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Classe e partito

I borghesi hanno ottime ragioni per attribuire al lavoro una soprannaturale forza creativa, poiché proprio dalla natura condizionata del lavoro risulta che l’uomo, possessore soltanto della propria forza – lavoro, deve essere, in tutte le condizioni sociali e culturali, schiavo di altri uomini che si sono resi proprietari delle materiali condizioni di lavoro. (K. Marx, Critica al programma di Gotha)

“La Fine della Storia” Il tema della fuoriuscita dal Novecento è, da tempo, l’argomento sul quale si è incentrata l’attenzione della teoria politica. Sullo sfondo di ciò, vi è l’era del capitalismo globale e tutte le ricadute che questa si porta appresso. La tesi forte che ha fatto da cornice a queste elaborazioni è il noto enunciato intorno all’ultimo uomo e alla fine della storia. Questa è stata l’idea – forza di un’intera epoca. Essa si fondava su due asserzioni strettamente concatenate l’una all’altra: - Il modo di produzione capitalista poteva dirsi il punto d’approdo definitivo dell’intero iter storico dell’umanità e ciò portava la borghesia a fregiarsi del titolo di “classe universale”. - Come conseguenza di tutto ciò la dimensione propria del “politico” doveva considerarsi definitivamente tramontata. Se il modo di produzione capitalista era da considerarsi eterno e di conseguenza la borghesia appariva come l’ultima classe apparsa sul proscenio storico, allora ogni raggruppamento politico, e le linee di “amicizia” e “inimicizia” a cui inevitabilmente questo rimanda, non potevano che risultare un apparato teorico e concettuale del tutto privo di applicazione concreta nel mondo contemporaneo. L’era globale finiva così per espellere la politica dal suo orizzonte. Il tutto si riduceva a un puro e semplice problema di governance, dove la dimensione conflittuale generale propria del “politico” veniva ridimensionata in una serie di “particolari”. Sotto tale aspetto il dibattito intorno alle culture e al culturalismo che ha fatto da sfondo alla teoria politica e sociale per circa un ventennio è quanto mai indicativo. Se ripensiamo al ruolo egemone svolto da alcune discipline come la sociologia della cultura e l’antropologia culturale negli anni che ci stanno immediatamente a ridosso ne abbiamo una facile conferma. Basti pensare, oltre al tema culturalista legato al fenomeno della nuova immigrazione, al proliferare di “studi culturali” intorno alle “culture metropolitane”, tra le quali i casi ultras o punk, hanno avuto spesso un ruolo predominante. Il senso 1


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di questa operazione, alla cui testa si sono posti significativamente non pochi “intellettuali di sinistra”, poneva l’orizzonte delle “culture metropolitane” come la sola pratica sociale possibile per le classi sociali subalterne. Il loro riconoscimento, gerarchicamente organizzato rispetto alle “culture alte e/o legittime”, non aveva altro scopo che confinare i subalterni dentro ambiti prossimi alla riserva indiana e, proprio per questo, sostanzialmente tranquillizzanti. Invece di cogliere le contraddizioni politiche che il manifestarsi di determinate pratiche culturali si portavano appresso, l’operazione dei variegati specialisti culturali orientava il discorso esattamente all’opposto. Il manifestarsi e il proliferare di culture e stili di vita tipicamente underclass e la loro presa su interi segmenti sociali non era altro che la riprova del tratto impolitico a cui l’era attuale era giunta. A partire da ciò, è questa l’ipotesi coltivata da buona parte dell’intellighenzia di “sinistra” (più che un atteggiamento riprovevole e repressivo, coltivato invece dalle destre politiche e culturali): le suddette culture andavano sostanzialmente legittimate poiché, in una società che non lascia molti altri spazi e aspirazioni alle classi sociali subalterne, tale dimensione doveva essere, al contempo, legittimata e gestita. La società non può vivere, contrariamente a quanto pensano i più ottusi e reazionari teorici del perbenismo e del senso comune, di un modello unico; in tale ottica, pertanto, il problema non è omologare sino alla noia il tutto, ma far sì che il tutto sia reso immune dal conflitto. In fondo, se tutto si riduce a una sorta di guerriglia semiotica , le classi dominanti hanno ben poco da temere. Sul culturalismo e la legittimazione degli stili di vita trasgressivi abbiamo visto negli anni passati costituirsi delle vere e proprie carriere politiche e intellettuali che hanno riscosso non pochi successi. Il tutto con uno scopo ben preciso: annichilire ogni forma possibile di coscienza politica. Questo il vero progetto strategico coltivato dall’insieme delle forze borghesi. L’orizzonte di una permanente rivoluzione culturale a fronte di un totale disinteresse per le contraddizioni oggettive del modo di produzione capitalista è stato uno dei modi attraverso cui la borghesia ha sistematicamente operato per espellere lo spettro del “politico” dal mondo e ridurre il tutto a un semplice conflitto tra stili di vita e modelli culturali. Un’operazione, a ben vedere, neppure troppo originale poiché, non da oggi, il tentativo di smorzare i conflitti oggettivi e materiali del modo di produzione capitalista in semplici vezzi di costume è stata una costante della borghesia e dei suoi apparati ideologici. Basti pensare a non poche derive sessantottesche. In quel frangente, però, l’egemonia esercitata dalla classe operaia rese pressoché vani, almeno nel nostro Paese, tali tentativi. Mentre la borghesia e i suoi cani da guardia cercavano di circoscrivere le tensioni politiche e sociali che attraversavano per intero il modo di produzione capitalista all’interno di un conflitto di “costume”, la forza operaia concentrata nelle fabbriche spostava su tutt’altro piano l’ordine del discorso ponendo in primo piano la questione del potere politico.

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Corso Traiano e la classe operaia FIAT vanificavano in un attimo tutti gli annosi ma democratici dibattiti tra i “progressisti “ delle minigonne e i “reazionari” delle gonne di formato più tradizionale che facevano da sfondo alla cornice culturale dell’epoca. Con l’entrata in campo della classe operaia si vanificava l’effimero spettro di Carnaby Street e ritornava prepotentemente in gioco lo spettro comunista e, con questo, la messa in mora di tutte le rivoluzioni di costume. Quando la democrazia diventa il fucile in spalla agli operai, il tempo per i lacchè del potere, sotto qualunque veste si celino, non può che giungere al termine. La sconfitta operaia e delle sue organizzazioni rivoluzionarie, simbolicamente consumatasi nel gelido autunno torinese del 1980, che a quella richiesta di potere avevano cercato di dare uno sbocco positivo, insieme al crollo del movimento comunista internazionale avvenuto di lì a poco, hanno delineato uno scenario quanto mai allettante per la borghesia imperialista. Il proletariato organizzato in classe storica e politica si era di fatto dissolto e la borghesia, con una qualche ragione, poteva autocelebrarsi come classe universale ed eterna. La storia, ai più, sembrava essere veramente giunta al capolinea e, in virtù di ciò, l’archiviazione del marxismo come curiosità intellettuale della tarda modernità si mostrava un passaggio al limite del banale. Alle piccole cerchie marxiste non rimaneva altro che intraprendere una corposa ritirata strategica preparandosi a condurre una lunga marcia di resistenza. Alla fine, però, i fatti hanno la testa dura. Gli effetti della Crisi sulle retoriche liberiste Oggi, dentro la crisi strutturale e sistemica del modo di produzione capitalista, la tesi della “fine della storia” e i corollari che si portava appresso si sono repentinamente volatilizzati. Dentro la crisi torna prepotentemente attuale la questione della decisione, poiché lo stato di eccezione, necessariamente prodotto dalla crisi, obbliga la storia a concretizzare il soggetto in grado di governare le doglie della nuova era che sorgerà dalla ceneri del vecchio mondo in via di dissoluzione. In altre parole siamo del tutto interni a un passaggio epocale i cui esiti appaiono quanto mai incerti. Questo è vero per il proletariato non meno che per le borghesie imperialiste. Per entrambi si tratta di investigare e ipotizzare un futuro dove poco o nulla si potrà attingere dalle esperienze maturate nel recente passato. Quanto la borghesia sia nell’impossibilità di venire a capo del collasso in cui è precipitata non occorre essere dei fini analisti per rendersene conto. Più arduo il compito di intravvedere le forme, i modi e i tempi in cui il proletariato potrà elaborare una prassi politica all’altezza di questa fase, anche se in tutto ciò il metodo leniniano e la sua corretta applicazione sono un vantaggio non secondario che le forze comuniste possono vantare. 3


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La borghesia ben difficilmente può far ricorso alla guerra, così come ha fatto nel ’14 e nel ’39 per venire a capo delle contraddizioni oggettive della fase imperialista o, meglio, non può farlo all’interno del paradigma della guerra industriale che, a partire dalle guerre napoleoniche, aveva incorniciato la forma guerra. La fase imperialista attuale si configura dentro il frame della guerra asimmetrica dove al conflitto interstatuale si è sovrapposto il conflitto tra Stato e popolazione. Una guerra dalle molteplici sfaccettature e non necessariamente combattuta, o almeno non interamente, con fucili e cannoni. Per quanto il militare continui a rivestire un aspetto non secondario delle politiche imperialiste, sarebbe un abbaglio colossale focalizzare lo sguardo interamente ed esclusivamente su questo. Del resto, come la storia recente del nostro Paese è lì a dimostrare, i golpe oggi si consumano attraverso l’intervento di funzionari del capitalismo finanziario internazionale piuttosto che tramite colpi di mano da parte di generali e colonnelli in vena di protagonismo politico. La guerra, quindi, non è stata espunta dal mondo bensì ripensata e praticata dentro un nuovo paradigma. L’affermarsi di questo paradigma ha modificato per intero lo scenario del “politico” e ciò rappresenta la vera fuoriuscita dal Novecento. La messa in mora degli eserciti di leva e nazionali, al cui posto sono subentrati gli eserciti professionali, ne ha rappresentato l’atto formale definitivo. Alla “Nazione in armi” è subentrato il soldato di professione, il quale esiste come professionista della guerra, e quindi vive in una dimensione completamente de-territorializzata, piuttosto che come cittadino. Ciò non può che comportare una irreversibile scollatura tra Stato e popolazione. L’intera arcata storica che aveva fatto da sfondo all’imporsi della modernità europea cade in frantumi. In questo senso si può parlare, per quanto concerne il presente, di era postmoderna ma, paradossalmente, in un senso completamente opposto a quello sostenuto e vantato dalle schiere dei teorici del postmodernismo. Mentre per costoro la postmodernità diventava il sinonimo di estinzione del conflitto tra capitale e lavoro salariato, eclissi delle classi, affermazione dell’individualismo declinato in chiave consumista, questa appare invece come l’era in cui il conflitto tra capitale e lavoro salariato non solo si acutizza ma non sembra trovare alcun ambito di mediazione tanto che, pur con tutte le tare del caso, gran parte del lavoro salariato vive oggi condizioni che rimandano alla mente l’inferno di Manchester piuttosto che gli ovattati mondi delle società immateriali e virtuali cari ai teorici del postmodernismo. Il passaggio centrale che ci troviamo ad affrontare è la sostanziale modifica della relazione tra le classi nel mondo europeo. Siamo passati da un’epoca in cui le classi sociali subalterne degli Stati europei vivevano una condizione di inclusione sociale e politica a una dove a primeggiare è la sostanziale esclusione delle medesime. La crisi di rappresentanza dei subalterni che oggi è sotto gli occhi di tutti ne rappresenta, con ogni probabilità, la migliore cartina di tornasole. La sfida che oggi 4


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il movimento proletario e comunista deve affrontare è nel saper decifrare i contorni entro i quali è obbligato a muoversi. Ad esso non basta registrare che il Novecento è finito, è necessario individuare di quale “forma partito”, di quale organizzazione bisogna dotarsi.

I nodi dell’analisi Per provare a ragionare su quanto detto, bisogna tenere presenti quattro punti fondamentali, che esporremo nelle pagine che seguono: 1) Entro quale scenario oggettivo è messo oggi in forma il rapporto tra proletariato e borghesia. Per un verso oggi possiamo avvalerci di un vantaggio non secondario: una dopo l’altra sono venute a decadere tutte le ipotesi, di stampo sostanzialmente neosocialdemocratico, che a lungo avevano imperversato. Il Re è nudo e nessuna alchimia sembra in grado di fornirlo anche solo di una veste di fortuna. Quel patto, tra borghesia imperialista e ampie quote di subordinati, che ha caratterizzato l’intera arcata storica della “Guerra fredda” è caduto in frantumi. I tentativi che novelli riformisti e antichi estremisti avevano tentato di rinverdire a partire dagli anni Novanta del secolo scorso oggi hanno perso la quasi totalità del loro seguito. Con la fine della “Guerra fredda” si è consumato per intero un ciclo dell’imperialismo la cui tenuta, sostanzialmente, dipendeva da un’alleanza politica in chiave anticomunista e antioperaia. Contrariamente a quanto sostenuto dai teorici dell’Impero il post ’89 non ha rappresentato la chiusura del ciclo dell’imperialismo e conseguentemente l’avvento di un’unitaria epopea imperiale ma esattamente il contrario: la fine della “Guerra fredda” ha scatenato tutte le tensioni dei diversificati blocchi imperialisti che, venuto meno il nemico comune, hanno iniziato - e l’attuale guerra monetaria ne è una buona ed esauriente concretizzazione ed esemplificazione - a fronteggiarsi in termini sempre più bellicosi. Allo stesso tempo, questi stessi blocchi imperialisti hanno iniziato a condurre, militarmente uniti ma politicamente divisi, guerre tipicamente neocoloniali in gran parte del mondo. La competizione per una nuova spartizione del mondo è in pieno corso e gli scenari di guerra non fanno altro che moltiplicarsi. In questo modo le discriminanti materiali che la crisi ha sedimentato hanno reso inefficace anche il più raffinato dei castelli teoretici, ma non solo. L’attacco che il comando internazionale del capitale sta portando avanti nei confronti delle classi sociali subalterne non lascia spazio alla coltivazione di illusioni di sorta. Siamo di fronte a una cesura storica dove non vi è spazio per le mediazioni. Dentro la crisi nulla potrà più essere come prima. Oggi noi assistiamo alla 5


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rimessa in circolo di un modello decisamente plasmato sull’epopea coloniale. La condizione propria dei popoli coloniali, quella di popoli senza storia, e quindi politicamente non rappresentabili, si ripropone oggi nei confronti delle classi sociali subalterne. Questo il nodo proprio della fase attuale. Per dirla con Foucault siamo passati dall’epoca del far vivere e lasciar morire a quella del lasciar morire e far vivere. Un passaggio intorno al quale pare opportuno soffermarsi utilizzando come cartina di tornasole il carcere e i CIE. Il carcere non è, come certa letteratura di genere ama mostrare (prendiamo su tutti i romanzi di Edward Bunker), un mondo a sé con regole e retoriche diverse e distanti dai mondi sociali esterni, bensì la sintesi, portata sino alle estreme conseguenze, del mondo che lo circonda. Il carcere è esattamente lo specchio, neppure troppo deformato, del mondo cosiddetto “normale”. Questo, chiaramente, non significa che tra dentro e fuori non esistano differenze ma, più realisticamente, che le regole e i modelli della prigione sono i medesimi della società circostante. Parlare del carcere, quindi, significa parlare dei modelli sociali nei quali siamo immessi. Ciò è vero sia per quanto riguarda la società ufficiale e legittima, ossia quella che utilizza e gestisce il carcere, sia per quanto riguarda la parte deputata a subirlo e ad abitarlo. Il carcere, non diversamente da qualunque altro ambito sociale, non può che essere l’effetto di una condizione storicamente determinata . È importante, per iniziare a comprendere il mondo della prigione di oggi, prendere sommariamente in esame il modo in cui è mutata negli ultimi anni la “questione sicurezza”. È probabilmente noto a tutti come, solo pochi anni addietro, le retoriche relative alla sicurezza, insieme a tutte le autentiche ossessioni che si portavano appresso, fossero una delle argomentazioni politiche di maggior rilievo. Su di queste, indipendentemente dagli schieramenti politici, sono state costruite intere fortune pubbliche. Specialmente in prossimità di un qualche evento elettorale ogni candidato non faceva mancare la sua proposta finalizzata alla messa in sicurezza delle città e, in contemporanea, ogni governo o amministrazione in carica, in prossimità della scadenza del mandato, proprio sulla “questione sicurezza” veniva messo alla berlina dalle forze all’opposizione. Organi di stampa e media, nel frattempo, facevano a gara per mostrare e documentare l’insicurezza e la paura che attanagliava il cittadino medio. Repentinamente, l’insieme di queste argomentazioni sono scomparse dal dibattito pubblico e la “questione sicurezza” è pressoché stata espunta dal dibattito politico. In contemporanea è venuta meno quell’ansia di militarizzazione generalizzata delle città mentre, per altro verso, si è assistito a un intensificarsi della presenza delle forze dell’ordine coadiuvate dall’esercito in determinati comparti urbani strategici. Non solo simbolicamente, questo significa il ritiro dello Stato da alcuni ambiti e la sua accentuazione su altri. In altre parole ciò a cui assistiamo è il venir meno di quello che Foucault ha chiamato lo stato di popolazione che nel binomio Stato/Nazione aveva trovato la sua sintesi migliore. Ma con ciò si 6


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inverte anche quel modello di “governamentalità” che a tale epoca aveva fatto da sfondo, ossia il far vivere e il lasciar morire. Cosa significava nello stato di popolazione il far vivere e il lasciar morire, se non un’attenzione continua e costante al “benessere della popolazione”? Non era forse sulla popolazione, sulla sua salute, efficacia, efficienza e attitudine alla disciplina che si forgiavano i destini degli Stati/Nazione? E perché ciò fosse possibile non era forse necessario che il potere statuale si adoperasse per far vivere il maggior numero di individui mentre a essere lasciato morire doveva essere solo quella quota di popolazione “insana” che, in virtù di ciò, rappresentava un pericolo di infezione per il corpo sano della Nazione? In tale ottica lo Stato non poteva far altro che essere continuamente presente dentro e tra la popolazione al fine di attivare il più possibile i meccanismi dell’inclusione sociale. Di tutto ciò oggi si è perso completamente traccia e l’asserzione foucaultiana va esattamente rovesciata poiché il potere agisce esattamente al contrario: lasciar morire e far vivere. In tutto questo cosa centra la prigione? Molto, poiché è proprio all’interno di questa istituzione che si esemplifica al meglio il lasciar morire divenuto oggi il modello di governo delle nostre società. Proprio nella prigione si assiste al radicale mutamento di quel paradigma che a lungo aveva fatto da sfondo alle nostre società e che, sempre facendo ricorso a Foucault, possiamo identificare come “modello disciplinare”. Perché esista una governamentalità disciplinare occorre che vi sia un modello omogeneo a cui il soggetto deve uniformarsi e tale modello è forgiato dagli ordini discorsivi dominanti i quali - questo il punto - hanno pretese universalizzanti. La costruzione del cittadino è un’operazione di ingegneria sociale alla cui realizzazione sono chiamati diversi specialisti e molteplici saperi. Per questa tipologia di potere è impensabile che una qualunque cosa sfugga al suo controllo, ma non solo. Questo tipo di potere è forgiato sui saperi del dettaglio, sull’attenta osservazione di tutti i comportamenti dell’individuo. La società disciplinare non può che essere una società permanentemente educativa e correttiva perché tutto deve essere omogeneizzato. In ciò si sostanzia il far vivere. Fuori da ciò vi è solo la dimensione del margine, del malato e dell’anormale. Figure nei confronti delle quali il potere conduce, o almeno ha condotto, una battaglia in permanenza. La volontà di sapere ne è stata la migliore esemplificazione. Di tutto ciò, oggi, obiettivamente rimane ben poco. Anche in questo caso è bene fare mente locale sull’insieme di ordini discorsivi presenti fino a poco tempo addietro nei nostri mondi. Tutti avranno memoria di come, a lungo, il termine devianza, con gli immancabili corollari quali disagio e malessere sociale, abbiano svolto un ruolo egemone nei nostri mondi. Il mestiere di “acchiappa devianti” sembrava essere uno dei più sicuri e intoccabili e con questo un processo permanentemente espansivo di medicalizzazione della società. Anche in questo caso, come per la “questione della sicurezza”, repentinamente se ne sono perse le tracce. Le nostre società, dall’oggi al domani, hanno visto sparire devianza, disagio e malessere sociale. Quella sorta di accanimento 7


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terapeutico finalizzata al far vivere si è velocemente eclissato. Nell’affermarsi del lasciar morire la medicalizzazione della società non ha ragione di esistere. L’insieme di retoriche che hanno fatto da sfondo a un’intera epoca con tutti i saperi da questa messi in forma sono posti velocemente in soffitta. Ma che cosa implica, concretamente, tutto ciò? Significa che il potere ha cessato di agire in maniera dispotica sulle sorti dei singoli, oppure siamo di fronte alla messa in circolo di un dispotismo con diverse caratteristiche? Non occorre particolare arguzia per individuare nella seconda ipotesi la risposta esatta. Ma di quale potere stiamo parlando? Ed è esattamente qui che entra prepotentemente in ballo la “forma CIE”. A un primo sguardo i CIE o ex CPT appaiono come la grande aporia che, all’improvviso, compare all’interno dei nostri mondi, poiché pongono tra parentesi i cardini stessi dello Stato di diritto. A uno sguardo solo un poco più attento, al contrario, questi si mostrano, in quanto dispositivi, come l’elemento al contempo normativo e paradigmatico delle nostre società. Il loro carattere eccezionale va colto per intero nel significato proprio a cui il termine eccezione rimanda e al conseguente affermarsi di una sovranità in grado di esercitare il tratto propriamente politico della decisione ovvero: Sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione . Ma in che cosa consiste il grado di eccezione dei CIE? Perché, per la loro messa in opera, occorre chiamare in causa proprio l’esercizio del potere sovrano e il suo potere decisionale? Perché un tale richiamo sia legittimo è necessario che il passaggio a cui si fa riferimento sia il prodotto di una crisi la quale, per definizione, implica una mutazione radicale di quanto normalmente e normativamente era operante e consuetudinario un attimo prima. Le parole hanno un peso e, pertanto, non possono e non vanno utilizzate con leggerezza. Ciò è tanto più vero quando si tirano in ballo argomentazioni le cui ricadute hanno conseguenze pratiche e ad ampio raggio. Come è sufficientemente noto i CIE rappresentano un autentico “mostro giuridico” poiché sono un luogo in cui la legge è sospesa. Al suo interno non sono rinchiusi individui accusati di un qualche reato ma masse senza volto che sono soggette a una forma particolare di detenzione proprio perché prive di individualità. Una forma di potere che nulla ha a che vedere con il mondo delle discipline ma che, piuttosto, riporta alla mente il mondo coloniale, il mondo dei grandi raggruppamenti, il mondo delle deportazioni di massa, del filo spinato dove il lasciar morire era il modello di governo delle potenze conquistatrici. L’indigeno è privo di individualità ed è trattato e governato niente più e niente meno come il branco animale. Questo mondo, oggi, è in qualche modo rimesso in circolo dentro le nostre metropoli. Perché? Che cosa rende possibile la reintroduzione di modelli che richiamano alla mente per intero l’epopea coloniale? Non dobbiamo mai dimenticare che il potere non agisce, se non di fronte a una minaccia di natura politica, in termini repressivi, bensì sempre in termini produttivi. Il potere non è interessato alla repressione bensì alla produzione: cioè alla messa al lavoro dei corpi e 8


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alla quantità di ricchezza che da questi è possibile estrarne. Il potere, in poche parole, è interessato al plusvalore. La sua organizzazione sociale è direttamente legata al modo di produzione e alle forme che questa assume. È dentro la produzione, pertanto, che dobbiamo andare a cercare il “segreto” di questo passaggio. È nel modo in cui si è ridefinito il rapporto tra capitale e forza lavoro salariata che, allora, possiamo comprendere il senso del passaggio in atto di cui il carcere attuale e i CIE sono al contempo lo specchio e la sintesi. È cogliendo questa generalizzazione della condizione di massa senza volto che diventa comprensibile il primeggiare del far morire dei nostri mondi. Ecco così che i mondi della prigione e del CIE cominciano a essere più familiari di quanto, in apparenza, potrebbero apparire. Chi, oggi, è deputato ad abitarli? Chi, oggi, non può che essere continuamente oggetto del “sistema della penalità”? Non occorrono inchieste sociologiche particolarmente raffinate per cogliere nel segno. Oggi il mondo della prigione è, né più e né meno, la discarica sociale entro la quale sono parcheggiati gli attori più deboli e privi di una qualche forma di protezione sociale ed economica. Si dirà: questa è un po’ la scoperta dell’acqua calda e, in effetti, così potrebbe sembrare. Ma, all’interno di questa costante storica propria del mondo della prigione, vi è una novità per nulla secondaria intorno alla quale è bene ragionare. Classicamente, e anche in questo caso il richiamo al Foucault di Sorvegliare e punire pare particolarmente centrato, il mondo della prigione è il luogo del crimine che, sotto il profilo sociale, è rappresentato da determinate classi o, meglio, ex classi sociali. Su questo aspetto Foucault non si discosta molto da Marx, poiché i mondi del crimine sono quelli propri dei marginali, i quali precipitano in tale condizione in quanto appartenenti a gruppi e classi sociali frantumate dai processi di modernizzazione. Il marginale, classicamente, può essere considerato una vittima della storia. I marginali, per lo più, sono sempre “ex qualcosa”. Ex artigiani soppiantati dal lavoro di fabbrica, ex operai specializzati soppiantati dal lavoro meccanico, ex domestici lasciati liberi da nobili ormai decaduti, ex commercianti caduti in disgrazia, ex contadini espropriati dalla concentrazione capitalista della proprietà terriera. Insomma, sotto qualunque spoglia si osservi il marginale, troveremo sempre un mestiere, una professione per arrivare a uno status sociale che il moto storico, ha reso superfluo e inutile. Una condizione che ha sempre riguardato una parte ampiamente minoritaria dei mondi sociali. Una parte, questo è l’aspetto che va tenuto fortemente a mente, che fuoriesce completamente dal ciclo produttivo. La linea di confine di tale condizione è un po’ sempre stata quella del “disoccupato”. Fino a quando costui rimane entro le file dell’esercito industriale di riserva la sua identità sociale non viene intaccata più di tanto ma, nel momento in cui la sua condizione si cronicizza, ossia è estromesso definitivamente dal ciclo produttivo, il suo status sociale rapidamente cade in frantumi. Da “operaio in potenza” si trasforma in “marginale” a tutti gli

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effetti, finendo repentinamente con il perdere quell’insieme di legami e rapporti sociali tipici della sua classe. Di qui l’approdo ai mondi dell’esclusione, con tutto ciò che questi si portano dietro. È proprio nella natura di questa condizione che, oggi, sono intervenute trasformazioni decisamente radicali. La condizione di margine e di marginalità oggi si è estesa a quote sempre più ampie di popolazione. Ciò che attualmente si intravede è come l’essere marginale sia una condizione normale per le nostre società. A tal proposito è del tutto inutile dilungarsi sulla condizione di invisibilità e oggettiva esclusione e marginalizzazione in cui versano quote sempre più ampie e corpose di forza – lavoro. Se, per un’intera arcata storica, i meccanismi produttivi e militari potevano funzionare solo attraverso la costante inclusione sociale dei più – da cui il prodursi del modello disciplinare - oggi sembra sensato affermare che il meccanismo funziona esattamente in maniera opposta. Qui si apre un capitolo che sicuramente non può essere risolto in poche battute, ma solamente introdotto: quello delle modifiche intervenute nella forma guerra all’interno dei nostri ordinamenti politici, economici e sociali. In ogni caso possiamo affermare che l’inclusione sociale è sempre stata la condizione propria, almeno sin dalle guerre napoleoniche, della potenza degli Stati/Nazione. Il potere e la forza di uno Stato, e successivamente di un gruppo di Stati - andando al sodo - poggiava per intero sulla sua capacità produttiva industriale, quindi sulla quantità di salariati messi soddisfacentemente al lavoro, e sulla quantità e qualità delle masse proletarie deputate a indossare la divisa. In altre parole, ecco il senso del far vivere. In un mondo che si regge su questo modello la marginalità e l’esclusione sociale non posso che essere l’altro e l’indicibile della norma sociale: ecco il senso del lasciar morire. Ma se tutto ciò viene a decadere, se cioè forza e potenza nel mondo attuale si esprimono in maniera diversa dal passato, non diventa forse superfluo, per il potere, dedicare tempo e risorse al far vivere? Non diventa forse più economico il lasciar morire? Ecco che allora l’aporia e la mostruosità giuridica del CIE assumono contorni diversi, poiché la condizione di massa senza volto diventa esattamente ciò di cui il potere necessita. Questo, pertanto, rappresenta il nodo centrale intorno al quale teoria e prassi politica sono chiamati oggi a misurarsi. La logica che sottende il CIE è oggi reiterabile nei confronti di qualunque blocco e ambito sociale. Nessuno, la cui condizione rimandi a quella del subalterno, sembra esserne in potenza esente. Pertanto, per comprendere il mutamento di paradigma che attraversa le nostre società, occorre calarsi per intero dentro le modifiche “strutturali” che hanno attraversato e scompaginato radicalmente i nostri mondi, ridefinendo alla radice le coordinate stesse del conflitto.

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2) All’interno di quale modello statuale il conflitto tra le classi è oggi ascritto Questo punto è forse quello che, meglio di altri, consente di avvicinarci alla decifrazione dell’era contemporanea. Indubbiamente, e sarebbe difficile non vederlo, siamo di fronte a una mutazione radicale della forma – Stato. A partire dai primi anni Novanta del secolo scorso quello che, a partire dalla I Guerra Mondiale, era stato il costante intervento dello Stato all’interno della sfera economica e sociale subisce una repentina inversione di tendenza. Lo Stato si ritira sempre più velocemente dagli ambiti sociali e quell’insieme di diritti sociali che l’intero Novecento aveva continuamente tenuto a battesimo iniziano a dissolversi come la più classica delle nevi al sole. Ciò che, in poche battute, viene meno è una qualche forma di interesse da parte dello Stato per le sorti delle masse subalterne. La lunga stagione dell’inclusione sociale e politica comincia a venire meno. Il lungo connubio tra Stato e Nazione si scinde, ma non solo: anche il rapporto tra Stato e Territorio comincia a perdere quelle connotazioni che lo avevano a lungo caratterizzato. Lo Stato, privo di sovranità su popolazione e territorio, finisce con il perdere anche gran parte della sua sovranità politica. Non si tratta, quindi, di un semplice ritorno al passato, cioè all’epoca in cui, all’interno di ben definiti perimetri territoriali, lo Stato si “limitava” a svolgere il ruolo di macchina burocratica e militare finalizzata a mantenere l’ordine per il comitato d’affari della borghesia. Ciò a cui si assiste è alla messa in forma di uno stato Sovranazionale al quale i residui delle “forme Stato locali” non possono far altro che allinearsi. Ciò che è avvenuto nel nostro Paese, sotto tale aspetto, è quanto mai indicativo. Il “Governo Monti” è esattamente l’articolazione locale di un modello statuale sovranazionale finalizzato ad accelerare i processi costitutivi, politici, economici e militari di un blocco imperialista su scala continentale. Le forme di questo Stato hanno ben poco a che vedere con quanto abbiamo a lungo conosciuto. Ciò che soprattutto sembra caratterizzare questa forma statuale è l’essersi emancipata dalla necessità di catturare il consenso delle classi sociali subalterne, le quali non sono più legittimate a esercitare neppure più alcuna forma di negoziazione. Tutto ciò ha delle ricadute non secondarie poiché il venir meno della necessità del consenso non può, come puntualmente avviene ogni giorno che passa, far altro che rendere inattuale proprio quella forma – Stato caratterizzatasi come Welfare State e le politiche keynesiane che si portava appresso. Un tema, questo, che merita di essere minimamente affrontato poiché intorno al Welfare State e al modello keynesiano sono stati consumati da parte della sinistra abbagli teorici e analitici di non poco conto. Quando e come nasce il modello keynesiano? Quali scopi si prefigge? A quale obiettivo strategico sottende? Forse, come le retoriche e le argomentazioni socialdemocratiche hanno a lungo affermato, questo modello ha rappresentato e incarnato la via pacifica ed evoluzionista al socialismo, in contrapposizione all’ipotesi violenta e rivoluzionaria del bolscevismo? Oppure il 11


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keynesismo, con le modifiche statuali che ha comportato, è stato il modello politico, economico e sociale attraverso cui l’imperialismo ha preparato la sua fuoriuscita dalla crisi del ’29 attraverso la guerra? Non occorre essere degli storici o dei politologi particolarmente eruditi, così come non è necessario essere degli inguaribili “estremisti”, per individuare nella seconda ipotesi la risposta corretta. Certo, quel modello ha continuato a essere operativo anche dopo il 1945 ma, cosa che sembra essere dimenticata dai più, il post ’45 è stato tutto tranne che un’epopea di pace, poiché a dettare i tempi, i ritmi e le modalità politiche è pur sempre stata una condizione, ancorché “fredda”, di belligeranza. Inoltre, aspetto non proprio irrilevante, il Welfare State è stato un modello messo in forma solo dentro il cosiddetto “Primo mondo”, e più in Europa occidentale che negli USA, mentre al resto del pianeta esso è rimasto del tutto sconosciuto. Solo lo sfruttamento senza remore dei Paesi del cosiddetto “Terzo mondo”, oltre alla necessità tutta politica di esorcizzare, attraverso un innalzamento dei consumi di massa, la lotta di classe per il comunismo, ha consentito per un’arcata storica piuttosto consistente di mettere a regime quel determinato modello economico e sociale. Esattamente un secondo dopo il dissolversi di quello scenario, l’imperialismo si è affrettato a stabilire che, nel mondo, nessuno ha diritto a un pasto gratis e, una volta tanto, la borghesia imperialista è stata di parola. Nel momento in cui gli assetti geopolitici sono radicalmente mutati, tutto si è modificato. In primis la condizione delle classi sociali subalterne le quali, più o meno velocemente, hanno cambiato, insieme alla condizione, pelle. Per questo occorre porsi, in maniera molto concreta ed empirica, una decisiva domanda. 3) Che cos’è il proletariato oggi Che cos’è il proletariato oggi e soprattutto che cos’è il proletariato dentro le metropoli imperialiste del Vecchio Continente? Mai come oggi è necessario sforzarsi di offrire delle risposte prive di genericità e indeterminatezza. Mai come oggi è obbligatorio assumere come orizzonte fondante della prassi politica la e le dimensioni concrete della classe. Se, come un po’ tutti ripetono, siamo di fronte a un mutamento epocale non è possibile pensare di agire dentro questa trasformazione continuando ad avere in mente e come punto di riferimento una serie di figure sociali che, nella migliore delle ipotesi, non sono altro che i residui di un’era in via di disfacimento. Pensiamo, per esempio, quale sensatezza avrebbe avuto la parola d’ordine del “Governo operaio e contadino” nell’Italia degli anni Settanta. Eppure quell’ipotesi aveva fatto a lungo da sfondo alla propaganda comunista non molti anni addietro. Ripeterlo negli anni Settanta, però, sarebbe suonato a dir poco folkloristico. Le figure sociali di quel contesto, le masse subalterne dell’epoca, difficilmente avrebbero potuto riconoscersi in quel progetto. Il proletariato era diventato un’altra 12


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cosa. Il delinearsi del potere operaio dentro la fabbrica fordista metteva all’ordine del giorno un altro tipo di progetto politico. Si tratta di un passaggio politicamente decisivo poiché solo avendo in mente il quadro materiale entro il quale le avanguardie comuniste si trovano a operare è possibile cogliere e sperimentare i modelli politici e organizzativi adeguati alla fase. Così come, alla fine degli anni Sessanta, risultò decisiva la comprensione della nuova composizione di classe e le figure in grado di esercitare, dentro il nuovo scenario, un fattivo ruolo di egemonia e direzione, oggi è necessario definire con estrema esattezza che cos’è “concretamente” la classe. Porre l’accento sull’aspetto della “concretezza” è tutto tranne che un inchinarsi ad un empirismo a buon mercato o a un pragmatismo di maniera, ma è un’operazione teorica nel pieno senso della parola. Si tratta di cogliere e capire la classe a partire dalle differenze e dalle contraddizioni che si porta appresso. Non si può pensare di unificare ciò che non si conosce, così come non necessariamente e realisticamente è possibile unificare, da subito, postazioni che in virtù dell’organizzazione capitalistica del lavoro vivono tempi ed esistenze diverse e persino conflittuali. La classe non è un’astrazione ideale, ma una forza materiale i cui presupposti sono dati da una condizione oggettiva e il cui scenario naturale è il mondo. Negli anni Sessanta, tanto per citare un esempio arcinoto, la classe operaia nera degli Usa aveva ben poco a che spartire con gran parte della classe operaia bianca dello stesso Paese, ma aveva tutto da condividere con i popoli colonizzati e alcune quote di proletariato dei Paesi del cosiddetto “Primo mondo”. Quella condizione oggettiva ha reso possibile un’unità effettiva e non puramente di facciata. Non è l’unità praticata dalla II Internazionale, che ci può stare a cuore, bensì quella costruita da Lenin e dal bolscevismo che, non per caso, ha preso le mosse sulla base di una precisa e articolata disamina della composizione di classe presente dentro i Paesi imperialisti. Parlare di unità, dimenticando l’insegnamento leniniano a proposito delle aristocrazie operaie, non è altro che reiterare, usando impropriamente le argomentazioni dell’unità di classe, la politica della borghesia imperialista dentro il campo proletario. Oggi, la composizione di classe è nuovamente mutata e l’ipotesi propria degli anni ’70 del secolo scorso, quella del potere operaio, con al centro la forza operaia concentrata e accumulata dentro la fabbrica fordista, assume la stessa valenza che, in quel contesto, avrebbe assunto il programma del “Governo operaio e contadino”. La stessa ipotesi dei Consigli operai, coltivata negli anni Settanta anche in versione riformista, non sembra avere oggi una qualche base materiale di realizzazione. Tutto ciò appartiene al passato però, pur in condizioni radicalmente mutate, è possibile continuare a sostenere: eppur si muove. Abbiamo assistito, in questi anni, al dispiegarsi di un movimento proletario (dalla banlieue, a Londra fino ad arrivare al 15 ottobre romano) che ha posto la questione moderna e attuale dell’insorgenza sociale. Ciò che dobbiamo porre concretamente oggi all’ordine del giorno è il passaggio dal Partito di Mirafiori al Partito della 13


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banlieue, con tutto ciò che questo comporta poiché, tra organizzare una classe concentrata sulle linee e alla catena e organizzarne una dispersa sul territorio la differenza non è di poco conto. 4) La forma organizzativa della classe subalterna Riguardo alla forma organizzativa necessaria alla classe subalterna per farsi classe storica e quindi universale, negli ultimi venti anni sono stati presi abbagli forieri delle sciagure e delle sconfitte più pesanti che la classe proletaria abbia mai subito, almeno in Europa. Senza, in questo momento, addentrarci in un’analisi approfondita della questione, cerchiamo di affrontare l’argomento in maniera sintetica. La migliore esemplificazione di quanto detto la osserviamo nella nota affermazione: “Noi il 99% del mondo, voi l’%”. Un’asserzione che in questi ultimi periodi ha trovato non secondari consensi. Tale affermazione è particolarmente fuorviante per almeno tre buoni motivi tra loro direttamente concatenati e che, al fin della favola, non sono altro che una sintesi e una semplificazione di quanto l’ipotesi “Impero/Moltitudine” e le teorizzazioni che l’hanno preceduta da anni vanno raccontando. Lo scenario che si prefigura, in poche battute, è il seguente: un pugno assolutamente esiguo di “funzionari imperiali”, attraverso l’esercizio del dominio, governerebbe in maniera più o meno dispotica sulle moltitudini, le quali, nei fatti, condividerebbero una condizione pressoché identica. Al centro di tale ragionamento non vi è più nulla di strutturale, non vi è più il plusvalore e la sua produzione, ma soltanto il dominio e il comando. In altre parole la forma politica dell’Impero sarebbe interessata solo a governare e a dominare, insomma “il potere per il potere”. Sua vittima è pressoché l’intera specie umana. Questa specie che non ha bisogno di essere ricomposta poiché la sua ricomposizione è già data dalla condivisione del dominio, non dovrebbe far altro che, attraverso la presa di coscienza, scrollarsi di dosso le gabbie del potere imperiale. Consequenziale a ciò la messa in mora della forma partito e la necessità della conquista del potere politico. La prima cosa che salta agli occhi è come sia ben difficile “liberarsi” dalla teoria del valore. Il modo di produzione capitalista, per quanto possa trasformarsi, può cambiare sembianze (e non si tratta di un puro atto formale poiché la “particolarità” delle diverse fasi imperialiste non è acqua fresca), ma non pelle. Centrale e in fondo suo unico obiettivo rimane la ricerca del profitto, la cui premessa non può che essere l’estrazione di plusvalore. La crisi in atto pare esserne qualcosa di più di una semplice esemplificazione. Quindi il lavoro salariato e il suo sfruttamento rimangono il cardine intorno al quale ruota per intero il modo di produzione capitalista. Se questo è vero, i luoghi entro i quali la produzione di plusvalore si materializza su scala internazionale rimangono la base strategica per il capitalismo. Lì, dove capitale e lavoro salariato si fronteggiano senza mediazione, si incentra la 14


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contraddizione principale. Il modo in cui il capitale è in grado di estorcere plusvalore rimane fondamentale e quanto sta accadendo nelle nostre società, giorno dopo giorno, ne rappresenta la migliore delle conferme. E tutto questo non avviene per amore di dominio ma, ben più realisticamente e prosaicamente, per rendere ogni blocco imperialista maggiormente competitivo nella contesa internazionale. Ma i blocchi imperialisti, per quanto egemonizzati da ristrette cerchie e circoli, sono pur sempre espressioni di interessi di blocchi sociali i quali, dentro quelle politiche, non si riconoscono semplicemente in virtù di una falsa coscienza, ma in ragione di interessi materiali che, almeno nella contingenza, li portano a sposare le politiche di questo o quel blocco imperialista. Ciò significa che, oggi, i giochi sono di gran lunga più complessi di quanto gli assertori del “99%” propagandino. Oggi, dentro la crisi, si assiste invece alla delineazione sempre più concreta di blocchi sociali oggettivamente in contrapposizione e continuamente in rotta di collisione. Sulla capacità di organizzare i blocchi oggettivamente contrapposti alle logiche imperialiste si misura il saper agire, nei fatti, da partito. Prendiamo infine in considerazione l’ultimo aspetto della questione, ossia il problema della coscienza, così come all’interno delle retoriche del 99% è solitamente posto. Secondo queste ultime il problema diventa non tanto organizzare le masse a partire dalla loro condizione materiale, facendo leva sulle contraddizioni oggettive che il modo di produzione capitalista fa emergere, bensì organizzarle avendo in mente una sorta di processo educativo. In questo modo si finisce per applicare sul fronte di massa una logica, quella della coscienza politica complessiva, che, al contrario, non può che essere propria ed esclusiva del partito. In questo modo – ponendo cioè la questione nei termini della presa di coscienza generale - si finisce per considerare avanguardia e massa, partito e classe, come lati assolutamente di pari grado. Si finisce, cioè, con il declinare la forma partito dentro lo spontaneismo puro e semplice o, per altro verso, in un dogmatismo tanto rigido quanto astorico e dottrinario. Sotto tale profilo non pochi testi di Togliatti, tra i quali La formazione del gruppo dirigente del PCI, rimangono, ad oggi, pagine di non secondaria importanza. Nella polemica con il bordighismo ciò che Togliatti coglie in maniera essenziale e attuale è la dialettica, che Bordiga obiettivamente nega, tra partito e classe. Il partito come parte e frazione della classe, il quale non può esimersi dal condividere con la classe le trasformazioni dentro cui la classe si costituisce e si rimodella in continuazione. Dunque, mentre per Bordiga, una volta stabilito il programma comunista, il resto non ha che ricadute del tutto contingenti (in questa concezione, tra partito e classe non vi è, di fatto, alcuna relazione concreta), al contrario, sulla scia di Lenin, Togliatti focalizza l’attenzione sull’essere il partito parte integrante della classe. Ma essere parte della classe e vivere in unità dialettica con questa non significa che il partito sia già risolto nella classe. Il rapporto partito – classe si dà esattamente all’interno di questo 15


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“precario” equilibrio che il divenire storico rimodella in continuazione. Se il partito è l’elemento cosciente in grado di interpretare e anticipare ciò che la realtà non solo ha già in grembo ma le cui doglie hanno dato vistosi segnali, allora il partito è chiamato non ad appiattirsi sulla classe, andando a rimorchio delle sue pratiche, ma a tradurre in progetto politico ciò che, nella classe, non può darsi che come insorgenza sociale. Andando al sodo, tutto ciò cosa significa se non che il partito, o per lo meno l’agire da partito, è tale solo se il legame con la classe è profondo e radicato? I quattro punti che abbiamo provato a delineare in questa parte introduttiva ben difficilmente possono essere risolti in poche battute. Pertanto l’obiettivo che il testo presente si pone non può essere altro che un primo abbozzo delle tesi intorno alle quali iniziare a ragionare. In realtà, si tratta di compiere un’operazione non poi così nuova; a ben vedere: infatti, è quanto nel corso della storia del movimento proletario e comunista si è stati obbligati a fare ogni qualvolta le trasformazioni del ciclo produttivo mettevano in mora alcune figure e ne facevano emergere altre. Ciò dimostra come il diritto a essere avanguardia non è dato una volta per tutte, ma deve essere guadagnato e conquistato, giorno per giorno, dentro la concretezza della classe e non attraverso astrazioni libresche. In ciò il monito maoista solo chi fa inchiesta ha diritto di parola rimane un punto irrinunciabile della linea di condotta comunista. Questo stile di lavoro deve essere fatto interamente proprio da tutte quelle forze che oggi vogliono porsi concretamente la questione dell’organizzazione politica della classe. Se la fine della grande fabbrica e delle grosse concentrazioni operaie ha comportato la frantumazione delle figure proletarie, solo avendo in mente le forme concrete che queste hanno assunto diventa possibile ripensare un’organizzazione politica in grado di riannodare le fila della frastagliata condizione proletaria. In questo senso le ipotesi politiche identitarie che, nel nostro Paese, si sono continuamente delineate (sette, partiti, partitini, cartelli, federazioni ecc.), insieme al loro sostanziale fallimento, mostrano come il nocciolo della questione non stia semplicemente nel rivendicare una continuità con un passato glorioso, bensì nel come ipotizzare un futuro radioso. Per sua natura, il proletariato è l’unica classe che per essere classe storica non può configurarsi attingendo dalle suggestioni del passato. Così come non può vestire i panni della Roma Repubblicana, non può immaginarsi dentro le forme socialiste del passato. In questo senso, ogni operazione che ponga all’interno del suo orizzonte la riproposizione di modelli storicamente datati non può che condurre al fallimento.

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Premessa metodologica Il metodo leniniano Partendo da quanto argomentato alla fine dell’introduzione, sembra sensato e importante porre in evidenza il legame necessario che esiste tra fase imperialista e composizione di classe, con tutte le ricadute che ciò comporta. In questo senso, un breve ma incisivo richiamo a Lenin e al bolscevismo appare doveroso. Ciò che da tempo si sta cercando di rimettere prepotentemente dentro il dibattito e la prassi del movimento comunista è la “restaurazione” del metodo leniniano e, con questo, gli approdi politico – organizzativi che esso comporta. Al proposito, tre momenti della teoria leniniana appaiono particolarmente indicativi: - l’analisi dello sviluppo del capitalismo nella Russia di fine Ottocento; - il modo in cui Lenin affronta gli eventi del 1905; - gli scritti a ridosso della I Guerra Mondiale (in particolare i testi sull’imperialismo e sulla crisi della socialdemocrazia). È noto come da questi testi analitici sia stata immediatamente ricavata la forma politica adeguata alla classe in quella determinata fase. Nel primo caso abbiamo l’affermazione della centralità della classe operaia come motore e classe guida della rivoluzione in Russia e quindi la subordinazione, pur in alleanza, dei contadini e degli strati semi – proletari. Ciò che in questo passaggio sembra centrale evidenziare è la capacità di anticipazione che Lenin è in grado di mettere in campo. Nel momento in cui concepisce il lavoro sullo sviluppo del capitalismo in Russia, la realtà, apparentemente obiettiva, che si pone di fronte agli occhi di tutti è quella di un Paese agrario e per di più profondamente immerso in rapporti sociali tipicamente premoderni. La stessa influenza che possono vantare i populisti sembrerebbe in qualche modo confermare l’inadeguatezza dell’analisi leniniana. Ma a Lenin non interessa la pura e semplice fotografia della situazione sociale del Paese, bensì a ispirarlo è piuttosto la “cinematografia”, ovvero la realtà in movimento. Ciò che fa la differenza tra Lenin e i populisti è l’arma, posseduta dal primo, della dialettica del divenire, ossia della capacità di comprendere ciò che la realtà porta in grembo: il nuovo chiamato a soppiantare il vecchio. Lenin, in fondo, non fa altro che applicare alla Russia lo stesso metodo utilizzato da Marx per la stesura de Il capitale. Nel momento in cui Marx inizia a indagare i tratti del capitalismo moderno, questo è sostanzialmente confinato entro Manchester. Una semplice nicchia dentro un intero mondo fatto ancora di orpelli nobiliari e aristocratici. Eppure, senza indugi, Marx in quella 17


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semplice nicchia che è Manchester di metà dell’800 vede i destini generali del mondo. A sostanziare questa affermazione non è altro che la dialettica materialista, quell’arma teorica che, attraverso Marx ed Engels, il proletariato, in quanto nuova classe storica, ha dato alla luce. Non diversamente da Lenin, quindi, Marx è poco interessato a registrare il nudo dato di fatto, il dato empiricamente maggioritario, bensì ciò che lo interessa è anticipare la tendenza che il processo storico renderà egemone. A unire Marx e Lenin, la continuità che li contraddistingue, è esattamente la capacità di usare la dialettica materialista come il grimaldello capace di svelare il senso oggettivo del divenire storico. Questo il vantaggio enorme che sono in grado di vantare contro gli avversari che li circondano. Chi, se non piccole massonerie inutili di specialisti ed eruditi, è in grado di ricordare oggi le schiere di teorici e ideologi politici coevi a Marx e a Lenin che nell’immediato sembravano avere ragione su questi ultimi e potevano vantare schiere di seguaci non secondari? Che cosa resta, alla scala del tempo, del loro operato teorico? Nulla o poco più, sovente neppure il loro nome, mentre con Marx, Lenin e la dialettica materialista il mondo intero nei secoli a venire è stato obbligato a fare i conti. Da tutto ciò ne deduciamo un fatto semplice ma non banale: la scienza comunista è tale perché in grado di cogliere le tendenze storiche reali, anticiparle e, a partire da ciò, forgiare l’arma politica in grado di governarle e dominarle. L’affermazione della centralità operaia dentro la rivoluzione russa è esattamente il distillato sintetico della scienza comunista. Tutta la battaglia di tendenza condotta da Lenin e dalla frazione bolscevica in seno al movimento operaio sin dai primi anni del ‘900 è il frutto di una chiarezza analitica capace di cogliere l’insieme della foresta senza farsi condizionare dalla vista del singolo albero. Lettura e anticipazione della tendenza, capacità di tenere insieme una visione strategica complessiva, senza perdersi nei particolarismi. Ridotto all’osso l’insegnamento leniniano e bolscevico nella costruzione del partito rivoluzionario in Russia si riduce a ciò. Tutto questo, ed è un aspetto che va fortemente evidenziato, attraverso l’imposizione di continue rotture, ricavate dall’esperienza concreta fatta dalle masse. Si tratta di uno stile di lavoro che va continuamente tenuto a mente poiché, proprio a partire da ciò, vediamo messo all’opera quell’enunciato leniniano: il marxismo non è un dogma ma una guida per l’azione che, nella storia del movimento comunista, è stato continuamente ricordato ma poche volte applicato. Il modo in cui Lenin affronta il 1905 ne è, con ogni probabilità, la migliore esemplificazione. Se c’è una cosa che in Lenin non verrà mai meno è la costante attenzione per le esperienze che le masse fanno e le indicazioni che da ciò la soggettività politica deve trarne. È in questo stile di lavoro che la triade propria della dialettica materialista prassi/teoria/prassi diventa elemento fondante dell’orizzonte teorico di Lenin. Da ciò che le masse, in maniera spontanea e 18


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spesso confusa, producono sul proscenio storico, la soggettività politica deve ricavarne - e questo è il compito della scienza comunista - una razionalizzazione concettuale, ovvero trasformare in teoria politica organica e in organizzazione ciò che il movimento delle masse ha posto all’ordine del giorno, per rimetterlo poi nella prassi in maniera cosciente e organizzata. La soggettività politica, quindi, non inventa nulla, poiché, sulla scia di Marx, essa non è altro che il momento razionale e politico, fattosi ostetrica della storia, che abolisce lo stato di cose presenti. Nella prassi, la soggettività politica sintetizza i due momenti dialettici che l’hanno preceduta: la prassi storica e immediata delle masse e l’elaborazione teorica che la soggettività politica è stata in grado di ricavarne. Il partito che è e può essere tale solo se è parte della classe, quindi, trasforma in prassi organizzata ciò che nelle masse vive in potenza. Si delinea proprio in questo passaggio la concezione leniniana del partito come corpo politico della classe. Il partito è tale perché la razionalizzazione politica di cui è portatore è espressione diretta e cosciente di quanto il moto storico delle masse porta in grembo. Tutte le vicende legate al 1905 testimoniano in questa direzione. È lì che Lenin - e sotto tale profilo il testo sulla guerra partigiana del 1906 è un autentico capolavoro di teoria e prassi politica - cogliendo il senso proprio della tendenza presente dentro le masse, obbliga il partito a fare i conti con ciò che quella svolta storica comporta per la linea di condotta della soggettività politica. Nel 1905 le masse hanno fatto un’esperienza storica concreta che ha posto praticamente all’ordine del giorno la questione dell’insurrezione. È questa indicazione che il partito deve essere in grado di cogliere. Certo, sotto il profilo dei risultati immediati, il 1905 si traduce in una serie non secondaria di disfatte ma, ed è questo il punto, dal 1905 non si torna indietro. Compito del partito è raccogliere, con pazienza, ciò che il moto storico della classe ha posto spontaneamente sul tavolo della storia. Si tratta, senza avventurismi di sorta, di rendere cosciente e organizzata la tendenza. Il lavoro che i bolscevichi inizieranno a svolgere dentro l’esercito e la marina ne rappresentano il perfetto corollario. Il terzo passaggio che occorre richiamare alla mente è costituito da quanto si consuma dentro il movimento operaio internazionale immediatamente a ridosso del Primo conflitto interimperialistico. È in quel frangente che Lenin pone all’ordine del giorno la necessità di costituire l’organizzazione internazionale del movimento comunista come partito centralizzato in grado di tenere insieme le masse operaie “non nazionalizzate” dei Paesi occidentali e i popoli colonizzati. Si tratta, ancora una volta, di agire una rottura, ancora una volta di mettere al primo posto la tendenza che le trasformazioni stesse del modo di produzione capitalista hanno imposto. Si può leggere, chiede in fondo Lenin, la fase dell’imperialismo con gli stessi strumenti dell’era precedente? Certamente no, ma questo di per sé non basta. Un’operazione simile sono in grado di 19


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farla anche gli analisti reazionari e riformisti, limitarsi a leggere accademicamente il senso della nuova era è condizione necessaria ma non sufficiente per la soggettività politica. Per questo, decisivo è solo il modo in cui, a partire da tale lettura, si è in grado di agire concretamente dentro le contraddizioni principali che un determinato contesto storico mette in campo. Ciò che va colto, in ogni fase storica concreta, è “il cuore del politico”. In altre parole si tratta di piegare la fase agli interessi della rivoluzione, non subirla. Si tratta, a partire da ciò, di ricavare tutte le indicazioni di prassi che questo comporta. La guerra, per il carattere che ha assunto, trascina le popolazioni colonizzate direttamente al centro della politica e della storia. Questa presenza e il suo non indifferente peso è colto da Lenin e dal bolscevismo in tutto il suo portato. È esattamente dentro il passaggio teorico, politico e organizzativo messo a regime dall’Internazionale Comunista che prende le mosse quel movimento storico comunemente conosciuto come “decolonizzazione”. Ciò che l’IC pone all’ordine del giorno è la fine dell’egemonia eurocentrica e bianca del movimento proletario, un passaggio dal punto di vista dell’organizzazione di classe non meno epocale di ciò che il conflitto mondiale rappresenta per la borghesia e in particolare per la borghesia imperialista (che si fa classe egemone delle forze borghes)i. In poche parole, ciò che Lenin coglie è la forma “concreta” dentro cui si delinea il conflitto storico tra proletariato e borghesia. Da qui l’attenzione che Lenin dedica alle trasformazioni che la fase imperialista implica sia per la forma Stato sia per la forma guerra. Intorno ad esse, sembra sensato spendere qualche parola. È dentro la guerra che lo Stato cambia radicalmente fisionomia. La mobilitazione totale alla quale la guerra mondiale obbliga lo Stato rende necessario da parte di quest’ultimo un interventismo in ambito economico e sociale impensabile solo pochi anni prima. Al contempo, il carattere industriale e di massa assunto dalla forma guerra consegna tra le mani del proletariato una forza che solo pochi mesi prima del fatidico 4 agosto 1914 sembrava pura fantasticheria. La costituzionalizzazione del lavoro operaio ne rappresenterà, sotto il piano giuridico – formale, la migliore esemplificazione. Lo Stato, infine, nella sua trasformazione imperialista inizia a perdere la dimensione nazionale e territoriale che lo aveva caratterizzato fino allo scoppio del conflitto. Dentro la guerra il “mondo di ieri” si estingue. Lenin coglie esattamente i passi salienti e centrali delle trasformazioni in atto e li piega agli interessi storici della classe. Il partito dell’insurrezione prende concretamente forma attraverso la lettura delle tendenze storiche in atto. Non va dimenticato, e non è proprio un fatto di secondaria importanza, che la rivoluzione cinese prende le mosse dentro questa svolta storica.

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Fare i conti con il passato Una storia di salti e rotture Se, come è nostra convinzione, il metodo leniniano rimane la sola bussola alla quale fare riferimento per orientarci nel mondo contemporaneo, si tratta di vedere in che modo la si applica nel presente. Per quanto radicali si presentino le cesure storiche attuali, bisogna sempre ricordare che l’intera storia del capitalismo e del movimento comunista e proletario è un susseguirsi di salti. Se c’è qualcosa che inficia alla radice l’evoluzionismo socialdemocratico e il riformismo variamente declinato è proprio la storia obiettiva dei cicli capitalistici e delle composizioni di classe che a questi rimandano. Ripensare, al proposito, alla storia del nostro Paese è non poco utile. Sulla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, come si è in precedenza accennato, il movimento operaio e comunista è in pieno ripiegamento e il movimento sindacale fatica non poco a tenersi a galla. La sostanziale desolazione che fa da sfondo alla pubblicistica dell’epoca ci consegna una fotografia del conflitto di classe a dir poco mefitico. La classe operaia, la cui figura centrale è rappresentata dall’operaio professionale, quella classe operaia sulle cui spalle aveva poggiato gran parte del peso della lotta armata antifascista, è posta continuamente sotto scacco e dentro le fabbriche le avanguardie comuniste e sindacali vivono un regime di confino e isolamento. Alla fine degli anni Cinquanta il movimento operaio e comunista sembra essere in ginocchio, mentre la controrivoluzione imperialista pare in grado di dettar legge senza troppe opposizioni. Il clima di terrore inaugurato dentro le fabbriche trova la sua sponda politica nell’insediarsi di governi apertamente reazionari e antioperai. La “Guerra fredda” non è uno scenario geopolitico astratto ma qualcosa di estremamente concreto che si consuma, giorno dopo giorno, dentro i rapporti tra le classi. Nel giro di nulla questo scenario, però, repentinamente cambia, lasciando allibiti e frastornati, insieme alla borghesia che si era illusa di aver liquidato una volta per tutte lo spettro operaio, gli stessi dirigenti comunisti e sindacali. Uno spaesamento che, del resto, era condiviso con non pochi “intellettuali organici”, del tutto incapaci di cogliere ciò che sotto ai loro occhi si stava delineando, ma non solo. Di fronte all’irrompere di una nuova composizione di classe, assai diversa da quella organizzata in passato, invece di andare a scuola dalle masse, dirigenti politici e sindacali del PCI e intellettuali variamente declinati non seppero far altro che stigmatizzare i comportamenti della classe arrivando, in non pochi casi, ad ascriverli al mondo del teppismo, della delinquenza comune o del fascismo tout court. Come teppisti e teddy boys furono descritti dalle pagine dell’Unità e giornali affini i giovani con la “maglietta a strisce” e blu jeans che diedero vita alle 21


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giornate genovesi del luglio ’60; delinquenti comuni e provocatori fascisti furono chiamati gli operai di Piazza Statuto nel ’62. Ciò non deve stupire, poiché rappresenta esattamente il frutto sia della deriva riformista e opportunista intrapresa dal PCI negli anni immediatamente successivi alla II Guerra Mondiale sia, in seguito a ciò, della messa in soffitta del materialismo storico e dialettico, in quanto arma teorica della classe. Abbandonando il marxismo e la prospettiva leniniana della dittatura rivoluzionaria, alla quale viene preferita la bizzarra teoria della “democrazia progressiva”, il PCI si trova disarmato sotto il profilo teorico e analitico e quindi nella obiettiva impossibilità di comprendere le trasformazioni oggettive del mondo capitalista. Il PCI non ripudia “semplicemente” l’ipotesi rivoluzionaria ma, compiendo questo passo, non può che approdare al campo della borghesia e, con ciò, al limite storico cui il pensiero borghese, per sua natura, è condannato. Alla fine, indipendentemente da sfumature e “nuance” individuali, la produzione teorica e analitica non può che essere la messa in forma cartacea delle ideologie delle classi storiche presenti sulla scena storica. Il PCI non riesce più a comprendere ciò che si muove intorno a esso poiché, in quanto forza borghese, può comprendere il divenire storico solo post festum. Un limite che non sta negli uomini ma nella dimensione storica delle classi. Per questo, come ricorda Mao, di fronte al nuovo che nasce, il vecchio che non vuol morire, in quanto obiettivamente imbrigliato dentro i vecchi rapporti sociali, spara ad alzo zero tutte le munizioni che gli rimangono. Come andarono, invece, le cose è storia nota ai più. Nel ’69, sette anni dopo Piazza Statuto, a Corso Traiano quella classe operaia accusata di teppismo e fascismo darà il là a una stagione di lotte - di cui lo Statuto dei lavoratori ne rappresenterà la mediazione politico-istituzionale - che si porrà a pieno titolo sul filo del tempo, in continuità con gli scioperi del marzo ’43. Eppure, quando questo soggetto operaio fece la sua rumorosa comparsa sul proscenio storico, solo sparuti gruppi di intellettuali, ricercatori sociali, militanti sindacali e politici furono in grado di coglierne la portata. Questi, nuotando per anni controcorrente, guardati con sospetto e disprezzo dai più, contribuirono non poco a far emergere quella figura operaia – la figura dell’operaio massa - come figura centrale della nuova composizione di classe. Quello che, in seguito e senza enfasi di troppo, fu chiamato il Partito di Mirafiori deve molto a quei piccoli reparti di militanti, intellettuali e no, che furono i soli a leggere e cogliere la tendenza che un nuovo ciclo capitalistico aveva posto all’ordine del giorno. Quei gruppi, obiettivamente, furono in grado di esercitare, nei fatti, il ruolo proprio dell’avanguardia. Questa sintetica parentesi storica serve per dire che è proprio della logica del capitalismo, e questo lo avevano già capito Engels e Marx sin dai tempi del Manifesto, sovvertire in continuazione il mondo. Se c’è una cosa che di sicuro non può essere rimproverata al modo di produzione 22


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capitalista è la staticità e/o la lentezza. Da sempre, nel suo divenire irrequieto, tumultuoso e irrazionale il modo di produzione capitalista obbliga le avanguardie a misurarsi con il portato materiale, e quindi con la composizione di classe, cui il ciclo capitalista ascrive le masse salariate e subordinate.

Cause ed effetti della Sconfitta Nel nostro Paese, il conflitto di classe tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta ha assunto un’intensità tale da fare dell’Italia un caso particolare all’interno del contesto politico dell’Europa occidentale. La capacità di attrazione nei confronti delle masse, insieme alla forza e alla decisione con cui l’ipotesi rivoluzionaria è stata portata avanti in quegli anni dalle avanguardie politiche comuniste, ha reso realistica nel nostro Paese la possibilità del rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi. A quest’enorme potenziale di lotta espresso dalla classe subalterna, le classi dominanti hanno risposto con una controffensiva a tutto tondo e senza mezzi termini. Le forze controrivoluzionarie hanno messo in campo ogni mezzo necessario al fine di disarticolare prima, distruggere alla radice poi, il movimento rivoluzionario. Tra la metà degli anni ’80 e la loro fine, assistiamo nel nostro Paese alla sconfitta militare e politica dell’intera classe operaia e delle forze organizzate che ne sostenevano la lotta. Per esigenza di sintesi teorica e argomentativa, scegliamo di prendere in considerazione due passaggi particolarmente significativi della controffensiva imperialista. Il primo è rappresentato dalla pianificazione da parte dell’imperialismo dell’immissione dentro il tessuto proletario di uno stile di vita individualista e nichilista, al fine di disintegrare la dimensione collettiva del quartiere operaio e proletario. Limitandoci ad osservare quanto accaduto nel nostro Paese vediamo come, a partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, sulla scia della cosiddetta “cultura underground”, il consumo di alcune sostanze, e il conseguente stile di vita che si portano dietro, inizia ad assumere tratti di massa. La doppia anima che albeggia dentro il ’68, il radicalizzarsi della lotta di classe ma anche una rivoluzione interna alla stessa borghesia (una sorta di rivoluzione culturale interna alle classi dominanti), immette dentro l’ordine discorsivo della scena pubblica il tema della trasgressione e della non convenzionalità, come aspetti non secondari della critica allo stato delle cose presenti.

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Nel nostro Paese, in virtù della dominanza operaia sul ’68, che spalanca le porte all’autunno caldo del ’69 e condiziona per intero l’anomalia italiana degli anni Settanta, il peso dei movimenti contro culturali e underground è ampiamente contenuto. Non si assiste, in poche parole, a nessuna forma egemonica di quello che possiamo chiamare il “Vento dell’ovest”, ovvero quell’insieme di retoriche provenienti soprattutto dal mondo anglo – sassone, codificate e codificabili nel movimento beat o hippy. Il loro peso non va oltre la modesta area di influenza di una rivista come Re nudo e poco più. A differenza di altri Paesi dove la cultura underground può vantare una certa presa sui mondi sociali, in Italia il fenomeno è piuttosto limitato. Per certi versi, almeno in apparenza, a prevalere sembrano essere piuttosto gli aspetti culturali “conservativi” e “tradizionali”, piuttosto che quelli innovativi (gli operai canticchiano sicuramente più Celentano dei Doors). Eppure, se dall’ambito culturale passiamo alla dimensione politica, il quadro cambia repentinamente: l’Italia è l’unico Paese europeo dove le forze rivoluzionarie possono vantare un consenso di massa non secondario e, per di più, sono in grado di esercitare un’influenza, a volte persino egemone, dentro i grandi centri industriali e i grossi comparti (operai, ma non solo). La presa del discorso rivoluzionario si fa persino più forte al di fuori della fabbrica, il cui perimetro inizia a essere oggetto di presidio continuo da parte delle forze riformiste e opportuniste. Mentre in fabbrica, utilizzando a piene mani la forza del sindacato, il riformismo riesce in qualche modo a controbilanciare le forze del movimento rivoluzionario, nei territori e nei quartieri la cosa è meno facile. Questo per un motivo molto semplice: il quartiere operaio e popolare si mostra, pur con tutte le differenziazioni interne che lo possono contrassegnare, un blocco sostanzialmente omogeneo e unitario. L’obiettiva divisione della città operaia e della città borghese non può che rimandare a una rigida e precisa divisione dei campi dell’amicizia e dell’inimicizia. In poche parole, ciò significa che il quartiere operaio vive un insieme di rapporti sociali e politici “autonomi” rispetto a quelli della società ufficiale e/o legittima. Il Paese reale non è il Paese legale. Ora, perché esista un mondo sociale “autonomo” occorre evidentemente che in quel mondo esista una coesione e quindi un ordine. In altre parole, perché il quartiere operaio e popolare possa vivere quell’insieme di rapporti sociali non assoggettati alla società legittima, occorre che, al suo interno, tutta la popolazione possa vantare una condizione di sostanziale sicurezza. La naturale repulsione per le forze dell’ordine che ha a lungo accompagnato la storia del quartiere operaio e popolare trae origine da un duplice fattore: la percezione delle forze dell’ordine come apparati della società nemica e l’esistenza di un ordine sociale interno che la solidità dei rapporti sociali rende, di fatto, granitico. È in questo contesto che appare l’eroina. Nel nostro Paese l’eroina è imposta, si può dire dall’oggi al domani, direttamente dentro i quartieri operai e popolari. Il suo fine strategico è chiaro: 24


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disintegrare e annichilire la “comunità operaia” e rompere la “separatezza” propria del quartiere operaio e popolare. Nel giro di nulla la figura del tossicodipendente diventa una delle più familiari dentro i territori operai. La ricaduta immediata è la rottura dell’ordine sociale. Il quartiere operaio da territorio franco e sicuro si trasforma in una sorta di giungla urbana. Il tossicodipendente, la cui figura illegale è a dir poco irrisoria, nella forsennata ricerca di denaro non può che indirizzarsi verso gli attori sociali più esposti. Per questo, in linea di massima, il tossicodipendente non va all’assalto dei fortini ben custoditi della città borghese, ma punta ai facili obiettivi che l’incustodito quartiere operaio gli offre. In questo modo, nel giro di nulla, il quartiere proletario si ritrova sotto attacco. All’insicurezza sempre più diffusa si associa la rottura di quell’insieme di rapporti sociali che avevano dato forma all’amicizia propria del mondo operaio. Ciò che viene infranto è un ordine sociale, politico e culturale. Le retoriche individualiste, delle quali il tossicodipendente è alfiere, frantumano sino alla radice l’essere collettivo dei subalterni. Dentro gli anni Settanta del secolo scorso assistiamo esattamente all’incidere massiccio di questo fenomeno. I quartieri operai, uno dopo l’altro, si trasformano in supermarket dell’eroina mentre, per quanto silenzioso, un vero e proprio “olocausto proletario” prende forma. Lo scenario che, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, fa da sfondo ai quartieri popolari è fin troppo noto. In tale contesto si consuma la vittoria dell’imperialismo sulle forze rivoluzionarie. Fascisti e apparati statuali, attraverso l’eroina, hanno scardinato prima e messo le mani poi dentro quei territori nei quali non avevano mai trovato diritto di cittadinanza. Da quel momento in poi l’occupazione del territorio operaio può dirsi un fatto compiuto. Quasi inutile rilevare come tale occupazione consenta di attivare una rete non secondaria di informatori che, tenuti costantemente sotto scacco, diventano fonte permanente di informazioni. C’è, infine, un aspetto che il fenomeno eroina si porta appresso: la medicalizzazione del conflitto. Proprio in questo frangente assistiamo alla costituzione di una rete disciplinare (il Terzo Settore) che, a partire dalla figura del tossicodipendente, diventerà il “braccio armato” del processo di medicalizzazione della società. Il fine di questo processo è abbastanza ovvio ed evidente: ascrivere al mondo dell’anomalia, attraverso le infinite retoriche messe in circolo sulla devianza, ogni possibile forma di conflitto. Ogni comportamento estraneo ai modelli sociali dominanti perde in questo modo legittimità “politica” per diventare pura e semplice espressione di malessere e disagio. Un insieme di saperi, scienza della polizia, scienza medica e scienza sociale, penetrano dentro i quartieri proletari disintegrandone l’identità di classe. Il progetto strategico è, al contempo, semplice e ambizioso: delegittimare la lotta di classe e ascrivere la sua manifestazione al mondo dell’anormalità. Tutto ciò è palesemente evidente se ripensiamo agli anni Ottanta e Novanta del nostro Paese. Un onda lunga che si protrae sino agli albori del nuovo secolo; a tale proposito è 25


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sufficiente ricordare gli investimenti fatti al riguardo dal primo Governo Prodi (1996) attraverso le politiche sociali dell’allora Ministro Livia Turco. Non si è trattato di un progetto di poco conto, basti pensare, infatti, come i principali interlocutori delle politiche governative siano stati non pochi ambiti della cosiddetta sinistra radicale, parlamentare e no, che dei governi di centro sinistra divennero tra i più strenui difensori. L’asse Bertinotti/Casarini ha a lungo viaggiato proprio dentro la fattiva compartecipazione alla realizzazione di un modello di società disciplinare portata, almeno in tendenza, sino alle estreme conseguenze. Dietro a tutto ciò, contingenze a parte, vi era l’ipotesi costitutiva di un modello sociale i cui tratti se non decisamente totalitari potevano dirsi per lo meno totalizzanti. Una parte della società si faceva così direttamente controllore di un’altra. Il presupposto di tutto ciò era l’idea di un modello sociale dove tutto doveva essere posto sotto controllo. Un progetto in gran parte naufragato poiché del tutto anacronistico e fuori dalle tendenze reali della storia: nella fase imperialista attuale, come si è in precedenza argomentato, a prevalere più che le logiche del far vivere sono quelle del lasciar morire. In tutto ciò l’interesse per la popolazione da parte dello Stato, nel bene e nel male, diventa pressoché nullo. Al proposito è non poco interessante osservare come negli ultimi anni, repentinamente, gran parte degli ordini discorsivi intorno alla devianza, al disagio, al malessere sociale e via dicendo siano scomparsi dalle retoriche pubbliche. Improvvisamente siamo passati da un mondo denso di devianza e malattia a un mondo sostanzialmente sano. Del resto in un mondo in cui la condizione di “marginalità” ed esclusione si estende a tutto l’insieme delle classi sociali subalterne diventa alquanto insensato mantenere in piedi una rete di “specialisti del margine”. In questo scenario ampiamente modificato si trasforma anche la cornice del consumo delle sostanze. Paradossalmente assistiamo a un’autentica rivoluzione copernicana: il consumo di droga da veicolo di stigma sociale si trasforma in “pratica inclusiva”. L’affermarsi della cocaina, insieme ai suoi derivati come il crack, in quanto droga egemone dell’era contemporanea non ha bisogno di troppi commenti. Se, in un’epoca ormai distante, la cocaina era considerata la sostanza delle elite oggi il suo carattere di massa è arcinoto. Ma se cambia la molecola non cambiano i gestori e la loro funzione. Fascisti, servizi e criminalità organizzata non hanno fatto altro che spostare il business da una all’altra sostanza senza dimenticarsi, nel frattempo, di rafforzare le proprie reti di controllo e informazione. Rispetto al passato, inoltre, la diffusione e la sostanziale legittimazione della cocaina dentro gli ambiti della sinistra radicale ha consentito di costituire connubi a dir poco inquietanti. Se l’eroina non aveva sfondato più di tanto tra gli ambienti della sinistra radicale, tanto che colui che diventava eroinomane per lo più abbandonava l’attività politica, oggi assistiamo a un fenomeno esattamente rovesciato. Il consumo è fatto proprio e persino rivendicato tra quote non proprio secondarie di militanti o presunti tali. Non diventa pertanto difficile comprendere come, in numerose realtà un 26


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tempo luoghi comuni della sinistra rivoluzionaria, oggi trovino cittadinanza e legittimazione fascisti e funzionari della criminalità organizzata, il tutto sotto la sapiente regia dei vari apparati di sicurezza. Un tacito accordo e una connivenza rispetto alla quale è a dir poco criminale mantenere il silenzio. Tutto ciò, tra l’altro, ci consente di evidenziare anche la palese contraddizione che le retoriche legalitarie portate avanti da quote considerevoli della sinistra si portano dietro. Abbiamo assistito, in questi anni, alla messa in forma di battaglie per la legalità e contro mafie e criminalità organizzata, battaglie intorno alle quali è bene fare chiarezza. In queste battaglie ciò che è continuamente eluso è il connubio oggettivo tra gli apparati legittimi imperialisti e le varie articolazioni illegali tra le quali i fascisti svolgono il ruolo di costante “trade–union”. Il considerare la criminalità organizzata come realtà del tutto autonoma e indipendente dagli apparati politici, economici e militari dell’imperialismo significa non semplicemente prendere un colossale abbaglio analitico, ma coltivare tra le masse l’illusione dell’esistenza di uno Stato legalitario e rispettoso delle regole all’interno del quale, volta per volta, apparati “deviati” ne minano l’efficacia. In questo modo, invece di evidenziare l’uso indifferenziato, a partire dagli obiettivi strategici che volta per volta si vogliono perseguire, di legalità e illegalità da parte delle forze imperialiste, le si rappresenta come un campo di forze particolarmente prono al rispetto delle regole, dimenticando, e non si tratta di cosa da poco, che le regole di cui si parla non sono frutto di un dono divino ma il risultato di un rapporto di forza storicamente determinato e, proprio per questo, non solo in equilibrio precario, ma indissolubilmente legato alla forza concreta e materiale che gli attori sociali e politici sono in grado di esercitare. Di più: la continua attenzione alle regole e alla legalità, come unica cornice possibile della prassi, delegittima tra le masse l’idea stessa di illegalità e di azione esterna alle logiche del parlamentarismo o dell’ordine costituito. Il secondo passaggio, con cui le classi dominanti concludono vittoriosamente la guerra contro il movimento rivoluzionario degli anni ’70 nel nostro Paese, è rappresentato dalla controrivoluzione ideologica condotta al fine di estirpare il marxismo e il materialismo dagli orizzonti della classe subalterna. Proveniamo oggi da un’intera arcata storica dove la messa in mora del marxismo è stata l’opzione teorica coltivata dalle più svariate forze politiche e intellettuali. Il cuore di questa operazione, indipendentemente dalle diverse derive, trovava i suoi punti di approdo intorno a due temi: - la centralità dell’individuo e dell’individualismo a fronte della messa in mora di ogni teoria fondata sul collettivo - il tratto sostanzialmente irrazionale, e quindi di fatto indecifrabile, delle vicende umane e storiche. 27


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Il corollario di tutto diventava quanto mai ovvio: il mondo, nel suo insieme, non è altro che l’effetto dell’agire irrazionale dei singoli. La storia e le sue vicende non possono essere, pertanto, lette e quindi ancor meno anticipate avendo a mente la razionalità propria del conflitto di classe, ma solamente come l’effetto dell’agire scomposto dei singoli. Questi, nella migliore delle ipotesi, sono in grado di elaborare un qualche progetto tattico in merito al susseguirsi delle contingenze individuali, ma rimangono del tutto estranei alla messa in forma di una qualunque progettualità strategica capace di farsi generale. In virtù di ciò, la storia non poteva essere altro che l’insieme di infinite contingenze le quali, per di più, tra loro non avevano alcun legame o per lo meno alcun legame informato da una qualche razionalità. La società e i suoi conflitti, a partire da ciò, non sono altro che la cornice di una micro – guerra tra individui al fine di conseguire, una contingenza dopo l’altra, postazioni di rendita e di potere “contingentemente determinate”. Sulla scia di ciò le retoriche proprie delle beghe condominiali diventavano il paradigma del mondo. Un insieme di retoriche che hanno a lungo trionfato poiché potevano vantare, almeno in apparenza, sulla solidità di un modello economico sostanzialmente privo di contraddizioni. L’era del capitalismo globale, del turbo capitalismo, della finanziarizzazione permanente o in qualunque modo si voglia chiamare l’epoca dentro la quale siamo stati immessi a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, ridotta all’osso, trovava la sua cornice ideologica in quest’insieme di retoriche. Ma, andando al sodo, tutto questo poggiava sull’apparente affermazione del modo di produzione capitalista come modello che, attraverso i processi di globalizzazione, non solo aveva reso il mondo unico ma lo aveva definitivamente stabilizzato. Il crollo dell’Unione Sovietica e di gran parte dell’intero blocco socialista, insieme alla sua repentina attrazione per i modelli capitalistici più spregiudicati, sembravano la migliore esemplificazione della vittoria del realismo e del pragmatismo capitalista sul mondo dell’utopia. La crescita, ancorché ampiamente drogata, dell’economia mondiale sembrava rendere del tutto anacronistico ogni punto di vista di classe dentro il nuovo mondo. La stessa tendenza alla guerra, insieme al prepotente riaffiorare di operazioni militari dichiaratamente di stampo colonialista, invece che essere colte come segnale non secondario delle contraddizioni proprie della nuova fase imperialista, erano archiviate come aggiustamenti necessari, per quanto dolorosi, alla definitiva messa in forma della nuova era. Particolarmente significativo il modo in cui la guerra irachena è stata affrontata da tutti gli esponenti delle forze borghesi. I fautori dell’intervento lo hanno spiegato come una dura, ma obbligata, necessità al fine di rendere più sicuro il mondo contro una figura e un regime che loro per primi avevano per anni foraggiato. La coalizione imperialista che si è precipitata a occupare e a spartirsi il territorio iracheno ha giustificato il tutto con il fine di esportare la democrazia, unica garanzia della stabilità internazionale, all’interno di un territorio 28


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particolarmente turbolento. La veste idealista con la quale si è rivestito l’imperialismo in fondo non rappresenta una novità. L’intera epopea imperialista e colonialista è stata ammantata di nobili ideali, tra cui l’esportazione del processo di civilizzazione e la cristianizzazione del mondo, com’è noto, hanno fatto la parte del leone. Più interessante è l’ordine del discorso messo in campo dai sedicenti critici del capitalismo globale. A fronte dell’attacco all’Iraq, essi non hanno saputo fare niente di meglio che imputare la guerra al volere di un singolo (George W. Bush) il quale, contro tutto e tutti, è stato in grado di sovvertire il “naturale” corso delle cose intorno al quale i teorici dell’Impero, hanno a lungo argomentato. Insomma un altro 18 brumaio. Ma com’è stato possibile arrivare all’imporsi della prospettiva controrivoluzionaria come unica ideologia legittima? Perché una spiegazione tanto stupida quanto inconsistente della guerra contro l’Iraq è riuscita a farsi largo e, per un certo periodo, a vantare anche una discreta presa sul mondo? Proviamo a pensare a un’ipotesi simile formulata negli anni Sessanta del secolo scorso di fronte all’impegno statunitense in Vietnam. Nessuno si sarebbe sognato di imputare a J. F. Kennedy la responsabilità individuale dell’aggressione imperialista al popolo vietnamita. La sua decisione venne considerata come la cristallizzazione e il distillato di una scelta collettiva delle forze imperialiste all’interno di quella cooperazione controrivoluzionaria internazionale contro il movimento comunista e le lotte di liberazione dei popoli colonizzati. Quell’intervento non poteva, pertanto, che essere letto dentro i rapporti di forza complessivi tra rivoluzione e controrivoluzione. In tutto ciò lo spazio per l’individuo J. F. Kennedy non avrebbe potuto che avere un ruolo limitato. In quanto espressione di forze collettive, concrete e materiali, egli non avrebbe rappresentato altro che l’aspetto fenomenico del progetto imperialista. Al centro dell’analisi non poteva che essere posta la “linea di condotta” dell’imperialismo. Del resto, a riprova di quanto gli individui non possano far altro che recitare all’interno di un canovaccio ampiamente scritto e condizionato dal contesto storico oggettivo, quanto sopra è facilmente accertabile attraverso i comportamenti dei successori di Kennedy. Tanto Johnson quanto Nixon, pur appartenendo a schieramenti politici diversi, ma affini al medesimo campo imperialista, non si risparmiarono nel proseguire e dilatare l’impegno statunitense in Vietnam. In poche parole a nessuno, in quel periodo storico, sarebbe venuto a mente di andare alla riscoperta di un nuovo Luigi Bonaparte. Del resto un’operazione simile non era stata neppure ventilata nei confronti della Guerra di Corea dove, se non altro, la statura di Eisenhower poteva in qualche modo “giustificare” il richiamo al vero Napoleone. Perché, invece, tutto ciò è stato possibile ai nostri giorni? Perché, invece di andare alla ricerca delle cause materiali che hanno smosso l’intervento militare, si è bellamente ripiegato sulla volontà di potenza di un singolo come se, alla fine, smuovere eserciti e armate non fosse poi così diverso dall’innescare una faida condominiale la quale, non di rado, è il frutto di piccole e meschine ripicche da nulla? 29


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Perché non una parola è stata spesa sul portato strategico che la guerra in Iraq si portava dietro? Perché, andando al dunque, a essere stata espunta dall’analisi del mondo è stata la dimensione del “politico”, con tutto ciò che questo si porta appresso? Perché, alla fine, l’individuo è tornato a essere centrale mentre per il “coro” non vi è spazio di sorta e l’idealismo più becero è stato in grado di farla da padrone in tutti questi anni? Che cosa, se non la messa in mora del marxismo, ha consentito la produzione e l’affermarsi di questi ordini discorsivi diversi, ma in fondo affini? Un’operazione che ha visto coinvolti in prima linea soprattutto intellettuali e teorici politici di sinistra e, in non pochi casi, con simpatie verso il marxismo in precedenza ampiamente dichiarate. In apparenza ci stiamo dilungando eccessivamente su questo passaggio ma, a fronte di quanto abbiamo sotto gli occhi, andare al fondo della questione è di vitale importanza. L’accanimento con cui tutte le forze della borghesia internazionale hanno mosso guerra al marxismo e al materialismo storico e dialettico non ha nulla di casuale, ma rappresenta la punta di diamante della messa in opera della controrivoluzione imperialista. Per l’imperialismo è sempre stato chiaro che la relazione tra proletariato e borghesia non può che essere fondata sulla assolutizzazione del rapporto amico – nemico. In poche parole, tra le due parti non può che esservi una relazione fondata sul “politico”; la guerra, pertanto, ne incarna l’aspetto permanentemente costitutivo e costituente. Non deve stupire, perciò, che una volta vinta una battaglia sul campo, l’imperialismo si sia dato non poco da fare per ottimizzare al massimo i risultati ottenuti. In tale operazione non ha fatto altro che applicare un tratto ampiamente utilizzato nel corso delle guerre coloniali, finalizzate al completo assoggettamento delle popolazioni conquistate. L’esempio maggiormente esplicativo di ciò lo ricaviamo facilmente attraverso la “linea di condotta” seguita dalle armate nazi – fasciste nei confronti dell’URSS e delle popolazioni slave e dall’imperialismo giapponese nella sua guerra di conquista in Cina. La guerra contro l’URSS, gli slavi e la Cina non erano semplicemente guerre contro delle entità statuali, nei confronti delle quali il problema si risolveva nella distruzione dell’apparato bellico avversario, bensì guerre il cui fine era la riduzione dell’intera popolazione conquistata a una massa di lavoratori coatti. Il problema, pertanto, non si limitava all’annientamento della forza militare avversaria, ma all’instaurazione di un regime di dominio e terrore sull’intera popolazione (e oggi tale progetto, da cui la non secondaria similitudine con il colonialismo dell’era contemporanea, è ampiamente attuato nei confronti di tutte le classi sociali subalterne). Perché tale progetto andasse a buon fine occorreva estirpare alla radice ogni scintilla di rinascita, ossia fare in modo che le popolazioni sottomesse non avessero a disposizione alcuna arma teorica e intellettuale intorno alla quale organizzare la resistenza. A tal fine il genocidio dei quadri e degli intellettuali comunisti, insieme all’azzeramento di ogni forma di cultura nazionale, diventava l’obiettivo politico – militare da conseguire 30


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immediatamente a ridosso della sconfitta apportata contro le forze armate avversarie. Un obiettivo che gli eserciti nazi – fascisti perseguirono con particolare dedizione. L’imperialismo, in tal modo, ha sempre mostrato di avere ben a mente l’asserzione leniniana: senza teoria rivoluzionaria, non esiste movimento rivoluzionario. In questo modo si doveva prevenire la nascita di ogni resistenza. Lo stesso modello è stato applicato nell’era attuale. Una volta affermatasi, politicamente e militarmente, la controrivoluzione ha portato il suo affondo al nocciolo duro del proletariato assoldando tutta l’intellighenzia possibile al fine di cancellare ogni traccia di teoria rivoluzionaria. Poco alla volta i territori in cui il materialismo storico e dialettico conservava una qualche zona d’influenza sono stati ridotti all’osso mentre l’idealismo, pur condito in varie salse, tornava a essere la cornice dominante ed egemone del mondo. La riscoperta dell’individuo e dell’individualismo non è stato altro che il frutto maturo di questa operazione portata a termine dalla controrivoluzione imperialista sul piano internazionale. L’irrompere della crisi ha, almeno in parte, arginato questo processo. Senza eccessiva enfasi possiamo dire che, oggi, la rinascita del marxismo si ponga all’ordine del giorno. Per anni, le piccole cerchie marxiste, più che essere minacciate dalle forze della repressione, hanno corso il rischio di essere medicalizzate. Solo una follia fuori controllo poteva continuare a individuare nel marxismo l’unica scienza in grado di spiegare il senso del mondo. Ai più, coloro che continuavano a definirsi marxisti finivano con il sembrare non troppo diversi dal classico pazzo che gira per strada proclamandosi Giulio Cesare. Come sempre, però, i fatti hanno la testa dura. Da circa cinque anni il modo di produzione capitalista si dipana in una crisi di sistema dalla quale non sembra essere in grado di trovare una qualche via di uscita. A momentanei sprazzi di euforia fanno puntualmente seguito ampi periodi di depressione sui quali la terapia dei vari istituti politici e finanziari internazionali non sembra sortire effetti di una qualche consistenza. Nonostante masse smisurate di denaro pubblico siano state poste a salvaguardia della finanza e dell’economia privata, quest'ultima continua a precipitare in una crisi sempre più profonda. I nudi dati raccontano infatti che non la tanto decantata ripresa, ma un nuovo periodo di recessione è quanto ci aspetta e, con questo, l’aumento della disoccupazione, la diminuzione dei salari, i tagli alla spesa sociale, la chiusura dei servizi e via discorrendo. Il tanto decantato turbo capitalismo non solo si è fermato, ma sembra aver addirittura fuso i motori. Se questo scenario è vero, alcune non secondarie considerazioni ne conseguono. Per prima cosa possiamo tranquillamente registrare la bancarotta a cui sono giunte tutte le ipotesi teoriche, politiche e analitiche che, per oltre un ventennio, hanno occupato il proscenio storico. Di tutto ciò oggi non resta praticamente più nulla. La crisi con un sol battito di ciglia ha resettato per intero il panorama teorico politico. La necessità di riappropriarsi di un modello teorico in grado di spiegare 31


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quanto sta accadendo si sta facendo sempre più pressante. La “riscoperta” di Marx non è pertanto casuale. Nel momento in cui tutto precipita la ricerca di una bussola, di una guida e di un modello analitico capace non solo di osservare e spiegare quanto sta accadendo, ma di offrire ipotesi concrete di fuoriuscita dai guasti del presente diventa un’esigenza persino banale. Si tratta di un passaggio importante, ma ben distante dall’essere risolutivo. Mai come oggi, infatti, è necessario conquistare senza mediazioni di sorta la completa “egemonia culturale” sull’intero movimento di classe che, pur tra mille fatiche e contraddizioni, dentro la crisi sta prendendo forma. Oggi si stanno ponendo le basi e l’ossatura del movimento di classe ed è noto come proprio la struttura scheletrica dei primi anni sia la condizione essenziale per sviluppare un corpo sano e maturo. Oggi, dentro la crisi, il materialismo storico e dialettico, arma teorica del proletariato, si riaffaccia prepotentemente alla ribalta del proscenio storico. La battaglia per il marxismo si pone pertanto come punto decisivo e irrinunciabile per la rimessa in forma di un movimento comunista all’altezza dei tempi. Ma la “restaurazione” del marxismo implica, e qua le vicende assumono aspetti direttamente concreti, il suo adeguamento al contesto storico attuale.

La sfida del presente Il nuovo che nasce, il vecchio che non vuol morire Quanto ci troviamo di fronte oggi rappresenta una trasformazione forse mille volte più radicale di quella che ha soppiantato l’operaio professionale con l’operaio di linea. In quel caso la fabbrica, e anzi la sua dilatazione, era pur sempre il luogo centrale della vita operaia, mentre oggi la frantumazione del lavoro operaio, proletario e subordinato non ha alcun luogo comune e questo è sicuramente un, se non il problema. Ma non si tratta solo di ciò. Il problema non è tanto, o almeno non solo, la frantumazione delle figure proletarie e la loro dimensione di lavoratori senza fissa dimora, piuttosto la condizione in cui i subalterni sono ascritti. Il vero e proprio tsunami che si è abbattuto sulle classi sociali subalterne, che rappresenta la vera e propria fuoriuscita dal ‘900, è l’essere stati ascritti all’ambito dell’esclusione sociale. Come abbiamo visto nei capitoli precedenti tutto ciò ha molto a che vedere con le trasformazioni che hanno attraversato la forma guerra e le forme statuali che intorno a questa si sono modellate. Lo Stato ha oggi cessato di esercitare una qualunque forma di sovranità autonoma e locale. Come numerosi fatti sono lì a ricordarci, lo Stato nazionale ormai non ha alcuna autonomia decisionale sulla pace e sulla guerra, poiché su tale materia la decisione è presa ed esercitata da 32


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organismi sovranazionali, così come non ha alcun potere decisionale su spesa e bilancio ma, su tali argomenti, di nuovo a decidere sono organismi sovranazionali. In altre parole, la forma statuale con la quale ci dobbiamo misurare è quella dello Stato imperialista sovranazionale. Un aspetto intorno al quale occorre soffermarsi, poiché una non chiara comprensione di ciò può portare ad abbagli madornali e a non comprendere per intero la natura della trasformazione dentro cui siamo immessi, è la seguente: la perdita della sovranità nazionale non è il frutto della svendita di questa da parte di una quota delle classi dominanti le quali, come è spesso accaduto in situazioni coloniali e semi – coloniali, in alleanza con le borghesie imperialiste, offrivano a queste il saccheggio del proprio Paese in cambio di un ben retribuito posto al sole. Ciò a cui stiamo assistendo, all’interno del blocco imperialista europeo in via di costituzione, è la centralizzazione, pur con gradi di potere e influenze diversificate, di tutte le borghesie imperialiste all’interno di una sovranità statuale sovranazionale. Sullo sfondo di ciò vi è la condivisione del medesimo progetto: nel nostro caso, quello della messa in forma a tutti gli effetti (politici, economici e militari) di un Blocco Imperialista Continentale. La borghesia avanzata, se così la vogliamo chiamare, è esattamente colei che sta gestendo questa “svendita”. In tale scenario non esiste, nei fatti, alcuna possibilità di alleanza patriottica dei ceti popolari con un qualche settore borghese “nazionale”, semmai importante è osservare le oscillazioni alle quali andranno incontro i settori della piccola e media borghesia, la base di massa del berlusconismo, che dentro questo progetto non sembrano avere nulla da guadagnare. Ciò che in ogni caso è evidente è che il patriottismo, il quale ha svolto in determinate circostanze anche un ruolo rivoluzionario, si è abbondantemente eclissato. Lo Stato/Nazione è morto e sepolto. Dal suo funerale non si torna indietro. Ma ricapitoliamo. L’intera storia della modernità, la cui culla è stata la Rivoluzione francese, oggi è stata rimossa. Con la scissione tra Stato e Nazione siamo entrati in una nuova era: la condizione proletaria deve essere letta e decodificata dentro questo scenario. Una strettoia dalla quale non è possibile fuggire. Per un’intera arcata storica un blocco imperialista non poteva fare a meno della “propria” popolazione. La sua forza coincideva con la quantità di popolazione sana ed efficiente messa al lavoro e mobilitabile per la guerra. Ciò obbligava il potere imperialista a giocare una partita dentro un equilibrio costantemente precario. Quelle masse allevate al lavoro e alla guerra, dentro la crisi, potevano rivoltarsi e farlo da un obiettivo rapporto di forza favorevole. Quelle masse erano in grado di governare la produzione e usare le armi ed era stato l’imperialismo stesso a dotarle di quegli strumenti. Per questo, l’intera epopea imperialista novecentesca non ha potuto fare a meno di coltivare, almeno in parte, una politica del consenso, poggiante su una serie di concessioni e miglioramenti materiali per la classe. In fondo, la leggenda socialdemocratica dello Stato come apparato super partes finalizzato all’armonia sociale poggiava esattamente sulla 33


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necessità politica di una redistribuzione del reddito, una cui quota non poteva che essere destinata anche a parte dei subalterni. Di una simile politica oggi, in nessun Paese, vi è la benché minima traccia. Al contrario, ogni intervento statuale, mira esattamente all’opposto. Ma ciò cosa significa? Molto prosaicamente che per il potere imperialista i destini della popolazione sono ormai indifferenti. Il potere imperialista, a differenza del passato, non deve garantirsi a tutti i costi la pace all’interno dei suoi confini, ma porta costantemente la guerra anche all’interno dei propri territori. Questo il passaggio che segna per intero la nuova era.

La nuova composizione di classe Oggi, ci troviamo di fronte all’apparente contraddizione per cui, se è vero che la crisi del modo di produzione capitalista si sta generalizzando a tal punto da colpire tutti i segmenti sociali salariati e subalterni, è anche altrettanto vero che, di per sé, ciò non comporta l’immediata ricomposizione della classe dentro un fronte comune. Questo passaggio immediato non si è verificato nel passato e, a maggior ragione, non si verifica oggi, dove sulla scena economica e sociale occidentale sono ampiamente visibili due mondi del lavoro salariato ben distanti tra loro. La fuoriuscita dal Novecento si porterà dietro, almeno per un certo lasso di tempo, due modelli lavorativi che rimandano esattamente l’uno al mondo di ieri, l’altro alla storia del nostro presente. Ciò occorre averlo ben chiaro nella testa. Non si è avanguardie perché si è in grado di citare i “classici” come il libro dei salmi, ma si è avanguardie se si è in grado di cogliere il senso storico dentro il quale si è immessi. Ricordiamoci sempre il monito di Mao: Solo chi fa inchiesta, ha diritto di parola! Ma fare inchiesta significa affondare le mani nella realtà del presente, non volgere lo sguardo al passato. Lenin puntò sulle officine Putilov guardando al presente e al futuro, chi oggi guarda a Mirafiori come se questa fosse la Mirafiori del 1969 si pone sullo stesso piano dei populisti russi che, invece di osservare la fabbrica e il movimento operaio, guardavano, per di più travisando completamente la realtà, alla campagna del mondo di ieri. Prendiamo, come esempio, la questione dell’Articolo 18. Possiamo rigirarla come vogliamo, ma questa battaglia ormai non sembra essere in grado di appassionare più di tanto. Certo qualche manifestazione di lotta spontanea c’è stata, qualche pressione sui sindacati concertativi anche, ma non si è trattato di una sollevazione di massa, di una lotta condivisa da tutta la classe proletaria con i numeri che questa può vantare e la forza che unita è in grado di esercitare. Soprattutto la battaglia sull’articolo 18 non ha avuto alcun effetto generalizzante. A ciò possiamo dare due spiegazioni: o i lavoratori sono completamente rincoglioniti e qualunque cosa accada loro li lascia nella più 34


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completa indifferenza e apatia, oppure la questione è che l’articolo 18 è qualcosa che ormai riguarda solo un segmento particolare della forza lavoro. A chi, e oggi è la maggioranza della forza lavoro, è già fuori dall’articolo 18 e vive di uno degli innumerevoli “contratti atipici”, lavora in nero o non lavora proprio, è facile capire perché dell’articolo 18 non gli freghi assolutamente nulla. Precipitato in una condizione individuale e individualizzante è ben distante dal riconoscersi in un percorso collettivo se non quello, tanto per fare un esempio, che lo unisce al gruppo dello stadio. Isolato da tutto e da tutti, questo lavoratore, abituato a dover lottare, o semplicemente a sfangarsela, sempre individualmente, non ha alcun ambito sociale di riferimento. Del resto nessun ambito organizzato sembra essere in qualche modo interessato a lui. E qui entriamo direttamente nel cuore della questione. Un partito o un movimento politico per estendere la propria area di influenza su corpose quote di classe non può che avvalersi degli organismi di massa. In ogni epoca storica e sotto qualunque latitudine e longitudine le masse si organizzano per conquistare migliori condizioni di vita e di lavoro, in altre parole per soddisfare i loro obiettivi immediati. L’organizzazione sindacale è il luogo in cui ciò avviene. La lotta dei comunisti per conquistare spazi influenti dentro tali organismi, solitamente egemonizzati da riformisti e socialdemocratici, è cosa sin troppo nota e non saremo certo noi a mettere in discussione quanto ci ha insegnato l’Estremismo. Detto ciò, però, alcune considerazioni non proprio irrilevanti vanno fatte. I sindacati, tutti i sindacati, oggi si contendono l’organizzazione di una sola quota di forza lavoro. Una forza lavoro stabilizzata in grado, e non è cosa da poco, di pagare la propria quota associativa. Sotto questo profilo che il sindacato sia prono alla concertazione o propenso al conflitto non cambia molto: il segmento di classe a cui si rivolge è sempre il medesimo. La gran massa dei lavoratori finisce con il rimanerne estranea poiché la loro condizione li pone obiettivamente fuori dalle regole del gioco. Non è un caso che la stragrande maggioranza dei lavoratori sindacalizzati appartengano al pubblico impiego, il cui punto di riferimento è la Cisl (il sindacato con il maggior numero di lavoratori) oppure a quello dei pensionati (la Cgil in questo modo diventa il primo sindacato per numero di iscritti, anche se sconta il fatto che una buona parte degli aderenti è fuori dal ciclo produttivo). Si tratta di segmenti di forza lavoro che possono vantare ancora una condizione lavorativa legittima e socialmente inclusa, ma in via di estinzione. Questo è vero sia nel settore privato che in quello pubblico. In entrambi gli ambiti, da tempo, gli organici sono ascritti a forme di contrattualizzazione quanto mai diversificate. Abbiamo così, dentro il classico ufficio pubblico, un nucleo residuale di impiegati legati al modello delle relazioni industriali novecentesche, solitamente un terzo della forza lavoro presente, a fronte di due terzi non solo estranei a tale modello ma, al loro interno, ulteriormente suddivisi in ambiti contrattuali diversificati. Il tutto è ben lontano dal produrre processi organizzativi improntati 35


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all’unità ma, al contrario, ciò a cui si assiste è una gerarchizzazione oggettiva dei rapporti tra i subordinati, dove i lavoratori strutturati si percepiscono al pari dei funzionari pubblici imperiali dell’epopea austro – ungarica nei confronti della restante forza lavoro. Del resto, se la borghesia imperialista gioca con astuzia la contrapposizione tra strutturati e non strutturati riuscirà effettivamente nel tentativo perché tra questi segmenti di forza lavoro esistono posizioni non idealmente diverse ma differenze materialisticamente determinate. Per evidenziarlo non occorre neppure troppo genio intuitivo, ma è sufficiente osservare le condizioni contrattuali dei diversi soggetti lavorativi. Tra uno strutturato con ferie, mutua, tredicesima, micro quattordicesima e accesso alle, per quanto scarne, risorse dei vari premi messi in palio dagli enti e un lavoratore a progetto che, in caso di malattia, non viene neppure retribuito le differenze non sono poche. Le organizzazioni di massa, declinate per forza di cose sul modello delle relazioni industriali novecentesche, non possono che avere a mente la tipologia lavorativa strutturata mentre, il che è facilmente accertabile attraverso la più banale delle ricerche empiriche, coloro i quali sono estranei a tale modello rimangono oggettivamente invisibili. In altre parole, il modello organizzativo sindacale attuale non può assumersi la rappresentanza del lavoro subordinato socialmente escluso. Non diversamente vanno le cose nell’ambito privato. Prendiamo, come esempio, un’industria attiva nell’ambito della cantieristica navale. Questa opera avendo in organico una quota di forza lavoro “classica”, per lo più in età avanzata, mentre le nuove leve sono assunte utilizzando ampiamente la vasta gamma contrattualistica alla quale l’impresa oggi può attingere. Tra le due parti esiste, obiettivamente, una posizione di rendita e potere ampiamente differenziata tanto che, in non pochi casi, la forza lavoro tradizionalmente organizzata percepisce la rimanente come una sorta di paria. E questa è solo la prima delle differenziazioni. Una seconda corposa differenziazione è possibile osservarla nella relazione esistente tra l’insieme di questa forza lavoro e gli operai delle ditte appaltatrici a cui, spesso, l’azienda principale fa ricorso. In questo caso le condizioni lavorative e contrattuali si collocano uno o più gradini in basso. Non di rado i lavoratori delle ditte appaltatrici non vanno oltre la condizione del “lavoro a chiamata”. Tra questi e i dipendenti dell’azienda madre non solo non esiste unità ma, a prevalere, è una costante condizione di attrito. I primi considerano i secondi qualcosa di non dissimile da loro dipendenti e come tali si comportano. Per di più, ovviamente, i lavoratori delle ditte in appalto non possono usufruire di alcun diritto e protezione. In alcuni casi, però, le differenziazioni sociali e gerarchiche non si fermano a ciò. Nel campo della cantieristica navale non è raro che, oltre alla forza lavoro fin qua descritta, ne compaia una quarta. Si tratta degli equipaggi, in gran parte di origine asiatica che, nel momento in cui l’imbarcazione è nel bacino di carenaggio, sono obbligati a rimanere a bordo, a paga dimezzata (già di per sé irrisoria), e a fornire la loro forza lavoro per sveltire le operazioni di revisione e ristrutturazione del 36


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mezzo navale. Inutile dire che la condizione di questo segmento di forza lavoro non si distanzia di molto da quella del coolie e come tale è percepita e trattata da tutti gli altri. Nella semplice opera di manutenzione di un’imbarcazione abbiamo così quattro condizioni lavorative, quattro modelli di relazione industriali assolutamente diversificati e non comunicanti tra loro. Se il primo, e in parte il secondo, possono vantare un qualche riconoscimento, e quindi essere rappresentati, per gli altri l’essere ascritti al mondo dell’esclusione sociale è un banale dato di fatto. In poche parole, fuori dal modello delle relazioni industriali novecentesche vi è pressoché il nulla. È questo nulla che occorre saper organizzare poiché è proprio questo nulla la storia del nostro futuro ed è bene avere a mente di che cosa si stia parlando. O l’organizzazione di massa sarà in grado di farsi carico di questo modello e di costruire lotta e organizzazione avendo in mente tale tipologia oppure sarà destinata ad estinguersi insieme a quella forza lavoro strutturata la cui presenza quantitativa nel mondo del lavoro si fa ogni giorno che passa sempre più sottile e residuale. Tutto ciò non può che chiamare in causa il proletariato immigrato e quanto tale condizione si porta dietro. Tralasciamo, perché in qualche modo noto, il ruolo di soggetto sperimentale che “l’immigrato” ha assunto nelle nostre società. È su di lui, infatti, che sono state sperimentate le “nuove forme di vita e di lavoro” che, in un processo a cascata, sono state successivamente estese a quote sempre più ampie di proletariato indigeno. In ciò il proletariato immigrato ha incarnato a tutti gli effetti la storia del nostro futuro. In questo troviamo un passaggio paradigmatico utile non poco a definire le peculiarità proprie dell’attuale fase imperialista. Nell’epoca precedente la condizione di sfruttamento delle popolazioni sottoposte al dominio coloniale e imperialista aveva, tra l’altro, anche lo scopo di garantire parti più o meno elevate di plusvalore anche per le masse subalterne dei Paesi imperialisti. Molto del benessere di cui il proletariato occidentale ha potuto godere è dipeso dallo sfruttamento selvaggio cui sono state sottoposte le popolazioni colonizzate. L’adesione non secondaria di quote di “proletariato nazionale” alle logiche predatorie delle “proprie” borghesie imperialiste è stato l’esatto riflesso di questa condizione materiale, più che il risultato di una falsa coscienza. La divisione del movimento operaio in “movimento operaio nazionale” e “movimento operaio internazionalista”, condizionamenti ideologici a parte, nasceva da una condizione materiale che poneva una parte del proletariato bianco e occidentale, rispetto al restante proletariato internazionale, su un autentico piedistallo. Il lavoro degli uni era incommensurabilmente diverso dal lavoro degli altri. Oggi accade esattamente il contrario. La condizione lavorativa del proletariato immigrato ha funzionato da apripista per la condizione del lavoro salariato tout court. Quella condizione di sfruttamento, di assenza di diritti e protezione sociali, di precarietà che caratterizzava il lavoro degli immigrati nei Paesi occidentali e che fino a dieci anni fa era vista dalle forze socialdemocratiche come una forma residuale che il processo di civilizzazione avrebbe contribuito a 37


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eliminare, si è rivelata invece, alla prova dei fatti, il modello sperimentale che a cascata sta diventando il pane quotidiano per tutto il proletariato occidentale e non. Ma quando parliamo del proletariato immigrato dobbiamo avere l’accortezza di non cadere in facili e al contempo inutili generalizzazioni. Prendere la condizione del proletariato immigrato come il modello intorno al quale si va uniformando il lavoro subordinato è sicuramente giusto e corretto, da cui la tesi sostenuta in precedenza sulla “forma coloniale” che la fase imperialista attuale riveste; altra cosa, però, è considerare il proletariato immigrato come un corpo di per sé omogeneo, come se la condizione di migrante fosse di per sé unificante. A rendere omogenee le storie dei singoli è una condizione socio – economica comunemente condivisa, non una semplice esperienza. Cosa condividono, gli uni con gli altri, le masse di immigrati presenti nei nostri territori? A ben vedere ben poco, oltre all’esperienza del viaggio e alle peripezie che l’approdo dentro la “Fortezza Europa” spesso comporta. Per il resto le relazioni sociali di questa massa di forza lavoro non possono vantare alcun luogo comune. Del resto ciò che è vero per il proletariato indigeno non si capisce attraverso quale alchimia dovrebbe presentare tratti diversi per il proletariato transnazionale. Facciamo mente locale a quel fenomeno che ha caratterizzato l’Italia negli anni Cinquanta e Sessanta. La grande migrazione che ha portato dall’insieme del Sud d’Italia e dalla campagne del Nord milioni di proletari verso i grandi centri industriali non era di per sé omogenea; quella massa in fondo indistinta di proletariato è diventata qualcosa di unico poiché, in linea di massima, è andata a ricoprire una figura sociale concreta, quella dell’operaio di linea, in uno spazio ben determinato che era rappresentato dalla grande fabbrica. Non in quanto generica forza lavoro immigrata, bensì come concreta figura operaia, quella massa migrante conquistò identità e coscienza. La grande fabbrica, il cui modello plasmava l’intera vita sociale esterna ai perimetri della fabbrica (non a caso si è potuto parlare a lungo di città – fabbrica), inglobava braccia dai cento dialetti e dalle mille storie, trasformandoli in un braccio unico. L’ex bracciante veneto, il raccoglitore di pomodori di Aversa, il pescatore di Pettiglia Policastro, messi alla catena, annullavano tutte le loro diversità scoprendosi classe operaia. La città – fabbrica modellava il loro tempo e la loro esistenza obbligandoli, di fatto, a diventare e sentirsi operai Fiat, operai Alfa, operai Breda, operai del Petrolchimico e via dicendo. Per altro verso, quelle masse politicamente analfabete, dentro la fabbrica e la città – fabbrica, scoprivano la lotta di classe e le sue memorie. In qualche modo la stessa organizzazione capitalistica del lavoro favoriva il formarsi di masse operaie portate all’unità e alla omogeneità . Pugliesi, calabresi, napoletani, veneti ecc. varcavano insieme a tutte le loro particolarità i cancelli della fabbrica, parlando spesso dialetti tanto distanti e diversi tra loro da porre in serio dubbio la presunta comunanza linguistica, ma dentro la fabbrica, nei reparti, sulle linee l’insieme dei particolari iniziavano a diradarsi fino a estinguersi. “Le divisioni, sono 38


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finite, alla catena siam tutti uguali”, queste le parole con le quali Pino Masi, dava sostanza alla Ballata della Fiat. La fabbrica, quindi, come luogo comune all’interno della quale, oltre ad omogeneizzarsi tra sé, il nuovo soggetto operaio prendeva conoscenza e coscienza dell’intero patrimonio di lotta della vecchia classe operaia. Dentro gli elementi di rottura che il nuovo ciclo di produzione capitalista imponeva, alcuni non secondari elementi di continuità della storia della classe venivano tramandati dentro il pur mutato assetto dei reparti e delle officine. L’idea–forza del comunismo cessava di modellarsi intorno ai panni dell’operaio professionale per plasmarsi sulla tuta anonima dell’operaio di linea. Questa unità non si saldava solo dentro il perimetro della fabbrica ma si estendeva all’esterno, nel quartiere, nelle strade, nelle balere e via dicendo. In poche parole, la dimensione operaia plasmava per intero tempo ed esistenza di quella che, nel momento in cui, con fagotti e valigie di cartone, si riversava fuori dai vagoni ferroviari di una qualche città industriale, appariva niente più e niente meno che una massa scomposta di individui sprovveduti, spaesati e atterriti. Certo, in potenza, quella massa portava in sé lo spettro della rivoluzione ma, perché tale potenza potesse esplicitarsi, dovevano darsi alcuni passaggi obbligati. Veniamo al presente. Abbiamo visto e detto come le trasformazioni del modo di produzione capitalistico abbiano, tra l’altro, polverizzato la grande concentrazione operaia, ma non solo. L’organizzazione flessibile del lavoro ha fatto sì che, diversamente dal passato, il lavoratore assuma sempre più le fattezze del lavoratore senza fissa dimora. In un mondo fortemente ordinato e in gran parte pacificato, con fare vagamente trasgressivo, negli anni ’60 Silvy Vartan cantava Oggi qui/domani là/chissà cosa farò. Oggi, in tutto ciò, non vi è nulla di eccentrico, controculturale o vagamente contestatario bensì, la prosaica fotografia della condizione di milioni di proletari. Difficile pensare che, di per sé, questa condizione possa fornire una coscienza già data. Arriviamo così ad affrontare un punto non secondario del nostro ragionamento. In precedenza, non per caso, si è fatto riferimento alla nascita dell’operaio–massa e alle vicende che lo hanno accompagnato. Occorre avere il coraggio di osare una “provocazione”: mettere all’ordine del giorno il Partito della Banlieue così come, in un altro contesto storico, si è dato forma al Partito di Mirafiori. Si tratta, cioè, di capire in che modo diventi possibile costruire processi organizzativi unitari all’interno di uno scenario che, almeno in apparenza, tende maggiormente alla divisione e alla frantumazione, piuttosto che all’unità e alla ricomposizione. Si tratta di raccogliere per intero l’insegnamento leniniano sul ruolo che la soggettività politica deve avere in quanto “quartiere generale” della classe. Proprio le esperienze che ci siamo lasciati alle spalle, in primis “il caso Fiat”, mostrano quanto inconsistente sia qualunque ipotesi che, invece di esercitare fino in fondo la sua funzione di avanguardia, si accoda ai sussulti di quello o questo spezzone di sindacato. Pensare che la Fiom possa assolvere ad una funzione propriamente tipica del partito politico è per lo meno 39


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miope. Non si tratta, pertanto, di fantasticare su un soggetto rivoluzionario già bello e confezionato, ma di saper agire dentro le contraddizioni che la fase imperialista mette in moto. In altre epoche la differenza tra i lavoratori sindacalizzati e gli altri poggiava, per lo più, sui diversi gradi di coscienza di classe. Nel passato, cioè, conquistare il sindacato significava conquistare, per lo più, la parte più avanzata della classe. Oggi è riproponibile un’operazione simile? Tra chi sta dentro il sindacato e chi ne sta fuori la differenza si colloca su un diverso grado di coscienza oppure, a dividere i due mondi, è una condizione oggettiva che rimanda il primo al mondo delle relazioni industriali novecentesche, il secondo a quelle contemporanee? La diversità, allora, non rimanda a quella condizione di esclusione alla quale il lavoro salariato è oggi ascritto? In poche parole, è un problema di coscienza o, più realisticamente, di condizioni materiali diversificate? Nel passato le politiche di divisione all’interno della classe portate avanti dalla borghesia imperialista hanno dato notevoli frutti, basti pensare alla capacità di tenuta della socialdemocrazia tedesca nel corso della Repubblica di Weimar e il ruolo svolto dalla socialdemocrazia europea nel legare al carro della guerra imperialista quote non secondarie di masse proletarie. In definitiva “il patto socialdemocratico” tramite cui le borghesie europee sono riuscite a mantenere l’ordine e il potere si è sempre fondato su politiche della divisione all’interno della classe. Oggi però le cose si pongono in maniera alquanto diversa. Oggetto dell’attacco dei governi imperialisti sono le masse che rappresentano i residui delle relazioni industriali novecentesche. L’attacco portato avanti contro i residui più o meno corposi di “lavoro novecentesco” indicano come, per gli attuali assetti imperialistici, all’orizzonte non vi sia alcun “patto socialdemocratico”, bensì una sostanziale omogeneizzazione in basso del lavoro salariato e subordinato. L’insieme della forza-lavoro è sotto assedio il che, per molti versi, a patto di saperne cogliere il portato, rappresenta per le forze comuniste un vantaggio non secondario. Ma questo passaggio non è dato, e tanto meno si dà, in maniera meccanica, anzi. Proprio in questo frangente diventa fondamentale e decisiva la capacità politica di farsi elemento di unificazione concreta della classe. Questo implica l’uso di una dialettica che dall’analisi del contesto generale porti ad un indagine sul campo, capace di cogliere le tendenze in atto all’interno della classe e di organizzarne i diversi settori, a seconda del potenziale d’azione che essi esprimono. Questa è la funzione propria del partito, inteso sulla scia di Lenin come “quartier generale”. Anche Lenin, nel testo sull’imperialismo, si spinge a una sorta di generalizzazione che lo porta ad affermare che il formarsi di trust e cartelli internazionali restringe il potere economico, politico e finanziario intorno a sempre più ristrette consorterie di borghesia imperialista internazionale. Questo, come argomenta Lenin, è un fatto obiettivo che, sotto il profilo descrittivo, l’analisi non può ignorare. Altra cosa, però, è ricavare meccanicamente da tutto ciò facili soluzioni organizzative dentro le quali la stragrande 40


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maggioranza della popolazione potrebbe essere organizzata contro le ristrette consorterie imperialiste, abbracciando, di fatto, il programma dell’insurrezione attraverso la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria, finalizzata all’instaurazione del potere proletario. È abbastanza noto come, in Lenin, questo meccanicismo sia del tutto estraneo. Dentro la Russia zarista, indicata come anello debole della catena imperialista, Lenin modella parole d’ordine diversificate per i diversi blocchi sociali. Nell’agitazione e nella propaganda non usa parole d’ordine ed enunciati politici unici. La stessa cosa vale nei confronti della guerra imperialista. Anzi, è proprio dentro la guerra, il momento in cui più forte sembra farsi il carattere unitario e comune della stragrande maggioranza della popolazione, che Lenin si adopera per smascherare le facili e fittizie unità di comodo. Certo, la guerra tocca tutti ma, in virtù della diversa postazione che gli attori sociali occupano nel proscenio economico e sociale, il loro rapporto con la guerra imperialista darà adito a comportamenti diversi. Ciò che a Lenin interessa organizzare sono esattamente quelle forze che direttamente, dentro e dalla guerra, non hanno nulla da guadagnare. Semmai, in un secondo momento, quando le sorti della guerra avranno obbligato i settori popolari, in un primo momento allineati con le borghesie imperialiste, a mutare opinione sulla guerra, il partito dovrà essere in grado di attrarli nel suo progetto ma lo potrà fare solo se, nel contempo, sarà stato in grado di organizzare le masse oggettivamente antagoniste agli interessi imperialisti. Infatti, solo a partire da questa postazione di forza diventa possibile generalizzare la parola d’ordine dell’insurrezione e del potere proletario. Prima, però, occorre che il partito si sia guadagnato la stima e la fiducia di quelle masse che le contraddizioni oggettive del presente hanno posto come classe dirigente del processo rivoluzionario. In ultima battuta, dunque, non perdere mai la visione concreta della situazione concreta significa, attraverso l’arma offerta dal materialismo storico dialettico, essere in grado di tenere insieme generale e particolare: analisi della fase imperialista presente e composizione di classe particolare che si determina in essa, processi organizzativi attuabili nei diversi segmenti di classe, strumenti necessari per innescare questi ultimi e renderli efficienti.

Vecchi estremismi e nuovi opportunismi Assistiamo oggi alla messa in circolo dentro il dibattito politico della sinistra di due ipotesi che molto hanno a che vedere con le deviazioni di “destra” e di “sinistra” che, tradizionalmente, accompagnano l’intera storia del movimento operaio e comunista e che, dentro la crisi, assumono contorni sempre più nitidi. Ciò è facilmente comprensibile poiché la crisi obbliga ogni comparto sociale a ipotizzare in maniera forte una qualche ipotesi di decisione. Se, nei periodi di relativa 41


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stabilizzazione del capitalismo, le ipotesi teoriche interne al movimento operaio possono, almeno a uno sguardo poco attento, apparire semplici disquisizioni accademiche, nel momento in cui i guasti del modo di produzione capitalista si fanno drammaticamente e materialmente concreti, allora il “cielo” del dibattito teorico precipita repentinamente sul terreno. Dentro la crisi, quanto per anni era stato enunciato e preparato dagli ambiti ristretti della teoria politica pone le sue divisioni sulla scacchiera della storia. La posta in palio si fa enorme. Non si tratta più, come nelle ere espansive del capitalismo, di estendere la propria “area di influenza” su quote più o meno ampie di salariati e masse subalterne in vista delle lotte future, ma di prendere tra le mani i destini storici della classe per guidarla nelle battaglie sempre più risolute e risolutive a cui la crisi rimanda. La crisi trascina, in maniera pressoché obbligata, quote sempre più ampie di salariati e subalterni a interrogarsi sulle proprie sorti e a cercare una forma politica in grado di farle uscire in maniera vincente dai drammi del presente. Per questo la “lotta teorica” contro le diverse ipotesi deviazioniste diventa aspetto centrale della “battaglia per il partito” a cui le avanguardie comuniste sono chiamate. Si tratta, fatte le doverose tare del caso, di riprendere tra le mani il filo rosso della prassi bolscevica e della sua lotta incessante finalizzata alla costituzione del partito di classe. L’intera storia del bolscevismo è una costante battaglia contro le anime di “destra” e di “sinistra” del movimento operaio, finalizzata alla conquista dell’egemonia sull’intero movimento proletario. Battaglia lunga, difficile e aspra, ma pur sempre unica e necessaria garanzia per la messa in forma di quel solo involucro politico, il partito di classe, capace di condurre vittoriosamente l’assalto al cielo. Per semplificare chiameremmo la prima, ovvero la deviazione di destra, “ipotesi Fiom”; la seconda, ossia quella che si ammanta di ultrasinistrismo, “ipotesi anarchica”. Detto ciò caliamoci nella realtà del presente. Empiricamente le contraddizioni che animano queste due ipotesi si sono viste all’opera nella giornata del 15 ottobre romano del 2011. Le due anime del corteo, infatti, sono entrate velocemente in rotta di collisione tanto che, ancor prima dello scontro tra la piazza e le forze dell’ordine, dentro la stessa piazza si è assistito a qualche cosa di più che a semplici scaramucce. Come è noto, una parte di questa non solo ha preso le distanze dai cosiddetti “violenti” ma ha anche cercato di arginarne e impedirne l’azione. In quella piazza l’insieme dei nodi strategici della fase imperialista contemporanea sono venuti al pettine senza che, obiettivamente, nessuna forza politica si mostrasse in grado, se non di scioglierli, perlomeno di affrontarli. La prima cosa che pare importante porre in evidenza è la diversità di linguaggi che in quel contesto si sono manifestati. La piazza pacifica è stata l’unica, obiettivamente, a utilizzare il lessico proprio della politica. Il suo obiettivo era chiaro: quella piazza doveva sancire la fine del Governo Berlusconi e portare dritti alle elezioni. Elezioni che, giocate per intero in chiave antiberlusconiana e quindi avendo in mente uno scenario 42


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interamente nazionale, dovevano dare vita a un governo unitario, all’interno del quale un qualche spazio a tutte le forze antiberlusconiane doveva essere garantito. Quella manifestazione, che pur tra non poche contraddizioni aveva un carattere internazionale, veniva riconfigurata, da una parte degli organizzatori, in una questione di fatto “condominiale” mirante a sbarazzarsi del governo locale. Ipotesi miope e del tutto fuori cornice poiché a non essere compreso è come l’unico terreno della politica sia oggi quello della dimensione internazionale. Del resto le vicende locali successive al 15 ottobre ne sono una più che ampia conferma. Il Governo Berlusconi è stato tranquillamente rimosso da parte del Governo transnazionale i cui centri direttivi sono situati nelle istituzioni economiche, finanziarie e militari sovranazionali. Uno scenario politico che la “destra” si mostra del tutto incapace di comprendere poiché i suoi orizzonti teorici e politici non riescono ad andare oltre gli angusti ambiti dello Stato nazionale. Una corposa e drammatica avvisaglia di ciò la si era avuta nel corso della “vertenza FIAT” di Torino quando la Fiom, incapace di leggere quel passaggio dentro la dimensione internazionale a cui senza troppi giri di parole il comando capitalista rimandava, si è lasciata prima accerchiare e poi sconfiggere dalle forze internazionali della borghesia imperialista. Ben più caotico è la scenario che si è delineato dentro l’altra parte della piazza, quella che è stata obiettivamente egemonizzata dalla “ipotesi anarchica”. Una piazza dalla difficile connotazione, la cui comprensione, con ogni probabilità, necessita di uno sguardo etnografico e sociologico, piuttosto che politico. La prima e fondamentale cosa che va evidenziata, infatti, è il modo in cui questa si è formata, tanto che il numero di persone presenti a Roma il 15 ottobre è risultato per lo meno di quattro o cinque volte superiore rispetto alle più rosee aspettative degli organizzatori. Gran parte di queste masse ampiamente inaspettate erano prive di un qualche riferimento politico preciso, così come erano state in gran parte estranee ed esterne ai passaggi politici che avevano preparato la manifestazione. In sostanza ciò a cui si è assistito è stato, da un lato, una piazza che pur con declinazioni diverse era giunta a quell’appuntamento parlandosi, e anche scontrandosi, sul piano della politica e delle sue articolazioni, dall’altro una piazza che, istintivamente, aveva fatto sua quella giornata di mobilitazione senza coltivare un qualche progetto politicamente definito. Due piazze, quindi, che avevano in comune ben poco. Di ciò era facile accorgersi osservando semplicemente i diversi modi in cui si andavano raggruppando i manifestanti nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria. Da un lato il grosso delle forze organizzate si posizionavano sul campo col chiaro intento di dare corpo a una parata dove il tutto non doveva varcare i confini del simbolico; dall’altro masse “informali” che si muovevano nervosamente, avanti e indietro, nell’attesa di qualcosa. Due mondi che, per quanto fisicamente vicini, non potevano sentirsi e percepirsi più distanti. Del primo sappiamo, nel bene e nel male, pressoché tutto, del secondo poco o nulla. 43


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Da tutta Italia, in maniera del tutto auto-organizzata, decine di miglia di proletari estranei alle relazioni industriali novecentesche si sono riversate sulla piazza romana. Nessuno di questi, realisticamente, aveva un progetto politico e un’ipotesi organizzativa di una qualche consistenza; erano soli, soli con la loro rabbia. Non aspettavano altro che un segnale, una scintilla per scatenare il loro odio di classe e la loro rabbia proletaria. E così è stato. Il fatto che i raggruppamenti anarchici abbiano colto dietro i loro vessilli gran parte di questo proletariato non deve stupire. In assenza di un’organizzazione comunista degna di questo nome, in grado di dirigere e centralizzare tutte le istanze di classe, il ribellismo e il nichilismo anarchico, per quanto effimero e inconcludente, ha buon gioco nel catalizzare le forze che da questi settori di classe provengono. Ciò non deve in fondo stupire poiché, come ricorda Lenin in Stato e rivoluzione, l’anarchismo è quasi sempre la risposta, per quanto sbagliata, alle logiche opportuniste e riformiste che strangolano il movimento proletario. Al proposito non è secondario evidenziare come il riaffiorare dell’anarchismo in quanto forza di una qualche consistenza è direttamente proporzionale all’assenza di un movimento comunista forte e radicato tra le masse. Pensiamo agli anni Settanta del nostro Paese. Qualcuno è in grado di ricordare una qualche presenza anarchica degna di rilievo in quel contesto storico? Sicuramente no. Ma, questo il punto, in quel frangente il movimento comunista poteva vantare postazioni di forza e di prestigio che rendevano pressoché impossibile il solo delinearsi di un fronte di massa declinato in chiave anarchica. Decenni di opportunismo hanno consentito all’anarchismo di riaprire una partita storica che sembrava essere stata risolta, e da tempo, una volta per tutte. Ma torniamo alla giornata romana, passando per Lenin. Si dirà, in maniera un po’ dottrinaria, che si tratta di masse con scarsa coscienza di classe, ma a tale obiezione occorre pur sempre rispondere, sulla scia di Lenin, che senza un Partito in grado di cristallizzare e sintetizzare, sul piano del politico, le tensioni che smuovono i vari settori di classe è puro opportunismo limitarsi a evidenziare i limiti di coscienza, ovvero i limiti politici, delle masse. Non a caso, per Lenin, il 1905 implica un passaggio storico dentro il Partito, tanto che la svolta del 1905 segna per intero la “linea di condotta” del bolscevismo e questo non in virtù dei gradi di coscienza espliciti delle masse (le quali, pare il caso di ricordarlo, si erano mobilitate, con numeri sorprendenti, dietro una figura a dir poco ambigua, e certamente non rivoluzionaria, come quella del Pope Gapon), bensì per ciò che obiettivamente il 1905 si portava dietro. Da qui la “battaglia per il partito” condotta da Lenin. Una battaglia non improvvisata e tanto meno prona all’eclettismo, ma solidamente fondata sull’insegnamento marxista. Che cos’è il 1905 se non la concretizzazione storica dell’enunciato marxista: non importa ciò che gli uomini pensano di se stessi, ma ciò che saranno (storicamente) costretti a fare? Ricordato Lenin, torniamo a noi e alle dinamiche della giornata romana. 44


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Ben presto è stato evidente come le “masse anarchiche” fossero del tutto estranee alle retoriche politiche proprie di una parte della piazza. Queste erano calate su Roma non per chiedere un cambio di Governo, ma per dire ‘no’ a una condizione sempre più prossima alla schiavitù. Lo hanno fatto nel modo classico delle masse prive di prospettiva e guida politica: scatenando rabbia e odio contro qualunque simbolo capitalista e imperialista capitasse a tiro. Nel loro incedere hanno travolto tutto ciò che provava ad arginare la loro impazienza e quando, davanti a loro, si sono posti i servizi d’ordine legittimi dell’imperialismo si sono battuti con onore, tenacia e determinazione. Questa la nuda cronaca della giornata. Certo, in termini di modifica reale dei rapporti di forza tra le classi non hanno portato a casa nulla ma, del resto, questo non era neppure nei loro programmi, se non altro perché nessun programma politicamente organizzato faceva da sfondo al loro agire. Tuttavia, ed è questo un passaggio per nulla secondario, quell’esperienza rappresenta un salto dentro la classe, un salto che, chiunque ipotizzi concretamente di agire da partito, non può eludere. Per quanto di natura sicuramente più modesta, occorre tenere ben a mente che il 15 ottobre ha, nel panorama attuale, una valenza non diversa dal 1905. Da lì non si torna indietro. Ma proseguiamo. “Semplice” insorgenza sociale non poteva che esaurire, nei bagliori della battaglia, insieme alla sua grandezza i propri limiti lasciandosi dietro una serie di non secondari interrogativi, insieme a una “scoperta” a lungo annunciata e mai presa sul serio: la banlieue è anche qui. Ciò che il 15 ottobre romano ha tenuto a battesimo è esattamente questo: l’insorgenza sociale di un proletariato del tutto simile a quello che in Francia, con i suoi moti, aveva conquistato il proscenio del mondo europeo tra il 2005 e il 2006. Un proletariato che le trasformazioni del modo di produzione capitalista hanno posto fuori dalle logiche delle relazioni industriali del Novecento. La storia di questo proletariato è ben distante dal rappresentare una “curiosità antropologica” poiché incarna al meglio il destino a cui è deputata la stragrande maggioranza della forza lavoro salariata. Essa è la storia del nostro presente. Che il suo apparire assuma vesti di questo tipo non deve stupire. La “insorgenza sociale” non può che presentarsi un po’ sempre che uguale a se stessa del resto, l’intera storia del movimento spontaneo operaio e proletario racconta qualcosa di simile. In fondo Piazza Statuto, pur con tutte le tare del caso, non è stata qualcosa di simile? Qualcuno, non particolarmente avvezzo alla menzogna, può realisticamente sostenere che la tenuta a battesimo dell’operaio–massa sia avvenuta sulle ali della coscienza? Non si è trattato forse, anche in quel contesto, della “semplice” manifestazione di una “insorgenza sociale” che solo in seguito, in virtù del lavoro di determinate avanguardie di classe, ha assunto vesti politiche, e quindi coscienti, ben determinate? E questo processo, sembra il caso di ricordarlo, non si è dato nel giro di nulla. Non è forse il caso di riportare a mente Gasparazzo e il suo “romanzo di formazione”, Vogliamo tutto, per ribadire che i processi di coscienza politica sono sempre il frutto, dentro la classe, di una serie di esperienze e di 45


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salti? Di più. Non è forse il caso di ricordare, ancora sulla scia di Lenin, come la formazione di un quadro operaio e proletario complessivo sia il frutto di un paziente lavorio di cui il Partito deve farsi costantemente carico? Certo, di solito è molto più facile lavorare con quella massa di intellettualini grigi mediamente colti che nella nostra società abbondano ma, proprio in merito a ciò, è forse il caso di fare ricorso a una citazione di un autore poco prono all’estremismo, ma sicuramente attento alla direzione politica della classe: “Si dice che l’attuale Comitato centrale non brilli per cognizioni teoriche. Ebbene, purché la politica sia giusta, si può andare avanti anche senza cognizioni teoriche. Le cognizioni si possono acquistare; se mancano oggi, ci saranno domani, mentre non è molto facile che certi intellettuali boriosi riescano ad assimilare la giusta politica svolta attualmente dal Comitato centrale del partito tedesco. Secondo alcuni compagni, basta che un intellettuale legga due o tre libri o scriva un paio d’opuscoli in più, perché possa rivendicare il diritto di dirigere il partito. Questo è sbagliato, compagni. È sbagliato sino al ridicolo… Compagno Th ӓlmann! Mettete al lavoro questi intellettuali se vogliono realmente servire la causa operaia oppure, se vogliono comandare a tutti i costi, potete mandarli al diavolo.” (Stalin, Opere, Vol. VIII, Edizioni Rinascita, Roma 1954, pag. 142 – 143).

La citazione non è riportata a caso poiché rimanda esattamente a una delle più significative battaglie condotte dall’Internazionale Comunista contro il moltiplicarsi di tendenze di “destra” e di “sinistra” dentro il movimento comunista. Ciò che Stalin in maniera sin troppo esplicita e sintetica raccomanda, ed è difficile obiettivamente dissentirne, è la necessità di avere costantemente a mente il “punto di vista operaio e proletario” anche quando questi non riesce ad andare oltre a una certa rozzezza di espressione. Il problema che Stalin pone è quello della direzione proletaria del movimento rivoluzionario e il modo in cui questa direzione è in grado di fare giustizia di tutte le derive piccolo borghesi dentro il movimento di classe. Della disamina di queste deviazioni occorre occuparsi.

La FIOM o la classe operaia che (doveva) farsi Stato Nel momento in cui, con l’aggravarsi della crisi, i diritti dei lavoratori garantiti dallo Statuto, frutto delle dure lotte operaie degli anni ’70, sono stati attaccati e messi seriamente in discussione, la Fiom, contrapponendosi alla linea collaborazionista espressa dalla dirigenza della Cgil, ha radunato intorno a sé un fronte che intendeva opporsi alla durissima offensiva scatenata dalla classe dominante contro i lavoratori salariati. Le parole d’ordine che hanno caratterizzato questa piattaforma politica sono state quelle della difesa dei diritti dei lavoratori (quelli garantiti), della lotta contro lo smantellamento dello Stato sociale, della formazione di un cartello elettorale delle 46


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forze di sinistra “più a sinistra” del Pd, di un’alleanza in chiave strettamente difensiva di un non ben definito “ceto popolare nazionale”, ostile alle politiche di austerità imposte dalla Bce. L’ipotesi politica che ha preso forma nella e intorno alla Fiom, molto sinteticamente, esprime una visione del mondo che reitera e amplifica tutte le contraddizioni proprie e tipiche della storia del Pci, in particolare quelle coltivate a partire dalla fine degli anni Sessanta e catastroficamente messe a punto nei fatidici Settanta. Un percorso che sicuramente affondava le sue radici dentro la svolta socialdemocratica intrapresa dal Pci sin dall’immediato dopo guerra e che “l’epopea Berlinguer” ha portato a compimento. Un passaggio che ha definitivamente posto in soffitta il marxismo e il materialismo storico e dialettico, in quanto teoria – prassi della classe. La revisione continua del marxismo, insieme alla messa in mora dell’intera storia del movimento operaio e comunista, è stata la costante praticata dal “blocco antipartito” raccolto intorno a Enrico Berlinguer il quale, e non avrebbe potuto essere altrimenti, giorno dopo giorno è approdato a un “pragmatismo” tipico della teoria politica della borghesia. Ponendo in archivio la teoria leniniana dello Stato, che nella migliore tradizione socialdemocratica veniva assunto come parte neutrale dentro il conflitto di classe, il “blocco antipartito” lanciava la parola d’ordine della “classe operaia che si fa Stato”. Sullo sfondo di ciò la Carta Costituzionale era considerata non l’effetto storico di determinati e concreti rapporti di forza tra le classi, ma un atto giuridico puro in grado di mantenere per intero la sua freschezza e attualità indipendentemente dalle condizioni materiali e oggettive del mondo reale e dalle inevitabili modifiche e trasformazioni che questo si porta appresso. Idea non certamente frutto per intero del “blocco berlingueriano”, poiché in parte già compresa in quella “democrazia progressiva” di togliattiana memoria, ma che nella nuova formulazione berlingueriana finiva con il perdere anche quel filo tenue che la “democrazia progressiva”, in quanto variante locale delle “vie nazionali al socialismo”, manteneva con l’intera storia del movimento operaio e proletario. Nell’ipotesi coltivata dal “blocco berlingueriano” veniva a cadere anche quella “doppiezza” con la quale Togliatti aveva ampiamente giocato per tenere costantemente i piedi in due scarpe: il tatticismo apertamente riformista e socialdemocratico come “astuzia strategica” al fine di pervenire, per altra via, allo scopo della società socialista. In questo senso, il diritto, che per Togliatti è ancora un campo di lotta politica, continuamente oggetto del contendere tra le classi, per Berlinguer e soci diventa, nella migliore tradizione borghese e liberale, oggetto a sé stante. In altre parole il kelseniano “diritto fonte di diritto”, la cui applicazione pratica, però, non è mai andata oltre i confini delle aule e degli esami universitari di filosofia del diritto, diventa l’orizzonte teorico concettuale del Pci. In questo modo l’approdo a una concezione politica di tipo giuridico–evoluzionista (da cui l’assunzione della legalità borghese come legalità tout court) giunge a piena maturazione e, con 47


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questa, può prendere forma l’ipotesi della classe operaia che si fa Stato. In tale ottica lo Stato perde qualunque tipo di caratterizzazione “concreta” e storica: anziché essere osservato per ciò che è, ossia l’espressione storica di determinate classi sociali e dei rapporti di forza che queste sono in grado di esercitare, è assunto come entità sovrastorica e “impolitica”. Allo stesso tempo viene a decadere ogni puntualizzazione sulla forma specifica e particolare che la forma Stato ricalca. La messa in mora dell’imperialismo come categoria propria di una determinata fase del modo di produzione capitalista è, sotto tale aspetto, quanto mai esemplificativa. Una volta depoliticizzata e destoricizzata la forma Stato, diventa ininfluente delimitare il contesto “concreto” entro il quale la forma statuale si organizza. La natura dello Stato in un determinato contesto storico diventa pertanto inessenziale. Diretta e inevitabile conseguenza di tale passaggio, suo autentico corollario, diventa la assolutizzazione del termine “democrazia”. Questa cessa di essere letta e osservata all’interno delle concrete condizioni storiche per farsi realtà a sé e per sé. Nessuna differenza è posta tra l’epoca rivoluzionaria e gloriosa dell’ascesa della borghesia la quale, aspetto continuamente rimosso, si fece democratica esercitando sino in fondo il Terrore contro le classi nemiche storicamente reazionarie e l’era delle democrazie imperialiste, il cui tratto democratico si fonda principalmente sul dominio e lo sfruttamento, diretto e indiretto, di gran parte della popolazione mondiale. Questa visione politica rende il giuridico, insieme a tutti i suoi artifici, l’unico e legittimo “potere sovrano”, cosicché nessuno sembra legittimato a domandarsi da quale fonte “concreta” il “potere sovrano” attinga la sua legittimità. Ma, in soldoni, come si è potuto delineare tutto ciò? Su quali basi materiali è stato possibile costruire questo passaggio? Se, ancora oggi, un ordine discorsivo di questo tipo trova non pochi consensi, una qualche sensata motivazione, materialisticamente determinata, dovrà pur esserci. Per comprenderlo dobbiamo, pur brevemente, fare qualche passo indietro e ritornare al clima politico e sociale che in Italia si respira negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Il nostro Paese è stato la grande anomalia dell’Europa occidentale. Il solo Paese dove l’ipotesi della rivoluzione operaia e socialista si è palesata come sbocco concreto e possibile dentro il conflitto politico. Per arginare questa reale possibilità la borghesia ha reagito sia coltivando ipotesi apertamente reazionarie, golpiste e stragiste - strategia continuamente bloccata dalla mobilitazione di massa - sia puntando sulla funzione stabilizzatrice, collaborazionista e concertativa tipica della socialdemocrazia. Una forza politica che, per potersi esprime al meglio, deve contare su una base di massa non proprio di scarse dimensioni. È in questo contesto che prende corpo l’ipotesi della “classe operaia che si fa Stato”. Certo, non l’insieme della classe operaia e del proletariato saranno deputate a “farsi Stato”, bensì quelle corpose quote di aristocrazia operaia, di ex operai divenuti bonzi sindacali, di funzionari di partito, insieme a quell’apparato burocratico fortemente 48


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ancorato all’interno dei diversi gradi istituzionali, in particolar modo in quelli di natura “amministrativa” come Regione, Provincia e Comune, fino ad arrivare a quel numeroso comparto cooperativistico e alle sue derive attratte dall’economia di mercato. Sono questi consistenti blocchi sociali, insieme a tutte le loro clientele, che forniscono la base di massa della socialdemocrazia e che, in virtù delle loro postazioni obiettivamente privilegiate, sono particolarmente attratte dall’idea di farsi Stato. Nel momento in cui, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, il potere operaio sembra porsi come sbocco politico “concreto”, la borghesia, con un’audace mossa del cavallo, frantuma questa ipotesi portando, o facendone albeggiare la possibilità, quote di classe operaia particolarmente forte sul piano politico e ben organizzata sul piano sindacale dentro la gestione degli ambiti statuali. Da qui una fase piuttosto prolungata di “partecipazione operaia” organizzata dal Pci e dal sindacato nella gestione di alcuni assetti politici ed economici, insieme a una certa dilatazione delle fasce tipiche della “aristocrazia operaia”. Una scelta, quella operata dalla borghesia imperialista, rivelatasi particolarmente centrata poiché, a ragion veduta, è stata proprio l’entrata in campo di questo blocco sociale di natura socialdemocratica ad aver dato un contributo decisivo alla lotta contro lo spettro comunista nel nostro Paese, il che, detto tra parentesi, sembrerebbe confermare come nei Paesi a capitalismo avanzato la socialdemocrazia si mostri come il principale nemico del proletariato rivoluzionario. La “linea di condotta” della socialdemocrazia nostrana, nel corso degli anni Settanta, si pone, infatti, in piena continuità con gli affossatori dell’insurrezione spartachista e con i killer di Carlo e Rosa. Ma questa è la storia di ieri. Una storia che è repentinamente tramontata quando lo spettro comunista è stato bellamente espunto dagli orizzonti politici del Paese e si è poi dissolto con la fine del “blocco sovietico” e l’avvento del capitalismo globale, momento in cui la partita tra capitale e lavoro salariato ha iniziato ad assumere contorni radicalmente diversi da quelli propri del post ’45. Realisticamente con il 1989 si apre uno scenario che non ha più nulla a che vedere con quanto i rapporti di forza tra Stati e classi avevano messo in forma subito dopo gli esiti della II Guerra Mondiale. Il 1989 segna uno spartiacque non diverso e meno radicale da quello rappresentato dal 1918 e dal 1945, poiché si tratta pur sempre di registrare la fine, ancorché “fredda”, di una guerra e, notoriamente, le guerre e le loro conclusioni consegnano sempre uno scenario che non ha più nulla di simile con quanto era vero e reale solo un attimo prima. Ed è proprio dall’incomprensione di questo passaggio che trae origine la deviazione di “destra” incarnata dalla Fiom. La “ipotesi Fiom” potrebbe essere aggredita da molteplici angolature, una su tutte, però, sembra essere quella maggiormente in grado di andare al cuore della questione: l’incomprensione della fase storica e conseguentemente l’anacronismo della lettura politica operata dalla Fiom e dalle forze che la sorreggono. Così come un allenatore di calcio non può mettere in campo una 49


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formazione senza tenere conto di chi e come giocheranno gli avversari, allo stesso modo una forza politica non può stilare un programma e una strategia ignorando in quale contesto si muova e quali siano gli attori sociali “concreti” in gioco. Così come nel gioco del calcio non vi sono punte in astratto ma punte in “carne ed ossa”, con determinate caratteristiche atletiche e tecniche, allo stesso modo sulla scena storica non esistono classi sociali in generale, ma classi sociali concrete, le quali agiscono e si muovono dentro uno scenario oggettivamente dato. Uno scenario che, tra l’altro, non è eterno, ma costantemente in via di trasformazione. Pertanto, ciò che occorre sempre tenere a mente, è il quadro “concreto” entro il quale si è obbligati ad agire. Un quadro che può radicalmente mutare tanto da azzerare la cornice esistente solo qualche attimo prima. A tal proposito prendiamo ancora il calcio come modello di esemplificazione. Molti avranno in mente la partita di semifinale di Champions League del 2010, Barcellona – Inter. Dopo pochi minuti l’Inter subisce un’espulsione e rimane in dieci. A quel punto l’intera cornice strategica si modifica. Non è più possibile continuare a giocare come se l’espulsione non fosse avvenuta. In quel frangente si mostrano per intero i limiti o la grandezza di una dirigenza. Mourinho trasformò il Nou Camp in un campo da calcetto, asfissiò il Barcellona con un pressing esasperante, impedendole di giocare la palla. In questo modo portò a casa un risultato che significava accesso alla finale ed eliminazione del Barcellona. Tutto ciò cosa significa se non che il “pensiero strategico” di Mourinho si è rilevato superiore a quello di Guardiola? E quindi che il primo ha letto con maggiore arguzia del secondo il quadro strategico che si era venuto a determinare e ha agito di conseguenza. In poche parole, ha capito esattamente dove si trovava. Ed è proprio la comprensione della realtà obiettiva e concreta ciò che sembra fare maggiore difetto alla “ipotesi Fiom”. In particolare ciò che alla Fiom e ai suoi seguaci sfugge è l’eclisse dello Stato-Nazione e tutto ciò che questo comporta a cominciare dalla scomparsa dei soggetti sociali che “concretamente” abitavano quello spazio. Non solo: ciò che è bellamente ignorata è la forma Stato entro la quale tali attori si misuravano, ossia la cornice o frame in cui, concretamente, si dà l’agire delle classi sociali. Non comprenderla significa incorrere in quelle che, in relazione alla vita quotidiana, Goffman definisce gaffe, a dir poco imbarazzanti. Nella vita del singolo, per lo più, una gaffe non ha effetti troppo devastanti e il tutto tende a non andare oltre un momentaneo imbarazzo mentre nella vita e nelle vicende delle classi il porsi in fuori gioco ha ricadute non sempre recuperabili. Pensiamo all’Italia e alle vicende che hanno accompagnato l’avvento del fascismo. Di fronte a quel fenomeno l’insieme del Movimento operaio prese una serie di abbagli, analitici ancor prima che operativi, le cui ricadute sono note a tutti. Certo, la storia non si fa con i “se” e con i “ma”, tuttavia è indubbio che, come gli stessi quadri comunisti riconosceranno in seguito, una delle 50


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principale mancanze delle organizzazioni operaie fu proprio quella di non comprendere che cosa stesse bollendo in pentola. In sostanza, ciò che il movimento proletario italiano non comprese fu il passaggio epocale apportato dal Primo conflitto mondiale interimperialistico di cui la forma Stato inaugurata dal fascismo era, al contempo, “semplice” conseguenza e avanguardia. Ciò che nell’analisi dei comunisti dell’epoca mancò fu esattamente la comprensione della nuova forma Stato che la cornice economica e sociale fuoriuscita dal conflitto richiedeva. A non essere colto, in sostanza, fu il tramonto definitivo dell’epopea liberale e la conseguente messa in circolo di un modello statuale che non poteva che fare piazza pulita dell’insieme degli istituti e delle retoriche che lo avevano preceduto. Occorsero anni perché i comunisti italiani venissero a capo dell’enigma fascista e del suo reale significato. Certo, nel momento in cui il fascismo sale legalmente al potere, le stesse classi dirigenti che lo sostanziano e lo foraggiano non hanno lucidamente in mente il passaggio epocale che stanno compiendo e di ciò ne prenderanno coscienza solo post festum, ma questo non deve sorprendere. L’incomprensione del passaggio storico che il fascismo rappresenta non deve stupire poiché è nei limiti oggettivi della borghesia, in quanto classe storicamente “parziale”, il non poter comprendere appieno ciò che sta facendo. La borghesia non può che agire prima e pensare poi. Questo non perché priva di intelligenza politica, ma in virtù del ruolo di classe parziale in cui è storicamente ascritta, impossibilitata perciò a catturare il generale. Del resto, tale limite è del tutto conseguente al limite storico del suo modo di produzione. Le crisi in cui precipita il modo di produzione capitalista, insieme all’impossibilità di prevenirle e governarle se non attraverso una immane distruzione di capitale costante e capitale variabile, non sono il frutto di limiti individuali, ma limiti storici che la borghesia è nell’impossibilità di fronteggiare indipendentemente dalle qualità del personale politico che può mettere in campo. Si tratta di un richiamo per nulla casuale, poiché le analogie con il presente non sono poche. Il golpe consumato per via istituzionale da parte dell’esecutivo Monti, non diversamente da quanto era accaduto con il governo Mussolini, ci riporta all’interno di un clima le cui affinità, in senso storico, con la svolta fascista non sono poche. Per questo le lezioni impartite dalla storia devono essere tenute costantemente a mente da qualunque forza che abbia la pretesa di considerarsi avanguardia politica del proletariato. Difficilmente diventa possibile comprendere il presente e anticipare le tendenze storiche in atto se non sono state comprese, e non se ne è fatto tesoro, le esperienze del passato. La storia, come il marxismo insegna, non è il vuoto cicaleccio recitato da individui più o meno dotati di carisma e genialità, ma il campo dove si affrontano, in un conflitto mortale, classi storicamente determinate e contrapposte. Il partito proletario, per sua natura e necessità, è obbligato a tenere nel suo cervello collettivo tutti i dati e le informazioni proprie delle vicende della classe. Pensare al governo Monti come a un esecutivo in mano ai vari “partiti nazionali” o come a un semplice 51


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governo di transizione significa non capire e comprendere il passaggio di fase che questo governo comporta. Significa ignorare le forze sovranazionali che questo governo incarna, riconducendo il tutto all’interno di una dimensione nazionale che, nel contesto attuale, si riduce a storia condominiale. Ma tutto ciò cosa racconta, se non la difficoltà che un po’ tutti incontriamo quando il mondo di ieri inizia a tramontare? Questo per due ordini di motivi. Da un lato ciò che Lenin ha chiamato la forza dell’abitudine è qualcosa che avvolge anche il più lucido, radicale e disincantato degli analisti. Il mondo di ieri è pur sempre un mondo di “certezze”. Un mondo dove, alla fine, è facile far tornare i conti poiché i pezzi dislocati sulla scacchiera storica si conoscono a menadito. Non solo: oltre ai pezzi si conoscono appieno anche le regole del gioco. Regole il cui apprendimento è stato il frutto di anni e anni di lotte, battaglie, esperienze, avanzate e ritirate, non certo qualcosa che si è trovato già bello che confezionato in un qualche manuale di teoria politica e sociale. Pensare che, di colpo, tutto ciò vada posto in archivio non è sicuramente un’operazione che possa essere condotta a cuor leggero. Iniziare a disboscare a colpi di machete un terreno ignoto, cercando di approntare un primo sensato sentiero, mentre di fronte si hanno, per quanto insidiose, autentiche autostrade non è certo un gioco da ragazzi. La propensione, per quanto fatale, a continuare a muoversi come se la trasformazione in atto, invece di rimandare a una mutazione epocale, fosse una semplice modifica, sostanzialmente dettata dalla contingenza, diventa più che capibile. Una “linea di condotta” che storicamente si è di continuo riprodotta ma che, questo è il cuore del ragionamento, ha sempre rappresentato l’esatto punto di demarcazione tra i rivoluzionari, ovvero coloro che si sono mostrati in grado di leggere la tendenza storica, e i reazionari, ossia coloro che si ponevano, consciamente o meno è del tutto inessenziale per la politica comunista, a difesa di un’epoca storica superata. Questo è esattamente ciò che differenzia il marxismo e il leninismo da tutte le teorie politiche e sociali ispirate a principi conservativi. Il marxismo è la teoria della rivoluzione proprio perché si mostra in grado di cogliere in anticipo il nuovo che nasce. Il marxismo è la teoria della rivoluzione proprio perché coglie il divenire. La scienza comunista è tale perché è scienza storica e non astratto volontarismo. Non stupisce, pertanto, che dentro la congiuntura attuale in molti, invece di sforzarsi di cogliere il divenire, si ostinino a fissare il passato. In ciò, per di più, sono confortati da quanto del passato continua vivere nel presente. A confortare la “deviazione di destra” sono pur sempre le corpose quote del “mondo di ieri” presenti nel mondo attuale. Sarebbe infatti errato, oltre che semplicistico, a partire da una pur corretta individuazione del divenire, risolvere il tutto come se la nuova era avesse già bellamente soppiantato il passato. Anche in questo caso il richiamare alla mente il modello e il metodo leniniano si mostra non poco utile.

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La battaglia che Lenin e i bolscevichi combattono contro le diverse organizzazioni operaie, proletarie e popolari diversamente orientate, non è una battaglia contro dei fantasmi. I menscevichi e, soprattutto, le varie anime dei socialisti rivoluzionari non sono astrazioni, ma modelli politici concreti che rimandano alla presenza sul territorio russo di determinati rapporti economici e sociali. Il fatto che Lenin e i bolscevichi affidino il ruolo centrale del processo rivoluzionario alla classe operaia e al proletariato non significa che considerino la “questione contadina” o la “questione piccolo–borghese” bella che risolta. Tutta l’esperienza del bolscevismo è esattamente il contrario: il costante gioco di equilibri tra la classe storicamente progressiva e il “mondo di ieri”. Se da una parte Lenin focalizza senza esitazione il senso e il portato del mondo e della classe nuova, non per questo pensa di risolvere il “mondo di ieri” con un semplice tratto di penna. Ciò che è storicamente superato continua comunque a vivere fianco a fianco con il nuovo. Non solo, ma possiede un peso politico e quantitativo difficilmente ignorabile. Nella gestione di questo non facile rapporto si è dato il grande insegnamento metodologico leniniano. È inevitabile che la forza lavoro ancora interna alle relazioni industriali novecentesche sia portata, nella battaglia alla quale l’era del capitalismo globale la obbliga, ad utilizzare, in un primo momento, forme, retoriche e programmi propri della “sua epoca” e metta in campo rappresentanti politici e sindacali tipici di quell’esperienza. Così come è del tutto naturale che costoro affrontino le sfide del presente con le armi del passato, le uniche che in fondo conoscono e sanno ben maneggiare. Non riconoscere questo sarebbe follia, ma non meno folle sarebbe evitare di ingaggiare una battaglia risoluta contro queste posizioni. Certo, le quote di forza lavoro subordinata che inseguono tale ipotesi non sono né poche né prive di importanza e snobbarle, in nome di un rivoluzionarismo tanto puro quanto infantile, è qualcosa di assolutamente impensabile per qualunque forza comunista degna di questo nome, ma proprio perché queste masse sono strategicamente importanti vanno sottratte all’influenza delle forze neosocialdemocratiche che, per di più, non sono in grado di offrir loro altro se non un funerale di terza classe.

La questione della rappresentanza Ciò che la “ipotesi Fiom” chiama direttamente in causa è la “questione della rappresentanza”. Un tema che va affrontato senza creare malintesi di sorta. Dobbiamo domandarci se l’intera esperienza della rappresentanza politica, e conseguentemente la forma partito che si porta dietro, possa essere ricalcata, anche se non per intero, sul modello fattosi egemone nella seconda metà del Novecento. Un modello che per molti sembra essere eterno e sovrastorico. Anche su questo occorre fare chiarezza. La rappresentanza e la forma partito degli albori del marxismo hanno 53


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ben poco in comune con quella elaborata da Lenin, così come tra la Prima e la Terza Internazionale i tratti di comunanza, questioni di principio a parte, sono ben pochi. La bandiera del marxismo rimessa alla testa del movimento operaio internazionale da Lenin non è la semplice articolazione empirica, contestualizzata nel presente, del programma quarantottesco poiché, in mezzo, vi è il succedersi di fasi storiche e trasformazioni economiche e sociali tali da far apparire le barricate del 1848 poco più che scaramucce mentre, nel contempo, la fisionomia delle classi ha assunto caratteristiche del tutto diverse e, aspetto non proprio secondario, a diventare parte in causa del conflitto è l’intero sistema mondo. Tra il partito di Marx e il partito di Lenin vi è la cattura diretta all’interno del modo di produzione capitalista di gran parte del mondo, l’instaurazione di un mercato in gran parte già mondiale, insieme al ripiegamento, graduale ma costante, dello Stato– nazione, ossia di quell’involucro politico che aveva portato a termine il carattere storicamente progressivo delle rivoluzioni borghesi. Tra il partito di Marx e il partito di Lenin si consuma per intero il ciclo storico della borghesia, in quanto classe storica ascendente e progressista. Per altro verso, cosa non proprio di poco rilievo, tra Marx e Lenin si situa l’intera esperienza della II Internazionale, all’interno della quale il peso delle frazioni di sinistra era alquanto limitato, mentre l’egemonia delle correnti “centriste”, prone per di più ad ascoltare le argomentazioni della destra, era un dato di fatto. Significativo il dibattito sul parlamentarismo. Lenin riconosce al Parlamento un ruolo importante della vita politica, tanto è vero che lo considera, anche se non centrale, un terreno di lotta possibile per il partito rivoluzionario. Ma questo cosa significa se non che, in quel contesto storico, la funzione del parlamento assolve a compiti “concreti” della politica? E proprio in virtù di ciò il parlamento può essere utilizzato come Tribuna rivoluzionaria. In poche parole, ciò che è riconosciuto al parlamento è un peso reale dentro la vita politica del Paese. Peso non secondario, ma ben distante dall’assumere una valenza strategica essenziale. Non a caso, Lenin considera il gruppo parlamentare e la sua funzione non dissimile da quella svolta dai trombettieri negli eserciti. Ruolo che, sicuramente, non può essere paragonato a quello strategico, per l’epoca, rappresentato dalla Marina o dall’artiglieria pesante. Queste divisioni strategiche, per Lenin, non devono essere né consumate, né esposte al gioco parlamentare, ma lavorare unicamente per il partito. Tra partito e parlamento, per Lenin, non vi sono dubbi su quale gerarchia le principali divisioni debbano sottostare. Il centro dell’attività politica, per i comunisti, è il partito perché lì risiede il “quartiere generale” del proletariato ed è lì che si elabora e si mette a punto il “pensiero strategico” della classe. È il partito che guida le masse alla conquista del potere politico, mentre il parlamento è solo un fronte possibile del conflitto all’interno del quale non è sempre obbligatorio restare. Un punto di vista ben poco eccentrico e largamente metabolizzato dall’insieme dei partiti comunisti passati 54


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attraverso la scuola dell’Internazionale Comunista. A tal proposito non è inutile ricordare come all’interno del Pci, tra il 1943 e il 1945, di fronte alle derive governiste e parlamentariste sostenute soprattutto da Amendola e dal “gruppo dirigente romano”, insorsero i militanti, tra i quali Longo e Secchia, del “gruppo dirigente milanese”, i quali ribadirono a più riprese la centralità, e quindi la funzione primaria, del partito su tutto il resto. Un dibattito ben lungi dall’essere il frutto di un semplice malinteso, bensì un corposo campanello d’allarme di ciò che, dentro il Pci, stava bollendo in pentola. È esattamente in quella svolta che si delinea quel passaggio, tra il partito di massa e il partito tessera, che segnerà in maniera nefasta l’intera storia del Movimento operaio e comunista nel nostro Paese, a partire dall’immediato secondo dopoguerra. Ma che cosa ha significato trasformare un partito di massa in un partito tessera? “Semplicemente” una cosa: l’assunzione del parlamentarismo e del suo gioco come unico terreno della battaglia politica. Ma, a sua volta, che cosa significa assumere tale dimensione come unico terreno della politica, se non considerare storicamente immodificabile ed eterno quel modello? Cosa significa se non approdare a una visione della politica come semplice gioco tra contendenti, la cui relazione non implica alcuna inimicizia? Ma tutto ciò, allora, non significa che gli attori sociali in gioco non incarnano ipotesi storiche diverse e incompatibili, ma rappresentano i semplici dati obiettivi di un quadro storico non più radicalmente modificabile? Non significa, andando al sodo, decretare la fine del tempo storico? Ciò non è forse l’esatto corollario dell’abbandono del materialismo storico e dialettico in funzione di un pragmatismo e “realismo” politico da Bar dello sport? Ma ancora: l’assunzione di questa cornice non significa considerare impensabile un modello e una prassi diversa di rappresentanza? Non è forse proprio questa la “gabbia” concettuale entro la quale rimane prigioniera la “ipotesi Fiom”? Ma, e qua arriviamo al dunque, non è forse questo modello che oggi si mostra del tutto impraticabile? Il Governo Monti non ha forse deciso che, dentro l’attuale fase imperialista, la cornice della rappresentanza deve emanciparsi anche dal parlamentarismo o almeno da quella forma di parlamentarismo sino ad ora praticata? Paradossalmente, oggi, è proprio la borghesia imperialista a emanciparsi dal cretinismo parlamentare, mentre corpose quote del Movimento operaio ne rimangono, con conseguenze a dir poco drammatiche, del tutto prigioniere. Dobbiamo chiederci, allora, a quale tipo e modello di rappresentanza dobbiamo riferirci. Perché vi sia rappresentanza occorre che vi sia forza organizzata, occorre che quella rappresentanza sia in grado di far valere le sue ragioni. Occorre che il nemico la tema e per questo la tenga in considerazione. Dobbiamo chiederci se, oggi, è possibile ripercorrere i percorsi tipici del Novecento. Pensiamo realistico un partito elettoralistico? Non è per lo meno indicativo il fatto che tutti i partiti estranei al “sistema dei partiti” confezionino dei risultati che li fanno apparire più simili a un 55


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prefisso telefonico che a un partito politico? Ma ancora: da che cosa nasce la rappresentanza? Qui è direttamente chiamata in causa l’essenza stessa del marxismo, ossia la sua triade prassi-teoriaprassi. Da che cosa trae origine la rappresentanza, se non da una prassi sociale? Che cosa deve incarnare una rappresentanza politica se non la forma razionale e strategica di un moto storico? In altre parole: che cosa deve rappresentare la rappresentanza? E ancora: perché vi sia rappresentanza non è forse necessario che tutti, quindi in primis gli avversari, riconoscano la legittimità politica e storica dell’altro? Perché vi sia rappresentanza non occorre forse che i nemici siano formalmente di pari grado e dignità? Ripensiamo alla grande rivoluzione borghese e alla domanda che questa pose al re, alla nobiltà, al clero e in definitiva alla storia: Che cos’è il terzo stato? Tutto. Cosa vuole essere? Qualcosa. Per l’Antico regime la borghesia, non potendo vantare una condizione di pari grado e dignità, non poteva vantare diritti di rappresentanza politica. In quel modello politico e sociale la borghesia non poteva trovare rappresentanza adeguata, doveva farlo all’esterno, fuori dalle regole e dalle retoriche proprie del mondo reale e nobiliare. Non a caso i prodromi della Rivoluzione francese si giocano all’esterno delle istituzioni legittime. Nell’organizzazione dei mondi sociali la borghesia trova la sua legittimazione storica e, in virtù di ciò, si fa classe politica e storica. Non troppo diversa è la strada che segue il proletariato e il suo partito nel tracciato che porta all’Ottobre. Non è dentro la Duma, ma all’interno dei Soviet che la classe operaia, il proletariato e le classi sociali subalterne costruiscono la loro legittimità politica e, conseguentemente, possono farsi storia. Non si tratta di eccezioni ma, a ben vedere, di un’autentica legge storica dalla regolarità impressionante. Tutti i processi rivoluzionari, basti ricordare le vicende algerine o vietnamite, si sono dati attraverso una legittimazione politica e sociale esterna ed estranea alle istituzioni legittime. Si dirà che questi esempi sono fuorvianti perché rimandano a contesti e realtà incommensurabilmente diversi da quelli da noi conosciuti e che, pertanto, non possono essere presi a modello in quanto tra questi e le Democrazie occidentali le differenze sono tali che un qualunque paragone diventa impossibile. Tuttavia, se osserviamo la genealogia di cui la “ipotesi Fiom” si nutre, tale obiezione decade facilmente. Consideriamo lo “Statuto dei lavoratori” e chiediamocene l’origine. Palesemente questo atto, che non a caso oggi la borghesia imperialista è ansiosa di liquidare, non nasce dentro il tranquillo dibattito parlamentare, ma è la mediazione a cui si piega, dentro il parlamento, la borghesia di fronte al potere costituente delle lotte operaie e del contropotere operaio esercitato dentro la fabbrica. I legislatori, nello stilare lo “Statuto”, non si sono abbeverati alla fonte cristallina del diritto, solo l’ipocrisia opportunista ha potuto parlare, al proposito, della Costituzione che entra in fabbrica, ma hanno dovuto codificare in norma un’altra idea di democrazia, quella che nasceva dentro i reparti in lotta, nei cortei interni, nelle uscite improvvise degli operai dalle fabbriche. I legislatori hanno legiferato sulla base della forza espressa 56


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sia dai Comitati operai, sia dai più moderati Consigli di fabbrica. Questi hanno dovuto, in poche parole, tenere continuamente conto e presente che, in quel contesto, a prendere forma è l’assunto leniniano la democrazia è il fucile in spalla agli operai. Nel momento in cui dentro la fabbrica si innesta un dualismo di potere, la legge non può far altro che prenderne atto e cercare, attraverso l’emanazione di un corposo statuto di diritti, di limitare e catturare quel potere dentro la sfera economica e sociale, al fine di salvaguardare ciò che a ogni classe è più caro perché indispensabile: la conservazione del potere politico. Il “patto socialdemocratico” che inizia a delinearsi in quella determinata svolta storica mirava esattamente a far sì che, in cambio degli interessi immediati, la classe, o almeno sue quote importanti, ponesse tra parentesi i suoi interessi storici. Di tutto ciò il sindacato, Fiom compresa, ne sono stati parti attive e cointeressate. Basti pensare alla svolta dell’Eur del 1977 o alle vicende Fiat dell’Ottanta. Ma da dove nascono queste ipotesi? Che cosa rappresentano? Perché si manifestano in questi modi? Per il marxismo le teorie politiche non sono mai parto individuale ma sempre effetto di postazioni concrete. In altre parole, il loro manifestarsi è la diretta concretizzazione di una condizione materiale storicamente data. Da qui, e solo da qui, è necessario partire. Dietro alla “ipotesi Fiom” vi è tutto un mondo del lavoro che oggi scopre di essere sotto scacco e, per di più, di poter contare sempre meno sulla copertura e protezione delle sue organizzazioni sindacali. I sindacati confederali, sindacati apertamente imperialisti, nel momento in cui la fase imperialista assume una nuova connotazione non possono far altro che adeguarsi a questa. La Cgil, allora, non può che essere quella della Camusso poiché, in piena coerenza con il suo tratto di sindacato imperialista, si allinea alle esigenze che la fase reclama, così come, sulla stessa lunghezza d’onda, si situano i corrispettivi politici parlamentari, Pd in testa. Tutto ciò lascia spazzata la Fiom la quale, all’improvviso, scopre di non poter contare su alcuna rappresentanza politica, ma si mostra incapace di ipotizzare un’altra ipotesi di rappresentanza. Ciò che la Fiom non comprende è il venir meno delle condizioni per la realizzazione di un nuovo “patto socialdemocratico”, il quale, per potersi dare, deve trovare determinate condizioni oggettive. Vediamole brevemente. Classicamente, la socialdemocrazia, ha potuto prosperare in presenza di una politica imperialista e colonialista particolarmente aggressiva. Grazie all’enormità di profitti rastrellati a livello internazionale per le varie borghesie imperialiste era sin troppo semplice allevare una classe operaia “benestante”, cointeressata alle politiche di dominio e oppressione. In seconda battuta, un modello che è stato particolarmente attivo nell’Europa occidentale del secondo dopoguerra, le politiche socialdemocratiche sono state una non secondaria arma con cui è stata condotta la “Guerra fredda”. La minaccia che il blocco sovietico rappresentasse la messa in forma di un sistema di Welfare particolarmente generoso era un modo per trattenere le classi subalterne entro i limiti e gli 57


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orizzonti della società capitalista. Infine, perché una politica di quella natura prendesse piede, occorreva la presenza, come nel caso Italia degli anni Sessanta e Settanta, di una reale rottura rivoluzionaria. Nel mondo attuale nessuna di queste ipotesi è in grado di porsi. In particolare, ciò che è venuto a decadere è l’archetipo proprio dell’ipotesi socialdemocratica, ossia l’esistenza di un dentro e un fuori. Nel momento in cui il capitalismo globale ha unificato il mondo, sono necessariamente saltate tutte le linee di confine e si è formato un proletariato la cui condizione, per molti versi, è sostanzialmente indifferenziata. Questa tipologia di forza-lavoro, maggioritaria sul piano internazionale, inizia ad essere maggioranza anche nei nostri mondi, mentre la forza-lavoro ascritta alla modellistica pre–globale è in via di estinzione e ridimensionamento. Nessuna ipotesi di “patto socialdemocratico” pertanto è all’orizzonte e con questa nessuna reiterazione delle retoriche che avevano fatto da sfondo alla “classe operaia che si fa Stato”. Se questo è vero, allora, anche tutti i modelli di rappresentanza che avevano fatto da sfondo a questa epopea vengono meno. In un mondo in cui la condizione della forza-lavoro è sempre più ascritta all’esclusione e alla marginalità, la sua rappresentanza e forma politica non possono essere ricalcate sui modelli del passato. Ed è esattamente all’interno di questo problema non risolto che, con ogni probabilità, prende forma e si rafforza la “ipotesi anarchica”.

L’eterno ritorno dell’eguale Il potere attrattivo, nei confronti di segmenti non irrilevanti di classe, che l’area anarchica è stata in grado di esercitare anche nel nostro Paese può essere facilmente fatto risalire a quanto accaduto nel corso delle giornate genovesi del luglio 2001, nel corso del G8. In quel contesto sono stati soprattutto i gruppi anarchici a reggere, arginare e in alcuni casi, nonostante la ferocia messa in campo dalle forze militari dell’imperialismo, a portarsi all’attacco dimostrando, nei fatti, di aver messo a punto una scienza delle barricate di buona fattura. Mentre gran parte del Movimento, egemonizzato in pieno da organizzazioni riformiste e opportuniste, a fronte del “fascismo dispiegato” posto in campo dalle forze statuali del capitalismo internazionale si davano a fughe goffe e scomposte, i gruppi anarchici si battevano con coraggio. Non per caso intorno a loro si sono coagulate quelle frazioni di proletariato non egemonizzate dal riformismo. Da quell’esperienza l’anarchismo ha tratto non pochi vantaggi poiché, senza per altro dover spendere un solo Euro in una qualche operazione di marketing, ha potuto consacrasi come unica realtà apertamente ostile al dominio della borghesia imperialista. Forti di una solida filosofia dell’azione e dell’immediatismo che inevitabilmente questa si porta appresso, il loro programma si realizza nel loro agire. In un mondo fatto di vuote parole, loro si dedicano alle cose. In un mondo fatto di continue mediazioni 58


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loro si pongono come la negazione di ogni mediazione e subalternità. L’attacco al potere è il loro fine e il loro mezzo. Ora, per i marxisti stagionati, l’inconsistenza e il velleitarismo di queste argomentazioni sono tali da non sembrare neppure degne di una polemica all’altezza di questo nome. Ma i marxisti stagionati, nel mondo attuale, non sono molti e la loro presa sulle realtà di classe non particolarmente vasta. Anni e anni di controrivoluzione dispiegata, insieme all’opportunismo dilagante di gran parte delle organizzazioni che in qualche modo si richiamavano alla storia comunista, hanno fatto tabula rasa di tutto un patrimonio teorico, politico, organizzativo, tattico e strategico che, in un’altra epoca, sembrava del tutto conquistato e registrato. In altre parole non dobbiamo dare nulla per scontato e il riaffiorare massiccio di retoriche tipiche dell’infantilismo di sinistra ne rappresenta un tratto quanto mai significativo. Notoriamente, per gli anarchici, non esistono problemi di tattica e strategia politica, non esiste il problema di analizzare, per potervi intervenire dentro, la fase concreta in cui si cristallizza il modo di produzione capitalista così come, per altro verso, del tutto privo di interesse risulta essere la costruzione di quadri politici complessivi in grado di funzionare come elemento di direzione delle masse. Il problema rimane lo Stato, indipendentemente sia dalla sua natura di classe, sia dalle diverse funzioni che questi assume dentro i diversi passaggi storici; il problema rimane il potere, osservato tanto in maniera del tutto indeterminata quanto sovra-storica; il problema rimane il dominio, senza alcun interesse analitico nei confronti delle classi che lo esercitano. Diretto corollario di questo magma ideologico diventa il disinteresse per l’organizzazione delle masse sul terreno degli interessi immediati; la costruzione dell’organizzazione politica in grado di guidare le masse al raggiungimento dei propri interessi storici e, per forza di cose, il continuo lavorio al fine di legare in medesimo progetto strategico il rapporto tra lotta immediata e lotta storica. Ciò che rimane permanentemente estranea alla logica anarchica è la lotta mortale per la conquista del potere politico e tutto ciò che questo comporta. Paradigmatica, al proposito, è la non assunzione della dialettica distruzione/costruzione dentro il processo rivoluzionario. Agli anarchici, che in fondo rimangono più dei ribelli che dei rivoluzionari, ciò che unicamente interessa è l’aspetto distruttivo del processo rivoluzionario, dimenticando che la dialettica rivoluzionaria è imprescindibile da questo binomio. Una classe non può assumere per intero la legittimità della propria funzione storica se non si mostra capace di costruire rapporti sociali estranei al dominio delle classi dominanti. Per forza di cose, quindi, agli anarchici non può che risultare estraneo il rapporto tra guerra di movimento e guerra di posizione, poiché l’ideologia insurrezionalista che li contraddistingue non può che tenere a mente solo il lato della guerra di movimento. Figlio, in qualche modo, del più radicale dei massimalismi, l’anarchismo ha perennemente di fronte a sé l’aut aut tra la rivoluzione e il nulla. In fondo la “linea di condotta” 59


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degli anarchici, rimanendo un po’ sempre fedele a se stessa, è data dal continuo oscillare tra “economicismo” e “terrorismo”, mostrando come, nonostante tutto, il Che fare? possa vantare ancora una non secondaria freschezza. A fronte di questo micro mondo teorico rimane da chiedersi perché, nonostante tutto, queste realtà possano vantare una certa presa tra le masse proletarie, tanto da veder accrescere costantemente il loro prestigio. Per farlo poniamoci nei panni di un qualunque proletario, privo per di più di un qualche bagaglio politico, estraneo alle relazioni industriali novecentesche, che passa la vita tra lavori di basso profilo, scarsamente retribuiti e periodi più o meno lunghi di inattività. Oppure prendiamo la folta schiera dei lavoratori in nero i quali, da un punto di vista sociale, sono precipitati nella condizione affine alla non persona. Prendiamo, insomma, tutta quella quantità di forza lavoro priva di alcun riconoscimento sociale e che, per di più, dentro la crisi si trova a vivere una condizione di ulteriore declassamento. Allo stesso tempo prendiamo quelle non indifferenti quote di studenti universitari che si ritrovano gettati nel mondo con l’infelice prospettiva di diventare lavoratori dei call center o inseriti in qualche progetto a termine nel sociale, dopo aver, con ogni probabilità, coltivato ben altri tipi di esistenza. Prendiamo il piccolo borghese ridotto al limite della sopravvivenza dalla crisi o il semplice operaio che, essendo dipendente di una piccola azienda, si è ritrovato da un giorno all’altro disoccupato senza poter vantare alcun tipo di garanzia sociale. In poche parole, pensiamo a quella massa enorme di forza-lavoro subalterna priva di qualunque prospettiva. È così difficile capire come mai le sirene dell’anarchismo le risultino particolarmente allettanti e appetibili? Certamente no. E la crisi non farà altro che rendere esponenziale la quantità di masse subalterne ascritte a simili condizioni. Ma non solo. Proprio il ciclo produttivo attuale rende questa condizione continuamente in espansione. In poche parole non abbiamo a che fare con una massa la cui condizione è il semplice frutto di contingenze poiché, a ben vedere, la crisi non ha fatto altro che esasperare una condizione già ampiamente in atto ancor prima che subprime, bolle speculative andate a male e via dicendo spalancassero le porte all’attuale crisi sistemica del modo di produzione capitalista. Questo è ciò che deve essere metabolizzato sino in fondo. La deviazione anarchica o ultrasinistra non è altro che la conseguenza dell’assenza di una politica comunista in grado di farsi rappresentanza politica e organizzativa di masse che ben poco possono sentirsi attratte dai modelli politici e organizzativi di un Movimento operaio prigioniero delle relazioni industriali del Novecento. Allora, osservato sotto questo aspetto il problema non sono gli anarchici, ma il modo in cui la politica comunista sarà in grado di organizzare, disciplinare e politicizzare queste masse. Si ritorna così alla questione di fondo: Che fare?

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Che fare? Se, come si è provato ad argomentare, ciò con cui ci troviamo a fare i conti è un modello politico e sociale del tutto diverso da quello fino ad ora conosciuto, le sue ricadute pratiche non sono secondarie. Due ci sembrano essere le proposte immediate intorno alle quali provare a costruire qualche embrione di organizzazione nella direzione della forma partito. Per prima cosa, e in fondo si tratta di un passaggio del tutto interno al metodo leniniano, occorre ritornare tra le masse al fine di individuarne l’esatta composizione, a partire dall’assunto solo chi fa inchiesta ha diritto di parola! Come ricorda Mao, solo andando tra le masse è possibile liberarsi da una visione, e conseguentemente da un agire, dogmatico e libresco. È proprio il “lavoro di inchiesta” che consente a Mao di riarmare il partito comunista cinese e di fornirlo di una “linea di condotta”, efficace ed efficiente, in grado di affrontare al meglio la dimensione “concreta” del politico. Ciò che da quel passaggio ricaviamo è di non poca utilità anche per una situazione, come quella in cui siamo immersi, che si presenta incommensurabilmente distante da quella affrontata da Mao. Per molti versi Mao, non diversamente da Lenin rispetto alla tradizione del Movimento operaio a questi coevo, veste i panni dell’eretico. A fronte di un partito, quello cinese, portato a modellarsi e ad agire, come semplice fotocopia del partito sovietico, Mao impone la “specificità” cinese come questione essenziale per la conduzione della guerra rivoluzionaria. Mao elabora il marxismo e il leninismo dentro la cornice “particolare” alla quale la realtà cinese obbliga. Il problema della rivoluzione non è poi così diverso da quello che ogni squadra di calcio deve affrontare: fare goal e cercare di non subirne. Il problema, quindi, è come arrivare in porta a partire dalle forze che si è in grado di mettere in campo e avendo in mente le qualità dell’avversario. Certo, nessuno crea dal nulla una tattica di gioco e, in un modo o nell’altro, tutti hanno un modello di riferimento dal quale attingere, ma ciò non significa che quel modello debba essere preso e trapiantato meccanicamente dentro a qualunque contesto. È possibile usare strategicamente i cross dalle fasce in assenza di una torre in mezzo all’area? Palesemente no. È possibile giocare di fraseggio in assenza di palleggiatori di prim'ordine? Evidentemente no. È possibile schierare una difesa a tre in assenza di centrali particolarmente veloci e tatticamente sapienti? Assolutamente no. Chiunque, in virtù di una presunta ortodossia, optasse ugualmente per soluzioni simili non farebbe altro che andare incontro a risultati catastrofici, meritando ampiamente l’esonero. Un allenatore, così come un dirigente politico, deve schierare sempre una formazione in grado non di essere accademicamente perfetta, bensì di vincere. Così come l’inferno è lastricato di buone intenzioni, non pochi disastri calcistici sono lastricati di belle giocate. Ma andare tra le masse non significa - come non pochi esempi di questi ultimi anni fornitici in particolar modo dall’area postoperaista - fare inchiesta tra i propri amici o addirittura su se stessi. 61


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Fare inchiesta significa legarsi, imparando quindi a viverci dentro, a quell’insieme di figure sociali che oggi abitano la metropoli. Queste, se non in parti infinitesimali, non abitano dentro i collettivi universitari e sono difficilmente reperibili nei locali di tendenza. Queste stanno nelle sterminate periferie, negli stadi, nelle palestre, per strada. Queste stanno nelle infinite micro imprese produttive che caratterizzano una quota importante dell’attuale ciclo di produzione capitalista. Dentro queste realtà occorre imparare a muoversi e attrezzarsi per essere in grado di farlo. Non si tratta di un vezzo sociologico, ma di qualcosa che rimanda immediatamente a ciò che abbiamo chiamato metodo leniniano. Centrale nella “linea di condotta” di Lenin è la costante attenzione alla “concretezza” della classe e alle sue sembianze. La classe non solo non è data una volta per tutte ma, dentro le obiettive trasformazioni proprie del divenire storico, la classe subisce continue trasformazioni che, a loro volta, ne determinano lo stare nel mondo. Essere un operaio degli strati privilegiati del proletariato inglese nella piena fase espansionistica dell’Impero Britannico non è la stessa cosa che essere un proletario britannico dei settori “duri” della classe operaia, così come, al contempo, essere un operaio indiano alle dipendenze di un’impresa britannica è condizione assai diversa dall’essere un operaio bianco, altamente professionalizzato e sindacalizzato del Nord America. Posizioni diverse che, per forza di cose, rimandano a prospettive politiche dissimili e, in non pochi casi (specialmente dentro le fasi di crisi), addirittura in conflitto tra loro. La classe, quindi, non è mai un corpo unitario e la ricerca dell’unità a tutti i costi, per lo più, ha comportato l’egemonia degli strati operai superiori su tutti gli altri, con l’inevitabile imporsi dell’egemonia socialdemocratica e opportunista sull’intero movimento operaio e proletario. Ciò che Lenin spezza è esattamente questa egemonia la quale, a lungo, ha imperversato dentro il movimento operaio e la Seconda Internazionale. Non va dimenticato che lo stesso Marx, nel momento in cui stila il noto Critica al programma di Gotha, è ben lontano dall’influire in qualche modo sulle sorti della socialdemocrazia tedesca la quale, in quel programma, intravede al massimo una curiosità intellettuale. Avere a mente che cosa è nel presente la composizione di classe è, pertanto, l’apriori indispensabile alla messa a punto di qualunque ipotesi politico–organizzativa. Ciò che realisticamente pare essere una conseguenza diretta dell’era del capitalismo globale è la costituzione di un proletariato che, indipendentemente dai territori in cui è allocato, presenta condizioni di notevole affinità. Con ogni probabilità, oggi, dentro le metropoli imperialiste del Vecchio Continente abbiamo quote considerevoli di proletariato molto più vicino, simile e omogeneo di un tempo alla condizione del proletariato presente su scala internazionale. Possiamo pertanto dire che, oggi, tra Algeri e Parigi, Roma e Rabat, Londra e Tunisi esiste, per quote consistenti di forza- lavoro, una condizione oggettiva di non poca similitudine. Un dato obiettivo importante ben lontano, però, da rendere meccanicamente dato un processo di organizzazione 62


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politica su scala internazionale. Questo è un progetto complessivo che solo la soggettività politica è in grado di fare poiché, per sua natura, la classe non può che muoversi all’interno di continue parzialità. Per questo anche il migliore dei programmi politici non può ignorare che cosa sono e come si percepiscono le masse all’interno delle loro parzialità. Saltare questo passaggio significa ricadere nel più puro dottrinarismo condannando, sin da subito, anche la migliore delle ipotesi a rimanere confinata tra le innumerevoli schiere delle sette propagandistiche. Un ruolo che, se in alcune fasi storiche ha assolto una funzione positiva e necessaria, si mostrerebbe a dir poco suicida in un contesto in cui la crisi sistemica del modo di produzione capitalista offre un assist particolarmente ghiotto al proletariato e alle forze comuniste. Occorre saper cogliere l’occasione, ma questo è compito che esula dal contesto di setta. Studiare la dimensione empirica della classe diventa, pertanto, un aspetto centrale delle avanguardie comuniste. Un lavoro non facile rispetto al quale, però, non partiamo da zero. Veniamo così ad affrontare il secondo punto di lavoro proposto. La realtà che ci si pone di fronte, se le cose in precedenza sostenute hanno un senso, sembra avere molto a che vedere con il “mondo coloniale”, ovviamente con tutte le necessarie tare del caso. In questo senso, allora, il “mondo nuovo” non è del tutto sconosciuto. La rilettura e lo studio di alcune esperienze del passato possono diventare uno strumento prezioso per l’agire del presente. Sostanzialmente sono tre le esperienze che possono raccontare qualche cosa di utile: a)

le vicende algerine e l’esperienza del FLN

b)

la storia e la pratica del Black Panther

c)

le vicende nordirlandesi

Il punto a) è quello che, per molti versi, si mostra a noi più vicino. In particolare, aspetto sul quale sarebbe importante svolgere un lavoro analitico in profondità, il modello politico effellenista sembra avere molto a che fare con importanti aspetti politici delle vicende di lotta della banlieue, oltre che, come ovvio, ad essere continuamente reiterato nei mondi del nord Africa e nelle realtà politiche presenti in Medio Oriente. Ma non solo. Molte caratteristiche delle organizzazioni a matrice musulmana presenti nei nostri mondi da quell’esperienza sembrano trarne suggestioni non secondarie. Infine, proprio il “modello – FLN”, considerato vero e proprio paradigma della guerra asimmetrica, è oggetto di studio e analisi da parte degli strateghi della controrivoluzione, il Pentagono in primis. Ciò significa che quell’esperienza, oggi, è parte costitutiva e costituente della messa in forma del conflitto e che, pertanto, le forze comuniste non la possono ignorare.

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Il punto b) è, con ogni probabilità, quello dal quale possiamo apprendere non pochi tratti propri del presente. La storia del Black Panther Party è la storia della “colonia interna”, una storia che, nel momento in cui si è data, appariva come un caso più unico che raro. L’esistenza, in un Paese a capitalismo avanzato come gli USA, di una realtà interna di tipo coloniale sembrava rimandare, non senza una qualche ragione, a una particolarità spiegabile solo con la storia di quel Paese. Non sembrava possibile che quel modello potesse essere oggetto di una generalizzazione. Oggi, invece, il modo di produzione capitalista si organizza, anche dentro le metropoli imperialiste, attraverso la continua costituzione di “colonie”, all’interno delle quali sono confinati segmenti sempre più ampi di forza–lavoro. Per questo lo studio dell’esperienza del BPP diventa un passaggio necessario per le avanguardie comuniste, le quali, nel loro agire, si ritrovano ad affrontare aspetti pratici non distanti e dissimili da quelli affrontati dai militanti neri. Infine il punto c). Ciò che dell’esperienza nordirlandese sembra importante recuperare è soprattutto il lavoro svolto dentro il territorio. E in questo occorre notare alcune non secondarie similitudini con il FLN algerino. Si tratta di studiare, senza dogmatismi di sorta, le esperienze che sono state in grado di esercitare un contropotere di massa effettivo, capace di delegittimare gli ambiti del potere costituito. Si tratta di studiare, dentro questa esperienza, attraverso quali passaggi e procedure si sia reso possibile il costituirsi di un luogo comune in grado di mettere in atto un dualismo di poteri legittimato tra le masse. Uno studio, una discussione e una sistematizzazione di queste esperienze potrebbe servire a fornire una base di partenza comune, al fine di costruire un background teorico/analitico in grado di omogeneizzare il lavoro di inchiesta sul campo. Proviamo a delineare alcune linee di ragionamento. Tra le tre, l’esperienza maggiormente affine alla realtà contemporanea è rappresentata dal BPP. L’organizzazione delle masse algerine e nordirlandesi ha sullo sfondo un fatto ben preciso: la conquista e la dominazione, mentre, per quanto riguarda il proletariato dei ghetti neri, la loro condizione è il frutto di un meccanismo di esclusione interno all’organizzazione politica statunitense. Il fatto non è secondario. La prima economia del mondo capitalista inaugura, all’interno dei propri confini, un modello di gestione di una quota di forza-lavoro fondato sul principio dell’esclusione. Negli Usa, fianco a fianco, convivono due modelli di relazione industriale, uno deputato alla classe operaia bianca, l’altro alla “comunità nera”. Un modello che, volta per volta, verrà esteso alle diverse minoranze etniche, e in particolare a quelle del Centro e Sud America, approdate negli States in cerca di occupazione. Ciò a cui oggi assistiamo è una sorta di “universalizzazione” di quel modello, con una differenza non secondaria: quel modello, in tendenza, si avvia a essere la storia comune della forza-lavoro subordinata a livello mondiale. Ma perché è importante rivisitare per intero, senza mancare per altro di evidenziarne i limiti e gli errori, 64


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l’esperienza del BPP? Innanzi tutto perché è stata la prima esperienza dichiaratamente politica da parte di una “colonia interna”. Va infatti ricordato come il BPP sia stato in grado di emanciparsi sia dalle logiche e dalle retoriche religiose, nonostante l’Islam abbia giocato un ruolo non secondario nel suo “romanzo di formazione”, sia dalle sirene nazionaliste e culturaliste che, per un certo periodo, avevano esercitato una certa attrattiva tra il proletariato black. Altro aspetto di notevole interesse e importanza è stato il carattere e la visione internazionalista assunta dal BPP e il suo legame con tutte le lotte dei popoli colonizzati. A fronte di una classe operaia bianca in gran parte favorevole alla guerra del Vietnam, il proletariato nero, grazie all’azione del BPP, si ritrovò in gran parte schierato dalla parte del popolo vietnamita, lasciandosi così alle spalle ogni tipo di retorica “razziale”. Infine, ma non per ultimo, l’altro grande insegnamento che va colto dall’esperienza del BPP è il tentativo di costruire organismi di massa, finalizzati alla realizzazione di strutture e rapporti sociali autonomi e indipendenti, dentro i quartieri neri. Aver dato vita, insomma, a un processo di contropotere in grado di farsi carico dei problemi del riso e del sale della propria popolazione. In sostanza ciò che il BPP è stato in grado di realizzare è stata la costituzione di un’organizzazione di massa ispirata al marxismo e al leninismo nel centro nevralgico dell’imperialismo. I limiti di questa esperienza, probabilmente insuperabili, non sono certo pochi e lo stesso modo in cui il BPP è stato alla fine liquidato deve far riflettere, e non poco. Da un lato la facilità con cui l’Fbi riuscì a inserire nell’organizzazione tutta una serie di informatori e provocatori la dice lunga sull’ingenuità e l’inesperienza che nel BPP albergava. Allo steso tempo, le guerre personalistiche che a un certo punto presero forma, sino a dilaniare dall’interno la stessa struttura dell’organizzazione, raccontano qualcosa di non secondario sulla limitata capacità avuta dal BPP di costruire quadri politici complessivi degni di questo nome e in grado di arginare e soffocare sul nascere ogni tendenza intrisa di soggettivismo, così come una certa propensione e infatuazione per il militarismo non ha trovato l’adeguata capacità politica di ricondurre nelle file dell’organizzazione il velleitarismo armato e piegarlo alle esigenze di un rafforzamento del “lavoro di massa”. Si tratta di limiti ed errori non certo di poco conto ma che, con ogni probabilità, quell’esperienza è stata obbligata a fare. Un partito rivoluzionario non è mai frutto di un parto indolore. Perché una simile “macchina da guerra” possa essere felicemente messa a regime occorrono anni e anni di esperienza, insieme a un retroterra storico, una memoria di classe e una tradizione dai quali attingere a piene mani. Tutto ciò agli eroici militanti del BPP indubbiamente mancava e in loro aiuto, per di più, non venne nessuno. Nonostante negli Usa la presenza di una serie di “intellettuali marxisti” fosse piuttosto folta non risultano, tra questi e il BPP, contaminazioni di un qualche tipo. Allo stesso modo le reti del Partito Comunista Americano non sembrano aver osservato con particolare buon occhio la nascita della formazione black. Reiterando gli errori consumati di fronte alla Rivoluzione 65


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algerina dal PCF e dal PCA, il partito statunitense non colse minimamente l’occasione che il BPP offriva per il radicamento di una prassi rivoluzionaria di massa dentro il cuore strategico dell’imperialismo. Gli errori e le ingenuità commesse dal BPP e dai suoi quadri dirigenti, pertanto, erano quasi inevitabili. Tuttavia, quell’esperienza, per quanto fallimentare, rimane fondamentale per venire a capo delle questioni del presente. Essa ci mostra una concreta linea di intervento di massa tra un proletariato socialmente escluso e la possibilità di portarlo sul terreno del marxismo, del leninismo e dell’internazionalismo proletario. Ma questo, perché sia possibile - e da qua l’importanza strategica che il lavoro di inchiesta riveste - deve avere la pazienza e la tenacia di sapersi radicare, giorno dopo giorno, attraverso un lavorio che non abbia paura dei suoi tratti grigi e monotoni. Occorre saper organizzare, educare ma anche ascoltare i bisogni che le masse esprimono e, in particolar modo, comprenderne le istanze politiche. Per farlo occorre essere per intero dentro la classe, coltivare i quadri potenziali che questa esprime e dedicare non poche energie a far sì che tale potenzialità si trasformi in realtà. Ma perché tutto ciò sia possibile occorre avere un’idea – forza, un progetto politico capace di attrarre e sintetizzare le istanze che, spontaneamente, provengono dalla classe. È in questo senso che, allora, l’esperienza del FLN algerino si fa particolarmente preziosa. Qual è stata l’arma strategica del FLN? Ripensiamo alla disparità delle forze in campo all’inizio della guerra. Una disparità di tali proporzioni da far dubitare le forze colonialiste francesi sulla natura politica di quanto accaduto la notte del 1° novembre 1954. Un dubbio non proprio illegittimo poiché quelle micro azioni militari neppure portate interamente a buon fine, difficilmente potevano far immaginare che, di lì a otto anni, uno degli eserciti meglio armati del mondo avrebbe dovuto mestamente abbandonare la scena. La debolezza militare e organizzativa del FLN era evidente. Pochi uomini, modestamente addestrati, poche armi e un logistico praticamente tutto da inventare. In apparenza iniziare una guerra in quelle condizioni, contro un esercito e un Paese come quello francese, poteva sembrare un’avventura senza storia. Questi sono fatti obiettivi che nessuno può porre in discussione. Che cos’è, allora, che ha fatto sì che le cose andassero in tutt’altro modo? Da dove provenivano le (invisibili) risorse strategiche del FLN? Banalmente da un fatto. Il FLN aveva dato alle masse algerine qualcosa che non poteva essere piegato, distrutto, annichilito: il senso della dignità. Nonostante il prezzo di sangue che quel senso della dignità avrebbe comportato per il popolo algerino, questi non sembrò mai in procinto di piegarsi. Quell’idea – forza lo aveva fornito della più micidiale delle armi: il senso di appartenere al tempo storico. Quell’arma i francesi non riuscirono mai a piegarla. Eppure stiamo parlando di una situazione in cui ciò che oggi sarebbe chiamato degrado sociale era qualcosa che per essere documentato non aveva bisogno di alcun specialista in scienze sociali. Ancor più che materialmente era la condizione morale dell’algerino a essere a dir poco disastrosa. Ciò era vero in Algeria e forse ancor più tra le masse di operai 66


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immigrati che popolavano le bidonvilles metropolitane. L’esistenza degli algerini era talmente infima e fuori dalle retoriche della civiltà che, per i più, quella massa informe di corpi non andava oltre la curiosità antropologica. Ben difficile il solo immaginare che da quel magma indefinito potesse giungere un qualche pericolo reale per la Francia. Eppure quella massa di straccioni e pezzenti, ogni mese, raccoglieva centinaia di migliaia di franchi per sostenere la lotta del FLN. Quella massa politicamente irrappresentabile andava a riempire in continuazione le fila della guerriglia e delle sue diramazioni civili. Ciò che il FLN è stato in grado di fare è stato dare un corpo e un’anima a una massa la cui esistenza, fino a quel momento, poteva solo augurarsi di vivere come un servo non troppo oltraggiato. Ciò che dobbiamo studiare con attenzione e cura è proprio il modo in cui il FLN si mette in grado di trasformare una massa apparentemente informe in soggetto storico e politico conquistandosi, per prima cosa, un elevato grado di autorevolezza sociale e morale tra le masse. Perché ciò sia qualcosa di più di una bella speranza occorre che le avanguardie politiche si conquistino, sul campo, tali riconoscimenti e che la classe li percepisca immediatamente come un loro distaccamento. Ed è questo che, in fondo, ci racconta l’esperienza nordirlandese. Tra le molte cose che di questa vanno studiate e rivisitate una, per il nostro lavoro, diventa particolarmente significativa: l’esercizio di un contropotere dentro i territori urbani. È soprattutto l’esperienza dell’IRA post militarista a sembrare degna di attenzione perché, proprio nella sua declinazione maggiormente politica e sociale, il movimento di resistenza irlandese ha mostrato capacità non indifferenti. Intere aree urbane riuscivano a essere “governate” dalle forze rivoluzionarie e, questo l’aspetto interessante, ciò avveniva dentro città europee e non in zone montagnose o di campagna, collocate in immensi territori, dove la lontananza dal potere centrale rende sempre obiettivamente facilitato il lavoro delle avanguardie rivoluzionarie. Per riassumere, ciò che pare utile iniziare a prendere concretamente in considerazione sono le esperienze in cui il proletariato ha lottato dentro una condizione, pur diversamente declinata, di tipo coloniale. Di queste esperienze dobbiamo, anche se in maniera critica, fare tesoro. Due aspetti essenziali i quali, però, assumono una valenza strategica solo se questo lavoro si pone, sin da subito, l’obiettivo cardine del movimento comunista: la costruzione di quadri politici complessivi. Veniamo così ad affrontare l’ultimo e fondamentale snodo di questo lavoro. Attento studio della composizione di classe, rivisitazione critica di alcune esperienze dei movimenti rivoluzionari e di classe e internità alla classe sono tutti aspetti imprescindibili ma, di per sé, non sufficienti a concretizzare una idea – forza in grado di indicare alle masse l’obiettivo strategico della conquista del potere politico e, quindi, di dare forma a una soggettività in grado di porsi alle testa delle masse. Ciò che rende possibile e concreta una simile operazione è la 67


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costruzione di quadri politici complessivi, poiché è sulle spalle dei quadri di partito che poggia per intero il peso dello scontro di classe. Eludere questo passaggio, pensare che i “quadri verranno da sé”, significa cadere in quell’ipotesi della “organizzazione processo” contro la quale non poco polemizzò e combatté Lenin . La questione dei quadri va posta qua e ora così come, di pari passo, occorre lavorare tenacemente per unificare tutte le avanguardie e le realtà che si pongono sul terreno della lotta di classe per il comunismo. Senza fretta e pressapochismi, ma anche con la massima determinazione a centrare l’obiettivo. Verso questa direzione dobbiamo costruire il prossimo passaggio. Certo, quanto sopra non è tutto, ma è certamente qualcosa. Solo lavorando con tenacia in questa direzione la nostra asserzione Noi saremo tutto può diventare programma finalizzato alla conquista del potere politico. Solo rimettendo in circolo un’idea - forza in grado di far albeggiare una finalizzazione risolutiva delle lotte, dentro la composizione di classe del presente, diventa possibile costruire il partito in grado di guidare vittoriosamente la guerra di classe internazionalista per il comunismo. Solo così Noi saremo tutto!

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"Classe e partito" di Emilio Quadrelli  

Parte del libro "Noi saremo tutto" di E. Quadrelli e Paolo Cassetta. Editrice Gwuinplaine 2013