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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

Pasquale Persico

Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

opere e disegni di Ugo Marano foto di Iole Giarletta Progetto grafico ed audiovisivo di Pasquale Napolitano

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colophon

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Dalla CittĂ del Parco ai Laboratori della CittĂ  del Quarto Paesaggio

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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

Prima Parte

Plektòs L’arte di intrecciare come labirinto di apprendimento

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Al posto di Annibale

Avevo ricevuto la notizia da un amico di Università. Pierino Lia, sindaco di Laurito, delizioso paese sulla vecchia SS 18 per le Calabrie, mi annunciò con gioia che la Comunità del Parco del Cilento e del Vallo di Diano (80 comuni inclusi nell'area del Parco Nazionale) voleva affidarmi l'incarico di redazione del Piano Pluriennale Socio-economico del Parco, ente che per la prima volta iniziava un processo di programmazione economica. Altri ricercatori di prestigio internazionale e nazionale avrebbero redatto il Piano Territoriale, altro documento di rilevanza per le regole di uso e di sviluppo del territorio. I professori Carlo Blasi, Mario Milone e Roberto Gambino erano nomi che dovevano farmi subito entusiasmare per questa nuova possibilità di fare ricerca su un argomento contemporaneo e complesso come lo sviluppo sostenibile, in un'area di grandissimo valore ambientale e storico culturale. L'esperienza vissuta in Val d'Agri, la valle da cui si estrae il 10% del fabbisogno italiano di petrolio, e per la quale da poco avevo terminato il Piano Socioeconomico, aveva messo in difficoltà l'economista. Erano emersi tutti i limiti culturali e metodologici di un approccio settoriale. Avevo la sensazione netta di non poter più fare riferimento al mio bagaglio disciplinare; capivo che mettere in campo un progetto veramente nuovo richiedeva uno sforzo ancora più radicale di quello messo in campo in Basilicata. Non mi consideravo sconfitto ripensando all'esperienza già fatta, dopo che i dodici sindaci della valle del petrolio avevano adottato il piano con ritardo e non avevano interpretato i suggerimenti operativi che il piano prevedeva. Sentivo che ripetere un'esperienza professionale e di ricerca senza una prospettiva ampia e completamente nuova non avrebbe potuto soddisfarmi. Non mi volevo accontentare di disegnare scenari operativi possibili, volevo avere la possibilità di interpretare con altri un piano d'azione condiviso, a vitalità multiforme. Con questo stato d'animo e con questi pensieri mi ritrovai a Grumentum, nell'area archeologica di Grumento, uno dei dodici comuni della Val d'Agri. La colonia di Grumentum sorse su un terreno non abitato, prima della fine del IV 7


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secolo A.C. e non si sovrappose ad insediamenti preesistenti: nella valle esistono tracce di insediamenti preistorici e storici. Nel processo di comunicazione del Piano avevo usato l'immagine del Cavaliere di Grumentum, piccola statua in bronzo ritrovata ed esposta al British Museum, come simbolo di un progetto di aggregazione nuova sui temi dello sviluppo compatibile. Avevo tirato in ballo il cavaliere per farlo combattere contro il Cavaliere rampante ed aggressivo rappresentato dall'amministratore delegato dell'Eni che mostrava poca sensibilità istituzionale rispetto ai temi dello sviluppo locale. Quel simbolo aveva cavalcato con me i temi dello sviluppo possibile: arte, ambiente e petrolio erano state direzioni creative da integrare con le tendenze evolutive in atto. Un successo comunicativo, che aiutò la Regione a stipulare un buon accordo con l'Eni per finanziare il progetto di sviluppo. Ma l'identità del progetto integrato tardava a rivelarsi, data la debolezza della leadership del progetto per la valle. Proprio quel giorno, a Grumento, pensando al nuovo incarico, scoprii che solo quando la documentazione archeologica era ancora muta, il cavaliere di Grumentum aveva dato notorietà archeologica e culturale al territorio, mentre nuovi documenti mettevano in risalto, definitivamente, che il cavaliere non era di Grumento ma di Armento, località non distante dalla Valle; ciò mostrava una debolezza: il cavaliere non poteva appartenere al patrimonio culturale o di memoria del territorio che io volevo aggregare nel progetto nuovo. Avevo compiuto un errore nell'utilizzare quel piccolo capolavoro di bronzo come energia simbolo per l'identità ritrovata? Quel cavaliere non aveva mai abitato la valle e nessun altro aveva tentato una riaggregazione sociale intorno ad un progetto di comunità. Mi sentivo come il compagno meno noto del Cavaliere, privo di cavallo e privo di identità riconosciuta dalla valle (esiste un altro esemplare del Cavaliere, senza cavalcatura). Il rumore discontinuo del fiume Agri mi faceva compagnia; il fiume, via naturale dalla protostoria fino alla conquista romana del luogo, sembrava suggerisse nuovi temi. Il percorso del fiume si è trasformato in un'arteria, quasi paragonabile ad una moderna autostrada, quando i romani ne fecero una sorta di variante della via Appia, citata, spesso, come via Herculea. Su di essa hanno viaggiato uomini e materiali, uomini con i loro progetti, le loro aspettative, semplici o ambiziose. Lucani e Bruzî con i loro attacchi, le rivelarono ai romani ed il senato romano bloccò ogni tentativo di unione delle due etnie, con la creazione di un caposaldo rappresentato proprio da Grumento. Percepivo di stare al posto di Annibale e mi posi una domanda, tornando indietro nel tempo: me la sentivo di suggerire ad Annibale di non combattere più quella battaglia (215 A.C. presso Grumento)? Non trovavo risposte nella mia disciplina. L'archeologia, come studio della comparsa e dello sviluppo delle città poteva aiutare l'economista scoraggiato? La città di Grumentum divenne, per un momento, la mia città, e a quell'unico abitante della città, dopo oltre due millenni chiesi: cosa avresti detto ad Annibale?


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Uscire dallo stallo

Non era la prima volta che venivo chiamato a lavorare in un gruppo interdisciplinare: altri economisti, botanici, biologi, geologi, urbanisti, sociologi, storici, tecnici delle amministrazioni. Tutti avrebbero portato il loro contributo; poi l'economista, l'urbanista e l'ecologo avrebbero tracciato le linee operative per il Piano del Parco e per il Piano Pluriennale di Sviluppo. L'esperienza fatta in Val d'Agri, nonostante i diversi apprezzamenti, aveva lasciato insoddisfatto il ricercatore che credevo di essere. Non potevo percorrere lo stesso percorso metodologico. Al viandante che aveva percorso valli mancavano diverse chiavi di lettura sulle cose da fare e gli apporti che iniziavano ad arrivare dalle diverse discipline non rimuovevano quella sorta di apprensione che viene da chi deve giustificare, prima a se stesso, il perché di una nuova azione. Un nuovo viaggio a mente libera, senza la pretesa di poter avere risposte, un contatto con i luoghi potevano darmi energie per muovermi dalla situazione di stallo mentale. In definitiva c'era ancora sufficiente tempo prima che la Comunità del Parco e lo stesso Ente Parco formalizzasse l'incarico; molto tempo per decidere se poteva essere conciliata la voglia di un percorso di ricerca nuovo con le difficoltà di riconoscere il campo, il laboratorio di lavoro dove trovare ancora il modo di parlare di sviluppo. Era chiaro per me, infatti, che le teorie consolidate sullo sviluppo locale non potevano aiutare molto. Con grande umorismo comunicativo, Carlo M. Cipolla, nel raccontare come pepe, vino e lana siano stati elementi determinanti di alcune fasi di sviluppo, sottolinea che l'Inghilterra, oltre che un paese piovoso, era anche un paese sottosviluppato. Essendo piovoso, e quindi melanconico e per di più senza apparenti attrazioni, era anche poco popolato. Le piogge abbondanti ed il clima umido favorivano l'esistenza di greggi di pecore eccezionali. Fu l'inizio di una storia di sviluppo: si trovò tra le mani ottima lana quando la lana era la materia prima più ricercata, poi, si trovò abbondante carbone quando il carbone faceva camminare il mondo. Il Parco abbracciava un territorio che le statistiche definiscono territorio sottosviluppato. La struttura delle attività erano ancora prevalentemente rurali, 9


ma proprio queste caratteristiche, unite al patrimonio culturale, avevano stimolato i promotori del parco a chiedere il riconoscimento di area nazionale protetta; area che era diventata, pertanto, patrimonio paesaggistico e naturalistico eccezionale. Bastava per aprire scenari di sviluppo? Le valenze territoriali, le opzioni di tutela e valorizzazione dei beni ambientali e culturali quale futuro potevano garantire alle popolazioni di un territorio così vasto? 250.000 abitanti erano residenti in uno spazio di oltre 200.000 ettari. Mi sentivo debole come economista, e poi mentalmente ero fermo alle riflessioni sulla Val d'Agri; potevo, però, muovere il tempo e lo spazio, interpretando la parte di uno degli esploratori di Annibale. Alcuni soldati dell'esercito in ritirata nel Vallo di Diano vengono inviati verso Velia (Elea greca) per valutare la possibilità di distruggere la città romana. Essi attraversarono il Cilento interno, il cuore del Parco, fino a raggiungere Moio della Civitella, città fortificata a difesa di Velia. I soldati, dopo il viaggio, suggerirono ad Annibale di desistere ed Annibale non aggiunse sconfitte al suo destino in discesa. Non ero sicuro, però, che l'unica soluzione fosse la fuga.

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Plectica e Ricerca

Ricordo ancora con angoscia le difficoltà di seguire il professore di italiano, alle medie e poi anche dopo: <<Non confondere il complemento di causa con quello di fine, sebbene tutti e due possano essere espressi con la stessa preposizione per, e rispondere alla stessa domanda: perché?>> Incarico per lo sviluppo socio-economico del Parco. La causa è la ragione della cosa, e il fine è il termine a cui si vuole giungere. La causa, dunque, precede l'azione, il fine la segue. Ancora confuso mi interrogavo sulla Grumento scomparsa, non per opera dei Cartaginesi, ma dei Saraceni e del tempo. C'era forse un altro modo di trovare energie per quell'incarico: scoprire perché era necessario accettare. Avevo la possibilità di mettere completamente in discussione le modalità di esecuzione: la raccolta di informazioni, i modelli di analisi, le teorie tradizionali, l'approccio disciplinare e quello interdisciplinare; sarebbe stato necessario destrutturare per ripartire? A conforto di questa ipotesi venne l'elenco delle difficoltà mentali emerse durante il magnifico viaggio solitario da Grumento a Velia. Feci ripetere al Cavaliere di Grumentum, dopo oltre due millenni, il viaggio dei cavalieri esploratori di Annibale, immaginando che Annibale stesse ancora aspettando una risposta. Il Cavaliere, dalla Val D'Agri scende nel Vallo di Diano, sale sulla Sella del Corticato, probabilmente un percorso nuovo, si entusiasma per la bellezza del paesaggio: le luci del tramonto moltiplicavano i colori del territorio. Si affaccia su Sacco Vecchia e guarda Sacco Nuova, la prima in ruderi, la seconda semivuotata e deserta. Poi sale su Pruno di Roscigno: le mura di una fortificazione sono evidenti. Nessuno sorveglia i ruderi delle città scomparse, come a Moio della Civitella, dove i segni delle mura e delle fortificazione sono visivamente dispersi. La bellissima Velia è stata sommersa da una frana, le condizioni ambientali peggiorate nel corso dei secoli, l'abbandono necessario, oggi archeologia. Il Cavaliere ritorna sul 11


fiume Agri, nei pressi della città distrutta dai Saraceni, vuole dare ad Annibale la notizia. Una città è morta senza bisogno di distruggerla; non c'è bisogno di combattere, rischiare una nuova sconfitta, si può guardare oltre. Nella geologia e nell'archeologia la risposta al perché tanti luoghi si sono estinti; un possibile catalogo, da scoprire,degli errori da non fare? Un territorio muore? No, un territorio evolve, sono gli uomini che decidono di vivere insieme ai mille processi vitali che il territorio accompagna. La Geologia, le scienze naturali, l'archeologia in soccorso del piano di sviluppo? L'economista è senza bussola o è solo sfiduciato? Viene invitato ad un'assemblea degli ottanta sindaci del Parco, convocata dall'infaticabile presidente della Comunità del Parco, Gino Marotta, sindaco di un paese ricco di risorse naturali, Celle di Bulgheria, comune che prende il nome dal monte Bulgheria, sicuramente un monte simbolo dei temi del Parco. L'economista espone i suoi dubbi, le difficoltà della ricerca; i sindaci confermano di voler tentare. Il territorio del parco non vede altre opportunità, si tratta di trovare una strada che migliori le aspettative del territorio, un'interpretazione possibile dello sviluppo sostenibile. Bisognava far partire un progetto completamente nuovo, fondante, capace di rimescolare gli approcci, mettere in discussione le ricette facili basate sulle teorie prevalenti, adattive. C'era bisogno di Plectica. Ogni anno al Santa Fe Institute, duecento rappresentanti di tutti i campi dello scibile si incontrano per discutere di semplicità e complessità. Una nuova “indisciplina”, che Murray Gell Man, specialista del tutto, premio Nobel per la fisica nel 1962 per la scoperta delle particelle che ha battezzato “quark” chiama Plectica dal greco Plektòs, che significa “intrecciato”. Ecco, durante il viaggio fatto nel Cilento, avevo avuto la netta sensazione che da solo, senza compagni di viaggio, non avrei mai sciolto l'intreccio di argomenti che il mio breve percorso mi aveva prospettato, per consentirmi di parlare con semplicità di fenomeni complessi, dell'evoluzione socio economica possibile. Non volevo diventare come Gell Man, specialista del tutto, ma nemmeno l’economista che parla a se stesso.

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Il quark e il giaguaro

Un giornalista del New York Times aveva definito Gell-Mann “l'uomo che sa tutto”; forse, influenzato dall'agente letterario del fisico premio nobel, dice a tutti che il suo protetto ha cinque cervelli. Se non ha cinque cervelli sicuramente quello che ha è geniale, come traspare dal suo libro Il quark ed il giaguaro, una bellissima metafora sulla possibilità di leggere gli irreversibili rapporti tra cose semplici e fenomeni complessi. Il lavoro teorico ed empirico di uno specialista della complessità poteva venirmi incontro e mi suggerì di andare verso la possibilità di interazione con un altro specialista del tutto: Ugo Marano, artista infinito. Io ed Ugo avevamo già avuto occasione di lavorare insieme; come assessore allo sviluppo del Comune di Salerno avevo avuto dall'artista suggerimenti importanti. Il suo lavoro a Rufoli ed in città avevano aiutato non poco l'amministrazione comunale a riconoscere le potenzialità di un luogo magico, che oggi può raccontare la sua metamorfosi verso lo sviluppo sostenibile. Avevamo creato il Museo Città Creativa a Rufoli, il museo che non teme i furti, perché dovrà esporre i risultati intermedi dell'attività dei laboratori sperimentali per le città, quei casi di successo o di insuccesso che aprono nuove prospettive di ricerca o di specializzazione. Volevo affidare ad Ugo una responsabilità non distinta dalla mia, coinvolgerlo pienamente nell'attività di ricerca, mettendo in campo tutto il suo potenziale, sia quello palese, che quello nascosto. Il primo gesto importante fu quello di chiedere ad Ugo di comunicarmi tutta la sua ricerca, quarant'anni di sperimentazione artistica, radicale e concettuale (come lui stesso è abituato a presentarla). Ugo non aveva mai cercato il successo, ma ogni giorno era andato in cerca del possibile contemporaneo, un lavoro umile ed ambizioso insieme. Senza esitazione, come discontinuità sentita, Ugo decise di raccontare Capriglia, la sua casa materna, diventata grandissimo contenitore di opere e di fatti. Filiberto Menna e molti altri erano stati ospiti e protagonisti in quella casa, dove c'è il 13


patrimonio d'arte di Ugo, di comunicazione negata; intuii che potevo trovare in quel luogo la mia Santa Fe. Dovevo cambiare definitivamente metodologia. Non pi첫 variabili che si rincorrono nei modelli econometrici, non pi첫 relazioni ex-ante, ma un nuovo labirinto di apprendimento necessario per uscire dallo stallo di proposte che il mio bagaglio tecnico non riusciva pi첫 a sentire adatte per svolgere il mio nuovo lavoro, agente di sviluppo di un territorio vasto.

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Territorio, territorio, territorio

La notizia importante era arrivata: il territorio del Parco del Cilento e del Vallo di Diano era stato eletto, per i beni ambientali e culturali esistenti, patrimonio mondiale dell'Unesco. Un riconoscimento veramente significativo, il territorio veniva collocato in diverse agende istituzionali, nazionali e internazionali, moltiplicando le occasioni di azioni di valorizzazione e conservazione dei beni culturali ed ambientali. Tutto ciò avrebbe dovuto incoraggiare l'economista alla ricerca della nuova identità del territorio. Non bastava confermare quella comunicata nella motivazione dell'attribuzione del riconoscimento? Molti altri avrebbero chiosato intorno ai temi ed alle motivazioni del riconoscimento per sentirsi la coscienza tranquilla sul lavoro da fare per il piano di sviluppo. Paradossalmente, proprio quando avevo avuto questa importante notizia mi ero convinto che la nozione di “spazio” doveva essere rivisitata fino a mettere completamente in discussione il concetto di “luogo” come fattore che determina i processi sociali di sviluppo. Ma, come, dicevano i miei interlocutori esperti, proprio il territorio del Parco, che con la dichiarazione Unesco diventerà ancora più attraente, dovrebbe negare l'importanza del territorio? Sentivo che il riconoscimento contribuiva a semplificare il tema dello sviluppo riconoscendo il territorio, il suo patrimonio esistente, come elemento di riferimento fondamentale nei processi di sviluppo economico e sociale, ma avevo delle riserve, un timore latente rispetto alla strada che sembrava spianata. Non era proprio quel territorio, proprio quella lettura del patrimonio, proprio quella base sociale con le sue attività che non erano entrati nei processi di sviluppo significativi? E, poi, cosa significa sviluppo? Non potevo accontentarmi del modello adattivo, di evoluzione naturale del territorio. Sentivo di dover contrapporre al modello della vocazione territoriale un modello alternativo, di discontinuità, basato su azioni nuove, con nuove 15


direzioni da intraprendere, senza una specificazione ex-ante. Una “indisciplina” necessaria per specificare i progetti che verranno poi riconosciuti strategicamente rilevanti. Progetti capaci di proiettare il territorio verso uno “spazio nuovo”, basato sul cambiamento del modello di fruizione delle risorse del territorio, pur nel rispetto dei temi istituzionali per i quali il Parco era stato istituito. Sentivo la necessità di descrivere la realtà del territorio del Parco come altra realtà, riconoscendo valenze materiali ed immateriali nuove, concetti che allontanassero i luoghi comuni: volevo far ricorso ad una nozione di sviluppo sostenibile più aperta di quella legata alla conservazione e riproducibilità delle risorse ambientali, culturali e paesaggistiche. Lo spazio, come scenario vivo e desiderato delle attività possibili, doveva assumere una dimensione culturale e politica ancora da scoprire.

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Un'archeologa in aiuto

Secondo alcuni archeologi importanti, il continente americano è stato abitato dall'uomo da circa 35.000 anni. Cacciatori paleolitici passarono dalla Siberia all'Alaska attraverso il ponte di terre emerse. Oggi lo stretto di Bering segnala una discontinuità che, in precedenza, aveva consentito di far arrivare uomini e donne fino in Sud America. Il 12 ottobre 1492, Cristoforo Colombo raggiunse le Antille con le caravelle Santa Maria, Nina e Pinta che misuravano rispettivamente circa 27, 23 e 22 metri, quindi più piccole di molte navi romane. Esse, però, erano provviste di timone e vele in grado di farle navigare contro vento e perciò capaci di fare il viaggio di ritorno verso l'Europa. In questo senso fu vera ricerca, vera scoperta: un progetto di andata e ritorno. Questo successo tecnologico non scoraggiò le ricerche su altri sbarchi e gesti fondanti, prima di Colombo. Incontrai Tania per caso, ad una festa di matrimonio di un mio amico; fui colpito dalla sua semplicità, dal suo programma di studi. Fu naturale incontrarsi. Lei era stata attratta dalle ricerche archeologiche, in più aveva assistito all'esame di termoluminescenza effettuata nei laboratori Max Plank Institute di Heidellberg in Germania, su una testolina di appena 2,5 cm, raffigurante un uomo di mezza età, dall'aspetto severo, con capigliatura folta e riccia, e con un berretto a tronco di cono. Era una testina romana rinvenuta a 65 Km da Città del Messico; per Tania era lo spunto per iniziare una ricerca di dottorato sulle cause di estinzione dei luoghi, città o siti; la ricerca poteva avere una sua faccia opposta, sulla nascita di nuovi progetti di insediamenti sui territori. L'archeologo Bernard Andreae aveva dichiarato che l'esame stilistico provava che quella testolina era un'opera romana del II secolo dopo Cristo; il cappello poggiato sulla testa potrebbe essere un pileo, anche se ha una strana forma a tronco di cono. Aveva anche aggiunto: <<ritengo assolutamente possibile un viaggio dalle città romane fino alle Americhe>>. Un viaggio per se stessi, senza 17


conseguenze storiche, come il percorso di un naufrago costretto a partire da un altro luogo. Per andare incontro alle mie curiosità, proposi di visitare Velia. Per la giovane archeologa tedesca era la conferma di una sua intuizione, lei era convinta di ritrovare a Velia sia i temi della sua ricerca che la possibilità di trovare altre copie della statuetta. La mia proposta partiva da altre esigenze ma volli stimolare l'entusiasmo della ricercatrice annunciando i futuri programmi di scavi. L'entusiasmo aumentò quando riuscii a procurare un incontro con la dr.ssa Fiammenghi, abitante e direttrice dell'area archeologica di Velia. La Fiammenghi espose con grande curiosità intellettuale i programmi di ricerca per l'area di Velia e per altre parti del territorio del Parco; ci fece compagnia nella risalita della città verso Porta Rosa, la porta delle mille domande. Io feci le mie: perché Velia è stata abbandonata? Dove sono andati i suoi abitanti? La risposta fu netta: per le condizioni ingovernabili di dissesto idrogeologico. Troppo poco interessante per una tesi di dottorato? Ritornava il tema della vocazione del territorio come condizione per lo sviluppo? Non volli contaminare l'entusiasmo delle due amiche; affidai Tania alla Fiammenghi e risalii a Vallo della Lucania, la sede nuova del Parco Nazionale. Volevo guardare da vicino e giudicare sul livello istituzionale dell'Ente: pochi impiegati, un direttore impegnato, Domenico Nicoletti, un Presidente, Vincenzo La Valva, studioso riconosciuto. Con loro parlai degli spazi enormi da riempire (territorio ed opportunità), ma come? La loro fiducia incondizionata era un luogo mentale confortante.

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Scienze della terr a ed attività dell'uomo

Uno dei protagonisti, insieme al prof. Leonardo Cascini, del piano per l'emergenza a Sarno e della nascita del presidio ambientale a Sarno e nel Parco, il geologo Domenico Guida, avvalorò la tesi della Fiammenghi. La stessa sovrintendente ai beni archeologici della provincia di Salerno ed Avellino, la dr.ssa Giuliana Tocco Sciarelli, mi espose la storia di Velia, luogo che con Paestum lei stava valorizzando con programmi di ricerca ambiziosi. Il suo racconto fatto di passione per la ricerca e tensione rispetto alle difficoltà di farsi riconoscere come interlocutore credibile per la riscoperta dei valori ambientali e culturali di vaste aree del Parco, alimentava le mie curiosità verso l'archeologia come disciplina-indisciplina, cioè come disciplina che costantemente deve far ricorso ad altre discipline per far progredire la ricerca disciplinare. Così, studiosi di scienze della terra e studiosi delle attività degli uomini concordavano sulle cause di accelerata scomparsa di una città: nonostante la sua task force di ingegneri e geologi, il movimento franoso sommerse i luoghi ed i segni delle attività, i porti naturali e quelli artificiali. Una catastrofe che paradossalmente era stata anticipata dalle attività dell'uomo. Una città viene fondata dai greci, cresce e si sviluppa ascoltando i filosofi della natura. Parmenide aveva visto il limiti della conoscenza guardando i rossi tramonti dai luoghi di Porta Rosa. Velia fornisce Roma di navi e di merci, ma, per farlo, crea dissesto idrogeologico. Si abbattono boschi, si toglie terreno ferroso per le esigenze di produrre ferro, si coltiva e si pascola. Ben 60.000 abitanti sono alimentati dalle attività agricole della parte interna, a monte della città. Si consuma la parte riproducibile delle risorse: lo sviluppo è insostenibile rispetto al modello prescelto. Il movimento franoso rompe le relazioni sociali e le spinte sorgive, che già erano diventate precarie per ragioni politiche, rende precaria ogni attività: la comunità perde la sua coesione. La città perde peso ed importanza strategica, non resta che abbandonare i luoghi, anche perchè divenuti poco salutari. Più semplicemente, si sfalda la forza di autoconservazione; alcune realtà sociali 19


e territoriali non riescono a riprodurre la loro identità aperta, cioè il progetto autonomo, indipendente, capace di andare al di là delle possibili forme di intervento politico o istituzionale esterno. Per le catastrofi avvenute nel Mezzogiorno rimane la riflessione che quando si producono sfasature lunghe (vere e proprie fratture divaricanti tra gli andamenti dei processi sociali ed i tempi dell'agire politico e dell'intervento), le comunità rischiano di sfaldarsi; si disperde il patrimonio di relazioni e di conoscenze accumulate sul territorio, i luoghi decadono fino ad estinguersi. Per capire di più, bisognava scandagliare il ruolo effettivo delle forze in campo. Occorreva individuare sul territorio non solo quelle facilmente visibili, ma anche i soggetti silenziosi ed i loro programmi; era necessario mettere in relazione le dinamiche sociali con il tempo, con la durata del loro progetto, con le motivazioni del loro agire. Le storie di emigrazioni e di sviluppo del Cilento e del Vallo di Diano e degli Alburni si sono intrecciate con storie di terremoti e di alluvioni. A partire da Sarno, di fronte all'impotenza dell'agire politico dei nostri tempi, si è spinti a scoprire i meccanismi delle trasformazioni sotterranee e non guidate, a rivalutare il protagonismo della natura, mettendo in discussione il dominio della tecnica, scoprendo di dover far nuovamente e con umiltà ricorso all'accumulo di conoscenza basato sull'esperienza. La Forza della Natura che si esprime, si frappone nelle relazioni tra gli uomini, ne condiziona i progetti. La Natura subisce, ma condiziona anche i comportamenti. Terremoti, disboscamenti, frane, incendi, emigrazioni, svuotamenti, persistenza ed estinzione dei luoghi si contrappongono fin quando progetto dell'uomo e progetto della natura non divergono completamente e profondamente. Per archeologi e studiosi di scienze della terra, questo è facilmente evidenziabile per molti luoghi estinti. Come economista dovevo approfondire. Non era facile rimuovere la facile fiducia nella tecnologia, specie se vista come organizzazione sociale. Dovevo uscire però dalla mia disciplina, andare incontro alle scienze della terra, alle scienze naturali, a quelle sociali e della cultura e quelle ambientali che si stavano consolidando: tutte dovevano condizionare il mio nuovo percorso mentale. Avevo la percezione che la storia dei luoghi fosse anche la storia dell'espressione naturale dei luoghi, ma non volevo rinunciare a dare il giusto peso all’attività specifica dell'uomo: la creatività.

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Partire da Capriglia

Vito Tanzi, già direttore del Fondo Monetario Internazionale, sarebbe rimasto affascinato in primo luogo dalle chiavi che Ugo possedeva per aprire i suoi tesori di Capriglia. Tanzi è un collezionista di chiavi e quelle di Ugo aprivano in maniera tradizionale portoni e porte di spessore notevole. Spesso, piccoli trucchi e spallate servivano ad evitare che aumentassero i dubbi di non aver scelto la chiave giusta. Il magnifico atrio del cortile, con alberi secolari, dove anche un arancio ha più di cento anni, contiene opere in ferro, opere in legno e opere in terracotta. Qualcuna, esposta in biennali degli anni '60, appariva di straordinaria contemporaneità. Una panca in ferro, a forma di cilindro troncato, conteneva segni per ricevere acqua e fuoco, ed allo stesso tempo era letto e riparo dalla pioggia. Una piccola casa d'accoglienza per un giorno da mettere nelle città invase dall'immigrazione della speranza. Un segno di civiltà prima che d'amore. Ugo aprì le prime stanze, quella del diavolo ed a seguire quella dell'angelo, due opere vicine ma capaci di occupare tutto lo spazio disponibile e nello stesso tempo in grado di lasciare ai visitatori tutte le libertà possibili per interpretare gli stessi spazi. Un uso di molti materiali: ferro, legno, sabbia, ceramica, vetro, stagno, rame, piante, acqua... e di molti linguaggi: luce, fuoco, ali, suono, pieno, vuoto.... Tutte le forme mi apparivano come forme nuove, nuovi concetti fuori da ogni disciplina. Una sorta di catalogo per destrutturare i luoghi comuni, di messa in discussione delle forme consolidate, dell'uso dello spazio e del tempo, dell'agire per soddisfare i bisogni. Una libreria sorretta, apparentemente, dalla punta del becco di un tucano, a forma di cerchio che si completava nel piano superiore, conteneva libri in quantità finita. Per Ugo, 99 libri era già un numero altissimo di libri fondamentali o di qualità. In ogni caso solo alcuni libri potevano entrare nella libreria per rimpiazzare gli altri. 21


Il percorso d'arte e di cultura infinito mi incantò, dall'ingresso fino alla stanza dei mosaici. Mille combinazioni di linguaggi e di concetti. Spazio, materiali, progetti e tempo si incrociavano moltiplicando gli itinerari. Ingenuamente, chiesi ad Ugo di partire portando qualche opera adatta a stimolare la progettualità dei luoghi. Ugo si dichiarò disponibile ad accompagnare l'economista, segnalando la novità metodologica - un artista ed un economista insieme per un piano di sviluppo - ma precisò che anche a lui doveva essere data l'occasione di prendersi nuove libertà di ricerca. <<Sarebbe sbagliato portare opere che non appartengono alla ricerca nuova>> - era la posizione, intellettualmente chiara, di Ugo. Decidemmo di riprenderci tutte le libertà possibili per un viaggio completamente nuovo, con in mente un progetto morale da realizzare, senza modelli da esportare, senza la necessità di mostrarsi già competenti, ma con la voglia di mettere in campo tutte le capacità accumulate. Un viaggio di apprendimento sui temi dello sviluppo sostenibile, sulla complessità e sulla semplicità del progetto adeguato, contemporaneo.

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A Copparo, un'esperienza fondamentale

9999 coppe per Copparo, era stata la straordinaria proposta artistica che Ugo aveva fatto al sindaco, Davide Tumiati, che ci aveva invitato a presentare un possibile intervento al settembre copparese. Arrivati a Casa Bighi, l'architetto razionalista che a Copparo aveva costruito (e poi lasciato al Comune) la propria casa, per presentare il libro di Ugo Città d'Artista, ci prendemmo cura della piccola cittadina ferrarese e dopo una breve esplorazione dei luoghi invece che parlare del libro parlammo del progetto di nuova identità per Copparo. Ugo aveva entusiasmato tutti, il suo progetto prevedeva che dai canali del Ferrarese fossero liberate alla loro corrente lenta coppe di terracotta purissima, per renderle sonore, di diverse dimensioni. Amministratori dei vari enti locali e territoriali, con lunghe canne, avrebbero aiutato le coppe in difficoltà. Le coppe, dopo un viaggio di reidentificazione dei luoghi, si sarebbero incontrate e concentrate nei pressi del parco dove è stata costruita casa Bighi, la casa che il Comune utilizza per convegni e per ospitare saggi e studiosi di tutto il mondo. Incontrandosi, le coppe avrebbero prodotto un suono di campane annunciando la progettualità nuova di Copparo: la pista ciclabile fino a Ro, progetti per il centro storico, le nuove ipotesi di industrializzazione, il rilancio della medicina sociale come valore della comunità, un treno di progetti in arrivo alla stazione dismessa. In realtà, quando fummo invitati ufficialmente, l'amministrazione aveva previsto un programma più canonico; né l'artista né l'economista furono accontentati. Io chiedevo, a mia volta, di creare al centro della nuova area industriale una collinetta capace di accogliere piante pioniere; esse dovevano ispirare i temi della diversificazione industriale a partire dalla biodiversità che fosse emersa su questa nuova superficie artificiale. L'amministrazione aveva previsto un programma più semplice. L'economista, con altri economisti e con gli amministratori degli enti locali fino al livello regionale, avrebbe dovuto discutere di sviluppo 25


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in un convegno; l'artista si sarebbe dovuto esibire nella galleria civica d'arte contemporanea. Partimmo ugualmente per Copparo. potevamo discutere dei temi sperimentali adatti al Cilento e nello stesso tempo capire come mai si era rallentato l'entusiasmo degli amministratori copparesi. Fummo nuovamente ospitati a Casa Bighi (la casa razionalista che tentava di far entrare visivamente la natura nell'interno della villa), capimmo così l'importanza di saper leggere i beni ambientali prima di accennare ad un qualsiasi intervento; del resto, la proposta di Ugo per Copparo prevedeva una lettura lenta dei luoghi, fatta attraverso l'immaginario e il visivo dell'opera che si sarebbe ricomposta proprio vicino casa Bighi. Tornavano in mente i temi di identità e sviluppo, la nuova identità vista come progetto di sviluppo possibile da proporre nuovamente a Copparo per evitare che la comunità si richiudesse nel modello adattivo, una fertilità possibile, ma senza discontinuità significative. Il direttore generale del comune, la dr.ssa Daniela Ori sembrava la più entusiasta. Quell'armonia artificiale tra natura e mura, vissuta in quella casa, ci faceva percepire la necessità della discontinuità, della situazione nuova da creare, sensazione che già avevamo percepito nello sguardo vivo e nelle espressioni di curiosità della Ori. Fu in quella casa che capimmo che dovevamo rompere i ruoli in cui eravamo stati collocati dal programma del Sindaco, da Diego e Giuliano, affettuosi responsabili del “Settembre Copparese”. Io mi accomodai nella casa comunale e chiesi di parlare verso le 12, mentre Ugo iniziava a fare capricci d'artista nella galleria dove, con grande meraviglia del direttore, aveva fatto collocare tre tele bianche di dimensioni enormi rispetto al tradizionale uso di quegli spazi. Ugo fece capricci ed ottenne vino, 50 chili di frutta, pere mele banane ed uva in abbondanza, che collocò all'ingresso della galleria, in alto 101 gladioli, mentre nella parte mediana dispose in circolo un bel numero di poltrone. Nella parte restante, ma ben visibile da tutte le parti della galleria, tre tele bianche da dipingere. Quando? <<Ho dovuto constatare, anche da qualche intervento, che noi economisti, come pure storici e scienziati sociali, nelle discussioni sui temi dello sviluppo locale trascuriamo la dimensione delle valenze naturali, conoscenze e possibili bisogni legati al progetto della Natura. Nello stesso tempo non riflettiamo abbastanza sulle dimensioni dello spazio e del tempo che hanno accompagnato la nascita di contesti specifici>>. Il territorio spesso propone, in situazioni naturali simili, esiti culturali, politici e perfino mentali diversi. In effetti, volevo richiamare l'attenzione sulla necessità di saper guardare dentro


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i modelli di sviluppo territoriali, isolando i fattori comuni, ma non trascurando i raccordi fiduciari ed istituzionali che consentono di rilanciare percorsi più ambiziosi, fatti di percorsi inusuali, diversi da quelli di prima intuizione sui temi dello sviluppo locale; insomma, un approccio più aperto a soluzioni da trovare. Cercavo di incidere sulle aspettative locali, orientate ad imitare processi virtuosi, a partire dal patrimonio culturale e civile esistente, il cosiddetto modello emiliano, per orientarle su nuove traiettorie meno esposte a forti pericoli di omologazione i modelli di specializzazione esistenti. <<La scoperta che in diversi contesti territoriali i sistemi organizzativi delle attività e del vivere in comunità sono molto diversificati, lascia spazio per diverse interpretazioni sulle modalità evolutive della divisione sociale del lavoro e delle forme istituzionali di supporto allo sviluppo>>. Cercavo di rendere esplicita la possibilità di guardare all'integrazione delle diverse dimensioni - economia, società, ambiente, cultura, accoglienza, attività del territorio - non un rapporto definito o definibile facilmente, ma da costruire sapendo che più si lascia aperto l'esito organizzativo del produrre beni e del produrre società, più il territorio è in grado di sostenersi nel lungo periodo. <<La stessa lettura dello sviluppo endogeno ha finito per contrapporsi meno alle tesi dello sviluppo esogeno quando il cosiddetto sviluppo dal basso ha dovuto considerare le azioni di accompagnamento, government, al grado di apertura del sistema locale come componente essenziale per il consolidamento dei vantaggi competitivi localizzati, emersi dalle economie di specializzazione>>. Percepivo, però, che nonostante lo sforzo di adoperare un linguaggio non eccessivamente tecnico, pochi seguivano e pochissimi coglievano la provocazione. Continuavo, per ragioni di completezza minima. <<A supporto degli spunti teorici accennati si può accennare ai casi di Ulbrique in Spagna, che affonda le sue potenzialità sulla cultura artigianale in contrapposizione a Kastorià in Grecia, Porriňo in Spagna e Carrara in Italia, che trovano nelle risorse locali naturali l'inizio di una storia territoriale. In altri casi, le risorse naturali non giocano un ruolo centrale, come Clunes in Francia, Prato in Italia ed infine i casi dove le agenzie di sviluppo locale possono vantare casi di successo e di insuccesso>>. Cercai di far percepire l'importanza del rifiuto delle ricette deduttive. <<Il processo di sviluppo di un territorio difficilmente si è basato su un disegno predeterminato e difficilmente potrà percorrere un via già percorsa da altri>>. Sentivo che doveva fare qualcosa, rischiando di trovare Ugo ancora impreparato, con le tele vuote; ma anche questo caso sarebbe stato più significativo del continuare un convegno come tanti. Patrizio Bianchi, allora in procinto di diventare Presidente di “Sviluppo Italia”, condivise la mia richiesta. Interruppe il convegno ed invitò tutti ad attraversare

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la cittadina, per raggiungere l'artista nella galleria d'arte contemporanea. Ugo volle che il sindaco per primo bevesse del vino prima di entrare, per constatare che la Natura offriva doni e colori alle persone; poi si poteva discutere dei temi contemporanei e sperimentare progetti adatti. Ugo volle annunciare che, nonostante la galleria avesse una pluriennale attività istituzionale il direttore aveva riconosciuto nei gesti pittorici proposti la vera nascita della Galleria d'arte contemporanea, i gesti fondanti, di discontinuità. Un animale indefinito si era allungato e curvato per accogliere una nuova coppa, mezzo cosmo caduto in Copparo per ridare ad ogni uomo di quel territorio la coscienza della sua attività, differente da qualsiasi altro essere vivente. Le conclusioni di Patrizio, in completa simbiosi con Ugo, riaprirono il convegno. Molte persone riconobbero nei simboli esposti in galleria le discontinuità necessarie a far partire il progetto adatto. Capimmo che il nostro tentativo di offrire elementi di conoscenza e di strumenti concettuali capaci di andare incontro alle situazioni di crisi per far emergere le potenzialità latenti, aveva fatto un passo metodologico. Si offriva come azione di rottura che apriva verso le componenti sociali capaci di produrre situazioni innovative, evitando la mediazioni, il compromesso, la trattativa, prospettando scenari di impegno e di ricerca. Oggi, a Copparo, è visibile il progetto nuovo, contemporaneo, non adattivo, uno sforzo costante di molti, come segno di una metodologia di riferimento.

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Riconquistare lo spazio

Nel libro di Bruce Chatwin e Antonio Gnoli La nostalgia dello spazio, il protagonista vede la necessità di sospendere il suo approccio adattivo verso il successo. Egli è grande esperto d'arte. Sente la necessità di un viaggio, di partire verso nuovi orizzonti, vasti e profondi. Il viaggio come necessità di sentirsi altrove. Gli autori riflettono sul fatto che l'uomo ha avuto origine in Africa; poi è risalito a piedi attraverso lo stretto di Bering ed è disceso fino all'estremo dell'America Meridionale. Innalzando la Patagonia a simbolo della nostalgia dello spazio, i protagonisti segnalano esigenze primordiali dell'uomo contemporaneo: aprirsi verso scenari nuovi, rispondere all'esigenza di irrequietezza umana, che diventa capacità ed esigenza di ricerca di nuovi beni necessari per soddisfare bisogni nuovi della mente. Dal punto di vista fisico, significa doversi adattare, diventare nuovamente vulnerabili, misurarsi con nuovi elementi, non farsi proteggere dai consumi abituali. La mente, il progetto dell'uomo come direzione delle attività, Hirshman – studioso riconosciuto nelle strategie di sviluppo - la letteratura, l'artista: tutti convergevano nel proporre il viaggio come ricerca, per specificare una nuova struttura di bisogni, una possibile redistribuzione delle risorse. Capivo che più che alla nostalgia bisognava far ricorso alla necessità, al desiderio di occupare gli spazi vuoti ed alla capacità di saper vuotare quelli esistenti. Tania mi aveva più volte detto che, per varie ragioni, aveva interrotto gli studi di matematica e, dopo, aveva sentito un bisogno di ripartenza. Occupare gli spazi dell'investigazione archeologica era servito a ricomporre la sua identità, fino alle ambizioni verso la professione di ricercatrice. L'archeologia trasmette questo messaggio: il vuoto da scavare, gli spazi di tempo e fisici tra frammenti, da riempire. L'investigazione archeologica come viaggio di ricerca nel profondo indecifrabile e primitivo desiderio di cambiamento, storia dei progetti dell'uomo, emersi e sotterrati, territori vissuti e poi abbandonati. Perché scavare, altrimenti? 29


Anche l'incontro con Giovanna Greco, professoressa di archeologia, diede impulsi alla riflessione generale, non accademica. Nel volume Archeologia e territorio trovai non poche risposte alla domanda “perché scavare?” che avevo fatto a Tania. Capivo che non esiste un sol modo per affrontare ed interpretare i documenti archeologici, sedimenti sul territorio, tracce di attività, sviluppate da quando l'uomo ha deciso di occupare gli spazi che il territorio rendeva disponibile per il suo fare. Il mio camminare con Tania, come ricercatore ombra, mi stava dando spunti importanti: il contatto con l'archeologia, non più come tradizionale scienza delle antichità, delle arti, dei monumenti e dei costumi antichi, ma come scienza che a che fare con la residualità della documentazione materiale, che ha bisogno di metodologie che attingano a più discipline contemporaneamente per ricostruire la complessità dei progetti dell'uomo, a partire da “scarti, indizi importanti”. Ecco, potevo ripartire insieme all'artista, all'archeologa e agli studiosi di scienze. Dovevamo, però, diventare viaggiatori veri, non turisti; eravamo senza catalogo, senza tassonomie interpretative, senza elenchi da riempire, ed inoltre senza condizionamenti interpretativi. Certo, dovevamo mettere in gioco tutte le nostre capacità, consapevoli che le competenze dovevano essere accumulate nel processo che avremmo saputo mettere in campo: camminare, scavare, guardare, scoprire nuovamente. Il vuoto diventava, anche per noi, motore del desiderio, energia della ricerca, possibilità per il progetto. L'uomo non si è alzato per camminare?

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La lezione della valle delle orchidee

Nel volume La valle delle orchidee ho raccontato come l'incontro con il naturalista Nicola Di Novella avesse consentito all'artista di camminare nel Parco del Cilento alla ricerca della “Casa di Pitagora”, architettura immaginata dall'artista, riconoscimento della soggettività della Natura. Nicola Di Novella, con trent'anni di ricerca sul campo, poteva mostrare le migliaia di opere prodotte dalla natura in uno spazio relativamente grande, nel Comune di Sassano. Nicola Di Novella spiegò all'artista e, poi, all'economista che la distanza tra una felce ed un'orchidea può rimanere la stessa per millenni, ma la voglia di evoluzione diverge ogni giorno: la prima si riproduce uguale a se stessa, la seconda cammina e si rinnova in oltre quarantamila specie, centoventi specie naturali in Italia, ben sessanta nel solo territorio di Sassano. L'artista e l'economista riconoscono la biodiversità come ricchezza e come bagaglio culturale. L'artista accetta l'ipotesi che un frammento della certosa esplosa, la casa di Pitagora, sia già riconoscibile, e posa, come segno, il Tavolo del Paradiso su un prato di confine tra i comuni di Sanza, Sassano e Monte S. Giacomo. Sì, rifiutando i condizionamenti di spazio e culturali del Sovrintendente Martinez, che non aveva autorizzato l'uso degli spazi interni alla Certosa e limitato il tempo di quelli esterni, l'artista aveva voluto riprendersi tutte le libertà di ricerca e di espressione: ritrovare nel Parco i “frammenti importanti” della Certosa di Padula, esplosa e ricaduta nascosta nel territorio del parco, occupando gli spazi vuoti, per ispirare le nuove nascite. La biodiversità del Parco è il frutto della interattività millenaria tra progetti di insediamento degli uomini e progetto evolutivo della natura. La lezione del geologo su Velia diceva che il progetto della natura è di lunghissimo periodo, quello dell'uomo, temporaneo. Ma non erano questi i temi che l'artista aveva proposto con il suo manifesto sulla Certosa Esplosa nel quadriportico di S. Agostino, a Teggiano? 31


Ed il Dio degli animali (vedi foto a pagina 41) non aspettava, solitario, anch'egli di potersi esprimere in luoghi più interattivi, più simbolici? Non erano queste prime opere già frammenti contemporanei per una storia possibile? Non avevamo ancora competenze, esperienze in grado di vincere la nostra preoccupazione: proporre un progetto, temporaneo, contemporaneo, capace di assicurare una persistenza e uno sviluppo alle attività dell'uomo, cosciente dell'importanza di attingere alla soggettività espressiva della natura.

Ugo Marano nella sua casalaboratorio di Capriglia “Casa Capriglia”, video visibile all’url: http://vimeo.com/30618850 Ugo Marano in his home and workshop of Capriglia “Capriglia House”, visible video url: http://vimeo.com/30618850

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Il Museo d'arte contemporanea più esteso esiste

Un frammento, una pietra, due frammenti, due pietre, cocci di vasi antichi, ceramiche, parti di mura antiche, ed infine monete, monete. A Roccelletta di Borgia, litorale ionico, in provincia di Catanzaro, il giovane barone Gregorio Mazza capì che nei suoi 35 ettari c'era un tesoro antico. Mai, mai avrebbe potuto immaginare che sotto i suoi secolari uliveti una città cercata per secoli, Skiletion, la mitica colonia greca, sulle cui rovine era sorta la romana Scolarium, sarebbe stata finalmente ritrovata. Come sottolinea Lino Zaccari nel suo articolo delle pagine culturali de “Il Mattino”, tutti sapevano dell'esistenza di Skiletion, ma era come se essa fosse sparita nel nulla. Cinquecento anni di storia, poi anche qui l'ipotesi del fiume Corace che con le prime inondazioni e le alluvioni ripetute, simili a quelle che di recente hanno colpito Soverato, paese vicino, sommerge tutto. Si mescolano le storie di decadenza, di difficoltà idrogeologiche, con storie di mancanza di un progetto istituzionale della società insediata su quei territori. Ed il Territorio del Parco? Le difficoltà erano dovute al rischio ambientale, alla inaccessibilità dei luoghi, alle incapacità istituzionali, o piuttosto alla presenza di aspettative deboli, debolissime sulla possibilità di riconoscere le valenze del territorio e sulla possibilità di costruire un progetto di permanenza nei luoghi? Non mancava un progetto adeguato alle nuove esigenze che ogni società esprime? Ad Ugo tutte queste mie riflessioni apparivano in parte ridondanti, la sua proposta ed il suo essere artista ogni giorno finiva per semplificare i comportamenti. La Certosa Esplosa nel Parco, di per sé annunciava il nuovo, i suoi frammenti rinnovavano la ricerca possibile; a partire da quelli artistici, bisognava ritrovarli, decodificarli. Ciò significava affidare all'arte contemporanea un compito aggiuntivo, ma strategicamente decisivo per quel territorio, una strada da percorrere per entrare nel contemporaneo, riconoscendo le nuove esigenze e le modalità per soddisfarle. Occorreva riconoscere, al più presto, i bisogni che oggi si legano al valore dei beni ambientali e dei beni culturali esistenti. Per Ugo, proporre un progetto di ricerca esteso sul territorio vasto non poteva 33


che essere la proposta del Museo d'Arte Contemporanea più esteso esistente, un museo che non può essere visitato nel tempo di una tradizionale visita. Ogni frammento riconosciuto dovrà aprire spazi concettuali, utili per quel luogo, più grandi dello stesso territorio, aprendo continuamente luoghi di ricerca e di sviluppo. Cominciò così a partorire luoghi mentali da ritrovare, cataloghi di nuovi temi, laboratori sperimentali da aprire, a proporre l'uso dei materiali del territorio e l'importazione di nuovi. Era nata l'arte per lo sviluppo? Ugo rifiutava questa posizione, per lui era importante ricercare insieme all'economista ed al naturalista, imporre temi di ricerca aperta, di ambivalenza, di volontà di rigetto dell'inerzia psicologica, di rifiuto del rapporto statico tra espressività della natura e tentativo dell'artista di dialogo e di competizione. Questa metodologia di ricerca condiziona l'economista e lo costringe ad eleggere come unico modello di riferimento per il territorio “il temporaneo contemporaneo” cioè la deperibilità, l'obsolescenza dei modelli di riferimento e quindi la necessità di un luogo, mentale o di leadership, capace di riattivare sempre i processi di nascita dei modelli (progetti). I luoghi come paesaggio in cammino. Questi temi occupavano le nostre discussioni nei mille viaggi di una ricerca che diventava appassionante. Labirinto territoriale e labirinto mentale si intrecciavano, plectica, plektòs, erano parole che ci rincorrevano per le strade del Cilento. Situazioni nuove cominciavano ad emergere. Qualcuno cominciava a riconoscere il nostro lavoro, non c'erano più solo insuccessi. La comunicazione artistica da comunicazione negata cominciava a funzionare come pedagogia della liberazione, come tecnologia che libera lo sviluppo, ispira comportamenti nuovi, fornisce emozioni per il cambiamento.

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L'importanza di arrivare tardi

E' questo il titolo di un capitolo di un libro che tutti gli studiosi ed operatori sui temi dello sviluppo dovrebbero tenere sempre presente. Il libro di Albert O. Hirschman, La strategia dello sviluppo economico è il libro che ho studiato e letto ai tempi dell'università, ma che fino a quando non ho lavorato nei territori senza sviluppo non ho realmente capito. Questa volta “L'importanza di arrivare tardi” mi sembrava un messaggio incoraggiante, adatto alla situazione trovata nel Cilento; territori bellissimi, in parte abbandonati, centri storici con presenze dimezzate, attività rurali diffuse ancora fuori dai circuiti cooperativi e commerciali, evidenti segni di penetrazione commerciale nel territorio dei beni di consumo moderno: auto, elettrodomestici, moto, piccoli supermercati, edilizia urbana. Incoerente. Lo sviluppo è molto più difficile di quanto si creda, questo il messaggio chiave. Non si tratta di fare una ricerca sugli elementi mancanti, quelli che di solito sono i servizi reali e finanziari offerti dalle agenzie di sviluppo: capitali, formazione imprenditoriale, assistenza all'organizzazione, agevolazioni sui fattori di localizzazione. Spesso è più importante comportarsi come agente di collegamento tra elementi dispersi o nascosti. Un compito meno definito che può rivelarsi complesso. Ma questa possibile proposta di Hirschman non è collegabile alle idee dell'artista sulla Certosa Esplosa? La stessa metodologia dell'archeologo contemporaneo non è basata sulla capacità di collegare elementi dispersi e nascosti sul territorio per ricostruire le cause dello sviluppo delle attività e della loro estinzione? Nei territori in declino o in ritardo lo sviluppo dovrà avvantaggiarsi della capacità di proporre azioni, adattive e creative, più efficaci di quelle che sono apparse nei paesi dove si è verificato lo sviluppo. Non esiste un dato insieme di “pre-requisiti” per lo sviluppo economico, come pure è impossibile delimitare un certo numero di configurazioni dell'arretratezza. Ciò che ostacola il progresso in un dato ambiente ed in un dato stadio dello sviluppo economico può essere vantaggioso in altre circostanze. 35


Ma tutti i piani di sviluppo non trovavano nell'analisi della situazione territoriale la capacità di diagnosi delle situazioni di stallo? Come fare a far perdere rilevanza, necessaria ma non decisiva, alla descrizione delle caratteristiche territoriali? Ritornava in mente l'esperienza di Copparo, e poi c'era Ugo che camminava veloce, non si faceva condizionare dai racconti delle pro-loco, degli imprenditori ed amministratori locali, dei giovani scoraggiati, dei saggi rassegnati. Produceva opere da trovare e opere da disperdere per ritrovare i temi del progetto unificante. Si faceva strada l'idea che la tensione verso lo sviluppo non si ottiene tanto dall'analisi delle situazioni, dal confronto tra benefici e costi dell'azione, quanto tra l'individuazione del sogno possibile e la consapevolezza del cammino da percorrere. La capacità di fare il primo passo diventava decisiva. Ma risultava chiaro, anche dal lavoro che facevamo, che il piano d'azione possibile veniva alimentato ogni giorno dalle nuove situazioni create dal nostro fare. L'artista e l'economista non proponevano solo di fare, ma si rendevano protagonisti insieme a tanti altri di azioni sperimentali, di provocazioni amorose verso i temi del riconoscimento del valore dei beni ambientali e culturali. Certo, cresceva anche la coscienza che dal nostro modo di porci nasceva la percezione di un'asimmetria crescente tra fini e mezzi. Eppure quel nostro girovagare continuo nei luoghi e con le persone dei luoghi rendeva finalmente esplicito il concetto di Hirschman di agente di collegamento, di riconoscimento dei frammenti importanti, un pensiero obliguo emergeva. Cominciavano a percepirsi segni di riconoscimento del lavoro fatto, forme di cooperazione fra fattori, risorse ed abilità. Si affacciavano persone incoraggiate, capaci di osare, i nuovi certosini di Ugo, capaci di ricomporre la nuova certosa ritrovata. Nascevano segni di incontro tra desideri di cambiamento e strade da percorrere. Ma se la prospettiva dello sviluppo può essere acquisita solo durante il processo di cambiamento come riconoscere che il processo è iniziato? Come uscire dal circolo vizioso dei dibattiti sullo sviluppo e come separare la voglia di crescita del reddito dalla specificazione delle cose che portano allo sviluppo vero, fatto di sostenibilità e condivisione del processo evolutivo? Capire l'importanza di essere arrivati tardi significava allora riportare tutte le difficoltà dello sviluppo là dove hanno origine e sede tutte le difficoltà dell'azione umana: la mente.

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Nuovamente in viaggio con Tania

Pierre Rosenstiehl, matematico, nel libro Le vertigini del labirinto, curato da Raffaele Aragona, ci ricorda che Dedalo inventò lo stratagemma del volo per uscire dal labirinto da lui stesso costruito. Anche Ugo ed io ricorrevamo all'immagine del labirinto, sia perché l'orografia del luogo spesso disorienta rispetto alle direzioni di marcia, sia perché sentivamo di dover spingere ancora verso nuovi argomenti le riflessioni sullo sviluppo: per ogni paese bisognava prevedere un progetto nuovo, per ogni luogo una possibile attività dell'uomo. I progetti si intrecciavano, le discipline perdevano la settorialità, il sapere diventava nuovamente oceano non enciclopedia consultabile. Bisognava navigare, camminare, viaggiare, con il rischio di dover inventare un qualche stratagemma per uscire dalla prigione di idee e di proposte se queste non potevano essere rimesse nuovamente in un ordine di senso. Eravamo coscienti di essere entrati in un labirinto senza mura, senza siepi, in un bosco infinito. Non c'erano tracciati fuorvianti o spazi divisi. Le persone incontrate aggiungevano elementi, da mesi si mischiavano libertà di ricerca ed impedimenti invisibili. Avevamo anche noi bisogno di uno stratagemma per uscire da quello che stava per diventare una difficoltà, non esplicita, dovuta al nostro modo di ricercare? Eppure avevamo più volte riconosciuto l'importanza di essere presi dall'intreccio, di trovarci nel labirinto di apprendimento, di essere indisciplinati. Avevamo però la percezione netta che non dovevamo metterci nella situazione mentale di Dedalo, non avevamo il problema del labirinto. L'importanza di arrivare tardi sembrava un suggerimento volto ad approfondire ancora. Del resto, Rosenstiehl, alla voce “labirinto” dell'enciclopedia Einaudi, dice che per avere certezza di uscire dal labirinto bisogna disporsi a percorrerlo tutto, senza mai scoraggiarsi, tornando indietro ad ogni vicolo cieco. I matematici lo chiamano “algoritmo miope”: non si tenta di costruire la mappa generale. Questo è l'errore che disorienta, ma non si deve aver paura e fretta di esplorarlo sistematicamente. 37


Ecco perché accettai di accompagnare Tania al Museo Campano di Capua, altro territorio ed altra direzione. Proprio io le avevo detto che il direttore, il professore Giuseppe Centore, era una persona interessante e colta, poteva reindirizzare la sua ricerca. E, poi, mi era parso di vedere numerose terracotte, che proprio per la loro varietà si prestavano ad identificare differenti filoni di ricerca. La mattinata primaverile ci accompagnò, passammo per Santa Maria Capua Vetere e non mi sottrassi dal dire e simulare: <<finalmente respiro aria natia>>. In realtà, il luogo dove sono nato è solo un insieme di ricordi, più raccontati che vissuti. Tania appariva stanca, non sembrava in tensione, eccitata per una possibilità di sbocco alla sua ricerca; io lo ero molto di più, sentivo che forse avremmo potuto, anche per caso, trovare qualche indizio decisivo per aprire scenari per la sua ed, indirettamente, per la mia ricerca. L'archeologo-professore ci accolse. Anch'egli era preso dai temi della burocrazia e dei finanziamenti, appariva scoraggiato. Non riuscimmo ad incuriosirlo, ma ci accompagnò da studioso. Visitammo il Museo, la collezioni delle “Madri”, la più singolare e preziosa del Museo, tra le più rare al mondo, e poi le vetrine di terracotta. Un volto grande attrasse la mia attenzione per la sua somiglianza con le foto riprodotte nella documentazione di Tania. Non vi era corrispondenza tra epoche di costruzione e lo stesso direttore ci invitò a continuare la ricerca incontrando altri ricercatori. La lezione del labirinto tornava alla mente: un altro vicolo cieco. L'algoritmo miope suggeriva di tornare al principio del percorso. Nuovamente nel territorio del Parco, nel labirinto, in cammino senza pensare di poter volare. Entrare nuovamente, la mente dentro le mura inesistenti, tra le discipline intrecciate, nei mille luoghi creati dall'artista già ritrovati nel parco. La casa del Filosofo, la fontana quando piove, la casa del Pastore, le case dell'arte, la città del silenzio e della parola, la piazza dei flauti erano elaborazioni pronte, dove ritrovarle e dove poggiarle?

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Il Dio degli animali

L'esperienza del Museo Città Creativa di Salerno, il museo che non teme i furti, aveva messo in risalto l'importanza dei laboratori sperimentali come luoghi di attività che aprono nuovi scenari produttivi, che diventano capaci di prevedere i bisogni nuovi. Non solo beni artistici, ma forme anticipatrici di nuove esigenze; l'artista rendeva disponibile l'intermedio, la sua attività di ricerca, una fonte inesauribile di nuove idee. Ugo ed il suo manifesto su Rufoli sembravano continuare l’esperienza dell’ultima internazionale del secolo, quella situazionista. <<L’arte non ha altra finalità che rendere preziosi, con i mezzi che la sua epoca concede ed esige, gli atti umani>>: è una delle frasi presenti nei documenti relativi alla fondazione dell’internazionale situazionista, sulla cui genesi ed importanza Gianfranco Marelli discute nel suo bel libro L’ultima internazionale. La necessità di produrre il nuovo, in realtà non faceva parte di nessuna posizione politica, ma sicuramente assumeva il cambiamento come valore dell’artista contemporaneo che ogni giorno sperimentava le sue capacità. Per me, l’essere artista a tempo pieno di Ugo offriva la possibilità di vivere il suo impegno. Significava, inoltre, poter assistere al salto della sua arte, da rivoluzionaria utopica ad arte sperimentale rivoluzionaria dell’utopia possibile. Acquisire un metodo per creare interattività nei luoghi del Parco, dove era necessario aggregare persone su comportamenti innovativi, diventò un primo obiettivo necessario. <<Sindaco, è pronta una grandissima opera per il quadriportico di S Francesco. Ho bisogno che mi aiutiate a trasportarla dalla Falegnameria del Porto di Salerno a Teggiano>> Fu così che il generoso sindaco di Teggiano, Angelo Giffoni, suggestionato dalle parole di felicità di Ugo e dalle indicazioni sulle caratteristiche dell’opera, invio un tir per accogliere il Dio degli animali. Nello spazio smisurato del tir, un trono regale in legno di castagno, con spalliera scolpita, un viso stilizzato, con corna lunghe sette metri, fu adagiato. Dopo aver 39


temporaneamente bloccato la parte vecchia del porto di Salerno, il Dio degli animali si mosse verso il Parco del Cilento, arrivò a Teggiano per annunciare che, per la ricerca dei temi del parco, doveva essere costruita una piazza sperimentale. Quaranta troni in castagno avrebbero seguito il primo, delimitando il nuovo spazio. Una nuova piazza, La piazza dei Flauti e del Natale, lontana, lontanissima dalla città (dove la piazza non è più il luogo della comunicazione e dell’incontro individuale, di presa di coscienza) doveva essere concepita ed annunciata come contrapposizione teorica dell’immaginario collettivo che vede la piazza di Gannano come la piazza del Sud. A Gannano c’è la piazza descritta da Leonardo Sinisgalli: <<su lastre di pietra sconnessa, al ritorno dalla campagna, i vecchi fumano chini qualche mozzicone di sigaro, e chiacchierano mentre la pignatta di ceci cuoce lentamente, sperimentando i tempi dell’attesa>>. Per Sinisgalli e per tanti che parlano del Mezzogiorno, questa è la piazza degli uomini del Sud, una delle tante dei mille paesi non urbanizzati, <<dove non è cambiato nulla, dove non cambierà mai nulla>>. Per me e per Ugo, la piazza del Natale doveva essere la piazza veramente nuova, quella che proponeva l’incontro delle attività sperimentali dell’uomo, per fare ritrovare a tutti i valori del cambiamento, annunciando i comportamenti necessari all’evoluzione contemporanea dei luoghi. Ma dove edificare la nuova piazza?

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Roscigno & Roscigno, un paese doppio ritrova il tempo

Ero andato con Ugo a casa di Mimmo Guida; Ugo aveva donato ad un altro Guida, Giuseppe, un architetto, una piccola opera, una luna in terracotta. Giuseppe aveva realizzato, a Celle di Bulgheria, il risanamento ambientale di una cava, a rinaturalizzazione lenta, fatta interpretando i gesti delle nuove piante pioniere, assecondando le loro esigenze evolutive. Egli aveva fotografato e documentato il lavoro della natura: al geologo ed all'architetto era sembrato normale predisporre il terreno in forme differenziate per ottenere alcune funzioni d'uso. La Natura aveva riempito di colori gli spazi, un'opera d'arte poteva essere sotterrata, nascosta, come segno di restituzione e di riconoscenza per i beni ricevuti. La più piccola delle figlie di Mimmo prese in consegna l’opera e fu programmata una possibile cerimonia da fare insieme al presidente del Parco, l’appassionato Vincenzo La Valva. Pranzammo in cucina, accolti affettuosamente dalla moglie: lo spazio accogliente era stato costruito in modo da poter guardare su tre lati le montagne e, tra queste, il segno orizzontale del mare. Mimmo ci disse che lui aveva voluto quella posizione per poter controllare la terra che si muove. Una frana secolare fa scendere un intero paese, Alfano, di circa 3mm all’anno. Il campanile pendente non riceve nessuna delle attenzioni riservate alla torre di Pisa. Gli abitanti trovano normale fare manutenzione ed adattamento delle loro case, che accompagnano i disegni della natura. Fu così che chiesi informazioni più precise sull’evoluzione geologica del territorio del paese di Roscigno. Il Paese che cent’anni fa fu sgombrato per frana e fu ricostruito per intero, come paese nuovo, a poca distanza dal vecchio. La frana era strutturale, era oneroso ed inutile contrastare le esigenze geologiche della terra in quei luoghi, un risanamento del dissesto idrogeologico impensabile, opere di mitigazione del rischio idrogeologico augurabili. Avevo già parlato a Ugo di questo paese doppio, ed avevamo fatto alcune considerazioni durante il viaggio per Copparo, e lui aveva prodotto un primo pensiero d’azione, riconoscendo l’importanza del paese doppio, Roscigno & Roscigno. Ma, a Roscigno i nodi sul fare vedevano contrapposti cittadini ed amministratori, intellettuali e possessori di abitazioni, architetti e naturalisti. 43


Lo scenario d’uso dei luoghi appariva indefinito, non mancavano poi le ipotesi di megaprogetto di risanamento e riuso abitativo. La locale pro loco, con il presidente Franco Palmieri ed il vicepresidente, architetto Giuseppe Capo, si erano adoperati perché la sovrintendenza mettesse in sicurezza la chiesa e qualche spazio contiguo, creando in quest’ultimo uno dei primi musei della civiltà contadina del Cilento. Un recupero edilizio che tradiva in parte l’identità del luogo ma che era diventato presidio sociale capace di tenere viva l’attenzione su Roscino ed i temi del riuso. Durante l’inverno, il bravo sindaco di Roscigno, Armando Mazzei, organizza un convegno sul possibile futuro di Roscigno; nevicava quel giorno, ma io ed Ugo raggiungemmo ugualmente quel luogo, il paese vecchio: imbiancato, moltiplicava il suo fascino. L’unica abitante che non aveva obbedito all’ordinanza continuava a presidiare il paese: un fuoco ancora acceso, il paese non ancora abbandonato, animali da cortile che abitavano molte parti delle case rurali periferiche. Al convegno, nella bella sede della Banca Popolare di Roscigno, c’era tutto il paese: il sindaco Andrea Mazzei introdusse i lavori, parlarono amministratori, cittadini, un architetto famoso, Nicola Pagliara, l’economista e poco prima del Presidente della Provincia Alfonso Andria, Ugo Marano. Legge il suo scritto, lo interpreta, incontra lo sguardo di molti cittadini, dei proprietari delle case; c’è emozione nell’aria. L’idea progettuale, lo scenario possibile, l’utopia realizzabile vengono riconosciuti. Alcuni cittadini donano al sindaco ed agli abitanti di Roscigno nuovo, e, quindi nuovamente a se stessi, ben 5 case della Roscigno vecchia. Si creano i presupposti mentali e progettuali affinché possano partire i laboratori di ricerca sui temi del paesaggio rurale, della manutenzione, della messa in sicurezza, del possibile riuso dei luoghi, del loro restauro concettuale. Viene assorbita l’idea che quel luogo, Roscigno vecchia, porterà vantaggio economico e culturale alla Roscigno abitata. Il vuoto creativo viene riconosciuto; l’economista durante il convegno propone un gioco di parole. Roscigno vecchia, appare la Roscigno nuova, quella interessante, contemporanea, ma ben presto nuovi laboratori dovranno rinnovare Roscigno nuova che sarà diventata vecchia e poi subito dopo ripensare nuovamente a Roscigno vecchia fino a che Roscigno & Roscigno ritroveranno un unico tempo di evoluzione, non più paese doppio, ma unico, contemporaneo. Quasi simbolicamente la neve aveva unificato il paesaggio: un unico colore per tutto il territorio, Ugo ed io inseguimmo la macchina del presidente della provincia, Alfonso Andria, per non rischiare di rimanere bloccati dalla neve. Bisognava trovare nuovi ricercatori in grado di portare avanti il progetto complesso, anch’essi dovevano innamorarsi del luogo e del progetto possibile, aprire il loro laboratorio, ritrovare anch’essi i temi contemporanei del loro fare. Roscigno Laboratorio infinito di un paesaggio in metamorfosi lenta? 44


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Il progetto giusto

<<San Pietroburgo è un mito dai mille volti. E' la folle utopia di un autocrate, Pietro il Grande, divenuta miracolosamente realtà. E' una bellezza architettonica imperiosa, è il demone di una città cresciuta sui morti; eretta su un terreno melmoso ed inospitale, in tempi mostruosamente veloci, è una capitale di riferimento culturale così imponente in letteratura e musica. Le opere di Puskin, Gogol, Dostoevskij, Musorgskij, Ciaikovskij e Rimskij-Korsatov, sono solo una parte dei lavori creati nella città o ad essa ispirati [...]: Pietroburgo ha il fascino integro e la coerenza architettonica di una città-museo, come Venezia, pur appartenendo in termini di età all'Europa moderna.>> Leonetta Bentivoglio in un bell'articolo di presentazione del compleanno di San Pietriburgo (trecento anni), sottolinea l'ambivalenza di questa città, costruita per volontà di uno Zar ed ancora oggi piena di interventi programmati dal governo. Con i suoi 36 chilometri quadrati di parte storica da conservare, rischia continuamente di essere percepita come città artificiale. <<Come trattare quest’edificio, degradato, ma carico di storia? Impossibile demolirlo, ma anche restaurarlo appare un’impresa impraticabile>>. Restauro minimale o ri-funzionalizzazione, per quale Pietroburgo? Considerazioni simili potevano essere fatte anche per la maggior parte dei paesi del Parco. La storia dei luoghi superava di gran lunga i trecento anni, ma solo nel 2000 il mondo si accorgeva di questo patrimonio culturale ed ambientale inestimabile. A San Pietroburgo, per il suo compleanno, si programmano un nuovo lungofiume, linee metropolitane, raccordi anulari, nuove aree commerciali intorno all’aeroporto rinnovato, ristrutturazione della Prospettiva Nevskij. Ancora si progettano restauri di musei e teatri, nuovi alberghi per ospitare incontri internazionali e di convegni. Si pensò di arrivare a 6 milioni di turisti, anche attraverso concorsi internazionali di architettura per selezionare i progetti giusti, ed oggi la storia continua.

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No, per Ugo, sia la prima prospettiva - turismo come direzione - che la seconda - concorsi di idee per il progetto nuovo - apparivano proposte non giuste per il territorio del Parco e, forse, per la stessa San Pietroburgo. Dovevamo avere la forza di pensare e realizzare un progetto con una prospettiva più duratura, intrecciare sostenibilità economica con sostenibilità ambientale, e tutte e due interpretate da soggetti nuovi di riferimento per una società coesa, capace di assicurare una prospettiva di civiltà nuova, di nuovo paesaggio culturale. Per Ugo la presenza di tanti turisti era un brutto segno: da città giovane, desiderata e costruita in poco tempo, San Pietroburgo era divenuta già monumento da celebrare e visitare. E poi i concorsi non avrebbero mai messo al centro l’esigenza di assicurare al territorio i nuovi certosini, quelli che, innamorati dei luoghi, avrebbero aiutato il territorio ad edificare la nuova certosa, la certosa contemporanea. Noi per fortuna ne avevamo incontrati alcuni che confortavano al nostra ipotesi. Nel territorio di Sassano, Nicola di Novella aveva studiato con caparbietà l’evoluzione della biodiversità, ne aveva fatto una ragione di vita, coinvolgendo giovani ed anziani; riconosciuto dal progetto contemporaneo, si era sentito incoraggiato. La Valle delle orchidee era stata riconosciuta dalle istituzioni locali e dal parco come laboratorio inestimabile ed aveva favorito la nascita a Teggiano del Museo delle Erbe, museo aperto di ricerca botanica. Esigenze di ricerca nazionali ed internazionali a vasto spettro potevano essere soddisfatte da quel frammento di Certosa Esplosa riconosciuto e valorizzato dall’attività continua di un ricercatore infaticabile. Camillo Pignataro, ricercatore solitario, aveva presidiato, rinunciando alla sua città, Napoli, un luogo interno del Parco, Corleto Monforte. Aveva continuato ad infoltire la sua collezione sulla fauna mediterranea e fatto ricerca sul campo, classificando oltre 50.000 insetti, studiandone il comportamento e fotografando colori e abilità. Questo suo lavoro viene a poco a poco riconosciuto dal Parco e dai giovani, così comincia la storia del Museo Naturalistico di Corleto. Ricerca, curiosità, passione gli ingredienti del progetto giusto? Giuseppe Cilento, con la sua cooperativa “Nuovo Cilento”, aveva ricomposto la base sociale per tornare a produrre olio, sperimentando nuove tecniche: innovazione creativa e tradizione si erano incontrate. Altri seguivano la sua strada e imitando Bruno De Conciliis molti altri innerbano i propri percorsi sulla capacità di produrre vino ed altri temi tipici.


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Era questo il contemporaneo necessario? Ma quale era la quantità sufficiente per il progetto sostenibile e persistente nel tempo? Per Ugo e per l’economista il percorso di ricerca ancora incompleto non suggeriva risposte, nonostante che in altri campi altri nomi, oltre a Nicola e Camillo, assicurassero passione e prospettiva a tanti altri progetti. La ricerca del progetto giusto richiedeva uno sforzo rivoluzionario. Il lavoro non poteva esaurirsi dopo aver scoperto paesaggi inimitabili e storie di uomini e cose da valorizzare. Non dovevamo rischiare di offrire soluzioni alla moda. Turismo e concorsi non erano percepiti come soluzioni possibili, ma come pericoli per un territorio troppo pieno e troppo vuoto, troppo forte e troppo fragile. L’importanza di essere arrivati tardi, la raccomandazione di Hirshman, ci costringeva a rivedere continuamente il progetto pensato. Certosini da incontrare, certosini da portare nel Parco e nel territorio contiguo, sembrava il solito modo per continuare, con gioia, la ricerca. Idee, emozioni, luoghi, discipline, racconti si incontravano, dovevano ancora intrecciarsi nel labirinto fertile, disponibile.

La Piazza dei flauti alle pendici del Monte Cervati

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Lâ&#x20AC;&#x2122;inghiottituro del Monte Cervati


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1a Borsa Internazionale Mediterranea del Turismo Archeologico: un compromesso necessario per la comunicazione del progetto Parlare di San Pietroburgo era stato un buon modo per parlare, anche con Tania, dei temi dello sviluppo delle città. Dall'archeologia molte ricerche portavano ad una stessa interpretazione: la nascita e lo sviluppo delle città è fenomeno che si intreccia e alimenta i comportamenti di territori molto estesi. Le popolazioni indigene della Lucania si spostarono verso la costa, quando i traffici della area di Sibari si intensificarono per la nascita e lo sviluppo di Poseidonia prima e di Velia successivamente. L'archeologia è stata, per lungo tempo, la disciplina di entrata per molti spunti di ricerca e dai temi dell'archeologia venne la prima occasione per parlare del progetto di sviluppo del territorio del Parco. Era stata una buona intuizione della Provincia di Salerno. Funzionari della provincia, il Presidente Alfonso Andria e Mimmo Ranesi, amico e dirigente, proposero nel novembre '98 la 1^ Borsa internazionale del Turismo archeologico; a Paestum, nello spaziosissimo albergo Ariston, vennero coinvolti moltissimi operatori culturali e del turismo. Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano fu chiamato a promuovere il proprio territorio. Mimmo Ranesi aveva lavorato con me durante l'esperienza di assessore allo sviluppo del comune di Salerno e non rimase sorpreso quando gli chiesi di assegnarmi gli spazi vuoti dell'intero corridoio che porta alla sala congressi. Volevo comunicare il lavoro svolto nel Parco, lui mi aveva chiesto di partecipare solo ad una tavola rotonda. Sentivo che l'occasione di discutere con un pubblico vasto era opportuna e poi c'era la possibilità di presentare l'idea della Certosa Esplosa e ritrovata. Volevo, inoltre, legare i luoghi, non distanti del Parco, ai siti archeologici minori delle aree interne, sconosciute agli stessi abitanti dell'area del Parco. L'architetto Claudia Trillo, allora studentessa del dottorato in Progettazione Architettonica dell'Università di Napoli, ed Emiliana De Vivo, docente di Progettazione, si offrirono per elaborare il materiale da proporre sul sito della Borsa. Dal segno a spirale, ispirato dalla foto della notissima scala interna alla Certosa di Padula, frammenti di forme irregolari volavano nell'aria, storie antiche

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e storie contemporanee cominciavano a riconoscersi e ricadevano con contorni definiti sul territorio. Un grande Puzzle cominciava a mostrarsi, difficilmente interpretabile complessivamente, ma qualche luogo cominciava a mostrare una nuova identità, bisognava sviluppare la capacità di cogliere in quelle nuove carte, nel paesaggio visivo, il complesso delle relazioni di identità. La mappa dei siti minori si contrapponeva, in termini di comunicazione, a quella delle città grandi, Paestum e Velia. Mettere in rete i siti minori significava parlare di un'altra città? La risposta della ricerca archeologica è no. Per l'economista e l'artista la provocazione era quello di affermare che era possibile, si poteva dire sì. Suggerimmo di pensare alla possibilità di ricomporre i frammenti, abbandonando l'idea di coerenza storica, che invece continuava a far parte della ricerca archeologica, e, adoperando il principio di complementarietà rispetto al progetto di nuova identità dei luoghi, proporre il possibile scenario del puzzle. Nuovo e vecchio, tradizione e contemporaneità, territorio ed immaginario, creatività della natura e creatività artistica, attività del fare e attività dell'anima intrecciate in forme rivelatrici di un processo possibile, di evoluzione creativa. Il Dio degli Animali fece un magnifico viaggio da Teggiano fino a Paestum, comunicando i temi della piazza nuova, scortato da Giovanni e Nicola del servizio ecologia della provincia, e seguito come un'ombra dall'artista e dall'economista. Durante il viaggio, il sole proiettava l'ombra del Dio sui prati, sulle case e sulle strade, configurando centinaia di nuove forme possibili. Per Ugo, mille mostre temporanee, istantanee, erano state prodotte con l'aiuto del sole in mille luoghi diversi. Giovanni aveva procurato ad Ugo piante di alloro, che vennero conficcate nelle corna in legno di castagno del Dio. Nel corridoio dell'Ariston, era apparso come albero-uomo maestoso, un impatto visivo straordinario, un punto d'attrazione irrinunciabile, una partenza per il percorso-mostra che comunicava la necessità di riconoscere la Certosa Esplosa per edificare la città nuova. Nel territorio diffuso del Parco, ricerche archeologiche sui siti minori e ricerche sul contemporaneo dovevano mettersi in complementarietà, riconoscendo e valorizzando l'intermedio, proponendosi come progetto concettuale ampio, rivoluzionario, che chiedeva ai luoghi piccoli di offrirsi come luoghi in grado di far cambiare dimensione all'intero territorio, offrendosi come componenti di nuovi equilibri territoriali. Nasceva l'idea di fondare e/o formare una nuova città: la Città del Parco. 50


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Fasano ci riconosce

Nonostante le incertezze comunicative, l'esperienza di Paestum fu rilevante. Avemmo il coraggio di parlare ad una borsa per il turismo della necessità di elaborare un progetto non per i turisti. Un confronto diretto, provocatorio con molti sindaci del territorio del Parco e con molti altri. Per molti dicevamo delle cose affascinanti, piene di fantasie, utopie possibili. Ma che c'entravano con il territorio del Parco? La sua vocazione, la sua bellezza, l'esistenza diffusa di attività tradizionali lasciavano aperta la tendenza a diventare territorio d'accoglienza, per un turismo, magari diverso, ma pur sempre desideroso di godere dei beni diffusi del paesaggio, dei beni culturali e degli altri beni da consumare. Anche Tania ci invitava a riflettere. La sua disponibilità era messa in crisi dall'eccessivo entusiasmo che mostravamo per il progetto di ricerca nuovo. Certo, eravamo ambiziosi nella presunzione di dover fondare una nuova città, dal basso, fuori dall'interdizione politico-istituzionale, ma, per lei, la nostra metodologia non sembrava aiutare nessuno, lei ne possedeva una più tradizionale, ma che dava i suoi frutti. Dall'esperienza di comunicazione della Borsa non arrivavano segnali confortanti. Forse avevamo esagerato nel proporre un modello di lettura e di fruizione dei luoghi orientato a cambiare i comportamenti. Chiedevamo a tutti di investire in laboratori piuttosto che consumare i luoghi; c'eravamo rivolti troppo alla mente e al potere dei simboli. Eravamo in una posizione culturale simile a quella di Cervantes? Il protagonista della sua opera famosa, Alonso Chescina, nobiluomo di campagna, si rifiuta di vedere le miserie del mondo che lo circonda e, spinto da generosa immaginazione, assume come nome di battaglia Don Chisciotte, si arma da Cavaliere e si mette in cammino per affrontare innumerevoli avventure in difesa del progetto morale, di rinascita degli ideali. Anche noi, sorvolando sulle debolezze e le incapacità degli uomini e delle istituzioni immaginavamo di 51


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trasformare i sindaci del territorio i nuovi cavalieri d'onore? Non ci accorgevamo che la nostra visione del vivere era astratta, utopia senza gambe? Qualche commento in questa direzione arrivò. In effetti, volevamo esporre il nostro progetto intermedio senza rinunciare a tutta la nostra fantasia visionaria, all'utopia realizzata nella nostra mente, al racconto dell'impegno profuso, alla cronaca dei chilometri percorsi, alla presentazione delle persone ricche incontrate. Certo, apparivamo anche un po' esaltati, ma eravamo pieni di ricerca realizzata. Tania apparve dolcemente contrariata quando Ugo, nel mostrare le vetrine allestite all'ingresso della Borsa da Matilde Romito, la direttrice del Museo Provinciale, disse, con altrettanta dolcezza, che l'intero percorso di ricerca, frammenti raccolti in trenta anni, poteva essere contenuto in uno solo dei suoi vasi. Ma non era una battuta dissacrante, anche se l'intero staff tecnico della provincia rise con piacere: per Ugo era un concetto. Dovevamo costruire un contenitore più grande di tutta la ricerca possibile. Ribadivo a Tania che anche l’archeologa Giovanna Greco, per la sua ricerca archeologica, da anni proponeva per la prospezione archeologica l’utilizzo di più specialismi per arrivare ad un concetto di territorio pluridisciplinare e che questo procedere aveva dovuto mettere in discussione tutti i comportamenti più tradizionali. Per Giovanna Greco il problema diventa più complesso in Italia Meridionale e in Sicilia, dove la presenza di città coloniali greche ha determinato la formazione di un modello legato particolarmente ad una Polis, vi era difficoltà continua a separare vecchio e nuovo modello. Iniziavo a pensare che l’argomento di tesi scelto da Tania era troppo specialistico, una ricerca di archivio puntigliosa, basata sulla lettura attenta del particolare per la ricostruzione storica dell’evento possibile, una ricerca sulle metodologie di ricerche d’archivio, non una vera e propria ricerca sui cambiamenti. Anche se avesse avuto successo, scoprendo la provenienza di fabbricazione della sua testolina, difficilmente avrebbe potuto ricomporre i motivi di quel viaggio senza ipotesi di ritorno, senza tensione verso la scoperta. Ugo continuava a ripetere che noi, in fondo, eravamo in cerca dell’insuccesso. Io, dopo di lui, per evitare incomprensioni, dovevo precisare che l’insuccesso, come evento probabile dell’approccio laboratoriale, diventava la fonte di riflessione per rialimentare i temi della ricerca, per mettere in grado il ricercatore di fornire il progetto giusto, sostenibile, di lungo periodo. A nostro conforto arrivò l’invito del Sindaco di Fasano che aveva riconosciuto


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nel nostro lavoro le competenze adatte a dare sbocco al progetto irrisolto della Lama di Fasano. Invitai l’architetto Ferruccio Izzo, protagonista insieme a David Chipperfield, il noto architetto inglese, di un magnifico progetto di Palazzo di Giustizia a Salerno, ad accompagnare me ed Ugo a Fasano. Ci facemmo precedere dal gruppo di giovani del dottorato che ci aveva aiutato ad allestire la comunicazione del progetto alla Borsa. Funzionari e assessori del Comune parteciparono ad un esperimento di formazione del piano d’azione strategico per la Lama. Tutti, alla fine della giornata, condivisero la possibilità di guardare a quell’area archeologica posta al centro del territorio non solo come parco archeologico, ma come area di ricerca da cui partire per rinnovare completamente i temi dello sviluppo possibile, una nuova identità per Fasano, una città che pensava di avere già tutto. Facemmo tutti uno sforzo di fantasia per ritrovare complementarietà latenti e visive, tutte interrelate dalla necessità di soddisfare bisogni nuovi. Una diagnostica veloce ed una vision strategica fu regalata al Comune in un solo giorno, ed anche un piano d’azione per far partire il primo laboratorio nacque prima del tramonto. Fasano ci confortò, tornammo pieni di nuove energie, non solo per la straordinaria accoglienza e per il buon cibo ricevuto, ma per la capacità mostrata di trasformare in metodologia i diversi argomenti affrontati con grande libertà nel territorio del Parco. Eravamo stati in grado di farci percepire come competenti, cioè in grado di calibrare il progetto adatto.

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Dalla CittĂ del Parco ai Laboratori della CittĂ  del Quarto Paesaggio

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Dalla CittĂ del Parco ai Laboratori della CittĂ  del Quarto Paesaggio

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LABORATORIO SPERIMENTALE DELL’ARTISTA RICERCA DEL TEMPO LIBERO

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SACCO ARTE E VITA NUOVA

INTANTO NELLE CASE LIBERE ENTRA L’ARTE IN ATTESA 1 gennaio al canto del gallo violino 2 gennaio al calar del sole tromba in piazza 3 gennaio sotto il fornice della chiesa flauto in amore 4 gennaio e così tutti i giorni dell’anno per un concerto senza fine

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Cilento immobile, Cilento moderno

<<Nel Cilento non esiste una sola serra!>> Carlo Blasi, presidente della Società Italiana di Botanica, ecologo riconosciuto, presentò così e con emozione le caratteristiche naturalistiche del territorio. Acqua, terra, sole e vento sono stati gli elementi base delle attività agricole, boschive e pastorali del territorio del Parco. Da ecologista, il mio amico Blasi presentò un'interpretazione della qualità ambientale (i colori del Parco) come dovuta all'attività di scambio millenario tra uomini e progetto della Natura. Evoluzione storica ed evoluzione naturalistica potevano essere sintetizzati da indicatori di qualità. Era evidente che tutta la parte interna era stata conservata in maniera meravigliosa per ragioni storiche, ma anche per l’asprezza dei luoghi. Sul mare la qualità ambientale si abbassava: l’attività invasiva, senza la cultura della qualità ambientale, aveva compromesso il territorio; non era impossibile risalire. La sostenibilità ambientale come progetto aperto di evoluzione sociale ed economica che accompagna e riconosce i sistemi ecologici in evoluzione senza rompere gli equilibri vitali. Una proposta di sintesi della lettura della complessità espressiva dei luoghi, del loro movimento, richiedeva una nuova nozione di paesaggio. Per Blasi, il territorio, lungi dall’essere immobile, ha saputo rinnovare costantemente questo rapporto. Certo, quest’equilibrio è poggiato su molte attività a basso reddito, il territorio non è diventato territorio ricco, trasformato, con industrie agroalimentari moderne, ma sicuramente ha vantaggi naturalistici ineguagliabili. Venivano fuori in maniera evidente i progetti legati ai temi ambientali e culturali, ai concetti di riserva della biosfera e di potenziale componente irrinunciabile della rete ecologica europea. Il territorio era diventato contemporaneo senza averne né consapevolezza, né coscienza e questo ne aumentava la fragilità. Dovevamo lavorare per questa consapevolezza, concepire iniziative in grado di accorciare i tempi 61


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dell’interpretazione dei nuovi temi, una possibile scorciatoia per entrare nel contemporaneo, evitando altre drammatiche lacerazioni sociali, a volte storicamente necessarie. Quando interi paesi erano emigrati verso i l’America latina, il Nord Europa ed il Nord America, il Cilento aveva contribuito alla rottura ampia e generale del dominio dei proprietari terrieri, dei rapporti ancora feudali. Oggi le case dei nobili e delle famiglie dominanti sono vuote. In una realtà in cui la terra era l’unica fonte di sostentamento, chi la possedeva aveva un potere enorme su chi ne era senza. Per i contadini, di fronte ai bassi salari, alle ingiustizie, ai soprusi, al comando assoluto, la possibilità di andarsene via, di emigrare, costituiva una grande conquista di libertà. Negli anni dell’emigrazione avevano fatto quello che nei secoli precedenti era negato dalle condizioni storiche: dire no e cercare altro lavoro, inviare sussidi alla famiglia di origine per attenuare il senso di colpa ingiustificato della partenza, tornare eventualmente con nuove certezze, dignità e coscienza di possibili diritti. Indirettamente, gli stessi sussidi e altre forme di integrazione di reddito avevano consentito attività sul territorio a quelli che erano restati, capaci di assicurare la persistenza dei luoghi, una sorta di presidio del patrimonio di storia e di naturalità da preservare. L’emigrazione come scorciatoia per l’ingresso nella modernità di molte generazioni. Lacrime e sangue, immense sofferenze umane provocate dall’emigrazione, lacerazioni profonde del tessuto sociale e culturale, vere e proprie emorragie di talenti manuali ed intellettuali, di mestieri, di patrimoni di conoscenze. Contadini ed artigiani, i più abili, i più ingegnosi, dovevano pagare un prezzo così alto per una contropartita storica moderna necessaria? La storiografia illuminata dice che il bilancio è nettamente positivo, difficilmente decifrabile dai racconti e dalla memoria dei luoghi. In altri paesi, in sole tre generazioni, i giovani sono entrati in un mondo di opportunità negate ai giovani che oggi abitano nel territorio cilentano. Una gamma di occasioni impensabile rispetto a qualsiasi altra occasione di sviluppo ipotizzabile per il territorio del Parco. Ma, oggi, quali nuove opportunità vi sono, per dire: no, non voglio emigrare; voglio prendermi la libertà di restare, progettare uno sviluppo di attività? La consapevolezza di queste opportunità doveva sostituire quella sorta di “dissuasione invisibile” dall’intraprendere iniziative in campi diversi, che pervade il territorio e che la breve storia delle idee di ritorno e della nuova dignità ritrovata non riescono a far sparire. Bisognava disegnare un ponte facendo

Il T


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apparire la cultura nuova, cultura del contemporaneo possibile, una possibile fonte di progetti per restare. Ugo aveva colto nel segno, proponendo nuove attività sperimentali capaci di contribuire ad identificare nel nuovo immaginario collettivo le ragioni del fare per un progetto di utopia possibile. Per Ugo, Don Chisciotte era lontano, l’economista era riconoscibile, doveva trasformare in attività percepibile tutte le direzioni di azioni capaci di separare il territorio dall’apparente vocazione agricola e di trasformazione, capaci di riconoscere tutte le attività di ricerca che potranno eleggere il territorio a laboratorio delle attività contemporanee utili al mondo, legate all’ambiente o rispettose dell’ambiente. Sì, non era un patrimonio Unesco da imbalsamare, era un patrimonio da integrare, facendo crescere la consapevolezza del progetto dell’umanità. Per Edward Goldsmith, l’autore de Il tao dell’ecologia, l’uomo deve ridiventare vitale, riprendersi la sua consapevolezza cosmica, continuare il cammino evolutivo senza abbandonare la VIA (Valutazione Impatto Ambientale), intesa come processo evolutivo creativo e consapevole. La Città del Parco, un ossimoro che dichiarava di non voler concepire un paesaggio senza città ed una città senza paesaggio.

Il Tavolo del paradiso nella “Valle delle orchidee”di Sassano

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Sassano - La Valle delle Orchidee 2011 - Video disponibile allâ&#x20AC;&#x2122;url: www.vimeo.com/24650025 Sassano - The Valley of Orchids 2011 - Video available at: www. vimeo.com/24650025

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Iole e le mappe

Per R.L. Stevenson, il piccolo panno su cui disegnare, la “mappa”, era l'elemento più importante del racconto, consentiva proiezioni dell'immaginario. Erano passati oltre 18 mesi dall'inizio del nostro girovagare, più della metà del tempo che ci eravamo dati per prefigurare e sostenere il progetto di sviluppo, molto di più del tempo previsto dalla convenzione stipulata tra me ed il Parco per produrre il Piano di sviluppo. Del resto, gli altri due esperti, un economista ed un urbanista, pensavano di essere già pronti per fornire la bozza interpretativa dei dati statistici raccolti e per fornire le prescrizioni operative. Io no, non volevo cadere nella trappola del documento scritto, del tema assegnato e svolto, volevo vedere già i comportamenti in campo come reazione visiva ai messaggi emanati, come interpretazione delle azioni di animazione necessarie ad aggregare la nuova base sociale, che poi potrà dare gambe al progetto politico possibile, provocando processi imitativi e interattivi. Ero finalmente confortato in questo mio voler sentire e percepire il movimento in atto. Lo stesso Ente Parco appariva più pieno. Iniziative di altri studiosi, come l’osservatorio astronomico a Petina, prendevano forma; iniziative delle associazioni ambientaliste venivano selezionate e programmate, i sindaci si muovevano cambiando aspettative sulle cose da chiedere al Parco. Anche la società civile si muoveva, tutti contribuivano a riempire i vuoti progettuali annunciando anch’essi possibili percorsi: il Parco delle meraviglie, la scuola e l’ambiente, il ritorno della cicogna, i prodotti tipici come risorsa per la manutenzione del territorio, le sagre e i luoghi della memoria. Tutto sembrava utile per rianimare ed incoraggiare il territorio; anche l’ossessione di far arrivare i turisti poteva essere percepita come occasione di far conoscere i temi del Parco. Avevamo però la necessità di rendere distinguibile il nostro progetto, il materiale accumulato, i luoghi di lavoro. I temi importanti dovevano trovare, usando le parole di Stevenson, <<la proiezione piana del nostro progetto di utopia realizzabile>>. 65


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Per Ugo non era ancora il tempo di mettere ordine, di rinunciare ad intrecciare temi e luoghi, persone e progetti, di costruire mappe per uscire dal labirinto. Il labirinto doveva ancora diventare una prigione perfetta per la fuga. Lui ripeteva che Alessandro Dumas lo aveva detto magnificamente ne Il conte di Montecristo: <<Se riuscirai a costruire, con il pensiero, una fortezza da cui è impossibile fuggire, questa fortezza pensata o sarà uguale a quella vera, ed in questo caso è certo che da qui non fuggiremo mai, ma avremo raggiunto la tranquillità di chi sta qui perché non potrebbe trovarsi altrove, o sarà una fortezza dalla quale la fuga è ancora più impossibile che di qui, e allora è segno che qui una possibilità di fuga non esiste: basterà individuare il punto in cui la fortezza pensata [il labirinto] non coincide con la vera per trovarla>>. <<Le mappe sono state create per studiare il territorio, indicare percorsi, tracciare rotte, anche noi abbiamo il bisogno di definire, delimitare il campo progettuale, dare la base territoriale di identificazione della città nuova>> - suggerivo ad Ugo. Era necessario per il nostro progetto? Convenimmo che comunicare, come Stevenson, che il tesoro di quella città non era la possibile indicazione della mappa, ma la mappa stessa, cioè la metodologia di decodifica dei progetti possibili, era un passo necessario. Ossessione o libertà, la mappa poteva essere utile anche come strumento di messa a punto del lavoro fatto e da fare. Ogni ricerca ha la sua mappa: la mappa dei progetti di comunicazione si chiama rete; la mappa dei geni, il genoma, è il riferimento della ricerca genetica recente; geografi e geologi hanno le loro carte, come i naviganti e tutti coloro che hanno necessità di definire topografie di riferimento. Incontrai, nuovamente, Iole e Paolo Giarletta alla presentazione del libro di Ugo La Fontana Felice, libro-opera sui temi dello spazio urbano. Lei architetto, lui economista aziendale, fratelli, avevano prodotto per la Camera di Commercio di Salerno uno studio dettagliato sul sistema territoriale della Provincia di Salerno sui temi dell’agricoltura e del turismo rurale. Iole apparve subito la persona in grado di aiutarci, perfino Ugo parlava della necessità di una comunicazione metodologica. E, poi, il nostro chiedere aiuto era anche il modo normale con il quale avevamo dato a tanti l’opportunità di entrare in campo, vivere i temi del progetto di utopia realizzabile. Non cercavamo nuovi certosini? Iole aveva già lavorato sui temi della città e dell’immaginario, quindi per lei apparì subito possibile presentare i temi del Parco come mappa di comunicazione. Da quel giorno Iole ci accompagnò, anche fisicamente, nei percorsi di ricerca. Entrò nel labirinto. Non le chiedemmo di diventare Arianna, sarebbe stato banale, ma di tentare un’impresa difficile, diventando, per tutti, il pivot dell’algoritmo miope. Con umorismo, e non con ironia, iniziammo a dire come poteva essere questa mappa. Noi eravamo in grado di darle tracce di un progetto utopico, però


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realizzabile, esso doveva essere percepito come progetto aperto. Una mappa di segni, simboli e traiettorie dovevano attrarre l’interesse. E poi, ancora sorridendo: <<Iole, a tutti dovrà essere garantita la possibilità di cambiare direzione, entrare ed uscire dai luoghi cospicui, immaginari e reali; ognuno dovrà guadagnare gradi di libertà nella ricerca del proprio progetto. […] Ed ancora, ricordati di non tradire Stevenson, deve apparire chiaro che piuttosto che una mappa capace di dare le direzioni di dove andare deve poter dare suggerimenti su come stare. Stanzialità e nomadismo come paradigma da interpretare>>. Trovammo così, insieme, mille suggerimenti su percorsi da fare, il labirinto diventava accumulatore e contenitore di esperienze, il percorso compiuto nel labirinto come tesoro già posseduto. La mappa come biglietto di entrata nel progetto di comunicazione della nostra esperienza. Il procedere, seguendo la carta, con curiosità di ricerca nel territorio, doveva servire a farne un’altra: un progetto interattivo di interpretazione del lavoro fatto, un progetto aperto, capace di accogliere le esperienze in corso d’opera, i laboratori da aprire. Dovevano essere messi in campo i percorsi di tessitura o di intreccio tra discipline diverse. Per mettere in grado Iole di produrre il progetto di comunicazione, la riempimmo di articoli ed appunti, disegni e testi di Ugo, frasi, descrizioni di eventi, un miscuglio di progetti annunciati e fatti, realizzati. Iole, a sua volta, si era documentata con foto ed esperienze proprie. Consapevoli delle difficoltà, chiedevamo a Iole un lavoro al limite dell’impossibile. Lei doveva fare sì che del materiale e dei pensieri restasse memoria, in segni quasi invisibili al pubblico, ma riconoscibili anche nei vuoti e nelle pause, come tracce dell’esperienza artistica ed umana in corso. Nonostante che chiedessimo una mappa per orientare gli altri, facevamo di tutto per disorientare anche noi stessi. Continuavamo a pretendere di non delimitare i luoghi ed il tempo, pur sapendo che il vero luogo delle mappe è il tempo. L’esperienza di comunicazione tra un artista, un economista ed un architetto diventava preziosa: si accumulavano vocaboli nuovi, quasi segreti, gesti di sintesi, consensi sui percorsi da fare e da suggerire, desideri. Sapevamo in tre che una nuova mappa volatile, ma riconoscibile, era stata costruita: progetti come farfalle sparse, ricche di colori e di direzioni, una mappa di idee maturate e condivise, di memorie, di freschezze esplorative, di racconti. Le farfalle aleggiavano bellissime, spesso visibili ai tre dall’auto in cammino, come insieme di nuovi pensieri creati, nati nello spazio-tempo del lavoro fatto. Il labirinto percorso come luogo composto da tanti luoghi dove puoi muoverti errando senza paura di sbagliare, perché quel cammino è posseduto come metodo di continua costruzione di una mappa geosomica, una mappa di un mondo da condividere e da proteggere. <<E’ chiaro Iole?>> Iole, pur cogliendo l’ironia della domanda, sorrideva con serietà.

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Difficile fissare la via delle rondini

Tania era rimasta infastidita dal tono e dalle espressioni che avevo usato per raccontare di come Ugo ed io avevamo affidato a Iole il compito di produrre un progetto di comunicazione sulla città da fondare. Eppure avevo utilizzato Italo Calvino e la sua “Smeraldina” per parlare della nostra città invisibile: <<Smeraldina, città acquatica, un reticolo di canali ed un reticolo di strade si sovrappongono e si intersecano [...] e poi la linea più breve tra due punti a Smeraldina non è una retta ma uno zig-zag che si ramifica in tortuose varianti, le vie che s'aprono a ogni passante non sono soltanto due ma molte. [...] Ogni abitante si dà ogni giorno lo svago di un nuovo itinerario per andare negli stessi luoghi. [...] Una mappa di Smeraldina dovrebbe comprendere, segnati in inchiostro dello stesso colore, tutti questi tracciati solidi e liquidi, palesi e nascosti. Più difficile è fissare sulla carta le vie delle rondini, che tagliano l'aria sopra i tetti, calano lungo parabole invisibili ad ali ferme, scartano per inghiottire una zanzara, risalgono a spirale radente un pinnacolo, sovrastano da ogni punto dei loro sentieri d'aria tutti i punti della città>>. Per Tania eravamo, forse senza accorgercene, presuntuosi; giocavamo volando sulla testa delle persone, dei sindaci, degli studiosi, degli abitanti, degli amici, con la pretesa di essere guardati ed imitati. A lei dicevo che l'enfasi era solo nel racconto e che invece il territorio ci riconosceva come professionisti allegri, ma seri, meticolosi, instancabili, persone vere, vive. Per lei una mappa vera, fatta di itinerari definiti era necessaria; ordinare, catalogare e classificare le cose era stato da sempre un metodo per far progredire la ricerca. Per Tania vi era il pericolo, che riguardava anche lei, che il nostro motore di ricerca risultasse incomprensibile. Le feci presente che con Annibale Elia, artista e linguista, fondatore del corso di Scienze della Comunicazione dell'Università di Salerno, discutevo spessissimo dell'attuale dibattito sui motori di ricerca in internet, e, proprio per questi motori, 69


territorio e mappa sono sinonimi; vi è il pericolo di chiudere tautologicamente ogni discorso, se non si hanno elementi aperti di costruzione di mappe di analisi. A mio avviso, anche per i suoi studi vi erano dibattiti in corso simili a quelli proposti da me e da Ugo per la costruzione della Città . La invitavo a guardare in internet alcuni motori di ricerca e, soprattutto, indagare sulle metodologie sulle quali questi sono costruiti. C'erano quelli tradizionali, come il notissimo Yahoo, costruito da redattori umani con indici sistematici di classificazioni ad albero, di ricerca deduttiva, ma tutto è in fermento. Vi sono motori di ricerca per termini, senza una preclassificazione automatica, con ricerca di nuovi spazi associativi, con output fatti di metafore esplorative. Le ricordavo del progetto di Casa del Filosofo a Monte S. Giacomo come similitudine. Proprio un sito affascinante come cybergeography.org utilizza metafore visive che aiutano ad interpretare le costellazioni di informazioni correlate. Noi avevamo chiesto a Iole di lavorare cercando di trovare una metodologia comunicativa per orientare l'immaginario dell'interlocutore, un motore nuovo per camminare nel Parco. Magari imitando il francese Kartoo.com, in grado di organizzare in una vera e propria mappa concettuale dei risultati trovati. E poi, Ugo, non era un concettuale utopico ed io un economista che aveva già tentato con successo associazioni tra immaginario creativo e utopia realizzabile? Tania sembrava infastidita, capii che bisognava andare incontro alle esigenze che lei voleva rappresentare. Camminare, ma farsi riconoscere; avvisare, prima di dire al territorio che bisognava accorgersi che era passato il progetto contemporaneo. Per Tania si riproponeva il dubbio di abbandonare i temi della sua ricerca se non fosse riuscita a alimentare fatti e metodologia a supporto dello svolgimento. Il Cilento era realmente adatto a sviluppare i suoi interessi? Tornammo a Velia come luogo di ripartenza.

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Ogni mappa ha un centro palpitante a cui arrivare o da cui fuggire

Dopo tante discussioni sembrava necessario il ritorno all'esperienza vissuta, con la consapevolezza che bisognava mettere in gioco il problema del territorio e dello spazio progettuale là dove essi hanno assunto forma, valore e riferimento, e cioè nella nostra mente, ma anche nel nostro corpo che può essere eletto come qualcosa che è il presupposto del linguaggio. Ognuno di noi vede che le opere fatte sul territorio dagli uomini e dalla natura hanno una possibile interpretazione; semplice o complessa che sia, essa può essere rapportata ai nostri bisogni individuali e collettivi, ambiente e paesaggio che sia. Il prof. Biagio Cillo trascorre le vacanze a Maratea, il luogo dove io ritrovo equilibri impensabili tra il fare e lo stare. Egli, docente di pianificazione del territorio alla Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, aveva ricevuto dal Parco l'incarico di analizzare i temi del paesaggio, in particolare con Gambino dovevano mettere in rete le unità di paesaggio, base di riferimento per i temi della pianificazione. Ricordando le raccomandazioni di Tania, ritornai a percorrere con umiltà l'incontro con le altre discipline, quelle che avevano prodotto studi di classificazione sulla qualità dei luoghi. Invitai perciò con piacere Biagio Cillo a percorrere con me e Domenico Guida la parte interna del Parco. Da Maratea raggiungemmo Sapri e per vie interne Rofrano, Pruno di Laurino e Laurino, centro importante per la qualità del centro storico e per la numerosità dei luoghi di rilevanza ambientale. Con Domenico dovevamo convincere il Sindaco ad emettere un'ordinanza di sgombero di un vecchio impianto di estrazione e lavorazione di materiale edilizio posto all'ingresso della valle di Pruno, un'area che attraversa tre comuni, Laurino Piaggine e Valle dell'Angelo, e che ha caratteri naturali ed insediativi da valorizzare e preservare. 71


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Il viaggio, fatto di soste e riflessioni in macchina, fu un continuo confronto sulle modalità interpretative della qualità ambientale e sulle attività da promuovere per lo sviluppo sostenibile, questo inteso come equilibrio dinamico tra evoluzione delle caratteristiche dei sistemi ecologici e forza dei progetti dell'uomo. Dalla conversazione uscì con forza, e lo disse Mimmo, che il Monte Cervati, il Monte più alto della Campania, alimentava ben 4 bacini idrografici del territorio del Parco, lasciando al Fiume Alento la libertà di essere protagonista della vita del quinto. Insediamenti e storia del territorio erano stati condizionati da sempre da questo dispensatore di vita. Eppure, nelle mappe di Cillo quel monte non figurava come centro possibile. Il paesaggio visivo teneva il Cervati nascosto, nonostante l'altezza; Ë il Monte Gelbison che svolgeva un ruolo simbolico di montagna del Parco, visibile da moltissime parti del Territorio, perfino da Capri e dalle Eolie. Questa asimmetria informativa sull'importanza dei paesaggi, rendeva evidente la mia simpatia per i motori di ricerca costruiti per temi. Interrogate due discipline, avevano messo al centro della loro mappa due luoghi diversi, centri simbolici di ispirazione di comportamenti. Non avevano costruito la stessa mappa per trovare un unico tesoro. Era evidente che per ognuno di loro il vero tesoro era la modalità con cui avevano costruito la propria mappa. Dovevo anch'io costruire la mia mappa e dare altre informazioni a Iole. Io ed Ugo non dovevamo lasciarla sola, non dovevamo più lasciare solo nessuno, altrimenti saremmo rimasti anche noi isolati. Dovevamo avere la capacità di attrarre tutti nel labirinto, far venire ad ognuno la voglia di costruire una mappa. Una carta dei luoghi cospicui e condivisi doveva essere costruita come metodologia che a sua colta diventa bussola di orientamento e costruzione di nuovi progetti. A Laurino, il sindaco sembrava interessato ad altro: l'ambiente, l'accoglienza di qualità, i laboratori di ricerca gli erano estranei. Eppure con Ugo, proprio a Laurino, eravamo stati riconosciuti dai giovani - Giuliana, Gianna e Antonio - che avevano interpretato magnificamente il progetto d'accoglienza, le Case dell'Arte, il Museo d'arte contemporanea nelle case dei privati. Artisti continuavano a rendersi disponibili insieme ai proprietari di case libere per dare alla Cooperativa Vesalo la possibilità di interpretare i temi dell'accoglienza da favola. Qualità del progetto ed esigenze contemporanee si erano fuse: due Antonio, tre Maria, Angelo, Vincenzo, Raffaela, Marilena, Anna ed Elena erano diventati protagonisti contemporanei. Probabilmente Tania aveva ragione, c'era un gap tra traiettorie tracciate dalle rondini e capacità di riconoscere i concetti legati a quei disegni strategici, a quelle forme.


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Il centro della mappa dovrebbe possedere la capacità di colmare il gap comunicativo del nostro progetto, ripetevo a Ugo ed a Iole, riuscire ad unificare, non come somma, ma come simbolo moltiplicativo l'insieme dei progetti possibili, quelli elaborati e quelli che il progetto doveva lasciare aperti. Ripetevo le parole di Tania: bisognava essere più umili, congiungersi a molti, diventare leadership del cambiamento desiderato, non imposto, aiutare il formarsi di nuove aspettative. Usare tassonomie più accessibili, dare a tutti il motore di ricerca adatto alle loro capacità. Tornando a Maratea, pur con il desiderio di andare da solo sulla secca di Acquafredda, mi feci accompagnare da amici storici, Armando, Lello, Pompeo. Non riuscii a concentrarmi, pensavo continuamente all'esperienza di quella mattina, notai che questo continuo entrare e uscire dalle discipline aveva aiutato tutti, un seminario di plectica ci aveva intrecciato senza confonderci. Biagio ascoltava Mimmo, ed io ambedue; poi Biagio rifletteva sulle difficoltà del geologo e dell'economista nel parlare alle istituzioni e alle persone, infine il geologo intuiva che le informazioni sui rischi dell'attività evolutiva del territorio, terremoti e dissesto idrogeologico, non venivano percepite come priorità dei luoghi. Gli insediamenti dei comuni erano stati sempre un compromesso tra fonti di vita e pericoli dell'abitare; è negli spazi di frattura geologica con alle spalle i boschi per il fuoco e a valle le aree da coltivare che l'uomo aveva scelto di vivere. Quanto lavoro da fare per unificare i temi, dare indicazioni sulle direzioni prioritarie, per far riconoscere tutti i colori della Città del Parco, città pensata, vissuta ma non ancora percepita come città formata ed esistente.

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PROGETTO MULTIDISCIPLINARE PER LO STUDIO DELLE POPOLAZIONI ISOLATE DEL PARCO NAZIONALE DEL CILENTO E VALLO DI DIANO

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Un canadese nel Parco

Anche il sindaco di Sanza, uno dei comuni più ricchi di risorse ambientali, visitava quei luoghi per la prima volta. Jim, medico e biologo, ricercatore dell'Università di Calgary, venne invitato a scoprire luoghi nuovi del Monte Cervati. Il sindaco ed il professore biologo familiarizzarono subito, mentre Nicola Di Novella, che si era offerto di accompagnarci come capo esploratore, continuava a chiedere di fermare il fuoristrada del sindaco per poter fotografare nuove emergenze botaniche, incontrate o ritrovate. La passeggiata, che durò molte ore, divenne densissima di significati simbolici e di spunti progettuali. Il professore canadese, nonostante fosse abituato a vedere bellezze naturali, non poté non esclamare: meraviglioso! Era rimasto folgorato dall'immagine dal basso di un inghiottitoio d'acqua, un afffunnatturo, come vengono chiamate le doline dai diversi abitanti del Monte Cervati, siano essi di Sanza, di Piaggine, di Sassano, di Monte S. Giacomo, di Laurino o Valle dell'Angelo. Questo rimanere incantati ed emozionati era già capitato durante il viaggio, ma questa volta le espressioni di meraviglia e di compiacimento riguardavano il gruppo all'unisono. Anche gli esperti del luogo sembravano riscoprire la Bellezza della natura, unitamente alla Forza, rappresentata da quell'enorme bocca provocata dall'acqua, dall'alto verso il basso. Questo stato di entusiasmo contaminò anche il sindaco: questo luogo ritrovato confermava la validità dell'opzione parco, nonostante le tante incomprensioni sulle cose da fare. La particolarità di questo afffunnatturo è dovuta al fatto che esso è accessibile dal basso. Per far defluire più facilmente le acque verso il fiume Bussento, gli abitanti del luogo hanno scavato una lunga galleria; dal bosco si penetra dentro il monte, guidati da un bagliore lontano. Il cammino nel buio viene vissuto con ansia, con emozione, come attesa del nuovo, poi si arriva al luogo dell'incanto: una spiaggia con vegetazione a larghe foglie, fiori grandi, evoluzione necessaria per la mancanza di sole e di luce. 75


La spiaggia di fiume nascosto tra le rocce ad indicare altre direzioni latenti, piccoli laghi della meditazione e del riflesso. Il continuo fotografare di Jim e Nicola diede la conferma che il luogo, così come era, poteva essere battezzato come orto botanico naturale delle piante in ambiente umido, con pareti rocciose altissime come catalogo geologico consultabile, ancora un segno della Certosa Esplosa e ritrovata. Pieni di entusiasmo, raggiungemmo la cima del Monte Cervati. In effetti la cima è un perimetro a forma irregolare, che disegna un otto coricato, un segno di infinito enorme, con le due bocche a forma di vulcano che per lunghi periodo dell’anno, sono piene di neve e diventano accumulatori temporanei di risorse idriche da dispensare all’intero territorio, in punti palesi - come i bacini idrografici - o nascosti, come le bolle d’acqua catturate da millenni per uso comunitario ed individuale. Nicola Di Novella e Mimmo Guida mi avevano sempre parlato della centralità di questo motore di vita, vera origine dei luoghi, come prima terra emersa, dove ancora vivono le betulle, nel luogo più a sud dell’Europa. Concettualmente, quel catino enorme mi apparve il centro della mappa della città possibile, il motore primario da riconoscere, il simbolo da cui erano discese le attività dell’uomo fino a valle. Nella discesa, gli uomini avevano perso la consapevolezza dell’importanza della fonte che aveva permesso l’accumulazione degli insediamenti e delle competenze, i saperi del bosco, dell’agricoltura, del vivere in comunità, delle prime città. Il paesaggio visivo era bellissimo, sebbene non esteso come dal monte Gelbison; per i geologi, pieno di significati evolutivi, forse, rappresentativi dell’intero Appennino, del Mediterraneo continentale. Approfittando dell’entusiasmo del Sindaco, Vittorio Esposito, potei avanzare la mia proposta: <<Sindaco, possiamo chiamare l’intero Cilento ad inaugurare la piazza della Città del Parco, la Piazza del Natale, insediarla qui, come centro storico del Parco e come centro simbolo del parco che verrà?>>. Contavo sulla disponibilità di Ugo e sulla possibilità che accettasse la mia proposta. Il sindaco disse di sì, ma Ugo?

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Percorsi di entrata e di uscita dalle discipline

Sembrava che Jorge Luis Borges ispirasse i nostri comportamenti: umorismo ed ironia accompagnavano il nostro giocare con serietà. Una sorta di saggia distanza, di consapevole interpretazione della missione di sviluppo, ci permetteva di uscire dai percorsi abituali. Le nostre proposte sembravano rondini in volo, eravamo stati capaci e lo continuiamo a fare, di cambiare continuamente direzione. Ad ogni incontro con il territorio lo sforzo di ricerca ci permetteva di pensare e dire ogni volta una cosa diversa, produrre diversità nei laboratori di animazione. Viveva l'invito continuo a sperimentare altre strade, uscire dalle singole discipline con semplicità, senza avere la paura di non poter rientrare. Accanto alla proposta adattiva e proprio per valutarne la rilevanza, doveva essere fatto uno sforzo di creatività capace di aprire scenari visibili per i luoghi e le persone. In realtà, era Ugo con la sua ossessione di creare ogni giorno un progetto contemporaneo ad ispirare l’economista, a facilitare il piano di animazione, la nascita dei laboratori sperimentali, la ricerca dei certosini contemporanei. Veniva esaltata la funzione di agente di sviluppo, cioè la capacità di collegare frammenti dispersi sul territorio per dargli valore e farli riconoscere dalla nuova base sociale protagonista del cambiamento. Nonostante la crisi teorica e pratica dell’originalità, continuavamo a dire, prima a noi stessi, che l’innovazione non era finita. <<La voglia di ricerca è in ogni persona, la discontinuità creativa è necessaria e può essere ritrovata>> diceva Ugo. <<Bisogna avere il coraggio di sperimentare, aprire i laboratori della mente e quelli territoriali, per riconoscere i segni nuovi, incoraggianti>> aggiungevo io. Il laboratorio come luogo dove si gioca con serietà, si prova a costruire un progetto possibile. L’apparente rifiuto del breve periodo e della visione produttivistica doveva essere vissuta come libertà di ri-lavorare sulle eredità senza adagiarsi sulle rendite che permangono nella memoria, rivitalizzando le esperienze, liberando energia dalla monotonia e dai fili avvolgenti dell’inerzia.

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Dopo mesi e mesi di percorsi nel labirinto di apprendimento emergevano dati assolutamente incoraggianti. Alla concezione dell’arte e dell’animazione progettuale implicita nella proposta di laboratorio iniziavano ad associarsi segni di reale comportamento innovativo, segni di efficacia dell’azione svolta, osservabili nei comportamenti sociali e nei laboratori aperti. I laboratori erano realmente in azione e presto sarebbe stato possibile metterli in rete, sarebbe emerso un piano d’azione strategico di sviluppo endogeno e sostenibile, aperto e universale. Il percorso del Museo Contemporaneo più esteso esistente aveva stimolato la nascita di nuovi bisogni, non prodotti dal mercato esistente. Essi chiedevano di essere soddisfatti facendo nascere nuove organizzazioni e nuove imprese. Accanto alle specializzazioni esistenti altri vantaggi competitivi potevano allargare la flessibilità del sistema locale di offerta di beni e servizi. Una lista lunghissima di applicazioni inattese all’inizio del nostro percorso emergevano con forza, annunciando la nascita, accanto alle attività tradizionali, di nuove attività che davano forza e credibilità al progetto di sviluppo sostenibile del territorio. A Roscigno, anche per iniziativa del Parco, nasceva l’ufficio “Progetto Roscigno”, un tentativo innovativo di formare un’unica identità progettuale raccordando le diverse attività sperimentali nate o rigenerate sul territorio. Le tradizioni contadine ed il Museo, l’area archeologica di Monte Pruno, Roscigno Vecchio come laboratorio infinito, il Museo Sacro della chiesa Parrocchiale, voluto dalla sensibilità del giovane parroco, don Fernando, si offrivano come complementarietà strategica alle tradizionali attività, proiettando il “paese dell’olio”, come si legge arrivando a Roscigno, in una dimensione di attrazione contemporanea inaspettata. Oggi il concetto di co-pianificazione è apparso all’orizzonte come processo all’orizzonte come processo collaborativo e concorrente. Studenti e ricercatori di tutto il mondo hanno già vissuto esperienze significative interpretando i temi del laboratorio sul paesaggio mediterraneo, quelli del restauro dei beni culturali, della ricerca archeologica come riqualificazione ambientale, della messa in sicurezza e del riuso dei vuoti. A Laurito, un convegno sui temi della rete ecologica rendeva visibile l’idea che un solo paese potesse attivare cento progetti, una volta liberate le energie latenti. Non era una provocazione comunicativa ma si dava conto che a partire dall’opera realizzata da Ugo, Fontana quando piove, si era consolidato il raccordo tra aspettative nuove e comportamenti innovativi, lasciando definitivamente cadere il condizionamento delle aspettative deboli, dell’essere fondamentalmente scoraggiati. Questa volta, quantomeno in un comune, era evidente che


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l’amministrazione ispirava comportamenti coraggiosi per aprire il territorio a diverse prospettive. A Laurino la cooperativa Vesalo ed il Comune ricevevano dall’Associazione dei giornalisti europei la Bandiera Europea, come riconoscimento che nella piccola comunità si era saputo concepire un progetto di accoglienza e di sviluppo realmente innovativo, capace di riconciliare consapevolezza e sostenibilità. Il Museo d’arte contemporanea nelle Case dei Privati interveniva come tentativo di ripartenza per una nuova identità del centro storico: artisti e ricercatori trovavano in quei spazi vuoti le motivazioni e le energie per far evolvere i loro progetti contemporanei. Parte delle loro energia depositata nei luoghi sparsi stava rigenerando il tessuto relazionale del paese. A Monte S. Giacomo e Sassano i temi della Casa del Filosofo si fondevano con le prospettive che il laboratorio de La valle delle Orchidee aveva aperto per l’intero Vallo di Diano; non a caso tutti i comuni esclusi chiedevano di far parte delle aree contigue del Parco. Così, come il comportamento del Comune di Vibonati - del sindaco, del vice sindaco e di un geologo marino: Vincenzo, Vincenzo e Vincenzo - istituendo il primo museo civico accanto a quello contemporaneo, rendevano credibile l’annuncio progettuale fatto da Ugo con il manifesto “Arrivano gli Olandesi”. Avevano convinto i comuni del golfo di Policastro - Sapri, Ispani, Torraca, Tortorella, S. Marina - ad abbandonare ogni resistenza ad aderire alla progettualità contemporanea legata ai temi ambientali; anch’essi nella Città del Parco. A Petina era possibile vivere i temi del laboratorio astronomico e le stelle apparivano tutte buone. Ancora, a Roscigno, la tenace Cristiane Garnero Morena istituiva un primo tentativo di laboratorio sul paesaggio con studenti dell’Ecole Méditerranée du Paysage et des Iardins di Grasse. In maniera autonoma e dal basso, un’aspettativa culturale, mentale, di appartenenza poteva generare una vasta area di programmazione che vedeva coinvolti oltre 95 comuni. Tutti nel labirinto di apprendimento come labirinto liberatorio, di ricerca, il territorio laboratorio di ricerca per tutti, in aiuto dei ricercatori umili, consapevoli della temporaneità delle certezze disciplinari. La Città del Parco possedeva un territorio vastissimo, fisico e mentale, ma bastava? Sembrava che ogni giorno potesse nascere un nuovo laboratorio vivo, spesso completamente inatteso. Mario Pirastu, pioniere in Italia e nel mondo della ricerca sugli Isolati Genetici (la ricerca genetica che cerca di utilizzare dati di ricerca raccolti su popolazioni che hanno vissuto lunghi periodi di isolamento) sarebbe venuto a presentare la sua ricerca a Napoli, all’Istituto Internazionale di 79


Genetica e Biofisica, dove lavoravano mia sorella Graziella Persico ed il direttore John Guardiola, a loro volta referees scientifici dell’istituto CNR di Sassari, dove Mario Pirastu porta avanti il suo progetto. Ero rimasto colpito dal titolo de “Il Venerdì di Repubblica” che, nel presentare il progetto di Pirastu aveva annunciato: “Isolato è bello”. Fu Facile pensare di coinvolgere Pirastu, Graziella e Guardiola e convincerli, durante una buona cena, che anche il Cilento poteva entrare nel loro progetto. Chiesi ad Andrea Salati, sindaco di Gioi, di aprire temporaneamente il convento ai nuovi certosini e di invitare giovani e amministratori. Mario e John trasferirono tutto il loro entusiasmo e le loro emozioni insieme alla necessità dell’impegno. La risposta non si fece attendere, il progetto sembrava fattibile: nove comuni potevano iniziare a candidarsi, Graziella prese la responsabilità scientifica ed operativa del Progetto. Dopo la verifica negli archivi storici del grado di endogamia, è stata superata la fase di fattibilità, è iniziato il progetto vivo. A Gioi e nei nove comuni è nato il Parco Genetico ed è iniziato il più esteso check collettivo, DNA e salute, una ricerca sulla conoscenza ampia, interdisciplinare, aperta. Nove Comuni – Gioi, Cannalonga, Campora, Moio, Orria, Monteforte, Magliano Vetere, Salento, Cardile - entrano nella storia contemporanea della ricerca genetica, oggi sono paesi noti in tutto il mondo, patrimonio mondiale riconosciuto dalla comunità scientifica. A poco a poco, il lavoro di ogni giorno si trasformerà in energia della consapevolezza; accanto al patrimonio genetico verrà riconosciuto quello storico, quello ambientale, quello dei saperi locali, mille colori emergeranno come catalogo delle possibilità. Oggi tutto è realizzato come processo avvenuto (vedi: www.igb.cnr.it/ itcilentoisolates), con prospettive e spin-off di progetto impensabili. Spesso la cultura moderna ha realizzato se stessa negando le tradizioni e i territori per ritualizzarli nei musei e nei mercati. Il primato della forma sulla funzione, l’eliminazione dell’illusione naturalistica del reale trovano a Gioi e in tutto il territorio del Parco genetico una riconciliazione. La stessa opera, simbolo e logo del progetto, lasciata crescere in un campo verde accanto ad un mulino dismesso, segnala l’importanza di arrivare tardi, cioè della capacità di capovolgere il messaggio in opportunità di arrivare tardi. Ugo protesterà; non è possibile che una sua opera assuma significati definibili, ma sono già percepibili le nuove emozioni che essa potrà dare nel suo legarsi temporaneamente ai temi della società contemporanea. 80


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Fontana quando piove 83


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Tania trova la casa per la sua ricerca

Si era consolidata l'idea, maturata durante i percorsi di ricerca, che qualsiasi approccio ai temi complessi dello sviluppo dovesse superare i limiti concettuali dell'approccio disciplinare. L'indisciplina, come capacità di rinnovare le metodologie uscendo dalla disciplina per incontrare le altre discipline: andare sul territorio rischiando di perdersi. Pur avvalendosi di strumenti e materiali elaborati nell'ambito di questa o quella disciplina, i nuovi certosini del parco, Nicola, Iole, Chistiane, Armando, Lello, Amedeo, Donatella, Angelo, Enzo, Pasquale, Giuliana, Angela, Giovanna, Francesco, Raffaele, ancora Nicola, ed Armando, Beniamino, Pierino, Andrea, Gerardo, Paolo, Carmine, Michele, Antonio, Corrado - sapevano guardarsi, non avevano paura di una trattazione transdisciplinare, di guardare, come fa Dioguardi nel suo ultimo libro, alla complessità come attualità, come caratteristica sempre più diffusa in tutte le manifestazioni della società contemporanea. Il laboratorio come luogo dove l'errore deve assumere valenza strategica con connotazioni positive e costruttive. <<Io sono alla ricerca dell'insuccesso>> proclamava continuamente Ugo <<come desiderio infinito di ricerca>>. Comunque, ad un certo punto la forza creativa deve disciplinarsi, diventare organizzazione sostenibile di attività socialmente riconosciute, ma senza mai sospendere la ricerca di nuovi certosini da far entrare in campo. Non si poteva chiedere a tutti gli abitanti della Città del Parco di diventare certosini, come non si poteva chiedere a tutti i ricercatori di diventare interdisciplinari; era necessario comunque tenere in vita i laboratori-ponte verso la contemporaneità. Ecco perché, dopo aver chiesto a Tania di cambiare continuamente il suo approccio alla ricerca, di considerare ogni ricerca definibile entro rapporti fra sistemi aperti, cioè pieni di energie rinnovabili, capaci di alimentare “rapporti 89


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di confine”, fui tollerante e ugualmente felice quando lei trovò la sua strada. Tania aveva bisogno di serenità, di sentirsi dentro una casa, una ricerca fatta di percorsi tangibili, semplici e rassicuranti, tracce da mettere in sequenza. Certo, la sua testolina romana era un frammento, e tutto il resto vuoto, ma poteva semplificare una partenza. Barba e pileo visibili, epoca storica definita, navi e luoghi di partenza definiti, il viaggio: erano tutti buoni indizi per costruire ipotesi di ricerca dentro metodologie consolidate, senza rinunciare a guardare altri aspetti ma senza per questo porsi dentro a problematiche vaste, senza la pretesa di voler riconoscere la sequenza di lavoro più adatta a rinnovare il rapporto sistema/ambiente a partire dall'archeologia. Questa sequenza poteva rimanere la mia ossessione, il mio problema non risolto; perché tutti avrebbero dovuto costruire una mappa per uscire dal labirinto? Velia ci attendeva con tutto il suo splendore, luci, profumi, turisti discreti, tutto invitava ad iniziare un storia semplice, di ricerca. Carla Antonella Fiammenghi, oggi scomparsa, ci accolse come accoglie quasi sempre tutti, sorridente e curiosa, disponibile ed attenta, non gelosa delle proprie ricerche e delle proprie conoscenze. Illustrò nuovamente i programmi di ricerca, l’impegno nazionale e regionale, comunicò le sue aspettative di allargamento delle ricerche ai siti minori, sembrava una certosina con la sua voglia di aprire diversi laboratori di ricerca. Tania cominciò a sentirsi dentro ipotesi più certe, campagne di scavi percepibili ed estese; espose le sue ipotesi e le metodologie in suo possesso, la speranza di metterle in campo riconoscendo frammenti ritrovabili nel Cilento, nei luoghi dove iniziavano campagne di scavi, dove, forse, era possibile scoprire indizi collegabili all’ipotesi di datazione fatta ad Heidelberg. La Fiammenghi usò molte cautele, non accennò ad ipotesi di successo, ma non poté non parlare di alcune sue ricerche. Durante la campagna di scavi relativi alla necropoli di S. Marco di Castellabate, i numerosi e piccoli chiodi di ferro rinvenuti in corrispondenza dei piedi di alcuni inumati potevano essere messi in relazione con calzature di tipo militare, rapportate alla presenza di un vero e proprio bacino portuale. Per la Fiammenghi il sito era una base militare, scalo di appoggio e di approvvigionamento della flotta reale. Il breve periodo di vita del sito viene datato intorno al II secolo d.C., cioè proprio nell’epoca ed all’apice della forza imperiale. Nel II secolo d. C. la flotta entra in crisi, prende direttrici diverse, il luogo viene dismesso, non per il pericolo di frane. La flotta insegue altre esigenze politiche, scompare dal luogo ed il luogo, come ambiente adatto ai


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progetti dell’uomo, scompare nella memoria dei posteri e riappare documentato solo nel Medioevo. Era possibile costruire ipotesi di individuazione di frammenti collegabili all’oggetto di riferimento e all’evento ricercato da Tania. La probabilità non era nulla, e poi c’era la possibilità di partecipare a nuove campagne di scavi; Tania si poteva riconciliare con un programma visibile che le garantiva un percorso di ricerca. Nonostante l’elevata probabilità di insuccesso, la ricerca aveva una sua ipotesi di partenza, un territorio definito, dei compagni di studio. Ero contento di quell’abitante nuovo della mia città, anche lei si era innamorata del Cilento e mi piaceva guardarla discutere insieme alla sua nuova amica, di come abitare il luogo, di come vivere bene quella esperienza. Mi allontanai per risalire la città, nella convinzione che avevo fatto bene a non accontentarmi della spiegazione del geologo e della sovrintendente sulla scomparsa di quella città: avevo nuovamente scoperto che era più importante la storia dell’uomo, dei suoi progetti. Arrivato a Porta Rosa al tramonto, tornai con la mente a Parmenide. Probabilmente, guardando quel sole ricadere sempre nello stesso punto, nonostante il trascorrere del tempo, risultava evidente fermare la conoscenza della realtà a solo ciò che è. L’impossibilità del cambiamento, del divenire, era per me inaccettabile come condizione mentale e visiva. Ferrero, un astronomo contemporaneo, usando le tecnologie moderne, si è preso la responsabilità di tornare indietro nel tempo ed ha fotografato al tramonto Il Tempio Maggiore a Velia. Il sole non tramonta allo stesso posto, la percezione della dimensione cosmica dell’uomo deve cambiare. La conoscenza è temporanea. Per me i laboratori esistevano: molti certosini in viaggio, le istituzioni in fermento, perfino in tv si parla continuamente della Città del Parco. Anche Ugo ed io cominciavamo a parlare di città ritrovata, della nostra città, parti della Certosa Esplosa, ritrovate come frammenti che annunciano il divenire. bisognava fissare una data di fondazione, un gesto simbolico di avvio andava realmente compiuto.

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La Piazza dei Flauti sulle pendici del Monte Cervati

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Nasce la Piazza dei Flauti, la piazza della Città del Parco

Il sindaco di Sanza, Vittorio Esposito, non riusciva a sentire l'ente Parco vicino. Non riusciva a capire perché, nonostante il suo territorio fosse il più esteso tra quelli dei comuni della comunità del Parco, la maggior parte delle iniziative e delle risorse venivano indirizzate su altri comuni, a suo parere, non meritevoli di attenzioni particolari. Un fondo di verità c'era nelle sue parole: era mancata un presa di coscienza dell'importanza per il Parco del Monte Cervati come bene naturale e culturale. Non si erano concentrate energie sufficienti affinché fosse riconosciuta la centralità di quel territorio rispetto ai temi della conservazione dell'equilibrio dei sistemi ecologici rilevanti del Parco. Il presidio ambientale a Sanza iniziava a far emergere i temi della rete ecologica, e questi mettevano in campo continuamente il Cervati come territorio da studiare e da valorizzare. Era stata organizzata una cooperativa per l’accoglienza; il presidente Angelo, e tutti gli altri, avevano amore per la montagna, ma non possedevano la coscienza della scala di valori ambientali sotto i loro occhi. Il sorprendersi di molti, come aveva fatto Jim per la bellezza della natura, non riusciva ad accumulare energie sufficienti a generare comportamenti innovativi delle istituzioni e degli abitanti. Il mare a trenta minuti di auto era visto come risorsa più adatta per conciliare problemi occupazionali e sviluppo. Avevo visitato il centro storico, le sue piazze vuote a partire da quella che nella parte più alta ospita la torre dell’orologio. Nel salire avevo notato, accanto ad una falegnameria, delle cataste di castagno stagionato ed un magnifico cane da caccia. Era stato proprio lui, che mi invitava ad accarezzarlo, a farmi fermare. Entrai con la certezza di trovare disponibilità, chiesi a Giuseppe, il titolare, se fosse disponibile a prelevare il Dio degli Animali: <<un trono in legno>> - precisai, da Teggiano a Sanza per depositarlo nella parte alta del centro storico. Inoltre, 93


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chiesi se ci sarebbe stata la possibilità di riprodurre altri troni per farli scolpire ad un artista. Giuseppe non ebbe esitazioni, era incuriosito, nonostante non fosse chiara la finalità del lavoro. <<Il Dio degli Animali dovrà annunciare al paese che a Sanza, un falegname, un artista ed un economista vogliono costruire un nuovo coro ligneo, contemporaneo, da poggiare sul Monte Cervati come segno di nascita della Città del Parco>>. Giuseppe si fidò dell’economista e si rese disponibile qualche ora dopo; avvertimmo il sindaco ed il Dio degli Animali stazionò per oltre tre mesi nel centro storico di Sanza. Alle persone che domandavano di questa presenza, Giseppe rispondeva che presto sarebbe arrivato un artista a scolpire altri troni, ed appena il progetto di piazza sarebbe diventato visibile, un luogo sul Monte Cervati avrebbe accolto la Piazza come simbolo di fondazione della nuova piazza contemporanea. Non la nuova piazza per Sanza, ma la piazza della Città estesa nel Parco, la città fatta di cento paesi e mille luoghi tutti in grado di ricevere energia da questo nuovo luogo, centro e fuoco d’acqua vitale. Una piazza contemporanea estemporanea, per far crescere la consapevolezza sulla città nuova. L’evento comunicato avrebbe ridato a Sanza quel ruolo rivendicato ma mai ottenuto per rivendicazione; quel riconoscimento che deriva dalla consapevolezza di molti, dalla crescita culturale necessaria al cambiamento. Per un intero inverno, Ugo raggiunse periodicamente la bottega di Giuseppe; suo padre Saverio, benché ammalato, ebbe una sorta di risveglio vedendo l’utilità ritrovata dei suoi vecchi attrezzi. Un po’ per necessità ed un po’ per amore, Ugo alternava strumenti moderni e strumenti antichi; troni angeli, troni animali, troni maschili e troni femminili riempirono la bottega di Giuseppe. Otto troni furono trasferiti nel bar centrale come messaggio di comunicazione del nuovo che stava per arrivare. Un nuovo salotto di legno scolpito faceva compagnia ai viandanti ed agli abitanti di Sanza che spesso finivano per annunciare, in modo inconsapevole, la necessità di possedere dei nuovi riti, una nuova piazza contemporanea accanto a quella usata quando in agosto, per la festa della Montagna, a piedi, si risale il monte per far sostare temporaneamente la madonna in cima al Monte, un pellegrinaggio secolare. La piazza cresceva nel centro storico ed il Monte Cervati sembrava più vicino; aumentava la consapevolezza del patrimonio in possesso del territorio. L’economista sperava nella nascita di nuovi comportamenti; ricordava le


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raccomandazioni: “l’importanza di arrivare tardi” doveva servire a credere nella possibilità di percorrere strade più difficili, dove l’animazione doveva persistere come strumento di rafforzamento della base sociale del cambiamento, come stimolo alla classe dirigente scoraggiata. Tutto andava per il meglio, la generosità del proprietario di una delle cave di Teggiano, un matematico divenuto artigiano delle pietre, consentì di completare le richieste di Ugo: i troni dovevano essere poggiati su lastre di pietra tagliata, la stessa pietra della Certosa di Padula, ricadute sul monte Cervati. Fummo raggiunti da Iole ed Antonio Leto, un amico che avrebbe messo tutta la sua bravura per documentare i gesti sperimentali dell’artista e l’impegno dell’economista orientato a seguire le prescrizioni di Hirshman: rimuovere gli ostacoli allo sviluppo, rimuoverli prima nella mente e nei comportamenti della gente. Iole ci seguiva come compagna di viaggio. Le mappe si stavano completando, i laboratori si erano moltiplicati nella mente e sul territorio, potevano essere messi in rete di apprendimento: per ognuno un possibile viaggio, questo avrebbe provocato un altro viaggio e così via. Tutto sembrava pronto per il gesto di fondazione. Angelo aveva programmato un concerto per chitarra e flauto; Giovanni, Enzo ed altri avevano simulato il percorso di accoglienza. Da diversi comuni del parco era previsto l’arrivo dei sindaci e dei cittadini, la piazza dei flauti stava diventando la piazza della città, dove confrontare i sogni, i desideri prima, e progettare il possibile percorso di domani. Finalmente la piazza della Certosa Esplosa nel parco poteva riunire i suoi certosini: ognuno avrebbe raccontato dei frammenti ritrovati, dei laboratori aperti, della nuova vita della Certosa. Una Certosa d’amore e non di potere poteva contrapporsi alla Certosa dei Sanseverino, monumento restaurato nel Vallo di Diano per accogliere i turisti del mondo. La nuova città, come Certosa contemporanea, non avrebbe avuto mura. I certosini e gli artisti, i filosofi ed i ricercatori, i viandanti e tutti gli altri non avrebbero dovuto avere una carta di riconoscimento per entrare. E così fu, la notizia della piazza si era diffusa, i troni e gli uomini risalirono il monte, percepirono che la nuova città da costruire avrebbe rifiutato i comportamenti facili, senza impegno. L’importanza di essere arrivati tardi richiedeva un maggior impegno per i laboratori del futuro. Il Sindaco di Sanza parlò alla gente e alla televisione. Alessandro, Fabio e Gaetano, curatori del servizio, capirono anch’essi che le difficoltà incontrate per salire con le attrezzature erano state ripagate dalla visione di un evento sociale ed ambientale di enorme valore culturale. 95


<<Non era stato facile capire, al principio della storia, il professore e l’artista. Essi ci hanno accompagnato per mano, facendo reagire la nostra mente. Oggi abbiamo capito qual è il cammino da fare per difendere il nostro patrimonio fatto di identità e diversità […]. Sul monte più alto della Campania, la nostra gioia, le nostre emozioni, i nostri incontri si sono trasformati in consapevolezza dell’azione>>. Le parole del sindaco mi sorprendevano e mi emozionavano, aggiungevano felicità alla felicità che percepivo leggendo negli occhi di Ugo, per la contentezza dell’utopia realizzata in fretta, prima dei tre anni che lui si era dato come termine per creare il contemporaneo in un territorio grande.

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Fasi preparatorie per la realizzazione della “Piazza del Flauti” - video visibile all’url: http://vimeo.com/30421698 Preparatory steps for the realization of the “Square of the Flutes” - the visible video url: http://vimeo.com/30421698


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Il Piano di Sviluppo del Parco corre in discesa

Iole era soddisfatta, i suoi appunti registravano una miriade di segni nuovi, la sua macchina fotografica aveva fotografato cento episodi significativi del cambiamento in atto. Ai mille gesti sperimentali dell'artista si erano aggiunti mille e mille gesti di altri artisti, geologi, geografi, storici, archeologi, naturalisti, ecologisti, biologi, veterinari, architetti, artigiani, volontari, casalinghe, operai e contadini. Sembrava che finalmente la condizione di mancanza di autonomia culturale, registrata da Levi nel suo libro troppo famoso e troppo poco letto, fosse definitivamente sparita. Pertanto la mappa di Iole, quella metropolitana mentale che attraversava in più direzioni il parco e molti altri paesi confinanti, poteva essere letta come grande area di programmazione dove i desideri ed i sogni non potevano più essere imposti dall'alto. Novantacinque e più comuni potevano esprimere esigenze di governance e di government capaci di fare uscire il territorio dall'arretratezza, disegnando scenari strategici condivisi e di sviluppo sostenibile. Il patrimonio naturalistico, paesaggistico e culturale in rete, e le nuove attività di ricerca in campo avrebbero definito bisogni nuovi da soddisfare con nuove attività del fare. Le mappe di Iole accompagnarono l’economista in tutte le presentazioni delle linee guide del piano, rendendo la definizione del progetto di sviluppo più evidente, più chiara. Diventava esplicito il tema della rete ecologica del Parco, come insieme di infrastrutture hard e soft da mettere in relazione sinergica, tutti i colori delle risorse disponibili. Le otto comunità montane organizzarono incontri e tutti i sindaci fecero propri i temi del piano, anche perché l’ingegnere Michele De Rosa, presidente della Commissione per il piano socio-economico, si prodigava come interfaccia esperta e rassicurante sulle prospettive di sviluppo. Tutto sembrava più facile dopo l’evento della Piazza dei Flauti. Quel simbolo aveva dato energia nuova al territorio.

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Era maturo il tempo perché il Presidente della Comunità del Parco convocasse tutti i sindaci in maniera formale, per approvare quel documento agile, oramai condiviso nei comportamenti sperimentali che l’economista e l’artista avevano provocato. Sembrava a tutti che fosse facile legare insieme i sogni annunciati; le misure previste e le risorse finanziarie appostate nel POR, che è il documento di programmazione regionale che mette in atto le politiche regionali di sviluppo europeo. Così l’approvazione all’unanimità del Piano socio economico non veniva percepita come atto necessario ma come capacità di una vasta area a sud di Salerno di esprimere autonomia progettuale. Anche per me e per Ugo quel giorno era doppiamente significativo, non solo erano stati creati luoghi simbolici del cambiamento ma era percepibile che la Certosa Esplosa era stata in parte già ritrovata per essere vissuta come città propria, con la vita vissuta come laboratorio vivo, di progettazione del futuro, laboratorio infinito di ricerca, laboratorio del mondo.

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Consapevolezza e sviluppo

Carlo Blasi e Mimmo Guida erano soddisfatti del loro lavoro, i sistemi ecologici del parco erano stati specificati con cura, emergevano tendenze e comportamenti virtuosi accanto a quelli che avevano portato all'abbassamento della qualità ambientale. Il Parco appariva sulle loro carte pieno di qualità da studiare, valorizzare e tutelare. Essi, inoltre, erano fiduciosi di poter leggere quelle informazioni insieme ai sindaci e concordare con essi i comportamenti coerenti con la nuova consapevolezza emersa, anche dagli studi. Risalire verso la Piazza della Città del Parco era, simbolicamente, anche il messaggio del Piano Territoriale di Blasi e Gambino. Il geologo e l'ecologista risalirono ancora fisicamente il monte Cervati; volevano mettere a punto la metodologia di intervento, avere le ultime informazioni sul campo per definire aree e processi evolutivi in atto. Anch'essi cercavano sul monte Cervati quelle certezze che la restituzione informatica delle informazioni del G.I.S non dava. Gabriele di Filippo, responsabile di mille progetti, aveva preceduto tutti con il suo entusiasmo, indirizzando le attività di gruppo di giovani ricercatori. L’economista li accompagnò, voleva vedere le condizioni della piazza dopo che la neve l’aveva nascosta e il sole restituita al paesaggio. Per l’ecologista non fu una sorpresa, e nemmeno per il geologo, che la forza della natura non avesse concesso tregua al pensiero ed al comportamento dell’uomo; quella pausa era stata fatale perché materiali e la piazza si disintegrassero. Il freddo ed il caldo avevano indebolito le strutture portanti in castagno. Bastò avvicinarsi al Dio degli Animali, che sembrava il più intatto, e toccarlo perché l’intero trono si dividesse in più parti fino a sgretolarsi nelle parti basse. L’intera piazza appariva come luogo archeologico, frammenti sparsi di un arcaico futuro. Sembrava anche quella piazza un luogo abbandonato e forse lo era stato, dato che in molti non avevano percepito l’importanza del tempo nel progetto della Natura. Non avevo il coraggio di trasmettere ad Ugo quelle informazioni. Ma non era stato lui ad insistere perché la piazza fosse esposta alle intemperie? Non era stato lui a godere del racconto di uno sciatore dilettante di Monte S. Giacomo che aveva visto il lento scomparire dei troni sotto gli oltre 99


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cinque metri di neve che quel catino accoglie durante l’inverno? Non era stato lui ad assecondare l’economista ed aggiungere bellezza artistica e concettuale in un luogo simbolico di rara bellezza? Ugo avrebbe gioito della mutazione della sua piazza. Non fu così, sebbene le sue teorie radicali avessero previsto questo evento e l’avesse desiderato in altre occasioni, la reazione di Ugo non fu di gioia, rimase sorpreso anch’egli dalla temporaneità del suo progetto temporaneo. Anch’egli, come me, aveva riposto nella consapevolezza emersa in quei giorni di euforia di fondazione della Città del Parco una eccessiva fiducia. Avevamo esagerato nella percezione del fenomeno senza essere in grado di misurare la risposta adeguata alla nuova situazione. Avevamo immaginato che durante la vita della piazza qualcuno avesse notato il lento disfacimento dei materiali adoperati, la non sostenibilità di quella proposta, comunicato agli ebanisti ed alla cooperativa che il vento aveva abbattuto i troni, o che qualcuno li avesse rialzati e messi a riparo nei locali destinati al ristoro. Chi doveva prendersi cura di quella piazza? L’artista che l’aveva immaginata e realizzata? L’economista che l’aveva voluta in quel luogo? Il sindaco ed il Parco che l’avevano adottata? Gli abitanti del luogo che l’avevano vista nascere? Gli abitanti della Città del Parco che l’hanno sentita come piazza ritrovata? Le istituzioni provinciali e regionali che aveva sempre parlato di risorse culturali da valorizzare senza avere consapevolezza istituzionali delle azioni da fare ogni giorno come istituzioni del cambiamento? In realtà la consapevolezza non è una sensazione, ma un comportamento, una tensione vitale, una condizione mentale che ci porta all’azione. Fiamma Pintacuda Petrilli si batte da anni per la salvaguardia dei beni ambientali, ha trasformato la sua consapevolezza dei valori ambientali in comportamenti coerenti, morali. Per prevenire i rischi di devastazione a cui veniva sottoposto il territorio del promontorio di Palinuro, con l’assenso dei due figli, ha deciso, diversi anni fa, di donare una larga fascia della sua proprietà al F.A.I. che in quanto ente morale, non avrebbe potuto esserne espropriato. Giustamente, oggi rivendica da tutte le istituzioni, FAI compreso, un comportamento coerente con la loro missione. La piazza in frantumi assumeva ogni giorno un significato diverso. Era il segno che il temporaneo contemporaneo doveva prevalere come metodologia moltiplicando l’impegno, un progetto così impegnativo di costruzione della città nuova doveva alimentarsi strategicamente sull’insuccesso delle azioni di sviluppo. Era la prescrizione dell’economista famoso, l’importanza di arrivare tardi significava la consapevolezza di non poter usufruire di soluzioni preconfezionate. Il progetto di sviluppo sostenibile doveva alimentarsi su un modello aperto che sapesse andare al di là del disordine, uscire dal labirinto senza la fretta della soluzione facile - il volo di Icaro insegnava. Ma c’era anche l’interpretazione pessimista: il territorio e le istituzioni non erano in grado di interpretare quella apparente consapevolezza.


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Sostenibilità sociale ed Istituzionale

<<Scopriamo dunque che il percorso di costruzione di quello che è l'obiettivo centrale dei prossimi decenni, lo sviluppo sostenibile, non ammette scorciatoie, ma porta con sé la promessa di un futuro migliore>>. Questa frase di Romano Prodi, che concludeva la sua introduzione al libro La valle delle Orchidee, forse non valeva per la nostra esperienza. Ugo ed io eravamo implicitamente colpevoli di aver fatto come Icaro, avevamo indicato uno stratagemma per uscire dal labirinto ed inoltre avevamo proposto a Iole di costruire una mappa capace di nascondere lo stratagemma per uscire dalla prigione perfetta. L'utopia della Città del Parco, un algoritmo circolare. Vi erano segni che lo stallo e l'interdizione istituzionale erano lo stato del sistema territoriale del Parco. Molti degli entusiasmi prodotti dall'approvazione del Piano si erano raffreddati quando la Regione ed il Governo di centro sinistra, ritardando, per mancanza di consapevolezza istituzionale, le nomine del Consiglio di Amministrazione del Parco, avevano finito per scoraggiare le azioni di integrazione territoriale. Come per la Piazza, in pochi mesi, progetti ambiziosi sembravano mostrare tutta la loro frammentarietà, venivano fuori le incapacità a costruire blocchi di società in azione. Prevalevano le politiche non istituzionali, si continuava ad incoraggiare le pratiche di appartenenza, le politiche dell'adesso. L’inverno che avrebbe coperto più volte la piazza avrebbe coperto simbolicamente anche tutto il territorio, senza presidente ed organi in azione. Il government del territorio non dava certezze che la piazza sarebbe stata ritrovata dopo l’inverno. E così fu ogni anno, dopo una nomina che dava fiducia, quella del Presidente Giuseppe Tarallo, sindaco di uno dei comuni del parco, il governo interviene pesantemente per rimescolare le carte, commissaria il Parco, senza un minimo di valutazione del cammino istituzionale e sociale fatto. Si riaffaccia il territorio diviso, frantumi di progetti dimenticati riemergono con i vecchi gruppi sociali a rivendicare la loro insostituibilità sociale. 101


I laboratori ancora aperti appaiono nuovamente isolati dal contesto sociale ed istituzionale diffuso; i certosini rimangano sparsi.

La Piazza dei Flauti e del Natale video disponibile allâ&#x20AC;&#x2122;url: www.vimeo.com/30421698 La Piazza dei Flauti e del Natale video available at: www.vimeo.com/30421698

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Dalla CittĂ del Parco ai Laboratori della CittĂ  del Quarto Paesaggio

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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

Seconda Parte

Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio A City of Region Park and the Laboratories of the fourth Landscape

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Premise

Plektos is the story of the construction of the strategic vision able to inspire the operational actions that led to the construction of the operational plan (plan socioeconomic of the park and Integrated Territorial Project) approved by the 80 municipalities of the territory of the National Park of Cilento and Vallo di Diano and Alburni. In financing Plan the Region and the Ministry of the Environment have also adopted selection criteria according to the political point of view of the territory. And this was a policy response to the formation of a new political subjectivity that even the institutional process of construction of a City into the vision of a macro-region and the formation of a model of local governance based on horizontal subsidiarity and on inter-institutional cooperation. The integrated project for the city was patchy fragmented funding projects ranging in scope: (Ecological Network of the Park, Integrated Project Certosa of Padula, PIT of Velia, PIT of Paestum, Pit Tourism held by the logic of funding to individual municipality and / or individual works). In this way it has been removed the hope or betting which also remained in camp for five years: the strategic planning process had to start processes of formation of new coalitions and new political-institutional social aggregations that give to the macro region the idea of belonging to a new city of city in which the word landscape was no longer perceived as non-city but on the mental and behavioural level belonged to a new urban contemporary.

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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

Premessa

Plektos è il racconto della costruzione della visione strategica capace di ispirare le azioni operative che hanno portato alla costruzione del piano operativo (Piano socioeconomico del parco e Progetto Integrato Territoriale) approvati dagli 80 comuni del Territorio del Parco Nazionale del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni. Nel Finanziare il Piano La Regione ed il Ministero dell’Ambiente hanno poi adottato criteri di selezione per appartenenza politica dei territorio. E’ stata questa una risposta della politica alla formazione di una nuova soggettività politica istituzionale che pure il processo “Città del Parco” aveva in sé, veniva di fatto proposta una visione di area vasta e la formazione di un modello di governance territoriale basato sulla sussidiarietà orizzontale e sulla cooperazione interistituzionale. Il Progetto integrato “Città del Parco” venne frammentato finanziando a macchia di leopardo progetti a respiro d’ambito: (Rete ecologica del Parco, Progetto integrato Certosa di Padula, PIT Velia, Pit Paestum, Pit Turismo tenevano dentro la logica di finanziamento a singoli comuni e/o singole opere). In tal modo si è allontanata la speranza o la scommessa che pure è restata in campo per un quinquennio : la pianificazione strategica messa in campo doveva avviare processi di formazione di nuove coalizioni politico-istituzionali e nuove aggregazioni sociali che dessero all’area vasta l’idea di appartenenza ad una nuova città di città in cui la parola paesaggio non fosse più percepito come noncittà ma che sul piano mentale e comportamentale appartenesse ad una nuova urbanità contemporanea, dove la soggettività della natura fosse riconosciuta anche in termini di efficacia di segni ecologici dalla città.

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The City into the vision of regional landscape and / or the City of the fourth Landscape

Thinking about the Park with reference to a large reserve of biosphere and declared heritage of the UNESCO simply in terms of landscape meant, from the beginning, to introduce an oxymoron important area related to the ability to combine the major paradigms that only apparently contained many contradictions: identity and development, identity and diversity, simplicity and complexity, past, present and future were endless cultural references for planning. Much of the theories about the landscape interpret it as intimately tied to the subjectivity and perception, and these theories overshadow many other aspects. The social constitution of the landscape and the artifacts that have contributed to the result are aspects not yet fully revealed. There is still a hidden issue of subjectivity of nature as an autonomous force not always subdued. But the vision of the Landscape implicit in the definition of the City of City entailed other needs: it was born as field of experiments able to convince a large number of actors (institutional and otherwise) to open a laboratory of ecology of mind that induced actions of recognizing of the potential visible and invisible, tangible and intangible, to broaden the range of opportunities. The term city was first incorporated as a concept belonging to the foundations where communities and behaviours referred to external values, rituals and, more important values of the interior of their dwelling. A city able to recognize the subjectivity of Nature, the route already done for millennia, to reposition the contemporary values and new lifestyles. 108


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La Città del Parco o La Città del quarto Paesaggio

Parlare di Città del Parco con riferimento ad un’area vasta, riserva di biosfera e patrimonio Unesco, in termini di paesaggio significava fin dal principio introdurre un ossimoro importante legato alla capacità del territorio di coniugare paradigmi importanti che solo in apparenza contenevano altrettanti ossimori: identità e sviluppo, identità e diversità, semplicità e complessità, passato-presente-futuro -infinito, sono stati i riferimenti culturali per la pianificazione. Buona parte delle teorie sul paesaggio interpretano il paesaggio come intimamente legato alla soggettività ed alla percezione e queste teorie mettono in ombra molti altri aspetti. La costituzione sociale del paesaggio e gli artefatti che hanno contribuito al risultato rimangono aspetti ancora non completamente rivelati. Rimane ancora nascosto il tema della soggettività della natura come forza autonoma e non sempre assoggettabile. Ma la visione del paesaggio implicita nella definizione di Città del Parco andava incontro ad altre esigenze: essa nasceva come campo di esperimenti capaci di convincere un numero consistenti di attori (istituzionali e non) ad aprire un laboratorio di ecologia della mente che contenesse azioni di riconoscimento sul potenziale visibile ed invisibili, tangibile e non tangibile, per allargare il campo delle opportunità. Il termine città veniva ripreso come concetto appartenete alle prime fondazioni dove le comunità e i comportamenti facevano riferimento a valori esterni, rituali e non, molto più importanti dei valori interni del loro abitare. Una città capace di riconoscere la soggettività della natura, percorso già fatto per millenni, per

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The inhabitants of the new City had to identify a new mental space where the cooperative model of Nature was adopted to maintain and transmit, innovation, the model of natural biodiversity, social and cultural. The urban construction of the extant countries had to do networking to recognize the priority value of existing networks and ecology made contemporary by international recognition in terms of common and higher goods. In fact, during the years of drafting and plan financing passion all the conditions of co-planning were conjugated with determination and: communication and participation, sharing, consultation and collaboration. For the reasons already introduced starting from funding the cooperative planning had critical stages up to give rise to phenomena of regression that have lost the National Park and the local institution credibility of their sewing and glue mend the phenomena of fragmentation and in any case have covered the entire national and international (Europe in the dominating financial crisis). For the planning of the landscape a strong enemy appeared on the horizon: the politics and the ruling class has not been able to show the right passion and improvisation has shocked both the vision of jazz that the exact schedule of music. Poetry, art and knowledge which also inspired the expansion of awareness had been put aside and it prevailed the fragmented vision (of now). The strategic governance emerged as a strong component of identity between 1997 and 2002 and had strengthened the idea that the term "City of Fourth landscape" as well as indicate the construction of a complex and widespread infrastructure was spreading the image that the institutions, the professions and residents as well as other collective actors are recognized in regulatory frames that can influence in a new way the land use. A vision of landscape emerged with force up to want to belong to a different and specific taxonomy to perceive both visually and scientifically that it was a great contemporary urban landscape (behaviors) and the sublime, where the great ecological function was also at your feet or donkey. 110


Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

riposizionare nel contemporaneo valori e nuovi stili di vita. Gli abitanti della Città del Parco dovevano riconoscersi in un nuovo spazio mentale dove il modello cooperativo e concorrente della Natura fosse sposato per mantenere e trasmettere, innovandolo, il modello di biodiversità naturale, sociale e culturale. La costruzione urbana per paesi doveva subire una evoluzione per reti fino a riconoscere il valore prioritario delle reti e dei servizi ecologici esistenti resi contemporanei dal riconoscimento internazionale in termini di beni comuni e superiori. Non a caso negli anni di riferimento di elaborazione e finanziamento del piano sono stati coniugati con determinazione e passione tutti i presupposti della copianificazione: comunicazione e partecipazione, condivisione, concertazione e collaborazione, fino al sogno che tutti concorressero al processo. Per le ragioni già introdotte a partire dal finanziamento ma soprattutto nella fase esecutiva la pianificazione collaborante e concorrente ha avuto fasi critiche fino a dar luogo a fenomeni di regressione che hanno fatto perdere al Parco Nazionale ed alle istituzioni locali la loro credibilità di collante per risorgenze e per ricucire i fenomeni di frammentazione che in ogni caso hanno riguardato l’intero territorio nazionale ed internazionale (Europa nella crisi finanziaria dominante). Per la pianificazione del paesaggio un nemico forte è apparso all’orizzonte: la politica e la classe dirigente di riferimento si è arrotolata su se stessa e non ha saputo mostrare la passione giusta nel momento giusto e l’improvvisazione maligna ha sconvolto sia la visione jazzistica che quella di musica esatta della pianificazione. La poesia, l’arte e la conoscenza che pure avevano ispirato l’espansione della consapevolezza sono state messe da parte ed è prevalsa la visione dell’adesso. La governance strategica apparsa come componente identitaria forte tra il 1997 ed il 2002 aveva rafforzato l’idea che il termine “Città del Parco”, oltre che indicare la costruzione di una infrastruttura complessa e diffusa, stava diffondendo l’immagine che le istituzioni, le professioni e gli abitanti oltre che altri attori 111


The cultural metaphors of the Valley of the Orchids, the Valley of the Donkey, the Valley of the Butterflies of Genetic Park, Valley of Biodiversity, the House of the Philosopher, the House of Pastor, Fountain when it rains, etc. .. were and are real places of perception of landscape architecture in the City Landscape Fourth. The word fourth landscape was born after a banquet (symposium with good food and good wine in Maratea) where J. Clement had to admit that after the Manifesto for the third landscape, the New City project, his Visual Design (subway of the mind, and research and development laboratories, see Annex) was also a manifesto of the new city in a new landscape within a scenario of macro region of the fourth landscape. The Manifesto of Third and Fourth Landscape can be inserted into the attempts of Landscape Architecture that the still brief history of this discipline has done and will do. The taxonomy not yet consolidated about the third and fourth landscape presupposes the idea that there is no city without a landscape and the landscape without city, finally overcoming the idea of a definition of landscape as the no-city. Drawing on this assumption, and distinguishing the definition of territory from that of environment and giving to the landscape an evaluative connotation on the interaction between land and environment is possible to conceive an economic policy for the city and the environments, giving raise to the experimental nature of a discipline in evolution: The architecture of the Landscape.

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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

collettivi si riconoscevano dentro cornici regolative capaci di influenzare in modo nuovo l’uso del suolo. Una visione di paesaggio emergeva con forza fino a voler appartenere ad una tassonomia diversa e specifica per far percepire sia visivamente che scientificamente che si trattava di un paesaggio a grande urbanità contemporanea (comportamenti) e a grande funzionalità ecologica, dove il sublime era anche a portata di piede o d’asino. Le metafore culturali della Valle delle Orchidee, della Valle degli Asini, della Valle delle Farfalle, del Parco Genetico, della Valle della Biodiversità, della Casa del Filosofo, della Casa del Pastore, di Fontana quando piove etc.. erano e sono luoghi reali di percezione dell’architettura del paesaggio presenti nella Città del Quarto Paesaggio, allora e per diversi anni percepita come Città del Parco. La dizione quarto paesaggio è nata dopo un convito (convegno con buon cibo e buon vino a Maratea) in cui Jilles Clement ha dovuto riconoscere che dopo il Manifesto per il Terzo Paesaggio, il progetto Città del Parco il suo design visivo (Metropolitana della mente e laboratori di ricerca e sviluppo, vedi allegato) fosse anch’esso un manifesto della nuova città dentro ad uno scenario di area vasta di quarto paesaggio. Il Manifesto del Terzo Paesaggio e quello del Quarto possono essere inseriti dentro i tentativi di architettura del paesaggio, la storia ancor breve di questa disciplina ha fatto e farà. La tassonomia non ancora consolidata di terzo e quarto paesaggio presuppone l’idea che non vi sia città senza paesaggio e paesaggio senza città, superando definitivamente l’idea di una definizione di paesaggio come non città. Su questo presupposto, e distinguendo la definizione di territorio da quella di ambiente, e dando inoltre al paesaggio un connotato valutativo sulla interazione tra territorio ed ambiente, è possibile concepire una politica economica per la città e per il paesaggio dando carattere sperimentale al rilancio di una disciplina in evoluzione: l’architettura del paesaggio.

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From the Utopia of the city of the fourth landscape to the maintenance and development of laboratories of the fourth landscape (city landscape weak schedule and happy)

The theory of architecture of the city and landscape should develop a more complex methodology to impose itself as the new discipline of the future. A new season must be opened through rethinking relationships NatureLandscape, Landscape - Land, Landscape - the environment, town-landscape, Landscape - City - eco regions, Macro regions and ecosystems, etc. and hence the possible redefinition of intervention techniques. It must be perceived that Jhon Dixon Hunt calls After Life, life after the end of the yard. Switching from a history of landscape architecture to a history of how the transformation of the world has seen leading architecture and planning, is still a story inaccurate. The history of built-up is not helpful without a wider evolutionary framework, the terminological confusion between landscape and nature, landscape and ecology of the landscape, and between landscape and territory, and finally between city and countryside makes it difficult to talk about the third or fourth city in the landscape. The tale is not a tale about the beauty of no-city, nor a hymn to that out of town, or yet another attempt to dissolve the dialectic between town and country, but the attempt to describe and tell a possibility that move away tourism as a priority objective for the benefit of a different type of tourism (tour of the third type of learning, adaptive and non-consumer) characterized by research and experiential learning, and able to excite and learn, in order to lead to a permanent settlement consistent with the idea of being able to live in the city of the fourth landscape and 114


Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

Dall’utopia della città del quarto paesaggio alla manutenzione e sviluppo dei laboratori della città del quarto paesaggio (pianificazione debole e felice)

La teoria dell’architettura della città e del paesaggio dovrà elaborare una metodologia più complessa ed articolare per segnalarsi come nuova disciplina del futuro. Una nuova stagione tra le pratiche costruttive deve essere inaugurata ripensando alle relazioni natura-paesaggio, paesaggio-territorio, paesaggio-ambiente, città -paesaggio, paesaggio-città – eco regioni, area vasta ed ecosistemi , etc e da qui ridefinire le possibili techne di intervento. Deve essere percepito ciò che Jhon Dixon Hunt chiama “afer life”, la vita dopo la fine del cantiere. Passare da una storia dell’architettura del paesaggio ad una storia di come la trasformazione del mondo ha visto protagonista l’architettura e la pianificazione, è ancora una storia imprecisa. La storia delle realizzazioni non è utile senza una cornice evolutiva più ampia, la confusione terminologia tra paesaggio e natura, paesaggio ed ecologia del paesaggio, e tra paesaggio e territorio, ed infine tra città e paesaggio rende difficile parlare di città del terzo o quarto paesaggio. Il racconto fatto non è un racconto sulla bellezza della non città, né un inno all’altro che è fuori dalla città, né l’ennesimo tentativo di sciogliere la dialettica città-campagna, ma è il tentativo di descrivere e raccontare una possibilità che allontana il turismo come obiettivo prioritario a vantaggio di un turismo (tour di apprendimento del terzo tipo, non adattivo e non di consumo) di ricerca ed esperienziale capace di provocare emozione ed apprendimento fino ad una stanzialità coerente con l’idea di poter vivere nella città del quarto paesaggio e di viaggiare nel nomadismo di apprendimento che i laboratori del quarto paesaggio 115


to travel in the nomadic learning, which the laboratories of the fourth landscape represent as a starting point for overcoming the contemporary crisis. A city of the fourth landscape has to be a utopia of inspiration for new patterns of thought and investment-oriented consumption, frugality and well being full of new common goods. The learning laboratories or research and development of the city of the fourth landscape are a common example of the possibility of maintaining the utopia of the desired city. Short and long networks of networks are mixed as a learning labyrinth introduce in Plektos as an art able of combining the past and future, reality and imagination, hard sciences and humanities, urbanity and nature, banquet and individuality, creativity and adaptation, to love and rivalry about the city as a place to know where to go to be able to leave, but always on the run ever to expand our inner cities. Barbara Rizzo, PhD and Professor of History at the Faculty of Landscape Architecture of Rome 1, in her essay â&#x20AC;&#x153;Construction of identity between knowledge and action - New Horizons in Landscape(Translated from Italian)â&#x20AC;?, edited by B. Cillo (Alinea 2008) - includes a piece by Thomas Bernhard, to introduce the concept of "being able to see" the landscape. The paragraph, in fact, in reiterating the link between history and landscape of a territory, comes out of the landscape conservation scheme, reiterating that the ability to read his story and what is happening to the landscape should, by implication, connect also to the ability to read the potential in terms of possible scenarios. In this vision, the eye includes a capacity, able to see again, so cognitive and strategic, where strategic means the awareness of the forces in the field of Nature and Man. This cognitive and strategic look is rarely present in the landscape planning. This is attributable to the existing planning models (strong or hierarchical planning), which are based on models of learning, or storage of information, now challenged by the growing failures of modernist planning, both in terms of effectiveness and efficiency. This new ability to acquire information, to make it penetrate into the practices 116


Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

offrono come spunto per uscire dalla crisi che viviamo oggi proponendo un nuovo modello di vita a sostenibilità profonda, contemporaneo ed innovativo. Una città del quarto paesaggio deve essere un’utopia di ispirazione per nuovi modelli di pensieri orientati all’investimento e non al consumo, alla parsimonia ed al benessere pieno di nuovi beni comuni. I laboratori di apprendimento o di ricerca e sviluppo della città del quarto paesaggio sono un esempio diffuso della possibilità di fare manutenzione all’utopia di città desiderata fino a viverla come rete di reti. Reti corte e reti lunghe si mischiano come labirinto di apprendimento ritornando a Plektòs come arte capace di intrecciare passato e futuro, immaginazione e realtà, scienze umane e scienze hard, urbanità e natura, convito e individualità, creatività ed adattamento, amore e rivalità fino a parlare di città come luogo dove saper andare a da dove saper partire, mai in fuga ma sempre per allargare la nostra città interna. Barbara Rizzo, dottore di Ricerca e Professore di Storia del Paesaggio alla Facoltà di Architettura di Roma Uno, nel suo saggio “Costruzione di identità tra conoscenza ed azione - in Nuovi orizzonti del paesaggio”, a cura di B. Cillo (Alinea 2008) - riprende un brano di Thomas Bernhard, per introdurre il concetto di “saper vedere” il paesaggio. Il brano, infatti, nel ribadire il legame tra storia di un territorio e paesaggio, esce fuori dallo schema di conservazione del paesaggio, ribadendo che la capacità di leggere la sua storia e quello che sta accadendo al paesaggio deve, implicitamente, connettersi anche alla capacità di leggere il potenziale in termini di possibili scenari. In questa visione, lo sguardo comprende una capacità, un saper vedere nuovo, in modo cognitivo e strategico, dove per strategico si intende la consapevolezza delle forze in campo, della natura e dell’uomo. Questo sguardo cognitivo strategico è raramente presente nella pianificazione territoriale e paesaggistica (e nella pianificazione in genere). Questo fatto è attribuibile ai modelli di pianificazione esistenti (pianificazione forte o gerarchica), che si basano su modelli di apprendimento, o di accumulo di informazioni, oramai messi in discussione dai crescenti insuccessi della pianificazione moderna, sia in termini di efficacia che di efficienza. Questa nuova capacità di acquisire informazioni, per farla penetrare nelle 117


of architecture and city planning, it needs experimental paths and learning laboratories that are not easily available, and the fragmentation processes of government and governance on issues of planning, hinders little experimentation on a large scale. It is to read the strengths and weaknesses of potential places to look long and short networks, whether natural or artificial. This ability is acquired through a breach of disciplinary models and hospitality experimental models of learning based on the deconstruction of existing languages: de-construct and re-construct enlarging the contribution of other disciplines, are the practices necessary to talk about the new schedule. The new model has in place, and on the same level, knowledge and emotions, visible and invisible, man and nature, then by establishing hierarchies only temporary to give feasibility to the process-project. The major claim concerns the questioning of the knowledge accumulated in the area and the claim that despite the maps of local knowledge, the latter is still not represented. The research on the invisible is becoming increasingly important and the animation on the themes of learning must accompany the planning process. Planning, in this vision is still "weak", ie, it moves in a complex space, non-linear. Believing in the planning weak means to acquire humility as a requirement for landscape construction, and this is also a good starting point. Being able to imagine a future investigation to acquire new knowledge, gain the necessary awareness, open laboratories of territorial animation, action planning to competitors actions are preliminary planning for intermediate products that can resemble the landscape (result) desired. Monitor results and test models of learning from error means correct or challenge the planning models used, so weak planning becomes fertile (happy) that is able to escape from the increasingly difficult due to the uncertainties of the processes.

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To see the invisible, the planner is used to see through the eyes of others, here we have a approach inspired to Bateson to the issue of planning, ecology of mind as a basic methodology. Open laboratories of change to see the invisible means to seek other points of view on the issues of making, with scientific research as a prerequisite, deep sustainability as a result, emotions and identity as a new perspective.


Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

pratiche dell’architettura e dell’urbanistica, ha bisogno di percorsi sperimentali e di laboratori di apprendimento non facilmente disponibili; la frammentazione dei processi di government e di governance sui temi della pianificazione, ostacola non poco la sperimentazione su ampia scala. Si tratta in generale, di leggere la forza e la debolezza dei luoghi guardando al potenziale di reti corte e lunghe, siano esse naturali o artificiali. Questa capacità si acquisisce attraverso una rottura dei modelli disciplinari ed un’accoglienza di modelli sperimentali di apprendimento basati sulla destrutturazione dei linguaggi esistenti: de-costruire e ri-costruire allargando il contributo delle altre discipline, sono le pratiche necessarie per parlare di nuova pianificazione. Il nuovo modello mette in campo, e sullo stesso piano, conoscenze ed emozioni, visibile ed invisibile, natura e uomo, stabilendo poi gerarchie solo temporanee per dare fattibilità al processo-progetto. L’affermazione principale riguarda la messa in discussione delle conoscenze accumulate sul territorio e l’affermazione che nonostante le mappe di conoscenza del territorio, quest’ultimo è sempre poco rappresentato. La ricerca sull’invisibile diventa sempre più importante e l’animazione sui temi dell’apprendimento deve accompagnare il processo di pianificazione. La pianificazione, in questa visione è sempre “debole”, cioè si muove in uno spazio complesso, non lineare. Credere nella pianificazione debole, significa acquisire umiltà come presupposto di costruzione del paesaggio, e questo è anche un buon punto di partenza. Saper immaginare un futuro, indagare per acquisire le nuove conoscenze, guadagnare la consapevolezza necessaria, aprire laboratori di animazione territoriale, fare azioni di pianificazione concorrenti, sono azioni preliminari per avere prodotti intermedi di pianificazione che possono assomigliare al paesaggio (risultato) desiderato. Monitorare i risultati e sperimentare modelli di apprendimento dall’errore, significa correggere o mettere in discussioni i modelli di pianificazione forti o deboli adoperati; in questo modo la pianificazione debole diventa fertile (felice), cioè capace di uscire sempre dalle difficoltà dovute alle incertezze dei processi. Per vedere l’invisibile, il pianificatore si abitua a vedere con gli occhi degli altri: ecco un approccio batesoniano al tema della pianificazione, l’ecologia della mente come metodologia di base. Aprire i laboratori del cambiamento per vedere l’invisibile, significa cercare altri punti di vista sui temi del fare, con la ricerca 119


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In this view, the area's identity is not a vision to be restored or new functions, but it is something to re-build as a new identity, linked to a desired process capable of meeting multiple objectives, first of all the ecological resilience of a land, nonsaleable good. In this sense, the new Nature's subjectivity enters strongly in planning and reasoning of this subjectivity adds value and meaning to weak planning. Not everything is predictable, nature has many degrees of freedom and the desired goal is unlikely. Then the landscape and the new city is history of the territory, but also a history of being that is a new ability to tell and connect processes. Identity and development must join together and become a reference paradigm to describe both terms. From recent history and the scientific findings it is clear that sustainable development in its canonical definition is no longer sufficient. Looking outward, toward developing deep (deep ecology as a reference), is a more scientific and moral behaviour. Morality refers to the introduction of a new rationality, more open, we instead of the self, (the subjectivity of the company, the family, institutions). Hope in weakness planning, as a condition of the landscape construction, is one way to proceed with the acquisition of knowledge required, earn degrees of awareness, open territorial animation workshops, carrying out actions of competitors planning. At the same time, this allows you to imagine and represent the potential construction of nature and man, which helps to foreshadow possible models of governance of open processes. In these new models of governance, the method of evaluation of results, always intermediate, plays a key role. This co-evolutionary process of imagining and cocreative, trying an intelligent co-planning that is able to reduce the asymmetries, once estimated that the accumulated chaos and fragmentation processes. The intersection of the likely economic objective, the likely target of planning, the likely target of social and deep ecology, will be introduced on behalf of the weights to balance policies. The contrast between strong and weak planning is not ideological, but also aims to search for points of contact. Not by chance is satisfied with the urban planning recognized by parts, regardless of the asymmetry induced in the systems of membership, weak planning, however, always trying to find a possible re-start. Consider the case of TAV and all cases of network planning (transportation services). Both the design and the implementation of have not been released by the sectorial approach, renouncing ex-ante at the possible economies of scope.


Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

scientifica come presupposto, la sostenibilità profonda come risultato, le emozioni e la nuova identità come prospettiva. In questa visione l’identità del territorio non è una visione da restaurare o da rifunzionalizzare, ma è qualcosa da ri-costruire come nuova identità, legata ad un processo desiderato capace di soddisfare una molteplicità di obiettivi, primo fra tutti quello di una resilienza ecologica del territorio, bene non alienabile. In questo senso la nuova soggettività della natura entra fortemente nel ragionamento di pianificazione e questa soggettività aggiunge valore e significato alla pianificazione debole. Non tutto è prevedibile, la natura ha molti gradi di libertà e l’obiettivo desiderato è improbabile. Allora il paesaggio e la nuova città da far nascere è storia del territorio, ma anche un farsi storia, cioè una nuova capacità di raccontare e raccordare processi. Identità e sviluppo devono coniugarsi insieme e diventare paradigma di riferimento per qualificare ambedue i termini. Dalla storia recente e dalle acquisizioni scientifiche è evidente che lo sviluppo sostenibile, nella sua definizione canonica, non basta più. Guardare oltre, verso lo sviluppo profondo (ecologia profonda come riferimento), è un atteggiamento più scientifico e morale. Per morale si intende l’introduzione di una nuova razionalità, più aperta, del we invece che del self; del noi piuttosto che dell’io (soggettività dell’impresa, della famiglia, delle istituzioni). Sperare nella pianificazione debole, come presupposto di costruzione del paesaggio, è un modo per procedere all’acquisizione delle conoscenze necessarie, guadagnare gradi di consapevolezza, aprire laboratori di animazione territoriale, realizzare azioni di pianificazione concorrenti. Nello stesso tempo, ciò consente di immaginare e rappresentare il potenziale costruttivo della natura e dell’uomo, che aiuta a prefigurare possibili modelli di governance dei processi aperti. In questi nuovi modelli di governance il metodo di valutazione dei risultati, sempre intermedi, gioca un ruolo chiave. Si tratta di immaginare processi coevolutivi e co-creativi, tentando una co-pianificazione intelligente, capace cioè di diminuire le asimmetrie, una volta valutato che i processi accumulano caos e frammentazione. L’intersezione tra il probabile obiettivo economico, il probabile obiettivo di pianificazione, il probabile obiettivo sociale e quello di ecologia profonda, darà conto dei pesi da introdurre per bilanciare le politiche. La contrapposizione tra pianificazione forte e debole non è ideologica, ma si prefigge di cercare anche i punti di contatto. Non a caso l’urbanistica riconosciuta si accontenta di pianificare per parti, senza preoccuparsi dell’asimmetria provocata nei sistemi di appartenenza, la pianificazione debole, invece, cerca di trovare sempre una possibile ri-partenza. Si pensi al caso della TAV e a tutti i casi di pianificazione 121


The following graph represents the model of learning in terms of adapting to a changing environment (in institutional terms), to show that the asymmetry between the project of man and project the nature is always inappropriate.

Changes in patterns of learning and planning

Fast

adaptive planning

Emergency planning (unhappy)

Conscious planning and happy

Fast

environmental changes and subjectivity of nature

Slow

Slow

In conclusion, the fragments of the city park are numerous and fertile and live a new era of planning in which the recognition is not institutional but works by networks of belonging and show also strong attempts of intersection (plektos) structuring and nurturing the hope of consolidating the likelihood of cognitive transformation of the territory. From the institutional and political project of the City of region park weakened 122


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delle reti (trasporto e servizi). Sia il disegno che l’attuazione non si sono liberati dell’approccio settoriale o di impianto, rinunciando ex-ante alle economie di scopo e a possibili coordinamenti a scala multipla. Nel grafico seguente viene rappresentato il modello di apprendimento in termini di adeguamento ai cambiamenti dell’ambiente (anche in termini istituzionali), per mostrare che l’asimmetria tra progetto della natura e progetto dell’uomo è sempre inopportuna. Veloci

Veloci

Cambia menti a mbie nt ali e s oggettivit à d ella n at ura

Lenti

Lenti

In conclusione, i frammenti della città del Parco sono numerosi e fertili e vivono una nuova stagione di pianificazione in cui il riconoscimento non è istituzionale ma per reti di appartenenza che però mostrano nuovamente tentativi forti di intersezione (plektòs) strutturando e alimentando la speranza di consolidare la probabilità della metamorfosi cognitiva del territorio. Più che altre parole, la documentazione dei laboratori in campo (vedi dvd allegato) da conto della validità del processo in campo, dei frammenti che l’idealaboratorio della Città del Parco ha lasciato sul territorio e che la società esistente 123


by historical events (in this context the murder of Vassallo is also a strong sign) it has to go through a strong process of restarting of laboratories social regeneration in order to achieve a new social organization able to create the hope unlikely: The City of the Fourth Landscape.

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Documentario sul Parco Genetico del Cilento e Vallo di Diano - visibile allâ&#x20AC;&#x2122;url: www.vimeo.com/30179326


Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

interpreta e vive come frammenti di appartenenza ad un paesaggio-città che ha ancora la natura come paradigma di riferimento. Dal progetto politico ed istituzionale di Città del Parco indebolito dagli accadimenti storici (di cui l’omicidio di Angelo Vassallo è anche un segno forte) si deve passare ad un processo di ripartenza forte dei laboratori di risorgenza e rigenerazione sociale fino ad immaginare che una nuova organizzazione sociale dia massa critica alla formazione di una nuova e più credibile speranza dell’improbabile: La Città del quarto Paesaggio.

Documentary on Genetic Park of Cilento and Vallo di Diano - visible to the url: www.vimeo.com/30179326

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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

La città del quarto paesaggio Comunità ovale di Ugo Marano LA CITTA’ DEL PARCO NASCE OVALE COME PURA ESPRESSIONE DEL PENSIERO CONTEMPORANEO VIVE DI MOLTEPLICI GESTI FONDANTI OGNI GIORNO UN BATTESIMO COMUNITARIO OGNI POCO UN CANTO SILENTE QUESTA CITTA’ AMICA DEI LINGUAGGI NON E’ FOTOGRAFABILE INSIEME OGNI ELEMENTO ANCHE SE SOLO ALITO E’ TUTTA LA CITTA’ questa teoria va trovata tra le montagne e le valli tra i boschi e le sorgenti Nascosta non si nasconde getta ponti germinativi tra la natura gli animali gli uomini prima città dove le cose cambiano per incanto non è tagliato albero senza pensiero recisa orchidea senza lacrime spostato sasso 127


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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

scacciato insetto LA CITTA’ ESISTE LA NATURA RESTA PROTAGONISTA RESA SOGGETTO DIVIENE FABBRICA DEL PARADISO GLI ANIMALI DESIDERATI RESTANO I FONDAMENTALI ABITANTI DELLA CITTA’ LA CITTA’ SI FA ARTE LA NATURA CITTA’ Gli animali e le persone sono un sol popolo cogli alberi i fiori le erbe gli insetti i vermi SEMBRANO RESPIRARE ARMONIA L’ECONOMISTA ESCE DALLO STUDIO E LAVORA IN NATURA NOVELLO IMPRESSIONISTA PROGETTA IN PIENA LUCE PER ILLUMINARSI E ACCENDERE IL TRAPEZIO D’OMBRA NEL LABIRINTO I SENTIERI SONO INFINITI LE STRADE RALLENTANO IL PENSIERO DI SOSTA CHE LE AUTOSTRADE ALLONTANA DALLE METE come lucciola attizza tutti i focolari cerca riconosce vorrebbe creare nuovi certosini per uno sviluppo morale del parco 24 CERTOSINI ma anche 360 PASTORI 720 AMANTI 1440 UOMINI NUOVI 2280 BAMBINI INNAMORATI 1 MILIARDO DI INSETTI D’AMORE 129


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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

città presente con fine e senza fine partorisce altre città ognuna a termine tre anni sette anni nate da menti diverse ma con un sol disegno amoroso un sol progetto morale solo il tempo contemporaneo concepite nel segno dell’arte della poesia della filosofia espressione rivoluzionaria del presente ricerca di linguaggio esistenziale sacro e di libertà espressiva individuale e collettiva scopre che il paradiso è sempre esistito bella notizia

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Tour di decodifica acustica dei luoghi sublimi del Quarto Paesaggio - video reperibile all’url: http://vimeo. com/29188222 Decoding acoustic tour of places of sublime “Fourth Landscape” video at the url: http://vimeo. com/29188222

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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

Indice Plektòs

p.5

Al posto di Annibale

p.7

Uscire dallo Stallo Plectica e Ricerca IL quark e il Giaguaro

p.9

p.11

p.13

Territorio, territorio territorio

p.15

Un’archeologa in auto

p.17

Scienze della terra ed Attività dell’uomo

p.19

Partire da Capriglia

p.21

A Copparo, Un’esperienza fondamentale

p.25

Riconquistare lo spazio

p.29

La lezione della Valle delle orchidee

p.31

Il Museo d'arte contemporanea più esteso esiste

p.33

L’importanza di arrivare tardi

p.35

Nuovamente in viaggio con Tania Il Dio degli animali

p.37 p.39

Roscigo & Roscigno, un paese ritrova il tempo

p.43

Il processo giusto

p.45

Un compromesso necessario per la comunicazione del progetto

p.49

Fasano ci riconosce

p.51 133


Indice Cilento immobile, Cilento moterno Iole e le mappe

p.61 p.65

Difficile fissare la via delle rondini

p.69

Ogni mappa ha un centro palpitante a cui arrivare o da cui fuggire

p.71

Un canadese nel Parco

p.75

Percorsi di entrata e di uscita dalle discipline

p.77

Tania ritrova la casa per la sua ricerca

p.89

Nasce la Piazza dei flauti

p.93

Il piano di sviluppo corre in discesa

p.97

Consapevolezza e sviluppo

p.99

Sostenibilità sociale ed istituzionale

p.101

Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

p.105

Premessa

La Città del Parco o la Città del Quarto Paesaggio

p.107

p.109

Dall’utopia della Città del quarto paesaggio alla manutenzione e sviluppo dei laboratori della Città del Quarto p.115 paesaggio

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Dalla CittĂ del Parco ai Laboratori della CittĂ  del Quarto Paesaggio

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Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio  

Dalla Città del Parco ai Laboratori della Città del Quarto Paesaggio

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