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d’argento

ANNO I° - numeri 1 e 2 gennaio/giugno 2017

Registrazione Tribunale di Roma n° 132/2000

APEC ASSOCIAZIONE PENSIONATI CONI

RIVISTA TRIMESTRALE DI CULTURA E STORIA DELLO SPORT


2 Rivista trimestrale di cultura e storia dello sport con inserto:

Pagine speciali dedicate alla Associazione Pensionati CONI

anno I n° 1-2 gennaio-giugno 2017 Registrazione presso il Tribunale di Roma n° 132/2000

La sede legale è c/o APEC Foro Italico, 00135 ROMA Tel: 06 3272 3228 / 06 3272 3230 / 06 3272 3226 fax: 06 3272 3800 e-mail: pensionaticoni@alice.it facebook: pensionati coni

La rivista è stampata da LA CROMOGRAFICA Via Tiburtina 912 00156 Roma Questo numero è sfogliabile online dal sito www.pensionaticoni.it

Non ce ne vogliano i lettori tifosi delle altre squadre di calcio, in particolare i laziali: inserire la foto di Totti in copertina non è provocazione da “aficionados della Curva SUD” ma solo un dovere da sportivi nei confronti del “numero dieci” della Roma, che ha lasciato il calcio giocato, e soprattutto la sua squadra ove ha sempre militato, con alle spalle un palmares di record che con totale diritto gli consente di essere considerato uno dei più grandi calciatori italiani di tutti i tempi. Ha quindi tutte le credenziali per entrare nella Storia dello Sport.

Un cordiale ed affettuoso saluto a tutti i Soci che oggi si accingono a leggere il primo numero di “Cinque Cerchi d’Argento”. Nell’editoriale del direttore responsabile Augusto Rosati potrete leggere meglio le specificità della rivista, che risulta essere di gran lunga il mezzo di comunicazione più gradito ai Soci, in particolare per coloro che sono più lontani dal Foro Italico e per quelli che non hanno dimestichezza con gli strumenti tecnologici. Cercheremo di essere puntuali e di mantenere le promesse fatte. In questa sede, ma rinviando tutto ciò che concerne la gestione del quadriennio appena iniziato alle pagine interne dell’inserto dedicato alle attività dell’Associazione (...una novità editoriale che mi auguro trovi il gradimento dei Soci ) vorrei focalizzare un obiettivo importante che vuole essere l’elemento distintivo di questa nuova consiliatura: potenziare la comunicazione. La rivista sarà pedina importante (saranno diffusi due numeri doppi della rivista, il primo all’inizio dell’estate ed il secondo a dicembre) ma raggiungeremo i Soci anche con le e-news mensili, comunicazioni veloci tramite posta elettronica e con informative cartacee per chi non utilizza strumenti tecnologici. Come forse

saprete, è stato realizzato un database dei Soci per disporre di un archivio digitale completo che ci permetterà di raggiungervi più velocemente. Ma come ripetiamo sempre, è il vostro contributo che farà la differenza. Il vostro aiuto sarà determinante ed allora, in primo luogo mi rivolgo a chi non ancora disponesse di un indirizzo di posta elettronica, di attivarne subito uno (in modo diretto o con l’aiuto di un figlio o un nipote) perché questo ci permetterebbe di essere in contatto con voi velocemente, evitando tra l’altro le spese postali. Altro contributo potrà essere quella di aiutarci a diffondere le attività dell’APEC ai colleghi non a conoscenza delle nostre iniziative. Sarebbero graditi i vostri suggerimenti ed anche le vostre risposte ai sondaggi che spesso attiviamo su www.pensionaticoni.it. Ricordatevi poi che nel nostro sito, costantemente aggiornato, potrete trovare notizie in tempo reale, e che quindi potrete conoscere con molto anticipo rispetto alla comunicazione cartacea. Con la vostra collaborazione siamo certi che l’Associazione crescerà. Vi rinnovo i miei saluti e spero di incontrarvi presto nella sede sociale del Foro Italico o, ancor meglio, nel corso delle nostre numerose iniziative.

Un gradito “special guest” per il primo numero della rivista: Roberto Fabbricini, Segretario Generale del CONI che ci parla de Il filo magico che ci accomuna. Per “storie importanti”, col titolo Occasione voluta, riproponiamo due articoli che raccontano l’euforia degli italiani, allorquando, a metà giugno del 1955 furono assegnate le Olimpiadi a Roma, testi preceduti da una nostra considerazione amara per la Occasione mancata del settembre scorso, quando il Comune ha negato alla Capitale la possibilità di aspirare ad una nuova esperienza olimpica nel 2024. Quindi, nello spazio finalizzato a dare doverosa attenzione agli “uomini importanti” dello sport italiano, presentiamo Un italiano atipico, l’interessante libro scritto da Gianfranco Colasante su Bruno Zauli, definito come il più colto uomo di sport. Nelle pagine dedicate alle “classiche dello sport” proponendolo come Testimone diretto della storia del Paese parliamo del Giro d’Italia, che quest’anno ha celebrato la sua centesima edizione. Per i “duelli epici”, con il titolo Perché l’hai fatto Bartali abbiamo riportato alla memoria uno dei più bei articoli di cronaca ciclistica, scritta dal grande scrittore Dino Buzzati. Per i “contributi culturali” abbiamo il piacere di ospitare una interessante riflessione sul doping che ci ha inviato il Maestro di Sport Carlo Devoti, dal titolo Fenomeno a 360°. Dopo l’inserto speciale a metà rivista, Cinque Cerchi News (otto pagine “gialle” tutte dedicate all’Associazione) si riprende il percorso della memoria con “testimoni e protagonisti”, raccolta di testimonianze di nostri colleghi che raccontano le loro passate esperienze professionali al CONI. I primi tre contributi in tal senso sono stati: Non rimaniamo troppo indietro, di Fiammetta Scimonelli; Da una stagione all’altra, di Mimma Turi; Memorie in libertà, di Rita Monzoni. Non potevamo ignorare anche “momenti di aggregazione”, e così, come primo tema d’obbligo, abbiamo pensato ai Tornei di tennis tra colleghi: per questo ci ha aiutato un reportage di Paolo Calderara dal titolo La coppa Cobram. Infine nell’area dedicata alle “ricerche antologiche”, proponiamo Il torto di essere troppo plebeo, sintesi di un interessante capitolo del volume Sport e Fascismo, nel quale il prof. Marchesini spiega perché il ciclismo fu uno dei pochi sport ignorati, o quasi, da Benito Mussolini. E qui finisce il primo numero: ci auguriamo che il nuovo taglio editoriale trovi il vostro consenso, e soprattutto, per il futuro, la vostra preziosa collaborazione.


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Se ricordate tre anni fa (il 1 ottobre 2014, al Salone d’Onore del Palazzo H), nel suo discorso per il quarantesimo anniversario dell’Associazione, il presidente emerito Vittorio Peconi preannunciò davanti ad una autentica marea di soci (e soprattutto alla presenza del Presidente del CONI Malagò) la nuova sfida dell'APEC per gli anni a venire. Un annuncio che non era uno slogan più o meno ad effetto, ma l’indicazione di un percorso preciso che la nostra Associazione avrebbe dovuto percorrere per riaffermare il proprio ruolo di riferimento degli operatori professionali dello sport in quiescenza. In altra parte di questa rivista potrete leggere come il neo presidente Blasetti, nel suo programma di governo, abbia fatto propria questa sfida, concretizzandola con proposte e tempi precisi, e soprattutto dando ad essa capacità d’azione ad ampio raggio. Ma cosa significa “ad ampio raggio”? Lo sguardo ampio dell’APEC deve certo essere rivolto all’interno dell’Associazione (perché sia sempre più garantita assistenza e servizi primari ai suoi soci, difendendone identità e diritti) ma anche essere puntato all’esterno. Qui in parte entra di scena la rivista, e quindi il sottoscritto quale direttore responsabile. Ne spiego i motivi. Tra i doveri statutari dell’APEC ve ne è uno che abbiamo l’obbligo di attuare e rispettare, per dare senso compiuto ai motivi di esistenza stessa dell’Associazione: essere cioè "il prezioso scrigno di esperienze, di informazioni e di storia dello Sport derivanti dal nostro ruolo di ex operatori altamente specializzati” per immetterlo di nuovo in circolo, con intento pedagogico e didattico, a disposizione delle nuove generazioni. Ecco, questa Rivista vuole rappresentare lo strumento, il veicolo, per concretizzare detto impegno. E’ chiaro che trattasi di un lavoro complesso ed impegnativo, che non può non comportare il coinvolgimento di tutti noi soci, “di tutti”, sottolineo, nessuno escluso. Prima di andare oltre consentitemi una precisazione pregiudiziale: questa testata si propone con una nuova denominazione ed è articolata in maniera differente e con accresciuti obiettivi rispetto al precedente glorioso “Notiziario”, ma non per questo sarà sminuito il suo ruolo di punto di incontro di tutti i soci. Anzi, esattamente il contrario! La Rivista infatti dovrà favorire il nostro essere insieme per il duplice obiettivo che è il principio ispiratore della sopracitata nuova sfida: “essere insieme” per affrontare meglio e con maggior forza tutte le tematiche che riguardano il nostro status di lavoratori in quiescenza, ma anche “essere insieme” per riproporre e poi trasporre agli altri le nostre informazioni, le nostre memorie e la nostra cultura dello Sport. “Cinque Cerchi d’Argento” (ndr: Cinque Cerchi, simbolo dell’olimpismo, movimento per il quale ognuno ha dedicato la propria attività lavorativa e l’Argento che si riferisce alla nostra non più giovane età) dovrà essere la “macchina” a disposizione di tutti, cosicché tutti, in modo diretto ed indiretto,

possano, per quanto permettano le proprie disponibilità (temporali, fisiche o altro) affrontare da soggetti attivi questo importante impegno. L’edizione cartacea (che in questa prima fase, pur se con numero doppio sarà semestrale) non sarà l’unico strumento di comunicazione, ma è affiancata da una omonima edizione online (peraltro anch’essa specificatamente registrata presso il Tribunale di Roma) che già da alcuni mesi trovate regolarmente in rete attraverso www.pensionaticoni.it, nonché da una altrettanto omonima newsletter periodica che anch’essa da quattro mesi raggiunge puntualmente tutti coloro che hanno un loro indirizzo di posta elettronica. Con “Cinque Cerchi d’Argento” quindi nessuno sconvolgimento dunque, nessuna “diavoleria improponibile per una utenza anziana” ma un rafforzamento del dialogo tra i soci, utilizzando tutti i mezzi che la società odierna ci pone a disposizione. Un tema importante, caro al Presidente Blasetti, su cui spesso vorremmo parlare proprio su questo Magazine. Ma diversamente dal passato c’è da evidenziare che il nostro giornale da oggi assume anche altri connotati e competenze di particolare importanza: esso rappresenta infatti uno dei perni fondamentali su cui è basato il rapporto con il nostro Ente di riferimento, il CONI, dal quale siamo riconosciuti come Associazione Benemerita (più sinteticamente definita A.B.). Infatti con l’espressione “Cinque Cerchi d’Argento” abbiamo denominato uno dei due “progetti speciali” che come APEC, a partire dal corrente 2017, dobbiamo proporre con uno sguardo rivolto allo sport italiano. Ciò rientra, come molti sapranno, nella nuova normativa che il CONI chiede a tutte le A.B., ognuna secondo le loro specifiche peculiarità istitutive, per mantenere l’importante status di “Benemerita”, nonché, aspetto certamente non trascurabile, per vedere garantita la continuità della quota contributiva annuale da parte dell’Ente alle stesse A.B. Vorrei evitare di dire di più (rischierei di annoiare) e lascio a tutti voi di scoprire lo sviluppo ed i contenuti del giornale. Chiudo l’editoriale lanciando un sincero e sentito appello a tutti voi: vi chiedo umilmente di darmi una mano per rendermi edotto del vostro sapere, delle vostre conoscenze, delle vostre storie che hanno stretta relazione con la storia dello sport italiano, quantomeno degli ultimi 50 anni. Solo così Cinque Cerchi d’Argento ha un senso: se devo far riferimento a storie già scritte su altri libri e riviste (…lo farò, ovviamente, ma non devono costituire la fonte principale) questa rivista sarà solo “antologica”. Vorrei tanto che invece brillasse per la sua originalità. Io cercherò di mettercela tutta, ma, lo ripeto davvero con umiltà, ho bisogno dell’aiuto insostituibile di tutti gli altri

amici soci. Posso contarci?


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Il Segretario Generale CONI, Fabbricini, nel suo gradito saluto, auspica che con la nostra rivista si possano rivivere i processi relazionali funzionali ai successi e alla crescita del “nostro Ente” e dell’intero sistema sportivo

Cinque cerchi d’argento come simbolo di una vita all’insegna della passione per lo sport. Una denominazione che rappresenta il modo migliore per testimoniare il senso di appartenenza verso quel mondo olimpico che ha rappresentato la declinazione professionale e personale dei fruitori di questo periodico, rivolto all’Associazione Pensionati del CONI.

relazionali funzionali ai successi e alla crescita del “nostro” Ente e dell’intero sistema sportivo.

Non un viaggio nel tempo con intento nostalgico, piuttosto un cammino a ritroso per vedere l’attualità con gli occhi di chi conosce lo sport e l’ha vissuto nella sua accezione più nobile, riproponendo esperienze che hanno scritto la storia, rivisitando eventi e Ora voltiamo pagina nel segno della tradizione, con personaggi con una prospettiva che sappia esaltala volontà di dare maggiore spazio e visibilità a tere, valorizzandolo, il nostro know how con la volontà matiche di natura sportivo-culturale, attraverso cui di perseguire nuovi traguardi. E’ quel filo magico analizzare l’evoluzione del movimento che avete che ci accomuna, che ci fa tornare orgogliosamenvissuto, rappresentato e onorato con ammirevole te indietro con l’ambizione di conquistare il futuro. dedizione. Sono sicuro di condividere con voi il ricordo dei foVi abbraccio idealmente perché sono, e non può togrammi, indelebili, dell’edizione olimpica estiva essere diversamente, uno di voi. La rivista diventerà ospitata dalla Capitale nel 1960. Ho negli occhi, e un luogo di incontro per approfondire i contenuti nel cuore, l’arrivo trionfale di Berruti, le mille pagine degli aspetti che caratterizzano l’attività del Comi- epiche vissute in quell’estate magnifica che ci ha tato Olimpico Nazionale Italiano, per capire le dina- fatto conoscere la meraviglia della manifestazione miche che hanno caratterizzato l’evoluzione sportiva più importante. All’insegna di quei cinque dell’ambiente e rivivere, perché no, quei processi cerchi, di cui voi siete fieri portabandiera.


5 Apriamo le pagine di questa rivista, sulla quale vorremmo esporre i tanti bei racconti dello sport italiano, con l’accenno ad un accadimento tutt’altro che positivo, che però ci serve come aggancio per riproporre ancora una volta uno dei momenti più esaltanti del nostro Paese, le Olimpiadi di Roma 60

La stragrande maggioranza di noi, attuali pensionati CONI, che cominciammo a lavorare nell’organizzazione sportiva tra la fine degli anni 60 e 70, pur se, per evidenti ragioni anagrafiche, non fummo professionalmente coinvolti nei Giochi della diciassettesima Olimpiade (…all’epoca eravamo più o meno adolescenti), ci siamo sempre sentiti legati affettivamente a quell’evento. Certamente sarà stata l’influenza emotiva dei racconti e delle entusiastiche testimonianze dei colleghi più anziani, che della grande Manifestazione furono artefici, ma molto più probabilmente abbiamo sempre avuto un più o meno cosciente sentore che fu proprio ROMA 1960, in un certo qual modo, ad aver creato i presupposti per il nostro ingresso nei quadri professionali del CONI e delle Federazioni Sportive. L’Olimpiade romana infatti rappresentò un volano formidabile, con effetti esponenziali negli anni successivi, per la crescita e lo sviluppo dello Sport italiano (...e non solo) e del nostro Ente, che ha conseguentemente potenziato negli anni la sua struttura organizzativa. E’ vero che molti di noi, nel corso del lavoro, hanno poi avuto modo di vivere (… alcuni anche più volte) la propria esperienza olimpica in altre successive edizioni dei Giochi, ma il sottile fascino di poter vedere, anzi godere” (anche se non più da operatori attivi) un evento di simile portata nella Capitale d’Italia è stato sempre considerato una ambizione che fino a poco meno di un anno fa sembrava poter essere concretizzabile. Purtroppo non è stato così. Tutti sono a conoscenza delle dinamiche (e delle polemiche) che hanno stoppato in modo drastico un percorso che si stava rivelando certamente positivo all’assegnazione dei Giochi del 2024 a Roma, e che ha posto freno in

modo irreversibile agli innumerevoli presupposti positivi che una simile evenienza avrebbe consegnato non solo alla prima città italiana, ma all’intero Paese, e soprattutto al movimento sportivo italiano. Non si bollino queste esposte come considerazioni di parte, ma ne siamo certi sono la posizione di tanti, sia a Roma che nel Paese, ben ribadita dallo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella allorquando nel suo messaggio di sostegno alla candidatura 2024 affermava che i Giochi avrebbero rappresentato “…un'occasione per parlare al mondo, …per rilanciare il tema della qualità italiana, tesoro di inestimabile valore e talento che siamo chiamati a rinnovare nei grandi cambiamenti del mondo globalizzato…… un progetto in grado di arricchire Roma.” Non vogliamo entrare nel merito della “criticabile (… almeno a parere di chi scrive) questione”: le cose sono ormai andate nel modo in cui sono andate e le recriminazioni, almeno ad oggi, non cambiano le situazioni. Riprendiamo quindi il nostro ruolo di “archivisti della storia dello sport” pubblicando nelle pagine successive due articoli datati 1955 che testimoniano quali all’epoca fossero aspettative per la Grande Olimpiade del 1960, Giochi che senza alcun dubbio “… segnarono un passaggio importante nello sviluppo economico e sociale dell'Italia” (virgolettate, poiché sono le parole pronunciate in quel messaggio dal Capo dello Stato). Riproponendo quei momenti che precedettero la Grande Olimpiade probabilmente saranno ancora più evidenti le negatività dell’occasione mancata 2024, che doveva essere, sempre per utilizzare le parole di Mattarella “… il crocevia di una nuova crescita contrassegnata da qualità e sostenibilità”. Vogliamo comunque essere positivi e non fermarci alle recriminazioni: ricordando ancora una volta Roma 1960 vogliamo invece ribadire la consapevolezza dell’importanza del movimento sportivo italiano, ed il nostro orgoglio perché ad esso apparteniamo. Forse nel caso specifico servirà a poco, ma è un concetto tutt’altro che di poco conto!


6 Il 15 giugno 1955 tre persone volarono a Parigi per illustrare ai membri del CIO la candidatura di Roma all’organizzazione dei XVII Giochi dell’Era Moderna, Giulio Onesti e Bruno Zauli per il CONI, e Salvatore Rebecchini sindaco della città. Dopo quell’illustrazione e la conseguente votazione, tornarono in patria con il cuore in affanno e la testa in subbuglio perché trentacinque di quei signori del CIO nello scrutinio finale avevano scritto ROMA. Una grande emozione che possiamo ripercorrere attraverso due articoli del Corriere d’Informazione

Assegnata a Roma per il 1960 l'organizzazione della 17 Olimpiade. Parigi 16 giugno, notte Alla città di Roma è stata assegnata all'organizzazione dei diciassettesimi giochi olimpici estivi del 1960. Com' noto, oltre alla capitale italiana, avevano presentato la loro candidatura a Bruxelles, Budapest, Detroit, Losanna, Messico e Tokio. La lotta per l'assegnazione dei giochi si era ristretta nei giorni scorsi a Roma e Losanna, ma ieri la bilancia delle preferenze aveva subito una leggera inclinazione in favore di Detroit, il cui delegato aveva assicurato che, in caso di designazione, la sua città avrebbe pagato alle varie federazioni anche le spese di trasporto degli atleti. La riunione è durata dalle 9:30 alle 11. Dopo il primo scrutinio le posizioni erano le seguenti: Roma con una 15 voti, Losanna con 14, Budapest con otto, Detroit e con sei, Bruxelles con sei, Messico con sei, Tokio con quattro. Nella seconda votazione Roma otteneva 26 suffragi, Losanna 21, Detroit 11 e Budapest uno. Nel terzo scrutinio i 59 membri del C.I.O. dovevano scegliere fra l'Italia e la Svizzera e in definitiva una forte maggioranza si pronunci per Roma, con 35 voti, e 24 per Losanna. "Signori, Roma!" ha annunciato Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico , uscendo dai saloni del Cercle Interalli, dove si era tenuta la riunione. Hanno votato per Roma tutti i paesi dell'America del Nord e del sud, le nazioni dell'est, l'Australia, la Germania, l'Austria e la Grecia.

La laboriosa opera del CONI i nel campo della tecnica e dell'attrezzatura sportiva, l'intensa propaganda che negli ultimi anni stata fatta con discrezione e dignità, e la locuzione con cui l’ingegner Rebecchini ha brillantemente esposto i desideri dell'Urbe e le garanzie che Roma può dare, hanno condotto ad un successo quale migliore non poteva essere. Al CONI spetta ora un compito di grande impegno per il quale, data la preparazione già in atto, c' garanzia di laboriosa ma sicura soluzione. Roma, con le parole del suo primo cittadino, si impegnata ad accogliere con praticità moderna la "grande festa" che le stata assegnata. Il governo, consapevole dell'importanza dello sport come mezzo di unione fra i popoli, far certamente di tutto affinché il Olimpiade italiana abbia una organizzazione degna di quelle che l'hanno preceduta.


7 La bandiera dai Cinque Cerchi è stata issata sul Campidoglio Roma 16 giugno, notte. La bandiera olimpica dai Cinque Cerchi stata issata questa sera sulla loggia del palazzo senatoriale in Campidoglio, accanto al tricolore e dal vessillo giallorosso del Comune di Roma, mentre una grande e spontanea manifestazione di sportivi celebrava l'assegnazione ai a Roma dei giochi olimpici del 1960. Tutti gli edifici sportivi della città, la sede del CONIi, lo Stadio Olimpico, i circoli nautici ed i campi minori erano stati imbandierati questa mattina subito dopo l'annuncio ufficiale. L'appuntamento per la manifestazione di questa sera era stato fissato per le 19, ma già un'ora prima il piazzale del Campidoglio era gremito di atleti delle società e gruppi sportivi romani ed i cittadini. Nei punti strategici erano già sistemati gli operatori della radio, della televisione dei cinegiornali. La folla è andata poi sempre più aumentando, tanto che in breve non soltanto il piazzale ma anche le gradinate del Campidoglio sono apparse gremite. Hanno parlato agli sportivi il pro sindaco Andreoli, il ministro dello sport on. Ponti e l'ingegner Barassi, vice presidente del CONI, per illustrare l'importanza dell'avvenimento ed esprimendo la soddisfazione degli sportivi italiani. Subito dopo mentre due valletti del Comune alzavano le trombe d'argento per lanciare gli squilli di attenti, un grande

silenzio scendeva sul piazzale. Il pro sindaco Andreoli ordinava quindi l’alzabandiera e sulle tre antenne del balcone si alzavano simultaneamente la bandiera olimpica, quella italiana e quella di Roma. Nello stesso istante un'altra enorme bandiera dai cinque cerchi saliva sul pennone della torre capitolina, mentre la musica intonava l'inno di Mameli. Rigidi nella posizione di attenti gli atleti dell'Istituto superiore di educazione fisica e i rappresentanti delle società sportive romane seguivano commossi con lo sguardo la grande bandiera che saliva sull'alto pennone. Poi un applauso scrosciante scoppiava irrefrenabile dalla folla. Appena avuta comunicazione dell'assegnazione a Roma dei giochi olimpici del 1960, il presidente del consiglio On. Scelba ha indirizzato al presidente del Comitato Internazionale Olimpico Avery Brundage presso il circolo inter alleato di Parigi il seguente telegramma: aperte " a nome governo desidero esprimere sensi profonda viva gratitudine per ambito riconoscimento che C.I.O. ha voluto dare all'Italia concedendo l'onore dell'organizzazione dei Giochi Olimpici del 1960". Un altro telegramma il presidente del consiglio ha indirizzato all'avvocato Giulio Onesti, presidente del CONI, attualmente a Parigi.


8 Parlando del grande successo di Roma 1960, non possiamo ignorare i grandi personaggi che di quell’evento furono protagonisti. La Grande Olimpiade ne ebbe tanti, e tutti di altissima levatura, ognuno di grande acume e di marcata personalità.

Vorremmo dare spazio da questo numero, di volta in volta, al ricordo di quei tanti dirigenti a cui lo sport italiano “deve tutto”. Iniziamo con Bruno Zauli, colui che, con Giulio Onesti, fu il vero motore del grande evento Il libro che Gianfranco Colasante ha voluto dedicare a Bruno Zauli, mio Padre, è anche la storia del movimento sportivo italiano, dall’età dei pionieri fino alla modernità di Roma ‘60. L’autore ha percorso questi 40 anni “assieme” a Zauli, dai suoi esordi come modesto Ringraziamo l’autore che atleta, quindi di seguito come tecnico, ci ha autorizzato di pub- dirigente, giornalista, medico, inseblicare due brani dai gnante e studioso di sport nel senso più quali è possibile cogliere ampio. In questo lungo percorso si è gli elementi fondanti del necessariamente imbattuto nei princigrande dirigente: uno lo pali avvenimenti che hanno segnato ha scritto Leonardo Zauli, l’evoluzione dello sport italiano. Zauli figlio di Bruno, l’altro è il non è stato, ovviamente, il solo protaricordo che Luigi Chierici, gonista dei quarant’anni in cui la pratiuno dei più importanti ca sportiva si è trasformata, da fatto giornalisti sportivi italiani del XX secolo, scrisse po- elitario, a fenomeno di massa, praticachi giorni dopo la morte to e seguito da milioni di cittadini. Con del grande dirigente: era ruoli diversi, e di diversa incidenza, Zauli ha comunque partecipato a tutte le il dicembre 1963. fasi di questa trasformazione. Si deve

La nostra fonte storica è l’interessante volume di Gianfranco Colasante, uscito lo scorso anno, dal titolo“Bruno Zauli, il più colto uomo di sport”.

riscontrare, infatti, in Zauli un’assoluta coerenza tra l’impegno professionale, tenacemente legato al mondo sportivo, e la volontà di contribuire a trasformarlo e a migliorarlo, anche quando quel mondo sembrava respingerlo. Le più importanti realizzazioni sportive cui Zauli ha dato un contributo decisivo – elaborato, studiato e progettato nel tempo e in tutti i dettagli –, sono stati l’accordo CONI-Ministero della Pubblica Istruzione con cui è stata introdotta la pratica sportiva nella scuola, anche col sostegno economico del CONI, e la celebrazione delle Olimpiadi romane del 1960. Per quelle realizzazioni nulla era stato lasciato al caso, piuttosto seguendo una logica concatenazione nella successione dei passi necessari. Dopo vent’anni di fascismo, con la conseguente catastrofe bellica, era necessario salvare l’ente CONI dalla


9 soppressione proposta da alcuni politici, guidati dall’idea che lo sport coincidesse col fascismo. Per questo, dovevano essere epurati, ed emarginati, tutti quei dirigenti sportivi, in qualunque modo coinvolti col “passato regime”. Anche Zauli fu sottoposto a giudizio dalla commissione di epurazione istituita presso il CONI, che, non potendo imputargli alcunché di cui dovesse vergognarsi, lo prosciolse da ogni addebito. Questo avvenne due anni prima che Togliatti, da ministro della Giustizia, emanasse l’amnistia che restituì un po’ di serenità al paese. Fortunatamente per lo sport italiano, il CONI non fu abolito e Zauli – forte della sua lunga e variegata esperienza – grazie all’appoggio interessato di Onesti, ebbe modo di riallacciare i rapporti con tutti quei soggetti in grado di dare un contributo positivo alla rinascita dello sport italiano. Alcuni di questi dirigenti, comunque coinvolti in qualche misura col passato, e che avevano bene operato nel campo sportivo, furono recuperati e operarono positivamente al rilancio dello sport nazionale. La cancellazione di vent’anni di storia avrebbe infatti prodotto un danno irreversibile allo sport e a tutta la società italiana, ed era necessario superare il passato col contributo anche di coloro che avevano sbagliato, credendo di perseguire un interesse nazionale senza fini di lucro personale. L’accordo CONI/ Pubblica Istruzione, fondamentale per il pieno rilancio dello sport, non sarebbe stato possibile qualora non fossero stati realizzati i presupposti necessari, quali la riapertura di un Istituto Superiore di formazione dei docenti (ISEF) e che sostituisse, adeguandola ai tempi, la antica e militaresca accademia di educazione fisica della Farnesina. Oppure non si fossero costruite strutture idonee per qualificare, in senso tecnico/ sportivo, i diplomati ISEF, quali la Scuola di Atletica di Formia e, ancora, quegli impianti di atletica in ogni provincia italiana. In quelle realizza-

zione il contributo di Zauli fu decisivo. Così si potrebbe parlare della Olimpiade del ‘60, la cui realizzazione non è stata il frutto di sogni di visionari, ma l’esecuzione di ponderati progetti, studi d’impiantistica, preventivi economici, sistemazione urbanistica risalenti a vent’anni prima. Con lo scopo di dotare la città delle opere necessarie e indispensabili per l’evento. Ho brevemente sintetizzato alcuni aspetti e le maggiori realizza-

avveniva nel mondo anglosassone e nei paesi del nord Europa. Ritengo che l’affermazione dell’aspetto educativo dell’attività sportiva sia il punto centrale attorno al quale hanno ruotato il pensiero e l’opera di Zauli. Per il quale la stessa celebrazione delle Olimpiadi romane doveva essere il momento in cui si riconosceva una più evoluta civiltà che facesse propri i valori etici dello sport. Volutamente non ho parlato delle qualità

zioni cui Zauli ha dato un contributo decisivo, partecipando a tutte le fasi, per rimarcare l’aspetto fondamentale del suo operato: ossia la faticosa attuazione, per gradi, senza ometterne alcuno, dei progetti ideati, elaborati, approfonditi negli anni. Nell’opera di Zauli non vi è improvvisazione: si ricercano le soluzioni approfondendo la conoscenza dei problemi; non si fa affidamento su alcuno “stellone”, si guarda con rispetto verso chi ha maggiori conoscenze e senza complessi di inferiorità. Zauli non ha mai ritenuto gli sportivi come dei “muscolari” – secondo una sciocca definizione – o come una componente avulsa dalla società. Lo sport e la pratica sportiva, secondo lui, dovevano essere una componente necessaria dell’educazione, ossia della crescita della persona, così come a quel tempo

umane e caratteriali di Zauli, dei suoi pregi o difetti nella vita familiare. La morte prematura mi ha impedito di approfondire adeguatamente alcuni aspetti della sua personalità. L’adesione culturale, intellettuale, anche semplicemente umana, di Colasante alla persona e all’opera di Zauli – pur nel rigoroso rispetto della realtà, quale essa emerge anche dalla ricchissima, molto spesso inedita, documentazione – mi ha insegnato ad amare meglio, e con maggiore consapevolezza, mio Padre. Anche di questo sarò sempre grato a Gianfranco.

L’autore del volume è Gianfranco Colasante, giornalista professionista, che si è occupato per oltre quarant’anni della comunicazione del CONI e della redazione delle sue riviste ufficiali (da Quaderni dello Sport a Lo Sport Italiano e il Podio). Dal 2007 dirige il giornale on-line www.sportolimpico.it.


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È difficile spiegare ai giovani chi era stato  Bruno Zauli perché anche quando la spiegazione risultasse perfe a un uomo così  stenterebbero a riconoscerlo tanto è  fuori dal loro tempo e lontano dalla loro  mentalità. Per i non più giovani che hanno al loro a vo una lunga milizia spor va Zauli, invece, rappresenta il classico  modello del dirigente da imitare. Bruno  Zauli era nato ad Ancona, da famiglia  romagnola, il 18 dicembre del 1902. Fu  mentre frequentava l’università a Napoli,  prima di laurearsi in medicina, che si sen irresis bilmente a ra o da quello  sport che, fra gli altri, pure ama , prese  un posto par colare nel suo cuore: l’atle ca leggera. Sempre a Napoli esordì nel  giornalismo assieme ad un altro indimencabile amico: Felice Scandone. I primi  anni della sua a vità in favore dello  sport Bruno Zauli li dedicò, sopra u o,  a raverso il giornalismo che, allora, per  l’atle ca leggera era una forma di apostolato. Cominciò così a farsi conoscere e  quando uscì Il Li oriale Bruno Zauli si  vide affidare la rubrica dell’atle ca leggera che tenne fino a quando, nel 1939,  non fu nominato capo dell’Ufficio Stampa del CONI. E da allora è sempre rimasto al CONI. Dal 1946 Zauli ricopriva la  carica di Segretario generale e dal 1946  al 1957 è stato presidente della FIDAL  della quale rimase presidente onorario.  Era anche presidente del Centro dida co di Educazione fisica, presidente della  Lega europea dell’atle ca leggera, membro dell’Accademia olimpica, insegnava  da mol  anni all’Is tuto superiore di  Educazione fisica. Nel 1958 venne nominato Commissario della FIGC. Nella sua  qualità di presidente del Centro impian   spor vi dedicò mol  anni allo studio e  alla realizzazione dello stadio Olimpico di  Roma. Ricoprì anche altre carriere, ma la  sua opera più importante, la sua opera  che merita l’imperitura riconoscenza degli spor vi italiani fu quella che seppe 

compiere senza avere una carica, ma soltanto con la sua personalità e con la sua  riconosciuta diri ura morale: la strenua  difesa di ciò che restava dello sport italiano alla fine della guerra e la subitanèa,  prodigiosa messa in a o dei mezzi più  idonei a favorire la ripresa. Se fra tu e le  branche della vita nazionale, quella sporva fu certamente la prima a riprendersi  vigorosamente, il merito spe a a Bruno  Zauli che da uno scan nato seppe fare  giungere ovunque, con il segnale della  ripresa, l’indicazione della via da seguire  affinché questa ripresa fosse efficace. I  risulta , incredibilmente posi vi, basterebbero da soli a fare di Bruno Zauli l’ar-

scenza do orale non riuscivano mai ad  avere il sopravvento sulla fresca genuina  vena dello spor vo purissimo, dell’uomo  che fino a ieri, a sessant’anni suona ,  con la posizione invidiabile dell’uomo  arrivato riusciva ad emozionarsi per dei  fa , apparentemente trascurabili, ma  che facevano vibrare la sua sensibilità  spor va. L’ul ma le era di Bruno Zauli  mi è giunta ieri, contemporaneamente  alla tragica no zia della Sua morte. È un  documento che dice tu o di lui. In esso  Zauli mi segnala con il compiacimento di  un neofita, accludendo una fotografia,  che Villa Borghese è frequentata, anzi  frequenta ssima, da giovani studen  che 

3 marzo 2016 giorno della presentazione del volume. Inquadrati Malagò, Fabbricini , Colasante e Zauli

tefice principale dell’impulso avuto dallo  sport italiano nell’immediato dopoguerra, fra l’indifferenza, quando non vi era  os lità dei più che avrebbero dovuto collaborare. L’impareggiabile preparazione  di Bruno Zauli era la risultante del suo  vivo amore per lo sport e di uno studio  accurato, profondo, sistema co, di tu  i  problemi che il movimento spor vo propone all’a enzione di un dirigente. Lo  sport nelle sue estrinsecazioni agonis che, così come nelle sue leggi, nei suoi  regolamen  e nei suoi ordinamen , non  aveva più segre  per Bruno Zauli, nel  quale peraltro la competenza e la cono-

si preparano per la corsa campestre scolas ca. Ecco come in Zauli lo spor vo  aveva sempre e comunque il sopravvento. È morto senza aver potuto condurre a  termine un’altra grande ba aglia per la  quale si era impegnato, oltre che con  tu e le sue energie fisiche, anche con le  risorse intelle uale che erano in lui doviziose: lo “sport nella scuola” ha perduto  il suo animatore e il suo profeta. Ma gli  uomini muoiono e le idee restano: e  quella di Zauli sarà ripresa ed agitata – in  tempi meno calamitosi di questo – da chi  vorrà operare per il bene dello sport. 


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Il 28 maggio scorso si è conclusa la 100^ edizione del Giro d’Italia, la seconda più importante gara a tappe di ciclismo nel mondo dopo il Tour de France, ma soprattutto uno dei più prestigiosi patrimoni dello sport italiano, che si distingue per una sua particolarità inimitabile: nei suoi contenuti, nel suo sviluppo, nelle emozioni che sa offrire “il Giro è come un grande romanzo popolare che ogni anno si arricchisce di un nuovo capitolo”. Accade questo dal 1909, allorché su idea del giornalista forlivese Tullo Morgagni, con l’organizzazione - allora come oggi - della Gazzetta dello Sport prese il via per la prima volta (otto le tappe, 2.447 i Km percorsi, Luigi Ganna il vincitore). Il fatto è che la manifestazione è sempre stata percepita nell’immaginario collettivo degli italiani come un qualcosa che appartiene intimamente agli italiani, che viene inteso alla pari di una importante e rituale festa di famiglia a cui non si può mancare e per la quale non si può che gioire. In tal senso calza a pennello la definizione che diede Montanelli sulla Corsa Rosa “Il Giro d’Italia ha la straordinaria capacità di far sembrare ogni giorno come fosse domenica”. Ovviamente in un contesto molto meno romantico e meno formalmente passionale di alcuni decenni fa, ciò accade ancor oggi, e rimane intatta quell’aspettativa di sempre di poter assistere ogni volta, ed esserne emotivamente coinvolti, alle grandi performance degli eroi del pedale. Il prestigio e le fortune di questo evento centenario hanno tante motivazioni e significati, di carattere sociologico, culturale, etico, storico, e via discorrendo, e per la sua complessità non possiamo certamente trattare un argomento di siffatta portata in questa sede. Forse l’elemento base del Giro è la sua

“umanità”, che è propria nel DNA del ciclismo: è la tenacia e la caparbietà dei suoi eroi, che possono anche proporsi come degli invincibili quando sono in bicicletta, ma che poi presentano ad ogni piè sospinto il loro essere eguali alla gente comune, con le proprie paure, i propri tentennamenti, ma soprattutto con una tenacia senza eguali nel sopportare le sofferenze e nel contempo dare l’anima per combatterle e soprattutto batterle. Recentemente l’attuale Commissario Tecnico della Nazionale Italiana, l’ex corridore Davide Cassani, in una intervista ha usato una espressione, probabilmente non sua originale ma di altri, che è la vera metafora del ciclismo, e quindi del Giro d’Italia: “… quello del pedale è uno sport per perdenti. Ad ogni gara si parte in 200, ma è uno solo a vincere. Per cui, in percentuale, la possibilità di vincere è bassissima. Eppure ogni giorno il ciclista sale sulla bici e vuole vincere, cerca di vincere.”. Se ci riflettiamo bene ciò è in perfetta linea col comportamento quotidiano di ognuno di noi, pur nelle diverse sfumature, ad ogni livello ed in ogni periodo della propria vita. Ritornando più specificatamente al Giro, in 100 edizioni ha dimostrato di essere un evento particolare; il suo fascino sta nella sua stessa storia che ha spesso incrociato la storia degli italiani: sta nella rappresentazione coreografica che si propone come una lunga staffetta intergenerazionale che dal 1909 sino ad oggi vede, senza grossi traumi ma con l’entusiasmo di sempre, il passaggio del testimone dei suoi innumerevoli componenti; una storia che ha attraversato un Paese passato tra due guerre e che lo ha accompagnato, adattandosi in modo quasi sempre sincrono, ai profondi mutamenti sociali e istituzionali che si sono succeduti in questi 108 anni.


12 INVIATI DAVVERO SPECIALI Quando i grandi scrittori raccontavano il ciclismo Le cronache del Giro, le sue avventure, le sue storie sono state raccontate da migliaia di giornalisti che, tappa dopo tappa, soprattutto prima dell'arrivo della televisione, si sono proposti ai milioni e milioni di appassionati quali testimoni diretti di quelle emozioni. Ma anche come “cantori” o meglio ancora come “poeti epici” di quelle gesta atletiche. Ed un particolare contributo in tal senso, anche perché più sensibili, più predisposti alla narrazione, lo hanno dato, almeno fino agli anni 80, anche prestigiosi scrittori che, per quasi un mese, si introducevano nella “carovana rosa” per arricchire, con la loro verve, la loro profondità d’animo, il loro sottile acume di osservatori le tante cronache di gara, proponendole spesso in maniera spesso sublime, autentici capolavori d’arte letteraria. Parliamo di geni della penna come Indro Montanelli, Vasco Pratolini, Dino Buzzati, Orio Vergani, Manlio Cancogni, Curzio Malaparte, Alfonso Gatto, Mario Soldati, Giovanni Comisso, Cesare Zavattini. A corredo di quanto trattato in omaggio al Giro d’Italia, abbiamo ritenuto opportuno, nello spirito culturale della rivista, proporre una tra le più significative perle letterarie scritta da Dino Buzzati per il Corriere della Sera (ne scrisse diverse, ma le venticinque più memorabili, sono state raccolte in volume da Mondadori con il titolo “Dino Buzzati al Giro d’Italia”) che narra il duello epico, a colpi di pedaletra Fausto Coppi e Gino Bartali, lungo le grandi salite della tappa Cuneo Pinerolo del Giro del 1949.

Quando oggi, su per le terribili strade dell’Izoard, vedemmo Bartali che da solo inseguiva a rabbiose pedalate, tutto lordo di fango, gli angoli della bocca piegati in giù per la sofferenza dell’anima e del corpo – e Coppi era già passato da un pezzo, ormai stava arrampicando su per le estreme balze del valico – allora rinacque in noi, dopo trent’anni, un sentimento mai dimenticato. Trent’anni fa, vogliamo dire, quando noi si seppe che Ettore era stato ucciso da Achille. È troppo solenne e glorioso il paragone? Ma a che cosa servirebbero i cosiddetti studi classici se i loro frammenti a noi rimasti non entrassero a far parte della nostra piccola vita? Fausto Coppi certo non ha la gelida crudeltà di Achille: anzi, tra i due campioni, è certo il più cordiale e amabile. Ma in Bartali anche se scostante e orso, anche se inconsapevole, c’è il dramma come in Ettore, dell’uomo vinto dagli dei. Contro Minerva stessa si trova a combattere l’eroe troiano, ed era fatale che soccombesse. Contro una potenza sovrumana ha lottato Bartali e doveva perdere per forza la potenza malefica degli anni. Intatto è il cuore formidabile, perfettamente in ordine l’apparato muscolare, lo spirito è saldo come nei tempi della fortuna. Ma il tempo ha lavorato dentro di lui, inavvertito, ha toccato appena appena i meravigliosi visceri, una cosa da niente, né medici, né strumenti registrano alcunché di mutato. Eppure l’uomo non è più lo stesso. E oggi per la seconda volta ha perso. Questa tappa divoratrice di uomini – mai vista una corsa ciclistica così tremenda, dicevano stasera i tecnici più sperimentati – cominciò in una te-

tra valle, con pioggia, nuvoloni, nebbia bassa, disagio, depressione. Accartocciati nelle loro giacche impermeabili, i corridori quasi per ripararsi dal tempo nemico, si tenevano stretti uno all’altro, trascinandosi su per la Valle Stura come svogliati lumaconi. Misteriosamente era giunto l’autunno, la strada era deserta, forse non avremmo incontrato più né paesi né creature umane, la carovana si sarebbe trovata a tarda sera senza più forze, in un deserto di rupi e ghiacci e non avrebbe più sentito la diletta voce dei suoi cari. Tale lo stato d’animo. Solo di quando in quando i tendaggi di nebbia si aprivano, lasciando intravvedere remote cime nerastre. Ma bianche luci, filtrando di sotto ai nuvoloni, ci ricordavano che in qualche parte della terra forse splendeva anche il sole. La malinconica schiera dei così maltrattati lumaconi sbucò finalmente al buio della pioggia sopra Argentera. Si era già in alto e la valle respirava. Noi si corse avanti e dagli spalti del Colle della Maddalena guardammo in giù, la strada viscida che si perdeva a zig-zag nel fondo valle. Il sole! E per un caso fortunato assistemmo alla scena decisiva, al fatto d’arme più importante della guerra, a ciò che ha risolto i dubbi, le discussioni, le polemiche, per cui l’intero Paese palpitava. Da quella piccolissima scena, sperduta nella maestosità della montagna, doveva dipendere tutto il resto, il trionfo di un giovane uomo e il tramonto irreparabile di un altro uomo non più giovane. Centinaia di migliaia di Italiani avrebbero pagato chissà quanto per essere lassù dove noi si era, per vedere quello che noi vedevamo.


13 Per anni e anni – ce ne rendemmo conto – si sarebbe parlato a non finire di questo fatterello che non pareva di per sé niente di speciale, solamente un uomo in bicicletta che si allontanava dai suoi compagni di cammino. Eppure sul fianco della strada, irresistibile, passava in quell’istante, e non ridete, ciò che gli antichi usavano chiamare fato (… l’auree bilance sollevò nel cielo – il gran Padre, e due sorti entro vi pose – di mortal sono eterno; una d’Achille - l’altra d’Ettore: le librò nel mezzo – e il duce troiano il fatal giorno – cadde e ver l’Orco dechinò). Erano così a picco sotto di noi i corridori che nella prospettiva verticale parevano dei sottili insetti colorati che scivolassero adagio adagio. Questa schiera ebbe a una tratto leggeri fremiti qua e là. Finalmente si svegliavano? All’improvviso uno di essi, minuscola macchietta arancione, si staccò dagli altri e più veloce guadagnò un pezzo di strada (era Primo Volpi, e subito si capì dai suoi colori che non era uno dei giganti). Però un’altra di quelle sagomette colorate di bianco e blu sgusciò immediatamente di fianco al gruppo, arcuando il dorso, schizzò avanti e in pochi istanti ebbe raggiunto la maglia arancione. Almeno cinquecento metri in linea d’aria ci separavano. “Ma è Coppi, è Coppi! Si vede benissimo dal suo stile”, gridarono. Infatti era proprio lui. Con celerità impressionante, se si pensava alla durezza del pendio, volò su per tre, quattro serpentine, trainandosi la macchiolina di color arancione. Ma ben presto restò solo. Il sonnolento dondolare della schiena si ruppe. Sulla scia di Coppi altri due scattarono, separandosi dal grosso. Poi un’altra coppia ancora. E Bartali? Non si muoveva il grande? Sì, lo vedemmo da centro del plotone districarsi, poggiare a destra, incalzare a strappi. Ma, strano, si sarebbe detto che lo faceva senza convinzione, che non ci credesse, che supponesse tutto quel tramestio una innocua finta. Poi risalimmo in macchina e tra incauti nembi e alterne luci di sole si raggiunse il passo della Maddalena, perdendo di vista i corridori. Non ne rivedremo più che due fino a Pinerolo. Il fuggiasco e l’inseguitore, i due massimi eroi, disputantisi a denti stretti il regno. Gli altri rimasero di dietro, sempre più indietro, separati da valloni e precipizi, lottando tra di loro strenuamente, ma ormai erano fuori di questione. Tutto era concentrato là, nel contrasto tra i due solitari e l’ansia teneva i cuori. Discesa a vortice la insidiosa strada della Maddalena, in una oscura valle s’incontrarono i gendarmi francesi disposti ospitalmente a tutti i bivi, si udì l’eco di voci diverse dalle nostre, la strada ancor rupestre ed erta si inerpicò senza misericordia verso il Col di Vars, altre montagne apparvero, ma tutte malinconiche e selvatiche (solo per pochi istanti alle nostre spalle apparve una roccia turrita e immensa con terribili pilastroni di ghiaccio violaceo). Si cominciò a capire perché dicevano che la tappa delle Dolomiti era uno scherzo in paragone di quella di oggi. Il colle della Maddalena sarebbe già bastato a sfiancare un toro. E si era appena cominciato. La vittoria si pose al fianco di Coppi fino dal primo istante del duello. In chi lo vide non ci fu più dubbio. Il suo passo su quelle salite maledette aveva una potenza irresistibile. Chi lo avrebbe fermato? Ogni tanto per alleviare il tormento del sellino si sollevava sui pedali e pareva, tanto era leggero, che volesse distendere le membra per eccesso di vitalità, come fa l’atleta al destarsi da un lungo sonno. Si vedevano i muscoli, sotto la pelle, simili a serpenti

straordinariamente giovani, che dovessero uscire dall’involucro. Come già sulle Dolomiti, marciava con assoluta calma, quasi ignorasse che un lupo incalzava alle sue spalle. Dall’auto della Casa, sempre al suo fianco, Zambrini lo osservava sorridendo, sicuro ormai del trionfo. (E al Pelide fattasi vicina – sì Minerva parlò: “Diletto a Giove – inclito Achille, or sì che giunto lo spero – il momento che in noi, su queste rive – spento alla fine, il bellicoso Ettorre – d’alta gloria andrem lieti”). Al confine, presso il Colle della Maddalena, oltre 2 minuti di distacco; 4 minuti e 29 secondi in cima al Colle di Vars. E ora si affacciava in fondo a una lunga orribile gola, la muraglia paurosa dell’Izoard. Crollava dunque Bartali? Il maltempo, già suo fido alleato, non gli aveva dato alcun aiuto? Distrutta all’improvviso la sua leggendaria resistenza? No, Bartali era sempre lui: testardo, duro, implacabile. Ma come resistere a chi ha il favore degli dei. Era lurido di fango, la faccia grigia di terra e immota nello sforzo. Pedalava pedalava come se qualche cosa di orrendo gli corresse dietro e lui sapesse che a lasciarsi prendere ogni speranza era perduta. Il tempo, null’altro che il tempo irreparabile gli correva dietro. Ed era uno spettacolo quell’uomo solo nella selvaggia gola in lotta disperata contro gli anni (“Fu cara un tempo a Giove la mia vita e al saettante – suo figlio, ed essi mi campar cortesi – ne guerrieri perigli. Or mi raggiunse – la negra Parca. Non fia per questo – che da codardo io cada: periremo – ma gloriosi, e alle future genti – qualche bel fatto porterà il mio nome”). Senza più vedersi perché, ogni minuto si ampliava tra di loro la barriera di valloni, di rupi, di foreste, gli avversari lottarono fino alla fine. Ecco i fantastici gradini dell’Izoard che toglierebbero il fiato a un’aquila e si conchiudono in un desolato anfiteatro di ghiaie a precipizio con torrioni di rocce gialle e di aspetto umano. Ecco la vertiginosa scalata di mille metri su Briancon. Non basta. C’è ancora la scalata del Monginevro: altri cinquecento metri di dislivello. È finito allora il massacro? Non è finito. C’è il quinto muro da scalare, il Sestriere, l’ultimo supplizio per castigare i peccati dell’uomo, altro mezzo chilometro di montagna da macinare coi pedali. Che importano le minuzie della cronaca in tanta battaglia. Che peso possono avere nel conto finale le cinque forature di Coppi e le tre di Bartali? Coppi vola senza più l’inquietudine delle prime ore, certo com’è di giungere solo al traguardo. E Bartali tiene duro. Ma in mezzo a loro i minuti adagio adagio si accumulano. Sono 6’46” al Monginevro, 7’17” a Cesana, quasi 8’ al Sestriere, saranno circa 12 allo stadio di Pinerolo. Un vinto oggi, Bartali, per la prima volta. E questo è amaro anche perché ci ricorda intensamente la nostra comune sorte. Oggi per la prima volta Bartali ha capito di essere giunto al suo tramonto. E per la prima volta ha sorriso. Coi nostri occhi, passandogli accanto, abbiamo constatato il fenomeno. Uno dal bordo della via lo ha salutato. E lui, voltando un po’ la testa da quella parte, ha sorriso, lo scorbutico, lo scostante, l’antipatico, l’intrattabile orso dall’eterna grinta di scontento, proprio lui ha sorriso. Perché lo hai fatto, Bartali? Non sai di aver distrutto così l’ispido incanto che ti difendeva? Gli applausi, gli evviva della gente ignota cominciano a esserti cari? Così terribile è dunque il peso degli anni? Ti sei arreso finalmente?


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Il collega Carlo Devoti ci ha inviato una sua riflessione, seria ed acuta, su un problema, il doping, che ha rischiato e rischia di minare la credibilità dello sport: lo pubblichiamo in questa pagina che vorremmo rendere disponibile anche in futuro a chiunque intenda mettere a disposizione le proprie conoscenze e la propria esperienza in un ambito ove si è operati professionalmente per decenni. Il fenomeno del Doping porta continuamente allo scoperto l’ipocrisia presente nel mondo dello Sport. Non mi riferisco solo a quello di performance ma anche a quello dilettantistico, a cominciare dall’attività giovanile. Da una parte, infatti, ci si scandalizza ogni volta che un caso doping viene portato alla ribalta dai controlli antidoping e, dall’altra, si evita di affrontare l’argomento in maniera preventiva avvalendosi di quei supporti che la scienza mette a disposizione. È un prezzo troppo elevato che in questo caso lo Sport paga soprattutto agli Sponsor o, comunque, a coloro che lucrano sullo Sport senza preoccuparsi della china paurosa su cui ci si sta incamminando. Non solo, dunque, il prezzo politico, ma anche quello pagato agli Sponsor che esigono che lo show non si interrompa, pena la perdita dei loro investimenti pubblicitari. Così le voci del dissenso non si fanno sentire anche perchè soffocato dal rumore prodotto dai mass media che vivono essi pure dell’indotto. Il risultato è la diffidenza che oggi coinvolge il mondo dello Sport e ne favorisce la lontananza e l’abbandono. Si tratta di un vero tradimento dei suoi valori che, se ben vissuti, potrebbero contribuire a migliorare la “Qualità della vita”. A proposito di doping vedo molte similitudini fra le leggi sportive che oggi lo sanzionano e quelle che stanno entrando, passo dopo passo, nelle nostre riforme giudiziarie. Entrambe si affidano più all’inserimento di codici e codicilli, piuttosto che al rispetto delle regole universali e della morale comune. Oggi lo Sport necessita di un vero “Rinascimento” che gli restituisca quegli ideali che, insieme all’arte, hanno suggellato la nascita delle Olimpiadi Antiche. La sua missione compare ancora oggi a titoli cubitali in occasione dei Giochi Olimpici ma si tratta di una ipocrisia istituzionalizzata e per questo quel “Citius, Altius, Fortius” è un ideale da subito tradito e lascia spazio ad altre pratiche non certo nobili. Oggi c’è bisogno di uno Sport che supplisca sia da un punto di vista fisico che morale al decadimento della nostra società. I tratti di una obesità di corpo e di mente sono sotto gli occhi di tutti. Lo sport, se ben inteso e praticato, può essere un compagno affidabile per tutta la vita, a cominciare dall’infanzia quando, attraverso il gioco si impara a superare i primi ostacoli, a conoscersi meglio, a sviluppare capacità fisiche, coordinative, intellettive e sociali che, prima ancora che sportive, sono doti del nostro patrimonio umano. Nell’età dell’adolescenza e della giovinezza lo Sport può offrire il meglio se praticato come una disciplina improntata alle regole della gradualità, della continuità, del progressivo impegno che devono essere gli unici strumenti da usare per poter dare il meglio

di sé. Per ciò che si riferisce all’età adulta, e anche per coloro che praticano lo Sport in forma agonistica, la pratica sportiva consente di stimolare al meglio l’efficienza di tutto l’organismo mediante un’attività che tenga conto dei diversi obiettivi da raggiungere e dell’avanzare inesorabile degli anni. Personalmente, all’età di 70 anni, mi trovo con una certa continuità in palestra con i miei vecchi amici e non solo per rinnovare i nostri sentimenti di amicizia, ma anche per ripassare tutti i muscoli, le articolazioni e la funzionalità del nostro organismo e con il compito di frenare l’incipiente vecchiaia. Ecco cosa intendo per “Sport compagno di vita”: una concezione che supera la formula dello “Sport per tutti”, che ritengo obsoleta soprattutto perché lascia intendere che lo Sport può essere utile anche se praticato in forma estemporanea, con scarso impegno, con un atteggiamento eccessivamente ricreativo. A questa formula di “Sport mutilato” ho sempre risposto con l’invito “Lo Sport ti può dare di più” per significare la grande potenzialità di cui dispone lo Sport a cui siamo invitati tutti, a seconda delle proprie possibilità, ad attingere a piene mani. È questo il metro di valutazione a cui si devono riferire i nostri amministratori nel momento in cui devono decidere sugli investimenti nel campo dello sport. Ciò diventa più vero nei nostri tempi, quando constatiamo che, in un progressivo decadimento fisico e morale della nostra società, viene richiesto, soprattutto ai giovani, un maggiore impegno per affrontare il futuro. E dunque, non spendere solo per lo “Sport Spettacolo” che, come dice la parola, attiene ad una attività d’impresa e alle regole di mercato, bensì a tutti quei servizi che consentono al cittadino di poter migliorare, e quando non è più possibile, mantenere una efficienza e una salute fisica ottimale. Queste riflessioni mi sono venute in mente quando mi è capitato di leggere sia la difesa della tennista Shaparova accusata di doping e poi quella del genitore di uno dei giovani omicidi romani che cercava giustificazioni per il proprio figlio a fronte di un crimine efferrato dicendo che era un bravo ragazzo, che aveva un ottimo quoziente intellettivo, che aveva fatto master a Londra ma forse, pensavo io, non aveva compiuto quel tipo di sforzo ben descritto nella intervista a Giuseppe Gentile comparsa nel 1968 su Sport Nuovo, quello sforzo che Wolfang Goethe ritiene premessa alla redenzione: colui che insonne lotta per ascendere, noi lo possiamo redimere. Si pensi a quali risultati economici, salutistici e sociali si potrebbe giungere se lo Sport svolgesse compiutamente questo compito!


pagine gialle I

Queste pagine, caratterizzate dal sottofondo color giallo, le abbiamo chiamate “Cinque Cerchi News”, stessa denominazione della newsletter che periodicamente ricevono gli oltre 340 soci che hanno comunicato il loro indirizzo di posta elettronica. Esse rappresentano “un giornale nel giornale”, e sono uno spazio unicamente dedicato all’Associazione ed alle sue attività quotidiane. E’ una scelta che, assieme al collega Rosati, direttore responsabile della rivista, ho voluto trovasse concretizzazione per rafforzare il legame con tutti i soci, in modo che ognuno, anche coloro che non sono avvezzi all’uso del computer, possa essere informato in modo ufficiale e coordinato sulle attività dell’APEC. Il taglio di questo inserto è pertanto “ad uso interno”, e come tale è stato sfrondato da ogni orpello estetico, ma privilegia la praticità, o meglio ancora l’utilità. Per i soci, per tutti i soci ovviamente. Prima di lasciarvi alla lettura di queste pagine gialle, desidero rinnovare il mio ammirato pensiero le due persone che hanno

ricoperto prima di me questo prestigioso incarico, e che, come tali, hanno rappresentato l’APEC in questi 43 anni: Angelo Menna, l’ideatore dell’Associazione, senza il quale oggi non saremmo qui, e Vittorio Peconi, che ha dimostrato a tutti noi come, anche da pensionati, si possa essere grandi professionisti e punto di riferimento per i più giovani. Desidero inoltre ringraziare tutti i colleghi che hanno consentito all’APEC di proseguire il proprio cammino in questi anni. Mi riferisco all’intero Direttivo che collabora, con passione e in modo totalmente gratuito, garantendo la funzionalità della nostra Associazione. Un grazie di cuore a Giuliana Accettola, Emilio Alborghetti, Paola Cardosa, Patrizia Castellano, Pierluigi Gatti, Rita Ingegneri, Vesna Karic, Rita Monzoni, Augusto Rosati e Fabio Sassi. Desidero anche ringraziare Carla Tonialini, Alessandra Tabarrini e Anna Maria Faccani che, fino a ieri importanti colonne operative dell’Associazione, hanno deciso di non ricandidarsi per il nuovo quadriennio.

ASSEMBLEA NAZIONALE 2017 - La trentunesima

cario Pierluigi Gatti, Vice Presidente Augusto Rosati, Consiglieri Giuliana Accettola, Emilio Alborghetti, Paola Cardosa, Patrizia Castellano, Vesna Karic, Rita Ingegneri, Rita Monzoni (Segretario), Fabio Sassi. Per il Collegio dei Revisori dei Conti: Marcello Agostini (Presidente) Giovanni Cefaratti e Massimo Villeggia (componenti) Francesco Chiarello e Maurizio Foglietti (supplenti). Per il Collegio dei Probiviri: Roberta Gallegati (Presidente) Mario Forti e David Aiello (componenti).

assemblea della storia dell'APEC si è volta il 7 febbraio a Roma nella Sala Congressi del nuovo Palazzo delle Federazioni a Roma. L’assise aveva valore elettivo, essendo scaduto il mandato quadriennale 2013-2016, per cui si è proceduto al rinnovo dei quadri dirigenti. 248 i voti validi quale”forza elettorale”, rappresentati direttamente e per delega. Per il quadriennio 2017-2020 sono stati eletti: Consiglio Direttivo: Presidente Massimo Blasetti, Vice Presidente Vi-

NUOVO ORARIO DELL’UFFICIO Dal 1 marzo la Se- tica consultazione di tutti i dati. Detto lavoro è stato greteria dell’APEC è aperta da lunedì a giovedì dalle ore 9.30 alle ore 12.00. Nel periodo estivo gli uffici rimarranno chiusi dal 23 giugno al 3 settembre. Riapriranno lunedì 4 settembre.

NUOVO DATABASE DEI SOCI

Con l’obiettivo di

migliorare la comunicazione interna, si sta creando un nuovo elenco dei Soci in formato elettronico (database) necessario per una più veloce e più pra-

affidato ad una ditta specializzata che ha predisposto un programma mirato per le esigenze dell’Associazione. E’ necessario conoscere di ogni socio tutte le informazioni necessarie relative ai recapiti postali, telematici e telefonici, per cui si fa appello a tutti i soci di verificare che la Segreteria abbia sempre aggiornati i propri recapiti ed eventualmente informarla via telefono o tramite pensionaticoni@alice.it


pagine gialle II Uno degli obiettivi che si auspica poter raggiungere in tempi relativamente brevi riguarda la possibilità di poter contare su un numero sempre più alto di soci coi quali poter interloquire attraverso posta elettronica. Tale esigenza è fondata innanzitutto sulla possibilità di velocizzare le comunicazioni, rispetto alla posta ordinaria, ma anche sulla opportunità di ridurre i costi per spese postali, particolarmente gravosi in questi ultimi anni. A tal proposito, sempre finalizzata al contenimento delle spese, si è provveduto a stipulare una convenzione con NEXIVE, una importante società privata di servizi che tra le altro si occupa anche della distribuzione della corrispondenza in tutta Italia: si tratta di una organizzazione particolarmente efficiente con tempi di consegna veloci e

sicuri, e che applica tariffe inferiori rispetto a Poste Italiane. In relazione alla creazione del nuovo database si chiede altresì uno sforzo ai Soci che, per ragioni varie non utilizzano il computer, di verificare la possibilità di sopperire a tale impedimento individuando terze persone (un figlio, un nipote, un parente o comunque una persona amica) dotate di indirizzo di posta elettronica affinché queste possano svolgere un rapporto intermediario con l’APEC così da poter ricevere le comunicazioni e le newsletter periodiche dell’Associazione per poi darne opportuna informazione agli interessati. Si ricorda che ogni informazione in proposito va urgentemente comunicata alla Segreteria, anche attraverso telefono.

Uno degli obiettivi primari del quadriennio dovrà essere quello di convincere i Pensionati CONI che hanno lasciato l’Associazione a riassociarsi, così come sollecitare l’adesione all’APEC ai neo pensionati dell’Ente e delle FSN. Ricordiamo che ad oggi abbiamo 759 iscritti, ma complessivamente i pensionati CONI sono oltre mille. Nel 2013, nella precedente Assemblea Elettiva, avevamo 125 Soci in più. É quindi evidente che bisogna fare qualcosa se non vogliamo che l’Associazione scompaia nell’arco di qualche anno. Tra l’altro, aumentare il numero dei Soci significa anche e soprattutto avere un maggiore potere contrattuale. Attraverso le nostre iniziative e con le novità che saranno introdotte, i colleghi verificheranno che, a fronte dei 24 euro della quota associativa, potranno usufruire di numerose Convenzioni, oltre alla possibilità di poter partecipare a tutte

le nostre iniziative. L’aspetto certamente più significativo che si vuole sottolineare è il mantenimento di quel vincolo molto forte con il nostro mondo sportivo, quel vincolo con il quale abbiamo convissuto per un lungo, importante periodo della nostra vita lavorativa. Un bagaglio di esperienze, di amicizie, di storie indimenticabili che devono rimanere sempre vive nella nostra memoria. Per questo abbiamo già sensibilizzato gli opportuni Uffici del CONI e delle Federazioni Sportive, affinché siano divulgate le nostre finalità. Chiediamo comunque ai nostri Soci di aiutarci: ognuno di noi ha amici, ex colleghi di lavoro non ancora iscritti all’APEC. Dobbiamo coinvolgerli, illustrando tutti gli sforzi che l’Associazione sta facendo per essere sempre più interessante e competitiva. Diventiamo tutti “Promotori APEC”.

Il Consiglio Direttivo ha approvato alcune importanti modifiche allo Statuto che saranno portate all’approvazione della prossima Assemblea Straordinaria, convocata presumibilmente per il gennaio 2018. Tra le modifiche proposte due sono sicuramente le più significative. Parliamo innanzitutto della creazione di una nuova figura di socio, l’Aggregato, un soggetto cioè che pur non avendo lo status di Pensionato CONI o delle FSN si tessera all’APEC perché si sente affine allo spirito dell’Associazione ed ha piacere di essere coinvolto nella sua attività ricreativa e non solo. Ovviamente per divenire Socio Aggregato bisogna essere presentati da un Socio Effettivo (ndr: può essere un familiare o un amico di questi) ma

non avrà diritto al voto. Comunque l’istituzione di questa nuova figura permetterà di far crescere l’Associazione in termini numerici con il conseguente aumento della valenza “contrattuale” quando si stipulano convenzioni o si attivano nuovi servizi o contratti di servizio con strutture esterne. La seconda novità è rappresentata dalla nomina di Fiduciari Periferici che, grazie alla modifica prevista, potranno essere scelti senza l’attuale vincolo di “essere residenti in regioni con almeno 10 soci effettivi”. Verrà nominato un Fiduciario Periferico per il nord, uno per il centro ed uno per il sud. Con la nascita dei Fiduciari Periferici ci auguriamo che possa finalmente migliorare il rapporto con gli amici in periferia.

L’APEC è dal 1995 Associazione Benemerita (A.B.) del CONI, status qualificante che da prestigio alle attività del nostro organismo. Le A.B. sono, di fatto e di diritto, Associazioni Sportive “…senza fini di lucro che svolgono attività e promuovono iniziative di rilevanza sociale le quali abbiano lo scopo di promuovere e diffondere i valori dello sport ...” (cit. Regolamento del CONI, art. 1, punto 1). Oltre alla nostra, esistono altre 18 Associazioni Benemerite riconosciute dall’Ente, ognuna con una sua peculiarità statua-

le. E’ nostra intenzione attivare rapporti anche con tali Associazioni e con il Coordinatore neo- eletto Michele Maffei, allo scopo di creare iniziative congiunte a beneficio di tutti. Dovremmo inoltre individuare e sviluppare iniziative congiunte anche con altre Associazioni di Pensionati per incrementare, in termini quantitativi e qualitativi, l’attività per i soci, nonché per ampliare il nostro raggio d’azione. Sull’argomento A.B. “progetti speciali “ leggere nelle pagine successive.


pagine gialle III Una delle grandi novità del 2017 riguarda la nuova Polizza Sanitaria, tema che ha sempre evidenziato problematiche e criticità, non ultima ed importante, il limite di età per avere garantita una assistenza in tale ambito. E così, come ampliamente riportato sul sito www.pensionaticoni.it (ove è possibile scaricare documenti su ogni specificità) al termine di una ricerca di mercato, è stato raggiunto un accordo con la M.B.A. (Mutua Basis Assistance), la più grande mutua sanitaria italiana per numero di soci. Offre agli aderenti prestazioni mediche a costi agevolati. Agisce con ottica cooperativistica e mira a salvaguardare la salute e la qualità di vita dei suoi associati. La forza negoziale garantita dall’alto numero di iscritti, permette a MBA di ottenere convenzioni mediche strategiche e il coinvolgimento delle strutture private che godono di migliore reputazione. MBA si avvale di un Ufficio Studi costituito da professionisti del settore medico, legale e statistico affinché i sussidi proposti siano una reale risposta ai bisogni degli iscritti. Ciò che contraddistingue l’operato di MBA è l’ottica innovativa dei servizi offerti e la forte enfasi sulla prevenzione. A conferma di questa filosofia operativa, basti pensare per esempio all’elaborazione dei Check-Up personalizzati, all’Home test da fare a casa in completa privacy, alla conservazione delle cellule staminali dei cordoni ombelicali. Grazie ad un sistema di gestione moderno e ben sperimentato, ai soci viene garantito un corretto e veloce accesso alle informazioni ed alla diagnosi precoce, vera nota dolente del SSN. A differenza delle compagnie di assicurazione, le mutue come MBA sono organizzazioni non profit, regolamentate dalla normativa che si fonda sulla legge del 15 Aprile 1886 n°3818. Accolgono senza distinguo alcuno persone di ogni età, professione, qualsiasi sia il loro stato di salute o storia clinica. I promotori mutualistici di MBA, oltre 2000 su tutto il territorio nazionale, informano sui sussidi sanitari e diffondono la cultura della mutualità accanto a quella della prevenzione. MBA, in coerenza con la propria missione, collabora con onlus partecipando attivamente al sostegno di attività benefiche. I termini della Convenzione APEC - MBA L’accordo tra le parti prevede tre differenti sussidi sanitari: SALUS A e SALUS A LIGHT per chi non ha ancora compiuto 66 anni di età e la SENIS A per chi ha già compiuto 66 anni. Queste le principali caratteristiche dell’offerta: • Entrambi i sussidi si rinnovano automaticamente ogni anno. • Trattasi di sussidi a VITA INTERA e solo il Socio può dare la disdetta 60 giorni prima della scadenza annuale. La M.B.A. non potrà mai interrompere l’assistenza sanitaria per sua volontà. • Massimale annuo complessivo 50.000 euro. • Non ci sono interventi chirurgici plafonati (ndr: si definiscono tali quegli interventi con massimale prestabilito, come era invece previsto nelle precedenti esperienze di polizze sanitarie degli ultimi due anni) • Per gli interventi chirurgici la M.B.A. interviene sia in forma diretta che indiretta. • Sono rimborsate nei limiti dell’importo stabilito: 1. le spese mediche ospedaliere,

2. le spese per visite specialistiche, 3. gli accertamenti diagnostici, 4. il sostegno per non autosufficienti, 5. la fisioterapia per gravi malattie 6. i ticket sanitari . I COSTI DELLE TRE POLIZZE I COSTI DEI SUSSIDI a) SALUS A (sotto i 66 anni) euro 684 single, euro 1200 per nucleo familiare. b) SALUS A Light (sotto i 66 anni) euro 540 ,euro 840 per nucleo familiare c) SENIS A (oltre 66 anni) euro 1200 single, euro 2088 nucleo familiare La quota associativa è di euro 65 e in caso di nucleo è dovuta solo dal titolare del sussidio. ATTENZIONE: Per nucleo familiare si intendono i familiari a carico) • Su richiesta, il sussidio può essere pagato anche mensilmente, senza interessi, tramite RID bancario • L’importo è deducibile per il 19% nella dichiarazione dei redditi.

Disporre di convenzioni significa accedere ad una serie di vantaggi economici per la fruizione di servizi a prezzo ridotto. Tenendo conto delle esigenze legate alla nostra fascia di età, in questi mesi iniziali si è operato innanzitutto per stipulare convenzioni per la fruizione di servizi di patronato, assicurativi, nonché di assistenza sanitaria. L’impegno continuerà anche nel prossimo periodo autunnale al fine di estendere a quanti più settori possibili ogni forma di agevolazione. Si riportano le convenzioni stipulate ad oggi. ASSISTENZA FISCALE, PATRONATO, CAF - E’ stato rinnovato l’accordo con il Rag. Paolo Ruzzini che prevede la fruizione a prezzi scontati per i Soci A.Pe.C. relativamente alle pratiche fiscali, mentre per la consulenza di patronato il servizio è gratuito. Nei periodi di scadenze fiscali è stata concordata la presenza di un incaricato presso la nostra sede nelle giornate di martedì dalle ore 9.30 alle ore 11.30. ACCORDO CON GROUPAMA AGENZIA ROMAPORTUENSE IANNACCONE - Sottoscritto l’accordo con Groupama per polizze assicurative per auto,

casa, infortuni, responsabilità civile, penale ed altro con sconti dal 30 al 40% per i Soci APEC in regola con la quota 2017. La referente per le polizze auto è la sig.ra Lipparelli (347-3366060), per le altre polizze il dr. Coppola (329-8663020). Per contattare l’ agenzia; 06-5592366 e 06-6531326. CONVENZIONE CON STABILIMENTI BALNEARI Sottoscritta la convenzione con lo stabilimento balneare La Lucciola di Maccarese, nella quale sono state sancite condizioni particolarmente vantaggiose per i Soci APEC e loro accompagnatori


pagine gialle IV L'Associazione Pensionati CONI e l‘Istituto di Medicina e Scienza dello Sport CONI hanno congiuntamente deciso di stipulare una convenzione finalizzata a promuovere una campagna di tutela della salute nello sport che per offrire ai propri soci, dipendenti e ai familiari la possibilità di effettuare visite mediche sportive, agonistiche e non agonistiche a condizioni particolari, come da tariffario qui sotto riportato, parte integrante della convenzione medesima. Il testo completo ed aggiornato della convenzione è scaricabile dal sito www.pensionaticoni.it. Questo l’elenco dei servizi offerti ai soci APEC a prezzi scontati : · Visita medico-sportiva agonistica Under 35 €40,00; · Visita medico-sportiva non agonistica €30,00; · Visita medico-sportiva agonistica Over35 €95,00; · Sconto del 30% su tutto il tariffario dell’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport per ogni servizio; · Sconto del 20% su tutti i servizi domiciliari (prelievo e fisioterapia); · Visita nutrizionale completa di visita clinica – Bod Pod - regime dietetico €95,00. Check up Uomo alla tariffa di € 349 Il pacchetto prevede i seguenti esami: esami ematici (GOT o AST, GPT o ALT, Azotemia, Bilirubina totale, Colesterolo totale, HDL, LDL, Creatinina, Elettroforesi sieroproteica, Emocromo, Fibrinogeno funzionale, Glicemia, Proteina C reattiva, Proteine totali, Tempo di Protrombina, Tempo di Tromboplastina parziale o aPTT, Trigliceridi, Ferritina, PSA), esami delle urine, ECG, eco addome completa, visita internistica. Check up Donna alla tariffa di € 499 Il pacchetto prevede i seguenti esami: esami ematici (GOT o AST, GPT o ALT, Azotemia, Bilirubina totale, Colesterolo, HDL, LDL, Creatinina, Elettroforesi sieroproteica, Emocromo, Fibrinogeno funzionale, Glicemia, Proteina C reattiva, Proteine totali, Tempo di protrombina, Tempo di Tromboplastina parziale o aPTT, Trigliceridi, Ferritina, TSH, Sodio, Potassio, Calcio, Acido urico), esami delle urine, ECG, eco addome completa, ecografia pelvica transavaginale, spirometria, Ecocolor doppler tronchi sovraortici, visita ginecologica e Pap Test, visita internistica . Check up Cardiologico alla tariffa di € 299 Il pacchetto prevede i seguenti esami: Ecocolordoppler tronchi sovraortici, Ecocolordoppler cardiaco, Test da sforzo con cicloergometro, Visita specialistica cardiologica, ECG Base Check up Cardiologico Avanzato alla tariffa di € 499 Il pacchetto prevede i seguenti esami: Esami ematici (Azotemia, Creatininemia, GOT o AST, GPT o ALT, GammaGT, bilirubinemia, glicemia, protidemia e Protidogramma, Colesterolo totale, LDL, HDL, Trigliceridi, Emocromo completo, Sideremia, VES, Sodie-

mia, Potassemia, Omocisteina, Tempo di Protrombina, Tempo di Tromboplastina parziale o aPTT), Elettrocardiogramma a riposo, EcocolorDoppler cardiaco, EcocolorDoppler carotideo, EcocolorDoppler degli arti inferiori, Test ergometrico, Visita specialistica Cardiologica, Visita pneumologica specialistica, Spirometria Check Up Sportivo secondo il protocollo dell’Istituto di Medicina e Scienza Dello Sport alla tariffa di € 399 Il pacchetto prevede i seguenti esami: Esami emato -chimici di routine (GOT o AST, GPT o ALT, GammaGT, Azotemia, Colesterolo totale, HDL, LDL, Creatininemia, Emocromo, Sideremia, Ferritinemia, Glicemia, Tranferrinemia, Fibrinogeno funzionale, Glicemia, Sodiemia, Potassiemia, Trigliceridi, TSH, FT4), Visita medico sportiva con valutazione funzionale di forza e flessibilità, Anamnesi alimentare con valutazione antropometrica e della composizione corporea ed elaborazione di consigli nutrizionali, Test cardiopolmonare con ECG da sforzo, Spirometria. UNA UTILISSIMA NOVITA' Nell'ambito dell’accordo l’Istituto di Medicina dello Sport inoltre si impegna ad effettuare ad ogni Socio A.PE.C. in regola con l'iscrizione 2017, fino ad un massimo di quattro visite gratuite una-tantum, e più precisamente: 1. Visita fisiatrica /valutazione posturale 2. Visita endocrinologica 3. Visita pneumologica 4. Valutazione cardiologica con ECG a riposo

Pur se sono stati rinnovati in linea di principio gli accordi di collaborazione con i 12 Teatri della Capitale coi quali negli anni passati l’Associazione aveva stipulato una convenzione, al momento non siamo in grado di pubblicare nel dettaglio le informazioni inerenti la prossima stagione 2017-2018, poiché, come è consuetudine, solo dopo metà del prossimo mese di settembre le rispettive Direzioni teatrali, conoscendo il quadro definitivo dei rinnovi in abbonamento potranno comunicarci le disponibilità e la tipologia dei posti da mettere in convenzione. Comunque sono state confermate le disposizioni riguardo le modalità che i Soci APEC dovranno seguire per la prenotazione, l’acquisto ed il ritiro dei biglietti dei vari spettacoli: vale a dire che gli interessati devono rivolgersi direttamente al botteghino del Teatro prescelto facendo riferimento alla convenzione con l’APEC e chiedere l’applicazione dello sconto APEC. L’entità degli sconti potrà variare tra teatro e teatro ed in relazione allo spettacolo in scena. I Teatri che hanno aderito all’accordo sono ad oggi: Teatro Argentina, Salone Margherita, Sala Umberto, Teatro Parioli, Teatro Manzoni, Teatro Vittoria, Teatro Olimpico, Teatro Eliseo, Teatro dell’Angelo, Teatro Quirino, Teatro Ambra Jovinelli, Teatro dell’Orologio. Stiamo comunque attivandoci al fine di aumentare il numero delle convenzioni teatrali.


pagine gialle V L APEC, come le altre 18 Associazioni Benemerite ad oggi riconosciute dal CONI, in base al nuovo regolamento del Consiglio Nazionale per le A.B. (entrato in vigore il 1° gennaio di quest’anno), ha presentato lo scorso 10 marzo all’ufficio competente dell’Ente i due progetti speciali di competenza. Gli elaborati, frutto di un laborioso iter di studio, analisi e di ricerca sviluppatosi per circa tre mesi, hanno quindi avuto l’approvazione della Giunta Nazionale, che li ha ritenuti rispondenti ai requisiti richiesti e conformi agli obiettivi istitutivi dell’A.PE.C., disponendo di conseguenza l'erogazione di un contributo complessivo a favore della nostra Associazione di € 14.000. I due progetti in questione sono: il primo, Progetto biennale per la divulgazione della Storia dello Sport nelle Università della Terza Età; il secondo, “Cinque Cerchi d’Argento”, incontri di Sport, Rivista Trimestrale, Rivista telematica di cultura dello sport. Riportiamo per sommi capi le strutture portanti dei due elaborati.

Premesso che le realtà dello sport, molteplici e varie, non sono autoctone né originali, ma hanno strette interconnessioni con le altre componenti della Società di un Paese (storiche, economiche, politiche, sociali, turistiche e culturali), è evidente che conoscere la Storia dello Sport di un Paese significa capire meglio la storia complessiva di quel Paese. È in questa chiave di lettura che la Storia dello Sport entra di diritto nell’offerta formativa delle Università della Terza Età, poiché trattasi di una materia intergenerazionale, per cui, in quanto tale, garantisce la coerente applicazione di uno dei principi istitutivi alla base di detti organismi: approfondimento culturale degli anziani per favorire maggiore relazione con le giovani generazioni, attraverso tutto ciò che è “sapere”, che è un “valore” che non deve avere barriere, muri e limiti legati al tempo ed ai tempi, alle diversità etniche e geografiche, alle diseguaglianze sociali, alle variegate esperienze formative e professionali tra gli esseri umani. Lo Sport in questo contesto rappresenta una delle materie essenziali, sia per i contenuti intrinseci che lo costituiscono, sia perché testimonianza concreta – attraverso la sua

storia – di questi valori. Quindi il Corso di Storia dello Sport che partirà dal 1° ottobre parte da questa riflessione. Oggetto di trattazione nel biennio 20172018, tuttociò che è accaduto e si è sviluppato in Italia nel periodo che va dall’immediato dopoguerra ai giorni d’oggi, laddove il percorso sportivo si è rivelato addirittura più avanzato rispetto ad altri segmenti della stessa Società italiana. Se poi il progetto, in questo suo sviluppo sperimentale biennale raggiungesse gli obiettivi auspicati, sarà riproposto al CONI anche negli anni successivi. Per quanto riguarda il percorso operativo approvato dalla Giunta Nazionale per questo primo biennio, questo è l’iter che prenderà il via , come già detto, nel prossimo mese di ottobre: 1° fase: corso sperimentale presso UNIOSTIA, Università della Terza Età di Roma X° Municipio; 2° fase: corso telematico per la creazione di Formatori di Storia dello Sport nelle Università della Terza Età; 3° fase: ampliamento del progetto a tutto il territorio italiano, assumendosi l’Associazione il mero compito di coordinamento organizzativo e promozionale.

Si tratta di un progetto globale che ha come obiettivo il “recupero della memoria dello sport”. Si articola su tre specifici canali, di cui due si sviluppano nel contesto dell’area pubblicistica (uno in versione cartacea, l’altro in versione online) mentre un terzo canale ha il suo fondamento su incontri frontali con soggetti testimoni oculari dell’evoluzione sportiva nel nostro Paese. La denominazione di questo progetto non è casuale, ma ben si inserisce negli obiettivi di cui la proposta è portatrice: Cinque Cerchi d’Argento si propone come simbolo delle “tante vite” all’insegna della passione per lo sport, e tale denominazione rappresenta il modo migliore per testimoniare il senso di appartenenza verso il mondo olimpico che ha rappresentato la declinazione professionale e personale di coloro che sono chiamati ad essere protagonisti attivi del progetto: più specificatamente i pensionati che hanno operato nel contesto dell’organizzazione sportiva ufficiale. E’ importante sottolineare che quello che proponiamo non è un viaggio nel tempo con intento nostalgico, ma piuttosto vuole essere un cammino a ritroso per vedere l’attualità

con gli occhi di chi conosce lo sport e l’ha vissuto nella sua accezione più nobile, riproponendo esperienze che hanno scritto la storia, rivisitando eventi e personaggi con una prospettiva che sappia esaltare, valorizzandolo, il know-how acquisito negli anni dell’attività professionale, con l’obiettivo e la volontà di conservarli anche per il prossimo futuro, nella prospettiva che il mondo dello sport italiano ne faccia tesoro per perseguire verso nuovi positivi traguardi. La rivista cartacea, che nasce come trimestrale ma almeno in questa prima fase attuativa avrà uscita semestrale (con numero doppio) registrata presso il Tribunale Civile di Roma si prefigge di dare maggiore spazio agli argomenti di carattere sportivo-culturale, spingendo in particolare sul "recupero della memoria" del passato degli ex professionali dello Sport. Non un malinconico "amarcord", ma una linea editoriale per capire meglio sul piano sociologico-culturale l'evoluzione dell'ambiente ove questi operatori hanno lavorato per decenni. Esperienze da riproporre quale contributo per comprendere meglio lo sport italiano di og(segue alla pagina successiva) gi e di domani.


pagine gialle VI (continua dalla pagina precedente)

La rivista online, anch’essa regolarmente registrata, si caratterizza per una maggiore dinamicità di contenuti, in quanto la sua pubblicazione non ha periodicità prefissata, ma è in aggiornamento continuo. In questo ambito, e per la natura stessa del formato online, pertanto è possibile dare attenzione e spazi più ampi anche a piccoli episodi, narrazioni e personaggi dello sport mediaticamente meno eclatanti, ma riguardanti realtà locali capillari (con particolare riferimento alle esperienze dell’associazionismo territoriale) anch’esse protagoniste importanti ed indispensabili dello sviluppo e dei successi dello sport italiano. Infine APEC Racconta, che si propone come utilissimo strumento per dar corpo e sostanza ai due precedenti elementi: si tratta di momenti di incontro tra i soci, finalizzati alla raccolta delle narrazioni legate alla storia ed alla evoluzione dello Sport italiano da parte dei suoi stessi protagonisti. Il suo precipuo scopo è quello di far emergere quegli aspetti meno noti, se non addirittura ignorati "dal grande pubblico", che invece sono anch'essi parte integrante (...e spesso importante) della Storia dello Sport che è conosciuta ai più. Sviluppandosi nel corso dei mesi futuri tale segmento, si prevede che nel 2018 possano essere organizzati almeno cinque incontri: diventa quindi importante la risposta di tutti i colleghi a tali iniziative, perché oltre a rappresentare delle simpatiche possibilità di rivedere amici e colleghi coi quali si è condivisa gran parte della propria vita lavorativa, il tutto può e deve tradursi anche in un contributo culturale che può dare solo chi per tanti anni ha operato professionalmente presso il CONI o presso le Federazioni Sportive, e quindi è stata testimone diretto, ed anche interprete (spesso ...dietro le quinte con compiti di supporto tecnico, organizzativo ed anche amministrativo) di tanti "capitoli del magnifico racconto" dello Sport italiano degli ultimi 50 anni.

Il 20 giugno scorso, su delega del Consiglio Direttivo, il gruppo di lavoro preposto al coordinamento organizzativo delle iniziative dell’Associazione, ha definito le linee costituenti l’attività per l’ultimo quadrimestre 2017. Ovviamente i dettagli di ogni singolo impegno saranno resi noti attraverso i consueti canali di comunicazione dell’APEC (sito internet, newsletter e locandine). Queste in sintesi gli appuntamenti: Sarà organizzata una gita, in Umbria con visita in un importante frantoio, ove ci sarà la possibilità di acquistare olio a prezzi scontati, e consumazione di un pranzo secondo la tradizioni regionale. Realizzazione di un “mini corso posturale”, con due sedute specifiche tenute da parte di personale specializzato, articolate. Realizzazione di un “mini corso di informatica” ove saranno fornite le nozioni elementari per uso di computer e posta elettronica, dedicato a chi non è particolarmente avvezzo all’uso del PC Attivazione delle convenzioni con i maggiori Teatri di Roma Organizzazione di una visita guidata nei Musei Vaticani Indizione di due incontri di “Apec racconta”: in linea di massima si svolgeranno nel primo pomeriggio presso un locale del Foro Italico, uno previsto per il mese di ottobre l’altro nel mese di novembre Organizzazione a metà dicembre dell’Incontro di Natale con i Soci, con tombolata. Torneo di Burraco nel mese di novembre dicembre e “pizza finale”.

Ci auguriamo che il contenuto di queste pagine possa aver dato a ciascuno di voi l’idea di quel che è, e soprattutto può essere, l’APEC , il suo ruolo positivo e concreto a favore di tutti noi soci, l’occasione di aggregazione ma anche di struttura di supporto per alcune nostre attività di vita quotidiana, nonché legame concreto di relazione sociale e culturale. In tale contesto appare evidente quanto possa essere utile, e per certi versi insostituibile, il rapporto e la collaborazione reciproca (anche solo in termini di consenso e di adesione alle iniziative) di tutti i soci. La partecipazione ai programmi, la vostra vicinanza affettiva, ed anche i consigli e i suggerimenti che vorrete dare per migliorare l’Associazione saranno oltremodo graditi. Metteteci nelle condizioni di conoscere ciò che preferite, ma anche ciò che vi è piaciuto di meno dei nostri programmi, nonché segnalateci le vostre idee per far meglio le cose, o per fare cose mai fatte e che invece si potrebbero fare. Insomma instauriamo un rapporto reciproco di comunicazione e di informazione. Gli strumenti a disposizione in tal senso non mancano. A partire dai più semplici ed a portata di mano, cioè il telefono (ndr: conoscete i numeri di riferimento, che sono 06-32723228, 0632723229, 06-32723230), la posta ordinaria (APEC , 00135 Foro Italico, Roma), la posta elettronica (pensionaticoni@alice.it). Poi ci sono i social, nuovi strumenti a disposizione, che nel tempo cercheremo di mettere a disposizione di più soci possibile. A partire dell’account Facebook, che abbiamo voluto collegare in maniera interattiva col nostro sito internet: ogni socio che abbia un proprio account può accedere dalla pagina mirata del sito (si chiama “TRIBUNA APERTA) e qui potrà lasciare un commento riguardo una qualsiasi materia che sia di competenza istituzionale dell'APEC Ricordiamo che l'account Facebook dell'Associazione, è ovviamente APEC PENSIONATI CONI. Sul sito poi abbiamo inserito un nuovo servizio per conoscere il vostro parere: la pagina dei Sondaggi. Ovviamente ben sappiamo che i risultati che emergeranno ogni volta non saranno veri e propri sondaggi d'opinione, in quanto il metodo proposto non dà garanzie di precisione, e soprattutto non risponde e non può rispondere ai canoni accademicamente stabiliti per il cosiddetto "campione statistico", ma se si riscontrerà ogni volta la partecipazione numerosa e collaborativa dei colleghi, le risposte che arriveranno potranno considerarsi comunque indicative. Infine, ultimo ma fondamentale ed efficiente, il sito www.pensionaticoni.it come elemento informativo oggi insostituibile. A prescindere che il nostro impegno è quello di proporlo sempre aggiornato, la sua illimitata disponibilità di spazi lo rende un vero e proprio archivio ricco di ogni dettaglio e di ogni informazione. Il nostro auspicio è che la visita a www.pensionaticoni.it sia per ognuno di noi un appuntamento quotidiano.


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In quest’ultimo segmento dell’inserto dedichiamo spazio per parlare di Massimo Blasetti: sia ben chiaro non lo facciamo certo per favorire il … “culto della personalità” (lo giuriamo: chi ha raccolto queste note ha dovuto sudare le classiche sette camicie per convincerlo a parlare di se) ma per mettere nelle condizioni tutti i soci di conoscere meglio, ed in modo più approfondito, colui che è stato chiamato a dirigere l’Associazione per il prossimo quadriennio. Proprio per dare meno enfasi a quanto scritto abbiamo cercato di proporre (...con molta presunzione, invero) una intervista “alla Giovanni Minoli in Mixer” allorquando (lui sì con una capacità senza eguali!) trovandosi a faccia a faccia col personaggio di turno ne faceva la presentazione, poneva domande secche e pretendeva risposte altrettanto sintetiche. Non so quale “Massimo Blasetti” ne possa essere uscito fuori, quantomeno auspichiamo che tutti i soci possano recepire “nuovo” Presidente come “uno dei nostri”!

A.R.

Massimo Blasetti, 69 anni, romano, sposato con Raffaela, figlia dell’ex Segretario del Rugby Giovanni Doni. Ha una figlia, Cristina. Diploma di ragioniere e poi Laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne alla Sapienza di Roma, Da sempre abitante nel quartiere Flaminio, con il CONI nel suo destino, crescendo a pochi metri dal Foro Italico, dallo Stadio Olimpico, dal Flaminio, dal Palazzetto dello Sport e dal Palazzo delle Federazioni.

Quale il ricordo più significativo di quei Giochi?

Oltre a nascere ed abitare in un “polo sportivo” importante come il Quartiere Flaminio, c’è traccia di DNA dello sport in famiglia?

Devo riconoscere che la spinta attiva me l’ha data la scuola: ho frequentato dalle elementari fino alle superiori il Collegio De Merode, dove grazie alla Stella Azzurra, la squadra dell’Istituto, per me non fu impossibile appassionarmi e praticare basket. Poi da ragazzetto ho frequentato i meravigliosi Centri CONI, iniziative che, come tutti sanno, diedero un grande impulso all’avviamento sportivo dei giovani. Io ho frequentato ovviamente i due centri che avevano sede al Foro Italico, vicino casa: il nuoto, ove ricordo che conseguii tre brevetti, ed il tennis.

Indirettamente, ma in modo incisivo: infatti tutto inizia da mio nonno paterno, Augusto, che fu il primo ad avere l’idea di aprire uno studio fotografico nel centro di Roma, alla fine del 1800. Poi mio padre, Alberto, che lascia un ottimo “posto fisso” per seguirlo in quella professione, o ancor meglio: per fare il fotoreporter, prima all’UPI, poi all’ANSA. Negli anni a cavallo tra il 60 ed il 70 diventerà l’unico fotoreporter ad essere accreditato in Vaticano. Quanto detto, è vero, non propone nessun collegamento diretto con lo sport, ma qui entra il fatto che per papà l’oggetto dei suoi scatti era anche prevalentemente lo sport di alto livello, nella fattispecie il calcio, e quindi era costretto a passare le domeniche pomeriggio, in campo, allo Stadio Olimpico. E spesso, se non quasi sempre, mi portava con lui, magari in tribuna. Era tra i più accreditati nell’ambiente e dal 1960 al 1980 fu inviato come fotoreporter in tutti gli eventi di risonanza mondiale in Italia ed all’estero. Tutto ciò quindi ha certamente influito in modo determinante sul mio interesse, di bambino prima ed adolescente poi, su ciò che fosse evento sportivo. Poi c’è stato il grandissimo evento del 1960 a Roma, le Olimpiadi, a darmi la scossa definitiva.

Ho avuto la fortuna di poter assistere a diverse gare, di molte discipline, ma quella a cui mi sento più legato è stata la mitica finale dei 200 vinta da Livio Berruti. A 13 anni sono eventi che lasciano il segno! Fino a qui ricordi di sport vissuti come spettatore, ma da praticante quali esperienze?

E da adulto la sua attività sportiva? Durante l’attività professionale all’Ente il poco tempo a disposizione mi consentiva solo di fare il tennis, ovviamente a livello dopolavoristico. Poi qualche puntata al Circolo Due Ponti, che da quando sono in pensione, posso frequentare con maggiore assiduità: tapis-roulant ed area fitness, E quindi tante camminate. Qualche domandina glamour: i suoi hobby? Quelli “statici” hanno nella TV il punto centrale: programmi sportivi in particolare, che grazie a Sky non mancano. Quelli dinamici invece, oltre alle passeggiate, sono legati al mare e tutto ciò che c’è intorno...compresa la buona cucina a base di pesce, ove i primi sono il mio punto debole


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. preferiti oltre quelli di viso gli anni più belli della vita lavorativa. Tra tutti voglio Restando in zona cibo, altri piatti ricordare Cesare Rubini, un grande della pallanuoto e mare? del basket. La pizza cotta al forno a legna, i gelati artigianali, il supplì di riso, i cannoli siciliani rigorosamente appena fatti, Sempre nel mondo del lavoro, c’è un qualcosa di cui la cassata e la pastiera napoletana. Da qui il mio im- ne è orgoglioso e sente come sua creatura? pegno personale di andare almeno una volta all’anno Nel 2004 ebbi l’idea di chiedere, agli inventori americaa Napoli e Capri. Per immagazzinare ottimismo. ni del Premio Hall of Fame, l’autorizzazione per crearlo anche in Federbasket. Si tratta di un premio che in USA Legge? viene assegnato a personaggi mitici dello sport monQuotidiani e riviste tanti. Libri, soprattutto saggistica, diale. Dopo un mese arrivò la lettera da Springfield ed ogni tanto. oggi il Premio Hall of Fame non solo è stato introdotto Per chiudere questo angolo glamour, che carattere ha nella FIP, ma si è diffuso anche in decine di altre Federazioni Sportive e moltissimi club di calcio. Di questo soBlasetti, visto da...Blasetti? no davvero orgoglioso. Sono abbastanza riservato, a primo impatto gli altri pensano sia un taciturno, ma poi chi mi conosce sostie- Ed ora, su finale di questa nostra chiacchierata, ci dica ne che io abbia molto spirito inglese. Non sono avaro, perché si è imbarcato in questa avventura dirigenziale ma semmai attento a non buttare via il denaro. Am- all’APEC? metto di essere ipocondriaco: su alcuni argomenti preSu proposta di alcuni amici, ed ammento che all’inizio vengo il responso dei medici ed a volte li ...consiglio. ero un po’ titubante. Oggi a soli quattro mesi dalla mia Non a caso la prima convenzione APEC della mia preelezione sono molto soddisfatto. Tra l’altro è stata l’ocsidenza è stata firmata con la M.B.A. Società di Mutuo casione per poter incontrare nuovamente molti amici Soccorso, per l’assistenza sanitaria….. che negli anni avevo perso di vista. Ed a questo punto Ci racconti brevemente la sua esperienza professiona- il mio impegno è fare qualcosa di positivo per tutti i colleghi pensionati. le al CONI Sono entrato al CONI nel 1970 grazie… ad amicizie, per 35 anni ho sempre operato nelle Federazioni Sportive: Hockey, Pallavolo, Calcio e Basket. Ho svolto compiti di responsabilità in vari settori, dall’Amministrazione, all’Ufficio Stampa, dagli Affari Generali al Settore Squadre Nazionali, Poi finalmente sono arrivate le nomine a Vice Segretario e poi a Segretario Generale, e dopo tanti concorsi interni la nomina a dirigente. Durante questo lungo iter non è mancata la responsabilità in un paio di Comitati Organizzatori e Promotori nel basket. Ammetto che sul lavoro sono stato molto fortunato. Basti pensare che nella mia permanenza al basket, alla pallavolo ed al calcio, le rispettive nazionali italiane hanno sempre vinto medaglie pesanti (3 ori, 4 argenti e 3 bronzi ai Giochi Olimpici, ai Campionati Mondiali ed ai Campionati Europei. Giovanni Petrucci è il dirigente al quale devo di più e con il quale ho lavorato, a contatto di gomito, oltre 16 anni tra basket e calcio. Altra vecchia e storica amicizia è quella con Roberto Fabbricini, con il quale ho condiviso, per decenni, gioie e dolori legati a risultati sportivi. Ma lei, come dirigente, è il “classico uomo solo al comando”, oppure no? Esattamente il contrario: sono sempre stato uomo di squadra, che preferisce lavorare dietro le quinte, come avvenuto per tanti anni nelle federazioni ove ho militato. Ricordi belli e ricordi brutti nella sua attività professionale nel mondo dello sport?

Pubblicando questa intervista sulle “Pagine Gialle”, spazio di servizio per tutti i soci, ci può indicare gli obiettivi primari di questo quadriennio? Inizio col sottolineare la mia convinzione che si possa fare molto, anche se l’Associazione non gode di tanti mezzi a disposizione, in primis le risorse economiche. Attraverso i progetti speciali approvati dal CONI, ad esempio, verrà rafforzata la comunicazione. Usciranno, almeno nei primi tempi, due numeri all’anno di questa rivista, che vuole dare un senso culturale alla mission dell’APEC verso il mondo esterno, mentre farò del tutto perché tutti i soci, anche quelli meno informatizzati, mantengano contatti stretti con il nucleo operativo della nostra Associazione. Mi impegnerò perché sia data molta importanza alle iniziative socio-culturali, così come ho accolto molto positivamente il principio ispiratore dei nostri “progetti Speciali” teso a valorizzare il contributo storico di cui può essere portatrice la nostra Associazione, per il solo fatto, e scusate se è poco, di essere composta da personaggi che hanno vissuto, in prima persona, gli avvenimenti legati agli ultimi cinquant’anni dello sport italiano. Mi impegnerò poi perché aumenti il numero di Soci , anche attraverso modifiche statutarie. Infatti, tra le proposte che abbiamo presentato al CONI per la verifica di conformità ai principi generali dell’Ente vi è l’istituzione del Socio Aggregato (un familiare o un amico presentato da un Socio effettivo) nonché quella dei Fiduciari Regionali. L’obiettivo è poi estendere il tesseramento non soli agli ex dipendenti CONI ma a tutti coloro che hanno prestato o prestano collaborazioni professionali nel CONI o nelle Federazioni Sportive. L’obiettivo, in sintesi, è quello di fare ancor più, rispetto al già tanto fatto sinora dall’APEC contando ovviamente sull’insostituibile supporto dei colleghi che con me operano in Segreteria.

Tra quelli belli ne ho tre in particolare: la prima medaglia d’oro nella storia del basket, vinta dalla nazionale italiana agli europei di Nantes nel 1983. Io ero il Team Manager. Poi, da Segretario Generale FIP due successi strepitosi: la medaglia d’oro agli Europei di Parigi nel 1999 e la medaglia d’argento vinta ai Giochi di Atene Grazie Presidente, ed in bocca al lupo! nel 2004. Tra i ricordi negativi c’è soprattutto la perdita di grandi amici, personaggi storici con i quali ho condi-


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Se lo scopo primario della rivista Cinque Cerchi d’Argento è quello di raccogliere e pubblicare le narrazioni legate alla storia ed alla evoluzione dello Sport italiano per renderle note e divulgarle specie tra le giovani generazioni, risultano importanti i contributi che con tale presupposto possono fornire coloro che nell’Ente hanno operato professionalmente per diversi decenni: ci riferiamo in particolare ai pensionati del CONI, che con diverse modalità, specifici ruoli e mansioni sono stati protagonisti significativi del movimento sportivo italiano. O quantomeno hanno vissuto "dietro le quinte", con compiti di supporto ed assistenza tecnica ed organizzativa, eventi e fatti dello sport italiano negli ultimi 50 anni. Ricordiamo tra l’altro che un simile coinvolgimento è in totale sintonia con i principi istitutivi dell’Associazione, che prevedono iniziative tese a “…tenere uniti tutti i soci che hanno vissuto o vivono in comunità di intenti e di operosità la vita e le vicende del C.O.N.I. , delle Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline Sportive Associate…” In questo quadro quindi è stata istituita “APEC RACCONTA”, una iniziativa specifica a carattere culturale della quale avevamo parlato in via sperimentale tempo addietro ma che, considerate le sue positività è divenuta parte integrante del più ampio progetto speciale presentato dall’APEC al CONI nel contesto della nuova impostazione operativa delle Associazioni Benemerite. Il suo obiettivo quindi è quello di favorire l'aggregazione ed il coinvolgimento dei soci, sia attraverso incontri periodici “frontali” a carattere monotematico, ove ognuno dei presenti può raccontare le sue esperienze professionali finalizzate al recupero di storie dello sport italiano, sia con la redazione di articoli inviati dagli stessi soci, sullo stesso tema, che saranno pubblicati in parte sulla Rivista in edizione cartacea, ed in toto nella edizione online, perché molto più agile e meno vincolante in termini di spazio, sia per la pubblicazione dei testi che per le foto.

Questo per ciò che riguarda gli associati e l’Associazione, ma, come abbiamo detto, l’obiettivo è rivolto anche, se non “soprattutto” all’esterno, perché lo scopo di questa interessante iniziativa è quello di far emergere quegli aspetti meno noti, se non addirittura ignorati "dal grande pubblico", che invece sono anch'essi parte integrante (...e spesso importante) della Storia dello Sport che è conosciuta ai più. Un contributo culturale che può dare solo chi per tanti anni ha operato professionalmente presso il CONI o presso le Federazioni Sportive, e quindi è stata testimone diretto e quasi sempre protagonista di tanti "capitoli del magnifico racconto" dello Sport italiano. L’Associazione Pensionati CONI, rappresentando coloro che hanno dedicato la propria vita professionale nei campi più ampi del mondo sportivo, attraverso questo progetto intende dare un contributo originale e più determinato, rispetto anche alla stessa pubblicistica e storiografia sportiva sino ad oggi prodotta, perché va a completare (e magari rendere omogenea, e quindi più incisiva) la Storia dello Sport, che dovrebbe essere una materia di studio tutt’altro che secondaria o facoltativa, anche nell’ambito scolastico di ogni ordine e grado. Infatti le realtà dello sport, molteplici e varie, non sono autoctone né originali, ma hanno strette interconnessioni con le altre componenti della Società di un Paese: storiche, economiche, politiche, sociali, turistiche e culturali. Quindi conoscere la Storia dello Sport di un Paese significa capire meglio la storia complessiva di quel Paese. Nel caso in specie, del nostro Paese, l’Italia. Le pagine successive della rivista propongono appunto alcune di queste testimonianze che cortesemente tre colleghe hanno voluto inviare: diverse per contenuto e forma, ma tutte in sintonia con gli obiettivi suesposti. Ed ora non resta che auspicare l’arrivo, per i numeri a venire, di altre narrazioni sul tema, proposte da altri altrettanto cortesi soci. A.R.


24 Ricordi e raccomandazioni di una collega che ha sempre operato nell’Ufficio Stampa CONI

I pensionati sono di diversi tipi. Quelli che per ragioni anagrafiche sono da anni fuori dai Giochi di lavoro e quelli che rientrano appena adesso nella categoria. Questi ultimi devono adattarsi al nuovo sistema di vita e forse sono anche un po’ tristi perché faticano a superare il confine che si è creato fra loro e i tanti amici ancora in attività; mentre i primi, liberi da tempo da orari e da responsabilità quotidiane, dopo i primi mesi di riposo si accorgono che non avere un impegno costante è molto più faticoso di quello portato avanti negli anni lavorativi. Così qualcuno si impigrisce senza godersi appieno il meritato riposo; qualcun altro cerca di trovarsi, con qualche problema, un’alternativa non retribuita; taluni aumentano o diminuiscono di peso perché non hanno voglia di controllarsi; altri invece continuano a stare sulla breccia, magari operando nella nostra Associazioni o in altre, offrendo con gioia l’aiuto della propria esperienza; infine c’è chi si dedica felicemente alla famiglia, in particolare ai nipotini, che, finchè sono piccoli, riempiono la vita ma che, appena cresciuti, portano nuove ansie non salutari al naturale processo di invecchiamento dei nonni. Questi ultimi vorrebbero addirittura, ma è meglio che non lo facciano, intervenire sulle scelte dei genitori, che aperti alle novità, accompagnano i figli nella crescita, affiancando l’apprendimento veloce delle loro conoscenze con l’uso dei mezzi che la società civile presenta oggi in grande quantità. Fra queste categorie di persone solo pochi si interessano attivamente del totale cambiamento della vita che precipitosamente si è verificato dagli anni ’90 ad oggi. Per spiegarmi meglio propongo una situazione personale. Io ricordo perfettamente il lavoro della mia giovinezza e quello della mia maturità. Appena entrata all’Ufficio stampa del CONI nel 1966, dopo le mie esperienze al Momento sera e

al Corriere dello Sport e già professionista, abituata a scrivere sull’ ormai storica Olivetti Lettera 22, mi sono trovata davanti a macchine molto più grandi, che mi mettevano quasi soggezione. Leda Bizzarri, la prima segretaria di Donato Martucci, le usava ad una velocità per me supersonica., in grado perfino di non commettere errori e quindi di non dover usare quei bianchetti perditempo che, soprattutto nei casi più urgenti, diventavano quasi un incubo. Non esistevano i fax, né le fotocopiatrici, tutta la corrispondenza veniva inviata per posta, con tanto spreco di carta e di denaro. Perfino l’Agenzia stampa del CONI (la vecchia AGC) veniva portata a mano, tutti i giorni dopo le 13, alle testate allora esistenti affinché potessero utilizzare le notizie nel pomeriggio durante la preparazione dei giornali. Per avvertire casa la sera di un ritardo dovuto al traffico, dovevi cercare disperatamente una cabina telefonica che, se eri senza gettoni, non ti aiutava a trovarli, assolutamente indifferente alle tue difficoltà. Perché era quasi impossibile incrociare una cabina che avesse vicino la macchina rifornitrice di quegli oggetti indispensabili, che pesavano tanto nella borsa, ma se non ne possedevi ti facevano indispettire e magari imprecare. Leda Bizzarri, Adriana Rocchi e Liliana Bertini mi hanno aiutato tanto ad usare quelle macchine elettriche per me nuove,


25 certamente più comode della mia Lettera 22, ma meno poetiche e meno adatte a me, che dattilografa non sono mai stata e mai lo sarò. Tuttavia, mettendo a dura prova la mia tenacia, imparavo in fretta e dopo pochi mesi ero in grado di scrivere una lettera precisa ed elegante senza gravare sul loro lavoro che era già tanto, impegnativo e sempre urgente. Perché in un Ufficio stampa devi essere in grado di improvvisare, senza pensare che qualcosa sia impossibile perché nulla è impossibile se hai la pazienza e la voglia di portare a termine un lavoro che ti è stato affidato. Quando l’avvocato Onesti, che per abitudine nel pomeriggio si affacciava alle stanze, mi trovava concentrata sulla macchina da scrivere, mi invitava a riposarmi offrendomi una sigaretta delle sue. Ho impiegato anni a conquistare Onesti e solo dopo i Giochi Olimpici del 1972 il suo atteggiamento diffidente verso di me cambiò, e cominciò ad apprezzare mio lavoro. Per il grande Presidente infatti era difficile capire ed ammettere che anche una donna, se ha capacità e volontà, può emergere a livello degli uomini. A metà degli anni ’70 vennero introdotti i primi fax e poi fra l’80 e il ’90 le prime fotocopiatrici. Non più copie da fare con la carta carbone, ma utilizzare questo mezzo nuovo che avrebbe fatto risparmiare tanto lavoro inutile. La rassegna stampa veniva riprodotta in un baleno e la sua diffusione venne aumentata e non più riservata soltanto al Presidente, al Segretario generale e al Capo ufficio stampa. Le notizie quotidiane venivano inviate per fax e non più portate a mano. Ma la grande rivoluzione era appena iniziata. Stava per arrivare il computer, una macchina straordinaria che avrebbe cambiato il sistema lavorativo di ogni settore produttivo, da quello scientifico a quello umanistico. La grande potenza di elaborazione e di memorizzazione dell’apparecchio, la sua capacità di calcolo, riducevano in maniera sensibile i tempi richiesti per la soluzione dei problemi e di tutto ciò era difficile non capirne l’importanza. Verso la fine degli anni ’90 tutti gli Uffici cominciarono a cambiare le loro abitudini. Non fu proprio semplice, ma neppure troppo complicato imparare le prime nozioni d’uso del computer che al primo momento

sembrava inavvicinabile, ma che sarebbe diventato un amico ideale. Qualcuno lo rifiuta ancora oggi, ancorandosi dietro una cultura romantica e la paura di perderla, senza pensare e sapere a cosa rinuncia. Perfino il mio amico Gianni Brera, inimitabile giornalista sportivo purtroppo scomparso nel dicembre 1992, rifuggiva il computer per il timore di non sentire la musica del ticchettio sulla Lettera 22. Lui sapeva benissimo che la musica sta nelle parole sgorgate dalla mente e non dai tasti di una macchina per scrivere, ma si opponeva ugualmente all’utilizzo di un oggetto nuovo che gli avrebbe fatto solo perdere del tempo per riuscire a capirlo. Gianni Brera  Ma io sono convinta che a poco a poco la curiosità avrebbe vinto i timori e che il computer sarebbe diventato suo compagno fedele, se non altro perché avrebbe anche facilitato le trasmissioni. Non ci sarebbero più state attese nervose per dettare i pezzi via telefono agli stenografi dei giornali, ma invio rapido attraverso la macchina, capace di raggiungere tutto il mondo in pochi minuti. Certo, anche gli inviati hanno dovuto imparare ad usarla ma hanno fatto presto a capire come la nuova invenzione cambiasse totalmente il loro modo di lavorare, con un notevole risparmio di tempo e di fatica. Infatti nel computer non esiste errore che non si possa cancellare, né testo che non si possa salvare. Basta stare attenti e prendere confidenza con i segreti dell’apparecchio, poi non è più possibile farne a meno. Nato il computer, la sua diffusione ha prodotto una fucina di idee. Dopo la posta elettronica (Email) è stato introdotto Internet, il principale mezzo di comunicazione di massa, che distribuisce agli utenti contenuti informativi e di servizi. Poi, alla fine degli anni 90 hanno preso il via i Servizi di rete sociale (detti social network), che nel nuovo millennio si sono sviluppati in maniera esponenziale. Questi Servizi permettono all’utente di creare un proprio profilo, di organizzare una serie di contatti, di pubblicare aggiornamenti e di accedere a quelli altrui. Ogni Social network ha una specializzazione. Per fare qualche esempio: Twitter è quello che offre notizie minuto per minuto; Linkedin cerca di trovare lavoro a chi richiede notizie per eventuali collaborazioni; Facebook apre e favorisce le relazioni.


26 Ne ho citato solo tre, quelli più seguiti. ma ne esistono circa una ventina, ciascuno dedicato ad un settore della vita comune. E’ un mondo che i giovani hanno già scoperto e noi pensionati tardiamo ad utilizzare perché siamo stanchi di imparare e in alcuni casi non vogliamo ammettere che questo benedetto computer non solo è indispensabile per chi lavora, ma che nelle lunghe giornate piovose fa anche tanta compagnia ai più solitari. Nel 2010 qualcuno, per moltiplicare le utilizzazioni, ha lanciato l’IPAD, un dispositivo di piccole dimensioni che riproduce contenuti multimediali con la possibilità di accedere ad Internet. Ma l’utilizzo del computer prima e dell’IPAD dopo ha cambiato anche la stampa, sollevando una serie di problemi, alcuni assai negativi per la professione. I giornali si leggono sempre meno: le testate on line prolificano senza soddisfazioni reali per chi viene assunto, gli editori licenziano senza pietà o mandano in pensione prima del tempo anche firme di alto livello perché non riescono più a sostenere le spese dovute alla crescente diminuzione dei lettori. E’ di pochi giorni fa la notizia che l’autorevole testata inglese The Independent non verrà più stampata ma funzionerà solo on line. Decisione durissima e pericolosa che certamente influenzerà tutti i giornali del mondo. Forse Brera, nella sua lungimiranza, prevedeva che la rivoluzione avrebbe fatto male a tanti. Chissà dall’aldilà oggi come è infuriato. Personalmente, io non mi arrabbio, ma penso con preoccupazione e tristezza al giorno in cui non potrò più sentire il profumo della carta stampata e non dovrò lavarmi le mani dopo aver letto i miei quotidiani preferiti, che talvolta perdono qualche residuo di inchiostro lasciato dalle rotative. Ma veniamo alla telefonia mobile. Il cellulare, o telefonino se preferiamo, ha visto la luce fra gli anni ’80 e ’90. I primi costavano molto ed erano anche pesanti e ingombranti. Poi a poco a poco si sono perfezionati: Motorola, la prima casa produttrice, si è vista in poco tempo sovrastare da altre industrie, che hanno fatto e continuano a fare sempre nuove modifiche per migliorare gli apparecchi, dotandoli di qualità sorprendenti fino a farli diventare succursali dei computer. Io ricordo che dopo i Mondiali di calcio del ’90, l’allora Presidente del CONI Arrigo Gattai mi voleva dotare di uno dei cellulari utilizzati durante la manifestazione e consegnati all’Ente dal Comitato Organizzatore. Ma io lo rifiutai, giustificando la mia rinuncia con il fatto che vivendo in Ufficio dodici-tredici ore della giornata ( se mi andava bene!), avevo solo il tragitto in macchina che mi avrebbe portato nella mia casa a Roma Sud per riposarmi un poco, senza sentire né squilli né parole. Il primo cellulare, consegnatomi dagli Uffici, l’ho

usato ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992 e solo allora ho capito quanto fosse indispensabile per il mio lavoro farne uso completo. Rientrata a Roma me ne sono comprata uno e da allora un altro pezzo della mia vita è cambiato. Adesso capisco quanto sia ridicolo non usare il cellulare. E credo che questo pensiero sia condiviso dalla maggior parte degli esseri viventi. Conosco delle persone che fino a pochi anni fa lo consideravano un oggetto inutile, addirittura snob, mentre adesso se lo tengono perfino sul comodino di notte; o se per caso lo lasciano a casa per distrazione, considerano la dimenticanza quasi un peccato mortale. Appena usciti dalla Chiesa o dal teatro lo riaccendono perché non si sa mai che qualcuno abbia chiamato nel frattempo. I ragazzi imparano ad usarlo in tenera età e a dodici anni (qualcuno anche prima) ne pretendono il possesso. I genitori si lasciano convincere perché è meglio che sia possibile trovarli appena usciti da scuola o quando escono con gli amici e poi misurare il tempo che impiegano per rientrare a casa. Via via che crescono ne chiedono di più moderni, come Iphone o comunque degli Smartphone, quelli che sono come un’enciclopedia portatile. Così non imparano le tabelline perché trovano tutto sul telefonino. E ti prendono pure in giro perché tu non hai mai pensato e quindi non sai che il cellulare è diventato un computer che risponde a tutte le tue domande. Nell’apparecchio puoi perfino leggere i libri, senza portarti pesi inutili quando sei sull’autobus o sulla metro, a rischio, secondo me, che i ragazzi di oggi potrebbero avere un abbassamento della vista molto prima di quanto sia successo a noi. In un’epoca dominata dalla tecnologia, che cammina più veloce degli anni, secondo me non si deve avere paura di adattarsi. Se si accetta il cellulare per comodità e in fondo lo si ritiene utile per i rapporti comuni, si devono accettare anche il computer e i suoi derivati e curiosare sulle possibilità che offrono. Vi dico la verità. Ci si sente anche più giovani. più vicini ai nostri nipoti, che ci ameranno di più se riusciremo a parlare il loro linguaggio, non dimenticando il nostro certamente più ricco di cultura, ma affiancandolo con le scoperte, almeno le più piccole e accessibili alle nostre capacità, che ci regala la scienza. Rimanere indietro non fa parte del bagaglio accumulato durante il nostro lavoro in un Ente che, occupandosi di sport, ci ha inculcato non solo la passione, ma la conoscenza dei cambiamenti che continuamente accompagnano l’attività sportiva, sempre proiettata in avanti per superare gli ostacoli, gli infortuni, le sconfitte, alla ricerca di un risultato ogni volta migliorabile.


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Il mio racconto può cominciare dalla metà degli anni sessanta dopo le Olimpiadi di Città del Messico. Nell'Ufficio Ragioneria Generale, dove lavoravo, la contabilità del CONI e delle Federazioni Sportive Nazionali era supportata dall'utilizzo di macchine elettrocontabili Burroughs, giganti rumorosi portati al CONI dal Manager Calligaris, padre della nostra campionessa Novella, nuotatrice stile libero che nel 1972, a Monaco di Baviera conquisterà un argento e due bronzi . Si, faticoso lavorarci, ma noi eravamo un folto ed affiatato gruppo di sole donne con un Capo Ufficio con il quale vigeva un rapporto più filiale che altro. Il rapporto con lui e tra noi era molto umano e solidale. Negli anni settanta, l'entrata in vigore della legge sul Parastato, nella quale il CONI confluì da Istituzione di diritto privato, cominciò a modificare il modo di lavorare. I frequenti scioperi, dei quali spesso la maggior parte degli impiegati non ne conosceva, né le motivazioni, né le finalità, andavano modificando la tipologia e la qualità dei rapporti sia tra colleghi che con i Dirigenti, con il risultato che nella struttura CONI prendeva spazio crescente un sistema piramidale, più formale e e meno elastico che divenne ancor più acuito con l'adozione dello spoil-system nella assegnazione degli incarichi e delle mansioni. E pensare che uno

dei punti di forza dell'Ente, almeno fino alla metà degli anni ottanta, fu proprio il profondo spirito di squadra che animava i suoi operatori professionali, indipendentemente dal ruolo e grado da ciascuno ricoperto. Nei successivi anni ottanta, mentre il Governo Craxi ci faceva credere di essere diventati tutti molto benestanti, il Totocalcio produceva alla grande! Ogni settimana il montepremi cresceva notevolmente e la Dirigenza, inebriata da tanto denaro, cominciò una politica economico-sportiva piuttosto brillante. Nei Giochi Olimpici tra il 1980 e il 1988 l'Italia portò a casa ben 61 medaglie. Il CONI, per festeggiare la millesima schedina del Totocalcio, elargì a tutti i dipendenti un benefit di 150.000 lire, che fu poi recuperato su disposizione del Governo...Si erano fatti i conti senza l'oste... Negli anni successivi e nel cambio dei Vertici CONI, questa politica dispendiosa si rivelerà poi un boomerang. Per la prima volta a Malta nel 1984, in occasione dello svolgimento della Conferenza dei Ministri europei dello sport del Consiglio d'Europa l'Italia, come altri Paesi, fu invitata a predisporre uno stand del CONI con le più recenti e proficue novità in campo sportivo. Furono esposti poster sui recenti e innovativi Giochi della Gioventù, sulla attività della promo-

zione sportiva ed anche una cassetta audiovisiva sulle attività migliori dei nostri sport. L'Italia poi aveva appena vinto i Campionati del mondo di calcio e ci fu veramente un efficace interesse del pubblico presente verso il nostro stand. Anche in questo caso organizzammo tutto in 4 persone, due dirigenti e due funzionari, poca spesa, tanto successo e prestigio. L'Italia del volontariato e della modestia portava se stessa con successo in Europa. Per divertirci poi Il dr. Argentieri organizzò per noi ragazze una squadra di Hokey su Prato, semplice, goliardica, e tanto divertente con un clima di collaborazione, stima e solidarietà. Nell'onda dei successi sportivi europei il CONI partecipava, con propri delegati, alle Riunione del Consiglio d'Europa prima e dell'Unione Europea poi. C’ era un grande entusiasmo nel mondo politico-sportivo dell'epoca, si facevano grandi progetti per il futuro. Pertanto si rese necessario offrire, a quanti operavano nello sport, diffondere fin nelle strutture capillari del CONI e delle FSN, un punto di riferimento sui provvedimenti normativi e legislativi fondamentali dello sport. Questa pubblicazione ebbe un enorme successo a livello sia nazionale che internazionale, predisponemmo ben 7 ristampe di cui l'ultima fu nel novembre del 1998. (continua alla pagina successiva)


28 (continua da pagina precedente) Tanto lavoro nella ricerca e nella elaborazione e poca spesa grazie alla collaborazione anche da parte di altre strutture del CONI. Negli anni novanta continuavano i successi dei nostri atleti. Emanuela Di Centa vinceva nello sci di fondo la medaglia d'oro ai XVII Giochi Olimpici invernali di Lillehammer 1994. Da li una escalation di successi a livello politicosportivo fino al suo esordio, nel 2004, nella carriera politica italiana. In questa circostanza gli uffici della Presidenza l'hanno sostenuta ed aiutata con quello spirito che ci ha sempre contraddistinto. Yuri Chechi, il signore degli anelli, nominato dalla Presidenza del Consiglio, su segnalazione dei preposti Uffici del CONI, quale Rappresentante dello sport italiano presso il Consiglio d'Europa, provò una esperienza fantastica, come lui stesso ebbe a dichiarare, questa fu un'altra “chicca” degli uffici di Presidenza dove ancora si provava entusiasmo a fare le cose. Mi piace ricordare una circostanza in cui eravamo tutti riuniti nel Salone d'Onore per guardare un bellissimo filmato sui successi italiani appunto alle Olimpiadi di Lillehammer; la voce di una collega commentò: “…anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo partecipato a ché tutto questo si realizzasse” seguì un caloroso applauso di tutti noi. Questo era lo spirito di tutti noi dell'epoca. C'era una partecipazione emotiva che si é perduta negli anni allargando sempre più la forbice tra i vertici e tutti gli altri e togliendo quel valore aggiunto che tanto ci ha spronato a fare, facendoci gioire. Già dieci anni or sono, tutto è cambiato, le porte si sono chiuse, i rapporti verbali sottoposti a numerosi filtri, quelli umani scarsi e spesso non sinceri ma, così va il mondo. Noi possiamo essere soddisfatti di aver vissuto una stagione, se pur a volte faticosa, ma decisamente più umana e solidale. MIMMA TURI

Dopo gli “anni di Bologna”, gli anni sessanta, dove ho imparato a fare la brava impiegata alla Federazione Hockey e Pattinaggio (una delle poche fuori Roma), sono arrivati gli anni di Roma, gli anni in cui, insieme alla teoria, sono entrata in contatto con lo sport, quello che si pratica nei Palazzetti e sulle piste di gioco, seguendo i Campionati di Hockey, di Pattinaggio Artistico e Corsa. Per le tre specialità, sia che si partecipasse a Campionati Nazionali, ma soprattutto a quelli Europei o Mondiali, era un coinvolgimento totale affinché tutto si svolgesse al meglio per ben figurare. Ricordo le ore e ore trascorse in sala stampa degli impianti per gli accrediti, per il reperimento della bandiera mancante all'ultimo istante, le mille esigenze da soddisfare…... e le riunioni, interminabili, con i Consiglieri Federali, ma soprattutto con i Settori Tecnici delle tre specialità, riunioni che mi portavano “dentro le dinamiche tecniche” del nostro sport; al termine di quegli anni, durante i quali sono state vinte innumerevoli medaglie d'oro, quasi mi sentivo una “addetta ai lavori” un poco speciale. Poi è arrivata la Scuola dello Sport, l'inizio del rapporto speciale con Angelo Menna e Gigi Cimnaghi , la sensazione di lavorare per lo sport che “odorava” di cultura, la scoperta dei Maestri di Sport, i quali concretizzavano le loro competen-

ze, oltre che negli impianti sportivi, nelle loro pubblicazioni, nelle conferenze, nei loro articoli, nei corsi...è ancora piacevole ricordare gli incontri sotto il portico della Foresteria o nei viali dell'Acqua Acetosa con i tanti Maestri, Rossi, Delfini, Benigni, Manno ,.... un mondo dello sport intellettuale, leggero ma pieno di prestigiosi contenuti. La collaborazione con Luigi Cimnaghi è proseguita alla Federazione Ginnastica, un altro modo di essere accanto al mondo dello sport, di conoscere un grande Presidente come Bruno Grandi, di continuare il cammino con Angelo Menna, Consigliere Federale, un mondo di movimento con raduni, corsi, cerimonie di apertura dei Giochi Nazionali della Gioventù che mi ha dato anche l'occasione di incontrare Emilio Alborghetti con il quale mi sono poi ritrovata all'APEC! Le esperienze di lavoro sono proseguite, mi è stata riservata un'altra opportunità al Centro CONI di Riano, lì ho vissuto gli ultimi anni lavorativi imparando, accanto al Capo Impianto Patriarca, come si gestisce un Centro, anche quando lui ci ha lasciati siamo andati comunque avanti! Gli aneddoti e i ricordi sarebbero ancora tanti, ma ci sarà modo eventualmente di continuare la narrazione di esperienze in cui tanti colleghi sicuramente si ritroveranno e si riconosceranno.


29 ...quando vincere il Torneo del CRAL era più importante del trionfo a Wimbledon

L’amico ed ex collega dell’Ufficio Stampa del Coni , Gigi Ugolini , incontrato qualche tempo fa alla presentazione del libro di Gianfranco Colasante dedicato a Bruno Zauli , mi ha pregato , mentendo sul fatto che lui non si ricordava nulla , tranne i pallonetti di Giuliano Annibali , di scrivere un pezzo sul torneo di tennis che in passato veniva organizzato sui campi del Foro Italico e che costituiva un grande momento di aggregazione e di democrazia ponendo in campo alti dignitari , vassalli , valvassori e valvassini senza distinzione di casta ma purché avessero dimestichezza con racchetta e palline. Il titolo naturalmente è provocatorio perché il torneo ricalcava in qualche modo per personaggi ed interpreti i film del ragionier Ugo Fantozzi. Chi non ricorda le scene esilaranti della corsa ciclistica o la famosa frase “Batti lei” nel memorabile incontro con Filini. Ora il torneo di tennis del CRAL Coni era un po’ su quella falsariga e necessitava di adeguata preparazione. C’era chi si allenava per mesi e chi invece veniva mandato allo sbaraglio pur di riempire un tabellone e dare la possibilità ai mega dirigenti galattici di fare qualche turno approfittando della estrema debolezza che in vulgaris potremo definire “pippaggine” degli avversari. Il momento clou del torneo era il sorteggio del tabellone laddove di sorteggio c’era ben poco perché la tendenza era quella di pilotare il tutto onde evitare lamentele e critiche che poi si verificavano puntualmente. Uno dei primi vincitori del torneo fu Marcello Folena che

era troppo forte per tutti gli altri avendo militato in seconda categoria . L’anima del torneo era il mitico maestro Pietro Feurra che aveva capito il meccanismo e in occasione del torneo cercava di mettere ogni casella al suo posto. La grande passione dell’allora Presidente del Coni Mario Pescante, scoperta non in tenera età , fu da traino per il torneo convogliando sui campi del Foro tutta una serie di giocatori più o meno bravi. Pescante non aveva una tecnica raffinata ma a rete aveva coraggio e poi contava molto su una certa sudditanza psicologica. In effetti c’era una lotta interna per essere sorteggiati contro di lui anche perché una se pur onorevole sconfitta avrebbe potuto rappresentare un congruo avanzamento di carriera. Ricordo una finale o una semifinale giocata contro Betto De Angelis. Betto aveva buona tecnica ed un fisico prestante da ex- calciatore però, guarda caso , si dovette ritirare quasi ad un passo dalla vittoria. Negli anni ’80 i protagonisti del torneo erano diversi, vado così a casaccio come mi vengono in mente. Gigi Ugolini aveva classe ma un caratterino, o vinceva a spasso o perdeva in modo clamoroso, più vittima dei propri nervi che dell’avversario. Di lui rammento un incontro al campo 3 con Roberto Giuliani finito tra grida e insulti perché quando Giuliani appena la palla si avvicinava alle righe veniva giudicata fuori. Altro protagonista di quelle sfide Peppino Sforza che invece era un gent(segue alla pagina successiva) leman in campo.


30 tarlo in finale rimediando appena un games. Nel E poi Roberto Fabbricini , l’attuale Segretario del Co- doppio c’era una vera e propria battaglia per cerni. Roberto aveva una buona tecnica ma predilige- care di formare la coppia migliore. Massimo Lojacono che era il più grande teorico del tennis che abva il doppio. L’ufficio legale era rappresentato da Antonello Bernaschi e dal compianto Stefano Simon- bia mai conosciuto sosteneva di aver vinto il doppio celli. Bernaschi sul campo saltellava più che correre quasi da solo senza considerare però che aveva acmentre Simoncelli aveva una certa classe. A propo- canto un muro di gomma come Ugazio. Nel corso sito di doppio non possiamo ignorare la coppia An- degli anni il torneo si era troppo specializzato e perse nibali – Pescante vincitrice di alcune di quelle prime quella connotazione squisitamente amatoriale dei edizioni. Annibali correva da dietro alzando dei pal- primi anni. Il gusto delle sfide all’ultimo sangue , delle polemiche susseguenti , delle discussioni negli spolonetti superiori in altezza a quelli proverbiali di Lea Pericoli e Silvana Lazzarino , toccava poi a Pescante gliatoi , tutto tramontato. Restano i bei ricordi , le la chiusura a rete. Negli anni successivi pur rimanen- tante ore trascorse sul campo , il rimpianto di quell’atmosfera che permeava il torneo e che ci fado attivi gran parte dei succitati arrivarono forze nuove e molto competitive. Il Cral ebbe una sua se- ceva sentire parte di una grande famiglia , quella del CONI. zione tennis dove l’animatore divenne Enrico Biancotto. Giocatore di buon livello Enrico fu l’artefice Paolo Caldarera  dal 1982 al 2000 ha lavorato presso la FIT,  della crescita del torneo e il promotore della partecipazione del Cral ai campionati a squadre organiz- se ore stampa e organizza vo  poi dopo un breve limbo alle  zati dalla Fit. Nel torneo sociale si metteranno in luce Discipline Associate è approdato all’Ufficio Stampa del Coni  Roberto Ugazio , Antonio Amatulli oltre naturalmente dove a ualmente opera. Giocatore di tennis di stampo classico ha sempre avuto un debole per questa disciplina scrivendo  a Enrico che in effetti era un gradino più su rispetto tra l’altro nel 2010 “Il Grande Libro del Tennis Italiano “   agli altri. Un anno ebbi anch’io l’ebbrezza di affron(continua da pagina precedente)

Parlando di tennis (seppure con ottica…post-lavoristica), in armonia con la linea editoriale della rivista non possiamo non dedicare alcune righe a Guido Oddo, storico telecronista Rai dello sci e soprattutto del tennis, scomparso 11 anni fa all’età di 86 anni. Di lui è da ricordare il suo “stile”, signorile nei modi, mai chiassoso, con il tono di voce sempre discreto e contenuto (…davvero altri tempi, rispetto agli urli che caratterizzano, su tutti i network televisivi del mondo, le telecronache di oggi). Sci e tennis le sue specializzazioni: era la "voce" della Valanga Azzurra quando Gustav Thoeni e compa-

gni lanciarono lo sci in Italia e nel mondo. Ma soprattutto era il narratore del tennis, disciplina da lui privilegiata. La sua gentilezza, la carineria nei confronti degli atleti in gara, il grande equilibrio furono i suoi segni caratteriali. E soprattutto mai una parola fuori posto: come quella volta che Adriano Panatta, suo autentico “pupillo” fu co-interprete (…è chiaramente un eufemismo) di una famosa rissa con i tifosi spagnoli a Barcellona, quando nel 1977 la squadra italiana superò la Spagna in Coppa Davis (ndr: Corrado Barazzutti e Paolo Bartolucci gli altri due azzurri) : “Notiamo che Panatta è al

momento impegnato sugli spalti” disse Oddo con inverosimile discrezione. Guido Oddo (che ricordiamo condusse anche dal 1976 al 1982 Domenica Sprint su RAI 2) era solito cimentarsi nei momenti di relax sui campi del Tennis al Foro Italico, con molti colleghi (… quelli bravi ) citati nell’articolo di Calderara, e nonostante i big della racchetta del CONI fossero focosi …e presuntuosi, anche in quelle occasioni Guido Oddo non mancò mai di dimostrare il suo impeccabile savoir-fair, che per persone come era il nostro altro non significava altro che avere buona educazione”.


31 il ciclismo era una delle poche discipline poco amate da Mussolini

Concludiamo questo primo numero inaugurale di Cinque Cerchi d’Argento con uno spazio dedicato alla ricerca antologica di libri (non necessariamente quelli più conosciuti) che parlano di sport, in particolare dei testi che affrontano l’argomento sia con una prospettiva sociologica che prettamente storica. Anche questo articolo, che ripropone alcuni passaggi di un capitolo tratto dal volume “Sport e fascismo”, curato da Maria Canella e Sergio Giuntini (Franco Angeli Editore) parlerà di ciclismo. Il capitolo in questione è titolato “Fascismo a due ruote”, scritto dal prof. Daniele Marchesini, autore peraltro di altri saggi di sociologia e storiografia dello sport. Ovviamente ci scusiamo con i cultori delle altre discipline: garantiamo che tale scelta non è legata al fatto che chi ha l’onore di dirigere questa testata ha svolto per quasi 60 anni attività (sportiva, professionale e di volontariato) solo nel mondo del pedale, ma a due coincidenze storiche: le 100 edizioni del Giro d’Italia, di cui abbiamo trattato in altra parte del giornale, ed il bicentenario della nascita della bicicletta, visto che era il 1817 allorquando il barone Karl von Drais, progettò un velocipede in legno con due ruote in linea e senza pedali, la “draisine”.

Mussolini, come ben si sa, è sempre presentato dalla stampa e dalla pubblicistica di regime come il "primo sportivo d'Italia". Nonostante non abbia un fisico particolarmente dotato (1,67 di altezza, tarchiato, testa grossa, spalle strette), gli sta molto a cuore la propria forma fisica e, forse di più, quella degli italiani, da ricostruire ex novo anche sotto questo profilo. Egli considera il proprio corpo un valore politico ed esibisce conseguentemente una serie infinita di capacita fisicomotorie: miete il grano, nuota, guida auto, motociclette, motoscafi, aerei, spara, voga, scia, cavalca, tira di scherma e di boxe è, gioca a tennis; tutte indispensabili a rendere completo il patrimonio di competenze del duce di un popolo. Curiosamente, egli non va in bicicletta durante più di vent'anni di fascismo. Si può dire che Mussolini ciclista non appartenga alla galleria dei ritratti che la propaganda ufficiale offre agli italiani per trasmettere l'immagine di "vivente e insuperabile esempio dello sportivo di razza", con un " innato bisogno di moto, una maschia irrequietezza ne scuote le più intime fibre". In tanti si affannano a descrivercene le inclinazioni: nessuno ci indica il ciclismo come esercizio contemplato dalla sua "equilibrata attività sportiva" quotidiana. Ma non parla assolutamente di un duce in bici, né in una rassegna che vuole essere completa della sua versatilità atletica lo raffigura impegnato a pedalare. Si conoscono solo due fotografie di Mussolini in sella ad una bici ed in atteggiamento ben poco sportivo: nella prima egli è ancora giovane in giacca e cravatta, su una pesante bicicletta da turismo; la seconda lo vede ritratto a Villa Torlonia mentre si diverte con la famiglia pedalando un insolito monociclo. È poco anche se si pensa che mai, in 18 giri d'Italia (per citare la manifestazione ciclistica più importante) Mussolini è presente sulla scena. Del resto, sem-

bra che provi poco virile il color rosa della maglia che dal 1931 indossa il primo in classifica, per quanto adorna del fascio littorio sul petto. Ed è poco se lo si confronta con le innumerevoli volte in cui, invece, Mussolini siede in tribuna durante le partite della squadra nazionale di calcio, assiste allo svolgimento dei giochi atletici dei GUF, passa in rassegna raduni di motociclisti (1933), ha inaugurato sparando personalmente- i campionati mondiali di tiro a segno (1935), presiede addirittura la Federazione Pugilistica Italiana (1940). Inoltre, il ciclismo non è tra le attività sportive consegnate agli allievi della scuola centrale della Farnesina (che forma i professori di educazione fisica) per conferire loro le "qualità fisiche e psichiche che si addicono al combattente". Così come manca tra quelle raccomandate agli ufficiali dei fasci giovanili di combattimento (che riuniscono i giovani compresi tre le 18 e di 20 anni) per testimoniare "anche fisicamente sull'opera rinnovatrice del fascismo". Esistono, è vero, le centurie di giovani fascisti in bicicletta, tant'è vero che nel 1934 sono 10.564 i giovani che risultano praticare il ciclismo. Così come esiste una Federazione Italiana Escursionismo (che eredita la funzione dell'Unione Operaia degli Escursionisti Italiani (soppressa nel 1925) la quale disciplina ed organizza una attività cicloturistica che, dal se, ha fatto passi notevoli da quando trovò il riferimento istituzionale nella nascita del Touring Club Ciclistico Italiano (1894).


32 Di questo tiepido rapporto tra ciclismo e regime può essere considerato autorevole indizio anche l'inchiesta che nel 1929 conduce il mensile "lo sport fascista", fondato da Lando Ferretti l'anno precedente. Bel 52 sono i personaggi del mondo politico, intellettuale, sportivo intervistati per rispondere alla domanda quale sport porti meglio alla" rafforzamento morale e fisico" dei giovani Tra questi il solo Alfredo Binda – per ovvi motivi - indica il ciclismo, e soltanto il letterato Giuseppe Parini e il generale Alessandro Pirzio Biroli lo segnalano - purché "razionalmente esercitato" -tra quelli che possono integrare la principale attività, in una panoramica che vede alpinismo e nuoto riscuotere le maggiori preferenze. Il 1 luglio 1934 non ci sono ciclisti tra i 25 campioni dello sport italiano, già decorati al valore atletico da Mussolini, che in due turni montano la guardia d'onore alla mostra della rivoluzione fascista (tra di essi il mezzofondista Beccali, oro a Los Angeles nel 1932, e dei calciatori campioni del mondo Meazza, Allemandi e Ferraris). Ancora: Gino Bartali, dopo la vittoria al Tour de France del 1938 ottiene la medaglia al valore atletico soltanto d'argento, e non è ricevuto a palazzo Venezia da Mussolini come, invece, è accaduto poco prima alla squadra italiana di calcio, in uniforme, dopo la conquista del mondiale a Parigi. La bicicletta insomma non è considerata "fascisticamente" molto all'altezza, degna, adeguata ai destini che il regime sogna per sé e per il paese e che dal 1936 diventano addirittura imperiali. Infatti la sua immagine rischia di contraddire la volontà di modernizzazione, di efficientismo, di riscatto del paese da ritardi storici, proclamata a gran voce dal fascismo. Il ciclismo non è solo popolare, è popolaresco. Più che all'epica dei giganti della strada, esso appare legato a quella dei "forzati golette della strada, svolgendosi su strade che in parte continuano ad essere tratturi di polvere di fango (nel 1940, circa 1/3 dei 22.000 km della rete statale non è asfaltato), poco lusinghieri per un regime che ama specchiarsi nelle sue opere pubbliche (le autostrade), strade percorse faticosamente da uomini per lo più di umilissime origini, che non parlano italiano perfetto, che senza ombre mettono in mostra la loro dimensione strapaesana, insomma regionale o addirittura contradaiolo. Utilizzato certamente dal regime per acquistare consenso tra le masse, non subisce la massiccia politicizzazione che subiscono altri sport. Il ciclismo resta troppo plebeo, ed è questa pulitura che non si addice all'immagine che il fascismo vuole offrire di sé, come esperienza

politica che rompe decisamente con il passato della Italietta liberale e con le sue miserie. La bicicletta è, nonostante tutto, un bene povero e da poveri. L'idea che sempre più tende a circolare è quella che il ciclismo è condannato inevitabilmente dal progresso meccanico, complice involontario di tutte le pigrizie, a scomparire come forma inferiore, antiestetica di attività sportiva". Essa rappresenta ormai passato da superare, non da esibire. Inforcandola, il fascismo rischierebbe di essere quello che è stato, rinuncerebbe ad essere quel che sarà, mentre il futuro - e dunque la modernità - é nei motori e dei motori: automobilistici, marini, aeronautici. Infine, il ciclismo risulta essere poco interessante perché si svolge per lo più sulla strada, dunque in uno spazio poco addomesticabile, sfuggente alle finali-

tà dei responsabili della cultura popolare fascista. Il pubblico che si accalca lungo le vie di una corsa in bicicletta non può essere manovrato, organizzato, disciplinato nei rituali che invece dentro gli stadi, questa nuova fondamentale emergenza architettonica introdotta nei paesaggi urbani contemporanei dai totalitarismi del 20º secolo, trovano lo scenario più congeniale. Estratto da “Fascismo a due ruote”, di Daniele Marchesini, capitolo di del volume “Sport e fascismo”curato da Maria Canella e Sergio Giuntini (Franco Angeli Editore)

UNA CURIOSITA’ SULLO STADIO DEI MARMI Un altro indizio (...non certo prova schiacciante) dello scarso trasporto del regime verso le due ruote riguarda lo Stadio dei Marmi, costruito nel 1932 come organica appendice dell'Accademia di Educazione Fisica e come nucleo originario del sistema urbanistico-architettonico del Foro Mussolini. L'anello perimetrale dello stadio è coronato da 60 statue in marmo bianco di Carrara, raffiguranti altrettanti giganti (tutti giovani maschi, nudi, alti mediamente 4 m) variamente ritratti in azioni di gioco. Ebbene in questa panoramica che deve raffigurare il nuovo giovane italiano “creato dal fascismo” (forte, maschio, muscoloso, volitivo, bello) manca il ciclista.

Cinque Cerchi d'Argento numero doppio 1 e 2 gennaio-giugno 2017  

L'APEC Associazione Pensionati CONI, nel contesto dei Progetti Speciali richiesti dal CONI alle Associazioni Benemerite, di cui la stessa AP...

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