Page 1

La democrazia del Marchese.

Amt: si riprivatizza!/ No Tav-No Terzo Valico: nessun esproprio! / Amiu Bonifiche Diserbo: licenziamenti e rappresaglie a mandato P.D. / Occupare lo sfitto è un diritto! / Crisi politica: come uscirne. / Olimpiadi di Londra 2012 / Recensioni di classe: “Il Tetto”./ Ciao Franco…

Sarà il sangue che non è rosso o, forse, il codice genetico che si ripete sempre uguale da millenni e che se ne sbatte delle mutazioni darwiniane, della rivoluzione francese e di simili altre sciocchezze! Imprigionato dalle logiche culturali di discendenza, impossibilitato a uscire dai suoi palazzi del ’500 senza avvertire un inevitabile senso di superiorità, oltre che uno sgradevole odore di popolino che, nonostante gli “annaffi” dell’Amiu, impunemente imperversa per via Garibaldi, il ducaconte, pardon, marchesesindaco, mai l’abbiamo visto scomporsi minimamente di fronte alle proteste dei lavoratori di Amiu bonifiche, di Amt, della Centrale del Latte o di Ericsson. E giammai battere un sol ciglio nel reintrodurre la tassa sulla casa (tanto lui non la paga!). Ma sul terzo valico, invece, eccolo nobilmente schierato con “i poteri forti” alla faccia del popolo delle primarie e di chi protesta! Con eleganza e sobrietà il novello “sor conte”, aristocratico più che mai, quotidianamente ci ricorda che Lui è Lui e noi non siamo un cazzo!


Stella Rossa Genova pag. 2

Agosto/Settembre

AMT.

Non è bastata una privatizzazione? AMT è l’azienda comunale che gestisce il trasporto pubblico locale a Genova. Originariamente AMT significava Azienda Municipalizzata dei Trasporti. Nel 2004 la Giunta di centrosinistra con a capo il sindaco Giuseppe Pericu (allora DS oggi PD) decide di ‘privatizzare’ l’Azienda (primo caso a livello nazionale) ’per evitarne il fallimento’ a causa di un buco finanziario di 15 milioni di euro. Prima di effettuare la gara da AMT (diventata Azienda Mobilità e Trasporti) viene scorporata AMI (meccanici e amministrativi), una bad company al 100% del Comune di Genova, con in pancia il deficit della vecchia società. I francesi di TRANSDEV (società al 100% della Cassa Depositi e Prestiti francese, dunque pubblica) pagano 22,5 milioni di euro per rilevare il 41% di AMT. Il primo intervento dei nuovi soci consiste nel tagliare le linee ‘improduttive’ (ad es.: ultima corsa della metropolitana alle 21 invece che alle 24). Successivamente vengono aumentate le tariffe: biglietto a 1,50 euro, all’epoca il biglietto più caro d’Italia, altro record nazionale). Insomma il servizio peggiora ma costa di più. Non soddisfatti del risultato passano alla fase successiva: l’attacco ai lavoratori. L’Azienda propone un piano industriale che prevede 400-500 esuberi gestiti attraverso l’introduzione di ammortizzatori sociali e l’accompagnamento alla pensione per una parte di loro e il taglio delle linee di 3,5 milioni di chilometri. Significativa l’introduzione della cassa integrazione (mai utilizzata nel settore e neanche prevista dal contratto nazionale, anche in questo caso Genova è all’avanguardia…) in deroga, con la possibilità che la Regione Liguria versi anche l’integrazione fino al 100% dello stipendio. AMT, l’allora sindaco Marta Vincenzi e l’assessore regionale del PdCI Vesco (che non riesce a trovare i soldi per il trasporto pubblico, ma li trova per la cassa in deroga e l’integrazione al 100%), ci spiegano, ancora una volta, che questo è l’unico modo per ‘salvare l’Azienda’. Il sindacato (la FAISA CISAL è il primo per numero d’iscritti, seguono CGIL, CISL, UIL e UGL), dopo aver firmato un preaccordo, si trova di fronte alla reazione dei lavoratori, che, appena giunta nelle rimesse la notizia della firma, lanciano un’assemblea autoconvocata chiedendo ai propri rappresentanti sindacali di venire a spiegare le ragioni per cui lo hanno sottoscritto. Da lì nasce un comitato per il NO all’accordo (prontamente ribattezzato ‘i falchi di AMT’ dalla stampa cittadina), i cui esponenti intervengono nelle assemblee per spiegare ai colleghi per quale motivo bisogna respingere l’intesa. La Federazione PRC di Genova, gestita all’epoca da una maggioranza di sinistra, produce volantini e un pieghevole a 4

pagine per spiegare nel dettaglio l’accordo, i suoi punti deboli e le sue incongruenze, facendo delle proposte alternative per intervenire su AMT senza tagliare il servizio e le retribuzioni dei dipendenti. Il materiale è distribuito in tutte le rimesse e ai principali capolinea, suscitando la reazione dei sindacalisti, che criticano aspramente le posizioni di Rifondazione nel corso delle assemblee preparatorie del referendum. Ma alla fine la FAISA fiuta il clima, capisce che l’accordo rischia di essere bocciato e ritira la firma, seguita a ruota dagli altri sindacati. A seguito di una nuova trattativa viene varata una nuova intesa, anch’essa pesante, ma in cui i numeri si riducono significativamente: 220 lavoratori in cassa e 1,5 milioni di chilometri i tagli alle linee. Il sindacato ottiene 5mila ore di permessi sindacali per due anni e un più che vantaggioso accordo sulla ricostruzione di carriera per i sindacalisti che rientrano in AMT (in azienda non c’è una RSU, ma ci sono una quindicina di esentati). Il passaggio successivo è l’arrivo di RATP (società che gestisce il trasporto pubblico a Parigi) al posto di TRANSDEV. Nel frattempo – come ho scritto – era cambiato anche il sindaco (da Pericu a Vincenzi) ma l’azienda continua comunque a denunciare buchi di bilancio. Dopo pochi mesi, RATP, scottata dalla bocciatura del piano industriale originario e dalle continue difficoltà create dalla resistenza dei lavoratori e dei cittadini (infatti si erano costituiti diversi comitati spontanei contro i tagli alle linee nei quartieri periferici) abbandona Genova. Possiamo dire quindi che AMT è stata ripubblicizzata dalla resistenza dei lavoratori e degli utenti. Alla fine anche la Corte dei Conti trae un bilancio della privatizzazione, riconoscendo che essa ha provocato una perdita di 70 milioni di euro al Comune, mentre la magistratura ordinaria condanna l’ex sindaco Pericu a pagare 450mila euro di danni. Inoltre vengono scoperte irregolarità nella redazione dei bilanci 2006-2009 e il Comune infligge a RATP una multa di 85

mila euro per la ‘cattiva gestione’ dei mesi a suo carico e rifiuta di pagare 2,5 milioni di euro, che avrebbe dovuto versarle a titolo di ‘consulenze’. Ma, secondo le clausole dell’appalto del 2004, entro gennaio il Comune dovrà versare comunque a RATP i 22,5 milioni versati da TRANSDEV all’atto della gara. Dunque per i privati AMT è stato un investimento a rischio zero e a profitto garantito (3 milioni all’anno incassati appunto come ‘consulenza’…). Quando i francesi si ritirano da AMT Genova è, di fatto, già in campagna elettorale. Il trasporto pubblico è un tema portante della campagna dei candidati sindaci. Marta Vincenzi, sindaco uscente, viene sconfitta alle primarie da un candidato ‘arancione’ presentatosi come ‘innovativo’ e che, ancora un mese dopo la sua elezione a sindaco, dichiarava: ‘AMT è un’azienda malata, ma non credo possa dare risultati l’approccio che potrebbe avere un privato: dobbiamo puntare all’efficienza e al controllo dei costi, ma nella logica del servizio pubblico’! Tuttavia il primo atto di Marco Doria, sindaco ‘di sinistra’, sul trasporto pubblico è la presentazione di una delibera che prevede riduzione del costo del lavoro e una nuova privatizzazione di AMT, per ‘salvarla dal fallimento’ (le stesse e identiche parole di Pericu). Per 20 anni ci è stato detto che privatizzazioni e liberalizzazioni avrebbero determinato un miglioramento della qualità dei servizi pubblici e una diminuzione delle tariffe. Oggi possiamo dire che non c’è un solo caso in cui questa previsione si è verificata. Non c’è maggiore concorrenza, ma grandi monopoli che controllano quote di mercato assistito incamerando milioni di euro di risorse pubbliche ed esercitando uno strapotere assoluto nei confronti degli enti locali. Le privatizzazioni sono state un fallimento. AMT lo dimostra ed è per questo che non smetteremo di lottare a difesa del servizio pubblico: fuori i privati e dentro lavoratori e cittadini!

ss Autista Amt


Agosto/Settembre 2012

Stella Rossa Genova pag. 3

No tav - no terzo valico.

La val Susa a Genova. Con l’ultimo giorno di presidio a Campomorone si chiude un lungo periodo di mobilitazione iniziato con la manifestazione del 26 maggio ad Arquata Scrivia, giorno in cui scesero per le vie della cittadina dell’Oltregiogo, sindaco in testa, più di duemila persone provenienti anche da Genova, Torino e dalla Val di Susa. Uno straordinario successo di partecipazione ottenuto grazie alla determinazione di pochi compagn* che in poco tempo sono riusciti a tradurre efficacemente l’esperienza val susina e a costruire, assieme ai compagn* genovesi, un comitato per la difesa delle valli appenniniche liguri-piemontesi contro il Tav – Terzo valico. Un impegno che ha coinvolto in incontri e discussioni decine di militanti, compagn* e cittadini delle valli interessate dall’opera con alle spalle esperienze e pratiche diverse, con l’obbiettivo comune di impedire a tutti i costi lo scempio delle nostre terre e l’ennesimo sperpero di denaro pubblico in una dannosa quanto inutile opera, la cui costruzione serve solo ad ingrassare i soliti noti: capitalisti-finanzieri, banche, mafiosi del cemento e i loro protettori politi (il PD su tutti). Un’opera della cui costruzione se ne parla, sempre in termini di urgenza e di priorità nazionale, da almeno vent’anni(!), e che ha già creato a Fraconalto un visibilissimo disastro ambientale dopo la costruzione del c.d. “foro pilota”. Una vicenda quest’ultima che ha già avuto un aspetto giudiziario con la condanna del senatore del PdL Luigi Grillo (tenacissimo sostenitore dell’opera) per “Truffa ai danni dello Stato” poi assolto per “avvenuta prescrizione” grazie al successivo intervento della legge Cirielli. Nonostante tutto, l'infinita arroganza del Cociv, il consorzio costruttore dell’opera, non conosce limite. Forte di quegli appoggi politici che mai sono attenti all'interesse pubblico ma che invece sono sempre pronti a tradurre in un problema di ordine pubblico tutto ciò che va contro i loro sporchi affari, il Cociv inizia a spedire le ignobili lettere di es-proprio, prima ai cittadini di Arquata e Serravalle, poi a quelli genovesi. La risposta non si è certo fatta attendere: immediatamente si organizzano i presidi, opponendo all'arroganza mafiosa degli emissari del Cociv la presenza dei compagn* e dei cittadini, risoluti a tutto pur di difendere la propria terra e la propria esistenza. Arquata, Serravalle, Gavi, Borgo Fornari, Pontedecimo, Trasta, Fegino, Campomorone e Isoverde: in nessun caso gli espropri sono andati a buon fine e gli emissari, con le loro lettere, sono stati respinti e rispediti al mittente. Un successo importante ma temporaneo. C'è da starne certi la risposta del Cociv e dell'apparato politico

che sta alle loro spalle non tarderà ad arrivare. La militarizzazione della val Susa è sotto gli occhi di tutti ma se riuscirà anche a noi la mobilitazione di quella valle, allora per lor signori a saià düa! Ma intanto vale la pena rilevare come quella vissuta in questi mesi, sia stata un'esperienza politica e umana densa e profonda. I dubbi che l'esperienza val susina potessero ripetersi in una grande città come Genova sono stati in un solo colpo completamente diradati dalla partecipazione, sempre massiccia, nelle due settimane di presidi tra la val Polcevera e la val Verde. Compagn* e cittadini genovesi (e non solo) non hanno solamente presidiato la casa o il terreno che il Cociv vorrebbe espropiare, ma hanno dato vita ad un intreccio politicosociale in cui, oltre alla solidarietà verso chi dovrebbe essere espropriato dei propri beni, si è riscoperta anche la voglia di stare assieme, di confrontarsi direttamente senza più intermediari politici e senza più delegare a nessuno la difesa della propria vita. Smontando così facilmente anche il tentativo, da parte di chicchessia, di far passare la consapevolezza politica dei manifestanti no tav in una sciocca e inutile difesa localistica e territoriale affetta dalla sindrome “nimby”. Una consapevolezza anche coraggiosa che ha saputo non farsi intimorire né dalla presenza sempre costante della digos né dagli articoli della stampa borghese locale (secolo xix) che quotidianamente paventavano, in articoli farsa, l'arrivo di denunce per chi era ai presidi o che, stravolgendo completamente la verità, raccontavano di fantomatici disordini la sera della manifestazione a Ceranesi. Insomma un pieno recupero di quelle pratiche politiche fatte di discussioni, confronti ma anche di ottimi pranzi e agguerritissime partite a calcetto! Un esempio e un'altra lezione per chi, come il nostro partito, ha perso completamente il rapporto con il territorio (salvo ancora qualche bellissima eccezione!) per ripiegarsi totalmente in una deriva burocratica e istituzionalista fatta di apparati e comitati elettorali e che ha avuto come logica

conseguenza la fuga degli iscritti, dei militanti e il tracollo del consenso elettorale...un autentico capolavoro di “ars politica”! L'alternativa agli accordi elettorali con il PD, il principale partito di riferimento del capitalismo nazionale e internazionale, oltre che convinto e interessato sostenitore del Tav, esiste. Occorre però finirla con un approccio minoritario e residuale che vede negli accordi con la borghesia l'unica possibile soluzione per difendere gli interessi di chi si ha ancora la presunzione di voler rappresentare, senza poi averne da questi nessun mandato reale (non ci votano!) a farlo. Viceversa proseguendo pervicacemente con la politica delle alleanze si continuerà a portare nelle istituzioni, quando ancora ci si riesce, solamente dei rappresentanti di se stessi. Occorre il coraggio e l'umiltà di tornare a fare politica e militanza per le strade delle città, tra le fabbriche e nelle nuove realtà produttive, nelle scuole, nelle università e nei movimenti, andando oltre le pratiche cerimoniali delle burocrazie sindacali e con una presenza organizzata che vada oltre il presenzialismo nelle manifestazioni da queste indette. Un processo di reintegro nella società reale con una proposta autonoma, alternativa e anticapitalistica per ricostruire un movimento reale che abbatta chi vuole fare delle nostre vite e del bene pubblico un’“ipercoop”, ricostruendo un tessuto sociale compromesso dalle logiche liberiste di tutti i governi degli ultimi venti anni e facendo uscire la “rifondazione comunista” dalla gabbia bertinottiana di “corrente culturale”. Attorno alle lotte contro i tagli alla spesa pubblica, contro la chiusura delle scuole e degli ospedali, contro le privatizzazioni dei beni pubblici, la vendita dell'acqua, contro tutte le grandi opere come il Tav e contro tutte le politiche neo-liberiste del governo Monti e dei partiti che lo sostengono (PD). Solamente dentro questo perimetro ha un senso e un futuro il nostro partito; viceversa fuori da questo, ci sono solo alchimie politiche e geometrie variabili, tatticismi e nicchie ecologiche, utili solamente a qualche politico carrierante e, soprattutto, a tutto vantaggio dei grandi interessi economici e finanziari. Per questo noi diciamo e scriviamo: No Tav in ogni città!

fn


Stella Rossa Genova pag. 4

Agosto/Settembre

Amiu Bonifiche diserbo.

Licenziati da D’Alema. La storia dei lavoratori del diserbo nasce nel 2004 quando Amiu bonifiche, partecipata al 100% di Amiu, riceve da quest’ultima l’appalto per il diserbo cittadino. Un primo contratto è proposto tramite il portale della provincia “Match” della durata di tre mesi, prorogati di altri due a seguito anche di un altro appalto per la pulizia di alcuni rivi genovesi. Ha così inizio una vicenda anomala ma, per alcuni elementi, paradigmatici, che ha coinvolto e continua a tutt’oggi a coinvolgere una ventina di lavoratori, in un’azienda c.d. “partecipata” del Comune di Genova. Siamo giunti, infatti, al nono anno consecutivo di gestione dell’appalto del diserbo da parte di Amiu Bonifiche, che in tutti questi anni ha assunto, salvo rare eccezioni, sempre le stesse persone utilizzando la forma contrattuale del “tempo determinato” giustificandola con la “natura stagionale” del lavoro. In tutti questi anni Amiu bonifiche ha quindi gestito un servizio cittadino garantito dal Comune di cui non si è mai riuscito a determinarne l’ammontare economico, di cui non si sa nulla di come i soldi sono impiegati e, infine, utilizzando a questo scopo lavoratori “stagionali” che non sono mai rientrati in un piano di assunzione a “tempo indeterminato” nonostante che, in precedenza, la stessa mansione fosse svolta da operatori di Amiu. Infine, da quando è stata costituita, l’azienda è sempre stata gestita dallo stesso amministratore delegato e dallo stesso dirigente. E’ l’estate del 2008 ed è in questo quadro che, dopo alcune inutili richieste ai sindacati di categoria di intervenire sull’uso abnorme del contratto a tempo determinato, oltre che su questioni di minore rilevanza (insindacabilità sull’uso delle ferie o abolizione del premio produzione solo per fare due esempi), i lavoratori cercano un contatto diretto con l’Amministrazione Pubblica, in altre parole, i proprietari dell’azienda. Dopo alcuni mesi, finalmente, si giunge a un accordo che prevede la stabilizzazione dei lavoratori fin qui utilizzati, in una qualsiasi delle società partecipate del Comune ovvero dopo una graduatoria e un esame delle competenze di ciascuno. A oggi, su venti lavoratori presenti in quella graduatoria, solo due sono stati assunti! Non tutti però sono convinti che questo debba essere un ineluttabile destino cui sottostare, non solo perché ciò che è messo in

discussione è la possibilità di crearsi una prospettiva di vita dignitosa (pur a 1000 euro di stipendio) ma soprattutto, perché chi impedisce che ciò possa verificarsi sono politici eletti che amministrano il bene pubblico, politici (non) eletti che amministrano aziende pubbliche e, infine, sindacalisti amici di costoro che nulla fanno per difendere i lavoratori. A dicembre del 2011 sette lavoratori, assistiti da un avvocato, spediscono una raccomandata in cui chiedono all’azienda l’assunzione a tempo indeterminato. La risposta dell’azienda ha il gusto delle tipiche risposte “padronali”; non solo, infatti, l’azienda ignora completamente la raccomandata che le è stata spedita, ma per il contratto del 2012 essa non richiama questi lavoratori. Il tutto con la compiacente collaborazione del sindacato di categoria che, informato su quanto stava accadendo, ha risposto loro di non doverli tutelare poiché questi con la stessa raccomandata avrebbero denunciato anche il sindacato! Dopo aver aspettato il cambio della guardia nelle stanze dei bottoni della politica con il contestuale ingresso dei “soliti buoni propositi elettorali” perfettamente impersonati dal nuovo sindaco Doria, i lavoratori chiedono un incontro all’assessore Oddone, il quale dopo tre colloqui, li informa che, pur comprendendo la gravità della situazione, egli è “impotente” nei confronti dell’azienda. I lavoratori decidono allora di dimostrare alla città che se la politica nulla può nei confronti di un’azienda per di più pubblica, allora questa non ha ragione di esistere e quindi occupano il consiglio comunale in corso. A fronte di ciò, pur non intaccando minimamente “l’aristocratico distacco” del Sindaco, essi ottengono la convocazione di una commissione che faccia luce su quanto è successo. La commissione si chiude con una dichiarazione importante

dell’assessore Oddone in cui egli afferma di non condividere il comportamento dell’azienda nei confronti dei sette lavoratori, e che l’accordo sottoscritto nel 2008 è ancora formalmente valido. A oggi, sono passati due mesi dalla convocazione della commissione, nulla è stato fatto. I sette lavoratori lasciati per strada dall’azienda sono in attesa che la politica istituzionale torni dalle ferie e prenda una decisione. Gli amministratori di Amiu bonifiche sono ancora tranquillamente al loro posto, tutelati dalla fiducia incondizionata da parte di chi, da anni, governa la città (il dirigente Franco Chiantia è stato consigliere provinciale del PD nell’ultimo ciclo amministrativo). Il segretario generale della Filcem Cgil di Genova, Antonio Grifi, sarà verosimilmente impegnatissimo in ieratiche contemplazioni delle foto di Che Guevara e Di Vittorio appese nel suo ufficio, finalmente liberato oltre che dalla sgradevole vista delle acciaierie di Cornigliano, anche dai quei rompicoglioni del diserbo. Ma questo loro sogno, siamo convinti, presto finirà. Negli ultimi anni molti compagni e compagne ci hanno aiutato nella nostra lotta, e, grazie anche alla loro concreta solidarietà, torneremo presto a farci sentire per risvegliare “lor signori” dai loro efferati sogni.

ex-lavoratori del diserbo


Agosto/Settembre 2012

Stella Rossa Genova pag. 5

Emergenza case:

Case per tutti? Come affronta l'emergenza il Comune di Genova? In pieno ferragosto, alcuni compagni hanno deciso di aprire con fatti reali la battaglia per le case a Genova. Come spesso denunciato (vedi manifesto circolo PRC Geymonat risalente alla primavera scorsa) esiste una situazione intollerabile. Circa 20 mila appartamenti sfitti di cui metà patrimonio pubblico inutilizzato e lasciato al degrado. Gli appartamenti e i palazzi pubblici sono suddivisi tra comune, ARTE e Università. L'altra parte del patrimonio abitativo inutilizzato è di proprietà ecclesiastica e di pochissimi multiproprietari dai nomi altisonanti e nobili. Questa situazione ricorda per certi versi il feudalesimo, ci sarebbe da scrivere per delle ore, quello che ad oggi comunque interessa far notare è che questa situazione crea disagio (famiglie senza casa e senza reddito, affitti alle stelle) soprattutto alle fasce più deboli. Nonostante alcune recenti prese di posizione che andremo a commentare, la realtà di fatto ci parla di un problema tenuto nascosto per tantissimo tempo, di cui oggi si parla soprattutto grazie alle campagne politiche condotte da realtà antagoniste, dal circolo PRC Centro Storico, dalle occupazioni di queste settimane (AutAut in Vico Untoria, Giustiniani 19 in Via Giustiniani, Piazza delle Vigne e di nuovo Vico Untoria). Il discorso politico si intreccia con il problema degli spazi sociali, con le volontà di autogestione e autorganizzazione, ma le questioni sono distinte. Un conto è il problema sociale di chi non ha la casa, diverso il discorso della gestione degli spazi. Sono due diritti da rivendicare entrambi, i cui ragionamenti spesso si intrecciano, ma sono questioni distinte. Oggi, in due diversi momenti, il Comune di Genova è intervenuto sulla questione (vedi comunicato Comune di Genova, vedi dichiarazioni assessore Bernini). Queste prese di posizione seguono le polemiche su una richiesta di maggiore durezza avanzata dall'europarlamentare PD Sergio Cofferati (vedi articolo). Richiesta che in effetti rimane un pò astrusa visto che il 6 agosto la polizia in assetto antisommossa ha sgomberato gli abitanti di Giustiniani 19. Leggiamo dal comunicato del Comune di Genova: "Sull’immobile di vico Untoria e sulle critiche mosse dagli anarchici rispetto alle categorie destinatarie degli appartamenti il Comune risponde: “Si ricorda che le tipologie di reddito e le condizioni per l’assegnazione differiscono a seconda degli interventi proprio per garantire un equo utilizzo del patrimonio

pubblico e in definitiva l’accesso alla casa anche per le persone a bassissimo reddito. Proprio per tale obiettivo è necessaria la massima trasparenza e legalità nell’assegnazione" Leggendo il bando è facile vedere che si prevede un affitto di 450 euro e varie condizioni di reddito che configurano condizioni che vanno ben al di là dei criteri per le classi popolari. In realtà il Comune di Genova vuole affittare gli appartamenti per recuperare soldi (è in difficoltà economiche) ed inoltre ha interesse a favorire l'ingresso in centro storico di persone a fasce di reddito medio alto. Ciò che il Comune ha in mente è l'equazione tra bassi redditi e degrado: un ragionamento prettamente classista. In realtà le case popolari servono per i redditi bassi, altrimenti non lo sono. In questo modo gli affitti non vengono affatto calmierati, anzi si ha l'effetto contrario. L'intento del Comune è spiegato chiaramente, al di là del linguaggio astruso in queste righe: “Non può certo rientrare in questo – spiega l’amministrazione comunale – l’occupazione di alloggi recentemente ristrutturati e prossimi alla consegna a seguito del bando in corso.. Un intervento che, nel caso di vico Untoria, contribuisce alla vita sociale di una importante area del centro storico”. L'asessore Bernini va invece giù più duro. Non sapendo che dire se la cava con un pò di propaganda sulla guerra tra poveri: “Questi appartamenti sono destinati alle politiche sociali, ad una fascia molto debole di cittadini che vengono danneggiati da questa occupazione”. Come già spiegato, e come evidente dal bando di assegnazione, questa cosa è completamente falsa. Dopodiché dice di voler affrontare il problema abitativo, di cui si sono resi conto solo ora:“Sul tema della casa – continua Bernini – abbiamo già affrontato in modo collettivo le problematiche e abbiamo fatto una riflessione condivisa sui percorsi da mettere in campo ma, ovviamente, e’ necessario un minimo di tempo e noi siamo in carica da soli due mesi”.Poi minaccia regole contro le occupazioni; il problema si affronta quindi non curandolo ma mettendo fine all'azione di coloro che lo fanno emergere. In perfetto stile reazionario:“Fare gli sceriffi e’ possibile solo quando si sono fatte le cose: noi abbiamo capito i problemi della casa a Genova e abbiamo avviato un percorso che celermente ci porterà a mettere a punto norme adeguate contro le occupazioni. "Per fortuna la chiusa del comunicato del

Comune è più sobria: L’Amministrazione comunale “conferma la volontà di dialogo con tutti coloro che vogliono battersi per il diritto alla casa, poiché crede fino in fondo al metodo della partecipazione. Ne è però condizione imprescindibile il pieno rispetto della democrazia e della legalità, scongiurando guerre tra poveri e non sottraendo patrimonio pubblico alla disponibilità di altre persone che ne avrebbero diritto”. Facciamo presente al Comune che con le occupazioni e le lotte sociali si raggiunge il livello più alto di partecipazione possibile. Il rispetto di democrazia e legalità è un concetto che potremo tranquillamente legare alle condizioni sociali: vivere sotto i tetti, in quindici in una stanza, pagare affitti che portano via metà stipendio è tutto tranne che democratico. Se questa è la vostra legalità, allora ci toccherà essere illegali. Per quanto riguarda la sottrazione del patrimonio di tutti, verrebbe da dire che sono tantissimi gli anni in cui questo patrimonio è stato sottratto. Lo avete sottratto voi ai lavoratori e alle fasce più deboli. Prima o poi bisognerà riprenderselo.

red.


Stella Rossa Genova pag. 6

Agosto/Settembre

Crisi finanziaria e politica.

Chiunque gestirà la città gestirà tagli e sacrifici. Questo scrivevamo a maggio prima delle elezioni a Genova. Una constatazione che andava in direzione opposta a quanti si erano fatti prendere dall’entusiasmo per la candidatura di marco doria. La nostra prospettiva si basava su una semplice ma attenta analisi di quello che vedevamo intorno a noi. La peggior crisi economica del dopo guerra, un governo che fa dell’austerity (leggi massacro sociale) un dogma e le relative ricadute sul piano locale erano e sono elementi chiari per chi li vuole vedere. Monti è riuscito dove Berlusconi ha fallito, la riforma del mercato del lavoro e dell’articolo 18, la riforma delle pensioni, i tagli indiscriminati allo stato sociale sono i segni di una feroce guerra di classe portata avanti dai poteri forti di questo paese contro lavoratori, studenti, pensionati. Una guerra di classe sostenuta peraltro dalla quasi totalità dell’arco parlamentare, partito democratico in primis. Un sostegno che ha avuto ed ha tuttora un suo riflesso nel totale immobilismo della Cgil, l’organizzazione oggi in Italia che sarebbe in grado di mettere in campo una mobilitazione di massa contro le politiche dettate dalla banca centrale europea, e i cui dirigenti continuano a elemosinare un posto al tavolo della concertazione che per i padroni non esiste ormai da tempo, il che rende Camusso e compagnia responsabili e complici del drastico abbassamento delle condizioni di vita di milioni di persone. I licenziamenti di massa, le chiusure di aziende, la cassa integrazione sono all’ordine del giorno senza che si veda all’orizzonte un risposta all’altezza da chi si è arrogato il diritto in questi anni di rappresentare i lavoratori. E sì che basterebbe guardare appena fuori dall’Italia per leggere il nostro futuro, la Grecia è dietro l’angolo e ci stiamo arrivando sempre più velocemente. La borghesia europea, per uscire dalla sua crisi ci prospetta 20 anni di massacro sociale, dove anche le più piccole conquiste e i diritti basilari a cui eravamo abituati devono essere eliminati. Si corre insomma verso la barbarie più aberrante. I suicidi causati dall’impossibilità di avere condizioni minime di sopravvivenza sono lì a ricordarcelo. La risposta sindacale quindi non c’è. Occorre aver presente però che anche se necessaria non sarebbe sufficiente. La natura di questa crisi è tale che impone la messa in discussione del sistema che l’ha generata. La lotta per salvare i posti di lavoro, ad esempio, che va ovviamente sostenuta ed anzi radicalizzata, in questo

periodo storico non è più sufficiente. Le briciole che cadevano dal banchetto dei potenti e che ci bastavano fino a ieri oggi non cadono più. Si tratta quindi di ribaltare quella tavola. Ed è qui che sta il nostro ruolo, il ruolo dei militanti e degli attivisti e di un partito che vuole continuare a definirsi comunista. La crisi con il suo incedere pone di fronte a molti un fatto che è in-controvertibile: questo sistema non garantisce più le condizioni minime di una vita dignitosa. Questa consapevolezza apre grosse possibilità per chi, come noi, da sempre lotta per cambiare lo stato di cose esistenti, ma esige anche un salto di qualità. In questi anni abbiamo perso tanto a causa delle nostre ambiguità e delle nostre incoerenze. Il salto di qualità consiste o dovrebbe consistere nell’avere la capacità di connettersi con uno stato d’animo generalizzato fatto di rabbia e indignazione. Occorre dare una prospettiva, un programma e un’organizzazione a questa voglia di rivalsa. Il nostro compito è farci canale dello strato più avanzato e radicalizzato della società. I campi sui quali intervenire sono molteplici, a partire dalle vertenze operaie, che anche se in maniera isolata, stanno esplodendo una dopo l’altra. A queste si aggiungono una serie di vertenze, anche territoriali, che presentano intrinsecamente elementi di critica complessiva al sistema. Occorre essere presenti in queste lotte ma questo non basta. bisogna essere credibili agli occhi di chi si mobilita. Una credibilità che diventa nulla se diamo l’idea di essere parte di un sistema politico che ha

dimostrato e continua a dimostrare tutto il suo marciume e la sua degenerazione. È difficile, per usare un eufemismo, contribuire positivamente a una lotta se siamo alleati con chi è la controparte di quella vertenza. Questo è vero sia a livello nazionale che a livello locale. È evidente che, ad esempio, l’intervento nella vertenza AMT passa anche, agli occhi di quei lavoratori, per il fatto di essere interni alla maggioranza che sta cercando di privatizzare quell’azienda. La coerenza sta in questo. Non si tratta di ritirarsi su un piedistallo di presunta purezza ideologica ma di porre le basi per avere quel livello minimo di agibilità nelle vertenze alle quali dobbiamo essere interni. Nella nostra città le vertenze occupazionali non si contano. Da Fincantieri ad Amt, dalla centrale del latte alla Ericsson. A queste si aggiunge la questione abitativa, divenuta ormai emergenziale, con affitti e mutui che si portano via fette ampie dei salari. La questione del referendum sull’acqua pubblica poi, non ha trovato soluzione e le tappe di avvicinamento alla costruzione delle grandi opere inutili e dannose, terzo valico e gronda in primis, proseguono a marce forzate. Se sapremo unire queste lotte, discutere con quei lavoratori, portare avanti, nel fuoco della mobilitazione, una prospettiva di cambiamento complessivo, allora potremo dire di essere stati utili alla causa di quelle persone per le quali questo sistema prospetta una vita di oppressione, sacrifici e miseria.

ba


Agosto/Settembre 2012

Stella Rossa Genova pag. 7

Qui radio Londra…

Le Olimpiadi degli affaristi. Londra 07/agosto/2012, dal Vostro inviato. Sono a Londra, alle Olimpiadi e vedrò: Usain Bolt. Ho avuto il piacere ed il privilegio, di essere invitato alle gare di Londra, di assaporarne il clima festoso e gioioso dei pingui spettatori presenti. Il Privilegio, si perché salta subito agli occhi, che magari non solo per ragioni di distanza, ma forse per i rincari delle strutture alberghiere londinesi, forse per i costi dei biglietti delle gare, tutti superiori ai 100 euro ad evento, mentre in pista corrono gli etiopi, i congolesi, i kazakhi sugli spalti gli pseudo-tifosi sono tutti provenienti dalla parte ricca e benestante di questa Terra. Persone, che evidentemente senza difficoltà possono pagarsi un soggiorno di quattro cinque giorni, senza scomporsi. Un piccolo conto in tasca è dovuto, solo per darvi un' ordine di grandezza: 2 ingressi giornalieri, non per finali o gare decisive: 140 sterline; un pranzo in zona olimpica panino e bibita: 30 sterline; una cena in zona Covent Garden senza particolari esigenze e senza bere vino italiano: 60 sterline, un pernottamento dignitoso in un tre stelle 100 sterline… Totale 330 pound, al giorno, a testa. 420 euro. E non avete ancora comprato i souvenir per la mamma, le cartoline da spedire agli amici, la mascotte olimpica più brutta mai ideata, seconda soltanto al pupazzo distrofico di Italia90. A dire il vero però, non sono nemmeno più i costi a stupirmi e scandalizzarmi. Certo personalmente, avrei preferito come tanti, che i 15 miliardi di euro spesi, fossero stati impiegati diversamente, ma la retorica delle cifre ha smesso di appassionarmi da tempo, troppo facile strappare un consenso, scrivendo che con una piccola parte di quei soldi in Etiopia avrebbero potuto costruire 7 ospedali e che certo avrebbero meglio fatto a quel paese delle 7 medaglie conquistate, dai suoi atleti. Del resto vedere correre Usain Bolt non ha prezzo, come recita lo slogan della carta di credito di cui lui è testimonial. E siamo qui, tutti, per lui. Nella testa mi comincia a balenare l'idea, però, che queste siano olimpiadi per ricchi, con buona pace di De Coubertain e di tutti i suoi più cari intendimenti. Rifiuto il taxi che mi aspetta fuori dalla hall e mi mischio alla folla festante e pitturata che sta salendo sulla metropolitana alla fermata di Gloucester Road, per provare ad incontrare un po’ di umanità. Pressati sulla vettura sento parlare in continuazione dell’Italia, evidentemente il giorno prima dobbiamo aver fatto incetta di medaglie, mi gonfio tronfio il petto, di tutto il mio orgoglio patriottico

perennemente sopito, per sgonfiarmi dopo pochi secondi, non appena capisco affinando la comprensione dell’inglese, che la notizia di oggi è il primo caso di doping, rimarrà anche l’unico. Tale Schwarz, forse infiltrato dalla Merkel nelle nostre fila, che di giorno reclamizza le merendine fatte con il suo “latte” in Sud Tirolo, ma di notte pare preferisca alternarvi le “pere”, che lo aiutano forse nella digestione di quelle stesse orrende merendine. Mentre confessava è certo che abbia pianto, allontano il mio dubbio, è chiaro che un frignone non possa esser stato mandato dalla Merkel. Dal quartiere dove sono alloggiato South Kensigton, bel quartiere in stile neocoloniale pulito, ordinato, bianco, dove abitano gli uomini della City, debbo cambiare due treni e fare parecchie fermate, prima di arrivare alla stazione di Stratford. E’ lì che i pochi dubbi rimasti su a chi sia destinato questo spettacolo, si dipanano all’istante, uno dei quartieri più disagiati dell’hinterland londinese, è stato “rivalutato” dalle mastodontiche strutture dei giochi, stadi del nuoto, arene olimpiche, palestre faraoniche, inspiegabili velodromi. Strutture che mai verranno messe a disposizione degli abitanti di quel quartiere visti i costi di gestione esorbitanti, sono state lì costruite per non infastidire la “Londra bene” ma farla al tempo stesso gongolare e divertire, davanti agli occhi del mondo. Giganteschi centri commerciali in mano alle solite grandi multinazionali, incassano in pochi giorni cifre da capogiro, soffocando e oscurando i piccoli negozi di quello stesso quartiere che in una vita d’attività mai sognerebbero tali incassi e che in quei giorni diventano irraggiungibili. Le stesse multinazionali che nel giro di pochi mesi, finiti i giochi come successo altrove, non riuscendo più a coprire i costi di strutture grandi come cattedrali, andranno via, lasciando una zona desertificata e frotte di persone assunte con contratti fantasma, senza lavoro. Quello stesso quartiere fatto da persone, che da anni lamentano problemi di microcriminalità, ora viene lasciato al di là delle transenne chiuso, a godersi la gioia riflessa di noi visitatori, col nostro hot dog in mano mentre salutiamo passando sporchi di senape, contenti noi di questo anticipo di spettacolo fuori biglietto. Tutti, tenuti incessantemente sotto controllo, dai cecchini ben visibili sui tetti delle più alte strutture da poco edificate… e hai voglia a lamentarti degli alpini. Scendo dalla metro e lungo percorsi prestabiliti mi incanalano là dove vogliono mandarmi, il percorso si modifica a seconda degli orari, a pranzo ti fanno passare davanti a tutti i chioschi

e fast food possibili, ma prima e dopo è un’orgia di negozi e souvenir, alternati da affollatissime toilettes. Non ti puoi fermare un minuto ad aspettare un’ amico o a sorseggiare una birra guardandoti intorno per cercare uno spicchio di città vera, che subito un solerte e volontario “olympic staff man”, con la sua manona rosa, ti invita a proseguire perché sei d’intralcio al flusso, tutto è organizzato in maniera perfetta come sempre, non devi fermarti, a pensare, mai, sei qui per divertirti. Entro nello stadio. Il braciere olimpico arde delle polemiche dei giorni precedenti, i greci antichi non curanti della moderna situazione finanziaria dei loro pronipoti, si rivoltano nella tomba perché la fiaccola è stata spenta durante uno spostamento. E’ inaccettabile non trovare al giorno d’oggi, una decina di schiavi pronti ed onorati all’eventualità di darsi fuoco. Sul tabellone lampeggia ossessiva la scritta: “Have fun”. Mi diverto. Usain è già in pista, ed ha già cominciato il suo show mediatico pre gara, tra poco verrà deciso il destino suo e degli altri atleti, pollice alzato o pollice verso come nei giochi più antichi, stabiliremo con il nostro gradimento, non la vita o la morte ma più prosaicamente ed in linea con i tempi, i loro incassi dagli sponsor, dei prossimi anni. L’Arena Olimpica è stracolma di gente grassa e festante, tutti con la loro Cola in mano ed una bandiera nell’altra, persone che a quell’ora normalmente vanno in ufficio, con la loro valigetta di pelle, gente educata, pulita, rasata di fresco, gente per bene, mi viene naturale toccarmi la giacca per vedere se mi hanno già rubato il portafoglio. Ma non c’è più tempo, nove secondi e tutto verrà consumato. Start… partiti.

lr


Stella Rossa Genova pag. 8

Film.

“Il Tetto” Non è il capolavoro di De Sica. Per dirla tutta il puntualissimo Mereghetti gli dà due stellette striminzite, definendolo “...ritorno al neorealismo della coppia De Sica Zavattini con un film che cerca di riproporre la formula populista di Miracolo a Milano, ma finisce per amplificare i difetti, la solidarietà di classe si trasforma in un ecumenismo antistorico....”etc. II tetto”, perché questo è il titolo del film in questione, è un film del 1956 che segna la parabola finale del cinema neorealista. De Sica lo dirige, Zavattini lo scrive. Che non è considerato un film irresistibile lo si capisce anche facendo il solito giretto su internet; il film non è neppure menzionato in tutte le biografie del regista; viene citato per lo più in relazione al restauro della pellicola avvenuto nel 2004 per volontà di Manuel De Sica. Se ne ricorda la partecipazione al festival del cinema di Cannes del 1956; sembra che in quella circostanza Giulio Andreotti allora impegnato in una battaglia personale contro il cinema neorealista avesse detto che al cinema italiano avrebbero fatto meglio “più tette piuttosto che il tetto...”. E comunque a Cannes il film prende il premio della Critica cattolica Nel 2011 invece al Torino Film Festival , Michele Placido rivendica populisticamente l'attualità del film nel corso di un intervento appassionato, e in merito anche ad una tenzone con l'allora ministro Brunetta. “Il tetto “ racconta la storia di due sposi, Luisa e Natale, di estrazione sottoproletaria. Immigrato dal Veneto lui, apprendista muratore; Luisa è invece figlia di pescatori e lavorava come donna di servizio. Vivono con la famiglia di lui, così poveri da non poter permettersi una casa. La mancanza di intimità mette a dura prova il loro legame, e decidono di fare come molti fanno: costruire una casa abusiva in una zona periferica in una sola notte. In una sola notte perché bisogna costruirla prima che arrivi il controllo della polizia, Per considerarla finita bi-sogna che abbia il tetto, e a quel punto non può più essere demolita. Inizia così una corsa contro il tempo, l'individuazione del posto e del momento, la solidarietà e l'aiuto dei compagni di lavoro di Natale, i dubbi . Natale è combattuto tra il timore di muoversi in una situazione illegale e la paura di perdere l'unica occasione. L'incontro con gli altri abitanti delle case abusive, i contrattempi, l'arrivo dell'alba e dell'immancabile poliziotto che controlla che non sorgano altre improbabili dimore. E la casa non è finita: manca ancora una striscia di tetto. Il finale buonista , come si dice oggigiorno chissà cosa si diceva negli

Agosto/Settembre anni '50, leva un po' di credibilità alla storia. Ma i film si guardano anche con la pancia, e anche se è vero che il film non è un capolavoro, non è neppure un film politico e non descrive come egregiamente succede in altre pellicole neorealiste il paese reale, questo film ha senso vederlo. Perché quella solidarietà fra gente in difficoltà, quel gruppo di operai che decide di rinunciare al riposo e al rientro a casa per aiutare Natale regalandogli una notte di lavoro; la donna che dice a Luisa di infilarsi in casa e le presta il figlio, per impietosire il poliziotto, non vogliamo pensare che siano così irreali. Sono veri come i loro volti, scelti come sempre con grande attenzione da De Sica. La tragedia di non avere una casa forse è stata per molti anni il problema di altri, in un paese dove il benessere sembrava essere stato spalmato su tutti. Non è più così, non son più quei tempi. Il film di De Sica si fa vedere nei suoi limiti e nella sua autenticità; Natale e Luisa non sono due piccolo borghesi con il capriccio della casa con l'ascensore o al piano alto, o nel quartiere residenziale o quant'altro. La casa a loro serve per recuperare la loro dignità umana. Riuscire a raccontare questo era importante allora, in una Roma dominata dalle speculazioni e dagli abusivismi edilizi, lo è adesso, con

l'aumento dei senza tetto e con i palazzi sfitti che cadono a pezzi, magari anche di proprietà di una qualche istituzione, che sia il Comune , la Provincia .o o quant'altro. Fidatevi della vostra pancia e lasciate che questo film vi tocchi. Nessuno saprà e vi vedrà all'interno della vostra casa mentre vi fate coinvolgere da un film in cui poi a mente fredda troverete a ragione un sacco di difetti, che non è passato alla storia come un capolavoro. Anche per questo è utile avere una casa con un tetto sopra la testa.

em

Il 18 agosto, in questo caldissimo frangente dell'estate, ci ha lasciato il compagno Franco Prevosti. Lo abbiamo saputo oggi; lui era tra coloro che ti chiamavano e cercavano per darti buone notizie o per farti coraggio. Le difficoltà le affrontava da solo con coraggio e ottimismo. Aveva passato una vita nel PCI, poi aveva fondato con altri Rifondazione a Genova. Fino alla fine militante e coscienza critica del circolo PRC Geymonat. Era difficile non voler bene a Franco, anche quando si era in disaccordo. Rivendicava di avere davanti all'ingresso di casa il ritratto di Stalin. Quando si discuteva di queste cose, ricordava che da giovane militante gli scontri con i fascisti, la polizia e i padroni li affrontavano nel nome del georgiano. Potevamo ovviamente criticare tutto quel che si voleva, ma lui non avrebbe mai cambiato idea. Sapeva quasi tutte le canzoni di lotta del movimento operaio, spesso in italiano e in russo, che aveva studiato da militante e autodidatta. Raccontava delle marce per la pace in cui arrivava prima dei compagni più giovani e in cui aveva la forza di cantare "Addio Lugano Bella", una canzone anarchica...cantata da uno stalinista. Verso la festa del Primo Maggio al Parco del Peralto, tranquillizzava tutti coloro che erano preoccupati vedendo le nubi minacciose. Con un sorriso spiegava che aveva parlato con "baffone" il quale lo aveva rassicurato sulle condizioni meteorologiche. Alla fine non pioveva mai, lui aveva ragione e noi torto. Non aveva settarismi personali ma spesso ricordava con dolore coloro che avevano sfruttato il PCI e Rifondazione per fare carriera personale. Lui era di un'altra scuola: quando aveva intrapreso la carriera di artigiano e professionista aveva prima chiesto il permesso al PCI. Non abbiamo saputo della sua morte e del suo funerale. Ci saremmo andati in silenzio con quella bandiera rossa del movimento operaio in cui lui aveva militato in tutti questi anni. Quel movimento, quella speranza del novecento, che gli diede grosse delusioni senza fargli mai venir meno la voglia di militare per un diverso futuro. Se i dirigenti comunisti nel mondo avessero avuto tutti l'onestà, la determinazione e l'umanità dei compagni di base come Franco oggi forse vivremmo in una situazione diversa. Ma ovviamente, come ci avrebbe spiegato sorridendo, non finisce certo qua. red.

Stella Rossa numero 2  

Giornalino del Circolo PRC Prevosti Centro Storico di Genova

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you