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MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | dicembre 2018

Ricostruire Iraq e Siria dopo Daesh

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ANNO XLV NUMERO 12 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Roberto Mellone (presidente), Ilaria Valenzi (vicepresidente), Mariangela Franch, Giorgio Gomel. DIRETTORE

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le immagini

Le foto si riferiscono alla ricostruzione in atto in alcune aree di Iraq e Siria dopo la liberazione da Isis/Daesh. «Voi amate la vita, noi la morte». Così scrivevano i miliziani del Daesh sui muri delle città occupate. Ora che molte città sono state liberate la sfida in Iraq come in Siria è quella della ricostruzione non solo materiale, ma anche del tessuto della coesistenza. Vedi articolo a pag. 13.

Raqqa, Siria. © Linda Dorigo.

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RICOSTRUIRE

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il sommario

il sommario GLI EDITORIALI

La Magna Carta dei diritti umani Claudio Paravati pag 5

Riace: lo scandalo della buona accoglienza Tonino Perna pag 6

Riconoscere la mafia anche quando si cambia d’abito Marcello Cozzi pag 7

I SERVIZI COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE 9 Giovanni Franzoni.

Un cristiano marginale?

Luigi Sandri, Gianni Novelli IRAQ-SIRIA

13 La guerra e la pace

dopo Daesh

Domenico Chirico STATI UNITI

15 Lampi di speranza

nel medio termine Roberto Bertoni

17 Trump, candidato atipico

delle destre religiose

(intervista a) Pasquale Annicchino 18 Destre sconfitte,

apertura alle differenze

(intervista a) Debora Spini 19 Il voto ebraico contro Trump,

nonostante Israele

(intervista a) Giorgio Gomel EUROPA 20 Italia: laboratorio per

una nuova solitudine Biagio De Giovanni

IMMIGRAZIONE

23 Come cambia l’immigrazione

dopo Salvini

Paolo Iafrate 27 Il Dl Salvini

e i richiedenti asilo Gaetano De Monte

CHIESA CATTOLICA 29 Papa e donne,

senza riforme

Maria Immacolata Macioti BRASILE 31 Nuovo ordine

brasiliano

Teresa Isenburg ASIA CENTRALE 33 Armenia e Azerbaijan.

Le radici dell’odio

Leonardo Antonini

LE NOTIZIE

LE RUBRICHE

I LIBRI

Laicità

Il mondo se Senza morte

Che succede quando si muore?

37

Pace 37

Stefano Allievi pag 39

Musica e religioni Sufismo e musica Cinzia Merletti pag 40

Filosofia e società Chiediti se sei felice Samuele Pigoni pag 41

Teologia e società Vivere di fede, nella fede Fulvio Ferrario pag 43

Nuove tecnologie Sorvegliare i confini d’Europa Simone Uggeri pag 44

Ecumenismo A un passo dallo schianto Elza Ferrario pag 45

David Gabrielli pag 46

LE IMMAGINI

“Ricostruire Iraq e Siria dopo Daesh” copertina

Ricostruire

Linda Dorigo pag 3, 14


invito alla lettura

La Magna Carta dei diritti umani Claudio Paravati

A

ll’indomani della Seconda Guerra mondiale venne redatta la Dichiarazione universale dei Diritti umani. Su quel modello sono stati plasmati, in tutto il mondo, leggi e trattati. Per questo venne concepita: bisognava cercare di scongiurare, per il futuro, lo scempio dell’umanità che quel tremendo conflitto aveva generato. Era il 10 dicembre 1948, settantanni fa. Eleanor Roosevelt, vedova del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, guidò la Commissione delle Nazioni unite per i Diritti umani, che – infine – adottò proprio quel giorno di dicembre la Dichiarazione, o, come disse Eleanor, la «Magna Carta internazionale dell’intera umanità». «L’avvento di un mondo in cui gli esseri umani possono godere di libertà di parola e credo, libertà dalla paura e dalla povertà è stata proclamata come la più elevata aspirazione della gente comune... Tutti gli esseri umani sono nati liberi e con uguali diritti e dignità». Questo si legge nella Dichiarazione: il testo non fa nessun cenno a Dio né fonda su di lui – ma sulla dignità umana – i diritti di ogni persona. Per questo motivo papa Pio XII non guardò mai con favore a quel documento, né mai direttamente lo citò per lodarlo. A riconoscere che la Dichiarazione era un passo nella giusta direzione sarà, nel 1963, Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris. La Dichiarazione costituisce una pietra miliare nell’affermazione dei diritti inalienabili di ogni persona umana, donna o uomo, bambino o anziano, senza distinzioni derivanti dall’etnia, il sesso, il censo, la religione, le opinioni politiche e la cultura. Da allora ad oggi non è difficile intravedere le battute d’arresto che ci sono state, o addirittura il cammino ancora non intrapreso verso questa suggestione storica decisiva e innovativa, secondo cui “siamo nati tutti liberi, e uguali”. A quanto pare questo orientamento non ha mosso, come d’incanto, l’umanità verso un mondo migliore. Oggi – anche qui, in Europa – è necessario ricordare… e riparlarne.


gli editoriali

Riace: lo scandalo della buona accoglienza

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o conosciuto Domenico Lucano a Badolato nell’ottobre del 1998, in una giornata particolarmente fredda e umida. Era venuto, insieme ad altri amici dell’associazione Città futura, a trovare i rappresentanti del Cric (una Ong molto attiva in quegli anni), perché voleva replicare l’esperienza di Badolato. Un paese abbandonato che era rinato in pochi mesi grazie alla presenza dei migranti. Durante le vacanze di Natale del 1997 arrivò un barcone a Badolato con più di 800 curdi! La gente di Badolato Marina li aveva accolti con affetto e sistemati nelle loro case a Badolato superiore, bellissimo paese del 1600, quasi completamente abbandonato. Il sindaco Mannello telefonò alla sede reggina del Cric per chiedere un sostegno: «Li abbiamo accolti – disse – gli abbiamo portato coperte e stufe e un pasto caldo, ma ora non sappiamo che fare». Così, insieme ad altri membri del Cric andammo in questo piccolo centro della costa jonica catanzarese e trovammo una decina di famiglia che erano disposte a restare a Badolato e a prestare la loro opera. Con un prestito fatto presso una banca locale riuscimmo a mettere in funzione botteghe artigianali, un ristorante tipicamente curdo, e un’agenzia viaggi puntando sul turismo solidale. «Pazzi, fuori di testa!». Così ci dissero in tanti. E avevano ragione: nessuno veniva come turista in questo sperduto angolo della Calabria ulteriore, finché ad aprile del 1998 non vennero TONINO PERNA da Basilea CorEconomista nelius Cock, uno e sociologo, straordinario prete Professore ordinario di che difendeva in Sociologia Svizzera i diritti dei economica presso migranti, e Hannes, l’Università degli il coordinatore della studi di Messina.

Comunità anarchica di Logo Mai, con sede in Germania e in Svizzera, oltre che in Francia, dove è stata fondata. Grazie all’arrivo di centinaia di turisti solidali e un’improvvisa scoperta dei mass media di questa realtà, il progetto di accoglienza dei migranti di Badolato ebbe uno straordinario successo. Ma la gente del posto cominciò a pensare che si poteva speculare su questo inaspettato flusso turistico e aumentò vertiginosamente gli affitti delle case, delle botteghe, del ristorante. Qui sta la differenza profonda con Riace. In questo caso un gruppo di giovani si assunse l’onere di un prestito da Banca etica di 100 milioni di lire per ristrutturare le case e offrì gratuitamente il proprio lavoro per far rinascere questo borgo triste e abbandonato. Il resto è noto. In pochi anni crebbe la fama di Riace come modello di convivenza tra popoli e culture diverse, e la gente di Riace nel 2004 volle Domenico Lucano come sindaco riconoscendogli il lavoro che aveva fatto. Poi, nel 2008 arrivò Wim Wenders, chiamato dal governatore della Calabria Loiero per girare un docufilm su Badolato, che invece si innamorò di Riace e cambiò il soggetto del suo lavoro. Non solo, il grande regista tedesco nel novembre del 2009, in occasione dei festeggiamenti per i venti anni della caduta del muro di Berlino, dichiarò di fronte a dieci premi Nobel per la pace e alla stampa di tutto il mondo: «Ho trovato la vera civiltà in un piccolo paese della Calabria: Riace». Il seguito è noto: grazie a Domenico Lucano e alla rete di solidarietà che l’ha sostenuto, Riace è divenuta nel tempo il simbolo di un’accoglienza serena, la dimostrazione che i migranti possano costituire una risorsa sociale e culturale per far rinascere le aree interne e le zone

Tonino Perna

collinari, montagnose, e abbandonate di tutta Italia. Solo nel Mezzogiorno secondo l’Istituto nazionale di economia agraria (Inea) abbiamo circa il trenta per cento delle terre abbandonate nelle zone interne, unitamente a un grande patrimonio edilizio, architettonico, storico, che va sgretolandosi e degradando.

IL REGISTA WIM WENDERS DICHIARÒ NEL 2009: «HO TROVATO LA VERA CIVILTÀ IN UN PICCOLO PAESE DELLA CALABRIA: RIACE» Ci vorrebbe una seconda Riforma agraria, col senno di poi, cioè senza commettere gli errori degli anni ’50 del secolo scorso. Se regnasse il buon senso questa sarebbe la strada da seguire e invece è arrivato il governo giallo-verde, su uno sfondo nero sempre più inquietante, che ha deciso di chiudere questa esperienza che metteva in crisi l’idea-forza dei migranti come pericolo sociale assoluto, nemico principale dei poveri e del popolo sovrano. Un governo che chiude gli Sprar, cioè i centri di seconda accoglienza che mirano all’integrazione dei migranti, che emana un Decreto sicurezza che dovrebbe meglio chiamarsi “Decreto criminale” che punta a rendere irregolari il maggior numero possibile di immigrati in modo tale che diventino preda della criminalità o finiscano ai margini della società, come paria, come le migliaia che in questo momento sono costretti a stare nel fango a Rosarno per raccogliere le arance per 20 euro al giorno e 12 ore di lavoro.


gli editoriali

Q

uelle parole mi sono rimaste impresse nella memoria. Mi hanno scavato da subito dentro e mi risuonano continuamente come se le avessi ascoltate ieri. Era una decina di anni fa, in un carcere speciale per pentiti di mafia. Ero a colloquio con uno di loro, un siciliano. Era stato affiliato a Cosa nostra, aveva scalato le gerarchie fino a diventare sottocapo mandamento, una specie di vice-boss. L’aveva sognato sin da bambino: per lui Cosa nostra era “come una chiesa”, mi diceva, e i boss “come dei preti”. Mi racconta della sua vita, finché un giorno mi dice di un colloquio fra i boss del suo quartiere lì a Palermo e suo papà, che era un mezzo delinquente ma non di certo un mafioso. Lo devono convincere ad affidargli il figlio, a non ostacolare i suoi sogni di entrare in quest’altra “famiglia”, lui che non ha neanche sedici anni. E poi quelle parole. «Tu lascialo a noi – dicono gli uomini d’onore a suo padre – vedrai che ti crescerà una bella pianta. Tuo figlio è un bravo ragazzo, e se non pratica amicizie di fango, verrà su un ragazzo educato e rispettoso dei valori. E tu un giorno sarai orgoglioso di lui». Le ricordo ad una ad una quelle parole. Come scolpite in maniera indelebile nella mia memoria. Fui assalito subito da una tempesta di dubbi e di domande. Ma sono le stesse parole che usiamo anche noi con i nostri figli, andavo dicendo a me stesso. Anche noi diciamo ai nostri ragazzi che devono stare attenti a chi frequentano. Anche noi facciaMARCELLO COZZI mo di tutto perché Prete cattolico, crescano educati. E vicepresidente quanti sforzi nelle di Libera.

nostre famiglie, nelle nostre scuole e fra noi educatori per trasmettere e, soprattutto, testimoniare valori sani e credibili. Eppure, loro, i mafiosi, usano il nostro stesso linguaggio, le nostre stesse parole, e hanno le nostre stesse preoccupazioni. Ecco, quelle parole e quelle mie tante domande non hanno mai smesso di accompagnarmi in questi anni soprattutto dialogando con i tanti giovani che con Libera incontriamo ormai quotidianamente in ogni scuola di questo nostro Paese. E non ho mai smesso di pensare che la prima vera sfida che siamo chiamati a raccogliere è il furto di parole. Come il verbo “educare”. E come la parola “legalità” che ormai troviamo sulla bocca di tanti, e così talmente usata e abusata in questi ultimi due decenni che alla fine non riesci più a capire cosa è e a quale scala valoriale corrisponde. Perché devi prima di tutto capire chi la pronuncia e a proposito di cosa.

È INCREDIBILE COME I MAFIOSI USINO IL NOSTRO STESSO LINGUAGGIO, LE NOSTRE STESSE PAROLE, E ABBIANO LE NOSTRE STESSE PREOCCUPAZIONI. E quando poi penso che mentre negli ultimi decenni da un lato parlavamo in lungo e in largo di legalità e dall’altro questo Paese diventava uno dei più corrotti nelle speciali graduatorie internazionali, allora mi vado convincendo sempre di più non solo che una delle sfide maggiori alle quali siamo chiamati

Marcello Cozzi

è quella di «restituire sovranità alle parole», come diceva don Milani, ma che deve necessariamente cambiare il nostro approccio alle mafie. Perché loro si evolvono, loro corrono, loro assumono nuovi volti e nuovi nomi, loro intercettano nuovi affari e parlano nuove lingue, loro vestono in modo diverso, talvolta parlano anche di legalità – a modo loro, ovviamente – in modo silenzioso e compiacente – appunto corrompendo – entrano nei Palazzi e prendono tutto, e non poche volte non amano neanche connotarsi come “uomini d’onore”; noi, invece, li cerchiamo sempre negli stessi confini geografici, li vorremmo vestiti sempre nello stesso modo, li vorremmo ascoltare nei dialetti di sempre e pensiamo che le loro mani siano sempre sporche di sangue. Si tratta di prendere coscienza, forse, e di convincerci sempre più, che mai come oggi il terreno della sfida, che poi significa il perimetro di azione nel quale muoversi per difendere la tenuta democratica del nostro Paese, è quello dell’affermazione dei diritti. La giustizia sociale, insomma. Per evitare che le compiacenze, il ricorso ai metodi corruttivi, la richiesta di accesso al credito illegale oltre ad essere la modalità di affermazione dei giochi criminali, vengano vissuti come veri e propri ammortizzatori sociali da quanti, vedendosi non poche volte privati dei più elementari diritti, chiedono allo stato illegale ciò che uno Stato di diritto non riesce più a garantire. E a quel punto che differenza c’è se a violare la tua dignità sia un affarista in giacca e cravatta, un doppiogiochista delle istituzioni, piuttosto che un personaggio con coppola e lupara? La libertà te l’hanno comunque rubata, e al diavolo se il ladro si chiami o meno mafia.

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Riconoscere la mafia anche quando si cambia d’abito

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Uomo iracheno.


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COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE

Giovanni Franzoni. Un cristiano marginale? Luigi Sandri, Gianni Novelli

Un convegno, a Roma, dedicato a Giovanni Franzoni, ex abate di san Paolo fuori le Mura, ha visto la partecipazione di vescovi, monaci, storici, pastori, teologhe, intellettuali, gente comune per onorare, ad un anno dalla sua morte, una personalità emarginata dall’istituzione per aver osato tentare un’attuazione audace del Concilio Vaticano II. toria e profezia: l’eredità di Giovanni Franzoni: su questo tema la Comunità cristiana di base di San Paolo in Roma il 9 e 10 novembre ha organizzato un convegno, a ridosso dell’8 di quel mese, quando lui, scomparso il 13 luglio 2017, avrebbe compiuto novant’anni. L’evento è stato celebrato nei luoghi che videro maturare, fino ad “esplodere”, le sorprendenti scelte monastiche dell’allora abate della basilica Ostiense, e poi la sua avventura con e nella Cdb San Paolo: la prima sessione si è svolta, venerdì pomeriggio, all’interno del monastero benedettino (e non era scontato!); la seconda e la terza, sabato, nei locali della comunità, distanti cinquecento metri dalla basilica.

«LE CHIESE SI CLASSIFICANO IN TAUTOLOGICHE, CHE FANNO AFFERMAZIONI OVVIE; DOGMATICHE, CHE SU TUTTO OFFRONO RISPOSTE CERTE A TRECENTOSESSANTA GRADI, E APPROSSIMATIVE: QUESTE SI PONGONO IN UN CAMMINO DI APPROSSIMAZIONE ALLA DOTTRINA DI SALVEZZA» LE PAROLE DELL’ABATE DOTTA

Oltre la Cdb, erano presenti molte altre persone: tra esse monsignor Luigi Bettazzi, classe 1923, amico di Giovanni, vescovo emerito di Ivrea, e uno dei pochissimi “padri” del Vaticano II ancora viventi; e il benedettino belga Pierre De Bethune che, per un anno, visse con Franzoni quando questi lasciò l’abbazia. LUIGI SANDRI Ha mandato i suoi auguri di Redazione buon lavoro Pupa Garribba, Confronti. GIANNI NOVELLI della comunità ebraica romaFondatore na; e poi il cardinale vicario di Cipax (Centro Roma, Angelo De Donatis. Il interconfessionale preposito (superiore) generale per la pace).

della Compagnia di Gesù, il venezuelano p. Arturo Sosa, ha inviato una lettera nella quale, tra l’altro, scriveva: «Giovanni ha rappresentato per me un uomo che cercava umilmente e coraggiosamente di far suo e di vivere e di aiutare a vivere lo spirito del Concilio». Don Roberto Dotta, abate di San Paolo fuori le Mura, ha aperto i lavori: «È bello avere qui la comunità di san Paolo, fratelli vescovi, monaci, sacerdoti, la moglie di Giovanni, Yukiko, e tutti gli amici». E, dopo aver precisato di aver personalmente conosciuto Giovanni solo negli ultimissimi anni, ha proseguito: «In tutte le cose bellissime che ha fatto dal punto di vista pastorale, egli ha saputo mantenere un nucleo interno per vivere la sua spiritualità e la sua ricerca di Dio proprio come un monaco». E infine: «Quando qualcuno mi dice: “Lei è successore di Schuster”, preciso: “Ma anche di Franzoni”. E se uno mi dice: “Lei è successore di Franzoni”, rispondo: “Ma anche di Schuster”». Quindi l’attore Marco Baliani ha letto alcuni paragrafi de La terra è di Dio, la lettera pastorale scritta da Giovanni nel giugno 1973: essa – che denunciava anche le compromissioni vaticane nella speculazione edilizia a Roma – irritò gran parte della Curia, per cui, come questa auspicava, il mese seguente l’abate, di fatto costretto a farlo, si dimise. LIMITI, CONTRADDIZIONI, AUDACIA E SPERANZE

Luigi Sandri ha quindi svolto una relazione, preparata insieme ad un gruppo della Cdb, in essa rilevando anche «limiti e contraddizioni» della comunità stessa. A rapidi cenni il testo ripercorre le vicende dell’ex abate, ma pur sempre monaco benedettino, nell’aprile 1974 sospeso a divinis per essersi espresso a favore della libertà di coscienza nel referendum sulla legge del divorzio, e nel ’76 ridotto allo stato laicale per aver annunciato che alle ele-

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COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE

zioni politiche di quell’anno avrebbe votato Pci. E, ancora, data la nuova situazione canonica in cui era stato posto Giovanni, «nella Cdb si avviò una corale ed approfondita riflessione su un problema di straordinaria importanza: i ministeri ecclesiali. Con l’aiuto di illustri esegeti, si approfondimmo il pensiero e la prassi di Gesù in proposito: scoprimmo che egli, per i suoi, non parla mai di “sacerdozio”, ma ipotizza “ministeri”, cioè servizi alla comunità, e spiega che solo l’amore per l’altro, tanto più se questi è uno degli ultimi della terra, è sacro». Perciò, «nelle celebrazioni tutti e tutte insieme ripetiamo le parole pronunciate da Gesù nell’Ultima Cena e, indifferentemente, qualcuno o qualcuna di noi ripete il gesto di spezzare il pane. Nel nostro piccolo, “l’altra metà della Chiesa” aveva ritrovato il suo posto, il suo protagonismo e la sua dignità».

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MOLTE VOCI PER UN TESTIMONE

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È iniziata quindi la tavola rotonda, coordinata da Anna Maria Marlia, della Cdb. Monsignor Paolo Lojudice, dal 2015 vescovo ausiliare per RomaSud, ha detto di non aver seguito, da giovane, le vicende di Franzoni: «Solamente due anni fa, o poco più, venni nella Cdb san Paolo, e lì l’ho conosciuto personalmente. Colsi di aver di fronte una persona sicuramente molto, molto particolare, con una storia di vita per tanti versi apprezzabile, o discutibile – su questo punto ognuno può avere una sua opinione – ma che certamente aveva un modo di intendere e di leggere il Vangelo estremamente serio, radicale. E questo a me personalmente ha sempre interessato in modo profondo». E, rilevando che il Vaticano II scombussolò anche molti ecclesiastici, ha osservato: «Tra quanti hanno sentito il Concilio come un evento davvero innovativo, vi è sicuramente Giovanni Franzoni, che lo fece diventare un elemento centrale nella sua vita di fede, fino a rimetterla completamente in discussione». «La violenza ha segnato una certa stagione della Chiesa cattolica e soprattutto della Chiesa italiana: è stata una stagione di violenza, di violenza istituzionale, e Giovanni Franzoni è stato vittima di quella violenza»: questo lo scultoreo giudizio di Alberto Melloni, storico della Chiesa e direttore, a Bologna, della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII (Fscire). Dopo aver evidenziato il trattamento che subì Franzoni, ha notato che ben diverso sarà, invece, quello riservato all’arcivescovo di Boston, cardinale Bernard Law (costretto nel 2002 a dimettersi, in quanto accusato di aver “tollerato” nella sua diocesi diversi preti pedofili): papa Wojtyla, infatti, lo chiamò a Roma, nominandolo arciprete di Santa Maria Maggiore. Melloni ha poi ricordato il commento di quel pontefice, quando, con il professor Giuseppe Alberigo, allora segretario della Fscire, gli presentò il primo

volume della Storia del Concilio Vaticano II: «Quando entrammo in quell’Assemblea avevamo la mitria sulla testa. Quando uscimmo l’avevamo ancora, ma la testa era cambiata». Da parte sua, Marinella Perroni, teologa e biblista, fondatrice del Coordinamento teologhe italiane: «Anche per me, come per molti altri, il nome di Giovanni Franzoni coincide con un’icona dell’epoca post-conciliare, di cui ha incarnato le speranze, le tensioni, il travaglio. Ricordo la commozione con cui ho letto La terra è di Dio, un testo che ha permesso alla mia generazione di dare un ordito biblico-teologico alle nostre irrequietezze e alle nostre speranze». E ancora: «Giovanni, a mio avviso, ha saputo accorgersi che la ricezione del Concilio si giocava in modo forte e deciso nel mondo delle donne». Infine, Luca Negro ha parlato dell’ecumenismo secondo Giovanni: il suo – ha notato – era soprattutto un atteggiamento concreto, che si manifestava nel lavorare fianco a fianco, cattolici ed evangelici, per “fare” Com-Nuovi Tempi e, poi, Confronti. Ma, per illuminare l’aspetto teorico di questo tema, il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche italiane ha citato la relazione [vedi Confronti 12/91], che Franzoni, nel novembre 1991, fece all’assemblea della Fcei. Là, invece di suddividere le Chiese in ortodosse, protestanti e cattolica romana, come si fa di solito, suggerì una diversa classificazione: «Tautologiche, dogmatiche, approssimative. Le prime, come la Romana, sono quelle che fanno affermazioni ovvie, per poi scendere nel particolare e dare interpretazioni differenziate; le seconde quelle che predicano una dottrina e adottano una pastorale che offre risposte certe a trecentosessanta gradi su tutti i problemi religiosi ed etici».


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COMUNITÀ DI BASE: I TEMI ”CALDI”

La serata si è conclusa con un originale spettacolo teatrale a cura del presbitero veronese Marco Campedelli: La passione secondo Giovanni: raccontare la profezia dell’abate Franzoni. L’indomani, la seconda sessione aveva come tema: L’eredità di Giovanni Franzoni: la comunità cristiana di base di san Paolo. La tavola rotonda, coordinata da Gabriella Natta, è stata preceduta da comunicazioni su aspetti della vita e della riflessione della Cdb. Elena Lobina Cocco ha illustrato Il ruolo e il cammino delle donne nella comunità, intervento preparato dal gruppo donne della Cdb: «Esattamente trenta anni fa, nel 1988, a Brescia, le Cdb italiane tennero il loro IX Seminario nazionale che ha rappresentato un punto di svolta sia per le donne che per le Comunità stesse. Titolo: Le scomode figlie di Eva. Le Comunità di base si interrogano sui percorsi di ricerca delle donne. In quell’occasione per la prima volta durante la celebrazione eucaristica mani di donna “spezzarono il pane”». Da allora, gradualmente, nella Cdb si è formato il gruppo donne, che approfondisce l’esegesi dei “Libri sacri” con l’ausilio delle maggiori teologhe femministe e, insieme, cerca di inverare nella prassi anche liturgica quelle acquisizioni teoriche. Poi, spiegando come si fa La lettura e lo studio della Bibbia in comunità, Antonio Guagliumi ha sottolineato come elemento qualificante di tale impegno il gruppo biblico, che, da oltre quarant’anni, si riunisce una volta la settimana, e che fa partecipe l’intera comunità degli apporti che derivano da una lettura storico-critica delle Scritture. Questo studio ha aiutato a fondare scelte ecclesiali dirimenti della Cdb, avendo mostrato come molte interpretazioni ufficiali della Bibbia siano assai lontane dal senso profondo di un dato passaggio scritturistico, e pongono quindi, per esser fedeli ad essa, l’urgenza di profonde riforme. Purtroppo, ha concluso, tali acquisizioni, pacifiche tra gli esegeti, raramente arrivano ai preti in cura d’anime, e

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quindi, salvo eccezioni, i fedeli le ignorano, lasciando così crescere una pericolosa divaricazione. Sul Laboratorio di religione, Dea Santonico ha spiegato come Giovanni, per oltre quarant’anni, ogni settimana abbia incontrato bambini/e e adolescenti della comunità non per “indottrinarli” ma per scoprire insieme il senso del messaggio di Gesù e per dar loro gli strumenti, come in un “laboratorio”, perché potessero fare da grandi le loro scelte. Laura Bologna, Sofia Schiattone, Paola Guagliumi, Alice Corte ed Elena Graziani, ex bambine del “laboratorio”, hanno riflettuto su quell’esperienza, interrogandosi su una metafora di Giovanni: «La vita è come il gioco delle carte, non puoi tenerle tutte in mano, qualcuna la devi scartare. Come sarà la tua vita dipenderà dalle carte che deciderai di tenere e da quelle che deciderai di scartare». LA PRATICA DELLA SOLIDARIETÀ

L’impegno socio-politico della comunità, in questi anni, è stato costante e molteplice: per esemplificare, Antonella Garofalo ha raccontato come nel 2010 sia nata, da un’idea di Giovanni, La sosta. Non lontano dalla sede della comunità, vicino alla stazione Ostiense si erano accampati gruppi di afghani, bisognosi di tutto: per dare loro un momento di respiro, la domenica si è organizzata, per loro e con loro, la serata, che prevede la cena, la possibilità di una doccia e di stare insieme. Dopo queste testimonianze interne alla Comunità, sono intervenute altre voci. Secondo don Franco Barbero – della comunità di base di Via Città di Gap a Pinerolo, che “con riconoscenza” ha dedicato un suo libro alla Cdb sorella – «Giovanni era un grande accompagnatore, un profeta che non segna la strada, ma accompagna la sua gente e, insieme, cercano la meta. Nella Chiesa cattolica siamo diventati pastori pensando invece di essere dei direttori. Dobbiamo, piuttosto, accompagnarci a vicenda: questo è il senso dei ministeri nella Chiesa. E una comunità senza ministeri non va avanti. Ma l’accompagnamento non si fa sopra o sotto, il cammino deve essere comunitario». Da parte sua, Maria Immacolata Macioti, sociologa, ha ricordato un episodio significativo: «In Campidoglio – siamo nel maggio 1994 – si parlava delle cinquanta nuove chiese che il Vicariato voleva costruire a Roma. Intervenendo nel dibattito io proposi: perché, invece di chiese, nelle periferie piene di immigrati non costruire una moschea, o un tempio buddhista o hinduista? E Franzoni, là presente, senza contestare il piano del Vicariato, più saggiamente propose un cinquantunesimo edificio, per dare spazio alle varie credenze, centrato su elementi antropologici, come acqua e pietre. Molti – vi erano anche dirigenti del Comune – applaudirono; ma poi non se ne fece nulla».

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Infine, Chiese “approssimative”, che non vuol dire “pressapochistiche”, ma “che si avvicinano, si fanno prossime”: «Esse considerano bloccato in se stesso l’enunciato dogmatico e inutile la tautologia: perciò si pongono in un cammino di approssimazione alla dottrina di salvezza; esse conoscono molto meglio ciò che lasciano alle loro spalle piuttosto che il mistero cui si approssimano. E se si approssimano lo fanno nel duplice senso dell’approssimarsi alla fonte di vita e del farsi prossime ai momenti dolenti della vita. La separatezza è il loro Satana, la prossimità il loro Sacramento; e comunque è in questa ricerca che verificano la loro provvisoria identità». Le Cdb e le Chiese “protestanti” – suggeriva Giovanni – potrebbero ritrovarsi in questa linea.

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COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE

IL PREZZO PER STARE DALLA “PARTE GIUSTA”

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La terza sessione (Giovanni Franzoni e le sfide del mondo), coordinata dal giornalista Roberto Natale, è stata preceduta da tre testimonianze. Tonino dell’Olio, della Cittadella di Assisi: «Egli ha avuto la capacità di tenere insieme tante perle, ha attraversato tanti mondi, tanti luoghi che vanno molto oltre la comunità di San Paolo. La Palestina, l’ex-Iugoslavia, l’Afghanistan e le altre situazioni di guerra hanno abitato nel suo cuore, con una grande capacità di ascolto delle vittime. Guardava sempre al contributo che le fedi possono dare alla costruzione della pace». E Yousef Salman, medico palestinese: «Tutti i miei fratelli hanno apprezzato il suo coinvolgimento nella nostra causa [Giovanni si recò in Libano per visitare i campi profughi palestinesi]; ha lottato per distruggere tutti i muri mentali». Infine, Gerardo Lutte – cinquant’anni fa impegnato a Roma con i baraccati, e attualmente in Guatemala per aiutare i ragazzi e le ragazze di strada – ha descritto così “Giovanni fuori le Mura”: egli, come Giulio Girardi e tanti donne e uomini, «sono profeti nel tempo della mondializzazione: segnano un mutamento qualitativo nell’evoluzione dell’umanità perché vedono la realtà con gli occhi dei poveri e degli esclusi. Sono persone che abbattono i muri, compresi quelli dei templi di cui non rimarrà pietra su pietra».

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Quindi, la tavola rotonda. Vincenzo Vita, già parlamentare: «Franzoni è stato punto di riferimento per tante persone di culture diverse. Con lui il mondo ecclesiale è stato messo in discussione». Erri De Luca, scrittore: «Si vive bene quando si sta dalla parte degli oppressi; quando ci si ribella, quando si conquistano per loro territori e spazi. Giovanni Franzoni si è ribellato. È stato in mezzo alle lotte internazionali, come il Vietnam, così come a quelle italiane sul divorzio e l’aborto». E il gesuita Fabrizio Valletti, impegnato a Napoli nel disastrato quartiere di Scampia: «Ora è possibile confrontarsi anche sul suo rapporto con l’istituzione ecclesiastica, avviando quel processo di riconoscimento e di affermazione che Giovanni “stava dalla parte giusta”. Giovanni era un ”contemplativo politico” perché aveva saputo leggere quei “semi del Verbo” che né la legge ecclesiastica, né le rubriche, né il diritto canonico sapevano evidenziare». Un bellissimo spettacolo teatrale – Giovanni Franzoni, i perduti e i ritrovati – a cura dei giovani della Cdb, ha concluso il convegno. Nostalgie, sorrisi e lacrime; ma anche, senza presunzioni o primogeniture da rivendicare, l’impegno a proseguire nel solco aperto con tanta fatica, audacia e speranza. Alla luce di una frase, che Giovanni amava, dell’aviatore francese Georges Guynemer: «Non si è dato nulla finché non si è dato tutto».

Basilica di San Paolo fuori le mura, interno.


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IRAQ-SIRIA

La guerra e la pace dopo Daesh Domenico Chirico

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el 2014 l’Isis, che chiameremo con l’acronimo arabo Daesh per evitare termini stigmatizzanti, occupava ampie aree della Siria e dell’Iraq. Sono due storie diverse e complesse, ognuna con una sua declinazione territoriale. L’elemento in comune sono le persone. Quelle fuggite, quelle rimaste simpatizzando o meno con il nuovo potere. Vittime e carnefici che cambiano in continuazione. Entrambe le città sono state liberate tra il 2016 ed il 2017.

NELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO VINTA LA BATTAGLIA MILITARE IL PROBLEMA NON SI PONE PIÙ. ED INVECE È PROPRIO ORA CHE SONO NECESSARI INVESTIMENTI MIRATI A TUTTE LE COMUNITÀ. IRAQ: PONTI DI DIALOGO

In Iraq, Mosul è stata liberata a fine 2016. Grazie ai fondi dell’Otto per mille della Tavola valdese (Unione delle Chiese metodiste e valdesi) Un ponte per... è stata tra le prime Ong ad arrivare in città e nelle aree circostanti e a distribuire aiuti umanitari alla popolazione civile. Il progetto Darna, “la nostra casa”, portava stufe e kit igienici alle famiglie delle minoranze che rientravano nelle loro cittadine appena riprese dall’esercito iracheno. Cristiani, ezidi, turcomanni e molte altre minoranze che compongono il mosaico di civiltà iracheno rientravano dopo due anni e mezzo nelle loro case. Case che erano state occupate, saccheggiate se non distrutte da Daesh durante la guerra. Uno scenario desolante. Intere cittadine spazzate via. E poi lo sfregio dell’accanimento e della violenza etnica contro le minoranze. Luoghi sacri distrutti e chiese utilizzate come poligoni. La cattedrale di Qaraqosh, una delle più grandi enclave cristiane del

Medio Oriente, incendiata e bucherellata in ogni suo angolo. La città di Bashiqa, nota per la produzione dell’olio di oliva da parte della comunità Ezida, rasa al suolo. Con gli oliveti bruciati e gli alberi tagliati. Per non far fiorire più nulla. «Voi amate la vita, noi la morte» scrivevano i miliziani di Daesh sui muri. In questo contesto sono rientrate comunque le persone e avevano bisogno di sostegno perché non c’era più nulla, neanche le istituzioni che potessero sostenerli. Ma era troppa la stanchezza di vivere ancora nei campi profughi dove erano state sfollate per anni. Era meglio una casa mezza distrutta che la tenda o il container del campo dove avevano mal vissuto gli ultimi anni. Ma il rientro non è stato per nulla semplice. Perché è stato evidente che i propri vicini di casa, nelle cittadine sunnite, erano rimasti lì ed avevano solidarizzato, a volte, con Daesh. Come nella guerra della ex-Jugoslavia i vicini di casa erano diventati gli aguzzini. E a quel punto è ricominciato un difficilissimo percorso che riguarda tutti. Oltre la ricostruzione materiale cominciare a ragionare anche sulla ricostruzione dei tessuti di coesistenza. Migliaia di giovani hanno cominciato di nuovo a riversarsi nelle strade di Mosul e delle altre città, riprendendosi la vita che gli è stata strappata dalla guerra. All’Università di Mosul si sono iscritti nel 2017/2018 circa cinquantamila studenti, nonostante il campus sia stato bombardato e pochi edifici siano rimasti in piedi. La biblioteca è stata bruciata e prima saccheggiata. E molti parenti e familiari di membri di Daesh sono stati incarcerati in DOMENICO campi ad hoc. O esclusi dalla CHIRICO vita civile e sociale. Negli in- Direttore dei programmi di contri pubblici che Un ponte Un ponte per..., per… ha potuto organizzare, operatore però, sono state migliaia le umanitario.

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«Voi amate la vita, noi la morte». Così scrivevano i miliziani del Daesh sui muri delle città occupate. Ora che molte città sono state liberate la sfida in Iraq come in Siria è quella della ricostruzione non solo materiale, ma anche del tessuto della coesistenza. “Un ponte per...” è impegnata in molti progetti educativi e di assistenza diretta alla popolazione.

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IRAQ-SIRIA

persone che hanno scelto di partecipare e portare di nuovo musica, parole e vita nelle strade. E da qui si sta cercando di ripartire per capire in che modo sia possibile ridare una vita comune agli abitanti di Mosul, anche se il sostegno della comunità internazionale è stato molto debole sinora. Nell’immaginario collettivo vinta la battaglia militare il problema non si pone più. Ed invece è proprio ora che sono necessari investimenti mirati a tutte le comunità. Ed è quello che ora in molti provano a fare. Lavorare con tutti coloro che hanno bisogno non escludendo, ma provando a costruire ponti di dialogo tra comunità. Che è poi l’unica strada, assieme a delle opportunità di sviluppo sociale ed economico, per offrire un’alternativa al ritorno di Daesh o di chiunque voglia soffiare sul fuoco della povertà e del malcontento che cova ancora forte sotto le macerie.

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SIRIA: OLTRE LE EMERGENZE DEL PRESENTE

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In Siria invece il discorso è diverso. Perché la guerra è ancora in corso anche se Raqqa, la seconda capitale di Daesh dopo Mosul, è stata ripresa da tempo. La città è stata rasa al suolo. Un bombardamento punitivo contro Daesh che ha coinvolto , però, anche la popolazione civile. Amnesty international ha denunciato anche la violenza dell’attacco della coalizione che, appunto, ha voluto distruggere la città piuttosto che Daesh. Infatti con un accordo, che doveva rimanere segreto, tutti i capi di Daesh, sono stati fatti evacuare prima che le forze curde prendessero la città. I curdi appunto hanno ripreso il controlo della città che era sempre stata a maggioranza araba. E la loro egemonia, appoggiata da americani e francesi, non è pacifica. A Raqqa sono rientrate in pochi mesi centocinquantamila persone. Hanno preferito le macerie ai campi per rifugiati anche loro. Solo che mentre a Mosul c’era uno stato centrale iracheno che si è adoperato, anche se debolmente, per ricostruire i servizi, in Siria, con un conflitto in corso, manca ancora tutto. E quindi non c’erano scuole, ospedali, strade. E soprattutto Daesh aveva lasciato

dietro di sé mine ovunque e molte trappole esplosive. I primi due mesi del rientro sono stati un drammatico elenco quotidiano di vittime di ordigni vari. A Raqqa abbiamo ricostruito il reparto di maternità dell’ospedale civile con i fondi della Cooperazione italiana. Un piccolo successo del nostro paese perché oggi è una delle poche strutture pubbliche e gratuite che assistono donne e bambini in città. Ogni giorno nascono delle nuove vite in mezzo al deserto della guerra. Ma il dramma è che appunto dopo un anno le strutture sono ancora pochissime. E a parte gli Stati Uniti e la Francia, che però hanno costruito le loro basi militari nel Nord-est siriano, nessuno ha il coraggio di investire sulla stabilizzazione dell’area. Si continua a lavorare solo sull’emergenza sanitaria, educativa, per l’acqua. Emergenze importantissime ma che non guardano al futuro. E nel frattempo varie forze remano contro qualsiasi pacificazione e diversi membri del consiglio comunale che gestisce la città sono stati assassinati negli ultimi mesi. Ma la solidarietà a volte fa dei miracoli e costruisce in modo silente ed efficace. Durante la battaglia per riprendere Raqqa da Daesh le nostre ambulanze evacuarono, sotto le bombe, una palazzina abitata dalle poche famiglie cristiane rimaste in città. Rischiavano rappresaglie dell’ultimo minuto. Medici curdi ed arabi rischiarono la vita per portare in salvo quasi cento persone. E dopo la battaglia molti medici curdi, che sono stati vittime delle persecuzioni di Daesh, stanno curando le vedove ed i figli dei combattenti più radicali. Diverse organizzazioni locali si stanno adoperando per creare, nel Nord-est siriano attività di coesione sociale. I siriani sanno che dopo otto anni sono tutti vittime della guerra, vincitori e vinti. E lo sanno gli iracheni, dopo trentanni di guerre continue. E tutti sanno che non hanno molte strade da seguire se non quelle di ricominciare a vivere insieme e superare la paura. E possono farlo, se accompagnati dalla solidarietà e non da interessi geopolitici. Da loro ripartiranno delle ipotesi e delle vie di pace.

Raqqa, Siria. © Linda Dorigo.


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Lampi di speranza nel medio termine Roberto Bertoni

Le elezioni di mid-term negli USA hanno visto una rimonta del Partito democratico e l’elezione di parlamentari donne, persone Lgbti, attivisti in vari ambiti si stanno facendo portavoce delle istanze della compagine più povera ed emarginata della società. Riuscirà questa spinta “utopica” a conservare la sua forza per le presidenziali del 2020? cosa serve, in fondo, l’utopia in questa società che non sogna più né coltiva più alcuna speranza? Se lo sono chiesto, qualche anno fa, Massimo Cacciari e Paolo Prodi in un lucido saggio intitolato Occidente senza utopie, nel quale asseriscono, sostanzialmente, che profezia e utopia sono due termini chiave della civiltà europea e che il loro dissolversi è alla base del suo tramonto. Sembra una visione condivisibile, specie se guardiamo alle nostre avvizzite società, alla nostra politica sempre più arida, ai muri e ai fili spinati che sempre più caratterizzano le nostre frontiere e al fatto che in Italia gli over 60 abbiano superato gli under 30, e poi mettiamo a confronto questo sfacelo con ciò che è accaduto negli Stati Uniti alle recenti elezioni di mid-term.

NELL’AMERICA LIBERISTA E CAPITALISTA, LE ELEZIONI DI MID-TERM HANNO PREMIATO CANDIDATI LA CUI STORIA, PER VICINANZA AI DRAMMI DEGLI EMARGINATI, È DI PER SE UNA “BIOGRAFIA NARRANTE” CHE PARLA DI SPERANZA. LA VITTORIA DELLE “MINORANZE”

L’America, ossia un paese marcatamente liberista, patria del capitalismo spinto all’estremo, in cui già liberal può essere considerato un aggettivo insultante e “socialista” è praticamente un’offesa sanguinosa; l’America – dicevo – governata come peggio non si potrebbe da Donald Trump e terra dalle mille ingiustizie e contraddizioni, questa nazione grande quanto un continente e percorsa dall’odio e da spinte regressive senza precedenti ha trovato in sé la forza di reagire. E così, ecco che saranno parlamentari una miriade di donne, giovani e dichiaratamente socialiste: dalla ex cameriera di origini portoricane, cresciuta

nel Bronx, Alexandria Ocasio-Cortez, alla rifugiata somala Ilhan Omar; senza dimenticare Jahana Hayes, figlia di una tossicodipendente, Rashid Tlaib, di origini palestinesi, Sharice Davids che, insieme a Deb Haaland, è la prima nativa americana approdata al Congresso, Lauren Underwood, ex infermiera di colore che ha vinto a sorpresa in un collegio tradizionalmente repubblicano dell’Illinois, e Ayanna Pressley, nata e cresciuta alla periferia nord di Chicago in una famiglia povera, con un padre carcerato e tossicodipendente, che sarà la prima nera a rappresentare al Congresso lo stato del Massachussets, dove si recò da ragazza per studiare. E che dire di uomini come Jared Polis, il primo governatore dichiaratamente gay del Colorado, Colin Allred, avvocato impegnato nei diritti civili, e Antonio Delgado, rapper quarantunenne autore di brani contro le ingiustizie sociali? ALEXANDRIA: UN SIMBOLO DI SPERANZA

Cosa significano queste storie? Cosa ci dicono? Prendo su tutte quella di Alexandria, la prima che ho conosciuto, quella che conosco meglio e alla quale mi sono maggiormente appassionato. Alexandria, figlia di una portoricana e di un uomo del Bronx morto di cancro, cameriera in un bar di Union Square per aiutare la madre donna delle pulizie, ultima fra gli ultimi che due anni fa aveva appoggiato Sanders al pari di milioni di ragazzi sparsi in tutto il Paese; Alexandria ha dapprima sconfitto, in giugno, alle primarie Joseph Crowley, mandarino in odore di sostituire Nancy Pelosi come speaker della Camera dei Rappresentanti, e poi sbaragliato l’avversario repubblicano alle elezioni. Alexandria ha vinto perché, ROBERTO BERTONI al pari dei suoi futuri colle- Giornalista e ghi che ho prima elencato, scrittore.

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ha una biografia narrante: è essa stessa un messaggio di speranza. Ha vinto perché si vede che conosce i drammi dei poveri e dei deboli. Ha vinto perché in lei il desiderio di cambiamento è un’esigenza che sgorga dall’anima. Ha vinto perché nei suoi occhi gli americani, e i newyorchesi in particolare, hanno letto quella sincerità che non ha mai trasmesso, ad esempio, Hillary Clinton. Cos’è, dunque, l’utopia se non quel motore che consente a un Paese il cui “sogno” è morto da almeno vent’anni di andare avanti e continuare a credere in qualcosa? L’utopia è quella volontà di abbattere muri, oltrepassare frontiere, rompere schemi, distruggere l’ordine costituito e non arrendersi mai. L’utopia è quella passione collettiva che consente a chi ha meno di prendere per mano un compagno di strada e andare avanti insieme, in uno spirito di solidarietà e fratellanza. L’utopia è quel sentimento meraviglioso che ha indotto un anziano senatore del Vermont a candidarsi non per vincere ma per gettare un seme, abbracciando e portando con sé ragazzi come Alexandria, cui ha raccontato i suoi vent’anni, le sue marce al fianco di Joan Baez, Bob Dylan e del reverendo King, le sue passioni degli anni Sessanta e lo spirito di allora. Sanders si è candidato affinché altri potessero candidarsi, affinché quegli stessi giovani trovassero la forza e il coraggio di mettersi in gioco, affinché si potesse provare davvero a mettere in discussione tutto, affinché venissero abbattuti determinati steccati e uscisse alla luce un’America fragile, posta dal suo messaggio dirompente di fronte a dilemmi esistenziali cui non è in grado di rispondere né un miliardario alla Trump né una milionaria come la Clinton, ossia personaggi che non si sono mai davvero dovuti confrontare con la fatica di vivere e con il dramma di non avere prospettive per sé e per i propri cari. SEMINARE ALBERI: LE PRESIDENZIALI 2020

Non so se nel 2020, magari guidato dalla “pasionaria” anti-Wall Street Elizabeth Warren, il Partito Democratico potrà battere Trump. Ciò che so per

certo è che, entro dieci anni, uno di questi ragazzi sarà pronto per correre per la Casa Bianca e un altro dopo di lui e poi un altro ancora, al che mi vengono in mente i versi di Panagulis, poeta e politico greco in lotta contro il regime dei Colonnelli, il quale spiegò in una sua poesia di aver agito come aveva agito affinché altri seguissero il suo esempio. Qualcuno, forse, taccerà tutti questi ragazzi di utopia: lo dirà con disprezzo, incurante di aver rivolto loro il complimento più bello. Non so se vedremo mai Alexandria alla Casa Bianca: so, però, che, prima o poi, ci vedremo uno di loro e so anche che quel giorno chiunque egli sia si ricorderà di quel canuto senatore del Vermont che ha reso possibile l’impossibile e regalato un nuovo sogno a tutti noi: una speranza di giustizia e di uguaglianza in grado di spingersi ben al di là dei confini americani. E a me quel giorno tornerà in mente un libro bellissimo che lessi da bambino: si intitola L’uomo che piantava gli alberi e racconta la storia di un uomo anziano che pianta alberi ovunque, ben cosciente del fatto che non potrà mai sedersi sotto il frutto dei semi che ha piantato e innaffiato con passione e costanza. Eppure li pianta lo stesso, contento che qualcun altro, un giorno, ci si sarebbe potuto sedere sotto e che questa persona sarebbe stata grata all’uomo che li aveva piantati, pur non sapendo, magari, neanche di chi si trattasse. Allo stesso modo, sogno di poter raccontare un giorno ai miei nipoti la storia di quest’utopista del Vermont che credeva nella possibilità che il socialismo attecchisse anche in America, animato dalla convinzione che dovesse cessare ogni forma di sfruttamento dell’uomo su altri uomini. E magari quello stesso giorno anche Alexandria farà lo stesso all’altro capo del mondo e qualunque cosa avremo fatto noi nella vita, qualunque risultato avremo ottenuto, allora avremo la certezza che altri seguiranno, e tanto ci basta oggi per metterci in cammino.


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Trump, candidato atipico delle destre religiose Pasquale Annicchino

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ell’ambito della trasmissione radiofonica di Confronti in onda sulle frequenze di Radio Beckwith evangelica (www.rbe.it) abbiamo intervistato degli esperti dei legami fra diritto, religione e politica internazionale. Qual è stata nel 2016 l’influenza dei movimenti del conservatorismo religioso statunitense sull’elezione di Trump? Tutti gli studi confermano che c’è stata un’importante influenza del conservatorismo evangelico e di un certo cattolicesimo: oltre l’80% degli evangelici ha votato per Trump. Il discorso di Donald Trump alla Liberty University ha sancito l’abbraccio tra lui e la gran parte del conservatorismo evangelico, eppure Trump, per la sua biografia, non incarna i valori che il conservatorismo evangelico mainstream vuole proporre e difendere. Cosa è cambiato con Trump? Trump è il primo presidente che rappresenta una figura peculiare, sia a livello politico che personale, ambiguità che si incarnano nella biografia, nel linguaggio e nel modo di essere. Ciononostante è stato votato da gran parte del conservatorismo religioso. Questo anche perché una vittoria del partito democratico e di Hillary Clinton sarebbe stata devastante ai fini degli obiettivi politici del conservatorismo religioso. Perciò meglio abbracciare Donald Trump che magari non condivide in toto quei valori ma li supporta politicamente. Cosa sta ottenendo il conservatorismo religioso con la presidenza Trump? La destra religiosa ha già ottenuto molto: la nomina del giudice Kavanaugh alla Corte Suprema; conquiste rispetto alle leggi anti discriminatorie; un potenziamento delle azioni a promozione e difesa della libertà religiosa per quel che riguarda l’azione esterna degli Stati Uniti; ma soprattutto il riconoscimento da parte di Trump del ritorno di un certo linguaggio. Il fatto che il presidente

degli Stati Uniti dica «da oggi possiamo tornare a dirci “buon Natale” e non più solo “buone ferie”» è una vittoria importante perché il discorso pubblico si gioca anche molto sui simboli. Inoltre ha ottenuto una rimessa in discussione alcuni diritti della comunità Lgbti e infine la possibilità che la Corte suprema possa eventualmente ribaltare la sentenza del 1973 sul diritto all’aborto. Tutto questo non sarebbe stato possibile con Hillary Clinton. In che modo questi processi in atto negli Stati Uniti possono influenzare l’Europa? Possiamo distinguere due livelli. C’è un’influenza indiretta dal punto di vista giuridico: una sentenza della Corte suprema statunitense non può avere un valore giuridico in Europa. Tuttavia, come è accaduto anche in Italia, ha un effetto di “autorità persuasiva”, rappresenta un parere autorevole da prendere in considerazione. In secondo luogo c’è un’influenza politica più ampia. A livello internazionale gli Stati Uniti sono un attore più influente dell’Unione europea, spesso frammentata secondo logiche nazionali e all’interno della quale non sempre c’è una posizione unitaria. Questo è un aspetto che si è visto bene nelle politiche europee di promozione e tutela del diritto alla libertà religiosa, anche in senso positivo. Basti pensare al caso Adia Bibi: se oggi molti politici europei sono attivi su questa faccenda è perché negli ultimi anni a Bruxelles c’è stato un dibattito sulla libertà religiosa influenzato anche dagli Stati Uniti. E nel resto del mondo? Basti pensare al Brasile. Molti movimenti del conservatorismo evangelico hanno legami forti con gli Stati Uniti e stanno gradualmente rimpiazzando la chiesa cattolica, molto indebolita in tutto PASQUALE il Sud America. Le elezioni ANNICCHINO di Bolsonaro sono state sicu- European ramente influenzate dai mo- University Institute di Fiesole, vimenti del conservatorismo Fondazione Bruno religioso. Kessler.

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[intervista a cura di Marzia Coronati]

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Destre sconfitte, apertura alle differenze Debora Spini

[intervista a cura di Marzia Coronati]

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n che modo Trump ha conquistato la destra religiosa? Normalmente si parla della capacità dei movimenti populisti di manipolare linguaggi, simboli e gruppi religiosi. Con Trump ci troviamo nel caso opposto. Abbiamo una destra cristiana con un’agenda politica che riesce a manipolare le istanze politiche di Trump a favore delle sue priorità, bypassando la distanza che ha il presidente nei confronti di molti principi cristiani.

LE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE HANNO SEGNATO UNA BATTUTA D’ARRESTO DELL’INFLUENZA DELLA DESTRA RELIGIOSA NEL DISCORSO POLITICO AMERICANO.

Confronti | dicembre 2018

Quanto ha influito, in termini di libertà, la destra religiosa nell’amministrazione Trump? La retorica di Trump dà un significato molto particolare alla libertà religiosa, non più orientata alla difesa delle differenze ma alla presenza sempre più “ingombrante” della religione nella società civile, con il conseguente incremento della sua capacità lobbistica. Nel senso che intede Trump, la libertà religiosa oggi significa difendere le credenze religiose da qualsiasi possibilità di critica e tenere il più lontano possibile dalla sfera pubblica tutto ciò che può essere una critica ad una particolare visione del cristianesimo.

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Qual è stato il peso della destra religiosa e delle chiese evangeliche sulle elezioni di medio termine? Mi sembra che queste eleDEBORA SPINI zioni abbiano segnato una Docente alla Syracuse battuta d’arresto dell’influenUniversity di za della destra religiosa nel Firenze e membro discorso politico americano. della Federazione Non c’è stata solo un’avanzata chiese evangeliche in Italia. dei democratici in senso lato,

ma soprattutto di quei democratici che hanno il coraggio di parlare di ridistribuzione, di tensioni razziali, di diritti delle donne… Questo significa che la presa della destra americana su parte dell’elettorato non ha funzionato quanto ha funzionato per l’elezione di Trump del 2016. Cosa accadrà da gennaio 2019 in tema di diritti legati alla libertà religiosa? Sicuramente cambieranno alcune cose. La presidenza Trump è stata caratterizzata da un sentimento islamofobico. Con la Camera a maggioranza democratica questa tendenza cambierà, come anche varie istanze di inclusione, riconoscimento e apertura alle differenze.


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STATI UNITI

Il voto ebraico contro Trump, nonostante Israele Giorgio Gomel

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egli Stati Uniti vivono poco meno di sei milioni di ebrei, circa il 2% della popolazione totale, in pratica meno di quante vivono in Israele. Come può un numero così esiguo risultare così importante per le elezioni in un Paese così vasto? Perché il mondo ebraico è molto integrato all’interno della società americana, con un livello di istruzione generalmente elevato. Per votare negli Stati Uniti bisogna attivarsi attraverso un processo di registrazione presso gli uffici dei partiti che concorrono alla vita politica del Paese, per cui c’è bisogno di un impegno personale di cui gran parte del mondo ebraico si fa carico, a differenza forse di altre minoranze. Inoltre nelle ultime elezioni era presente, nelle file del Partito democratico, un numero notevole di ebrei senatori e membri del congresso. Molti di più rispetto alle elezioni del 2016. Inoltre, dato che molti di questi sono stati eletti, sia al Senato che alla Camera dei deputati ci saranno più rappresentanti ebrei che in passato, e tutti i nuovi eletti fanno parte del Partito democratico. Un’altra cosa da considerare è che la percentuale di ebrei che ha votato per il Partito democratico in queste ultime elezioni è stata pari al 75%. Una proporzione ancora maggiore rispetto a quella che votò Hillary Clinton nel 2016 (che era pari al 70%). Trump sembra avere idee divergenti rispetto alla maggioranza del mondo ebraico statunitense, composto soprattutto da ebrei riformati. Gli ebrei degli Stati Uniti d’America sono da sempre molto vicini alle minoranze, in parte per la loro storia personale, con la loro esperienza di migrazione avvenuta tra il 1890 e il 1920 per fuggire dall’Europa, in parte per la loro grande integrazione sociale e per l’alto livello culturale. Questo elemento è, a mio parere, più determinante del rapporto “speciale” fra Usa e Israele così tanto sbandierato da Trump. Come anche ritengo che i media e la retorica ingigantiscano molto la capacità che la politica dell’amministrazione di Trump

eserciterebbe sulle scelte politiche in Israele. C’è da dire che il governo israeliano utilizza strumentalmente questa tesi. Dopo l’eccidio di Pittsburgh, ad esempio, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti ha stigmatizzato la mostruosità dell’attacco antisemita, ma ha voluto sottolineare che esiste un antisemitismo che viene anche da sinistra, che delegittima Israele (come il movimento Bds).

NEL VOTO EBRAICO AMERICANO CONTANO PIÙ LE QUESTIONI DEMOTICHE CHE I RAPPORTI TRA USA E ISRAELE. Questo linguaggio, teso a mettere sullo stesso piano i fautori del massacro di Pittsburgh e movimenti come il Bds ha avuto reazioni di non apprezzamento e di esasperazione da parte del mondo ebraico statunitense. L’unica elezione presidenziale nella storia post bellica degli Stati Uniti in cui i repubblicani ottennero il 30% dell’elettorato ebraico fu nel 1980 nella vittoria di Reagan contro Carter, e lì forse aveva influito in qualche misura il comportamento di Carter verso Israele. Normalmente, nel voto ebraico americano contano di più le questioni demotiche che non i rapporti con Israele. Chi sono invece gli ebrei che sostengono Trump? Ci sono gli ebrei repubblicani, ovviamente. Poi c’è una componente dell’ebraismo ortodosso che sostiene Trump, perché oltre ad essere vicina al presidente ideologicamente sui temi del conservatorismo sociale, per loro la questione dell’appoggio ad Israele è dirimente rispetto al resto. GIORGIO GOMEL Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace.

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[intervista a cura di Marzia Coronati]

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EUROPA

Italia: laboratorio per una nuova solitudine Biagio De Giovanni

L’Occidente, in senso ampio, sta affrontando la prima grande crisi politica della globalizzazione, un processo iniziato nel 1989. L’Europa, iniziata come Comunità, e passata ad essere un Unione, appare oggi in grave difficoltà. In Italia l’effetto populista-sovranista ha aperto una stagione inedita: un “laboratorio per una nuova solitudine”.

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tiamo attraversando la prima grande crisi politica della globalizzazione, ovvero di quel processo economico, storico, politico, culturale che – per dare una data periodizzante – si spalancò dopo il 1989 e si andò sviluppando nei decenni seguenti. Oggetto di questa crisi è l’Occidente, ovvero quell’area politica storica culturale fra America e Europa che apparve più che mai al centro del mondo con la dissoluzione del suo epocale nemico. Le porte del mondo finalmente aprivano i loro catenacci, si unificavano progressivamente mercati, commerci, finanze, perfino la ricerca. Si facilitò la circolazione delle persone, incominciò anche la migrazione delle industrie. La democrazia politica e rappresentativa sembrò avviare una nuova stagione. Certo, restavano aree da controllare, a cui dare più “ordine”, soprattutto nel Medio Oriente, e aree da “curare” (come si disse per l’Africa), ma si immaginava davvero che l’Occidente potesse dare le nuove regole al mondo.

Confronti | dicembre 2018

LA COMUNITÀ EUROPEA DIVENTA “UNIONE”

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Si susseguirono, negli anni, i fatti che hanno cambiato la natura della vecchia “Comunità” europea a partire dal nome che si cambiò in “Unione”: l’unificazione della Germania, il progressivo allargamento della nuova Unione ai paesi che avevano vissuto le loro esperienze all’Est, fino ai confini della nuova Russia. BIAGIO DE I filosofi fornirono elemenGIOVANNI ti per pensare in grande. Filosofo, già Ne ricordiamo due su tutti: parlamentare Jacques Derrida che, dinaneuropeo e professore zi al processo di unificazioemerito di ne del’Europa che appariva Filosofia politica in atto, richiamò le grandi all’Università matrici (Atene, GerusalemOrientale di Napoli. me e Roma) che finalmente

ritrovavano le loro ragioni unitarie. E poi Jürgen Habermas, tuttora vate europeista (seppur in crisi, come quando – guardando all’Europa attuale – la chiamò “costellazione post-nazionale”) immaginò allora che il patriottismo della costituzione avrebbe potuto unire sotto le sue insegne i popoli della nuova Europa. Ricordiamo anche i dubbi avanzati da Jacques Delors, allora gran Presidente della Commissione europea, che suggerì di “approfondire” prima l’Europa che c’è, tra gli stati fondatori per “poi” allargarne i confini ai nuovi richiedenti. L’euforia generale impedì di ascoltarlo. Da dove proveniva tale euforia? Dall’idea che ci si trovasse di fronte a un processo addolcito di globalizzazione, una progressiva unificazione del mondo intitolata alla civiltà dei diritti con la conseguenza che – in tempi che si potevano già intravedere – la linea di un giusto cosmopolitismo avrebbe prevalso su chiusure e su vecchi nazionalismi. L’Occidente, l’Europa sarebbero stati i soggetti regolatori di questo processo. Se si dovesse accennare al riflesso culturale di questo stato d’animo, che diventava realtà, si può ricordare il tono prevalente, nelle università “europeiste” e negli scritti che si affollavano nei vari dipartimenti: “l’Europa potenza civile”, questo era il modello di unificazione che avrebbe dato regole al mondo. Le voci discordi c’erano, e invitavano alla prudenza, ma sommerse dalla nuova “ideologia”. LA DISGREGAZIONE DEL SOGNO EUROPEO

Oggi siamo davanti a un processo di disgregazione dell’Europa, il primo di questa intensità da quando è nata la Comunità. L’Inghilterra se ne va in una indescrivibile confusione e con lei una cultura e una potenza. I paesi dell’Est (Polonia, Repub-


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EUROPA

LA GLOBALIZZAZIONE E I SUOI EFFETTI

Il processo di globalizzazione si va rovesciando sull’Occidente che lo ha promosso. È avvenuto anzitutto qualcosa di oggettivo: la crescita dei grandi Paesi, come la Cina, l’India e il Sud-Est asiatico, solo per ricordare gli esempi più eclatanti, sta togliendo il primato all’Occidente che non si riconosce più in quel processo globale che pure aveva contribuito in modo decisivo a produrre, e che sembrava essere nell’ordine delle cose. Processo globale che si rivelava tutt’altro da quello immaginato, dolce, soft, unificante. Dentro di esso, anche e proprio come controfaccia di uno spazio unificante, si andavano creando prima nidi di resistenza identitari, diventati successivamente nidi da cui sono partiti attacchi duri, qualche volta ultimativi, come l’esplodere dei fondamentalismi e le conseguenze che noi tutti conosciamo. Si sono andati accumulando fatti di varia natura che qui possono esser solo assai velocemente richiamati. Il mondo globalizzato era tutt’altro da quello immaginato

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blica ceca, Slovacchia, Ungheria) hanno formato un gruppo a parte, Visegrad, dominato da intensi sovranismi e forti deviazioni dai princìpi di una democrazia liberale. L’Italia, noto laboratorio di novità, è in preda ai più avventurosi populismi e nazionalismi. La Francia di Macron appare assediata dalla provincia e da una possibile rivincita del Front national lepenista. La Germania, che nonostante tutto assolve ancora alla funzione di “perno” di tutto, vede l’indebolimento dei partiti storici che hanno retto per settant’anni e del processo di integrazione. L’Austria guarda verso Visegrad. Il Nord-Europa, a sua volta in crisi nei suoi modelli storici (si pensi alla Svezia), si chiude. Rivincita austroungarica contro Berlino? La storia ritorna. E si deve aggiungere, come altro fatto primario: l’America di Trump considera l’Europa il suo principale nemico, per la prima volta l’America non incita l’Europa a unirsi, ma la spinge a disgregarsi. Che è accaduto? Che sta accadendo? Quali sono le prospettive?

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EUROPA

da una Europa ancora ingenua. In essa si sviluppavano potenti riflessi identitari da cui nascevano forme nuove di geopolitica di potenza, con riflessi dappertutto anche dentro l’Unione europea, e gli equilibri tra gli Stati che ne fanno parte. Inoltre, il mondo globalizzato e sempre più interdipendente non poteva né immaginare né pretendere di non vedere tutti gli effetti di questa nuova situazione. Il riferimento è soprattutto alla rottura dei confini, alla perdita del rapporto tra spazialità e politica, alla improvvisa visibilità universale di tutto. Tutto si trasferisce all’esterno. E dall’Africa affamata e in guerra e dal Medio Oriente affogato nei suoi conflitti eterni, e dai vari paesi poveri del Sud-America, masse sterminate di uomini si mettevano in marcia o a piedi o in barca verso di noi, un mondo che un cellulare rende ormai visibile. Gli spostamenti dei vecchi equilibri di mercato e produttivi (quando l’Occidente era un’area coesa) ha avuto effetti economici, politici e culturali di prima grandezza. L’impressione che l’Occidente subisse, più che governare, il processo che si era aperto ha avuto effetti devastanti. L’effetto, soprattutto sulla classe media che perdeva posizioni acquisite, dirompente. Un precipizio di cose in tempi veloci la risposta regressiva è apparsa quella più a portata di mano: chiudiamo i confini, ognuno basti a sé stesso. Lotta spietata all’immigrazione, dazi e gabelle. Dell’America si è impadronita (democraticamente) il presidente dell’America first, con effetti dirompenti anche e forse soprattutto sul vecchio Occidente che pare non solo indebolirsi, ma sparire, come tale nella sua unità, dalla scena. Qualcuno ha richiamato il centenario del celebre libro di Oswald Spengler, Il declino dell’Occidente, e il tema merita una riflessione più distaccata nelle sedi giuste.

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ELEZIONI 2019: IL DESTINO DELL’EUROPA

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Gli effetti di tutto questo sull’Europa sono drammatici, come se il processo di integrazione stesse assaggiando la possibilità della sua disgregazione o del suo riassestamento, ma in forme del tutto inedite. Abbiamo ricordato all’inizio i fatti emergenti. Ora proviamo a guardarli per gli effetti che possono provocare, con uno sguardo soprattutto all’Italia. Essa, infatti, costituisce la vera novità dell’anno che si va chiudendo. Qui l’effetto populista-sovranista ha aperto un laboratorio inedito: che potremmo chiamare il “laboratorio per una nuova solitudine”. Laboratorio tutto italiano, come tutto italiano fu, nel 1919, quell’insieme di cose che è passato alla storia come diciannovismo, seppure in forme nuove. Allora D’Annunzio ebbe un ruolo, fu un presagio. Oggi, con il serio rispetto che si deve al poeta, è il capocomico Grillo l’artefice. In entrambi i casi qualcuno estraneo alla politica

che poi se ne impadronisce. Una democrazia debole, confusa. Il mutamento strategico della Lega di Salvini è stato possibile per la presenza dei 5 stelle, non il contrario, comunque finisca l’esperienza di governo. La lotta all’Unione europea è ciò che finora ha tenuto insieme l’ircocervo. Uno dei due leader per furbizia tattica, l’altro per ignoranza di tutto. I leader vincenti – e Salvini soprattutto, sull’onda di un successo interamente dovuto alla chiusura dei porti – hanno immaginato una alleanza sovranista, una contraddizione in termini, e una nuova, mai sperimentata solitudine si potrebbe abbattere sull’Italia.

DOPO L’EUFORIA DEL POST-1989 OGGI SIAMO DAVANTI A UN PROCESSO DI DISGREGAZIONE DELL’EUROPA, IL PRIMO DI QUESTA INTENSITÀ DA QUANDO È NATA LA COMUNITÀ. Ma di fronte non c’è la forte Europa comunitaria che, con tutti i suoi limiti e difetti, anche essi certo colpevoli dello stato di crisi, ha costruito in settant’anni uno dei più grandi processi di integrazione che abbia conosciuto la storia. Di fronte c’è l’Europa che abbiamo descritto, e dunque si prospettano due alternative: o si accentua il processo disgregativo con l’effetto di una marginalizzazione dell’Europa, che può prendere varie forme impossibili qui a elencarsi, ma con una costante, quella dell’approfondirsi della crisi delle democrazie rappresentative liberali e la spinta verso democrazie illiberali e plebiscitarie, con sguardo rivolto verso Est; oppure si riesce a costruire una grande reazione che può avere come punto di riferimento il maggio 2019, la data delle elezioni per il Parlamento europeo. Lì si decide un destino. E l’affermazione non è né retorica né enfatica. Siccome l’Europa che “c’è”, di là dai sovranismi avanzanti, è tanta, dal mercato comune allo spazio di libera circolazione, a tanto altro, si può sperare che proprio da quel voto parta la reazione a ciò che sta accadendo dappertutto. Se ciò avvenisse, anche l’America dovrebbe tornare a guardare dentro di sé. La cosa non è facile, dappertutto i partiti storici che hanno governato l’Europa comunitaria sono in enorme difficoltà, dove non addirittura spariti. L’immaginazione allora si mette a lavorare, in presenza di una crisi che non ha precedenti, e allora essa, facendo il suo mestiere, “immagina” una grande alleanza pro-Europa, piena di cose nuove sia nelle forme di aggregazione sia nei programmi da rilanciare. Chi sa, il poeta diceva che nell’estremo pericolo proprio allora giunge la salvezza.


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IMMIGRAZIONE

Come cambia l’immigrazione dopo Salvini Paolo Iafrate

I

l D.l. n.113/2018 ha sostituito la protezione umanitaria stabilita dall’art. 5 comma 6 del Testo unico immigrazione (Tui, approvato con D.lgs 286/1998) con altri tipi di permesso di soggiorno. In particolare, ha introdotto all’art.1 il permesso di soggiorno per alcuni “casi speciali” a beneficio delle vittime di violenza domestica o grave sfruttamento lavorativo, di coloro che necessitano di cure mediche perché il loro stato di salute è gravemente compromesso e nei casi di calamità naturale e atti di particolare valore civile.

ARTICOLATO IN TRE PARTI (IMMIGRAZIONE, SICUREZZA PUBBLICA, BENI SEQUESTRATI O CONFISCATI ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA), L’ASPETTO PIÙ CONTROVERSO DEL DL È ABROGAZIONE DELL’ISTITUTO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO PER MOTIVI UMANITARI. LE DIVERSE TIPOLOGIE DI PERMESSO DI SOGGIORNO

Il permesso di soggiorno per calamità naturale (art. 20 bis Tui) viene rilasciato dal questore quando il Paese verso il quale lo straniero dovrebbe fare ritorno versa in una situazione di contingente ed eccezionale calamità naturale che non garantisce condizioni di sicurezza. Il titolo di soggiorno ha la durata di sei mesi, ed è valido solo nel territorio nazionale, consente di svolgere attività lavorativa, ma non può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Il permesso di soggiorno per atti di particolare valore civile (art. 42-bis Tui) viene rilasciato dal Ministero dell’Interno, su proposta del Prefetto, ai sensi della Legge 13/1958, art. 3, in diversi casi che evidenzino queste apprezzabili finalità: assiste-

re persone esposte ad imminente e grave pericolo: impedire o diminuire il danno (di cui grave disastro pubblico o privato); per ristabilire l’ordine pubblico gravemente turbato; effettuare l’arresto (o contribuire ad esso) di malfattori; concorso al progresso della scienza o il bene dell’umanità; tenere alti il nome ed il prestigio della patria. In tali casi, il questore rilascia un permesso di soggiorno per atti di particolare valore civile della durata di due anni, rinnovabile, che consente l’accesso allo studio nonché lo svolgimento di attività lavorativa e può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo o subordinato. Nei casi in cui ricorrono i presupposti del precedente istituto della protezione umanitaria a modifica parziale dell’art.32 comma 3, D.lgs 25/2008, la commissione territoriale trasmette gli atti al questore per il rilascio di un permesso di soggiorno annuale recante la dicitura “protezione speciale”. Questo permesso è rinnovabile, previo parere della medesima commissione, e consente di svolgere attività lavorativa ma non può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Il D.l. n.113/2018 si occupa anche del mancato riconoscimento dei presupposti per la protezione speciale e dei ricorsi in caso di diniego del permesso di soggiorno e stabilisce questa disciplina transitoria: per i PAOLO titoli di soggiorno per motivi IAFRATE umanitari, in corso di validi- Docente di Regolamentazione tà al momento dell’entrata in nazionale ed vigore del decreto, alla loro europea in scadenza, che possono essere materia di rinnovati, previo parere del- immigrazione Integrativo presso le Commissioni competenti, l’Università degli purché sussistano i presuppo- Studi di Roma Tor sti previsti dalle nuove nor- Vergata.

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Pubblicato sulla Gazzetta ufficiale lo scorso 4 ottobre, il Decreto legge n.113/2018 – il cosiddetto Dl sicurezza e immigrazione fortemente voluto da Salvini – introduce diverse modifiche nel sistema di protezione umanitaria e accoglienza e soprattutto su questioni quali regime di espulsione, protezione internazionale e concessione della cittadinanza.

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IMMIGRAZIONE

me; per i permessi di soggiorno per motivi umanitari già riconosciuti dalle Commissioni territoriali ma non ancora consegnati. In tali casi al cittadino straniero è rilasciato un permesso di soggiorno recante la dicitura «casi speciali» della durata di due anni, convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo o subordinato. Al riguardo, è opportuno osservare che di recente il Tribunale di Palermo (prima sezione civile, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea) attraverso una soluzione interpretativa della norma transitoria – ritenendola applicabile anche alla fase giurisdizionale – ha riconosciuto ad un cittadino straniero perfettamente integrato sul territorio nazionale, che svolge regolare attività di lavoro subordinato, il permesso di soggiorno “per casi speciali”. Nel caso di specie il giudice di merito ha accertato «il diritto del ricorrente […] di ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari ai sensi dell’art. 5, comma 6, D.lgs. n. 286/98 (riguardato nella formulazione antecedente rispetto all’entrata in vigore del D.l. n. 113/18) e, conseguentemente ha dichiarato il diritto del medesimo di ottenere un permesso di soggiorno “per casi speciali” ai sensi dell’art. 9, comma 1 del D.l. n. 113/18, disponendo la trasmissione degli atti al Sig. Questore della Provincia territorialmente competente per il rilascio di detto permesso di soggiorno)». Al contrario il Tribunale di Firenze con ordinanza del 14 ottobre 2018 ha ritenuto non applicabile il D.l n.113/2018 ai procedimenti in corso, poichè la legge dispone per l’avvenire e quindi non ha effetto retroattivo (articolo 11 del delle preleggi, Codice civile). In entrambi i casi il giudice di merito ritenendo ancora esistente una «gravissima situazione» nel Paese di provenienza del ricorrente, al fine di evitare una disparità di trattamento tra i cittadini stranieri che hanno inoltrato la domanda di protezione o presentato il ricorso giurisdizionale prima del 5 ottobre 2018, ha disposto la trasmissione degli atti al questore per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Tale orientamento è stato seguito dai Tribunali sezione specializzata immigrazione di Roma, Milano, Brescia e Genova. Confronti | dicembre 2018

MODIFICHE AL REGIME DI ESPULSIONE

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Il Decreto legge all’art.2 ha previsto l’aumento del trattenimento nei Centri di permanenza e rimpatri (Cpr), portandolo da novanta a centottanta giorni. All’articolo 3 è stato previsto il trattenimento dei richiedenti asilo e degli irregolari ai valichi di frontiera. In particolare, i richiedenti asilo possono essere trattenuti per un periodo della durata massi-

ma di trenta giorni nei cosiddetti hotspot affinché si possa accertarne l’identità e la cittadinanza. Ove non sia stato possibile determinarne o verificarne l’identità o la cittadinanza, il richiedente può essere trattenuto per un periodo massimo di 180 giorni all’interno dei Cpr. Modificando l’articolo 13, l’articolo 4 stabilisce al comma 5-bis del Tui che il cittadino straniero possa essere trattenuto negli uffici di frontiera, oltre che nei Cpr, qualora non vi sia la disponibilità di posti, previa l’autorizzazione del giudice di pace, su richiesta del questore con il decreto di fissazione dell’udienza di convalida. L’autorità giudiziaria può autorizzare la temporanea permanenza del cittadino straniero, sino alla definizione del procedimento di convalida, in strutture diverse e idonee nella disponibilità dell’Autorità di pubblica sicurezza. Qualora le condizioni permangono anche dopo l’udienza di convalida, il giudice può autorizzare la permanenza in locali idonei presso l’ufficio di frontiera interessato, sino all’esecuzione dell’effettivo allontanamento e comunque non oltre le quarantotto ore successive all’udienza di convalida. L’articolo 5 prevede una disposizione integrativa dell’articolo 13, comma 13 del Testo unico in materia di immigrazione, finalizzata a specificare che il divieto di reingresso nei confronti dello straniero destinatario di un provvedimento di espulsione ha efficacia nell’intero spazio Schengen. L’articolo 6 aumenta lo stanziamento dei fondi per i rimpatri: cinquecentomila euro nel 2018, un milione e mezzo di euro nel 2019 e un altro milione e mezzo nel 2020. NUOVE REGOLE DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE

In relazione alla revoca o diniego della protezione internazionale e dello status di rifugiato, l’art.7 del D.l. 113/2018 introduce alcune modifiche al decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251, che in caso di condanna definitiva, rappresentano motivo di diniego o di revoca, rispettivamente dello status di rifugiato e di quello di beneficiario di protezione sussidiaria, fattispecie delittuose come quelle di violenza sessuale e dei reati di produzione, traffico e detenzione ad uso non personale di stupefacenti, nonché di rapina ed estorsione, che, precedentemente, erano rilevanti solo nelle fattispecie aggravate, nonché i reati di violenza o minaccia a pubblico ufficiale, di resistenza a pubblico ufficiale, le lesioni personali gravi e gravissime, il reato di mutilazione degli organi genitali femminili nonché i reati di furto e furto in abitazione aggravati dal porto di armi o narcotici. Al riguardo, il D.l. n.113 prevede che in caso di pericolo per sicurezza o l’ordine pubblico o di condanna anche in primo grado per uno dei reati in


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questione, il questore deve dare “tempestiva comunicazione” alla Commissione territoriale, la quale “provvede nell’immediatezza all’audizione dell’interessato e adotta contestuale decisione”. L’art. 8 in materia di cessazione dello status di rifugiato e di protezione sussidiaria, invece stabilisce che il rientro del titolare dello status di rifugiato o del titolare di protezione sussidiaria nel Paese di origine è indice, salvo la valutazione del caso concreto, della volontà del rifugiato di ristabilirsi in tale Paese o del mutamento delle circostanze che hanno determinato il riconoscimento della protezione sussidiaria. L’art.12 del Decreto legge n.113, prevede che il Sistema per l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati (Sprar) sia limitato solo ai titolari di protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati. La definizione Sprar muta in Sistema di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati. L’articolo 13 del decreto prevede che i richiedenti asilo non possano iscriversi nelle liste anagrafiche tenute dal Comune, nonché la sostituzione del termine “luogo di residenza”, in “luogo di domicilio” al decreto legislativo 18 agosto 2015, n.

respinti

protezione umanitaria

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IMMIGRAZIONE

142, art.5, comma 4. Nella relazione illustrativa al Decreto legge si evidenzia che: l’esclusione dall’iscrizione all’anagrafe non pregiudica l’accesso ai servizi riconosciuti dalla legislazione vigente ai richiedenti asilo (iscrizione al servizio sanitario, accesso al lavoro, iscrizione scolastica dei figli, misure di accoglienza) che si fondano sulla titolarità del permesso di soggiorno. Sul punto è opportuno segnalare che il giudice di legittimità ha osservato che: «Il diritto alla residenza, ovvero il diritto ad essere iscritti alle liste anagrafiche tenute dai comuni, si configura come un diritto soggettivo e non un interesse legittimo (cfr. Cass. S.u. n. 499/2000). All’interno del medesimo articolo viene ribadito altresì che il permesso di soggiorno costituisce documento di riconoscimento ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera c), del Dpr 28 dicembre 2000, n. 445». CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA

In relazione alla richiesta di cittadinanza italiana il Decreto legge all’art.14 ha esteso il termine per la concessione della cittadinanza sia per residenza che per matrimonio a 48 mesi, rispetto ai 730 giorni previsti prima dell’entrata in vigore del ci-

protezione sussidiaria

rifugiati

100 90 80 70 60 50 40 30 20 10

In Europa, nell’arco del 2017, quasi la metà (46%) delle richieste di asilo ha ottenuto esiti positivi già nel primo grado, in diverse forme: ottenimento dello status di rifugiato, di protezione sussidiaria, di autorizza-zioni per motivi umanitari. Circa il 23% di tutti gli esiti positivi ha portato alla concessione dello status di rifugiato. In termini assoluti, la protezione umanitaria è stata concessa a 77.530 migranti (di cui 50.420 in Germania, 20.015 in Italia, 2.425 in Svezia). Dati Eurostat.

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EU-28 Irlanda Lituania Lettonia Malta Slovacchia Lussemburgo Slovenia Estonia Romania Austria Portogallo Belgio Cipro Germania Olanda Finlandia Svezia Grecia Italia Bulgaria Spagna Danimarca Croazia Ungheria Regno Unito Francia Polonia Repubblica Ceca Svizzera Norvegia Liechtenstein Islanda

%

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tato testo, e aumenta i costi per la richiesta della stessa passando da 200 a 250 euro. Inoltre, ha disposto la revoca della cittadinanza in caso di condanna per reati collegati ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale. Il Decreto legge n.113/18 ha previsto altresì al Titolo II, Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa un più ampio ricorso alle misure di prevenzione, che limitano la libertà, quali: il divieto d’accesso a determinati luoghi, il rimpatrio con foglio di via obbligatorio, il divieto di permanenza in una o più province a sorveglianza speciale o la confisca patrimoniale. Tali restrizioni possono essere adottate nei confronti di soggetti indagati per occupazione arbitraria di immobili o terreni. Inoltre è stato introdotto il Divieto di accedere alle manifestazioni sportive (Daspo) urbane che consente l’allontanamento da stazioni, aeroporti, strade o zone turistiche di chi ne “ostacola la libera fruizione” (cioè clochards e altri “indesiderabili”). Tale misura verrà disposta anche nelle aree su cui si trovano presidi medici e dove si svolgono “mercati, fiere e pubblici spettacoli” (art. 23, che modifica l’art. 9 della legge 48/2017). Il Decreto legge 113 modifica anche l’art. 633 del Codice penale relativo alle occupazioni arbitrarie di immobili aumentando la pena da 2 a 4 anni e a una multa compresa tra 206 e 2.064 euro. Viene altresì consentito l’utilizzo del taser (pistola elettrica a impulsi elettrici) per le polizie municipali delle città di oltre 100.000 abitanti che dopo una sperimentazione di 6 mesi (da parte di due agenti di polizia municipale) potranno adottare l’arma stabilmente.

problematiche e perciò meritevoli della massima attenzione. Per completezza espositiva si rappresenta che il 7 novembre 2018, in sede di approvazione al Senato della legge di conversione del D.l n.113/2018 è stato introdotto l’art. 7 bis che ha previsto l’istituzione dell’elenco dei Paesi di origine sicuri (in base alle informazioni rilasciate dalla Commissione nazionale e da fonti europee ed internazionale (Easo, Unhcr, Consiglio d’Europa e e da altre organizzazioni internazionali competenti) e la procedura per la domanda di protezione internazionale manifestatamente infondata mediante una procedura semplificata, nonché ha stabilito all’art.10 “il principio dell’alternativa di fuga interna” . Sulla base di questo presupposto il cittadino straniero può essere rimpatriato in zone diverse del paese di origine – rispetto a quella dalla quale è fuggito ove non si rilevano rischi di persecuzione. In tale ipotesi la domanda di protezione internazionale viene rifiutata.

IL NUOVO DECRETO IN SINTESI

Al riguardo il cittadino straniero potrà richiedere l’asilo costituzionale ai sensi dell’art.10 comma 3 al Tribunale sezione specializzata per l’immigrazione sulla base dell’art. 10, comma 3 Cost. che può trovare immediata applicazione anche in mancanza di leggi ordinarie. Tanto più che sussistono gli obblighi internazionali ed europei stabiliti dall’art. 117, comma 1 Cost che impongono al legislatore il rispetto delle fonti sovranazionali. Il parametro di riferimento dal quale partire per garantire i diritti del cittadino straniero può essere rappresentato dall’art. 2 Cost., nel diritto alla vita privata e familiare, protetto dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. In fase di conversione in legge del decreto n.113/2018 è dunque auspicabile che si pervenga a un ragionevole e proporzionato bilanciamento tra la salvaguardia dell’ordine pubblico e la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.

L’intervento del Decreto Legge n.113/2018 in materia di immigrazione e asilo può essere riassunto nei seguenti punti: a) sostituzione del permesso di soggiorno per motivi umanitari con altre tipologie di permesso di soggiorno; b) la mancata iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo; c) nuova disciplina in materia di revoca dello status di protezione internazionale qualora vengano commessi gravi reati; d) rideterminazione del Sistema di protezione per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati; e) revoca della cittadinanza acquisita dagli stranieri condannati in via definitiva per reati di terrorismo; f ) aumento del trattenimento presso i Centri di permanenza e rimpatri (Cpr) da 90 a 180 giorni. Tra le innovazioni giuridiche diverse risultano

La sostituzione del permesso di soggiorno per motivi umanitari derivanti da obblighi costituzionali e internazionali con l’introduzione di nuovi titoli di soggiorno, solleva qualche problematica dal punto di vista giuridico, stante la parziale tutela garantita al cittadino straniero. L’istituto del permesso di soggiorno per motivi umanitari costituiva una sorta di clausola di salvaguardia del sistema che consentiva l’autorizzazione al soggiorno in tutte quelle fattispecie concrete, da ritenere meritevoli secondo l’orientamento costituzionale e il diritto internazionale che non trovavano risposta nella normativa sull’asilo.


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IMMIGRAZIONE

Il Dl Salvini e i richiedenti asilo

«I

l sistema di accoglienza straordinario per richiedenti asilo e rifugiati è scarsamente trasparente». In Italia tra il 2012 al 2017 il sistema è stato finanziato attraverso diecimila contratti pubblici; l’assegnazione dei fondi è avvenuta attraverso bandi e gare su tutto il territorio nazionale, a gestione provinciale, da parte delle prefetture. Che mostrano «disomogeneità delle stime e delle voci di spesa». Dal Nord al Sud, specialmente. Non solo. Nonostante tali dati siano pubblici, conoscerli, per i semplici cittadini, è molto complicato. A dirlo è l’ultimo rapporto realizzato da Openpolis e da Action Aid, Centri d’Italia. Bandi, gestori e costi dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati. Le stesse organizzazioni, infatti, per poter analizzare e ottenere i dati completi hanno fatto ricorso a una procedura di accesso generalizzato agli atti, il cosiddetto Foia – cioè il Freedom of information act, adottato in Italia con il Disegno di legge 97/2016 – richiedendo alle Prefetture le informazioni sui centri attivi sui vari territori, su quali fossero le presenze, quali i gestori e i relativi interessi e pagamenti. Il quadro che ne è venuto fuori dallo studio è preoccupante, problematico dal punto di vista dell’amministrazione pubblica.

LO SCORSO 2 NOVEMBRE SALVINI HA ANNUNCIATO UN PROVVEDIMENTO CHE TAGLIERÀ I COSTI E I SERVIZI PRO CAPITE, E PRO DIE, PER OGNI RICHIEDENTE ASILO ACCOLTO DALLO SPRAR. LA DESTRUTTURAZIONE DELLO SPRAR

Fino ad oggi il sistema d’accoglienza ordinario italiano per richiedenti asilo e rifugiati era lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) – ciò di cui ci parla, autorevolmente, Tonino Perna, in queste stesse pagine, nda – sistema che ora è stato oggetto di una vera e propria destrutturazione ad opera del Decreto sicurezza e immigrazione, così detto Salvini, in discussione alla Camera dopo essere stato approvato lo scorso 7 novembre in

prima battuta al Senato. Dunque, fino ad ora il testo di legge che disciplinava i Centri di accoglienza in Italia era il D.lgs n. 142/2015 e la normativa prevedeva che l’accoglienza dei richiedenti asilo fosse divisa in tre fasi temporali. Una prima, di soccorso, prima assistenza e identificazione da svolgere nei così detti hotspot, centri istituiti nei pressi dei porti di sbarco. Una seconda fase, che corrisponde alla prima accoglienza, assicurata nei centri governativi variamente denominati Centri di accoglienza per i richiedenti asilo (Cara), Centri di accoglienza (Cda), Centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa), teoricamente per il tempo necessario all’accertamento di una vulnerabilità o, comunque, dello stato di salute;. Tutto ciò prima del passaggio alla seconda accoglienza, che doveva essere garantita, secondo la legge 189/2002 che l’aveva istituito, dal sistema di protezione e tutela Sprar, gestito dall’Associazione nazionale dei comuni italiani, l’Anci, insieme al Servizio centrale, struttura di coordinamento istituita presso il Ministero degli Interni. Tutto ciò doveva avvenire in linea teorica. Nei fatti è andata diversamente. È avvenuto invece che tra il 2012 e il 2017 il sistema di accoglienza transitorio (per intenderci, quello straordinario, emergenziale, affidato alle prefetture), «ha ospitato l’80% dei richiedenti asilo». Spiegano nel già citato rapporto i ricercatori di Action Aid e Openpolis: «È stato fatto grande ricorso, con comportamenti diversi da prefettura a prefettura, degli affidamenti diretti». I ricercatori riferiscono che il numero totale degli appalti nel settore dati con affidamenti diretti, negli ultimi cinque anni, è una cifra pari a 1675. Per un volume complessivo finanziario di 413 milioni di euro, sol- GAETANO DE di pubblici assegnati senza MONTE Giornalista, banda di gara. Al di là di Mediterranean questo, c’è un dato che colpi- Hope – sce, in particolare. Il 20% delle programma assegnazioni dirette, sul totale migranti e rifugiati della Federazione di tutte le prefetture italiane, è delle Chiese avvenuto in provincia di Tra- evangeliche in pani. In altri termini, e con al- Italia (Fcei).

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Gaetano De Monte

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tri dati: la prefettura siciliana negli ultimi cinque anni ha stanziato 156 milioni di euro per i centri di accoglienza straordinari, di questi, 73 milioni sono stati assegnati con procedura diretta, senza gara. Per dare ancor più l’idea della rilevanza del dato siciliano, a Roma, negli stessi anni sono stati stanziati per l’accoglienza straordinaria 639 milioni di euro; di cui 668 mila euro assegnati senza procedura di evidenza pubblica. TRAPANI, PADRONA PREFETTURA

La provincia di Trapani e quella di Torino sono i due estremi geografici che i ricercatori hanno preso come riferimento nel dettaglio. Svelando così appunto che la provincia trapanese, 68 mila abitanti, «è risultata tra quelle con una maggiore incidenza di migranti ospitati nei centri. Alla fine di marzo del 2018 erano 1453 quelli accolti nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) del territorio provinciale, e 550 i richiedenti asilo ospitati negli Sprar, a cui si aggiungono i migranti sbarcati e condotti all’interno dell’hotspot con una capienza di 400 posti». Sono 22 i centri di accoglienza straordinaria nel territorio trapanese. La capienza media di ogni centro è di 70 posti. Tre cooperative sociali gestiscono, da sole, quasi la metà dei posti previsti per l’accoglienza. La cooperativa L’Arca, per esempio, ha ricevuto nel 2017 dalla prefettura 3 milioni e 600 mila euro, per gestire tre Cas da 150, 100 e 96 posti. Non solo. La cooperativa Badia grande ha ricevuto quasi 5 milioni di euro l’anno scorso per la gestione, senza bando, dell’hotspot, e di un centro di accoglienza straordinario. Utili finanziari stabili anche per la cooperativa sociale Vivere con che ha ricevuto quasi due milioni di euro, lo scorso anno, per gestire due Centri di accoglienza da 120 e da 80 posti. «È del tutto assente un modello di accoglienza diffusa in appartamenti», conferma all’interno del rapporto di Openpolis Alberto Biondo, operatore sociale di Borderline Sicilia, associazione che fornisce assistenza legale, advocacy e tutela dei migranti, oltre che svolgere un ruolo di informazione e sensibilizzazione delle popolazioni sulle questioni migratorie. «Complessivamente il nostro giudizio sul modello di accoglienza trapanese è negativo», dice Biondo: «È negativo, come nel palermitano, nel catanese, nel messinese». E poi conclude, «perchè è un sistema di non accoglienza».

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IL MODELLO TORINESE

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Agli antipodi, invece, come modello di accoglienza, sembra essere la provincia di Torino, la quale ospita, sì, sul suo territorio diversi centri temporanei e anche un Cpr, un Centro per il rimpatrio con una capienza teorica di 180 posti, ma che mette a disposizione anche 880 posti nel sistema Sprar, e con gli stessi centri temporanei a disposizione che sono 409, cioè 20 volte in più quelli presenti nella provincia

di Trapani. Una sproporzione che evidenzia, stando alla “distribuzione”, un modello di accoglienza diverso, appunto. E, tuttavia, anche se nel territorio piemontese sono molti i piccoli centri, la gran parte dei migranti è ancora accolta nelle grandi strutture. Qui tra gli enti gestori a farla da “padroni” per volumi finanziari sono la Croce Rossa, la cooperativa Isola di Ariel, il consorzio In rete e la cooperativa Aquarinto. Ma, raccontano esperti del sistema come l’antropologa Cristina Molfetta del coordinamento di associazioni Non solo asilo, «nel complesso il nostro giudizio sul modello Torino è positivo, per il fatto che fino ad ora c’è stato il tentativo di favorire le prime accoglienze». Sono molti, infatti, i casi in cui l’accoglienza si sviluppa in maniera diffusa. È in particolare nei centri gestiti attraverso accordi con gli enti locali, che il 75% delle persone è accolta in strutture in cui si trovano meno di 20 ospiti. Agli antipodi con Trapani, dunque. SENZA ACCOGLIENZA, NESSUNA INTEGRAZIONE

Intanto il 2 novembre scorso il Ministro degli Interni Matteo Salvini annunciava attraverso la sua pagina Facebook un provvedimento che potrà dare il colpo di grazia proprio al più efficace e virtuoso sistema di accoglienza per i profughi, lo Sprar, cioè il taglio dei costi e dei servizi pro capite, e pro die, per ogni richiedente asilo accolto; che passerà, nelle intenzioni del Governo, da 35 a 18 euro, per «combattere il business dell’immigrazione», usando un’espressione cara alle forze politiche sovraniste, che, in realtà, produrrà soltanto l’impossibilità per gli enti gestori virtuosi di continuare ad assicurare servizi adeguati, vista l’impossibilità di assumere mediatori culturali, operatori formati e figure professionali adeguate. Non solo. L’associazionismo legato al mondo delle cooperative sociali ha calcolato che con i tagli saranno a rischio almeno diecimila posti di lavoro. Ma c’è di più. Stando a quanto hanno scritto in una lettera ai presidenti di Camera e Senato organizzazioni umanitarie come Medici senza frontiere, Emergency e Centro Astalli, «con le nuove previsioni governative, sarebbe a forte rischio la tenuta psico-fisica dei richiedenti asilo», dato il grave taglio finanziario proprio agli strumenti di integrazione, quali la formazione, l’inserimento socio lavorativo, l’apprendimento linguistico. E, come ha ammonito più volte il direttore dell’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), Luigi Manconi: «l’accoglienza e l’integrazione degli stranieri costituiscono non soltanto l’espressione di quella solidarietà che è ad un tempo libertà del singolo e dovere inderogabile della collettività, ma anche una sfida da vincere per il Paese, grazie all’arricchimento che genera ogni confronto tra diversi».


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Papa e donne, senza riforme Maria Immacolata Macioti

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hi avrebbe immaginato che a fine 2018 avremmo avuto, ancora una volta, un duro monito papale contro l’aborto? In realtà papa Francesco, noto per le sue prese di posizione pro immigrati, a favore dei poveri e contro le chiusure, i muri, i fili spinati che hanno cercato di impedire tanti esodi, lo stesso Francesco che si era conquistato il rispetto di cattolici e non cattolici per le sue scelte di vivere fuori dalle imponenti stanze del Vaticano, che aveva ospitato sotto il porticato di San Pietro poveri senza tetto, premurandosi di far fare gabinetti per loro uso e consumo, con il suo discorso dell’udienza generale del 10 ottobre ha sconcertato molti. Cosa ha detto, di tanto straordinario? Nulla, in realtà, che non fosse insito nella sua posizione, nel passato della Chiesa. E, temiamo, anche nel suo stile.

LE PAROLE DI BERGOGLIO SUONANO SIMILI A QUELLE DI WOJTYLA QUANDO, NEL 1993 SPINGEVA MORALMENTE LE DONNE CHE – NEI BALCANI – ERANO STATE OGGETTO DI STUPRI, A TENERE IL FIGLIO DERIVATO DALLA VIOLENZA. IN CONTINUITÀ CON GIOVANNI PAOLO II

Commentando il quinto comandamento, il papa ha posto uno sconcertante interrogativo: «Un approccio contraddittorio consente anche la soppressione della vita umana nel grembo materno in nome della salvaguardia di altri diritti. Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare? Io vi domando: è giusto “fare fuori” una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un proble-

ma? Non si può, non è giusto “fare fuori” un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema». «È giusto affittare un sicario per risolvere un problema»?! Come si può pronunciare una frase del genere, derogatoria oltre tutto per i medici che intervengono in base a una legge dello Stato? Come si può, ancora, nuovamente, ignorare le grandi difficoltà in cui a volte si sono trovate e si trovano alcune donne che hanno fatto e fanno scelte del genere non certo per incoscienza o superficialità, ma per duri, costringenti motivi? Aveva fatto a suo tempo discorsi del genere Giovanni Paolo II, di fatto moralmente spingendo le donne che nei Balcani e altrove erano state oggetto di stupri – spesso, da parte di più uomini – e che magari ne avevano derivato anche malattie debilitanti tipo l’Hiv, a tenere il figlio derivato dalla violenza. Proprio a tal proposito aveva scritto, nella sua lettera del 2 febbraio 1993 indirizzata all’allora arcivescovo di Sarajevo Vinco Pulić: «Anche in una situazione così dolorosa bisognerà aiutarle [le donne vittime di stupro, ndr] a distinguere tra l’atto di deprecabile violenza, subito da parte di uomini smarriti nella ragione e nella coscienza, e la realtà dei nuovi esseri umani, venuti comunque alla vita. […] Tutta la Comunità, pertanto, dovrà stringersi intorno a queste donne così dolorosamente offese e ai loro familiari, per aiutarli a trasformare l’atto di violenza in un atto di amore e di accoglienza» Protestarono intellettuali come Ida Magli, protestò lo stesso teologo Gianni Baget Bozzo, sottolineando l’intolleranza di una simile posizione. Scriveva, infatti: MARIA «È doloroso pensare che la IMMACOLATA proibizione dell’aborto sia di- MACIOTI Sociologa, già ventata una sorta di legge di Prof. di Sociologia pietra per il mondo vaticano. – Università Una legge che prevale sulla Sapienza di Roma.

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Nel commentare il quinto comandamento – “Non uccidere” – lo scorso 10 ottobre, papa Bergoglio ha usato parole dure contro la pratica dell’aborto. Il discorso ha suscitato molte reazioni, anche aspre, soprattutto da quanti ritengono il commento del papa una grave ingerenza sulla Legge 194 dello Stato italiano che regolamenta l’aborto.

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carità.» (La Repubblica del 27 febbraio 1993, p. 15). Nessuna carità cristiana nei confronti di queste donne, laddove, a metà degli anni Novanta del secolo scorso, si usò tutt’altro metro nei confronti di cattolici responsabili di spaventosi delitti, in Rwanda. La Chiesa cattolica ha accolto suore e sacerdoti ricercati dalla polizia per atroci crimini che essa ha cercato di occultare, li ha difesi assegnando loro, magari, un ruolo di parroco in Toscana, cercando di sottrarli ai tribunali internazionali: di fatto, riuscendovi a lungo (vedi Vania Lucia Gaito, Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica, L’Asino d’oro, Roma 2014 e Maria I. Macioti, Genocidi e stermini di massa. Il Novecento a confronto, Guida Editori, Napoli 2018). Responsabili acclarati di crimini atroci contro centinaia di persone, secondo Giovanni Paolo II avrebbero dovuto essere perdonati, aiutati, in quanto nominalmente sacerdoti. Donne innocenti, vittime di atti di violenza collettiva, avrebbero dovuto invece convivere con il frutto della violenza. Oggi, un pontefice ritenuto aperto al sociale, attento agli emarginati, un sacerdote che si pone al fianco dei più deboli ha, di nuovo, parole non accettabili contro donne che, certamente per serie ragioni, hanno deciso di ricorrere all’interruzione della gravidanza. Come è possibile?

prio entrare nel merito di scelte femminili dolorose (come quella dell’aborto), sanzionandole? Ce la saremmo attesa, una posizione come quella che stiamo criticando, da Giovanni Paolo II o dalla Fondazione Lepanto. Non da papa Francesco. Ma forse chi ha creduto in un papa più aperto al sociale, rispettoso dei diritti altrui, ha sbagliato. Ha equivocato. Perché è vero che più volte questo pontefice ha indicato con forza le carenze, i passi sbagliati di alcune nazioni, e che ne ha sanzionato i comportamenti asociali, il rigetto ad esempio di migranti in fuga da paesi coinvolti in guerre implacabili, da città e villaggi un tempo fiorenti, ridotti a un cumulo di rovine. Ma, appunto, quelli che venivano sanzionati, duramente ripresi, erano società civili, governi. Ma ha Francesco perseguito radicali mutamenti nella Chiesa romana? E laddove sembrava averli iniziati, li ha poi portati a termine? Non ci sembra. Uno dei grandi cambiamenti richiesti riguardava appunto il ruolo delle donne, la possibilità per esse di avere accesso a tutti i ministeri ecclesiali. Si è molto parlato, si è auspicata la possibilità del matrimonio, per il clero. Si è presa in considerazione questa richiesta? Per ora no: vedremo se il Sinodo speciale per la regione pan-amazzonica, previsto per l’ottobre del 2019, ammetterà l’ordinazione di viri probati, cioè di uomini già sposati.

IL RUOLO DELLE DONNE NELLA CHIESA CATTOLICA

RIFORME MANCATE

Peraltro le donne, nella Chiesa cattolica, hanno questo doppio status di presenti e assenti. Presenti, tanto che senza di loro si fermerebbero molti istituti religiosi, parrocchie, attività basate sul lavoro silenzioso delle suore. Ma assenti, perché non possono essere ammesse al sacerdozio. Perché, pur presenti in momenti rilevanti come il Sinodo dei vescovi (lo si è visto anche nell’ultima Assemblea, due mesi fa), non votano. Come accettare questo trattamento di emarginazione e allontanamento da mete pure legittimamente desiderate? È vero, infatti, che vi sono donne cattoliche che ipotizzano la donna-prete, e magari desiderano per se stesse il sacerdozio; però – senza voler, da sociologa, dirimere un problema ecclesiale e teologico – ci sembra che la maggior parte delle teologhe, e dei gruppi femministi cattolici che si pongono il problema, non desiderino affatto il “sacerdozio” perché – affermano – questa categoria non rientrava nella visione di Gesù per la sua comunità; vorrebbero invece, come del resto ormai da tempo avviene in moltissime Chiese evangeliche, e in altre Chiese, che le donne potessero essere accolte, come gli uomini, in tutti i “ministeri”. Perciò, per tornare al tema di fondo di queste nostre riflessioni, viene spontanea la domanda: in una Chiesa che, come quella cattolica, mantiene saldamente in mani maschili il controllo del sacro, bisogna pro-

Insomma, nel pontificato di Francesco non ci sono stati, finora, cambiamenti profondi su alcuni punti davvero nodali; e, certamente, non cambiamenti dottrinali. Aborto ed eutanasia sono entrambi fraintesi e sanzionati. Ha scritto al pontefice, in toni gentili, Dacia Maraini (vedi blog La 27esima ora del Corriere della Sera, dello 16 ottobre scorso), manifestando il proprio disagio di fronte a un pontefice che parla di “sicario” in rapporto ad un aborto infine deciso da una donna. Federico Tulli in Adista (L’aborto non è un omicidio, n. 37, 27.10.18) parla di disprezzo per la libertà di scelta e di un pensiero violentissimo nei confronti delle donne: posizioni coerenti, sottolinea lo scrittore, con quelle che Bergoglio aveva da vescovo di Buenos Aires, e da presidente della Conferenza episcopale argentina. Ma il ruolo di capo della Chiesa cattolica non avrebbe dovuto indurre, in Francesco, cautela, comprensione? Non avrebbe dovuto, il papa, evitare di andare contro una legge dello Stato italiano, già in difficoltà proprio a causa di medici che si richiamano all’obiezione di coscienza per non praticare l’interruzione di gravidanza, salvo poi magari ignorare ogni altro insegnamento cristiano?


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BRASILE

Nuovo ordine brasiliano Teresa Isenburg

Dopo la deposizione di Dilma Rousseff nell’agosto del 2016 e l’incarcerazione di Lula da Silva, favorito dai sondaggi nonostante le accuse di corruzione che ha investito il Partito dei lavoratori, nelle ultime elezioni presidenziali in Brasile è uscito vincitore il candidato dell’ultradestra. Come cambierà il Paese e come influirà sulla politica mondiale?

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l 28 ottobre 2018 a San Paolo ho seguito la conclusione del secondo turno elettorale insieme a giovani, per lo più coppie con bambini piccoli. Vedere l’espressione, gli occhi lucidi, il silenzio ferito di chi vede una tenda nera calare davanti a sé non è cosa che dimenticherò. Né dimenticherò i visi seri, lo sguardo angustiato e chino delle persone per la strada della infinita metropoli che Italo Calvino forse chiamerebbe Trude o Cecilia. Il candidato dell’estrema destra Jair Bolsonaro aveva distanziato di dieci punti percentuali il candidato riformista Fernando Haddad.

IL 28 OTTOBRE SI È TENUTO IL BALLOTTAGGIO DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI IN BRASILE. NE È USCITO VINCITORE, DOPO UNA CAMPAGNA GIOCATA ANCHE SUI SOCIAL, JAIR BOLSONARO: EX MILITARE E DIFENSORE DEL REGIME.

di San Paolo (lo Stato più popoloso e trainante) Geraldo Alkmin, al secondo posto varie ipotesi. Ma il 7 ottobre le urne hanno espresso al primo posto un ex militare, politico di professione (oltre venti anni nel Congresso), di estrema destra, difensore del regime militare (1964-1984) e della tortura Jair Bolsonaro; al secondo posto Fernando Haddad, del PT/Partito dei lavoratori. Una situazione polarizzata: autoritarismo anticostituzionale da un lato, inclusione in base ai principi della Costituzione dall’altro. I gruppi dei grandi partiti tradizionali di centro destra sono crollati, il PSL/Partito social-liberale che aveva il solo Bolsonaro è balzato a oltre 50 deputati, il PT ha il maggior numero di eletti. Il Congresso è polverizzato in 30 partiti, meno della metà dei deputati si è rieletta (240 su 513), fra i governatori, 10 sono di centro sinistra, 13 di centro destra e i rimanenti incerti (in totale gli stati sono 27).

Ma perché tanta tristezza? Non era un normale turno elettorale che ogni quattro anni si ripete? Formalmente sì, di fatto no. Infatti dall’agosto 2016 a Brasilia siede un governo illegittimo che ha deposto in modo anticostituzionale la presidente Dilma Rousseff. Inoltre è stata impedita la candidatura dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, favorito dai sondaggi. Un processo manipolato, una incarcerazione arbitraria, il non rispetto della delibera del Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite che legittimava la partecipazione di Lula alla competizione hanno discriminato chi poteva e chi non poteva presentarsi (e quindi essere votato). I SONDAGGI E I RISULTATI

I sondaggi prevedevano per il secondo turno al primo posto il candidato dei golpisti, l’ex governatore

Tutto bene, dunque, rinnovo, moltiplicazione di soggetti, dinamismo? È legittimo avere qualche dubbio sia per il quadro sopra ricordato, sia per anomalie della campagna elettorale. Stupiscono anche previsioni così lontane da quanto poi accade. Quali dunque le anomalie fattuali che si possono riscontrare? La prima riguarda l’ignoto (fino a poco tempo fa) candidato Bolsonaro. All’inizio della campagna elettorale viene colpito da una coltellata sferrata da un poveretto che supera le misure di sicurezza. Come italiani la cui vita nazionale per decenni è stata disarticolata da strategie della tensione TERESA possiamo avere qualche dub- ISENBURG bio. Da quel momento Bol- docente di Geografia sonaro, come presenza fisica, economico-politica esce di scena: niente comizi, all’Università di niente televisione né radio, Milano.

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IRREGOLARITÀ E RUOLO DEI “SOCIAL”

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BRASILE

si nasconde fra ospedale e il suo appartamento a Rio da dove ogni tanto manda una foto con il gesto della pistola puntata. In parallelo i sondaggi lo danno in ascesa. La giustizia elettorale non ritiene necessario mandare una visita medica fiscale come si fa per qualsiasi dipendente che si assenta per motivi di salute. Peraltro il potere giudiziario in modo compatto e continuativo ha svolto un ruolo da protagonista nell’accettare (o promuovere) azioni istituzionali anticostituzionali e quindi eversive negli ultimi anni. Allo stesso tempo il Brasile durante la campagna elettorale è stato invaso di messaggi WhatsApp con fake news contro i candidati riformatori o moderati, mentre sono stati rilevati 500.000 robot in attività. A ottobre 2018 avanzato Google ha avuto la cortesia di comunicare che qualche settimana prima erano stati rubati 30 (trenta) milioni di profili dai suoi depositi. Il Brasile ospita il 20% degli indirizzi di WhatsApp (gli Usa il 7%). Pochi giorni fa sempre Google ha risposto al Supremo tribunale federale che non poteva dare informazioni per la privacy. Molte coincidenze. E si sa come i mezzi di comunicazione di massa colonizzino le menti. In questa prima elezione praticamente senza Tv, ma con altri condizionatori mentali.

Risultati delle elezioni presidenziali in Brasile, nei diversi stati, al primo turno e al ballottaggio.

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IL BRASILE DI BOLSONARO

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Come mai estese masse anche popolari votano un candidato che vuole depredare i poveri e i lavoratori di tutti i loro diritti, che considera giusto retribuire meno le donne, discriminare i comportamenti sessuali e criminalizzare i cittadini in modo direttamente proporzionale al colore della pelle? La risposta la daranno (forse) gli analisti dei flussi elettorali. Il sottrarsi di uno dei candidati dal confronto faccia a faccia sui programmi, spostando la narrazione mediatica su temi morali, soprattutto sessuali, e sulla sicurezza (da risolvere dando armi ai cittadini), unito alla pluriennale propaganda antipolitica (in Brasile come in Italia) ha influenzato persone passibili di prendere per veritieri i messaggi che escono dagli smartphone. Molti padroni di imprese grandi e piccole hanno fatto una pressione terrorizzante sui propri dipendenti. L’esteso mondo delle chiese neopentecostaliste ed evangelicali ha svolto un lavoro politico capillare a favore del candidato della estrema destra. Certamente il fronte di Haddad ha fatto degli errori, ma la democrazia ha delle regole, la prima delle quali è il rispetto di quelle stesse regole; quando esse vengono disattese, tanto più sotto l’occhio distratto di chi dovrebbe farle rispettare, il terreno diventa impraticabile. Ma ci riguarda quel che avviene laggiù? Credo di sì. Il Brasile è un paese di medio peso, come l’I-

talia, con cui sarebbe possibile una collaborazione che diventa difficile con il progetto di integralismo neoliberista del prossimo governo brasiliano. L’ideologia di Bolsonaro è molto lontana dai valori che la Costituzione pone a fondamento del nostro paese e quindi suscita preoccupazione la vicinanza espressa da responsabili di primo piano del nostro attuale governo nei confronti di Bolsonaro stesso, dal quale molti politici europei hanno preso le distanze. Infine, per chi presta attenzione alle tematiche religiose e spirituali, deve inquietare che aree religiose che si richiamano alle Scritture non rispettino il secondo comandamento – “Non pronunciare il nome di Dio invano” – , anzi. Lo scenario politico, sociale ed economico che il Brasile ha di fronte è severo. Un impegno unitario e vigoroso è ciò verso cui lavora un ampio spettro di forze democratiche: difficile e necessario. Ritornano alle mente le parole profetiche di Eduardo Galeano : «L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana due passi. Cammino dieci passi, e si allontana dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a che serve l’utopia? A questo: serve a continuare a camminare». E non solo in Brasile.


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Armenia e Azerbaijan. Le radici dell’odio Leonardo Antonini

Lo scorso 15 settembre a Baku (l’odierno Azerbaijan) si è celebrato, con una festa in pompa magna di fronte lo sguardo di Erdoğan,il centenario della “liberazione” dalla presenza armena della città. Un evento che riporta alla memoria un’infinita catena di odio e conflitti fra Armenia e Azerbaijan che hanno causato la morte di moltissimi civili. sattamente un secolo fa, nel novembre 1918, calava il sipario sulla Prima guerra mondiale. Tra i molti anniversari legati alla ricorrenza, va annoverato il centenario dell’indipendenza delle tante nazioni emerse dalla disgregazione degli imperi russo, austro-ungarico, tedesco e ottomano: la Polonia risorta, la Cecoslovacchia, gli Stati baltici, le Repubbliche transcaucasiche di Armenia, Georgia e Azerbaijan. Si trattò in verità, per i tre popoli del Sud Caucaso, di un’indipendenza transitoria, fugace, dissoltasi appena tre anni dopo con l’annessione forzata alla Russia dei Soviet. Nondimeno, a Tbilisi come a Erevan e a Baku, la commemorazione delle giornate convulse del maggio 1918 affianca quella dei moti dell’autunno 1991: ricordando, rispettivamente, la secessione e la conquista dell’autogoverno dall’impero russo e poi dall’Unione Sovietica.

LA TRANSCAUCASIA, ENTITÀ CORRISPONDENTE ALLE ATTUALI REPUBBLICHE DI ARMENIA, GEORGIA E ARZEBAIJAN SI È DISGREGATA A FINE ‘800 SU EFFETTO DI VARI FATTORI POLITICI, RELIGIOSI E SOCIO-ECONOMICI. LE CELEBRAZIONI A BAKU, DI FRONTE A ERDOĞAN

Lo scorso 15 settembre, inoltre, la Repubblica d’Azerbaijan ha celebrato il centenario della “liberazione di Baku”, uno degli ultimi fatti militari e politici della Grande guerra: quando la metropoli del petrolio, occupata da truppe russe e armene, fu espugnata dagli azeri e dai loro alleati turchi ottomani. Una festa in pompa magna, ove la presenza del presidente turco Erdoğan ha voluto simboleggiare la solidarietà di lingua e di sangue che legherebbe, oggi come allora, i turchi di Ankara

e gli azeri turcofoni di Baku. Un evento che, per chi si interessi di storia, riporta tuttavia alla memoria il massacro di civili che seguì a quella battaglia, e le tante altre atrocità che la precedettero, lungo un’infinita catena di odio e conflitti tra i popoli d’Armenia e d’Azerbaijan. LA TRANSCAUCASICA

La Transcaucasia, entità storico-geografica corrispondente grossomodo al territorio delle tre Repubbliche odierne, era stata inglobata nell’impero russo tra il XVIII e il XIX secolo, dopo aver costituito per trecento anni il campo di battaglia tra gli imperi ottomano e persiano. Secoli, persino millenni di dominazione straniera non avevano tuttavia infranto gli ancestrali legami identitari che legavano, ciascuna al proprio interno, le comunità georgiana e armena: ortodossi i primi, adepti del culto miafisita armeno i secondi. Simili vincoli di solidarietà proto-nazionale erano invece più deboli all’interno del gruppo azero (o meglio tataro-caucasico, secondo il lessico dell’epoca), quest’ultimo frammentato in una moltitudine di piccoli potentati locali sparsi sui due lati della frontiera russo-iranica. Musulmani sciiti di lingua turca e costumi persiani, gli azeri non potevano non soffrire la propria emarginazione in una regione, la Transcaucasia, egemonizzata politicamente e culturalmente da cristiani e assoggettata al governo teocratico, centralista e assimilatore degli zar. Le comunità transcaucasiche vivevano nondimeno LEONARDO amalgamate l’una all’altra, ANTONINI senza una chiara ripartizione Relazioni geografica: in tutti i maggio- internazionali, Facoltà di ri poli urbani del Caucaso Scienze politiche, meridionale – Tbilisi, Baku, Università degli Batum, Aleksandropol’ (oggi Studi di Perugia.

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Gyumri) – coesistevano in diverse combinazioni armeni, georgiani, azeri, coloni russi e altri gruppi minoritari.

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LA CONVIVENZA SI INCRINA

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A turbare quest’antica convivenza intervennero, alla fine dell’Ottocento, l’affermazione dei rispettivi nazionalismi, le politiche d’ingegneria demografica patrocinate dal governo imperiale russo e, non da ultimo, le disparità socioeconomiche. Col beneplacito dei russi, la borghesia armena era assurta a un ruolo predominante nella vita economica e culturale transcaucasica; i maggiorenti armeni furono peraltro tra i pionieri della locale industria petrolifera, in cui per converso decine di migliaia di azeri lavoravano come manovalanza in condizioni spesso deplorevoli. Le “migrazioni forzate” organizzate dall’amministrazione zarista portarono, sovente, all’espulsione degli azeri dai loro primordiali insediamenti in distretti come Nakhchivan o il famigerato Karabakh: l’afflusso di coloni armeni, incentivato dal governo, vi consolidò la millenaria componente cristiana a scapito di quella islamica. Ne scaturirono odi e gelosie, gli antagonismi interreligiosi e interraziali si fusero con le rivendicazioni economiche e territoriali; e infine anche tra gli azeri sgorgò, per reazione, un nazionalismo colorato di panislamismo, panturchismo, sciovinismo antirusso e antiarmeno. Nel 1905, allorché un’ondata rivoluzionaria attraversò l’impero degli zar, simili tensioni esplosero per la prima volta, manifestandosi sotto forma di jacqueries, proteste operaie e sanguinosi pogrom. A Baku, in particolare, i manovali azeri incendiarono i quartieri cristiani e devastarono raffinerie, industrie e tipografie. Gli armeni, più coesi e mobilitati da preesistenti formazioni rivoluzionarie, si costituirono in gruppi paramilitari dediti a mondare la «sacra terra d’Armenia» dalla presenza maomettana. Nella futura capitale azera, come a

Tbilisi, Elizavetopol’ (Ganja) e nei distretti contesi di Nakhchivan e Karabakh le vittime si contavano a centinaia: lo stesso governatore russo di Baku avrebbe commentato che «neanche costoro sanno perché continuano ad ammazzarsi a vicenda». Il movimento nazional-rivoluzionario armeno ne uscì rafforzato; s’intensificò la diaspora azera verso la Turchia, e il nucleo radicale di intellettuali azeri che auspicavano la secessione dalla Russia e l’unità politica con i turchi ottomani, nemici secolari dello zar, acquistò seguaci e prestigio. NUOVI ASSETTI: PRIMA GUERRA MONDIALE

La Prima guerra mondiale investì la regione alla fine del 1914, con la discesa in campo dell’impero ottomano contro la Russia e al fianco della Germania. Benché il governo stambuliota dei Giovani Turchi confidasse in una sollevazione generalizzata dei musulmani russi, essa non si realizzò: complice il suicidio dell’esercito ottomano, lanciato in un’assurda offensiva invernale contro le posizioni trincerate russe alle porte della Transcaucasia (battaglia di Sarıkamış, dicembre 1914). Allorquando le armate della Mezzaluna invasero la Persia settentrionale, tuttavia, alle parole d’ordine della fratellanza islamica e grande-turca risposero frotte di curdi e azeri locali, volenterosi partecipi delle persecuzioni di armeni perpetrate dagli ottomani. Poiché nella storia la distinzione tra vittime e carnefici è spesso assai labile, i guerriglieri armeni si macchiarono di analoghi delitti nei territori ottomani conquistati dai russi, ove consumarono la propria vendetta sui civili turchi, curdi, azeri. Sul fronte anatolico-caucasico della Grande Guerra, i morti d’ogni parte – caduti in battaglia, assassinati, deliberatamente lasciati morire per fame e per stenti – nel triennio 191517 vanno conteggiati in cifre comprese tra uno e due milioni, forse oltre.

Recep Tayyip Erdogan e Ilham Aliyev (presidente dell’Arzebaijan) alle celebrazioni dei 100 anni dalla “Liberazione di Baku”, 15 settembre 2018.


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Le due rivoluzioni russe del Febbraio e dell’Ottobre 1917 giunsero dunque a travolgere uno status quo già irrimediabilmente compromesso. In adempienza al principio di autodeterminazione, nel marzo 1917 fu proclamata l’autonomia della Transcaucasia dal potere centrale russo. Vi fece seguito un’indipendenza de facto nel novembre 1917 e infine, il 22 aprile 1918, la formale affermazione dell’autogoverno dei popoli transcaucasici, riuniti in una effimera Repubblica federativa. La presa del potere dei bolscevichi a Pietrogrado significò inoltre, quasi ovunque, la liquefazione dell’esercito russo, unico fattore di stabilità nel caotico teatro caucasico: qui, il monopolio della forza passò nelle mani dei capiclan, delle truppe irregolari, degli pseudo-eserciti approntati separatamente dalle singole nazionalità. La Repubblica transcaucasica esistette brevemente, come Stato unitario, soltanto sulla carta. Le violenze riesplosero: alcuni capi guerriglieri armeni si fecero un nome come flagello dei musulmani (uno dei essi, Amazasp, avrebbe proferito l’intento di sterminarli tutti «dalle sponde del Caspio fino al monte Shahdag»); i maggiorenti azeri tramarono con il governo di Istanbul in vista di un salvifico intervento dell’esercito ottomano. Il 31 marzo 1918, un putsch bolscevico a Baku incontrò il supporto armeno nella comune volontà di espellere gli azeri dalla metropoli petrolifera: 12.000 musulmani finirono trucidati dagli irregolari armeni. Un atto che la nazione azera qualifica, oggi, come deliberatamente genocidario. Il 21 maggio, inseguendo il mito dell’unione dei popoli turcofoni ma occhieggiando altresì, più prosaicamente, le riserve d’idrocarburi del Caspio, gli ottomani aggredirono la Transcaucasia puntando su Baku e su Erevan. Travolta dalle minacce endogene ed esogene, la Repubblica federativa collassò appena cinque giorni dopo, con la proclamazione d’indipendenza della Georgia e poi di Armenia e Azerbaijan (26-28 maggio): tre Repubbliche dai confini indefiniti, evanescenti, flagellate all’interno dai feroci scontri tra le nazionalità e sovente tenute in piedi dalle baionette di “tutori” esterni. La Georgia accettò il protettorato tedesco, il governo azero siglò l’alleanza con Istanbul, l’Armenia rimase sola a fronteggiare l’invasione turca. Alcune migliaia di volontari azeri confluirono in un corpo d’armata ottomano incensato dell’altisonante designazione di “Armata caucasica dell’islam”: la sua missione, “liberare” Baku dall’occupazione russo-armena e restituirla al popolo azero. BAKU, 1918: ULTIMO ATTO DEL GENOCIDIO ARMENO

La metropoli caspica capitolò, dopo un duro as-

ASIA CENTRALE

sedio, il 15 settembre 1918. Gli ottomani concessero ai volontari azeri l’onore di entrare per primi nella capitale redenta; memori delle crudeltà del marzo precedente, essi fecero scempio dei quartieri cristiani, mietendo 9.000 vittime e costringendo altri 60.000 civili a una fuga disperata. Fu l’ultimo eccidio di armeni della Prima guerra mondiale, un conflitto che aveva già demandato le vite di circa un milione di essi. La piccola nazione armena, ridotta agli esigui confini odierni in un territorio impervio e povero di risorse, scampò tuttavia all’annientamento opponendo una tenace resistenza alle divisioni ottomane in marcia verso Erevan. Quarantacinque giorni dopo il trionfo di Baku, l’impero ottomano era costretto alla resa dagli irreparabili rovesci subiti in Palestina e in Mesopotamia. La Grande guerra nel Levante si era conclusa. Battezzate nel sangue di decine di migliaia di morti di ogni nazionalità, avevano visto la luce le tre Repubbliche indipendenti della Transcaucasia: entità fragili, insidiate dalle quinte colonne bolsceviche e vicendevolmente minacciate dalle ambizioni revansciste dei rispettivi governanti. All’alba del 1919, in alcuni distretti storicamente contesi come il noto Nagorno-Karabakh, armeni e musulmani ancora si combattevano; l’occupazione militare britannica dei centri nevralgici della regione avrebbe imposto un provvisorio e claudicante equilibro, minato dal periodico divampare della violenza etnoconfessionale. DALLA “PAX SOVIETICA” AI GIORNI NOSTRI

La prima, breve stagione dell’indipendenza armena, azera e georgiana si sarebbe infine conclusa nel 1920-21: una dopo l’altra, nell’indifferenza occidentale, le giovani nazioni caddero sotto i colpi dell’Armata Rossa di Lenin e Stalin. Per oltre sessant’anni, la pax sovietica costruita col pugno di ferro avrebbe represso le tensioni etniche e soffocato gli irredentismi. Con il progressivo sfaldamento dell’Urss e il successivo recupero dell’indipendenza, nondimeno, quelle ataviche rivalità mai sopite sono tornate a ribollire, le rivendicazioni etno-territoriali ad avvelenare i rapporti tra i popoli. Alle pendici del Karabakh, abitato in maggioranza da armeni ma assegnato da Stalin alla Repubblica socialista azera in un remoto 1921, arde ancora oggi la fiamma di un conflitto vecchio di centovent’anni. Una frontiera chiusa, invalicabile, militarizzata separa le due Repubbliche d’Armenia e d’Azerbaijan, i cui eserciti si sono brevemente scontrati l’ultima volta nel maggio di quest’anno (un caduto azero, 3-7 armeni). E gl’intermittenti proclami tinteggiati di vaghi propositi per una definitiva normalizzazione sono rimasti, finora, parole al vento.

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GLI EFFETTI DELLE RIVOLUZIONI RUSSE

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Ragazza in una scuola irachena.


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LAICITÀ

Presentato a Roma il Rapporto sulla libertà di pensiero nel mondo 2018.

Il 7 novembre è stato presentato a Roma, presso la Sala stampa della Camera dei Deputati, il Rapporto sulla libertà di pensiero nel mondo 2018 promosso dall’International Humanist and Ethical Union (Iheu), di cui fa parte anche l’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti (Uaar). All’evento erano presenti Adele Orioli, giornalista e responsabile delle iniziative legali dell’Uaar, Riccardo Magi, segretario dei Radicali Italiani, Fabrizio Petri, presidente del Comitato interministeriale per i diritti umani e Bob Churchill, il direttore della comunicazione e della campagna Iheu nonché coordinatore delle ricerche che hanno portato alla stesura di quest’ultima edizione del Rapporto. L’edizione di quest’anno è la prima – da quando, nel 2012, l’Iheu ha iniziato a pubblicarlo – a contenere una classifica completa di tutti i paesi del mondo in base al livello di discriminazione nei confronti di atei, umanisti e non religiosi. Secondo il rapporto, i dieci paesi peggiori in cui vivere per un ateo sono, in ordine: Arabia Saudita, Iran, Afghanistan,

Maldive, Pakistan, Emirati Arabi Uniti, Mauritania, Malesia, Sudan, Brunei. I dieci migliori: Belgio, Olanda, Taiwan, Nauru, Francia, Giappone, São Tomé e Príncipe, Norvegia, Usa, Saint Kitts e Nevis. L’Italia si piazza al 159° posto, subito dopo lo Zimbabwe e prima dello Sri Lanka. Questa posizione è dovuta a diversi fattori che vanno dall’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche al sistema dell’8 per mille, dal finanziamento pubblico alle scuole cattoliche alla straripante presenza della Chiesa cattolica nel palinsesto televisivo. Il rapporto, oltre a segnalare i livelli più alti di discriminazione per i non religiosi come, per esempio, l’incarcerazione o la condanna a morte per accuse di blasfemia o apostasia, mira ad identificare le discriminazioni più quotidiane a cui sono soggetti i non religiosi. Come ha sottolineato Bob Churchill, infatti, «anche se, in teoria, in molti paesi vengono riconosciute notevoli tutele per i non religiosi sia dagli ordinamenti internazionali che da quelli nazionali, nella pratica non sempre riescono ad essere applicate». Asia Leofreddi

PACE

Assegnati il 30 novembre i Premi “Colombe d’oro per la pace” di Archivio Disarmo.

È tornata il 30 novembre a Bologna il Premio Archivio Disarmo – Colombe d’oro per la pace. In un momento storico in cui la pace, i diritti umani e l’accettazione delle differenze sono valori continuamente assediati da visioni politiche ispirate invece a sentimenti di odio e di violenza, il Premio si rivela ancora più necessario ed attuale, promuovendo atteggiamenti di incontro, dialogo e di apertura reciproca. La Colomba, opera di Pericle Fazzini, viene assegnata infatti ogni anno a quattro personalità del mondo dell’informazione, che si sono distinte nel far conoscere esempi di gestione nonviolenta dei conflitti e della cooperazione internazionale e che, nella società civile, si sono fatti portatori di ideali di convivenza e dialogo fra i popoli. Quest’anno la Giuria del Premio, formata da Fabrizio Battistelli, Dora Iacobelli, Riccardo Iacona, Dacia Maraini, Andrea Riccardi e Tana de Zulueta, ha deciso di assegnare un Premio speciale al Progetto Presidio Caritas Ragusa, che dal 2014 garantisce assistenza ai braccianti del territorio ragusano. La Giuria riconosce al Presidio Caritas

il merito di aver svolto uno straordinario lavoro di solidarietà, finalizzato alla tutela dei diritti e della dignità di tutti i lavoratori, italiani e stranieri, che si trovano a vivere in una realtà del nostro paese ancora particolarmente difficile e problematica. «Riceviamo questo premio con grande gioia – ha commentato Vincenzo Lamonica, che ha ritirato il Premio a nome di Caritas Ragusa – e ci auguriamo che contribuisca a tenere alta l’attenzione sulle condizioni abitative, di vita e di lavoro di migliaia di persone che vivono ancora da invisibili sul nostro territorio, al fondo di un sistema produttivo arretrato e privo dei diritti fondamentali». Per la sezione giornalisti, le Colombe d’oro sono state assegnate a: Michele Giorgio, de Il Manifesto, che documenta da anni il conflitto israelo-palestinese; Sara Manisera, freelance da Beirut, che racconta di donne, conflitti e società civile in Medio Oriente; Pietro Suber, giornalista televisivo, documentarista e inviato di guerra, che è autore del filmdocumentario 1938. Quando scoprimmo di non essere più italiani, sullo scempio delle leggi razziali. La Colomba d’oro internazionale va infine a Steve McCurry, una delle voci più prestigiose della fotografia contemporanea, che continua a catturare nei suoi scatti i frammenti di umanità ancora presenti nei territori devastati dai conflitti. Archivio Disarmo organizza il Premio “Colombe d’oro per la pace” con il sostegno delle Cooperative aderenti a LEGACOOP. Redazione

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Donna irachena.

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Stefano Allievi

E se non morissimo più? Alcuni scienziati ne sono sicuri: l’uomo che non morirà è già nato. La morte, dunque, diventa un nemico che si può sconfiggere. E in fretta, anche... La speranza di vita, in Italia, ha superato gli 85 anni per le donne e gli 80 per gli uomini. L’età della morte si alza oltretutto con una velocità notevole: ogni 10 anni guadagniamo all’incirca 2 anni di vita, e il processo sta accelerando. In un secolo si tratta di un guadagno di 25-30 anni, abbondanti. Un’enormità, se pensiamo che ancora nella prima metà dell’Ottocento in Piemonte solo il 5-6% della popolazione arrivava a superare i sessant’anni. Per non parlare del Medio Evo: nel 1200-1300, prima ancora delle grandi pestilenze, la speranza media di vita in Europa era intorno ai 30-35 anni a seconda dei paesi, e il 40-50% della popolazione non raggiungeva i vent’anni. Un altro mondo, non c’è dubbio. Una indiscutibile novità storica, senza alcun precedente con cui confrontarsi, che implica la prevalenza numerica degli anziani: una rivoluzione – non solo demografica, peraltro, se appena cerchiamo di ragionare su quale tipo di società si va delineando. Un ruolo importante ce l’hanno le tecnologie, naturalmente. Solo nel caso degli Stati Uniti è stato calcolato che la semplice introduzione degli apparecchi per la defibrillazione e la respirazione

assistita – preistoria, rispetto ai progressi di oggi – abbia fatto diminuire (o meglio, appunto, posporre) le morti per arresto cardiaco del venti per cento. Il che significa venti persone su cento che, letteralmente, dopo essere “morte”, come sarebbe accaduto prima dell’invenzione di queste tecnologie, sono state riportate in vita – uno dei motivi, incidentalmente, per cui si è dovuto introdurre il criterio di “morte cerebrale”, di cui prima degli anni ’50 non ci sarebbe stato bisogno. E ormai sappiamo che, attaccato a una macchina, un corpo morto può essere tenuto in vita indefinitamente: senza fine, cioè. L’idea del cyborg si invera nei pazienti in stato vegetativo. Da qui, i nuovi dilemmi della bioetica. «Incerta omnia. Sola mors certa», diceva Agostino. Beh, forse non è più vero. Forse stiamo davvero diventando una “società amortale”, come preconizzava Edgar Morin più di mezzo secolo fa. Solo che lui si riferiva al fatto che viviamo senza pensare alla morte, come se fossimo eterni. Invece immortali, o quasi, lo stiamo diventando proprio “tecnicamente”. Certo, anche di fronte alla morte, non siamo tutti uguali. ’A livella, come la chiamava Totò, in realtà non livella alcunché: le diseguaglianze permangono, e anzi si rendono più evidenti. La diseguaglianza più grande e radicale, e la più evidente delle ingiustizie, anche se è stranamente meno percepita di altre, è infatti quella relativa alle differenze nelle aspettative di vita: la “mortalità differenziale”. Nella Londra del 1830, nelle élite l’età media al decesso era di 43 anni, ma di 25 tra artigiani e impiegati, e di 22 tra gli operai. In misura meno netta, è vero anche oggi, in Italia. Non ci si pensa abbastanza: ma dal peso alla nascita alla probabilità di morire per incidente sul lavoro, le differenze di censo incidono dall’inizio. Per non parlare degli effetti

IL MONDO SE

delle condizioni di vita (reddito, cibo, abitazione) sulla mortalità nelle varie classi sociali, o della disponibilità e accessibilità di cure mediche e ospedaliere e della loro diversa efficienza nelle varie aree del mondo. I nuovi scenari sono tutti basati su una differenziazione che non è demodé definire “di classe”: solo, più radicale ancora. Chi se lo può permettere, vivrà più a lungo degli altri, e forse indefinitamente. Gli altri, no. O, magari, come preconizza certa fantascienza, faranno da pezzi di ricambio per i primi. Cambiando radicalmente le nostre società. E le teologie… Lo ipotizzava già l’illuminista Condorcet: «Sarebbe assurdo, oggi, supporre che debba arrivare un momento in cui la morte non sarà più che l’effetto, o di accidenti straordinari, o della distruzione sempre più lenta delle forze vitali, e che infine la durata dell’intervallo medio tra la nascita e questa distruzione non abbia più alcun termine assegnabile?». Ecco, l’epoca dell’antidestino, come la chiama Remo Bodei, è iniziata. Non sappiamo dove ci porterà. Ma è utile, almeno, averne contezza.

STEFANO ALLIEVI Sociologo e islamologo. Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

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Senza morte

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MUSICA E RELIGIONI

Sufismo e musica Cinzia Merletti

«L’arpa siamo noi, e Tu, Tu suoni sulle nostre corde. Ma noi non ci lamentiamo; sei Tu colui che geme. Noi siamo come il flauto, la nostra anima viene da Te» (Rumi, da “Tu solo”). La musica è, nella cultura arabo-islamica e in quella greca, a cui si è ispirata, l’espressione dell’armonia del cosmo; un’armonia che è, al tempo stesso, quintessenza della creazione e della sua perfezione. Percepire tale armonia, intuire quanto essa possa avvicinare al Creatore, è già la condizione necessaria per scrollarsi di dosso il peso del mondo materiale, dei suoi limiti e delle sue gabbie, innalzandosi verso vette superiori, spirituali, cosmiche.

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Il sufismo è la corrente mistica dell’islam e il sufi è colui o colei che affronta un percorso di purificazione, liberandosi gradatamente dei vari e tanti veli che offuscano la Verità, fino ad arrivare alla percezione diretta di Dio, all’attimo di vicinanza a Lui, nell’estasi.

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CINZIA MERLETTI Musicista, saggista e didatta. Diplomata in pianoforte e in didattica della musica, si è laureata al D.A.M.S. di Bologna.

Da cosa ci si deve liberare? dall’ego e dalle aspettative di vita che contrastano il cammino di innalzamento spirituale verso un

Amore puro, incondizionato e totale, sia verso Dio che verso tutto il creato. I Maqam, nome che definisce anche i modi musicali arabi, sono le “stazioni” che il novizio sufi deve affrontare nel suo percorso di affrancamento dalla materialità della vita, fino ad arrivare al grado superiore, che è quello dell’estasi e della percezione di Dio. Il suono dell’aria è quello che si eleva sopra gli altri e favorisce l’estasi. Al vertice c’è il suono dell’etere, che tutto comprende e che rappresenta la base stessa della creazione, nella sua vibrazione primordiale e continua. Per poter udire questo suono, non serve orecchio umano ma spirito libero dal quel fardello di materialità in cui si rimane imbrigliati, nascendo. L’anima anela di tornare al suo Creatore e brama di risentire il suono celeste, per ritrovare quella pace che Dio emana nel Suo amore infinito. Nonostante siano stati avversati da talune correnti “ortodosse” islamiche, i sufi sono stati sempre molto attivi ed integrati nel tessuto sociale ed economico del loro tempo. Molti sono stati e sono letterati ed artisti di grande rilievo, insegnanti, studiosi notevoli. Potevano avere una famiglia e formavano spesso delle confraternite. Contrariamente alle posizioni ortodosse, molto diffidenti verso le arti, i sufi affermavano che, se «Allah è bello e ama ciò che è bello», come si legge nel Corano, l’arte non faceva altro che riprodurre la bellezza del creato. Non poteva, quindi, essere condannata come illecita e idolatra. L’utilizzo sufi della musica fu proprio uno degli argomenti più spinosi e controversi per secoli, finché Al Ghazzali non riuscì a risanare la frattura e addolcire lo sguardo malevolo degli ortodossi nei confronti dei sufi e della musica.

La ricerca della perfezione e della Verità portò i sufi ad elevarsi bel oltre la ritualità e le differenze tra le religioni, intuendo anzi che queste fossero i vari modi che Dio aveva di manifestarsi alle genti, secondo le loro possibilità di comprensione. Già nel Corano si legge: «Ma quelli che credono, siano essi ebrei, cristiani o sabei, quelli che credono cioè in Dio e nell’Ultimo Giorno e operano il bene, avranno la loro mercede presso il Signore, e nulla avran da temere né li coglierà tristezza». E così diceva Al Hallaj, martire accusato di eresia e misfatti contro Allah, «Ho riflettuto molto sulle religioni, facendo uno sforzo per capirle, e le considero rami di un unico Principio...» Anche le donne potevano e possono essere sufi e abbiamo il grande esempio di Ra’bia Al Aldawiyya, dapprima cortigiana e poi santa venerata già in vita, autrice di canti sull’amore per Dio, puro e disinteressato, e quello per gli uomini, che chiede sempre un ritorno per sé. I Mevlevi, o Dervisci rotanti, furono istituiti da Rumi. Il Sama, o concerto spirituale, prevedeva una danza cosmologica che, con l’accompagnamento di flauti di canna (ney) e tamburi (daf), portava i mistici verso l’estasi: un ponte concreto tra l’amore divino e il creato.


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Samuele Pigoni

La ricerca della felicità pare essere un universale del comportamento umano come anche della speculazione dei filosofi di tutti i tempi. Ma cosa significa nella nostra società, divisa tra fatalismo e ansia di controllo, essere felici? Pierre Hadot, grande studioso della filosofia intesa come modo di vivere, ci dice che l’occupazione più utile all’essere umano è imparare a vivere una vita umana. Miti e religioni, filosofia e psicologia del profondo, letteratura e spiritualità di tutti i tempi si accompagnano nell’incessante riflessione su come si possa vivere e affrontare la sofferenza stabilizzandosi in una qualche condizione di bene, che chiamiamo felicità. Eudaimonia (dal greco: “essere in accordo con il proprio buon demone”), happiness (la radice scandinava è happ, “fortuna”), bonheur (dal latino bonum augurium): la ricerca della felicità è connaturata all’essere umano ed è caratterizzata da una certa paradossalità. Da un lato è inafferrabile e sfuggente come le emozioni; come l’acqua e il vento, appare e scompare in modo del tutto gratuito e fortuito; frutto di una qualche volontà divina, del caso o del destino, dipende da condizioni esterne all’individuo: non decidiamo da chi e dove nascere, con quale corredo genetico, in che epoca, sotto quale stella. Dall’altro è in qualche modo addomesticabile e può essere allenata, esercitata attraverso scelte di vita o pratiche di lavoro interiore e di miglioramento della consapevolezza

di sé. Aristotele sa di questo paradosso e che: «Di qui nasce la questione se la felicità si acquista mediante lo studio o per consuetudine, o con qualche tipo di esercizio, oppure derivi da un dono divino o addirittura dal caso» (Aristotele, Etica nicomachea). La domanda aristotelica accompagna, più o meno consapevolmente, l’intero corso della nostra vita: che rapporto c’è tra la felicità e i piaceri o dispiaceri quotidiani? Come è possibile affrontare, senza farsene travolgere, l’avvicendarsi impetuoso e inarrestabile tra quello che ci fa bene e quello che ci fa male? In che modo la ricerca della felicità individuale è favorita o ostacolata dai legami relazioni sociali? Qual é l’equilibrio tra il perseguire i propri obiettivi e successi e l’accettazione di chi siamo e dei nostri limiti? Tra questi poli si muove anche la ricerca scientifica: il cervello e le sostanze chimiche che il nostro corpo secerne (neurotrasmettitori, ormoni) svolgono un ruolo importante nel condizionare la nostra attitudine alla felicità o all’infelicità. Lo sapeva Schopenauer, il più orientale dei filosofi occidentali: la nostra felicità dipende da ciò che siamo, dalla nostra individualità e il destino potrà anche diventare migliore ma «un babbeo rimane un babbeo e un ottuso gaglioffo rimane un ottuso gaglioffo, per tutta l’eternità, fosse egli in paradiso circondato da urì» (Schopenauer, L’arte di essere felici). Eppure, a bilanciare ormoni, genetica e Schopenauer, scoperte recenti confermano le antiche verità delle pratiche spirituali: il cervello è dotato di un’ampia capacità neuroplastica, le nostre esperienze, abitudini mentali e la capacità di autoregolazione emotiva, ne modificano il funzionamento. La ricerca della felicità non avrà mai fine e le filosofie di tutti i tempi sono in accordo nell’indicarci che si tratta di farsi mobili e insieme immobili e che tanto

FILOSOFIA E SOCIETÀ

come emozione (passeggera) quanto come condizione (stabile), la felicità emerge dall’equilibrio mai definitivo tra il nostro modo di porci di fronte alle cose e le cose stesse, per come sono. Migliorarsi accettandosi, dire sì sapendo dire di no, correre rallentando. Impresa non facile, oggi meno che mai. Lo psicologo Svend Brinkmann, nel suo ironico Contro il self help: come resistere alla mania di migliorarsi (Raffaele Cortina Editore, 2018), mette in luce come oggi il tema della felicità rischi di essere snaturato e di polarizzarsi su una cultura del miglioramento di sé in fondo funzionale alla manipolazione utilitaristica tipica del capitalismo accellerato. Il mito della società contemporanea come ambiente ideale per la totale autodeterminazione dell’individuo e del consumo come strumento per realizzare qualunque desiderio e identità – si vedano emoziona ed existential marketing – fa credere che tutto ciò che ci accade potrebbe essere diverso e che ognuno di noi potrebbe essere un altro: basta volere di più e senza limiti, lavorare incessantemente su di sé, con atteggiamento positivo e sorridente. Il monito serva a continuare nella ricerca della felicità senza farne un imperativo, un’ingiunzione alla performance del sorriso. Che rimanga invece quello che è da secoli: un dono inaspettato e insieme un duro lavoro intorno ai nostri limiti.

SAMUELE PIGONI Si occupa di progettazione sociale e filosofia. Lavora come program manager per Diaconia valdese.

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Chiediti se sei felice

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MENSILE DI RELIGIONI POLITICA E SOCIETÀ

CONFRONTI È UNA RIVISTA di politica, società e dialogo tra culture e religioni.

È UN CENTRO STUDI che promuove ricerche, pubblicazioni, convegni, seminari itineranti in vari paesi del mondo con particolare attenzione al Medio Oriente.

LAVORA SUI TEMI DELLA CONFLITTUALITÀ e della coesione legati al fenomeno migratorio.

HA CURATO IL DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2018 insieme a Idos, con la collaborazione dell'Unar e con il sostegno dell'8xmille della Chiesa Valdese.

ABBONATI A CONFRONTI!


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Fulvio Ferrario

Nella sua teologia, Karl Barth poneva l’accento sulla “politicità” dell’annuncio della parola di Dio nel mondo. La Chiesa deve ascoltare questo messaggio e testimoniarlo, liberandosi dalla ricerca di “visibilità” e “rilevanza”. Dogmatica ecclesiale. Il titolo scelto da Karl Barth, all’inizio degli anni Trenta, per quello che diventerà uno dei grandi monumenti teologici della storia cristiana, non è ovvio: tanto più che, in un primo tentativo compiuto qualche anno prima, egli parlava di una dogmatica cristiana. Un po’ meglio, sembrerebbe, specie per una sensibilità protestante. L’aggettivo “ecclesiale” rischia di generare un certo odore di sacrestia, che, tra l’altro, fa rima con gerarchia: rischia, cioè di rinchiudere la teologia in uno spazio “religioso”, lontano dalle grandi sfide della società. Va poi osservato che si parla di “Dogmatica”, un termine che, dopo Kant, appare più che sospetto, anche e forse soprattutto per coloro che citano il filosofo senza averlo letto. Molti teologi si erano già allineati al dogma dell’antidogma, preferendo ad esempio parlare di “dottrina della fede”. In anni più recenti, si osserva una

certa prevalenza dell’espressione “teologia sistematica”, che vorrebbe essere più accademica, critica, “laica” (naturalmente...), anche a costo di dimenticare che la dottrina cristiana non può, per natura propria, configurarsi come un sistema. Insomma: in pieno Novecento, un teologo protestante vuole parlare di chiesa e di dogmi. Non bastavano il papa e il suo Sant’Uffizio, che in materia, avevano accumulato una certa competenza? Il protestantesimo non dovrebbe piuttosto dedicarsi a una teologia estroversa, meno dogmatica, meno ecclesiale e più “pubblica”? Sono passati ottant’anni da quei giorni e cinquanta dalla morte di Barth (10 dicembre 1968). La storia, con la sua proverbiale ironia, si è incaricata di mostrare che la “dogmatica ecclesiale” ha inciso sulla storia politica più di ogni altro progetto teologico del Novecento. Nella tempesta nazionalsocialista, essa non si è posta l’obiettivo di essere “profetica”: il cristiano e la cristiana sanno (dovrebbero sapere) che non si sceglie di diventare profeti. La dogmatica ecclesiale voleva invece essere solo teologia: ma proprio una Dichiarazione teologica (quella di Wuppertal – Barmen, 1934) ha mostrato che cosa può accedere quando la parola di Dio è annunciata nella società. Da questo punto di vista, l’idea centrale di Karl Barth è realmente derivata dalla Scrittura: l’annuncio della parola di Dio è “politico” di per sé e il potere se ne accorge, di solito in anticipo rispetto alla Chiesa. Quest’ultima non si deve inventare nulla. È libera dall’angoscia di andare a scovare chissà dove il “nucleo di attualità” del messaggio dei profeti e degli apostoli. Deve solo ascoltarlo e poi testimoniarlo. Il mutismo della chiesa, la sua patetica irrilevanza, per nulla scalfita, e anzi accentuata, dall’agitarsi nella ricerca di “visibilità” e “rilevanza”, naturalmente

TEOLOGIA E SOCIETÀ

«qui e ora», sono per Barth conseguenza di una carenza di ascolto del messaggio biblico. La “dogmatica ecclesiale” è per lui teologia a partire dalla Scrittura e dunque in vista della predicazione. E l’annuncio è la modalità specifica (che non vuol dire sempre e necessariamente: esclusiva) di presenza della chiesa nella società. Questo messaggio del grande teologo divide oggi ancora gli spiriti. Anzi, oggi è ancora più facile, per alcuni, evidenziarne il carattere “sorpassato”: proprio perché ecclesiale e orientato alla predicazione, esso è in effetti contestuale, situato, certo molto più di quanto Barth stesso (che ha praticato la “contestualità” della teologia più di quanto l’abbia teorizzata) ritenesse. Non è una teologia da ripetere (nessuna buona teologia lo è), ma da interrogare e per così dire da rivivere. Certo, a tale scopo è utile leggerla, impegno spesso evitato da ammiratori e detrattori, un po’ anche per colpa del teologo, visto che, com’è stato osservato, life is short and Barth is long. Si tratta di un pensiero adatto a coloro che ritengono che il nome di Gesù abbia la forza di incidere nella storia: un’idea evidentemente paradossale, sul quale però sta o cade la fede stessa. E infatti la teologia di Barth vive di fede, nella fede, nei luoghi fisici e spirituali della fede: la comunità riunita, il culto, la preghiera, la catechesi. Dove tutto ciò accade, la chiesa, teologicamente nutrita, testimonia nella società.

FULVIO FERRARIO Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma.

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Vivere di fede, nella fede

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NUOVE TECNOLOGIE

Sorvegliare i confini d’Europa Simone Uggeri

Il Sistema d’informazione Schengen è una banca dati che aiuta le autorità dell’Ue a consentire (o negare) gli accessi da paesi terzi. La sempre crescente collezione massiccia di dati biometrici al fine di individuare “a colpo d’occhio” le intenzioni di chi viaggia, ci proietta in scenari da film di fantascienza. Il “Precrime” diventerà realtà?

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Per i cittadini comunitari, valicare i confini dei Paesi dell’Unione europea non è più un problema fisico o burocratico. Grazie all’accordo di Schengen, siglato nel 1985 e poi integrato nel funzionamento dell’Ue, i cittadini degli Stati membri possono circolare liberamente in tutto il territorio unitario senza dover passare per alcuna frontiera. Dieci anni dopo il trattato fu introdotto il Sis (Sistema d’informazione Schengen), una banca dati che aiuta le autorità a consentire o negare gli accessi provenienti da paesi terzi; anche Romania, Bulgaria e Croazia, seppure non ancora nell’accordo Schengen, utilizzano già il sistema Sis.

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Questa necessità deriva dal fatto che i confini dell’Unione europea sono valicati da più di 700 milioni di persone l’anno, un numero che mette a dura prova l’efficacia e la rapidità della sorveglianza di frontiera. Per SIMONE UGGERI questo l’Unione Esperto in Human Security ed Intelligence.

sta finanziando diversi progetti per potenziare le capacità di polizia: attraverso il programma Horizon 2020, la Commissione europea ha versato circa 80 miliardi di euro per l’innovazione; tra questi progetti, 10 sono concentrati sulla sicurezza dei confini, con un budget totale di circa 41 milioni di euro. Il progetto lussemburghese iBorderCtrl è senza dubbio quello più controverso: un algoritmo promette di identificare le mistificazioni dei viaggiatori valicanti i confini, con lo scopo di perfezionare e velocizzare le operazioni di polizia di frontiera. Una tecnica a metà tra la macchina della verità e il software “Precrimine” del film Minority Report, pare. Secondo quanto riportato sul sito ufficiale di iBorderCtrl, la procedura di utilizzo comprende due fasi: la prima è la registrazione precedente al valico, la seconda è il controllo effettivo delle autorità alla frontiera. La registrazione prevede che gli individui e i veicoli che vogliono entrare nell’Ue si registrino su base volontaria al sistema, fornendo i propri dati personali che saranno poi incrociati con le informazioni presenti nel sistema Sis. Inoltre, gli utenti avranno un “colloquio breve” con un avatar via webcam, capace di rilevare informazioni vere da quelle false. La seconda fase si svolge al valico delle frontiere dell’Unione, in cui le autorità integrano le informazioni preregistrate con i risultati dei controlli in persona. iBorderCtrl fornisce agli agenti di frontiera un kit portatile che valuta l’autenticità delle informazioni rilasciate dai civili, quali l’ufficialità dei documenti di viaggio, la verifica del riconoscimento facciale del viaggiatore tramite i passaporti e il rilevamento non invasivo di mistificazioni. I dati raccolti sono poi criptati, trasferiti in sicurezza e analizzati al momento, fornendo un sistema automatizzato di supporto decisionale per i funzionari di frontiera.

Il progetto è attualmente in fase di collaudo, fino al prossimo agosto 2019, in Ungheria, Grecia e Lettonia, dove le guardie di frontiera stanno imparando ad utilizzare il software attraverso simulazioni realistiche, modellate su casi verosimili. Tralasciando le gravi preoccupazioni derivanti dalla collezione massiccia dei dati biometrici dei viaggiatori, crediamo sia prioritario interrogarsi sulla validità del rilievo “intelligente” delle menzogne operato da questo software. Secondo quanto rilevato dai ricercatori di iBorderCtrl affiancando i funzionari di frontiera durante la fase di sviluppo, le bugie dei viaggiatori sono rilevabili da non meglio specificati “micro-gesti”. Questa tecnica è stata tradotta in algoritmo, programmata nel software, e implementata come metodo valido per riconoscere potenziali rischi. Il problema è che in circa un secolo di ricerche accademiche psicologiche e psichiatriche nessuno studio scientifico ha mai certificato la precisione necessaria per considerare questa tecnica uno strumento valido o quantomeno accurato, come riportato dal National research council di Washington, DC. Considerando che, secondo le stime, il settore della sicurezza nell’Unione europea raggiungerà la quota di circa 130 miliardi di euro entro il 2020, riteniamo sia importante capire che le tecniche di rilievo di mistificazioni sono finzioni cinematografiche senza una solida base scientifica riconosciuta internazionalmente.


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Elza Ferrario

«La storia parlerà di noi. Il mondo sta andando verso lo schianto: si parlerà di questa generazione come di quella che ha evitato lo schianto, oppure come di quella che ce l’ha portato» Con queste parole il prof. Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat e ministro del Lavoro, ha scosso le circa trecento persone che per tre giorni (19-21 novembre) hanno partecipato a Milano al convegno ecumenico nazionale Il tuo cuore custodisca i miei precetti (Pr 3,1). Un creato da custodire, da credenti responsabili, in risposta alla parola di Dio. L’iniziativa è stata promossa dall’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei (Conferenza episcopale italiana) – che, proprio al convegno, ha visto il passaggio di testimone, come direttore, da don Cristiano Bettega al suo successore, il milanese don Giuliano Savina – , in collaborazione con la Fcei (Federazione delle Chiese evangeliche in Italia), di cui recentemente è stato confermato presidente il pastore Luca Maria Negro; e poi la Chiesa d’Inghilterra, l’Arcidiocesi ortodossa del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, la Chiesa ortodossa romena, la Diocesi copta e la Chiesa apostolica armena, tutte concordi nel constatare, come ha dichiarato il patriarca ecumenico Bartolomeo nel videomessaggio introduttivo, che «la crisi ecologica non è solamente un

fatto economico, politico e nemmeno tecnologico, ma rivela anzitutto una crisi teologica e spirituale». In perfetta sintonia, la pastora valdese Letizia Tomassone ha definito i disastri ambientali che incombono luogo di rivelazione e giudizio implacabile sul nostro stile di vita, in cui ingiustizia sociale e violenza sull’ambiente si intrecciano, a danno dei più poveri e delle donne. Come uscirne, come evitare lo schianto? Occorre, si è detto, dare inizio all’era ecologica, il cui motto sarà: “integrarsi nella comunità della terra”. Le chiese dovranno formulare una nuova spiritualità, non più dell’al di là, ma dell’al di qua, una spiritualità dei sensi – toccare, annusare e vedere Dio in tutte le cose, per un’eucaristia cosmica: così ha suggerito nel suo videomessaggio il teologo riformato Jürgen Moltmann, padre della teologia della speranza; e di speranza ha parlato Peter Pavlovic, segretario di Ecen, la Rete cristiana europea per l’ambiente, citando il primo presidente della Repubblica ceca, Václav Havel: «La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. È la certezza che ciò che stiamo facendo ha un senso, che abbia successo o meno». D’altronde – ha ricordato il teologo Simone Morandini, membro del gruppo di lavoro “Custodia del creato” della Cei – nell’affrontare la questione ecologica le chiese non partono da zero, ma hanno a riguardo una lunga storia, che si intreccia con quella dell’ecumenismo, forse perché entrambe coltivano la passione per le differenze: per le biodiversità da una parte, per le varianti confessionali dall’altra; è da trent’anni che hanno tematizzato la necessità di una conversione ecologica, ma questo è il tempo dell’urgenza: un monito che ha attraversato tutte le relazioni al convegno. Nei “medaglioni” che si sono alternati, le diverse chiese hanno promosso alcune buone pratiche: dalle eco-churches alle blue communities, che difendono il diritto

ECUMENISMO

d’accesso all’acqua, dalla certificazione Gallo verde alle eco-comunità proposte dalla Glam, la commissione Globalizzazione e ambiente della Fcei. Giovannini ha chiesto alle chiese di utilizzare come linee-guida per il loro impegno ecologico i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, varata dall’Onu nel 2015. Dalla tavola rotonda che ha avuto luogo al Refettorio ambrosiano, un progetto della Caritas che mostra come si possa passare dalle eccedenze alle eccellenze quando la solidarietà si coniuga con la bellezza, è emersa l’importanza della consapevolezza e della cooperazione: tanto nella tragica vicenda dell’Ilva, raccontata dal battista Emanuele De Gasperis, quanto nella richiesta del direttore di Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti, di riconoscere come profughi i migranti climatici, ai quali non si può dire di “tornare a casa loro”, perché la casa non ce l’hanno più; e così anche nell’invito dell’archimandrita del Patriarcato ecumenico, Athenagoras Fasiolo, a passare da una dimensione ascetica a una comunionale, di koinonia, riflesso di quella trinitaria. Da parte sua, chiudendo il convegno, monsignor Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione Cei per l’Ecumenismo e il dialogo, ha evidenziato la necessità di una nuova alleanza, con Dio, fra noi e con la terra, come dopo il diluvio: un patto che è condivisione.

ELZA FERRARIO Responsabile del Gruppo SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) di Milano.

Confronti | dicembre 2018

A un passo dallo schianto

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le rubriche

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I LIBRI

Che succede quando si muore? David Gabrielli

Confronti | dicembre 2018

Ogni giorno la tv ci mette di fronte scene di morti – a causa di disastri naturali, come i terremoti, gli incendi o gli uragani; o a causa di guerre, attentati, affondamenti di barconi nel Mediterraneo, incidenti – per cui visivamente la morte ci arriva, per così dire, in casa. Eppure mai come oggi allontaniamo il pensiero, considerato fastidioso, della fine della nostra personale esistenza..

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Insomma, la morte come fenomeno statistico fa parte della nostra vita quotidiana; la morte come destino nostro, invece, è tabù. Figurarsi, poi la domanda «Che cosa accade quando si muore?», il sottotitolo di questo libro del teologo Paolo Ricca, per tanti anni docente alla Facoltà valdese di teologia a Roma. Il quale, con i tempi che corrono, osa occuparsi non solo della morte, ma addirittura di che cosa accade dopo essa. Naturalmente, la domanda riguarda solo i credenti – di qualsiasi religione – i quali ritengono che, dopo, in qualche modo, pur misterioso, la vita continui là dove sta l’Essere supremo, o non lontano da Lui. Per chi invece pensa che con la morte finisca tutto, e che l’aldilà non esista, la risposta alla domanda è scultorea e definitiva: «Non accade nulla di nulla. Scompariamo nel nulla». Ricca conosce queste obiezioni, e le rispetta. Epperò afferma: «Non ci sono prove che un aldilà esista, ma non ce ne sono neppure che non esiste. Non ci sono prove che ci sia una vita oltre la morte, ma non ce ne sono che non DAVID GABRIELLI ci sia. L’aldilà non redazione di è certo, d’accordo, Confronti.

ma è possibile e questo è sufficiente per continuare la nostra esplorazione». Ricerca che, pur con qualche cenno ad altre religioni, l’Autore concentra nel Cristianesimo, il cui Credo proclama “la risurrezione della carne” e “la vita eterna”– un dono che ci viene dato da Cristo, risorto con un vero corpo, ma del tutto trasfigurato e per noi inconoscibile, finché stiamo aldiquà, e dunque con il nostro corpo mortale e corruttibile. Affermato, per fede, che il dopo esiste, che accade non appena abbiamo reso l’anima a Dio? Anche sull’anima – e sulla sua “immortalità” – Ricca fa osservazioni molto puntuali, criticando l’ipotesi della reincarnazione; ma soffermiamoci su quanto egli afferma sull’immediato dopo-morte che noi possiamo immaginare solamente nello spazio temporale, però sapendo che nell’aldilà il tempo, nel regno di Dio, non esiste. «La risposta unitaria degli autori del Nuovo Testamento – scrive – è che la morte separa da tutto e da tutti tranne che da Cristo. Ma come si configura, concretamente, questa “non separazione” del credente da Cristo? Qui le posizioni divergono, e sono almeno tre. Secondo la prima, la persona del credente, quando muore, ormai priva del corpo fisico che “verrà distrutto” [II Corinzi, 5,1], si unisce immediatamente e più strettamente a Cristo in una comunione più intima di quella possibile in questa vita. Secondo la seconda posizione, la persona del credente, quando muore, entra in uno “stadio intermedio” di comunione reale, ma ancora parziale con Cristo, e sostanzialmente di attesa della risurrezione finale dei corpi. La terza posizione è quella secondo la quale questo stato intermedio è caratterizzato dal “sonno” del credente nel Signore, che fedelmente veglia su di lui e lo risveglierà nell’ultimo giorno». [pag. 113-114]. In appendice, l’Autore riporta brani da opere di famosi teologi cristiani, che parlano dell’avvicinarsi della morte

e/o del dopo. In tale contesto cita un sermone del 1519 di Martin Lutero, il quale ardentemente consiglia chi sta per morire a non lasciarsi terrorizzare da pensieri tremendi, tipo l’inferno e le pene eterne: «Infatti non è assolutamente utile, anche se tu te ne occupassi per mille anni, e soprattutto ti manda in rovina. Devi lasciare che Dio sia Dio e sappia di te più di te stesso… Se tu ti concentrerai sulla croce di Cristo e credi che sia accaduto per te, sarai sicuramente mantenuto nella fede. Perciò bada a solo a non perdere di vista questa immagine, e cerca te stesso in Cristo soltanto, e non in te, e così ti troverai in lui per l’eternità» [pag. 142]. Il libro di Ricca aiuta a riflettere su temi piuttosto elusi, oggi, nel dibattito teologico. Ma, soprattutto, è un invito a non lasciarsi sopraffare dal pensiero della morte; è una testimonianza grande e appassionata della fede di un cristiano nella potenza della risurrezione di Cristo, che il Nuovo Testamento afferma essere caparra ed anticipo di quella di tutti i credenti.

Paolo Ricca

DELL’ALDILÀ E DALL’ALDILÀ

Claudiana, Torino 2018. pagine 184, euro 15.


abbonamento 2019 50 euro abbonamento sostenitore 80 euro con in omaggio il dossier «Giovanni Franzoni» e inoltre uno di questi libri

Proposte di abbonamento cumulativo Confronti +Adista 110 euro Confronti +Esodo 67 euro Confronti +Riforma 109 euro Confronti +Gioventù Evangelica 68 euro Confronti +Missione Oggi 67 euro Confronti +Mosaico di pace 69 euro Confronti +Qol 57 euro Confronti +Servitium 80 euro Confronti +Tempi di Fraternità 69 euro Confronti +Testimonianze 82 euro

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Camminiamo in questa piazza immensa, affollata che è il mondo. A braccia aperte

Firma per la

CHIESA VALDESE Unione delle Chiese metodiste e valdesi

Si ringraziano per la partecipazione i collaboratori dell'Istituto Valdese "C.D. La Noce" di Palermo e i membri di Associazioni e Cooperative di Palermo che operano con il sostegno dei fondi dell'Otto per mille delle Chiese metodiste e valdesi. L'autore della frase è Gianluca Fiusco, direttore del Servizio Cristiano di Riesi (CL)

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#1000bracciaaperte www.ottopermillevaldese.org

Confronti, numero di Dicembre 2018  

All'interno il mio articolo "Musica e Sufismo", a pag. 40

Confronti, numero di Dicembre 2018  

All'interno il mio articolo "Musica e Sufismo", a pag. 40

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