del rapporto - ha contribuito a prevenire, diagnosticare e curare un numero sempre maggiore di patologie, riducendo la mortalità e migliorando la qualità della vita. Il progresso tecnologico, tuttavia, può rappresentare anche un determinante significativo dell’aumento dei costi sanitari e non vi è dubbio che i benefici debbano essere maggiori dei costi per produrre valore in un sistema sanitario caratterizzato da risorse scarse”. Le tecniche per la cura della salute sempre più si sostengono sull’innovazione delle strumentazioni utilizzate. Giovanna Visconti

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CURIOSITÀ A fine dicembre la Commissione europea ha annunciato un nuovo pacchetto di norme per ripulire l’aria d'Europa entro il 2030. Si prende atto degli effetti estremamente dannosi dell’inquinamento atmosferico sulla salute: malattie respiratorie, cardiovascolari, compreso il cancro del polmone. L’Unione si preoccupa dei danni agli ambienti naturali e costruiti causati dall’inquinamento atmosferico. E così, avendo come data di riferimento-obiettivo, il 2030 si stima la spesa di tre miliardi trecento milioni ogni anno. E così risparmiare in termini di costi sanitari circa quaranta miliardi. Senza politica di rientro economico non c’è politica sanitaria! Le attenzioni sono puntate su il biossido di zolfo, ossidi di azoto, metano, non metanici composti organici volatili, ammoniaca e particelle di diametro inferiore a 2,5 micron (PM2 - 5), che diventano più severe nel periodo 2020. Ma alcune misure già esistono per i ventotto paesi membri. Ridurre le emissioni di anidride solforosa causate dall’uomo, è tra questi. Partendo dal 2005, con un calo medio del 59% per ogni anno 2020-29 e 81% per ogni anno dal 2030. Ma il periodico scientifico The Lancet non si illude su queste misure. Anche se vantaggiose, sotto il profilo dei risparmi in termini di costi sanitari, rappresenterebbero un’impennata per i costi di produzione.

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Lotta all'inquinamento

Il 2013 per l'Europa è stato l'anno dell'aria. Grandi investimenti ma combattere l’inquinamento signiCon questi livelli di qualità nella produzione industriale, indica The Lancet, non meno di 17 paesi del blocco violano gli standard di qualità dell’aria e sono soggetti ad azioni legali da parte dell’UE. Limiti nazionali di emissione sono stati proposti per il biossido di zolfo, ossidi di azoto, metano, non metanici composti organici volatili, ammoniaca e particelle di diametro inferiore a 2,5 micron (PM2 - 5), che diventano più severe nel periodo 2020. Ad esempio, i 28 Stati membri dell’UE hanno ciascuno obiettivi specifici per raggiungere una riduzione delle emissioni di anidride solforosa di origine antropica, da una base del 2005, con un calo medio del 59% per ogni anno 2020-29 e 81% per ogni anno dal 2030. Tuttavia, la strada per un’aria più pulita in Europa, è probabile che sia irregolare. I costi finanziari di ridurre l’inquinamento dell'aria potrebbero aumentare i prezzi del potere nei singoli Stati e quindi vincolare la competitività economica, per esempio, attualmente, non meno di 17 paesi del blocco violano gli standard di qualità dell'aria e sono soggetti ad azioni legali da parte dell’UE.

L’Europa e la sua gente hanno ragione a essere preoccupati per gli effetti negativi della cattiva qualità dell’aria sulla salute, come lo sono molti altri in tutto il mondo. Nei paesi in via di sviluppo in particolare l’inquinamento atmosferico rappresenta un pericolo grave ed immediato per la salute. Per scegliere la Cina come esempio, il ritmo vertiginoso di industrializzazione e di trasformazione economica è stato accompagnata da grave inquinamento atmosferico e ben pubblicizzato a Pechino e altre grandi città. È stato stimato che l’inquinamento dell’aria esterna conduce tra le 350 mila e le 500 mila morti premature in Cina ogni anno. In un recente commento su The Lancet, Zhu Chen e colleghi hanno descritto gli sforzi della Cina per ridurre l’inquinamento atmosferico, notando piani per raggiungere riduzioni del periodo di 5 anni 2013-17, e che PM2 annuale, e PM5 a Pechino, per esempio, dovrebbe essere “controllati” a 60 g/m3 nel 2017. Nonostante gli sforzi per combattere l’inquinamento atmosferico in Cina sono essenziali, questi numeri fanno riflettere illustrano la crescente minaccia di inquinamento dell’aria esterna nelle

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atmosferico

fica aumentare il costo di produzione delle merci. Ma pone l’Europa come leader mondiale

economie in via di sviluppo, riflettendo pesante uso di combustibili fossili da traffico stradale, per la generazione di energia e nell’industria. Il tumore del polmone e le malattie cardiovascolari, inoltre, sono notevolmente aggravati in molti paesi con l’uso di tabacco e inquinamento dell’aria interna dalla cucina, tra le altre fonti. Sforzi europei - conclude The Lancet per migliorare la qualità dell’aria sono i benvenuti, e giustamente riceveranno un esame approfondito nel lungo periodo durante il quale le nuove norme devono essere emanate. Nel Regno Unito - rileva sempre il periodico scientifico - ci sono segni che l’ambiente politico sta diventando meno favorevole agli incentivi economici alla base del cambiamento di generazione di

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energia da combustibili fossili alle alternative rinnovabili. Tali dibattiti sono inevitabili. Il problema per i governi dei paesi è come bilanciare le priorità concorrenti di crescita economica, lo sviluppo industriale e la salute e il benessere individuale che sarà pesato in modo diverso nei singoli paesi in base alle priorità politiche e la loro posizione lungo la traiettoria di sviluppo. Mentre il mondo emerge da un doloroso periodo di contrazione economica e di incertezza, è importante che gradualmente tornando la crescita economica sia in grado di attuare politiche e incentivi che portano a miglioramenti della salute, compreso il controllo del tabacco, limitare i danni causati dal traffico stradale, e un so-

stenuto miglioramento della qualità dell’aria in tutti i paesi, sviluppati e in via di sviluppo. Ma il merito di queste misure sostanzialmente consiste in tre ordini di motivi. Il primo: finalmente un governo sovranazionale si è posto per la prima volta il problema dell’inquinamento atmosferico, con la speranza possa dare il buon esempio a grandi governi nazionali: Cina e India sopra a tutti. Il secondo: dare una misura economicistica al problema dell’inquinamento atmosferico sobbarcandosi anche le contromotivazioni e cioè i costi aggiuntivi di un sistema di produzione virtuoso. Il terzo: esprimere a chiare lettere la connessione tra inquinamento di diverso tipo, ma principalmente l’inquinamento causato dall’uomo nei cicli di produzione industriale, e malattie gravi, cancerose, malattie che portano alla morte. L’Unione europea, in tal senso, ha finalmente la possibilità di recuperare una leadership culturale persa da qualche decennio. Gemma Donati

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ATTUALITÀ

Larghe intese tra cardiologi e nefrologi Il colesterolo è un killer per chi soffre di malattie renali croniche A causa di diabete, ipertensione, arteriosclerosi, obesità aumentano le malattie renali croniche, ma che troppo spesso vengono trattate da internisti e affrontate sotto il punto di vista cardiologico generale, senza considerare la malattia renale cronica come fattore di rischio indipendente. È circa il 10% della popolazione mondiale a essere sofferente di malattie renali. Si tratta, circa, di 3 milioni in Italia a essere paziente nefrologico. Nefrologi e medici di medicina generale hanno unito le forze per dare assistenza integrata. Al congresso della Società italiana di cardiologia, il 14 dicembre, è stato rilevato come in nefrologia troppo spesso non si guardi ad un’azione per ridurre il colesterolo. In un brevissimo vademecum si vuole identificare in tempi rapidi il grado di malattia renale e di istituire terapie adeguate. La riduzione del colesterolo è tra queste. In Italia sono cinquantamila gli emodializzati. Quattromila in dialisi peritoneale, mentre in ventimila sono in attesa di trapianto renale. Sono in diecimila quelli che entrano in dialisi ogni anno e sono cinque milioni quelli che hanno malattie renali croniche - pari al per cento della popolazione italiana, e il trenta per cento delle persone diabetiche, ipertese o anziane.

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Non deve ritenersi quella del trapianto del rene una soluzione estrema, tipo ultima spiaggia. Si tratta, invece, di una modalità che sarà sempre più praticata, dati i suoi maggiori riscontri positivi in termini di terapia risolutiva come in quelli economici. In sostanza, il trapianto di rene è più vantaggioso della dialisi. Il risparmio per il servizio sanitario nazionale è del 29% in tre anni. I termini delle prestazioni sanitarie oramai non si valutano più sulla loro riuscita e il suo effetto nella vita dei pazienti, bensì sotto il profilo economico. Non poteva fare eccezione la ricerca del Censis con la Società Italiana di Nefrologia, il Centro Nazionale Trapianti e Pfizer. Il 18 dicembre nella sede Censis di Roma è stata presentata un’analisi empirica dei consumi sanitari e dei costi del trapianto di rene in Italia. Il periodo di osservazione è tre anni. In ciascun paziente trapiantato il costo medio complessivo stimato ammonta a 95.247 euro. Di questi, 52.543 euro sono relativi al trapianto stesso. I costi della fase post-trapianto sono pari ai restanti 42.704 euro. La terapia immunosoppressiva costa in media 12.419 euro. Le complicanze circa 12.226 euro, sono le voci di costo più rilevanti. I controlli periodici sostenuti dal paziente dopo la dimissione, pesano circa 7.020 euro. Alagia Fleschi

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ATTUALITÀ

Sanità tra competizione e recessione

Il nostro sistema rimasto arretrato nell’organizzazione ora deve reggere il confronto con realtà maggiormente efficienti dell’Unione europea Dal 2014 tutti i cittadini potranno scegliere dove curarsi non più solo all’interno dei confini nazionali ma entro quelli dell’Europa unita. Il modello è quello britannico: il National Health Service. Eppure il nostro modello sanitario che il 28 dicembre scorso ha compiuto trentacinque anni, è vissuto nella continua lotta alla sostenibilità. I tagli sulla spesa sono stati una costante eppure i costi sono cresciuti ogni anno e ad ogni nuovo aggiornamento emergeva una spesa fuori controllo. Ma dobbiamo sempre ricordare che il fronte dell’economia non è il solo versante della riforma sanitaria. Nel ’78 furono cancellati gli enti mutualistici. Si è delineato il nuovo complesso di funzioni, dei servizi e delle attività destinate alla promozione. Con la riforma del Titolo Quinto della Costituzione affidate agli enti regione devono garantire l’erogazione delle prestazioni previste all’interno della programmazione nazionale. Ma al di là del potere assegnato agli enti regione, il Sistema sanitario nazionale comincia a scricchiolare negli anni Novanta. Nel ’92, col ministro Francesco De Lorenzo, si arriva all’aziendalizzazione delle unità sanitarie locali: w w w .ci tta d i ni es a l ute.i t

le Usl diventano Asl, aziende sanitarie locali. Ma questo non cambia l’intreccio con il potere della politica che è alimentato dai voti costruiti nel mondo della Sanità e deve garantire realtà specifiche, al di là dei meriti, per i benefici ottenuti in termini di voti dai territori. La lottizzazione, quindi, investe anche il pianeta sanitario. Scoppiano veri e propri scandali e altre storie di malaffare. Una svolta che però si traduce come cosa parziale è nel ’99. Si tratta della riforma di Rosi Bindi. Vengono introdotti i criteri dettati dai Lea (Livelli essenziali di assistenza). In questo modo si pretende di garantire equità nelle cure offerte ai cittadini. Ci prova anche il ministro tecnico Renato Balduzzi quando si tenta di correggere in corsa il sistema sanitario. Non riesce anche per la prematura fine del governo Monti. Oggi il problema principale da affrontare riguarda le diverse velocità di tanti piccoli sistemi nell’ambito nazionale. Non c’è una Sanità, ma tante, ciascuna con un suo livello di efficienza e questo implica costi aggiuntivi per esodo di ammalati da una regione all’altra. Le disparità di condizioni tra una regione e l’altra, tra un’azienda sanitaria e

l’altra, vengono combattute con i viaggi dei pazienti. Oggi a voce dello stesso ministro Beatrice Lorenzin il Patto per la Salute delineato da Balduzzi, deve essere realizzato. Si tratta di un vero “piano razionalizzazione e nuova regolazione” del sistema di salute. Inevitabile la spending review anche della Sanità. In mezzo però c’è il problema del federalismo fiscale e un’organizzazione dello Stato che ha preso ad essere totalmente in chiave territoriale. Quindi, riprendendo il tema iniziale, a concentrazioni di risorse fortemente localistiche ci si deve misurare con la concorrenza di altri sistemi in Europa. La competizione farà bene a sistemi sanitari locali già competitivi. Quelli rimasti indietro, rimarranno sempre più indietro fino alla normalità dei viaggi finalizzati alla cura della salute - cosa che nel territorio nazionale già avviene come normalità. Un adeguamento degli ultimi perché si rimettano in linea è necessario. Diventa un obiettivo economico insostituibile. Questo, prima di rendere inutili le organizzazioni sanitarie arretrate e inadempienti - per non assolvere al ruolo di strutture sanitarie nazionali - le realtà che oggi funzionano meglio sul territorio nazionale. Natalia Albensi

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REGIONE LAZIO

Zingaretti, misura per misura

Correttivi per un sistema che ha bisogno di essere ripensato dalle sue fondamenta Tempi brevi al Pronto Soccorso. Questa la promessa. Questa la premessa, si dovrebbe dire. La premessa per avere una Sanità che imbocca la strada della misura del paziente e non insegue solo i suoi problemi. Lo decide la Regione Lazio con una serie di misure. Tutto doveva partire entro il 31 dicembre. Ma i ritardi sono inevitabili. Le misure dell’ente regione presieduto da Nicola Zingaretti appaiono come accorgimenti, non come modifiche o riforme radicali. Vogliono però rendere più agevole al paziente la degenza e le dimissioni. Il sovraffollamento verrà segnalato da una suoneria speciale. Fissato in un intervallo di 12 ore il tempo massimo per il completamento delle cure e la chiusura delle cartelle cliniche di pronto soccorso. Sarà messo a punto un sistema informativo sull’occupazione dei posti letto. Ogni struttura definirà la quantità di posti necessari in caso di emergenza e prenderà accordi con le case di cura. Le degenze saranno messe sotto controllo attraverso monitoraggi. Al fine di evitare lunghe attese nei corridoi, verrà dedicata un’area ai pazienti in attesa di posto letto. Gli accessi ai pronto soccorso del Lazio nei primi sei mesi del 2013 arrivano quasi a un milione. Ma il provvedimento più importante, se indica una tendenza e non rimane isolato, riguarda quello dei medici. Fa parte di un pacchetto formato da tre provvedimenti che nell’insieme sono ben lontani dall’essere risolutivi. Sono una carezza nel dolore della Sanità. Innanzitutto, via libera all’assunzione di 54 medici nei pronto soccorso in deroga al blocco del turn-over. Si tratta in particolare cardiologi anestesisti, radiologi, medici e chiw w w .ci tta d i ni es a l ute.i t

rurghi dell’urgenza da destinare al potenziamento dei pronto soccorso e dell’emergenza. Il provvedimento dà una prima risposta alle situazione di maggiore criticità segnalate dalle aziende sanitarie di Roma e delle provincia. In particolare 16 medici saranno assunti nelle Asl di Roma, 11 in quelle della provincia, 14 in quelle delle province, mentre 13 prenderanno servizio nei grandi ospedali. Tutto nel rispetto dei parametri previsti dal tavolo di rientro. Concorso pubblico, nel 2014, per la nomina di un dirigente infermieristico in ogni Asl e ospedale. Un segnale importante per valorizzare la professione infermieristica. Nei mesi scorsi 90 unità infermieristiche provenienti dell’ex Inrca sono state ricollocate nelle strutture sanitarie e in parte anche nei pronto soccorso. Il terzo provvedimento riguarda la certificazione elettronica delle fatture. Un atto dovuto invece la misura contro i falsi operatori della sanità. Nel Lazio ci sono cinquantamila medici, seimila sono abusivi. La Regione Lazio ha sottoscritto un accordo con l’ordine dei medici chirurghi e odontoiatri. Durerà tre anni. Si prevede anche l’installazione di una targa elettronica. Sarà visibile sulla porta degli studi medici: basterà “puntarla” col telefonino per scoprire se quel dottore o quel dentista sono in possesso di una vera laurea ed esercitano regolarmente la professione. Ogni sei mesi il controllo se i termini dell’accordo sono rispettati. Lo strumento è anche la denuncia che si potrà effettuare nei siti web in ciascun Ordine dei medici. I moduli si possono scaricare e stampare. La denuncia è anonima. L’accordo è stato siglato il 19 dicembre. Vanni Fucci

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ATTUALITÀ

La ricetta rosa non passa di moda

Gli enti regione sono ancora in ritardo per smantellare la pratica della prescrizione sui tradizionali fogli

Entro il 2013 si doveva superare la prescrizione a mezzo ricetta rosa. Era un impegno per gli enti regione: il sessanta per cento di prescrizione senza foglietto. Così si ridurrebbe del 30% la spesa farmaceutica (queste le previsioni di Promofarma di Federfarma). Faceva parte degli obiettivi del precedente ministro Renato Balduzzi. Togliere la classica segnalazione del farmaco o della molecola da parte del medico di famiglia, così come dello specialista, e telematizzare la prescrizione implicherebbe risparmio escludendo costi aggiuntivi da eventuali errori di trascrizione. Ma, come prevedibile, il progetto è al di là della realistica attuazione. Vicini alla linea di effettuazione di una pratica di questo tipo ci sono solo Sicilia e Valle d’Aosta. Potrebbe dirsi questo della ricetta rosa uno scoglio difficile da superare. Il resto tra enti regione e Stato centrale, in termini di sanità, sembra metabolizzato. I governatori hanno capito che anche l’era dei ripiani finanziari concordati col ministero delle finanze è finito. Qui i governi degli enti regione rischiano di trovarsi fortemente ridimensionati come capacità di intervento e gestione di potere. Quella del federalismo rischia di essere un incidente di percorso. Questo, almeno, in tutti i dibattiti che riguardano la riforma del sistema delle autonomie.

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E allora pare che l’intesa “Stato-regioni” sia trovata! C’è un accordo sul riparto del Fondo sanitario nazionale 2013. Finalmente abbiamo i costi standard. Ed è la prima volta. Ha partorito il documento la Conferenza delle Regioni nella serata del 18 del 19 dicembre, dopo lunga consultazione con la Commissione Sanità del Senato. Si temevano tagli da parte di Carlo Cottarelli, commissario straordinario alla spending review. Ma avendo fatto i compiti, il taglio non dovrebbe arrivare. Il Fondo 2013 ammonta in totale a circa 107 miliardi, anche se in realtà ne assegna alle Regioni solo 104,082. Si tratta del “finanziamento indistinto”. Altri 2,062 miliardi vincolati (di cui 1,510 per gli obiettivi del Piano sanitario nazionale 2013 e gli altri per varie voci dall’Aids all’esclusività, dalla medicina penitenziaria al superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari), 592,07 milioni sono vincolati per altri enti (Croce rossa, borse di studio per gli specializzandi, oneri contrattuali, Centro trapianti ecc.) e altri 267,51 milioni sono accantonamenti da ripartire successivamente in base ai meccanismi sanzionatori e premiali. Trovato l’accordo per ripartire un “fondino” di perequazione di circa 420 milioni delle quote premiali per gli anni 2012 e 2013. Natalia Albensi

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CURIOSITÀ

Malaticci e rassegnati

Gli italiani al 70% sono in salute. Lo dicono loro stessi nell’Annuario Istat del 2013. Ma non è d’accordo il Censis che assimila la Sanità al resto del paese insipido Istat dixit. Il 70.4% “ha dato un giudizio positivo del proprio stato di salute, rispondendo “molto bene” o “bene” alla domanda “Come va in generale la sua salute?”. Ma le donne stanno peggio. O meglio percepiscono uno stato di salute deficitante. Gli uomini sono più ottimisti sulla loro salute al 74,2% a differenza delle donne che sono al 66,8%. (La ricerca è stata trasmessa alle agenzie di stampa il 19 dicembre). Stanno meglio Nord. (Qualcuno ne dubitava?). In Italia settentrionale, infatti il 71,9% dice di star bene. Stessa risposta al centro d’Italia, ma con percentuale pari a 69,8%, mentre a Sud d’Italia al 68,8%. Le regioni che hanno le situazioni migliori sono il Trentino Alto Adige, con Bolzano all’84,8% e Trento al 76,2%. Ma anche la Lombardia con il 73,5%. Peggiori al Sud d’Italia, dove solo il 64,1% rispondono con impressione di benessere fisico. Ma, relativamente al 2012, sono minori le persone che si dicono in buona salute. Il 20% degli italiani hanno dichiarato di avere malattie croniche, con differenze di genere “molto marcate” a partire dai 45 anni. Ma il Censis non è assolutamente d’accordo con questa quieta accettazione. Il Rapporto del 2013 fa un’attenta analisi di come è vissuto il sistema sanitario. Ed è proprio quell’Italia sciapa di cui parla il rapporto, non acquista sapore nella cura della salute. Il Servizio sanitario nazionale riceve tagli, le famiglie sempre più sotto pressione delle spese per la salute dei cari. Conseguenza: una Sanità sempre più privata. Privata della Sanità pubblica perché privata di un vero e proprio servizio pubblico.

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Privata perché sempre più un fatto esclusivamente personale di chi si trova a combatterla. Undici milioni di italiani hanno sottoscritto un’assicurazione sanitaria. Ma il 33,6% degli italiani non ha mai sentito parlare di fondi sanitari integrativi e polizze malattia, e un ulteriore 34,9%, pur avendone sentito parlare, non sa esattamente cosa siano. Più del 53% dichiara di non conoscere le differenze tra un fondo sanitario integrativo e una polizza malattia, e oltre il 57% non è a conoscenza del fatto che i fondi sanitari integrativi garantiscono un vantaggio fiscale rispetto alle polizze malattia. Nel rapporto si parla esplicitamente di Previdenza complementare e sanità integrativa. E sono considerate come “queste semisconosciute”. Il rapporto pubblicato il 6 dicembre 2013 recita direttamente: “Esiste un buco nero informativo e di conoscenza molto ampio per i filoni di welfare che dovrebbero potenzialmente affiancare il pilastro pubblico, dalla sanità integrativa (che oggi conta oltre 11 milioni di assistiti) alla previdenza complementare (con oltre 6 milioni di iscritti). In relazione alla sanità integrativa, da un’indagine del Censis emerge che il 33,6% degli intervistati non ha mai sentito parlare di fondi sanitari integrativi e polizze malattia, e un ulteriore 34,9%, pur avendone sentito parlare, non sa esattamente cosa siano. Più del 53% dichiara di non conoscere le differenze tra un fondo sanitario integrativo e una polizza malattia, e oltre il 57% non è a conoscenza del fatto che i fondi sanitari integrativi garantiscono un vantaggio fiscale rispetto alle polizze malattia”. Beatrice Portinari

Mensile di informazione Socio-Sanitaria Editore e Direttore Generale Mario Dionisi Direttore Responsabile Angelo Nardi Redazione Via Carlo Del Prete, 6 Tel. 0774.081389 Stampa Fotolito Moggio strada Galli, 5 Villa Adriana (Roma). Registrazione n. 31 del 29/06/2010 presso il Tribunale di Tivoli. Tutte le collaborazioni sono considerate a titolo gratuito, salvo accordi scritti con l’editore. Tutto il materiale cartaceo e fotografico consegnato alla redazione, non verrà restituito. Chiuso il 08/01/2014

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Cittadini & Salute Gennaio 2014