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MENSILEIDENTITARIOPERLAGENTEDELSUD E con questo so’ 4. Quattro numeri di

Pellegrini, migliaia e migliaia. Centomila. Disoccupati, vecchi,

Jesosud.

Nella cabala il numero 4 indica ‘o puorco, e del puorco non si butta nulla, in questo giornale anche nelle piccole note , riusciamo ad inserire qualcosa di utile, da leggere, rileggere e ricordare. Questo è il mese delle novità, nuove rubriche, fatte da altrettanti validi collaboratori, parleremo di musica, di poesia, di sport minori. Ma anche di altro. Insomma vogliamo essere un mensile veramente utile, una volta letto è tutto da conservare”. (Ciro Colombrino)

Il Bambino ritrovato. La pediatria è una branca recente della medicina. Prima della rivoluzione illuminista l'età evolutiva era essenzialmente ignorata dal mondo scientifico e i bambini erano ritenuti dei piccoli adulti e trattati come tali. Un'eccezione a questo triste fenomeno sono gli scritti...

Jesosud mensile anno II numero IV aprile 2018 Divide et impera: Anna Maria Pedicini Chi non conosce ‘o cuorno?: Ciro Colombrino Settembre 1860 una data importante: Roberta Vaia L’Inno al Re - l’inno del Regno delle due Sicilie: Roberto Barone Storia della Festa della Madonna dell’Arco: Salvatore Colombrino Il bambino ritrovato: Marco Cerbone Dal vitigno alla tavola, storia della catalanesca: Ciro Gallo Braccialetti di gomma: Ciro Colombrino Impazzire per amore, la bella ‘mbriana: Asia Colombrino Sapori d’oriente: Darya Gorshkova Ricordo di Luigi Necco: Vincenzo Rea La prostituzione del Regno di Napoli: Francesco del Piano Illuminazione pubblica: Antonio Prisco La vita è un sogno: Pasquale Leone

(Marco Cerbone a pagina 4)

G. Paisiello, autore della partitura dell’Inno al Re, successivamente “Inno Nazionale del Regno delle due Sicilie”. (Roberto Barone a pagina 4)

Il meretricio: fe-

operai, pescatori, donne, giovani, ammalati, ma anche prostitute, meretrici e delinquenti, ricchi e poveri. Insomma un intero popolo al di là delle classi sociali, ma accomunato dalla fede, si recano alla basilica della Madonna dell'Arco il lunedì in Albis... Così in buona parte Georges Lapassade, sociologo d'oltralpe, descriveva nel lontano 1976 la festa della Madonna dell'Arco, una festa antica, popolare, nostra, che ha il suo culmine proprio nel giorno del lunedì dopo Pasqua. (Salvatore Colombrino a pagina 3)

Il 13 marzo scorso Napoli ha perso uno dei più famosi

e preparati giornalisti, Luigi Necco, che si è spento all’età di 83 anni per un’insufficienza respiratoria. Necco è stato il volto storico della trasmissione di Paolo Valenti “90’ minuto” che ci ha raccontato il periodo d’oro napoletano degli scudetti e delle coppe, per ben 15 anni da corrispondente RAI da Napoli e occasionalmente da Avellino. Necco non è ricordato solo per il calcio, nota era la sua passione per l’archeologia la politica e il SUD. (Vincenzo Rea a pagina 2 )

nomeno incontrollabile nel Regno di Napoli. La prostituzione è

Analizzando velocemente e con oc-

forse il mestiere più antico del mondo. Sin dall’epoca romana i luoghi dedicati al piacere sessuale erano parte integrante nella tradizione partenopea.

Stampa d’autore. Fotografia tratta dal volume fotografico “Napolitudine ottantanapoli80” di prossima pubblicazione. Reportage della Napoli degli anni 86/87 di Ciro Colombrino. L’opera tirata in 10 copie numerate e autografate dallo stesso autore nel formato 40x60 e sarà disponibile presso il nostro stand (Francesco del Piano a pagina alla “Fiera del Baratto e Usato” nella Mostra d’Oltremare dal 14 al 15 aprile 2018 (ndr la stampa d’autore si può prenotare anche chiamando 3382795707) 7)

chio imparziale

e critico le ultime elezioni politiche in Italia, al di là dei risultati ottenuti dai vari attori chiamati in causa allo scrutinio, (Vincenzo Rea a pagina 2)

Primati del Regno delle Due Sicilie: 1860. Prima città d’Italia per numero di Tipografie (Napoli)

...dal 1860 fratelli di nessuno! Non pigra quies...


telecomandoJeSOSUD

Divide et impera! Una massima che an-

L’ANED Associazione Nazionale Emodializzati e Trapiantati è

cor oggi viene applicata da chi ha compreso quanto l'unione di più elementi possa stravolun’associazione che si occupa da più di 45 anni di difendere i diritti degli pazienti nefropatici, gere gli eventi. Qualcuno tempo fa disse che l'unione fa la forza.....quel qualcuno aveva ragione, ma non aveva fatto i conti con la dializzati e trapiantati di organo. natura egoista del genere umano! laddove gli interessi dei singoli prendono il sopravvento vince il più forte che riesce ad imperare. Ma se il più forte non e' il più adatto l'impero decade. Ecco cosa e' accaduto e sta accadendo al nostro Sud! Dall'unità d'Italia abbiamo assistito ad un lento declino che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ha prodotto la grave crisi economica e sociale dei nostri tempi. Come uscirne? Semplice: amare la Nostra Terra e riportare sulle poltrone governative chi la ama. Utopia? No! Semplicemente un atto di coraggio mettendo da parte per un attimo il nostro egoismo e unendoci in un progetto per il bene comune avente come primo obiettivo salvaguardare la nostra Terra e tutelare i nostri diritti. Siamo il dimenticato sud dove si viene solo in tempo di elezione per racimolare voti e dove si viene solo per intercettare fondi a noi destinati, ma che a noi mai arriveranno. Ma qualcuno un po' più attento nel corso degli ultimi anni ha ben compreso tutto questo e cosi abbiamo assistito al nascere di una miriade di piccoli movimenti che, però, non hanno in alcun modo scalfito lo strapotere del “sistema” che ha continuato ad imperare...e noi popolo ad andare sempre più in basso. Ma cosa accrebbe se questa miriade di piccoli satelliti si unissero sotto un unico vessillo? Secondo la teoria sopra citata si potrebbero stravolgere gli eventi. Si potrebbe riportare al Governo la voce di chi non ha più voce in capitolo nelle decisioni. Si assisterebbe al riscatto del Sud! Ma anche questo e' un cane che si morde la coda: il riscatto del Sud deve partire da NOI, dal popolo, dai cittadini e questo attraverso una presa di coscienza e una “passata di mano per la coscienza” pensando al futuro dei nostri figli e non più al tornaconto immediato e personale a cui ci hanno volutamente abituato negli ultimi 50 anni. Purtroppo il difficile sta proprio nel cercare di far comprendere che insieme siamo una forza ... separati non abbiamo potere e LORO continueranno ad imperare! (Anna Maria Pedicini)

Le prime grandi battaglie sono state quelle di potenziare in tutta Italia i Centri Dialisi e di assicurare le assistenze nefrologiche, aggiunte allo sforzo di tutelare il reinserimento familiare, sociale e lavorativo di questi particolari pazienti. La tutela degli ammalati e dei loro bisogni di cura e di assistenza, la promozione del trapianto rimangono scopi fondamentali dell’Associazione; ma la tensione dei malati per conquistare una normalità di vita malgrado la malattia, l’ha impegnata verso orizzonti sempre più ampi, come la prevenzione e lo sport per dializzati e trapiantati. Da venerdì 23 febbraio ha una sede anche in provincia di Napoli , precisamente in via S. Giovanni n°60 ad Ottaviano a cui possono afferire da tutta la zona vesuviana e periferia di Napoli est. In questa sede saranno a disposizione su appuntamento i volontari della stessa. Venite a conoscerci telefonando ai delegati di zona: Luisanna Annunziata 3381896857 Carolina Panico 3383449418 Fabio Bencinvenga 3931669050

continua dalla prima pagina Vincenzo Rea

Negli ultimi anni ha condotto la trasmissione di attualità L’emigrante, in onda su Canale 9, programma nel quale ci raccontava le criticità della città in modo impeccabile e passionale. Ironico, pungente, preparato, Necco è stato il primo – da inviato RAI – a recarsi sul posto per lo scoppio della Flobert a Sant’Anastasia nel 1975 dove persero la vita dodici persone sul posto di lavoro: “Non erano più contadini, non erano ancora operai” le parole di Necco che riportò agli italiani l’atrocità di quella tragedia. Sempre disponibile con i giovani cronisti, personalmente mantengo un ricordo straordinario di Luigi Necco che fino al suo ultimo periodo in vita in tribuna stampa allo stadio San Paolo non si è mai rifiutato per brevi interviste e chiacchierate prima delle gare del Napoli che è stato una delle sue più grandi passioni. Possiamo affermare senza dubbio che Necco è l’ennesimo figlio di questa città che verrà ricordato nella storia. (Vincenzo Rea)

emerge un dato inconfutabile che sembra tracciare un’immaginaria linea che spacca in due la penisola: tra Nord e Sud del Paese esiste – ed è presente anche in modo marcato – una dicotomica visione della realtà, e quindi delle criticità, che si è tradotta fedelmente nell’espressione elettorale di marzo scorso. Facile commentare un simile evento con il plebiscito ottenuto dalla Lega al Nord e i voti raccolti al meridione dai Cinque Stelle, tanto che la cartina del voto ha riprodotto quasi fedelmente la situazione italica al Congresso di Vienna, con il Regno delle Due Sicilie compatto e unito sotto un unico simbolo. Senza voler scomodare esperti politologi per analisi ecumeniche e mantenendo intatta la nostra indifferenza verso vincitori e vinti nella competizione, possiamo tranquillamente affermare che ci si poteva attendeva un comportamento del genere da parte del corpo elettorale ai lati opposti dello stivale attraverso il voto, che è stato di sicuro voto di protesta nei confronti dei partiti tradizionali che hanno fallito – dopo anni di vacche grasse – la mission di governo. Ad oggi la situazione rimane da rebus difficilmente si arriverà alla formazione di un esecutivo in grado di andare avanti nella conduzione del Paese, ma quello che veramente ci preme sottolineare è il comportamento finalmente collettivo delle genti del Sud che in una sorta di protesta non dichiarata hanno optato per il cambiamento e per la novità bocciando chi per anni ha amministrato in modo scellerato il Meridione. E’ scattata l’ora della rinascita e del risveglio del Meridione che da tempo auspichiamo? La ‘presa di coscienza di classe sudista’ potrebbe essere cominciata? Il Sud deve camminare con le proprie gambe senza dover elemosinare l’aiuto da chi ha contribuito alla nostra rovina! (Vincenzo Rea)

Primati del Regno delle Due Sicilie: 1852. Primo Telegrafo Elettrico in Italia

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aspassoneltempoJeSOSUD continua dalla prima pagina Salvatore Colombrino

Il mese di settembre del 1860 fu un mese importante per il Meridione.

(continua dalla prima pagina Salvatore Colombrino) Questa tradizione di

pellegrinaggio popolare nel giorno della pasquetta ha origini molto antiche, dove oggi sorge il Santuario, nei pressi di un arco romano a Sant' Anastasia, un tempo c’era un’edicola votiva dedicata alla Madonna dipinta da un anonimo forse per protezione dalle eruzioni. Tra il ‘400 e il ‘500 due miracoli accrebbero la fama della Madonna dell’Arco incoraggiando flussi di pellegrini e devoti. Una tradizione che si protrae da 5 secoli e che richiama il primo miracolo della Madonna sanguinante. Il Lunedì dell'Angelo 1450, durante la festa, un uomo irato per la sconfitta subita al gioco della pallamaglio, bestemmiando, scagliò una boccia contro l'immagine sacra: la Madonna iniziò miracolosamente a sanguinare dalla guancia sinistra. La notizia giunse al Conte di Sarno, che aveva il compito di amministrare la giustizia a Sant'Anastasia, il quale predispose un processo contro il giovane bestemmiatore, condannandolo ad essere impiccato al tiglio vicino all'edicola, dove due ore dopo il corpo ancora penzolante, rinsecchì improvvisamente sotto lo sguardo stupito della gente presente. La notizia si sparse rapidamente e la fama della Madonna dell'Arco raggiunse molti luoghi del napoletano, dal quale sopraggiunsero molti pellegrini per venerare l'icona, tanto che fu edificata una prima chiesa in onore di Maria Vergine. Il secondo prodigio avvenne il 2 aprile 1589, Lunedì dell'Angelo: una donna, Aurelia del Prete, che si era recata alla festa per ringraziare la Madonna di una grazia ricevuta, bestemmiò più volte contro Maria Vergine per lo smarrimento tra la folla di un piccolo maiale. L'anno dopo la donna rimase costretta a letto per molto tempo per una grave malattia ai piedi, fino a che un giorno questi si staccarono dalle gambe; la donna associò subito l'evento alle bestemmie che aveva rivolto alla Madonna l'anno precedente, e l'accaduto non fece che aumentare la fama della Madonna dell'Arco. I piedi furono esposti in una stia di ferro e ancora oggi sono visibili nel Santuario. Così, grazia dopo grazia la fama di quella semplice edicola posta sotto un arco si è sparsa in tutto il mondo e dove c'è un bisogno, dove c'è una domanda popolare di aiuto per le difficoltà della vita quotidiana, la malattia, la disoccupazione, le pene d'amore, c'è la richiesta di protezione della vergine. Ma il pellegrinaggio del lunedì in Albis nasce anche dalla protesta inconscia contro il dolore e il male, contro la mortificazione della dignità, della libertà, della spontaneità dell'uomo. Protesta contro l'emarginazione dei deboli, del popolo, dei contadini, degli operai, dei disoccupati protesta contro l'oppressione del bisogno, della miseria... É espiazione dei fujenti, vestiti di bianco e a piedi scalzi, che nell’ultimo tratto della processione, corrono freneticamente verso il santuario per espiare il peccato primordiale dell’empio giocatore e portare in dono alla Madonna gli ex voto per grazia ricevuta. (continua nel prossimo numero Salvatore Colombrino)

Francesco II, con l'intento di attuare un piano politico/militare per affrontare l'esercito garibaldino e riconquistare Napoli con l 'intero Regno delle due Sicilie si trasferì a Gaeta, nel settembre del 1860. Furono richiamate le truppe, riuscendo a radunare in poco tempo circa 30000 uomini, e successivamente arrivare a 50000 unità. Si crearono 3 divisioni di fanteria e una di cavalleria. Dopo la riorganizzazione militare alcune battaglie videro vittorioso l’esercito Borbonico, infatti furono riconquistati Pontecorvo, Teano, Sora, Venafro, Piedi monte d’Alife e Isernia. Ma furono vittorie vane, infatti l’esercito Piemontese riuscì vittorioso sul Volturno, costringendo quello che restava dell’esercito Borbonico a ritirarsi a Gaeta, per un’estrema resistenza. La caduta di Gaeta fu una delle più valorose lotte della storia del Regno. Si contarono esempi e prove di grande coraggio ed eroismo, anche da parte di Francesco II e della moglie Maria Sofia. In prima linea si ebbero prove di grande coraggio contro l'oppressione straniera, un oppressione becera denominata "liberazione". E proprio in queste dinamiche di opposizione, di resistenza e di avversione al nuovo regime unitario, costituirà la base psicologica della lotta da parte della popolazione meridionale, che sviluppò la protesta armata del brigantaggio. (Roberta Vaia)

Primati del Regno delle Due Sicilie: 1819. Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte

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tecnologiascienzeJeSOSUD

mentemusicalJeSOSUD

continua dalla prima pagina Marco Cerbone

Questa nuova rubrica nasce

con l’intento di far conoscere ulteriormente una nostra eccellenza artistica riconosciuta a livello in-

...delle dottoresse della Scuola Medica Salernitana (mulieres Salernitanae) che risalgono circa all'anno mille. Alcuni di questi trattano delle pratiche da adottare al fine di ternazionale: il Barocco Musicale Napoletano. Il primo compositomantenere in salute il bambino distinguendole nettamente da re qui presentato e’ Giovanni Paisiello, meritevole di precedenza quelle per gli adulti. Trotula de Ruggiero è forse la più famosa tra perché autore della partitura dell’Inno al Re Inno al Re, e successi- queste dottoresse: donna di nobili origini e dalla dialettica brillante, vamente “Inno Nazionale del Regno delle due Sicilie”. La musicalità di questo inno la si può ascoltare scannerizzando il codice qr pubblicato di fianco. Quest’ Inno fu commissionato al compositore dal Re Ferdinando I di Borbone nel 1787, ma solo dal 1816 divenne Inno ufficiale del Regno Duosiciliano. Inizialmente il testo era incerto, però fu ritrovata una vecchia partitura datata tra il 1838 e il 1840, che riportava l’intero testo come in realtà fu scritto. La partitura originale prevedeva l’esecuzione di due parti di canto: soprano e basso. Mentre i numerosi strumenti ad aria erano: flauti, corni in fa, trombe in do, fagotto e serpentone. Giovannino, nacque a Taranto nel 1740. Giovanissimo, 13 anni, venne a studiare musica al conservatorio di S. Onofrio a Porta Capuana. Bisogna sapere che all’ epoca a Napoli esistevano ben quattro conservatori: S. Onofrio a Porta Capuana, i Poveri di Gesu’ Cristo, la Pieta’ de’ Turchini a via Medina eS. Maria di Loreto, oltre a un conservatorio femminile dell’ Annunziata, lo stesso istituto della Ruota dei bambini abbandonati. Queste istituzioni, nate a ridosso del 1600, per scopi assistenziali, divennero insegnò nella Scuola Medica Salernitana e scrisse vari testi scientifiben presto fucina e luogo di incontro di grandi compositori che die- ci dei quali ci è pervenuto il “De mulierum passionibus ante in et dero l’ impronta al Barocco Musicale Napoletano. Altre importanti post partum”. opere di Paisiello sono il Barbiere di Siviglia, il Socrate Immagina- Questo libro condensa una serie di consigli, regole e rimedi di varie rio, i Giuochi di Agrigento, la Frascatana. Numerose altre composi- branche della cultura medico-chirurgica spaziando dalla ginecologia zioni per mandolino ed orchestra, in Do Maggiore e Mi bemolle sino all'anestesiologia. Nel suo libro “A History of Women in MediMaggiore, anche se poco conosciute, sono di una freschezza e im- cine” (1938) la dottoressa femminista Kate Campbell Hurd-Mead mediatezza folgoranti, a dimostrazione che il mandolino non e’ per osserva a riguardo: “Questo manuale conserva in ogni pagina il tocniente uno strumento di semplice svago. (Roberto Barone) co gentile della donna medico. È ricco di senso comune e pratico, molto aggiornato per quei tempi. Nessun libro di tale levatura era mai stato scritto e lo sarebbe stato per secoli.” Nell'articolo “Los Borbones y su contribución fundamental al nacimiento de la pediatría italiana y mundial” (“Dendra médica - Vol.11, Num.2) il prof. Italo Farnetani rileva che l'attività dei Borbone “evidenzia un’attenzione all’infanzia e alle istituzioni pediatriche superiore a quella promossa dopo l’unità dai Savoia, che destinavano grandi risorse del bilancio statale alle spese militari. Inoltre la presenza di un brefotrofio in ogni comune fa risaltare una centralità del bambino nel Regno delle Due Sicilie”. A Napoli fu fondata una delle prime cattedre di pediatria del mondo (1802) e fu inaugurato il primo “ospizio marino” per la cura del rachitismo e della tubercolosi. ImricettacoloJeSOSUD portanti furono anche le politiche assistenziali destinate ai bambini abbandonati e quelle destinate alla popolazione pediatrica generale, come l'immunoprofilassi antivaiolosa. Uno dei più grandi esponenti Ricette del periodo Borbonico “Cotiche ripiene” Procuratevi un paio di cotiche di maiale, pulitele e lessatele in ab- della Pediatria italiana è stato il dottore originario del Sannio Franbondante acqua salata per ammorbidirle, poi asciugatele. Preparate a cesco Fede. Dopo la laurea alla Federico II di Napoli (1857) iniziò parte il composto per farcirle, facendo rosolare una cipolla in olio l'attività di ricerca nell'ambito delle patologie infantili; rilevanti sono d’oliva e aggiungendo poi, 100 grammi di salame casereccio tagliato stati i suoi studi sull’anemia da sequestro splenico, sulla nefrite, sulla a cubettini, 500 grammi di mollica di pane fresco, e a chi piace ag- pseudoparalisi di Parrott (sequela della sifilide congenita) e sul rachigiungere al composto 50 grammi di uva passa e 50 grammi di pinoli. tismo. Parallelamente all'attività accademica egli curò anche l'impeCuocete per qualche minuto, passate poi il composto in una terrina gno civile e fu eletto nel parlamento del Regno d'Italia nel 1890. aggiungendo 3/4 uova, 100 grammi di caciocavallo fresco tagliato a Il Dottore si batté per introdurre l'insegnamento obbligatorio della pezzettini, del prezzemolo tritato, sale e pepe. A parte rosolate bene Pediatria in tutte le università di medicina del Regno, esaltandone una cipolla nell’olio d’oliva e aggiungete un chilogrammo di pomo- l’importanza non solo dal punto di vista scientifico ma anche sociale. dori pelati e 100 grammi di concentrato di pomodoro, salare pepare. E' stato grazie a personaggi come Trotola de Ruggiero e Francesco Stendete le cotiche lessate, e farcitele con il composto ottenuto pre- Fede che il bambino occidentale, prima ignorato, è stato progressicedentemente, arrotolatele e legatele con spago da cucina. Appog- vamente ritrovato. Grandi traguardi sono stati raggiunti nella prevengiatele nella terrina con la salsa in ebollizione per una mezz’oretta, zione e nella cura delle malattie pediatriche ma nei paesi meno svisi possono aggiungere anche dei semi di finocchietto. Dopo fatele luppati si muore ancora di malnutrizione e povertà. La sfida del noraffreddare e affettatele, servitele calde con la salsa di cottura e con stro futuro sarà globalizzare il benessere dell'infanzia e fare in modo crostoni di pane strofinato con aglio. Del buon vino rosso e corposo che anche quei bambini che sono ancora ignorati siano finalmente ritrovati. (Marco Cerbone) farà il resto. Ricetta consigliata e testata dalla Redazione. Primati del Regno delle Due Sicilie: 1737. Primo Teatro al mondo (S.Carlo di Napoli)

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baccanaliaJeSOSUD

cianfrusaglieJeSOSUD

DAL VITIGNO ALLA TAVOLA: sto-

Esisterà mai un napoletano, e non solo, che non conosce ‘o cuorno, o più co-

ria della Catalanesca. Il vino, anche conosciuto come "nettare degli dei" arriva ai giorni nostri come una delle bevande più presenti sulle tavole, non solo italiane. Gli antichi vitigni hanno origini addirittura mesopotamiche, ma furono i greci a dare al nettare un ruolo "divino" dedicandogli persino una divinità “Dioniso”. Di qui la sua espansione per arrivare all'Europa tutta, ma non fu facile, soprattutto quando, durante la caduta dell'impero romano, furono affibbiate alla bevanda il potere di piacere ed ebrezza. Grazie agli ordini monarchici, però, si poté utilizzare nei riti religiosi riacquistando così il suo valore. Dopo il rinascimento la figura del vino ritornò a trionfare, così come ai giorni nostri. In particolare oggi parleremo di un vigneto e del suo nettare: la Catalanesca. La leggenda narra che, dalla Spagna, Alfonso I d'Aragona verso il 1450, importò a Napoli una vite in dono ad una fanciulla, per impiantarla sulle pendici del Monte Somma. Quest'ultima fu eletta poi zona ideale per questi vigneti, dati i terreni vulcanici estremamente ricchi di minerali, che hanno donato all'uva caratteristiche e connotazioni del tutto particolari. Tuttavia, 6 secoli di storia non sono bastati ad affermarne il nome. Catalogata dai registri ampelografici (n.d.r. l’ampelografia è la scienza che studia e riconosce le varietà di viti) come uva da tavola, e non era consentito vinificarla e commercializzarla come uva da vino, ma nonostante ciò, da sempre vinificata e ritenuta di buon auspicio dalla tradizione popolare vesuviana. Nonostante tutte le difficoltà , negli anni 2000 è iniziato uno studio per far assumere alla Catalanesca il rango di uva da vino, condotto dal Prof. Luigi Moio (Ordinario di Enologia della Federico II, presidente della commissione Enologia dell’OIV, L’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) e Prof. Michele Manzo, ma solo nel 2006 è stata ufficialmente inserita nell’elenco delle uve da vino e dal 2011 può essere messa in commercio con la denominazione “Catalanesca del Monte Somma IGT”. La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini a indicazione geografica tipica “Catalanesca del Monte Somma” comprende gli interi territori amministrativi dei comuni: San Sebastiano al Vesuvio, Massa di Somma, Cercola, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, tutti ricadenti nella provincia di Napoli, nonché intorno al Vesuvio. Del vitigno, scrive Moio ”Risulta evidente che l’uva Catalanesca è in grado di raggiungere un elevata gradazione zuccherina e l’acidità totale e il pH è tale da permettere l’ottenimento di un vino bianco secco caratterizzato da un buon equilibrio gustativo”. Così arriva alle nostre tavole, con il suo colore giallo paglierino con riflessi dorati e note fruttate dai profumi intensi di albicocca secca, ginestra e miele. Con l’invecchiamento l’odore presenta una caratteristica nota minerale di idrocarburi. In bocca è piacevole, fresco, asciutto, di media struttura, come i grandi vitigni di interesse enologico, paragonabili ai Riesling della Renania. Necessita del giusto tempo in bottiglia per farsi apprezzare al meglio. Si abbina perfettamente con aperitivi elaborati, con frutti di mare anche crudi e carni bianche ben condite e, sembra adattarsi proprio a tutto, anche alla mozzarella e perché no anche ad una bella pizza! Quando lo si assaggia, i ricordi parlano di un vulcano, di un’eruzione, di sacrifici e panorami mozzafiato e di un Re che, innamoratosi della bellezza di questi luoghi, non tornò mai più in Aragona e volle morire qui. Ed è proprio questo il nostro auspicio: tornare ad innamorarci della nostra terra. (Ciro Gallo)

munemente detto ‘o curniciello?

Abbiamo buone probabilità di conoscere la risposta! Ma quasi nessuno conosce gli aspetti storici di questo oggetto di culto partenopeo. ‘O cuorno diventa oggetto di forza fisica e di buona sorte, già nel Neolitico, quando le corna degli animali abbattuti erano considerate appunto simbolo di prosperità. Successivamente anche nelle epoche successive si è fatto largo uso di questo amuleto. Alessandro Magno, Mosè e alcuni faraoni dell’antico Egitto prima delle battaglie o altri eventi importanti, usavano indossare questo feticcio. In epoca romana assume anche il significato erotico, visto la somiglianza con il pene, esso rappresenta anche anche virilità e fertilità, e proprio i Romani associavano il cuorno al “fallo di Priapo”, dio della mitologia Greca e Romana, noto per avere un fallo enorme. Però ‘o curniciello fu adottato dai napoletani solo nel Medio Evo, quando si diffuse la voce che ‘o cuorno portasse buon augurio. Nelle botteghe di Napoli, alcuni artigiani incominciarono a produrlo e a venderlo. Inizialmente il corniciello era di corallo rosso, ma in seguito furono realizzati in terracotta. Quando il peperoncino fu importato dal Sud America, essendo simile al cuorno fu considerato un anch’esso un portafortuna. Le case si riempirono peperoncini appesi inizialmente in cucina, successivamente fuori al balcone. Questi furono usati anche contro l’infedeltà matrimoniale, si diceva che mettendo un peperoncino sotto il cuscino del coniuge infedele, quest’ultimo ritornasse ad essere fedele. Spargere poi il peperoncino a piene mani in casa, era considerato una difesa contro il malocchio. Peperoncino e cuorno in terracotta, oggi sono fusi in un unico portafortuna. Ormai l’utenza di questo talismano è variegata, c’è chi lo tiene in negozio, chi lo porta sempre con se per scaramanzia, chi lo strofina prima di un’azione, insomma tutti lo usano. Un sincretismo tutto Napoletano, una mescolanza di filosofie sacre e profane, partorite da una napoletanità unica nel suo genere, che ha saputo dare culto ad un oggetto altrimenti anonimo. Secondo la tradizione il “cuorno” deve essere fatto a mano, vuoto all’interno (dove si verserà del sale), deve finire a punta, colorato di rosso. E per “funzionare” deve essere acquistato e regalato. Noi lo abbiamo prodotto con tutti i “carismi” del caso: fatto a mano, vuoto all’interno, termina a punta e colorato di rosso “Non è vero ma ci credo”! (Ciro Colombrino)

J e s o s u d non pigra quies mensile identitario per la gente del SUD Anno II numero IV aprile 2018 Redazione viale Erica 8, 80048 Sant’Anastasia (Napoli) Registrazione Tribunale di Nola n. 06/17 del 03/08/2017 Editore: AnastasiaTV Direttore Editoriale: Ciro Colombrino Direttore Responsabile: Vincenzo Rea Redazione del numero: Salvatore Colombrino, Ciro Gallo, Roberta Vaia, Di Marzo Francesco, Anna Maria Pedicini, Marco Cerbone, Francesco Del Piano, Pasquale Leone, Francesco Vitale, Roberto Barone, Darya Gorshkova Fotografia: Asia Colombrino Modelling: Gaetano Zito Segreteria e coordinamento: Franco Ottaiano Progetto grafico: Officina SUD Stampa: AMC Boscoreale Concessionaria pubblicità: JBeta Napoli 3395021350 jesosud@gmail.com linea diretta 3382795707

eventuali donazioni a supporto di questo mensile Postepay 5333 1710 1624 6163 Ciro Colombrino Siamo presenti su facebook youtube istagramm Vietata la riproduzione senza il consenso dell’editore Primati del Regno delle Due Sicilie: 1754. Prima Cattedra di Economia al mondo

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Braccialetti di gomma. Erano anni che

Impazzire per amore. Questa è la storia

non mettevo ordine in quei cassetti. Pensavo spesso di farlo. Lo pensavo solo. Però un giorno cercavo qualcosa che non ricordo nemmeno cosa fosse, ma non potevo immaginare che cercare qual qualcosa, avrebbe sconvolto totalmente la mia vita, e non solo la mia. Inutile raccontare quella parte di me che rasenta luoghi comuni e attività giacenti nella noia, ma racconterò solo quello che mi è successo, che, come dicevo, ha rivoltato tutta la mia realtà, facendo saltare in un solo colpo tutti i punti fissi di un’intera esistenza. E che dire se non “maledetto il giorno che ho aperto quel cassetto”. Ma per conoscere meglio la storia facciamo un passo indietro, esattamente a quando nacque mio figlio, più di 20 anni fa. Ricordo bene il vento e la pioggia. Ricordo che a casa qualcuno ci aspettava, e quel qualcuno c’ accolse con un caloroso applauso di benvenuto, mentre gli auguri per il nascituro non si risparmiarono. Dopo qualche giorno riposi in un cassetto la cartella clinica, qualche altro documento, e la bustina che conteneva braccialetti in gomma, quelli che mettono in sala parto al polso della mamma e del neonato, questo per evitare possibili scambi. Ma in questo caso non fu così, e solo adesso, oggi, dopo oltre 20 anni, riaprendo quel cassetto, mi sono ritrovato tra le mani quei braccialetti in gomma, che mettono in sala parto al polso della donna e del nascituro per evitare possibili scambi, con numeri non corrispondenti. 1885 quello di mia moglie, mentre 1883 segnavaquello di mio figlio. Mio figlio, nostro figlio? Non ricordo quante volte ho letto e riletto quel numero, ma di colpo il mondo sembra crollare, hai la sensazione di vedere in bianco e nero. Hai la percezione del vuoto. Dell’incubo. Vorresti stare in uno di quei villaggi sperduti della Cina, o forse chissà dove. Forse non vorresti nemmeno esistere. Ma ci metti poco ad accorgerti che invece esisti, e che l’incubo ha spalancato le sue fauci, e adesso t’azzanna. I numeri non corrispondenti dei braccialetti che mettono in sala parto al polso della donna e del nascituro aveva un solo significato: nostro figlio, il figlio desiderato e amato per oltre 20 anni, non era nostro figlio. Ma non dissi nulla. Tacqui nel tormento. Passarono giorni, forse mesi. Non ricordo. Le dinamiche interne alla mia famiglia cambiarono, veramente il cambiamento fu solo mio. In fondo la situazione che si venne a creare era unica, e per ora solo mia. Giorni dopo mi venne un’idea, forse la più logica, fare un test del DNA a tutta la mia famiglia. Quest’idea spannò, benché di poco, la nebbia che appesantiva il mio animo. Trovai quasi subito un laboratorio che trattasse queste tecnologie, e alla fine, dopo aver “rubacchiato materiale umano” da mia moglie e mio figlio, e non con poca angoscia, arrivarono i risultati. (questo è l’inizio del breve racconto che prevede alcuni epilogi, dal più drammatico al più logico, attraversando alcuni aspetti della psiche umana. Ciro Colombrino)

della “bella ‘mbriana”, una bella donna appartenente ad una famiglia agiata, addolorata per la perdita del suo amore, uscì di senno, e iniziò a girovagare per i vicoli di Napoli alla ricerca della sua passione amorosa, e il padre, un nobile e ricco dell’epoca, pur di saperla protetta, elargiva di nascosto, danaro a chiunque le aprisse la porta di casa, ospitandola. E per il popolo partenopeo rappresentò fin da subito, l’angelo buono della casa, lo spirito messaggero del buon augurio “’a urio da casa”. L’etimologia della parola, vuole la sua traduzione letteraria in “meridiana”, alludendo ad uno spirito visibile nelle ore più luminose del giorno. In alcuni testi, il termine viene definito in “mariana” ad indicare un’ombra fugace. La “bella mbriana”, è una creatura fantastica e misteriosa ben accetta nella credenza popolare Napoletana. Secondo la leggenda, è difficile riuscire a vederla. Apparizioni fugaci e veloci, quasi invisibile, impalpabile ma di bella presenza, alcuni dicono di giovane aspetto, amante della pulizia e delle case in ordine, secondo qualcuno quando vede una casa in disordine, diventa irascibile, e guai a farle sapere che la famiglia che la ospita deve traslocare, può diventare addirittura irascibile. Nei racconti popolari la bella mbriana, il munaciello e la strega janara, erano i protagonisti indiscussi delle conversazioni di famiglia. Insomma una presenza “buona”,e, a come rimanda la tradizione, necessariamente da salutare ogni qualvolta si entra casa “…buonasera bella ‘mbriana”, ma appena ella ti vede si trasforma in un geco o in farfalla, e pure adesso che sto scrivendo, non la vedo, ma sento i suoi occhi leggere quanto sopra scritto in suo favore, mentre un geco guadagna una fessura! (Asia Colombrino)

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L'Italia è sempre stata famosa per la sua deliziosa pizza, pasta e dolci particolari. Però cosa pensate della cucina asiatica a Napoli?

Volete sapere in quali posti potete andare insieme con gli amici, per esempio, sabato sera? Abbiamo preparato una lista, e questo solo inizio. Il primo posto della nostra lista va ad un ristorante moderno che si chiama J Contemponary Japanese Restaurant (Via Agostino Depretis 24, 80133, Napoli). Un locale veramente favoloso e spazioso. Gli interni sono curati con buon gusto. Quando entrate nella sala vi accolgono camerieri attenti che ti accompagnano al tavolo. La cucina è veramente buona. Però i prezzi sono leggermente elevati. Sempre meglio prenotare un tavolo in anticipo. Il secondo è Nero Sushi Japanese Restaurant (Via Partenope 12 B,C, 80100, Napoli) Iniziamo con le carenze: il ristorante sembra molto stretto. Tanti tavoli si trovano nel passaggio. È difficile ad immaginare come possano accogliere una compagnia numerosa. Il menu non è ampio, ma ci sono molti piatti individuali con un tocco esotico. Volete sapere perché? Perché i cuochi sono brasiliani. Honzen Japanese Restaurant (Via Alessandro Manzoni, 126 | Angolo Via Giovanni Gentile, 1, 80123, Napoli) Qui il personale è molto professionale e i camerieri conoscono gli ingredienti di ogni piatto e lo raccontano in modo elegante. Però i prezzi sono leggermente sovrastimati.I nigiri erano deliziosi così come l’insalata wakame. Viene servito un delizioso cheesecake anche se non è per niente tipico della cucina giapponese. (Darya Gorshkova)

Primati del Regno delle Due Sicilie: 1763. Primo Cimitero Italiano per poveri (Cimitero delle 366 fosse)

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laspassoneltempoJesosud continua dalla prima pagina Francesco del Piano

L’Italia è nata in un lago di sangue.

Nelle zone di Pompei, infatti, sono stati ritrovati i cosidOltre un milione di meridionali furono uccidetti lupanari, le primissime case d’appuntamento. Nella si (fucilati, trucidati,uccisi da epidemie scateFrancia del XIII secolo, Filippo il Bello, dispose che l’arte del meretricio fosse esercitata su barconi lungo le rive dei cor- nate per la chiusura degli acquedotti). Una quarantina di si d’acqua; in francese “au bord de l'eau” da cui deriva la parola bersaglieri giravano nelle masserie rubando e trucidando gli abitanti “bordello”. Nel regno di Napoli, nel 1432, per aprire una “casa (ammazzavano gli uomini, violentavano le donne, uccidevano bambini), poi davano fuoco alle abitazioni bruciandoli vivi. Un giorno, alcuni abitanti videro questi bersaglieri girare in paese e a forconate li uccisero tutti. Per rappresaglia arrivarono 1000 bersaglieri guidati da un colonnello di Vicenza, certo Pierre Eleonoro Negri. 500 giunsero a Pontelandolfo, e 500 a Casalduni. A Casalduni qualcuno riuscì a fuggire, a Pontelandolfo nessuno. I bersaglieri entravano di notte nelle case mentre gli abitanti dormivano, e seminudi li tiravano dal letto li portavano in piazza e li fucilavano. I sopravvissuti venivano chiusi nelle case, mentre tutt’intorno ammassavano legni e fascine, poi davano fuoco bruciandoli vivi. Concetta Biondi una bella ragazza di 16 anni, la legarono d’appuntamento” bisognava richiedere una patente reale. Col passare al palo nuda con le gambe aperte e la violentarono in 10 finché non degli anni il fenomeno della prostituzione divenne incontrollabile svenne. Il bersagliere che la vide svenuta, la squartò con la baionettanto che Re Carlo di Borbone, con un decreto nel 1737, relegò i ta, e solo allora uccisero il padre che avevano legato poco vicino per traffici sessuali in zone circoscritte, quali: Porta Medina, via Olivel- farlo assistere allo stupro. Giuseppe Santopietro cercò di portare in la, Porta Nolana, Fontanelle, i Quartieri spagnoli e Borgo salvo il figlio neonato, glielo strapparono dalle mani e lo squartaroSant’Antonio Abate. Per ogni ceto sociale, possibilità economiche e no, poi uccisero pure lui. Infine la legge Pica, che consentiva di fuciclasse lavorativa, vi erano nomi specifici date alle prostitute: quelle lare sul posto i meridionali se anche “solo sembrati” di non essere che operavano nelle vicinanze di Porta Capuana erano dette “a pa- entusiasti dei Savoia. Bastava veramente poco per essere uccisi. lazziello”; quelle che avevano come clienti i soldati erano dette (Asia Colombrino) “fantesche”. Nel dialetto napoletano con la parola “zoccola” s’intende non solo “topo” ma anche “prostituta”. Il vocabolo ha ori- L’ illuminazione pubblica (Parte prima, gli gini settecentesche: le prostitute napoletane, vedendo le nobildonne passeggiare lungo Via Toledo con zoccoletti molto alti per non far inizi) Fino al 1700 le strade delle città italiane sporcare l’abito di fanghiglia, le imitavano indossando zoccoli ancor piombavano nella oscurità più totale dopo il calar più alti. Da questo “costume”, i napoletani ne associarono il termine. del sole. Pochi lumini posti nelle edicole votive, non riuscivano a Col passare del tempo la prostituzione divenne un problema, tanto illuminare le strade e i vicoli, che divenivano, di notte, posti ideali che Re Ferdinando I, nel 1781, relegò a un’area circoscritta, per borseggi e rapine. Dai ricordi di viaggio di italiani fatti nelle all’Imbrecciata (Borgo di Sant’Antonio Abate) l’esercizio del mere- principali città europee venne l’ esortazione a dotare anche le nostre tricio. Nel 1855 fu addirittura eretto un muro di cinta a delimitare la città di una opportuna illuminazione pubblica. Napoli nel 1770 fù tra zona. Riguardo la prostituzione maschile, a Napoli vi era una strada le prime città a promulgare un editto che: “ordinava che tutti gli edidel quartiere San Lorenzo che era frequentata solo dai travestiti: vico fici pubblici, i Banchi, i palazzi dei ministri, degli ambasciatori e dei Femminelle. Il toponimo fu poi mutato in via Lorenzo Giustiniani e nobili di grande casato, tengano fanali accesi di notte davanti alle in seguito in via Pietro Antonio Lettieri. A denunciare il degrado che porte e agli angoli delle strade” e in seguito ne vennero collocati un c’era a Napoli, fu la scrittrice Jessa White, che nel 1877, nel suo li- centinaio lungo la strada di Forcella. bro “La Miseria a Napoli” scrisse: “Al teatro anatomico, ove si se- L’ esperimento durò poco, i fanali e i lampioni vennero sistematicazionano i cadaveri dei poveri che non pagano il mortorio, fra le ra- mente distrutti da quei delinquenti e lestofanti che non potevano più gazze dai dodici anni in su non si notò nessuna vergine”. Andrà per- espletare le loro ruberie e maleaffari notturni. E qua venne in soccorsino peggio quando, negli anni Quaranta del Novecento, Napoli si so la proverbiale fantasia napoletana, padre Gregorio Maria Rocco trasformò in un’immensa “casa aperta” a causa dell’occupazione (1700-1782), chiese e ottenne dal Re la licenza di disporre nei punti militare americana. Testimonianza di ciò è la nota canzone più critici della città 300 immagini della Vergine Maria e 100 croci“Tammurriata nera” con il quale i suoi autori Edoardo Nicolardi ed fissi, con ai lati due lampioni. Nacque in città una vera e propria gara E.A. Mario, cantarono delle violenze perpetrate dai soldati afro- nel tenere accesi e alimentati i fanali votivi sia di notte che di giorno. americani a danno delle donne napoletane. Le case di tolleranza fu- Questi lampioni erano alimentati da ceri o olio, ancora era da divenirono chiuse nel 1958 con la legge Merlin; prima di allora a Napoli se re la “moderna” illuminazione a gas. ne contavano circa 900 ed esistevano tariffe agevolate per tutti i ceti A Londra il 28 gennaio 1807 fù realizzata la prima illuminazione a sociali dell’epoca. (Francesco del Piano) gas di carbone, i primi lampioni funzionavano ad accensione manuale, poi fù introdotta l’ accensione automatica. In Italia, la prima concessione per l’ illuminazione a gas fù rilasciata a Pierre Andevel di Montpellier nel lontano 1817, dal re Ferdinando I delle Due Sicilie, ma la cosa non ebbe poi risultati concreti. Napoli e molte città italiane ebbero i lumi a gas attorno al 1837. Nel 1869 le città italiane che contavano il maggior numero di lampade erano Milano, Torino, Trieste, Napoli e Genova. Nasceva in quei tempi la figura del lampionaio, un addetto che al calar del sole passava tutti i lampioni della città e avviava la fiamma. Si hanno notizie di impianti di illuminazione e riscaldamento a gas in Cina già nel terzo secolo, con tubazioni in canna di bambù. (Antonio Prisco) Primati del Regno delle Due Sicilie: 1781. Primo Codice Marittimo del mondo

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dipoesiaquestaparteJesosud

Uno dei mestieri che più mi lega alla storia dello stesso è senza dubbio ‘o mannese. Costruttore e restauratore di carri

L’Approdo a questa pagina è testimonianza di un atto. Quest’angolo del giornale vuole risvegliare interesse, amore e partecipazione. Volendo esagerare nella forzatura, nel rispondere al

e carretti.

Mio nonno negli anni 30/40 faceva questo mestiere con tutta la famiglia. Lo aiutava mia nonna e i suoi tre figli, benchè l’ultimo fosse piccolino. Un mestiere dalle ampie capacità tecniche, e anche artistiche. Bisognava lavorare sia il ferro con forge e incudine, sia il legno con pialle e seghe. Ma aveva anche il lato artistico, alcuni carretti venivano decorati, specie quelli che andavano venduti in Sicilia. Tra le operazioni che mi raccontavano ricordo solo alcune “ferrà ‘o miulle” (cerchiare il mozzo col ferro), “ngrassà ‘e rote” (ingrassare le ruote), “vattere ‘o maglio ‘ngopp’ ‘a ‘ncunia” (battere il ferro sull’incudine), “‘ncastrà ‘e ragg’ ‘indo ‘o circhion’” (incastrare i raggi nel cerchione delle ruote). Alcune operazioni da fare per realizzare un carretto erano faticosi e pericolosi, specie cerchiare le ruote con il ferro, altre invece erano dettate dall’esperienza e abilità. Come fare un cerchio perfetto di ferro per ruota. Si lavorava con il fuoco della forgia incandescente, una grossa pietra lavica con incavata una forma a mezza lunetta, e poi con la mazzola si batteva con forza e destrezza, fino ad ottenere il cerchio, che infilato rovente sulla ruota, e successivamente raffreddato con acqua, e per effetto della contrazione termica, si stringeva sulla ruota. Ormai questo mestiere è del tutto scomparso, perché carri e carretti non circolano più. (J)

mio modo emozionale, direi che vuol essere una forma di iniziazione poetica. Auspico che queste poche righe, possano suscitare nell’animo di chi legge, una scrollata di tutto ciò che, come coltre copre l’innata poetica che è in ognuno di noi. I mille impegni inutili del quotidiano vivere, consumano il nostro tempo. Così facendo somministrano a lente dosi un velenoso sonnifero che addormenta lo spirito e assopisce l’anima. Questa manciata di versi, possa essere l’inizio di un lungo convivio nel tempo. Affido alle “sudate carte”, come recita il sommo poeta, la missione di sciogliere quel sentire di dentro, che “intender lo può solo chi lo prova” come esprime il sommo poeta. La poesia esprime sentimenti, non parla ma canta. Esce dalla realtà del quotidiano, per vagare nel mondo del sogno e della fantasia. Con queste rime sparse è in quel mondo fantastico che aspiro a trasportare l’anelito di chi legge. Come soleva fare la regina egizia Cleopatra, la quale osava spargere di sensitivo profumo le vele della sua nave quando solcava i mari. Ad ogni zaffiro di vento diffondeva il lezzoso profumo sugli ospiti coinvolgendoli nei suoi giochi. Così sulle vele spianate al vento della navicella della Musa Calliope, cosparse di nettare ammaliante attrarremo i nobili di animo al nostro convivio e scioglieremo un cantico che forse non morrà. La mia speranza è che lo spirito di Aristotele aleggi sul nostro capo e ci guida a formulare una poetica che sia di conoscenza, di piacere ed universale consolatrice. Lasciando alla storia il compito di tramandare fatti ed avvenimenti e di costumi nel tempo. Note d’Autore. La poetica nasce già con Lui adolescente, muove i primi passi sulle orme della Musa Calliope. Egli l’ha coltivata con continuità, immergendosi sempre più nel mondo della poesia. L’autore con solerzia e spirito battagliero fortemente aspira, attraverso i suoi versi, ad affrontare le problematiche dell’uomo - unica specie dotata di razionalità- e lo trasporta nel mondo surreale fatto non da concetti ma da immagini che esprimono il vibrare dei sentimenti. Coinvolge corpo ed anima e prova con delizia a far dimenticare le asprità della vita, e portando fuori dal quotidiano, consola ed abbraccia esaltando il senso di libertà interiore. (Pasquale Leone)

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lampiunario, un antico mestiere estinto sul finire degli anni 40, con l’avvento della pubblica illuminazione. Gli impianti di illuminazione erano a gas, e quindi, ad una certa ora andavano accesi, e successivamente spenti. Ecco allora il mestiere del lampiunario. All’imbrunire girava per le strade munito di un’asta lunga con all’estremità una fiammella che arrivava ai forellini dove usciva il gas per accenderlo, mentre, ad una certa ora per spegnerlo, usava un’altro attrezzo ‘o stutale, cioè un’ asta con all’estremità un coppetiello (cono) di latta capovolto che appoggiava sulla fiammella e questa si spegneva. Oramai un mestiere che lo si ricorda solo attraverso i racconti nostalgici dei nostri nonni. Però se provate a girare tra le bancarelle di qualche festa patronale e qualche sagra paesana, potreste incontrare qualche bancarella di '”O père e 'o musso” che ancora utilizza per illuminare questo sistema. (Di Marzo Francesco)

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Ricette del periodo Borbonico “Cotiche ripiene”Procuratevi un paio di cotiche di maiale, pulitele e lessatele in abbondante acqua salata per ammorbidirle, poi asciugatele. Preparate a parte il composto per farcirle, facendo rosolare una cipolla in olio d’oliva e aggiungendo poi, 100 grammi di salame casereccio tagliato a cubettini, 500 grammi di mollica di pane fresco, e a chi piace aggiungere al composto 50 grammi di uva passa e 50 grammi di pinoli. Cuocete per qualche minuto, passate poi il composto in una terrina aggiungendo 3/4 uova, 100 grammi di caciocavallo fresco tagliato a pezzettini, del prezzemolo tritato, sale e pepe. A parte rosolate bene una cipolla nell’olio d’oliva e aggiungete un chilogrammo di pomodori pelati e 100 grammi di concentrato di pomodoro, salare pepare. Stendete le cotiche lessate, e farcitele con il composto ottenuto precedentemente, arrotolatele e legatele con spago da cucina. Appoggiatele nella terrina con la salsa in ebollizione per una mezz’oretta, si possono aggiungere anche dei semi di finocchietto. Dopo fatele raffreddare e affettatele, servitele calde con la salsa di cottura e con crostoni di pane strofinato con aglio. Del buon vino rosso e corposo farà il resto. Ricetta consigliata e testata dalla Redazione. Se ti senti “CUCINA NAPOLETANA NAPOLETANA” invia la tua ricetta… la testeremo e la pubblicheremo!

Primati del Regno delle Due Sicilie: 1783. Primo Cimitero in Europa per tutte le classi sociali (Palermo)

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Jesosud numero 4 aprile 2018  

La rivista mensile tratta argomenti storici sulla questione meridionale, con un'occhio all'attualità

Jesosud numero 4 aprile 2018  

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