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la Repubblica

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CULTURA

VENERDÌ 24 MAGGIO 2013

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Esce il reportage di Vinicio Capossela che ha percorso il paese nell’anno del disastro finanziario Tra nuovi poveri e proteste, il canto diventa una forma di aggregazione e di racconto collettivo

BALLATA CARONTE

La di

RNEWS Oggi alle 13,50 su RNews Vinicio Capossela racconta il suo viaggio in Grecia tra crisi e musica

VIAGGIO IN GRECIA DOVE LA CRISI È MUSICA VINICIO CAPOSSELA risi” etimologicamente deriva dal greco kríno, separare, cernere, dividere. Crisi: un concetto adatto al rebetiko, che è musica nata da una separazione, e anche alla Grecia, da cui l’Europa si sta separando, nel disprezzo che sta alla base di ogni rifiuto. Di Grecia si sente molto parlare in termini che ricordano la tragedia, che proprio qui è stata inventata. Da tragedia la parola tragudi, canzone, e nella sua radice la parola tragos, capro. Tragodia, canto del capro. Capro espiatorio dei peccati dell’Europa è il paese che ne è la madre culturale. Europa, figlia di un re di Creta sedotta da Zeus. Europa, “grandi occhi”, terra di ponente, disposta al tramonto. Tutto quello che viene dalla Grecia, fin dall’antichità, ha un carattere universale. Ci parla dell’uomo, dell’anthropos. Ci dice dell’uomo, del Destino, di cosa sta succedendo all’uomo d’Occidente in questo momento di “crisi”, di scelta. Andiamoci, con un piccolo strumento in mano, come un tirso, accompagnati da una musica nata da una catastrofe. Katastrofìs, così ancora oggi i greci chiamano la guerra greco-turca del 1922, la distruzione di Smirne e l’esodo dei greci di Asia Minore. Il milione e mezzo di profughi che, dopo il trattato di Losanna, in quegli anni si riversarono, senza possedere più nulla, in una madrepatria per niente felice di accoglierli. Con loro portarono una musica e usanze d’altrove, si ammassarono in quartieri suburbani che cambiarono la fisionomia sociale della “Parigi del Mediterraneo orientale”, come Atene veniva definita negli anni Venti, e come la voleva la politica di occidentalizzazione culturale del giovane stato greco. La musica rebetika, a differenza della dimotikì — musica da suonarsi all’aperto, in grandi feste, madre della canzone popolare — , è musica urbana. Musica che si consuma in luoghi chiusi e che predilige lo struggimento individuale. Mentre la dimotikì si identifica con la regione d’origine e appartiene a chi si riconosce nei suoi canti e nelle sue danze, la rebetika appartiene a tutti. È apolide. È musica di sradicati di ogni regione. Si diffonde per il paese, in-

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Il rebetiko è un ritmo che appartiene a tutti si diffonde incurante del luogo, dello strato sociale e culturale curante del luogo, dello strato sociale e del livello culturale di chi la pratica. Nata da una divisione, unisce. Si dice che, durante la terribile guerra civile, i combattenti arrivassero a sospendere gli scontri per cantare insieme Ximeroni ke vradiazi, se a qualcuno capitava di intonare questo grande brano di Iannis Papaioannu che segnò un singolare record, quello di far vendere più dischi del numero di grammofoni esistenti nel paese. Alcuni se lo comprarono anche so-

L’AUTORE E IL LIBRO Tefteri - Il libro dei conti in sospeso di Vinicio Capossela, che qui anticipiamo, è in uscita da Il Saggiatore (pagg. 154, euro 13) lo per tenerlo come un quadro, da appendere tra le fotografie delle persone care. Il rebetis non ama mischiarsi, né farsi portavoce di nessuno. Il rebetiko è un lamento che si canta in coro, ma si balla da soli. (...) Nei bar e nei ritrovi di ogni comunità greca sparsa dall’Europa all’Australia si ballava rebetiko quando, nel 2004, ebbri di felicità ed euforia, si festeggiava la vittoria del campionato europeo di calcio. I tovaglioli di carta venivano lanciati nell’aria a migliaia, un’usanza che da un po’ di anni ha sostituito quella di lanciare piatti e romperli per terra. La Grecia ha perduto i suoi piatti spaccati e le sue sigarette Santé. Ha perduto le lucciole, come diceva Pasolini del passaggio analogo avvenuto negli anni Sessanta in Italia. Si è indebitata, ha provato la dose di consumo a basso tasso e, ora che ha sviluppato dipendenza, le si toglie la dose. Il rebetiko è musica che si è sviluppata anche attorno al consumo di droga. Centinaia di canzoni sono dedicate all’hashish, al narghilè. Nel suo disincantato ateismo, l’aldilà veniva contemplato in una tragudi dove si pregava Caronte di portare un po’ di hashish ai compagni, ai rebetes finiti dall’altra parte dello Stige. Caronte: tu che traghetti nell’Ade.

«Caronte è uscito in strada per raccogliere le persone…». Caronte, molto presente nelle canzoni di rebetiko, anche lui incarna la sofferenza. È la personificazione della morte. Noi traduciamo Caronte, ma è Charos, la morte in persona. Lo incontri come si incontra qualcuno per strada. Lo chiami per nome. Ci dormi insieme. Come accade all’Odisseo di Kazantzakis: la morte va a riposare con lui, stanca del cammino e, viandante come lui, dormendo ha un incubo: sogna la vita. Una società si giudica nella sua autenticità dal modo in cui sceglie di affrontare la morte. E davanti a Charos siamo tutti uguali, siamo nudi… ton Charo… vghike o Charos Panaghia… Charos è traghettatore perché sta a un confine, quello tra esistere e non esistere. Il rebetiko, come ha detto Manolis Papos una volta, è anche questo: stare di qua o di là da un confine. Di qua o di là da un rigagnolo d’acqua. Stare da un lato o da un altro di un quartiere. Di nuovo la parola kríno, da cui «crisi». Scegliere. Cernere. Il rebetiko si accompagna sempre a una crisi perché obbliga a scegliere. Separare per

La rassegna

LA GRANDE INVASIONE DI LETTURE A IVREA TORINO — Viene presentato oggi al Circolo dei lettori di Torino alle 11.30 La grande invasione, festival dedicato alla lettura che si terrà a Ivrea dal 20 al 23 giugno. La rassegna nasce dall’incontro di due realtà indipendenti: la Galleria del Libro, storica libreria eporediese, e la casa editrice minimum fax. La città di Adriano Olivetti si trasformerà in un laboratorio di lettura a cielo aperto. Scrittori, giornalisti e editori svilupperanno con il pubblico i loro percorsi di lettura a tema, dal fumetto alla musica, dalla letteratura al giornalismo. Ci saranno, tra gli altri, Domenico Starnone, Fabrizio Gifuni, Gianni Mura, Marino Sinibaldi, Paolo Cognetti, Diego De Silva, Ernesto Ferrero, Giuseppe Genna, Nicola Lagioia, Tomaso Montanari, Luca Raffaelli, Fabio Stassi, Giorgio Vasta.

vedere distintamente chi ci piace e chi scegliamo di frequentare e chi invece non ci interessa. Di cosa scegliamo di essere fatti. Ora Papos lo sono venuto a trovare. Suona tutte le sere al teatro in un recital che si chiama Amán amín, ma il venerdì verso le due raggiunge il resto del gruppo sul piccolo palco del Klimatarià. I musicisti stanno seduti sulle sedie, come da sempre. Come nel grande film di Costas Ferris Rembetiko, del 1983, suonano da fermi, mentre la storia del paese scorre. Anche qui i musicisti siedono in fila, disposti di fronte ai tavoli del Klimatarià. Suonano gli strumenti di sempre. Chitarra, buzuki e baglamàs. Dimitris Papadopulos versa retsina e fa scorrere in una pellicola di parole la storia degli ultimi tre anni. «È la classe media che sta scomparendo. I poveri erano nella merda anche prima, ora peggio che peggio. Ma è la classe media che sta impoverendo fino all’estinzione. In Grecia l’85 per cento della gente ha la casa di proprietà. Era l’abitudine, la mentalità: lavorare tutta la vita e avere la casa di proprietà, non buttare soldi nell’affitto. Come in Italia. Ora tutte le nuove tasse sono sulla proprietà. Hanno messo una tassa sulla casa e l’hanno abbinata alle bollette dell’elettricità. Se non la paghi ti tagliano la luce. Questo è illegale. L’elettricità, come l’acqua, è un bene pubblico, non me lo puoi tagliare se non ti pago una tassa sulla proprietà. Ma l’hanno fatto. E poi hanno preso i soldi della tassa e se li sono portati in Svizzera. Costringeranno la gente a vendere le case e a stare in affitto per quello che gli resta da vivere». «Che dobbiamo fare?». Dimitris ride incredulo, col suo bellissimo italiano dall’accento greco, mentre si agita al solito tavolo del Klimatarià. I musicisti intanto eseguono uno tsifteteli. È un ritmo orientale. Due donne si alzano e iniziano a danzare davanti all’orchestra. È una musica che accompagna la danza del ventre. Di solito ha testi di sogni

Atene ha perduto i suoi piatti spaccati e le sue sigarette Santé, ha perduto le lucciole come diceva Pasolini esotici, il sogno del mangas: vivere come un pascià. Donne. Fumo. Tappeti. Sogni orientali. Spezie. L’harem, i rebetes così se la passano. Tsifteteli! Ma poi subito arriva uno zeimbekiko e le cose peggiorano. «Questa strada mi ha portato di nuovo di fronte alla tua casa, davanti alle tue finestre chiuse. Nella separazione le serrature sono più pesantemente chiuse. Sono davanti alle tue finestre, davanti ai tuoi gradini, e sto versando lacrime…». © RIPRODUZIONE RISERVATA

La repubblica 24 maggio la grande invasione