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GENESIS

Un percorso spirituale

a cura di

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Un particolare ringraziamento per la realizzazione dell’evento a Noemi Alocchi, Silvano Olmi e a Giulia Clemente per la ricerca.


GENESIS

Un percorso spirituale Chiesa Santa Maria in Castello 19 dicembre 2010 - 6 gennaio 2011 Tarquinia

6 Catalogo a cura di: Paolo Levi Coordinamento evento: Noemi Alocchi Ufficio stampa: Elede - Silvano Olmi - Francesca Bogliolo

Con il contributo di:

Con il patrocinio di:


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ive nel profondo di ciascuno di noi, come passione sopita si ridesta davanti al bello riaprendo al sogno più puro ed ingenuo. L’arte quella vera quella di tutti, sa emozionare senza mediazione, priva di filtri. È sensazione interiore, è fibrillazione del cuore, non indotta ma immediata. Il movimento Arcaista regala alla Città di Tarquinia una mostra che è suggestione, un percorso nell’anima dell’umanità, nello sguardo ineluttabile del mondo. Ancora una volta Tarquinia rivive, in maniera nuova e straordinaria, i fasti dell’epopea etrusca tornando ad essere il fulcro della cultura occidentale. Fuori da schemi precostituiti si apre al mediterraneo illuminando il panorama culturale nazionale. Una scommessa che parla alle nuove generazioni partendo dal passato, trascinandole nel futuro, che fa della cultura veicolo straordinario per vivere un presente complesso e dare nuova speranza davanti agli aridi tempi presenti. Un cuore pulsante batterà nella chiesa di Santa Maria in Castello, arrivando alla coscienza di ciascun uomo, regalando per un giorno un viaggio nel tempo, un tuffo nel proprio passato. Solo così potremo avere la consapevolezza del nostro destino, aprendo il nostro sguardo al mondo, osservandolo con occhi diversi, più consapevoli, sciolti dalla banalità ed intrisi di bello. Alessandro Antonelli Presidente Università Agraria di Tarquinia

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avanti alle opere dell’esposizione Genesis si ha la conferma di come l’amore per la cultura sia un sentimento capace di attraversare indenne i secoli per comunicare ancora con la nostra quotidianità attraverso il sentimento emotivo. La fiducia nell’arte e nella sua capacità di comunicare appartiene a questi artisti così come a questo territorio, che con il suo ricco patrimonio archeologico testimonia l’importanza acquisita dall’Etruria come crocevia tra le culture del Mediterraneo. La Banca della Tuscia ha voluto sostenere con entusiasmo l’iniziativa, tesa a presentare per la prima volta al pubblico la storia spirituale dell’uomo e a proporre nello stesso tempo una visione artistica che induce a considerare la bellezza unico viatico possibile per la salvezza del mondo. Siamo lieti di appoggiare questa esposizione, certi del contributo che essa potrà apportare alla riscoperta di un territorio dalle antiche radici e all’approfondimento di un importante percorso artistico. Pietro Mencarini Presidente Banca della Tuscia - Credito Cooperativo


Premessa

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onsidero la fiducia una virtù attiva. La stessa che ci consente di avanzare lungo il cammino, sicuri di procedere nella direzione giusta. Necessario è credere che alla fine del tunnel appaia la luce e, ancor più importante, è farlo con entusiasmo. Questa parola che deriva dal greco, En Theos, significa “fede in Dio”; ed io l’ho scelta come anello di congiunzione del tema Genesis. Campiture, cromatismi, volumi, esprimono la personalità di ogni artista sottolineandone anche la volontà di lasciarvi un segno di cultura nuova attingendo dalle origini, dalle radici, l’imprinting espressivo che firma l’Arte. Genesis, o un flusso di energia inarrestabile, un guizzo positivo che libera la creatività che ci appare in questo evento di altissima qualità cromatica, raffinatezza e ricerca di meditazione del tema. Messaggio da megafonare e irradiare; analisi che individua quella cifra lirica di ognuno degli artisti, atta a costruire l’universo vivo dell’immaginario, o del reale, e che consente di riscoprire, mettendo a nudo le nostre radici, quel progetto culturale che risulta denominatore comune dell’evento-capolavoro nella sua unicità, Genesis. Noi, guardiamolo col cuore. “Se sappiamo ascoltare, Dio ci parla nella nostra lingua, qualunque essa sia...” - Mahatma Gandhi Katia Princi Menniti Giornalista e scrittrice

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IL PERCORSO GIUDAICO-CRISTIANO PER LA LIBERAZIONE DALL’IDOLATRIA

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Alcuni pensieri sono preghiere. Ci sono momenti in cui, qualunque sia l’atteggiamento del corpo, l’anima è inginocchiata. - Victor Hugo -

La mancanza di valori e un’inarrestabile condizione di decadenza che oggi funestano l’Occidente, e non solo, fanno pensare che in un futuro prossimo si possa assistere a qualcosa di assai vicino a ciò che viene denominato Apocalisse. Che cosa sta accadendo al genere umano? La risposta a questa domanda è probabilmente da ricercare nella ripetuta disubbidienza


degli uomini alla bidienza che non co n t r o l ’ u m a nità

Legge divina, disubpuò che ritorcersi stessa.

A partire dal primo giorno della Creazione, il cammino dell’uomo è sempre stato accidentato, a causa della sua incapacità di seguire semplicemente e con umiltà i Dieci Comandamenti, principi fondamentali per condurre una vita equilibrata e spiritualmente ricca di significato. Uno fra tutti è quello che recita Non farti immagine alcuna che rappresenta il divieto, nella tradizione ebraica, all’idolatria. Nell’Antico Testamento, il vitello d’oro rappresenta il pericolo dell’idolatria che conduce l’uomo a chiamare Dio ciò che Dio non è. La distruzione dell’idolo testimonia l’instaurarsi presso la popolazione giudaica di un culto monoteista, lontano dal paganesimo delle civiltà circostanti, quali quella egiziana e quella mesopotamica, che, nonostante la loro nobiltà e cultura, continuavano a rivolgere la propria adorazione a una miriade di simboli prodotti dall’uomo e sempre dall’uomo divinizzati. Il Dio degli Ebrei è sempre stato uno splendido messaggero

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di giustizia, che attraverso molti importanti profeti ha guidato, sia dal punto di vista spirituale che nella concretezza del quotidiano, il popolo ebraico, per il quale il concetto di responsabilità è divenuto il fondamento del proprio codice morale. Qualcosa di importante muterà con la venuta di Yoshua di Nazareth, ebreo di origine essena che pone l’amore al centro del suo messaggio. Giustizia e amore non sono disgiunti se come amore intendiamo un sentimento di equità e di compassione, presupposti che rappresentano la più alta forma di rispetto verso se stessi e il prossimo. Nella sua vita terrena, Gesù amplia la portata di questo concetto portando un messaggio di amore universale che trascende il dato di nazione e di popolo. Gli Ebrei non riconosceranno in Gesù il Messia, determinando la grande scissione all’interno del popolo ebraico, avviata dagli apostoli e da Paolo di Tarso. A loro si deve la forza e la chiarificazione del messaggio di Cristo, termine tradotto dal greco che significa “unto” (in ebraico Masciah).


L’evento espositivo Genesis si propone di mettere in risalto non quello che divide il mondo ebraico da quello cristiano, bensì ciò che li unisce in modo indissolubile: il riconoscersi in un unico Dio, il cui nome non deve essere pronunciato dagli Ebrei e in un certo senso nemmeno dai cristiani, che si rivolgono a lui usando appellativi quali Signore, Creatore, Benedetto, o ancora Dio, dal greco theós (dio), ma mai ricorrendo al vero nome ebraico di Dio, che nella liturgia cristiana non esiste. Genesis traccia un percorso che si apre con il primo versetto del testo biblico Genesi e si conclude con una scultura in bronzo, una figura rivolta al cielo, in atteggiamento di preghiera. L’evento è teatrale, scenografico e di certo non blasfemo. È la traduzione plastica di un messaggio d’amore in chiave giudaico-cristiana, è ghènesis rispetto all’idolatria e alla fine del paganesimo. Per altro, avverte anche come l’umanità continui a vivere in mezzo ad altri nuovi culti idolatri, quello dell’apparenza a scapito dell’essenza, che è causa della povertà morale e spirituale che caratterizza il nostro contemporaneo.

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Ognuno degli artisti coinvolti nella mostra dona il suo contributo nel raccontare la lotta co n t r o i s i m b o li pagani. Ogni opera rappresenta il tassello di un mosaico, che certamente guarda al passato, ma che non fa di questo un alibi per sostenere che con la venuta del cristianesimo la distruzione dell’idolatria greco-romana sia stata definitivamente debellata. Esse mostrano invece come l’idolatria abbia semplicemente cambiato forma, continuando con un’abile metamorfosi a sedurre l’uomo con nuovi vitelli d’oro e torri di Babele, allontanandolo dal divino e dalla possibilità di vivere un’esistenza appagante e sostenuta dalla forza dello spirito, che non ha bisogno di artifici materiali per trovare risposte alle domande sulla condizione umana. Il Gesù rappresentato tra i contadini abruzzesi abita in ogni uomo che spera in un mondo migliore e si impegna per realizzarlo, tendendo verso ciò che per i Cristiani è la Salvezza, e per gli Ebrei è una Giustizia senza compromessi.


Ăˆ doveroso dedicare a ogni artista una scheda esemplificativa, come didascalia del mosaico vis i v o c r e a t o d a Genesis, evento espositivo che solo in apparenza guarda al passato, ma che in veritĂ  vuole annunciare come la distruzione degli idoli sia una lotta ancora attuale, da perseguire tramite l’azione degli uomini saggi e giusti, in esemplare contrasto con coloro che non hanno imparato nulla dalla storia.

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IL PERCORSO ESPOSITIVO Valentina Carrera, Il Caos Primigenio Claudio Nicoli, La Torre Di Babele Massimo Stefani, Etruria Pagana Angelo Di Tommaso, Grecia Pagana Gastone Costantini, La Pasqua Di Gesù Ciro Palumbo, La Distruzione Degli Idoli Giancarlo Gottardi, La Preghiera Verso L’alto

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Valentina Carrera vive e lavora a Milano, dove è c o d i r e t t r i c e d e l la Galleria Zamenhof. Diplomatasi in scenografia con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Brera nel 1998, ha successivamente seguito un corso di Iconografia e Teologia presso l’Università ortodossa di Mosca “Ioanna Bogoslova”. Lo studio dell’iconografia russo-bizantina ha influenzato profondamente la sua ricerca artistica, orientatasi verso analoghi aspetti formali e simbolici. Artista poliedrica, si è in seguito specializzata in fotografia per la moda alla scuola “R.Bauer” di Milano, ed è stata illustratrice di alcuni volumi per bambini. Direttrice di spazi espositivi, si è dedicata all’organizzazione e curatela di mostre d’arte contemporanea. Sue opere sono in permanenza presso “Atelier Chagall” di Milano, “Galleria Zamenhof” di Milano, “Ariele” di Torino e “GrecoArte” di Fucecchio (FI). Valentina Carrera si muove sul terreno dell’Informale facendo interloquire masse cromatiche dense e vibranti con incisivi passi della letteratura ebraica sacra come in Bereshit (In principio), un impianto segnico che descrive il mistero della creazione. L’artista lavora affiancando le campiture secondo un susseguirsi dinamico, scandito in maniera quasi geometrica. La tecnica mista le permette di creare spessori e stratificazioni sul supporto, che nel loro evolversi plastico sembrano dare voce alla materia, veicolata tramite il ricorso a cromatismi accesi, con forti contrasti tra bianco e nero, uniti a un rosso sanguigno e a preziosi bagliori dorati. Carrera accompagna l’osservatore alla riscoperta della propria origine, una sintesi di caos, potenza creatrice e ordine divino, liberando dalla superficie pittorica una potenza primigenia sapientemente contenuta nell’equilibrio compositivo, in una ricerca non solo salvifica ma anche estetica.

VALENTINA CARRERA


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POESIA ISRAELIANA tecnica mista su tela - 80x80 cm A fianco: OTZ CHIIM tecnica mista su tela - 80x80 cm


Elia Bereshit – Bereshit bara Elohim et hashamayim ve’et ha’arets In principio – Bereshit – In principio il Signore creò il cielo e la terra il tutto non era altro che Lui stesso una calma infinita oltre ogni fantasia pura idea pura bellezza oscurità fatta di luce viva finché Lui perfezionò una volontà infiniti progetti in un unico progetto vero amore vero splendore respiro vitale di generazione

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fuoco della parola creatrice che si svela fuoco dell’oro materia della divina corona, inconsunta scioglientisi in pioggia inestinguibile nutrimento della Vita. Bereshit – puro fuoco – Fuoco di principio – Bereshit. diffusa sulle pagine di ogni storia nella completa attuazione della Vita. Bereshit – puro fuoco – Fuoco di principio – Bereshit. Inesauribile fuoco brucia nella fornace terribile contenitore del giudizio finale sin dal primo atto creativo concepita per la purificazione del grande giorno.

Bereshit – Bereshit bara Elohim et hashamayim ve’et ha’arets In principio – Bereshit – In principio il Signore creò il cielo e la terra

Inizio e fine sono presenti coincidenti gloria incisa su perfetta pergamena dal becco di milioni di fieri corvi neri il petto ferito per ricavarne rossa tinta.

Verità dalla prima semplice azione nel definire la priorità del contrasto cielo e terra alto e basso vero spirito e vera materia

Impenetrabili rimangono alcuni sensi per l’ingegno di molti giovani innocenti che senza una lunga pratica col sangue non possono godere della struttura totale.

con la Sua parola Lui diede l’impulso cominciando a modellare l’universo parte di Sé ma fuori da Sé punto infinito nell’infinito

In principio e alla fine Esh – Fuoco Anello nuziale di vorticosa passione nell’unione mistica di intendimenti.

Bereshit – puro fuoco – Esh Fuoco di principio – Bereshit In principio – Esh – Bereshit – In principio il Signore creò Esh – Fuoco – Esh Risplende il fuoco sul rotolo della Torah

In principio e alla fine Esh – Fuoco Bianche gentili ali d’angelo benigno nel conforto ultimo di resurrezione. In principio e alla fine Esh – Fuoco Lingue di luce sul tavolo al tramonto per lo studio, preparazione attesa.

Poesia tratta dal testo ‘Bereshit’ di Alessandro Baito, (prima ed. aprile 2010, Cologno Monzese –MI)


EROTICO ISRAELIANO tecnica mista su tela - 80x80 cm

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ARCAICO tecnica mista su tela - 80x80 cm


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GENESI tecnica mista su tela 100x150 cm


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Claudio Nicoli nasce a Torino nel 1959. Inizia a coltivare la passione per l’arte fin dalla giovane età, assecondando l’inclinazione per il disegno. La qualità della sua produzione artistica gli frutta fin dai primi anni numerosi riconoscimenti. Vince svariati premi continuando a perfezionare la propria capacità espressiva. Successivamente orienta gli studi verso un mondo che lo affascina, quello pubblicitario. Inizia la carriera in una media agenzia, vince concorsi a livello nazionale e internazionale. Pochi anni dopo approda nell’agenzia di pubblicità Armando Testa, dove tuttora lavora come art director senza tralasciare la passione per l’arte.

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Con Torre di Babele, Claudio Nicoli imprime sulla tela il simbolo dell’arroganza umana per eccellenza: la torre si staglia nella sua emblematica imponenza, svettando contro un cielo scuro, forse simbolo del buio che abita l’anima di coloro che decidono di sfidare il divino. L’artista lavora unendo realismo e simbolismo in una efficace sintesi espressiva. Pigmenti cupi colorano il mondo terreno, mentre la luce è riservata al regno celeste, dove screzia i profili delle nubi, che sovrastano la costruzione, o viene a manifestarsi nella forza di un fendente luminoso che lacera la torre. L’opera di Nicoli pone l’accento sulla fragilità dell’edificio e sull’inutilità della sua accurata progettazione, in quanto il delirio di onnipotenza umano, che ha portato alla sua costruzione, conteneva già in sè i germi della sua prossima rovina e del destino dell’umanità condannata ala confusione delle lingue e all’incomunicabilità.

CLAUDIO NICOLI


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PESCE ASTEMIO acrilico su tela - 100x100 cm A fianco: VITA SPEZZATA olio su tela - 70x50 cm


[1] Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. [2] Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. [3] Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone serví loro da pietra e il bitume da cemento. [4] Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra».

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[5] Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. [6] Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo é l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. [7] Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano piú l’uno la lingua dell’altro». [8] Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. [9] Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. ‘La torre di Babele’ tratto dalla Bibbia di Gerusalemme, Genesi 11,1-9 (ed. EDB Bologna, 1995)


L’ULTIMO SOSPIRO acrilico su tela - 70x50 cm

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LIBERI acrilico su tela - 50x70 cm


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TORRE DI BABELE olio su tela 150x100 cm


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Massimo Stefani nasce nel 1964 a Tarquinia, città di origine Etrusca oggi riconosciuta patrimonio mondiale dall’Unesco. Nella sua pittura su pietra, l’artista si ispira al passato nobile della sua terra, avvicinandosi con rispetto ad un’antica iconografia, che richiama quella dell’antica Grecia. La sua ricerca artistica rivela una natura eclettica, che gli permette di raggiungere ragguardevoli risultati in ambiti culturali differenti. Autore di testi critici e fondatore del movimento Arcaista, è attualmente presidente dell’Associazione Arcaista - Arte e Cultura di Tarquinia.

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Con Massimo Stefani rivive la tradizione della pittura parietale etrusca. L’artista recupera il sapore di un’atmosfera intrisa di mistero, in cui l’ uomo dell’età antica aveva riposto le coordinate di un intimo dialogo con l’Aldilà. Il pittore rappresenta un mondo dove gli dei pagani sono ancora i padroni della Terra, capaci di determinare tempeste e naufragi. Stefani conferisce realismo al processo di rivisitazione dell’arte etrusca dipingendo su pietra. Le sue scelte cromatiche si rivolgono a colori chiari, che a tratti acquisiscono intensità, declinati in sfumature delicate, mostrando quindi una consolidata preparazione tecnica. L’artista opera con grande cura nella definizione dei dettagli, evocando l’immagine di un frammento, in apparenza un reperto archeologico, che invece è la contemporanea testimonianza di una vocazione artistica capace di recuperare brandelli di un vissuto, che ha segnato una tappa importante nella storia dell’uomo.

MASSIMO STEFANI


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CIRCE assorbimento di colore su pietra - 95x63x3 cm A fianco: DOVE PORTA IL VENTO assorbimento di colore su pietra - 65x65x2 cm


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Che so io degli Etruschi? Quel tanto solo che m’è dato immaginare, essendo nato, si può dire, in mezzo alle loro tombe. Pare che la pietà degli Etruschi verso i loro defunti consistesse nell’andarli a seppellire il più lontano possibile dalle voci e dalla vista del mare, come se essi, gl’impenitenti, che sopravvivevano nei loro sepolcri, potessero ancora porgere orecchio ai suoi potenti richiami sordi e non aver pace col mare accanto. Così parlano le loro necropoli nascoste. E ogni volta che mi tornano a mente i miei luoghi d’origine, il mio pensiero fugge il mare e si rivolge a quei prati più prossimi, raccolti verso il monte, macchiati di ginestre e di asfodeli, dove la stessa natura del suolo, che si erge a picchi e precipita a burroni sulla verde pianura fuggente verso il fiume e il mare lontano, sembra farsi schermo alla morte che vi abita indisturbata e sovrana. Fosse millenarie, dove par di sentire un lezzo di putrefazioni antiche e di terra marcita, buche, avvallamenti e tumuli innaturali, mostrano quel che lì sotto cova e come la mano del tempo l’abbia rifatta e lavorata, a varie epoche, quella terra pastosa e dolce come carne, al modo che si lavora una statua. Le piogge tornano a impastarla ogni anno e la riducono un fango indelebile. La secca e bruciante estate la spacca: allora le tarantole vi fanno il nido. La tramontana la denuda e la scopre sepolcrale. E tutto quel che vi si vede, una tomba, un acquedotto medioevale, un vecchio muro sbreccato di conduttura, di qualsivoglia epoca, è antico e funebre allo stesso modo. È antica l’aria ed è antica la pietra. Una profonda inclinazione verso la terra genitrice e saturnia, non verso l’alma nutrix, è ciò che distingue gli Etruschi. Discendevano essi in lei volentieri per dipingere le loro tombe con le più fresche e verdi tinte, quali soltanto il gelido soffio di quell’aria veramente terrestre, suscitando una pungente nostalgia del sole e della vita, poteva inspirare all’artista; e che durano incorruttibili. La materia da cui più la loro cruda fantasia rimase tocca e che lavorarono con miglior gusto fu l’argilla. E praticando, insieme, con la morte, una famigliarità del tutto incompunta, immaginandosi l’Ade orgiasticamente come un perpetuo saturnale, questa razza di bonificatori ma non georgici (cavatori, scultori, vasai) che prosperò un giorno, obliosa, sulle vulcaniche terre del centro d’Italia, portò a cottura il mito dell’inferno e creò forse, dei suoi giganteschi numi, i più infuocati e rossi. Roma sorprese gli Etruschi mentre stavano lavorando senza sospetto, come sempre, e ne andò lungo il lamento. Barbari del settentrione e del mezzogiorno rovistarono primi le loro preziosissime tombe alla rinfusa, lasciandovi il segno della loro barbarie e della fretta. Oggi, di questo popolo misterioso e sopraffatto che siede alle origini della nostra civiltà, venuto non si sa di dove, dal mare forse, ma rivolto a monte, non ci rimane che lo stampo corrotto della sua immagine sulla terra, là dove s’è coricato morendo. ‘Elegia Etrusca’ di Vincenzo Cardarelli tratto da: ‘Vincenzo Cardarelli – Opere’ (Ed. Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, 2001)


NAUSICAA assorbimento di colore su pietra - 70x45x2 cm

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TENTAZIONE assorbimento di colore su pietra - 105x60x3 cm


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ETRURIA assorbimento di colore su pietra 150x100x3 cm


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Nato a Formia nel 1953, Angelo Di Tommaso ha frequentato negli anni ottanta l’Accademia del Cimento ed in seguito la scuola romana con il maestro Carlo Marcantonio. La sua ricerca richiama alla mente memorie Metafisiche, che gli permettono di rappresentare istanti i cui protagonisti, che sembrano scaturire da visioni di un’anima inquieta, popolano luoghi al di fuori del tempo e dello spazio. Nelle sue opere si ritrovano numerosi riferimenti all’arte classica. Partecipa nel corso degli anni a numerose manifestazioni, ottenendo un buon successo di pubblico e di critica. Molti critici autorevoli si sono occupati del suo lavoro. Nel 2008 firma il manifesto del Movimento Arcaista, e nel 2009 aderisce al Movimento dell’Iperestetismo, corrente pittorica destinata all’esaltazione della bellezza. La mano di Angelo di Tommaso apre una finestra sul ricchissimo panorama artistico e culturale che ci ha regalato l’antica Grecia. Con una rappresentazione di Orfeo, l’artista si ricollega a un mito che visita gli infiniti spazi dell’onirico; probabilmente in questo caso il sonno è quello della ragione che, come già anticipato in Goya, non può che generare mostri. Di Tommaso crea un’immagine di forte impatto visivo, con contrasti cromatici decisi, capaci di dare forma concreta all’emotività espressa dal proprio soggetto. La luce, calibrata nella propria intensità dà vita a efficaci e realistici rimandi chiaroscurali. Il pittore riesce a trasmettere in maniera sorprendente la struggente malinconia, l’assoluta disperazione di chi ha perso l’oggetto del proprio amore, e l’incapacità di affrontare un destino incerto da parte di un animo non sostenuto dalle rassicuranti proiezioni dettate dalla fede.

ANGELO DI TOMMASO


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PENSANDO AL PASSATO tecnica mista su polipropilene - 64x96 cm A fianco: L’AMAZZONE tecnica mista su polipropilene - 60x90 cm


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Mentre così si esprimeva, accompagnato dal suono della lira, le anime esangui piangevano; Tantalo tralasciò d’afferrare l’acqua che gli sfuggiva, la ruota d’Issìone s’arrestò stupita, gli avvoltoi più non rosero il fegato a Tizio, deposero l’urna le nipoti di Belo e tu, Sisifo, sedesti sul tuo macigno. Si dice che alle Furie, commosse dal canto, per la prima volta si bagnassero allora di lacrime le guance. Né ebbero cuore, regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera, e chiamarono Euridice. Tra le ombre appena giunte si trovava, e venne avanti con passo reso lento dalla ferita. Orfeo del Ròdope, prendendola per mano, ricevette l’ordine di non volgere indietro lo sguardo, finché non fosse uscito dalle valli dell’Averno; vano, se no, sarebbe stato il dono. In un silenzio di tomba s’inerpicano su per un sentiero scosceso, buio, immerso in una nebbia impenetrabile. E ormai non erano lontani dalla superficie della terra, quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla, l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Averno; cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata, ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente. Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?); per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva. tratto da: ‘Le metamorfosi ( Metamorphoseon libri)’ di Publio Ovidio Nasone Libro X, testo latino e traduzione in versi italiani


STUDIO I carboncino su carta

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STUDIO II carboncino su carta


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SOGNANDO tecnica mista su polipropilene 62x170 cm


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Gastone Costantini nasce nel 1961 a Lanciano. Da sempre si dedica con passione alla ritrattistica, che è divenuta nelcorso degli anni la componente essenziale della sua ricerca. In gioventù apprende a Firenze l’arte del restauro, frequentando alcune fra le più importanti botteghe artigianali fiorentine. A Napoli, Bergamo e Venezia Costantini si dedica negli anni successivi alla professione di restauratore, approfondendo la conoscenza delle metodologie antiche che rielabora e perfeziona in ambito pittorico. Il 2008 rappresenta per l’artista l’anno della svolta: la pittura diviene l’attività prevalente e viene inaugurata, dopo una meditazione attenta e ponderata, la galleria personale a Lanciano. Riceve importanti riconoscimenti, e firma nel 2009 il Manifesto dell’Iperestetismo, corrente pittorica che si propone di celebrare la bellezza per la sua valenza comunicativa. La pittura realista di Gastone Costantini ben si adatta a rappresentare la figura del Cristo durante la celebrazione di una Pasqua ebraica, momento di gioia e di condivisione, circondato da un ambiente umile e vero nel sentimento della fede, quello di una famiglia di contadini abruzzesi. La maestria del pittore si esprime nella precisione del disegno e nel sapiente uso del chiaroscuro, rimandando con evidenza alla lezione classica di Caravaggio. Costantini modula solennità ed emozione, rivelandosi nell’intensità espressiva che anima la rappresentazione delle figure descritte con tono poetico. Il Gesù di Costantini è ritratto nel suo volto più autentico di messaggero di amore, circondato da persone semplici, lontane dai fasti e dalla ricchezza, cha da sempre si accompagna alla povertà spirituale. È il Gesù di tutti, che può trovare accoglienza solamente tra la gente vera, il cui volto è illuminato da quella luce interiore che nutre la sua anima.

GASTONE COSTANTINI


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LA REGINA DELLA FAME olio su tela - 100x70 cm A fianco: DONNE D’ABRUZZO olio su tela - 100x150 cm


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‘Questa fraternità passiva, questo patire insieme, questa rassegnata, solidale, secolare pazienza è il profondo sentimento comune dei contadini, legame non religiosi, ma naturale. Essi non hanno, né possono avere, quella che si usa chiamare coscienza politica, perché sono, in tutti i sensi del termine, pagani, non cittadini: gli dèi dello Stato e della città non possono aver culto fra queste argille, dove regna il lupo e l’antico, nero cinghiale, né alcun muro separa il mondo degli uomini da quello degli animali e degli spiriti, né le fronde degli alberi visibili dalle oscure radici sotterranee. Non possono avere neppure una vera coscienza individuale, dove tutto è legato da influenze reciproche, dove ogni cosa è un potere che agisce insensibilmente, dove non esistono limiti che non siano rotti da un influsso magico. Essi vivono immersi in un mondo che si continua senza determinazioni, dove l’uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria: dove non possono esistere la felicità, vagheggiata dai letterati paganeggianti, né la speranza, che sono pur sempre dei sentimenti individuali, ma la cupa passività di una natura dolorosa. Ma in essi è vivo il senso umano di un comune destino, e di una comune accettazione. È un senso, non un atto di coscienza; non si esprime in discorsi o in parole, ma si porta con sé in tutti i momenti, in tutti i gesti della vita, in tutti i giorni uguali che si stendono su questi deserti.’ tratto da: ‘Cristo si è fermato a Eboli’ di Carlo Levi (Torino, Einaudi, 1967)


Immagini tratte dal film-documento VIAGGIO FRA I CONTADINI D’ABRUZZO Una testimonianza sulla vita dei contadini che hanno posato per l’opera “Il ritorno di Yoshua“

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IL RITORNO DI YOSHUA

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olio su tela 202x280 cm


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Ciro Palumbo nasce

a Zurigo nel 1965.

Frequenta a Torino

le

ri

disegnatore

pubblicitario e per

alcuni anni svolge

la professione di

g r a f i c o . Divenuto

in seguito diretto-

di

scuole

superio-

re artistico, asseconda la sua passione per la pittura decidendo di approfondire la sua formazione presso una moderna bottega d’arte. Dal 1994 a oggi Palumbo compie una sorta di viaggio, un salto nell’inconscio attraverso la pittura, che traghetta pittore e spettatore in una surreale atmosfera onirica popolata di oggetti reali, come se volesse ricordare che nessuna realtà è più autentica del Sogno. Artista dal percorso poliedrico, propone una poetica che ricalca le orme della scuola Metafisica di De Chirico

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e Savinio, per riproporne i fondamenti alla luce di un’interpretazione originale. Attualmente lavora a Torino, presso l’atelier “Bottega Indaco”. La pittura metafisica di Ciro Palumbo descrive con molta efficacia la fine dell’idolatria pagana, il crollo dei falsi simboli di divinità, travolti dalle stesse forze naturali che essi stessi rappresentavano. L’artista organizza con precisione lo spazio con una cadenzata alternanza di pieni e vuoti, che sembrano ristabilire un ordine all’interno del disordine generale. L’opera è fitta di simboli e reminescenze tramite i quali il pittore riesce efficacemente a sintetizzare secoli di storia, facendo convivere spunti mediati dal reale e particolari fantastici, stimolando la capacità di interpretazione dell’osservatore. Il lavoro di Palumbo trasmette una sensazione di inquietudine e il senso di una fatalità inevitabile per la distruzione di un mondo che ha perso i suoi atavici riferimenti mitici, ma che attraverso il fenomeno del sincretismo se ne è riapproppriato per rivestirli di nuovi significati.

CIRO PALUMBO


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... ALLORA LA SERENITA DELL’ANIMO PERSI... olio su tela - 50x60 cm A fianco: LA FINE DEGLI ETERNI olio su tela - 50x40 cm


L’anello, ch’ei foggiò con furberia gli tolsi; ma non al Reno io lo resi: con quello pagai i merli del Walhalla, della rocca, che m’eressero i giganti, onde sul mondo d’allora dominai. Colei che tutto sa, quel che una volta fu, Erda, la sacra, saggissima Wala, mi sconsigliò dall’anello, mi ammonì d’una fine eterna.

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Di cotesta fine io volevo sapere ancor più; ma in silenzio mi sparve la donna... Allora la serenità dell’animo persi, di sapere sorse al dio desiderio: nel grembo del mondo giù balzai, con incantesimo d’amore la Wala costrinsi: la superbia del suo sapere turbai, sì ch’ella ormai discorso mi tenne. Novella da lei attinsi; pure di me un pegnoella accolse: la più saggia donna del mondo, te, o Brünnhilde, mi partorì. Con otto sorelle io t’allevai; con voi Walkirie volli allontanare quel che a me la Wala aveva dato a temere: una vergognosa fine degli Eterni. (….) Ora io comprendo l’ascoso senso del vaticinio selvaggio di Wala: “Quando l’oscuro nemico dell’amore creerà in collera un figlio, la fine dei beati non più tarderà!”... tratto da: ‘Die Walküre (la Walchiria)’ di Richard Wagner (I libretti / Richard Wagner Torino, UTET, 1966)


E’ L’ARRIVO DI UN NUOVO GIORNO olio su tela - 50x70 cm

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PAESAGGIO SURREALE olio su tela - 40x50 cm


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TUTTO CIO E UNA FATALITA INEVITABILE olio su tela 100x150 cm


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Giancarlo Gottardi è nato a Brescia nel 1951 e da oltre trent’anni è attivo nel mondo dell’arte. Ha svolto un’intensa attività artistica, proponendosi in circa cento mostre personali su scala nazionale ed internazionale. Ha vinto numerosi premi e ricevuto prestigiosi riconoscimenti. Le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private in tutto il mondo e vari critici si sono interessati a queste scrivendo su giornali e riviste specializzate. Artista autodidatta, negli anni ha approfondito varie tecniche, dal mosaico, alla scultura, alle arti grafiche. Maestro poliedrico, si è perfezionato successivamente anche nella scultura. Dopo anni di ricerca, l’artista è riuscito ad ottenere in pittura una sintesi artistica tra colore e disegno ed in campo scultoreo composizioni stabili ed emozionanti, in equilibrio tra antichità e modernità. La scultura presentata da Giancarlo Gottardi ritrae una figura di uomo stilizzata, seduta con il volto teso a contemplare il cielo nella sua immensità. La risoluzione del modellato esprime contemporaneamente resa incondizionata e intensa riflessione sul significato dell’esistenza, unite in un’accorata preghiera rivolta al Creatore. L’artista lavora il bronzo creando un profilo sottile ed etereo, scandito da angoli acuti a cui si alternano linee di ampio respiro. La materia si colora di sfumature dorate e azzurrine, che conferiscono alla figura un senso di sacralità, come se il soggetto venisse illuminato direttamente dalla luce divina e a sua volta la riflettesse. Tramite la leggerezza delle forme Gottardi riesce coinvolge l’osservatore in un momento di intimo raccoglimento, una pausa dal clamore quotidiano per ritrovare all’interno di sè la chiave necessaria per tornare a comunicare con il Divino.

GIANCARLO GOTTARDI


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PILGRIM scultura in bronzo - 87x44x22 cm A fianco: STUDIO I disegno preparatorio - 110x30 cm


1 Canto delle ascensioni. Di Davide.

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A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli. 2 Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi. 3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi, già troppo ci hanno colmato di scherni, 4 noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi. ‘Salmo 123(122)’ tratto dalla Bibbia di Gerusalemme, (ed. EDB Bologna, 1995)


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STUDIO II disegno preparatorio 110x30 cm

STUDIO III disegno preparatorio 110x30 cm


OBELISCO II

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scultura 183x35x33 cm

LEDA scultura in bronzo 95x35x13 cm


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Paolo Levi, critico d’arte, giornalista, saggista,

Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e La

nasce a Torino nel 1935. Unisce alla competen-

Repubblica.

za nel settore dell’arte, una solida esperienza sui

Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Edito-

rapporti nazionali e internazionali tra arte e fi-

re e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Cata-

nanza. La prima mostra di pittura, che lo impegna

logo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 1969 ad oggi

a livello critico risale al 1960, evento che si svolge

ha curato monografie dedicate ad artisti italiani

presso le sale auliche di Palazzo Carignano a To-

contemporanei d’ambito figurativo e informale.

rino. Gli anni Sessanta e Settanta lo vedono sem-

Della casa editrice milanese, è stato direttore edi-

pre più coinvolto nella critica d’arte, nell’editoria,

toriale dal 1981 al 1985, in seguito ne è diventato

nel giornalismo, nella politica della cultura.

consulente. Dal 1986 al 2007 ha avuto numero-

Nel 1969 diviene critico d’arte del quotidiano

si incarichi dalla Regione Autonoma della Valle

Avanti! Nel 1975 diviene presidente della Com-

d’Aosta per la realizzazione di esposizioni.

missione Cultura del Partito Socialista Italiano.

È stato consulente dal 2000 al 2005 dell’Asses-

Nel 1976 è nominato dal Comune di Torino mem-

sorato alla Cultura della Regione Piemonte che

bro del Consiglio Direttivo della Galleria d’Arte

gli ha affidato la responsabilità scientifica del-

Moderna. Dal 1969 al 1980 è capo redattore dei

le mostre in Palazzo Cavour. Alla fine del 2010

libri e dei cataloghi della Giulio Bolaffi Editore.

presenterà nella città di Tarquinia un’esposizio-

Realizza dagli anni Settanta agli anni Novanta una

ne dedicata alla genesi spirituale, in Occidente.

rubrica giornalistica dedicata al mercato dell’arte,

L’Università Agraria di Tarquinia gli ha affidato

con attinenze all’analisi critica: questo taglio con-

la realizzazione di un Parco Internazionale di

tenutistico lo porterà a scrivere per riviste come

Scultura all’Aperto. Dal 2010 è direttore della ri-

Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo,

vista Effetto Arte.

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Direzione artistica: Markab Inside . CreativitĂ  ad Arte . Torino Graphic design: Laura Giai Baudissard . Torino

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Immagini: proprietĂ  degli artisti Realizzazione editoriale: Effetto Arte . Centro Diffusione Arte Editore . Palermo

Finito di stampare nel mese di dicembre 2010 presso Litograf . Rosta (To)


GENESIS - Un percorso spirituale