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numero 3 autunno 2005

Laurence Olivier 9 Aprile 1979 Mr. President and Governors of the Academy, Committee Members, fellows, my very noble and approved good masters, my colleagues, my friends, my fellow-students. In the great wealth, the great firmament of your nation’s generosity, this particular choice may perhaps be found by future generations as a trifle eccentric, but the mere fact of it – the prodigal, pure, human kindness of it – must be seen as a beautiful star in that firmament which shines upon me at this moment, dazzling me a little, but filling me with warmth and the extraordinary elation, the euphoria that happens to so many of us at the first breath of the majestic glow of a new tomorrow. From the top of this moment, in the solace, in the kindly emotion that is charging my soul and my heart at this moment, I thank you for this great gift which lends me such a very splendid part in this, your glorious occasion. Thank you.

SPECIALE FESTIVAL Good Night, and Good Luck • Takeshis’ • Brokeback Mountain • Les amants réguliers • Chin jeol han Geum ja ssi • The Brothers Grimm • Proof • Gabrielle • Coffee and Cigarettes • Vers le sud • Persona non grata • Mary • Brick • I giorni dell’abbandono • La bestia nel cuore • La seconda notte di nozze • All the Invisible Children • Corpse Bride • Elizabethtown • Everything Is Illuminated • Ma hameh khoubim • Fratricide • Face Addict • On a Clear Day • 20 centímetros • Snow White • Murderball • Monobloc • Lonesome Jim • The Giant Buddhas • Klingenhof • Sangue – la morte non esiste • La guerra di Mario • Mah nakorn • Rag Tale • La neuvaine • Nine Lives • Delo Osvobaja • In un altro Paese • Familia • Un couple parfait • Deep Throat


SOMMARIO

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EDITORIALE

CINQUANTOTTO Resoconto del Festival Internazionale del Film di Locarno 2005 7 Il festival 2005 in cifre 7 Il nuovo direttore 17 Retrospettiva Orson Welles 23 Porte aperte: Maghreb

NUMERO 1 Novembre 2004, 60 pagine VENEZIA CITTÀ APERTA Diario dalla sessantunesima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

numero 3 – autunno 2005 franchi 5.50

I GENERI DEL CINEMA La Blaxploitation: le eroine di Jack Hill e Pam Grier

Responsabile Roberto Rippa (roberto @thermos.org)

FESTACOLOR – IL CINEMA IN CASA Bubba Ho-Tep — Il cinema di Brian De Palma — Il Billy Wilder dimenticato — Mariano Laurenti e Sergio Martino

Segreteria Luisa De Dominicis Ideazione e realizzazione grafica Giorgio Chiappa (giorgio@iorio.ch)

SCHEDE DETTAGLIATE SU Beyrouth Al Gharrbyya • Jour de fête • The Party • I Fratelli Dinamite • Predmestje • Milano calibro 9 • Confituur • Un mundo menos peor • Una de dos • Non si sevizia un paperino • Vera Drake • Le grand voyage • Tout un hiver sans feu • Melncholian kolme huonetta • Coffy • Foxy Brown

Ideazione e realizzazione grafica sito internet Donato Di Blasi (donato@thermos.org) Hanno collaborato a questo numero Monica Aletti, Marco Lamberti Le fotografie di questo numero sono di Donato Di Blasi (Locarno); Pedrazzini, Abram, (Festival di Locarno: immagini ospiti, incontri con il pubblico e Piazza Grande; immagini fornite dall’ufficio stampa del Festival Internazionale del Film Locarno)

NUMERO 2, primavera/estate 2005, 68 pagine NEO-NEO REALISMO – Il cinema torna a raccontare la realtà VIETATO FUMARE – Il cinema da non perdere in sala NOTHING THAT MEETS THE EYE Patricia Highsmith e il cinema

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PIÙ BELLO DI COSÌ SI MUORE Breve introduzione al cinema di genere italiano LA POLIZIA INCRIMINA, LA LEGGE ASSOLVE Il polizziottesco: cinema reazionario o nuovo western? FESTACOLOR – IL CINEMA IN CASA My Own Private Idaho — Adua e le compagne — Reazione a catena — VIP, mio fratello superuomo — Universal Monster Legacy Collection — Ferdinando Di Leo in DVD UOMINI DI CARTA — Il cinema da leggere SCHEDE DETTAGLIATE SU The Agronomist • La blessure • The Take • Nuit et brouillard • The Corporation • Capturing the Friedmans • Mondovino • Super Size Me • Millions • A Dirty Shame • The Station Agent • Crustaces et coquillages • Inside Deep Throat • Strangers on a Train Per richiedere gli arretrati scrivete a cinemino@thermos.org

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LA VOLPE DALLA LINGUA DI CRISTALLO Breve storia del giallo all’italiana anni ‘70: dalle origini al declino 62 Cronache dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2005 37 In concorso 41 I premiati 44 Il cinema italiano alla mostra 46 Fuori concorso 49 Giornate degli Autori 57 I premi alle Giornate degli Autori 2005 58 Sezione Orizzonti 61 Cinema segreto italiano/2 62 20. Settimana internazionale della critica

Per informazioni, offerte di collaborazione, commenti, critiche e per iscriversi alla mailing list di cinemino scrivete a cinemino@thermos.org Potete sostenere CINEMINO facendo una sottoscrizione. Per informazioni, visitate la pagina «sottoscrizioni» del sito internet. C INEMINO è un progetto di Thèrmos Associazione Culturale Casella postale 4559, 6904 Lugano cinemino@thermos.org www.thermos.org/cinemino Le fotografie utilizzate per questo numero sono state scaricate da Internet o sono immagini distribuite per la stampa. Chiunque potesse avvalersi del diritto d’autore è pregato di annunciarsi. Tutti i testi contenuti in CINEMINO sono coperti dal diritto d’autore e ne è vietata la riproduzione, anche parziale, se non autorizzata esplicitamente. Il prossimo numero sarà in vendita a partire da fine gennaio 2006.

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MA HAMEH KHOUBIN WE ARE ALL FINE Iran, 2005 Regia Bizhan Mirbaqeri

Da sei anni Jamshid ha lasciato l’Iran e con esso i suoi genitori, le sorelle, il fratello minore, una moglie e una Musica figlia piccola che non l’ha Hamid Reza Sadri praticamente mai visto. NesFotografia suno ha più sue notizie da Saeed Shahsavari almeno due anni: le lettere che gli scrivono tornano inInterpreti principali dietro e il telefono è muto. Ahou Kheradmand, Mohsen Buio totale. Fino a quando Ghazimorad, Parviz Shaninkhou, un giovane si presenta alla Leila Zareh, Melika Emani, porta della famiglia con una Ali Rashwand, Ayda Keykhani foto di Jamshid, li assicura Durata 91’ che sta bene e vorrebbe avere loro notizie. Il giovane Produzione chiede loro di preparare un Mohammad Reza Takhtkeshian video che raccolga le loro (Iran) testimonianze filmate che Concorso internazionale poi gli farà avere. Sopraffatti Pardo di Bronzo dall’emozione nel sentirlo anche solo nominare, i famigliari non riusciranno a porre domande più specifiche prima che il misterioso amico sparisca. È il fratello minore Omid a prendersi il compito di raccogliere gli interventi dei membri della famiglia, filmando molto più di quanto loro desiderino. Le liti, la tristezza, la disperazione e la rabbia, da tempo nascoste sotto il ritmo frenetico della vita di tutti i giorni, simile a quello delle strade dell’Iran metropolitano che il film ci mostra, esplodono, rivelandosi anche nei rapporti interpersonali le cui dinamiche autodifensive perdono di efficacia. Sceneggiatura Mozhgan Farahavar Moghaddam

CINQUANTOTTO

Resoconto del Festiva Internazionale del Film di Locarno 2005 di Roberto Rippa

Il cinquantottesimo Festival Internazionale del Film di Locarno è terminato poco più di un mese fa, un tempo ragionevole per accantonare polemiche, discussioni in merito a vincitori e perdenti e alla qualità dei film proiettati in Piazza Grande e tornare invece a riflettere sul valore delle opere stesse presentate. In un festival che ha portato all’attenzione del pubblico poco meno di 500 opere in dieci giorni, tra video, corti e lungometraggi, la possibilità di essere esaurienti è giusto una chimera. Ecco perché abbiamo deciso di soffermarci sulle opere più discusse, alcune nel bene alcune nel male, durante i giorni del festival. Grazie a una certa distanza temporale, è possibile riportarle nella loro giusta dimensione, tentando un excursus che non tenga conto delle probabilità, indipendenti dal loro valore, di essere viste o meno nelle sale. Noi ve le presentiamo nell’ordine in cui le abbiamo viste. 4

La videocamera, intruso in una situazione che ha faticosamente tentato di trovare un equilibrio, più apparente che veramente raggiunto, lo spezza. All’inizio il video parlerà di rabbia e risentimento per quella inspiegabile, totale scomparsa, poi si trasformerà in una supplica – quella della madre – di tornare, anche a costo di vendere quei pochi gioielli che potrebbero pagargli il viaggio di ritorno. Ma sarà il fratello minore, fino ad allora semplice testimone, a registrare l’intervento più sincero e più disperato. Il video però rimarrà lettera morta. We Are All Fine («stiamo tutti bene», le parole dell’ultimo intervento della madre) è un film solo apparentemente semplice, come i sentimenti che racconta. In realtà, è una pellicola diretta che non cerca alcun compromesso nel raccontare una storia di dolore che potrebbe capitare a chiunque e soprattutto ovunque. Il regista Nato nel 1968 a Teheran, Bizhan Mirbaqeri si laurea alla sezione cinema della University of Arts. In seguito si dedica all’insegnamento della pittura al Center for Artistic of Kanoon, istituto per lo sviluppo intellettuale di bambini e adolscenti la cui sezione cinema è stata fondata da Abbas Kiarostami, e quindi al cinema di animazione (Noghli and the Snowflakes) e alla creazione di marionette. I suoi cortometraggi, Two Sisters (1999), Unwritten Letters (2001) e Black Out (2003), sono stati presentati in diversi festival ottenendo l’attenzione della critica. Mah Hameh Khoubin – We Are All Fine è il suo primo lungometraggio.

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FRATRICIDE Germania/Lussemburgo/Francia, 2005 Regia e sceneggiatura Yilmaz Arslan

La trama Azad, un giovane curdo, lascia la sua terra alla volFotografia ta della Germania, grazie ai Jean-François Hesgens soldi che suo fratello, che in Montaggio Germania lavora da tempo André Bendocchi-Alves come magnaccia, gli ha spedito allo scopo. Interpreti principali Al centro per rifugiati che lo Xevat Gectan, Gerai Celik, Bülent accoglie al suo arrivo, strinBüyükaik, Nurettin Celik ge amicizia con il giovanissiDurata 90’ mo Ibo, orfano di entrambi i genitori, morti in un agguaProduzione to. Azad cerca di integrare il Tarantula France (Paris) e Yilmaz misero mensile fornitogli dal Arslan FilmProduktion (Mannheim) centro per rifugiati lavoranDistribuzione CH do come barbiere, facendosi Frenetic (Zürich) assistere da Ibo, nel gabinetto situato nel retro del negoConcorso internazionale zio di un conoscente. Pardo d’Argento e menzione Una sera i due incontrano speciale al Xevat Gectan per la due giovani fratelli teppisti sua eccezionale interpretazione. turchi che sulla metropolitana li spaventano usando un rottweiler reso aggressivo dalla fame cui il suo padrone, volontariamente, lo costringe. Uscito dal vagone, mentre il convoglio sta ripartendo, Azad provoca i due. Da questo Musiche Evgueni Galperine

momento avrà inizio una discesa agli inferi fatta di persecuzione, rappresaglia e violenza che sfocerà in una tragedia sanguinosa in cui nessuno avrà scampo. Il film Se la prima parte, la partenza di Azad per la Germania, il suo faticoso e volenteroso processo di integrazione e il tentativo di affrancarsi dal fratello magnaccia, di cui non condivide le scelte di vita, funziona benissimo, la seconda, a partire dall’incontro-scontro con i due fratelli teppisti turchi, si sfilaccia, perdendosi per un attimo in un’estetica da episodio di «Ein Fall für Zwei» (senza possederne il rigore matematico). E a nulla servono gli effettacci (il rottweiler che si avventa sul suo padrone moribondo le cui viscere stanno fuoriuscendo dalla pancia per mangiargliele) che al massimo ottengono, chissà se volutamente, di far esplodere la sala in un boato di risate. A un certo punto ho addirittura sperato che il rottweiler uscisse dallo schermo e si avventasse famelico anche su di me, mettendo così fine alla mia pena.

Xevat Gectan

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La storia riprende però immediatamente quota per chiudere nella parte finale, con un clima da tragedia classica greca, in cui la contrapposizione tra due fazioni (e due popoli) non vedrà vincitori e vinti ma solo perdenti. Ne rimane un valido ritratto di immigrazione. Il cast, in gran parte composto da attori non professionisti, offre interpretazioni di ottimo livello sia nei ruoli principali che in quelli secondari. Il regista Yilmaz Arslan nasce nel 1968 a Kazanli, in Turchia. Nel 1975 emigra nella Repubblica Federale Tedesca. Nel 1988 fonda la compagnia teatrale «Sommer Winter» per cui scrive e mette in scena la pièce «Ohnmacht des Alltags». Nel 1993 si diploma alla scuola di cinema di Potsdam/Babelsberg. Il suo primo lungometraggio,

Langer Gang, risale al 1992, il secondo, Yara del 1997, è stato presentato alla 55ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dichiarazione del regista «In confronto al passato, oggi la situazione tra curdi e turchi è quasi accettabile! Questo perché il governo turco ha raggiunto tutti i suoi obbiettivi. In passato ha utilizzato le sue forze militari per portare a termine un sistematico spostamento della popolazione curda, costringendola a lasciare la sua terra di appartenenza. Ora i curdi sono sparsi per tutta la Turchia. Lo scopo di questa strategia è stato quello di distruggere tutti i legami culturali e sociali tra la popolazione per portarla poi a subire un processo di assimilazione nella parte ovest della Turchia».

IL FESTIVAL 2005 IN CIFRE

IL NUOVO DIRETTORE

Pochissimo meno di 500 opere presentate, tra video, cortometraggi e lungometraggi (compresa la bellissima e esauriente retrospettiva dedicata a Orson Welles), 68’800 spettatori in Piazza Grande e 120’510 nelle sale per un totale di 189’310 spettatori nell’arco di dieci giorni. Sono queste le cifre di un grande successo, aiutato certamente, nel caso di Piazza Grande, dall’assenza di precipitazioni, che negli ultimi anni hanno vessato regolarmente la manifestazione.

Già da settimane prima che il festival iniziasse, ossia da quando Irene Bignardi aveva rassegnato le sue dimissioni dopo cinque anni di direzione, avevano iniziato a circolare indiscrezioni sul nome del nuovo direttore artistico, dal più improbabile al meno. Poi, il 13 agosto sera, la conferma del nome che circolava da giorni con più insistenza: quello di Frédéric Maire. Sarà suo il compito di dirigere il festival dall’anno prossimo, di dargli un’impronta precisa raccogliendo l’eredità lasciata da David Streiff e Marco Müller negli scorsi anni. Giornalista per stampa, radio e televisione, autore di corto e lungometraggi, Frédéric Maire non è un nome nuovo per il festival: ha diretto il Pardo News, curato il catalogo ufficiale, è stato responsabile dell’ufficio stampa ed è stato membro della commissione dei programmi, lavorando con gli ultimi tre direttori. Inoltre, ha diretto negli ultimi anni “Lanterna magica”, club di cinema dedicato ai bambini dai 6 ai 12 anni che annualmente organizza serate di cinema a loro dedicati e, collateralmente, altre iniziative. 7


FACE ADDICT Italia/Svizzera, 2005

ON A CLEAR DAY UK, 2004

Regia e fotografia Edo Bertoglio

Regia Gaby Dellal

Sceneggiatura Edo Bertoglio, Gaia Guasti

Sceneggiatura Alex Rose

Nella metà degli anni ‘70, la scena artistica (e non solo) di Musiche New York vive un momento John Lurie, Franco Piersanti di straordinaria vitalità: gli Montaggio artisti, staccati dall’establishGilles Dinnematin, Jacopo Quadri ment, si trasferiscono nei fabbricati industriali dismesCon John Lurie, Walter Stending, si a Soho e nell’East Village Glenn O’Brien, Maripol Fauque, creando un polo innovativo Deborah Harry, Wendy Whitelaw, di grande richiamo. Sono James Nares, Viktor Bockris musicisti come Philip Glass, Durata 102’ Laurie Anderson, John Lurie, artisti come Nan Goldin Produzione e Keith Haring e molti altri. Downtown Pictures, Bologna (I), Un gruppo in seguito deciAmka Films SA, Savosa (CH) mato da droga e AIDS. Concorso internazionale È testimone dello straordi(evento speciale fuori concorso) nario periodo il fotografo ticinese Edo Bertoglio, che di quel gruppo fa parte e che collaborerà a testate come Interview, Rolling Stone, Vogue e Art Forum, prima di perdersi, come i suoi amici, in una spirale di droga e autodistruzione. Lasciata New York e disintossicatosi, Bertoglio torna, a distanza di vent’anni, in quei luoghi e rivede gli amici sopravvissuti: Debbie Harry, John Lurie, Walter Stending. Ognuno pronto a raccontare quella straordinaria epoca attraverso il proprio sguardo. Edo Bertoglio

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Il film Partito da New York con un baule di fotografie che non ha più voluto guardare e la cui riscoperta porta alla realizzazione di questo film, Bertoglio mescola i suoi ricordi intimi (il consumo di cocaina e eroina, la fuga da New York) con il ritratto di un’epoca di straordinaria vitalità e libertà, senza che nessuno dei due racconti prevalga sull’altro. Il risultato è un’opera di estremo equilibrio, assolutamente godibile e sincera. Una testimonianza

di grande efficacia in cui la nostalgia non intacca mai il racconto, e i cui personaggi, pur talvolta provati, non hanno perso con il tempo nulla della loro forza vitale e della loro voglia di lasciare un segno. Il titolo, che significa «dipendente dai volti» si spiega con il desiderio mai sopito, l’ossessione, e la necessità di Bertoglio di fotografare volti, e sarà proprio la quantità di volti diversi, di diverse provenienze a colpirlo al suo primo arrivo a New York, facendogli così decidere di trasferirvisi lasciando Parigi. Il regista Edo Bertoglio, classe 1951, si diploma in regia e montaggio al Conservatoire Libre du Cinéma Français di Parigi nel 1975. In seguito si trasferisce a Londra dove studierà alla Jones School of English. Giunto a New York, dove vivrà per 14 anni, lavora come fotografo per prestigiose riviste americane e internazionali e come autore di copertine di dischi e di video musicali. Dal 1978 al 1981 lavora stabilmente per Interview, la rivista creata da Andy Warhol e da questa esperienza nascerà Downtown 1981 presentato, dopo alcune difficoltà produttive, nel 1999 a Cannes nella sezione Quinzaine des réalisateurs. Dedicato alla figura di Jean-Michel Basquiat, il film racconta della vitalità della scena artistica di New York nei primi anni ‘80.

Musiche Stephen Warbeck Fotografia David Jhonson Montaggio Robin Sales Durata 98’ Interpreti principali Peter Mullan, Brenda Blethyn, Sean McGinley, Jamie Sives, Billy Boyd Produzione Forthcoming Productions

La trama A Glasgow, il quasi sessantenne Frank perde il lavoro di ingengnere in un cantiere nautico. La sua reazione al senso di vuoto e agli attacchi di panico che lo stanno prendendo sarà quella di progettare l’attraversamento a nuoto della Manica.

Il film Gaby Dellal racconta qui l’ennesimo capitolo della Distribuzione CH Frenetic, Zürich storia cinematografica inPiazza Grande glese (scozzese, in realtà) di reazione alla perdita del lavoro. Paragonato impropriamente a Full Monty (che era una commedia, mentre questo film non lo è), On a Clear Day mette in scena una serie di situazioni (il difficile rapporto di Frank con il figlio, il ricordo di un altro figlio annegato da bambino, una moglie affettuosa con cui non riesce più a dialogare e il lavoro che gli ha consumato anni lasciandolo disorientato con un pugno di mosche in mano) che tenta di risolvere in corsa. I personaggi sono appena tratteggiati dal punto di vista psicologico e le situazioni si risolvono in maniera sbrigativa, come se l’impresa dell’attraversamento bastasse ad accantona-

re anni di dolore rimosso e rapporti incompiuti. Brenda Blethyn (la Cynthia Rose Purley di Secrets and Lies di Mike Leigh del 1996) è straordinariamente brava mentre a Peter Mullan il ruolo non permette di mostrare molto più di un volto costantemente accigliato. L’unica parte di commedia è nelle mani del bravo Billy Boyd (visto in The Lord of the Rings: The Two Towers), nel ruolo del giovane ex collega e amico di Frank. On a Clear Day è un film che vorrebbe parlare di rivalsa, di rinascita, della riscoperta di sentimenti ma che, a causa dell’eccessiva approssimazione dei personaggi, non ottiene altro che di proporre un’ora e mezza di innocuo spettacolo, pronto a farsi dimenticare in fretta. La regista Già attrice, Gaby Dellal ha debuttato nella regia con tre cortometraggi accolti con favore dalla critica. Uno tra questi, Football del 2001, ha ottenuto una menzione speciale al Festival Internazionale del Cortometraggio Capalbio Cinema nel 2001. Nel 1999 ha partecipato con il segmento «Rosebud» al progetto collettivo Tube Tales dedicato alla metropolitana londinese. Ona Clear Day è il suo primo lungometraggio per il cinema.

Dichiarazione del regista Il film trae origine dalla necessità di chiudere un intenso, talvolta difficile, capitolo della mia vita. È precisamente questa necessità ad avermi portato a girare un film sulle esperienze collettive di alcuni tra i protagonisti della «Downtown Scene» di New York. C’ero anch’io e anch’io ne facevo parte. 9


20 CENTIMETROS Spagna, 2005

SNOW WHITE Svizzera/Austria, 2005

Regia e sceneggiatura Ramón Salazar

Regia Samir

Musiche originali Najwa Nimri, Pascal Gaigne Fotografia Ricardo De Gracia Montaggio Teresa Font Interpreti principali Mónica Cervera, Pablo Puyol, Miguel O’Dogherty, Concha Galán, Lola Dueñas, Rossy De Palma Durata 113’ Produzione Aligator Producciónes Concorso internazionale

Mónica Cervera

La trama Gustavo, alias Marieta, è un travestito i cui 20 centimetri di troppo (non si parla di statura, sia chiaro) assicurano successo nello svolgimento della sua professione di prostituta ma pesano sulla sua identità. E inoltre affetta da narcolessia, malattia che la porta ad addormentarsi ogni qualvolta la sua vita le pone davanti una forte emozione, come quella dell’incontro con uno scaricatore al mercato, bello e giovane, con cui inizierà una relazione destinata a finire, giacché di lei lui apprezza soprattutto quel fardello di cui lei vuole liberarsi. Sceglierà, alla fine, di avere una nuova identità, sacrificandole la relazione con il giovane.

Il film Da quando Pedro Almodóvar nel suo cinema si è dedicato a temi considerati piu maturi (ma siamo sicuri di questo? non sono davvero più mature le sue prime opere?), in Spagna pare essersi formata un’intera generazione di registi pronti a riprendere esattamente da dove il regista aveva lasciato, a partire approssimativamente da Kika del 1993. Un’altra generazione, invece, quella dei De La Iglesia, tanto per fare un nome, sembra essere soffocata nel paragone spesso ingiustificato come se il grottesco fosse un’esclusiva almodovariana. Ma questo film appartiene alla prima genìa, ed è evidente. La pellicola vive dei suoi momenti musicali, apprezzati al punto di essere applauditi in sala, ma solo di questi, e, per quanto siano sontuosi, divertenti e originali, non bastano a risollevare 10

un film che alla fine risulta sì gradevole, ma nulla di più. Oltretutto i personaggi sono tanto approssimati, appena tratteggiati, e la trama tanto esile da far sospettare che il film sia solo un riempitivo pretestuoso tra una esibizione musicale e l’altra. Alla fine, il paragone con Pedro Almodóvar è ingeneroso nei confronti di quest’ultimo che nelle sue opere, anche le più scatenate, è sempre riuscito a far trasparire una profondità cui questo film non si avvicina quasi mai. I numeri musicali si compongono, esattamente come in Moulin Rouge di Baz Luhrmann, di canzoni già note, spagnole e non, riarrangiate e ricantate dalla protagonista. Alla fine, addormentatasi sul tavolo operatorio, Marieta sognerà il numero musicale «I Want to Break Free» dei Queen, viatico alla sua nuova, definitiva, identità. La straordinaria Mónica Cervera, vista anche in Crimen ferpecto di Alex de la Iglesia (Crimine perfetto, 2004) porta sulle sue spalle l’intero peso del personaggio protagonista, non troppo aiutata dalla sceneggiatura. Godibile e divertente ma purtroppo pronto a farsi dimenticare rapidamente.

Sceneggiatura Samir, Michael Sauter

La trama Ventunenne, bella e di faMusiche miglia facoltosa, Nico traWalter W. Cikan, Marnix scorre la sua esistenza tra Veenenbos feste, droga e alcol. Quando Fotografia Andreas Hutter incontra Paco, leader di una band hip-hop, mente sulla Montaggio Oliver Neumann sua condizione di ragazza Interpreti principali alto-borghese per conquiJulile Fournier, Carlos Leal, Zoé starlo. I due si avvicinano e Miku, Stefan Gubser, Stefan Kurt iniziano una relazione che porta a una lite con Boris, lo Durata 113’ spacciatore abituale di Nico, Produzione che le offriva la cocaina in Dschoint Ventr Filmproduktion, cambio delle sue grazie e Zürich che ora le chiede di saldare il debito che ha con lui. Da Distribuzione CH Telepool, Zürich qui avrà inizio la discesa agli Concorso internazionale inferi di Nico che, messa alla porta dai genitori, si troverà anche a prostituirsi pur di saldare il suo debito, fino alle più estreme conseguenze. Il film C’è qualcuno che sia in grado di spiegare come sia possibile nel terzo millennio girare film come questo? Se si, lo faccia e gliene saremmo profondamente grati. Da parte mia posso solo dire che si tratta di un polpettone indigesto e anacronistico, con ambizio-

ni forse sociologiche tutte fallite, inutilmente lungo, zeppo di luoghi comuni, da abc del cinema, sceneggiato malissimo (lo sceneggiatore è quello di Achtung, Fertig, Charlie!, chiaro?) e involontariamente ridicolo. Sempre. In ogni segmento. Si salvano giusto un paio di interpretazioni (il che, con una sceneggiatura così, costituisce già un miracolo), la fotografia, qualche movimento di macchina, la musica e basta. Rimontato e alleggerito di una mezz’ ora abbondante e dei pretestuosi otto sotto-finali, sarebbe solo un brutto film. E sarebbe già un notevole passo avanti. Il regista Samir, nato a Bagdad nel 1955, si trasferisce in Svizzera nel 1961. Diplomatosi tipografo, gira i suoi primi film a partire dal 1983. La sua filmografia, che comprende più di quaranta opere video, tra cui Morlove (1986) e il documentario Babylon 2 (1993), include anche diversi film creati per la televisione tedesca. Il suo documentario Forget bagdad del 2002 ha ottenuto il premio attribuito nella sezione della critica a Locarno e il Filmaward della Città di Zurigo.

Il regista Ramón Salazar è nato nel 1963 a Malaga. Nel 1999 dirige il suo primo cortometraggio, Hongos, e nel 2002 il primo lungometraggio, Piedras, storia tutta al femminile che parla di amore, amicizia, famiglia e carriera, una sorta di Cenerentola riveduta e aggiornata. Mónica Cervera è presente in tutti i suoi film.

Samir

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MURDERBALL USA, 2004

MONOBLOC Argentina, 2005

Regia Henry Alex Rubin, Dana Adam Shapiro

Regia Luis Ortega

Murderball è il nome con Musiche Jamie Saft cui viene comunemente chiamato il rugby praticato Fotografia Henry Alex Rubin su sedie a rotelle appositaMontaggio mente modificate in cui nesGeoffrey Richman, Conner O’Neill sun colpo è proibito. Il documentario segue le squadre Durata 86’ USA e canadese (il cui alleCon Mark Zupan, Joe Soares, natore è un ex giocatore delKeith Cavill e altri la squadra USA), principali antagoniste, nella loro preProduzione Eat Films parazione alle paraolimpiadi Piazza Grande di Atene del 2004. Ma non (Human Rights Program) è un film sullo sport, non solo, almeno. È l’occasione per seguire gli allenamenti ma anche per parlare con i disabili che compongono le due squadre, per mostrare il loro antagonismo, per farli parlare dei

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motivi che li hanno portati sulla sedia a rotelle, e conoscere famigliari e amici. Come si mangia una pizza usando i gomiti? A questa e ad altre domande risponde questo documentario, coprodotto da MTV, i cui protagonisti sono felici di rispondere a domande sulla loro condizione anziché soffrire dell’imbarazzo che spesso li circonda. Un documentario dal ritmo veloce che racconta molto più di quanto si veda sullo schermo. Murderball ha ottenuto il premio del pubblico e quello speciale della giuria al Sundance Festival nel 2005.

Sceneggiatura Carolina Fal, Luis Ortega Musiche Leandro Chiappe Fotografia Jorge Pastorino, Octavio Lobisolo Montaggio Cesar Custodio Interpreti principali Graciela Borges, Rita Cortese, Carolina Fal, Evangelina Slazar Durata 83’ Produzione Villa Vicio Communicaciones, Capital Federal (Argentina) Cineasti del presente Perla, cinquantacinquenne, si reca ogni giorno all’ospedale per farsi ripulire il sangue e rimandare il suo appuntamento con la morte. È appena stata licenziata da un luna park costantemente deserto e condivide una stanza buia e umida con la figlia ventisettenne Nena, che nella stanza esercita come prostituta (a clienti le cui presenze sono rivelate solo attraverso il suono del campanello) in cambio di monete che si scopriranno essere di cioccolato. Nell’appartamento a fianco, identico ma luminoso, vive Madrina, cinquantenne il cui compito pare essere quello di fare dimenticare per qualche attimo alle due donne ciò che inevitabilmente attendono. Madrina beve Fernet e stacca dalle bottiglie l’etichetta nella speranza di vincere un viaggio in Brasile. Ambienti sospesi in un apparente vuoto, senza tempo, strade deserte e un blocco di cemento per fare una lunga fotografia in movimento di una situazione di attesa. Fotografato stupendamente, immerso in una magnifica scenografia che lo stacca dalla realtà, Monobloc è uno di quei chiari

esempi di cinema che racconta una storia senza rifarsi a codici canonici e risaputi. Il regista Luis Ortega nasce a Buenos Aires nel 1980 da una famiglia di artisti: sua madre (che in Monobloc interpreta il ruolo di Marilyn) e i suoi fratelli sono tutti attori mentre il padre è il cantante e attore Palito Ortega. Dopo un soggiorno negli Stati Uniti e la laurea in filosofia conseguita in Argentina, scrive il lungometraggio Caja negra, che terminerà nel 2002. Nel 2003 il Festival internazionale di Mar del Plata gli propone di co-realizzare un cortometraggio di apertura. Dopo avere lavorato ad alcuni spot pubblcitari, Ortega gira Monobloc. Attualmente sta dedicandosi alla sceneggiatura di quello che sarà il suo prossimo lungometraggio: Recuerdos desde mi muerte.

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LONESOME JIM USA, 2005 Regia Steve Buscemi Sceneggiatura James S. Strouse RIVIERA Francia, 2005 Regia e sceneggiatura Anne Villacèque Musiche Marc Collin Fotografia Pierre Milon Montaggio Anne Riegel Interpreti principali Miou-Miou, Vahina Giocante, Elie Semoun, Antoine Basler Durata 94’ (ma sembravano 94’ anche dopo 15’) Produzione Agat Films & Cie, Paris (France) Concorso Internazionale

ZIR E DARAKHTAN È ZEYTON Sotto gli ulivi, Iran/Francia, 1994 Regia, sceneggiatura e montaggio Abbas Kiarostami Fotografia Hossein Djafarian, Farhad Sabat Interpreti principali Mohammad Ali Keshavarz, Hossein Rezai, Tahereh Ledanian Durata 103’ Produzione Abbas Kairostami Production Distribuzione CH Ecran Films Distribution SA Piazza Grande

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La trama Antoinette, che lavora come cameriera ai piani di un albergo, vive un rapporto di amore simbiotico con la figlia Stella, diciassettenne che lavora come cubista in un locale. Un giorno Antoinette incontra Romaski, agente immobiliare di bassa categoria, che non capisce le timide avances della donna trascurata, lasciandosi invece affascinare da Stella. Il film Lo ammetto, posso parlare solo dei primi quarantacinque minuti, quelli trascorsi prima che abbandonassi la sala a gambe levate. Luoghi comuni a profusione (la ragazza, pronta ad affrontare la sua personale discesa agli inferi, appare spavalda e aggressiva ma la regista la mostra mentre dorme abbracciata ad un animale di pezza per farci capire che è ancora una bambina dal cuore innocente), rari dialoghi che vorrebbero suonare profondi ma sono solo stucchevoli e un’atmosfera pesante e didascalica. Ecco il film in poche parole. All’inizio sarà solo noia, poi sarà tragedia (mortalmente noiosa pure quella). Miou-Miou e Vahina Giocante si mettono al servizio di un film che due protagonisti già ce l’hanno: il luogo comune e il tedio. Dove andrà a parare il film lo si intuisce già al momento dei titoli di testa.

Il regista iraniano firma qui la sua «Nuit américaine» filmando la (finta) lavorazione di una pellicola che mette in luce i rapporti tra regista (l’attore Mohamad Ali Keshavarz) e gli attori locali non professionisti scelti per il film. Nel film, Hossein e Tahereh recitano la parte di due giovani sposatisi appena dopo il terremoto. Nella realtà, l’attore tenta disperatamente di convincere l’attrice, che non lo degna di uno sguardo, a sposarlo. Il film di cui seguiamo la lavorazione in Sotto gli ulivi serve unicamente come studio di relazioni tra i personaggi ed è efficace, e spesso esilarante, nel mostrare le difficoltà di un regista che gira in una regione rurale dell’Iran. L’apparente lentezza del film è necessaria per mettere a fuoco i personaggi e le loro dinamiche senza far perdere loro nulla in veridicità, che ci cattura sin dalle prime scene. Non sapremo nulla della storia tra Hossein e Mahereh ma non ha alcuna importanza: Kiarostami è chiaro nel ricordarci che il cinema non è che una finestra su un’altra realtà e questa finestra può chiudersi in qualsiasi momento, anche quello in cui nessuno se lo aspetterebbe. Sotto gli ulivi è un film privo di melodramma, che segue la sua storia senza fare ricorso a codici risaputi e riempie lo schermo di poesia senza dimenticarsi di farci entrare, con complicità, in un mondo a noi lontano di grande fascino. La pellicola è parte di un’ideale trilogia non ufficiale che comprende anche Khane-ye doust kodjast? (Dov’è la casa del mio amico?, 1987) e Zendegi va digar hich (E la vita continua, 1991).

La trama Jim, ventottenne portato Fotografia Phil Parmet alla depressione, lascia New York dopo vari fallimenti e Montaggio Plummy Tucker torna dai genitori nell’InInterpreti principali diana. L’impatto con la faCasey Affleck, Liv Tyler, Mary Kay miglia – una madre iperafPlace, Seymour Cassel, Kevin fettuosa che lo tratta ancora Corrigan come un bambino, un padre assente e un fratello più deDurata 91’ presso di lui - non fa che Produzione rattristarlo ancora di più. Plum Pictures, New York (USA) Il suo arrivo, poi, porta disgrazie a molti: a causa del Cineasti del presente rapporto tra Jim e lo zio, la madre viene arrestata per un sospetto traffico di droga, mentre suo fratello, su istigazione dello stesso Jim, tenta il suicidio. Incontrata la giovane infermiera Anika e avuta la possibilità di approfondire il rapporto proprio a causa del ricovero del fratello nell’ospedale dove lei lavora, Jim inizia un percorso di apertura nei confronti di ciò che lo circonda. Musiche Evan Lurie

Il film Steve Buscemi dimostra di avere introiettato la lezione di Joel e Ethan Coen, che gli hanno regalato ruoli stupendi, benché di secondo piano, nei loro Barton Fink (1991), Miller’s Crossing (1990), The Hudsucker

Proxy (1994) Fargo (1996) e The Big Lebowski (1998). Il film è infatti intriso di quell’ironia acida e cinica ben nota agli estimatori dei due fratelli e pure il ritratto della provincia americana e della famiglia è tratteggiato con misura e risulta esilarante pur non perdendo un grammo della sua veridicità. Il regista Steve Buscemi, nato nel 1957 a Brooklyn, New York, debutta come attore in The Way It Is (1984) di Eric Mitchell ma è grazie al film Parting Glances diretto nel 1986 da Bill Sherwood che si fa notare. Da allora ha partecipato a quasi novanta film, facendosi dirigere, tra i molti, da registi come Jim Jarmusch (Mystery Train e il cortometraggio Coffee and Cigarettes II entrambi del 1989), i fratelli Coen (nei film citati sopra), Alexandre Rockwell (In the Soup, 1992), Quentin Tarantino (Reservoir Dogs, 1992 e Pulp Fiction, 1994) e Tim Burton (Big Fish, 2003). Il suo debutto alla regia avviene nel 1992 con il cortometraggio What Happened to Pete? cui fa seguito nel 1996 il lungometraggio Trees Lounge e quindi Animal Factory (2000) e Lonesome Jim (2005). Ha diretto episodi delle serie TV «Homicide: Life on the Street» e «The Sopranos».

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SANGUE – LA MORTE NON ESISTE Italia, 2005

THE GIANT BUDDHAS Svizzera, 2005

KLINGENHOF Svizzera, 2005

Regia Christian Frei

Regia Beatrice Michel

Musiche Philip Glass, Arvo Pärt, Jan Garbarek, Steve Kuhn

Sceneggiatura Beatrice Michel, Hans Stürm

Fotografia Peter Indergand

Fotografia Hans Stürm, Otmar Schmid

Montaggio Christian Frei, Denise Zabalaga Con Nelofer Pazira, Xuanzang, Sayyed Mirza Hussain, Taysir Alony, Zémaryalai Tarzi, Stefan Kurt, Peter Mettler Durata 95’ Produzione Christian Frei Filmproduktionen, Zürich (Svizzera) Cineasti del presente Oggi la cronaca è abituata a cannibalizzare le notizie trasformandole in evento per poi abbandonarle nello spazio di poche ore e rimpiazzarle con altre, e così ai documentari (come ai libri) spetta il compito di consegnarle alla storia, approfondendole con la dovuta attenzione. Chi non ricorda l’ondata di indignazione scatenata dai Talebani che in Afghanistan nel marzo 2001 distrussero due statue giganti del Buddha, testimoni da tremila anni dei passati traffici commerciali avvenuti nella zona, che si trovavano sulla strada tra Cina e India? The Giant Buddhas prende le mosse da qui, alternando interventi di un giornalista di Al Jazeera, Taysir Alony, che documentò non visto la distruzione, di un abitante della valle, di una giornalista afgana rifugiatasi in Canada e di un archeologo dell’Università di Strasburgo a lettere scritte da Frei alla giornalista afgana Nelofer Pazira in cui la aggiorna sulle sue ricerche. Da questi incontri nascono diversi punti di vista su questi simboli religiosi e su molti altri, sulle cui tracce il regista si muove, senza pregiudizi, svelandone anche le valenze politiche.

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Regia, sceneggiatura e montaggio Libero De Rienzo

Opera prima che ha tutti i difetti delle opere prime poco sorvegliate ma anche Fotografia Francesco Di Giacomo non pochi, interessanti, preInterpreti principali gi: primo tra tutti quello di Elio Germano, Emanuela Barilozzi, distaccarsi da strade troppo Luca Lionello, Libero De Rienzo battute dal cinema italiano della nuova generazione e, Durata 104’ secondo, quello di iniettaProduzione re robuste dosi di ironia in Illegalfilm 77, Rai Cinema, una vicenda che, sulla carta, Mikado Film, Nitrofilm parrebbe mortifera e sullo schermo, inevitabilmente, Cineasti del presente anche. Da citare anche il fatto che il film non ha quella fotografia da fiction televisiva che ormai tanto cinema italiano pare avere adottato come standard. Polizia futurista e violentissima (si citano i fatti del G7 di Genova), un rapporto che sfiora l’incesto tra sorella e fratello (che alleva zanzare offrendo loro il braccio per nutrirle) con un esilarante finale con messa recitata da quest’ultimo che manco sa fare il segno della croce. Ottima l’interpretazione di Elio Germano, meno efficace quella di EmaMusiche Giardini di Mirò

Montaggio Marlies Graf Dätwyler, Rainer Maria Trinkler Durata 86’ Produzione Filmkollektiv, Zürich Distribuzione Filmcoopi, Zürich Appellations Suisse «Ogni posto può essere il centro del mondo». Questa frase di Claudio Magris, citata sui titoli di testa, diventa l’assunto di questo piccolo, personale film. La regista Beatrice Michel e il suo compagno Hans Stürm, dopo vari viaggi in diverse parti del mondo, si rendono conto di considerare casa loro l’appartamento che possiedono a Zurigo, nella zona del Klingenhof. Decidono quindi di metterlo al centro del loro progetto filmandolo e filmando i suoi abitanti, quelli che si raccontano in maniera estensiva, e quelli che si limitano a nascondersi dietro alle finestre. Un piccolo grande film che ha il merito di raccontare la gente comune (che di comune non ha mai nulla) in un film in cui anche la storia della regista diventa protagonista invisibile con il racconto della malattia e quindi la morte del suo compagno nel corso della lavorazione.

La regista di «Klingenhof», Beatrice Michel

RETROSPETTIVA ORSON WELLES La retrospettiva dedicata a Orson Welles (1915-85) ha avuto l’enorme merito – sfrondata l’aura leggendaria che circonda il personaggio, leggenda legata soprattutto a Citizen Kane (Quarto potere) considerato il migliore film di tutti i tempi – di restituirgli la sua giusta dimensione: quella di un regista geniale e, spesso, di un attore di alto livello. Gli ha reso giustizia anche nell’affiancare alle opere cinematografiche da lui dirette, quelle in cui ha partecipato solo come attore da The Third Man (1949) diretto da Carol Reed (ma lui stesso non si era risparmiato ingerenze nella direzione del film) fino a Tepepa, geniale e insolito spaghetti western diretto nel 1968 da Giulio Petroni (erano i tempi in cui appariva in diverse produzioni italiane di scarsissimo livello da cui rubava pellicola, a fine lavorazione, per girarci i suoi film) regalan-

nuela Barilozzi. Nel film compare anche, nel ruolo del padre, il vero padre del regista, il giornalista RAI Fiore De Rienzo. Libero De Rienzo, che qui sceglie di occuparsi di tutto, sceneggiatura e montaggio compresi, avrebbe forse fatto meglio ad affidarsi ad un montatore capace di alleggerire il film di qualche lungaggine nella parte centrale. Per il resto, pur considerandone i difetti, è un esordio interessante. Il regista Libero De Rienzo, attore premiato per il ruolo da non protagonista in Santa Maradona di Marco Ponti (in cui rubava la scena al protagonista Stefano Accorsi), ha lavorato con il regista anche in A/R – Andata + ritorno (2004). È stato diretto inoltre da Catherine Breillat in À ma soeur! (2001). Nel 2003 ha partecipato all’evento «Shooting Stars» organizzato dall’EFP (European Film Promotion) per promuovere i più brillanti talenti del cinema europeo.

doci anche il piacere di rivedere l’episodio La ricotta diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1963 e facente parte dell’opera corale Ro.Go.Pa.G. (dai cognomi dei registi partecipanti: Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pasolini, appunto, e Ugo Gregoretti. Al festival si sono visti anche i suoi lavori televisivi, i cortometraggi, i film girati su di lui ed è stato possibile partecipare a vari workshop, uno tra i quali dedicato a «The War of the Worlds», il famoso programma radiofonico del 1938, ispirato a «La guerra dei mondi» di H.G. Wells, che scatenò il panico nell’America di quegli anni, che credeva di assistere a un vero reportage sullo sbarco degli alieni. Orson Welles, personaggio geniale punito proprio per questo dall’America dell’epoca, è stato restituito nel suo spessore e nella ricchezza della sua storia cinematografica in una retrospettiva che meriterebbe una seconda occasione per farsi seguire. 17


LA GUERRA DI MARIO Italia, 2005 Regia e sceneggiatura Antonio Capuano Musiche Pasquale Catalano

Attesissimo in quanto unico film italiano in concorso Fotografia Luca Bigazzi (sotto la gestione Bignardi Montaggio Gio Giò Franchini sono stati ben due i film italiani in concorso a vincere Interpreti principali il Pardo d’Oro, l’ultimo in Valeria Golino, Marco Grieco, ordine di tempo Private di Andrea Renzi, Rosaria De Cicco, Saverio Costanzo), La guerAnita Caprioli ra di Mario (il titolo prende Durata 100’ spunto dai pensieri belligeranti di Mario, che noi senProduzione Fandango, srl, Roma tiamo recitati, che Capuano Concorso internazionale ha tratto da pensieri di bambini africani trovati in internet), narra di un ragazzino di nove anni tolto alla sua famiglia di origine per i maltrattamenti subiti e affidato a una giovane coppia, formata da Sonia e Sandro (Valeria Golino e Andrea Renzi). Lei pensa di favorirne l’integrazione nella nuova condizione concedendogli ogni cosa, lui invece confessa la sua sensazione di inadeguatezza di fronte a un bambino che lo sfugge non rivolgendogli nemmeno la parola. Metterà fine alla vicenda la magistratura dei minori, proprio mentre Sonia, in crisi con il marito, si interroga sull’eventualità di tenere o meno il figlio che porta in grembo. Raccontato in modo tradizionale, presenta anche la contrapposizione, non enfatizzata né scontata, tra due Napoli: quella benestante di Sonia e quella della invadente famiglia di origine di Mario, appesantita da qualche luogo comune (non ultimo il ritratto dei servizi sociali, rappresentati da gente inetta e poco sensibile, come si volesse partire da una tesi precostituita). La guerra di Mario è stato accolto da scroscianti applausi probabilmente, ma questa è una personale opinione, più rivolti all’interessante spunto e, si teme, alla simpatia del bambino protagonista (scelto attraverso provini in diverse scuole di Napoli) che al 18

film in sé. Forse più adatto per uno sceneggiato televisivo da prima serata che per gli schermi cinematografici. Non condivisibile la menzione speciale della giuria per l’interpretazione di Marco Grieco che qui – è evidente e se non lo fosse basterebbe la testimonianza del regista resa durante l’incontro con il pubblico – non recita ma fa sé stesso. Il regista Nato a Napoli nel 1940, Antonio Capuano , lavora come scenografo per la televisione (insegna scenografia presso l’Accademia di belle arti di Napoli). Si dedica anche alla scrittura e alla regia teatrale prima di debuttare nel 1991 nella regia cinematografica con Vito e gli altri, tratto da una sua sceneggiatura e vincitore di un Nastro d’argento. Nel 1994 partecipa al film collettivo L’unico Paese al mondo sulla discesa in politica di Silvio Berlusconi prima di dirigere, nel 1996, Pianese Nunzio: 14 anni a maggio, che tratta del sentimento che un giovane prete anticamorra prova per un ragazzino. L’anno seguente partecipa con l’episodio «Sofialorèn» a un altro film collettivo, I vesuviani, con Pappi Corsicato, Mario Martone e Antonietta De Lillo. Dirige quindi Polvere di Napoli, presentato in Piazza Grande a Locarno nel 1998 e Luna rossa nel 2001.

MAH NAKORN – CITIZEN DOG Tailandia, 2004

WHITE TERROR Svizzera/Francia/Germania/Finlandia, 2005

Regia e sceneggiatura Wisit Sasanatieng

Regia e sceneggiatura Daniel Schweizer

Soggetto da un racconto di Koynuch

Fotografia Piotr jaxa, Johannes Imdahl

Fotografia Rewat Prelert

Montaggio Katrin Plüss

Montaggio Dusanee Puinongpho, Polarat Kitikunpairoj

Durata 90’

Interpreti principali Mahasmut Bunyaraksh, Sanftong Ket-u-tong

Produzione Dschoint Ventschr Filproduktion AG, Zürich Cineasti del presente

Durata 99’ Produzione Five Star Production Co., Huaykwang (Thailand) Piazza Grande Pod, giovane tailandese trasferitosi dalla campagna a Bangkok, lavora in uno scatolificio di tonno. Perso un dito per un incidente sul lavoro, setaccia tutti i supermercati della città alla ricerca della scatola contenente il suo dito. Trovatolo, lascia il lavoro alla fabbrica per iniziare l’attività di guardia giurata. Nel corso di questo lavoro, si innamora di Jin, addetta alle pulizie che porta sempre con sé un libro in italiano, lingua che non conosce, certa che contenga messaggi fondamentali per iniziare una nuova vita. Per poter iniziare, la loro avventura dovrà sganciarsi dalla logica e da un mondo dominato dall’inseguimento del successo e della ricchezza. Il film Memore delle lezioni impartite dai grandi delle commedie mute americane, Buster Keaton in testa, e dai Monty Python, Wisit Sasanatieng costruisce uno spettacolo dal ritmo sostenuto e assolutamente esilarante nel suo esercizio continuo di nonsense, un grande spettacolo in cui non esiste un solo momento scontato e la cui pur esile trama non porta mai a un solo momento di noia.

Il regista, nel suo peregrinare tra Svezia, Russia e sud degli Stati Uniti, riesce a restituire la giusta dimensione alla crescente proliferazione del fenomeno neo-nazista nel mondo (e qui non ne siamo certo immuni; il caso più recente balzato agli onori della cronaca risale al primo agosto al Grütli): non più fenomeno isolato da tenere in relativa considerazione bensì collaudatissima organizzazione la cui capacità di coordinamento e comunicazione è capace di travalicare ogni confine. Un’organizzazione assolutamente non acefala (ma i veri promotori restano nell’ombra, anche se qui i capi nazionali si vedono e parlano) che mira alla destabilizzazione della democrazia. E questo non senza complicità da parte di alcune realtà istituzionali che, nella migliore delle ipotesi, non sanno come reagire. Al regista riesce ciò che appare impossibile: infiltrarsi in varie organizzazioni neo-naziste, xenofobe e parlare con capi e adepti, tra mammine tatuate che aborrono l’idea di una società multietnica per i loro figli e candide bambine già avvezze al saluto nazista. Un film che, prendendo le mosse dall’omicidio di un giovane simpatizzante neo-nazi avvenuto a Interlaken, riesce a illustrare in modo mirabile il terreno socio-culturale in cui nasce il fenomeno. Alla fine traspare una realtà inquietante. Sono molte le persone che simpatizzano con il movimento, pur scegliendo di tenere le distanze dalle sue azioni. Le autorità spesso conoscono benissimo responsabili e adepti ma, in nome di una malintesa difesa della libertà di espressione, lesiva di gran parte della società, non trovano appigli validi per un intervento.

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RAG TALE UK, 2004

LA NEUVAINE Canada, 2005

Regia e sceneggiatura Mary McGuckian

Regia e sceneggiatura Bernard Emond

Musiche Simon Climie, Nicky Shaw Fotografia Mark Wolf Montaggio Kant Pan, Danny Tull Interpreti principali Rupert Graves, Jennifer Jason Leigh, Malcolm McDowell, Kerry Fox, Ian Heart Durata 123’ Produzione Pembridge Pictures, Villefranche-sur-Mer (Francia) Piazza Grande

Efficace e divertente satira sul mondo dei tabloid (la stampa quotidiana inglese specializzata in scandali sui personaggi famosi e, in maniera più subdola, nella manipolazione sistematica delle notizie) girata in alta definizione con sovrautilizzo di zoom (l’inquadratura cambia ogni due secondi e anche meno) e montata sotto mescalina, tanto da risultare indigesta già dopo dieci minuti. La camera si sposta a destra e quindi a sinistra, inquadra un occhio e quindi zooma

Malcolm McDowell

Jennifer Jason Leigh

avanti e indietro a un ritmo frenetico. La scelta stilistica della regista non serve però a sottolineare un’azione, un espressione, un momento, bensì prosegue per l’intero film tanto da renderlo difficile da seguire, distogliendo così l’attenzione da una storia che, filmata diversamente, direbbe qualcosa sulla sistematica manipolazione delle notizie da parte della stampa popolare. La regista Mary McGuckian studia recitazione a Londra e Parigi prima di fare ritorno nella natìa Irlanda e dedicarsi al teatro in diverse compagnie. Nel 1994 dirige Words Upon the Window Pane, da William Butler Yeats, cui fanno seguito This is the Sea (1997) e il suo grande successo Best (2000), film biografico sul giocatore del Manchester United George Best. Nel 2001 fonda una sua casa di produzione, la Pembridge Productions, con cui realizza Rag Tale, primo episodio di una trilogia che comprenderà Funny Farm, attualmente in lavorazione.

La trama Jeanne è un medico che si Fotografia sente responsabile della Jean-Claude Labrecque morte di una paziente e del suo bambino, uccisi da un Montaggio Louise Côté marito violento. Disperata, Interpreti principali lascia Toronto e guida nella Elise Guilbault, Patrick Drolet, notte. Arrivata al santuario Denise Gagnon, Isabelle Roy, di Sainte-Anne-de-BeauStéphane Demers pré con l’intento di buttarsi nel fiume, viene fermata da Durata 97’ François, giunto sul posto Produzione per pregare per la nonna ACPAV, Montréal, Canada morente. Jeanne si lascia conquistare dalla semplicità Concorso internazionale Premio per la migliore interpreta- del giovane, che la convince ad accompagnarlo al suo vilzione maschile a Patrick Drolet. laggio per curare la nonna. La situazione è però senza speranza e la morte, serena e pacifica, dell’anziana donna porterà Jeanne a scendere a patti con la sua stessa esistenza. Musiche Robert Marcel Lepage

Il film Primo episodio di una trilogia che il regista vorrebbe realizzare sul senso della vita visto attraverso tre religioni (cristianesimo, islam e ebraismo) La neuvaine tratta, attraverso una visione comunque laica, del vuoto esisten-

ziale e del dolore che ne consegue, che impedisce di prendere in mano la propria vita. Ne risulta un film capace di provocare empatia nei confronti dei personaggi che faticano a ritrovare la loro via alla pace. Il regista Bernard Emond nasce a Montreal nel 1951. Dopo avere studiato antropologia, si dedica alla creazione di documentari televisivi. Nel 2001 firma il suo primo lungometraggio La femme qui boit, che gli vale diversi premi e l’attenzione della critica. Il film successivo, 20h17 rue Darling (2003), viene presentato nel corso della settimana della critica al Festival di Cannes. La neuvaine è il suo terzo lungometraggio. Dichiarazione del regista «Non sono un credente, ma ho notato che, da non credente, sento un vuoto. Mi sento nostalgico nei confronti della fede della mia infanzia. In questo film non ci sono conversioni o miracoli e non è la fede di François a ridare vita a Jeanne: sono solo la sua bontà e semplicità».

FRANKIE Francia, 2005 Regia, fotografia e sceneggiatura Fabienne Berthaud Musiche Coco Rosie (Bianca e Sierra Casady) Montaggio Raphaele Urtin Durata 88’ Interpreti principali Diane Kruger, Jeanick Gravelines, Brigitte Catillon, Christian Wiggert Cineasti del presente

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Frankie è una modella tedesca trapiantata a Parigi, ma non di quelle che per meno di 10’000 dollari nemmeno si degnerebbero di alzare un sopracciglio. E’ una di quelle che fanno il lavoro sporco tra fotografi stronzi e assistenti ancora più stronzi che la trattano come un pezzo di carne (beh, fa la modella, mica traduce Proust). La vediamo in una casa di cura per malattie mentali e quindi seguiamo a ritroso tutto il percorso che l’ha portata fino a lì. Diane Kruger è bella e brava e tiene al film tanto da venire a Locarno a presentarlo. Girato nell’arco di 3 anni per difficoltà produttive, tanto che Diane Kruger, nel frattempo diventata famosa (è stata Elena di Troia in Troy di Wolfgang Petersen e da allora è impegnatissima), l’ha concluso lavorando nei tempi morti di lavorazioni produttivamente più importanti in cui era impegnata. 21


NINE LIVES USA, 2004 Regia e sceneggiatura Rodrigo García La trama Nove storie al femminile: Fotografia Xavier Pérez Grobet Sandra (Elpidia Carrillo), in carcere, non riesce a comuMontaggio Andrea Folprecht nicare con la figlia in visita Interpreti principali in quanto l’interfono è guaKathy Baker, Amy Brenneman, sto, Diana (Robin Wright Elpidia Carrillo, Glenn Close, Penn) incontra in un superLisa Gay Hamilton, Holly Hunter, mercato un amore del pasSissy Spacek, Amanda Seyfried, sato proprio quando è riuRobin Wright Penn, Dakota Fanning, scita a voltare pagina, Holly Joe Mantegna, Jason Isaacs, (Lisa Gay Hamilton) vuole Aidan Quinn fronteggiare il padre per mettere fine al male che le Durata 112’ ha fatto. Samantha (Amanda Produzione Mockingbird Pictures, Seyfried) è schiacciata dalLos Angeles (USA) l’amore dei genitori i quali, malgrado la invitino a spieConcorso internazionale gare le ali e andare incontro Pardo d’Oro alla sua vita, di fatto se la Pardo per la migliore interpretatengono inchiodata accanto zione femminile alle nove attrici a causa dell’incomunicabilità tra loro. Il compagno di Sonia (Holly Hunter) svela insensibilmente un segreto che li riguarda a una coppia di amici. Lorna (Amy Brenneman) subisce le avances dell’ex marito nel giorno del funerale della seconda moglie di quest’ultimo. Ruth (Sissy Spacek), la madre dell’episodio dedicato Musiche Edward Shearmur

a Samantha, si trova in un motel dove ha pianificato di tradire suo marito. Camille (Kathy Baker) si accinge a subire un intervento al seno che le modificherà il corpo. Maggie (Glenn Close) si reca al cimitero per trovare la piccola figlia. Il film Nove donne (di più a dire il vero, e quasi altrettanti uomini), che non fanno esattamente una bella figura, colte in un particolare momento della loro vita come in una fotografia. Rodrigo Garcia realizza ogni segmento interamente in piano sequenza, senza tagli né stacchi, nell’arco di due giorni: uno per le prove e uno per le riprese. Le sue attrici, che reggono ottimamente il peso di questi segmenti continui, hanno lavorato percependo lo stipendio minimo sindacale per non fare superare il budget di 400’000 dollari, quanto basta generalmente per uno spot pubblicitario di 30 secondi. Il film è prodotto da Alejandro González Iñárritu, già regista di Amores perros (1996) e 21 Grams (21 grammi, 2003). Interessante, riuscito, ma certo non un film da Pardo d’Oro e nemmeno da concorso.

Il regista Rodrigo García, nato nel 1959 in Colombia e figlio dello scrittore Gabriel García Márquez, trascore la sua infanzia a Città del Messico prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Diplomato all’America Film Institute, lavora come direttore della fotografia per diversi film (uno tra tutti: My Crazy Life di Allison Anders del 1993). Nel 2000 debutta nella regia cinematografica con Things You Can Tell Just by Looking at Her (premio «un certain regard» a Cannes nel 2000), di cui è anche sceneggiatore e nel quale appaiono molte delle attrici presenti in Nine Lives. Segue The Tiny Love Stories (2001) in cui dieci donne sostengono un monologo nel quale ricordano ognuna un uomo importante

nella propria vita. Fathers and Sons, sempre del 2005, è la sua terza regia cinematografica. Per la televisione ha diretto alcuni episodi di serie come «Six Feet Under», «The Sopranos» e «Carnivàle», tutti della HBO. Dichiarazione del regista «(...) Mi è venuta l’idea di trascorrere dieci, dodici, quattordici minuti nella vita di una donna. So bene quanto questo richieda grande sacrificio da parte dello spettatore, che si cala nel personaggio ed è subito costretto ad abbandonarlo, ma a me piace molto questa narrazione frammentata. Mi piace scegliere uno spaccato di vita, capace di riassumere un’intera situazione».

PORTE APERTE: MAGHREB Il festival non ha mancato di proporre neppure quest’anno la sezione «Porte aperte» (già dedicata al cinema cubano e a quello del Mekong), dedicandola alla cinematografia del Maghreb. La sezione, che sostiene le cinematografie che meritano di essere scoperte, ha avuto il merito di porre all’attenzione del pubblico e dei produttori ventisei opere di registi algerini, marocchini e tunisini, arricchendo le giornate con workshop e incontri con il pubblico. I cineasti del Maghreb riuniti a Locarno in occasione della manifestazione «Porte aperte: Tunisia, Algeria, Marocco» così come altri invitati in altre sezioni, hanno fondato «Maghreb Cinemas», un’associazione che lavorerà nel senso della promozione, della diffusione, nonché dello scambio di informazioni tecniche e giuridiche. 22

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DELO OSVOBAJA Slovenia, 2005

IN UN ALTRO PAESE Italia/Francia, 2005

Regia e sceneggiatura Damian Kozole

Regia Marco Turco

Musiche Igor Leonardi Fotografia Ales Belak Montaggio Jure Moskon Interpreti principali Peter Musevski, Natasa Barbara Gracner, Marjuta Slamic, Manca Dorrer Durata 71’ Produzione Vertigo/Emotionfilms, Ljubljana (Slovenia) Cineasti del presente

La trama La Slovenia paga il pegno dell’integrazione nell’Unione Europea in termini di perdite di posti di lavoro. Ne è vittima anche Peter, meccanico, che si vede costretto a fronteggiare non solo i problemi legati al lavoro ma anche quelli legati al suo matrimonio. Malgrado la pressione intorno a lui e malgrado sia una vittima della situazione, riesce a conservare la gioia di vivere.

Il film In questo film, girato per la televisione slovena ma poi «gonfiato» in 35 millimetri per essere presentato a vari festival (tra cui il Sarajevo Film Festival sempre nell’agosto scorso), il regista mescola sapientemente dramma ed ironia feroce e irresistibile. Seguiamo Pero nella sua difficile ricerca di un lavoro, nel rapporto con una moglie ambiziosa che si vergogna di lui e gli preferirà un collega dotato di un’automobile migliore, e in quello con la

figlia che ama ma da cui sarà costretto a separarsi fino a un irresistibilmente comico tentativo di suicidio e quindi al riscatto: la ricerca di una nuova compagna e un nuovo lavoro. Si tratta di un film ben diretto e sceneggiato, che non stona accanto a opere dedicate agli stessi temi dal cinema inglese. Ottimo il protagonista Peter Musevski che riesce a rendere il personaggio di Pero senza mai farlo scadere nell’eccesso e senza mai fargli perdere credibilità. Il regista Damian Kozole è nato in Slovenia nel 1964. Trasferitosi da un piccolo centro industriale a Ljubljana, debutta nella regia nel 1986 con il film a basso costo Usodni Telefon cui fanno seguito Remington (1988), Stereotip (1997), Porno film (2000) e Rezervni deli (2003), storia di un uomo che trasporta clandestini dalla frontiera croata a quella italiana, selezionato per la competizione a Berlino nel 2003. Nel 2004 ha partecipato al Festival di Locarno come rappresentante del suo Paese con un cortometraggio facente parte del progetto «Visions of Europe».

Sceneggiatura Marco Turco, Alexander Stille, Vania Del Borgo

Documentario forte, diretto e necessario su una parte Musiche Andrea Pandolfo della storia italiana che apFotografia Franco Lecca pare già rimossa: quella che riguarda la più forte squaMontaggio Luca Gazzolo dra antimafia mai costituita, Durata 92’ quella presieduta dai giudici Paolo Borsellino e GiovanProduzione Doclab srl, Roma ni Falcone. In un altro paese Cineasti del presente si basa sul libro «Excellent Cadavers» (lo stesso titolo del film diretto nel 1976 da Francesco Rosi) dell’americano Alexander Stille. Marco Turco segue lo scrittore nelle sue ricerche a Palermo, parla con i collaboratori dei due giudici e con la fotografa palermitana Letizia Battaglia, che da anni immortala nelle sue fotografie i delitti di mafia avvenuti nella città. Appassionato e diretto, il film non manca di analizzare l’evoluzione nei rapporti tra quelli che sono definiti i due veri poteri d’Italia. Doloroso e necessario.

Il regista Nato a Roma nel 1960, Marco Turco ha lavorato come assistente di Gianni Amelio in Porte aperte (1990), Il ladro di bambini (1992) e Lamerica (1994). Il suo debutto alla regia è avvenuto nel 1994 con il cortometraggio La sveglia, presentato a Venezia. Vite in sospeso, primo suo lungometraggio che tratta degli esiliati politici in Francia, risale al 1998. Ha lavorato come sceneggiatore con Roberta Torre per Tano da morire (1997). Ha diretto diversi documentati, tra cui un ritratto di Gillo Pontecorvo.

Probabilità di vederlo alla televisione italiana attuale: nessuna Probabilità di vederlo in televisioni di altri Paesi: molto alta.

Marco Turco Il regista Damian Kozole

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FAMILIA Canada, 2005

UN COUPLE PARFAIT Francia/Giappone, 2005

Regia e sceneggiatura Louise Archambault

Regia e soggetto Nobuhiro Suwa

Musiche Ramachandra Borcar

Michèle, istruttrice di aerobica con un debole per il Fotografia André Turpin gioco d’azzardo, dopo aver Montaggio Sophie Leblond accumulato tanti debiti da costringere il suo capo e Interpreti principali compagno Scott a lasciarla Sylvie Moreau, Macha Grenon, senza soldi, lascia il CanaJuliette Gosselin, Mylène da per la California insieme St-Sauveur, Micheline Lanctôt alla figlia quattordicenne, Durata 102’ nell’intenzione di raggiungere sua sorella. Senza soldi Produzione micro-scope Inc., né qualcuno che gliene preMontréal (Canada) sti, fa tappa a casa dell’amiConcorso internazionale ca d’infanzia Jeanine, che si sente trascurata dal suo compagno. Le figlie adolescenti delle due donne stringono amicizia e anche il rapporto tra Michèle e Janine, provato dalle tante differenze di carattere, si rinsalda. Ma la situazione scoppia quando Michèle ricade nel vizio del gioco e si ritrova nuovamente per strada.

Musiche Haruyuki Suzuki Il film È possibile evitare che i demoni dei genitori si ripercuotano sui figli? Potrebbe essere questo uno dei temi di questo toccante film di Louise Archambault che a Locarno avrebbe meritato un riconoscimento. Ritratto vibrante e fedele di una società in disfacimento, tra padri che non riescono a prendersi le loro responsabilità, adolescenti che vogliono maturare più in fretta di quanto sia naturale, madri che si sentono costrette nel loro ruolo univoco e nonni che tornano ad essere adolescenti, Familia è un film che si muove in maniera originale e indipendente dai linguaggi dettati dal cinema statunitense. La regista Diplomatasi in belle arti a Montréal, Louise Archambault ha lavorato per anni come aiuto regista e fotografa di scena prima di debuttare nella regia con il mediometraggio Atomic Sake nel 1999. Familia è il suo primo lungometraggio.

Fotografia Caroline Champetier Montaggio Dominique Auvray, Hisako Suwa Interpreti principali Valeria Bruni-Tedeschi, Bruno Todeschini, Nathalie Boutefeu, Jacques Doillon Durata 104’ Produzione Comme des Cinemas, Paris (Francia) Concorso internazionale Premio speciale della giuria

La trama Nicolas e Marie tornano in Francia dall’estero per partecipare al matrimonio di una coppia di amici. Stanno per divorziare e il loro annuncio durante la cerimonia getta imbarazzo tra i presenti. I loro momenti di intimità sono difficili a causa dell’emergere dei problemi del rapporto ma a unirli c’è ancora il desiderio. La decisione di separarsi fisicamente li porterà a vedersi con occhi diversi.

Il film L’opera che ha più diviso il pubblico di Locarno tra chi l’ha odiato sin dalle prime immagini e chi l’ha amato profondamente. Senza vie di mezzo. Il regista si cimenta qui in un esperimento cinematografico fatto di dialoghi lasciati alla creatività degli attori e di pochissime inquadrature sempre fisse che mettono lo spet-

tatore nella condizione di testimone non visto della vicenda. Bruno Todeschini e Valeria Bruni-Tedeschi sono bravissimi nel sostenere il non facile gioco messo in piedi dal regista. Il regista Nobuhiro Suwa, nato a Hiroshima nel 1960, dopo diverse esperienze nel cinema documentario ha debuttato nella regia di film di finzione nel 1997 con 2 dyuo cui hanno fatto seguito M/Other (vincitore del premio FIPRESCI a Cannes nel 1999), H Story (2001) e Jeonjaeng geu ihu (After War, 2002). Attualmente sta girando un segmento del film collettivo Paris je t’aime, in cui ogni segmento corrisponde a un «arrondissement» e cofirmato, tra gli altri, da Oliver Assayas, Sylvain Chômet, Alfonso Cuarón, Alexander Payne e Gus Van Sant.

Nobuhiro Suwa

Sylvie Moreau

Valeria Bruni-Tedeschi

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LA VOLPE DALLA LINGUA DI CRISTALLO

BREVE STORIA DEL GIALLO ALL’ITALIANA ANNI ‘70: DALLE ORIGINI AL DECLINO – Prima parte di Roberto Rippa Il cinema italiano degli anni ‘50 e primi ‘60 non si era certo distinto per i suoi gialli, che tutt’al presentavano commistioni con il genere gotico, lo spionistico o con la commedia e quindi poco aveva a che fare con quello che poi è diventato il genere italiano più famoso al mondo insieme al cosiddetto «spaghetti western». Film come Crimen (1960) di Mario Camerini, con un cast che riunisce Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Franca Valeri, Sylva Koscina e Silvana Mangano, prendendo a prestito alcuni elementi classici del giallo (su un treno in viaggio dall’Italia verso Montecarlo, una donna viene uccisa e tutti i viaggiatori sono sospettati), utilizzano la trama gialla come materia da commedia, mentre Roger La-Honte (titolo originale di Trappola per l’assassino, co-produzione italo-francese) di Riccardo Freda contiene gli elementi del film di denuncia sociale esattamente come il capolavoro di Elio Petri Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) in cui un ispettore di polizia fascistoide uccide la sua amante lasciando deliberatamente dietro di sé una corposa scia di indizi per verificare quanto sia protetto dalla sua immagine di uomo integro o come Senza sapere niente di lei (1969) di Luigi Comencini in cui Philippe Leroy indaga la borghesia corrotta milanese. Per trovare la prima traccia del giallo all’italiana di cui vogliamo parlare, occorre però tornare al 1964, anno di produzione di Sei donne per l’assassino di Mario Bava. Nel film, alcune modelle legate a un atelier di moda vengono uccise da un misterioso assassino mascherato. È questo il primo giallo italiano a modificare le regole della messa in scena degli omicidi: qui i corpi vengono sfigurati, trafitti e la rappresentazione grafica delle morti, inedita, non nasconde nulla della sofferenza della vittima, trasformata anzi in protagonista della scena. Il seme piantato da Mario Bava darà i suoi frutti solo qualche anno più tardi, dopo l’esordio di Dario Argento alla regia e addirittura un decennio più tardi, tredici anni per l’esattezza, rivedremo le luci violente nei colori primari di Sei donne per l’assassino in Suspiria di Dario Argento, fotografato meravigliosamente dal grande Luciano Tovoli. Ma Bava, che pochi anni dopo Sei donne per l’assassino girerà il meno riuscito 5 bambole per la luna d’agosto (1970, lo considerava poco lui stesso) e Reazione a catena (1971, ne abbiamo parlato sul primo numero di Cinemino), non è l’unico regista a influenzare il genere che nascerà di lì a poco: il ‘68 e relativi dintorni con le sue rivoluzioni permea le opere di alcuni registi che firmano qui le loro opere più interessanti, come Tinto Brass e il suo giallo psichedelico Col cuore in gola (1967), per citarne uno. Ma le influenze non finiscono qui: fondamentale è anche Blow Up (1966) di Michelangelo Antonioni, per il ruolo del testimone oculare, non troppo consapevole all’inizio, di un omicidio, che per il tempo del film deve impegnarsi in una indagine personale contro il responsabile del crimine, certo, ma anche contro lo scetticismo di chi, in realtà, dovrebbe condurre le indagini. A definire e rendere ancora più riconoscibile il genere, interverrà negli anni ‘70 una spruzzata di erotismo (a quei tempi era più che sufficiente un nudo appena suggerito), soprattutto nei gialli di Sergio Martino sceneggiati da Ernesto Gastaldi e in quelli dei suoi (loro) imitatori. Cosa rende questo cinema ancora così gradevole oggi? L’originalità della messa in scena, a dispetto della trama che spesso gira attorno al tema della furia omicida scatenata da un trauma infantile, l’ingenuità delle situazioni, talvolta il fatto che abbiano dato la stura a un certo tipo di cinema nel resto del mondo (va ancora ricordato che Friday 13th è sospettosamente simile a Reazione a catena di Bava?) e comunque il fatto che, malgrado le numerose imitazioni, sia rimasto impresso nella memoria collettiva, e non solo in quella degli appassionati. 28

Il genere giallo1, come del resto tutti quelli del cinema italiano, vive a un certo punto un momento di sfruttamento intensivo e quindi si esaurisce a livello di idee e di interesse da parte del pubblico lasciando spazio a un altro genere che subirà la stessa sorte. In queste pagine desideriamo passare in rassegna i titoli e le persone più meritevoli di memoria, saltandone forzatamente alcuni. Cominciamo da colui che è spesso citato come l’inventore del genere. DARIO ARGENTO La volpe dalla coda di velluto2, L’iguana dalla lingua di fuoco3, La tarantola dal ventre nero4, Il gatto dagli occhi di giada5 e ancora Sette orchidee macchiate di rosso6, Sette scialli di seta gialla7 sono titoli che vi ricordano qualcosa? Forse L’uccello dalle piume di cristallo e 4 mosche di velluto grigio, entrambi diretti da Dario Argento? Questa cascata di titoli (in realtà sarebbero di più) derivanti dagli ultimi due citati, che risalgono rispettivamente al 1970 e al 1971, testimoniano innanzitutto il loro successo e in secondo luogo la rapidità del cinema di genere italiano nel seguirne la scia. L’uccello dalle piume di cristallo ha una genesi tormentata e interessante da raccontare: Dario Argento, romano e figlio del produttore Salvatore e della ex modella e fotografa delle dive Elsa Luxardo, lavora come soggettista e sceneggiatore8 quando pensa che il soggetto da lui scritto e sul quale ha le idee molto chiare, verrebbe meglio se il film venisse diretto da lui stesso. Suo padre Salvatore lo presenta a Goffredo Lombardo9, capo della gloriosa Titanus, che però ha seri dubbi sul fatto di affidare il soggetto a un esordiente e preferisce rivolgersi al più collaudato Terence Young, che però rifiuta. Dopo lunghe insistenze, Argento riesce a dirigere il suo film, anche se a metà lavorazione, vedendo il girato, il produttore tenta ancora di sostituirlo con Ferdinando Baldi10, tentativo fallito anche grazie alla partecipazione di Salvatore Argento al film in qualità di co-produttore. Il film esce in sordina a Milano e Torino e all’inizio non incontra l’interesse del pubblico, che diserta le sale in cui viene proiettato. Sarà la sua uscita a Firenze e Napoli a vedere le sale affollate e il conseguente passaparola trasformerà il film in un sorprendente successo nazionale prima e internazionale poi. La ricetta del genere è stabilita: non importa se la storia parte da una situazione non troppo forte11 e non priva di incongruenze, se le interpretazioni 1 Il nome «giallo», che definisce il genere sia in letteratura che nel cinema, viene dal colore delle copertine dei romanzi settimanali editi da Mondadori. Il genere trattato è chiamato anche in lingua inglese «Italian Giallo». 2 Regia di José María Forqué, 1971. 3 Regia di Riccardo Freda, 1971. Ne parleremo nel corso dell’articolo. 4 Regia di Paolo Cavara, 1971. Ne parleremo nel corso dell’articolo. 5 Regia di Antonio Bido, 1977. Da notare come il titolo sia decisamente posteriore rispetto al titolo cui è ispirato. 6 Regia di Umberto Lenzi, 1972. Se ne parlerà nel capitolo dedicato al regista. 7 Regia di Sergio Pastore, 1972. 8 Tra i tanti film da lui scritti: Scusi, lei è favorevole o contrario? (1967) di Alberto Sordi, Qualcuno ha tradito (1967) di Franco Prosperi, Oggi a me... domani a te! (1968) di Tonino Cervi e C’era una volta il West (1968) di Sergio Leone, scritto con il regista e Bernardo Bertolucci. 9 Sebbene pare sia da attribuire proprio al produttore l’invenzione della mano nero-guantata dell’assassino, quasi una costante nei film di Dario Argento, in realtà appare anche in Sei donne per l’assassino. 10 Regista proveniente dal mitologico e dal western. Il suo film forse più famoso è Blindman del 1971. 11 ATTENZIONE: la nota contiene elementi sulla soluzione della trama. Uno scrittore americano in visita a Roma assiste al tentativo di uccisione della moglie di un gallerista. Dopo avere cercato, invano (resta intrappolato in una porta girevole), di soccorrerla, viene perseguitato dall’aggressore. Se in ciò che ha visto è la donna la vittima, nella realtà la vittima è l’uomo e la donna l’assassina. Se ne accorgerà alla fine.

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non sono fra le migliori, se la sceneggiatura fa acqua qua e là, l’importante è che la tensione si mantenga inalterata dall’inizio alla fine e che la rappresentazione grafica delle uccisioni tolga il sonno agli spettatori. Quando esce il successivo Il gatto a nove code (1971, scritto con Dardano Sacchetti), il genere ha già una sua forma peculiare e il nome del regista è già una garanzia di successo commerciale, cosa che rende facile l’affermazione del seguente 4 mosche di velluto grigio (sempre 1971), storia di un giovane musicista che uccide accidentalmente un uomo che lo molesta telefonicamente e che da quel momento diventa preda di un altro persecutore. Dario Argento dirige quindi Profondo rosso (1975, scritto con Bernardino Zapponi, allora già sceneggiatore di Roma e Satyricon e I clowns di Federico Fellini, tra gli altri), giallo abbastanza solido basato su un trauma infantile e suo più grande successo all’estero. Poi abbandona progressivamente il rigore logico della trama per approdare a Suspiria, scritto dal regista stesso con l’allora sua consorte Daria Nicolodi, in cui giovani allieve di una scuola di danza devono fronteggiare le dirigenti dello stesso istituto: un manipolo di streghe capitanate dalla temibile Helena Marcos. Con il successivo Inferno (1980, ispirato come il precedente da un racconto di Thomas De Quincey, anche se la fonte non è dichiarata), Argento si svincola ancora di più dal rigore logico avvicinandosi sempre più al confine con l’horror puro e mette in scena una storia il cui protagonista è un palazzo che pare non lasciare scampo a chi indaga sui suoi segreti. Da notare come, per alcuni aspetti tecnici (come la creazione del modello del palazzo a New York), Argento si affidi alla mano esperta di Mario Bava. Sono gli anni del declino del cinema di genere italiano, dell’avvento della televisione privata e della successiva presa del potere produttivo cinematografico da parte delle concorrenti Mediaset (allora Fininvest) e RAI (con quest’ultima che decide di scendere al livello della prima), che influenza pesantemente la produzione privilegiando storie adatte al pubblico televisivo. Addirittura, la produzione da parte della televisione privata di una serie di film destinati al piccolo schermo e diretti da maestri dell’horror italiano, tra cui Lucio Fulci, rimarrà sugli scaffali per passare alla pubblicazione in cassetta o DVD senza avere go-

duto di un solo passaggio televisivo. Argento invece prosegue per la sua strada: Tenebre (1982) è un giallo più classico12 che risente della povertà a livello logico e di sceneggiatura ma che vive della sua ambientazione inedita (una Roma raramente vista al cinema: quella dei palazzi grigi dell’EUR, fotografata ancora una volta mirabilmente da Luciano Tovoli) e della precisione degli omicidi13. Seguono quindi Phenomena, 1985 (in cui la musica, quella originale e quella di alcuni gruppi heavy-metal, contribuisce a modificare l’estetica del film trasformandolo quasi in un lungo videoclip) e Opera (1987) in un progressivo scadere a livello qualitativo che lo porterà anche a Trauma (1993), praticamente un rifacimento per il mercato americano di Profondo rosso. Il suo celebrato ritorno al thriller classico, Nonhosonno del 2001, è un film in cui si intravedono alcune zampate del regista (l’omicidio della prostituta in apertura) ma che soffre sostanzialmente dei difetti di quasi tutta la sua opera: una sceneggiatura a tratti ridicola e un finale tirato per i capelli. Recentemente è stato impegnato nella lavorazione di alcuni telefilm per la rete nazionale (Ti piace Hitchcock?, il titolo). Nel 1990 ha co-diretto con George A. Romero14 il film in due episodi Due occhi diabolici in cui è responsabile di quello intitolato The Black Cat, ispirato a Edgar Allan Poe (che, lo vedremo, è stato saccheggiato non poco dal giallo all’italiana). Argento viene considerato all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove è conosciutissimo per le sue opere passate, come un maestro del giallo italiano. Da notare anche che Dario Argento è stato un precursore per quanto riguarda la cura della scelta delle musiche per i suoi film, impegnandosi spesso in prima persona nella sua creazione. IL GIALLO EROTICO DI SERGIO MARTINO E ERNESTO GASTALDI Messo sotto contratto lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi (già regista e autore di alcuni gialli di Umberto Lenzi di cui parleremo), il produttore Luciano Martino mette in cantiere nel 1970 uno tra i gialli all’italiana più famosi: Lo strano vizio della signora Wardh (la «h» a fine cognome venne aggiunta per evitare di venire denunciati da eventuali signore Ward o Whard esistenti), diretto da suo fratello Sergio15. Lo spunto è simile a quello di Les diaboliques (1955) di Henri-Georges Clouzot16, una costante dello sceneggiatore Gastaldi come lui stesso dichiara, ma rivoltato: se là erano due donne (con tutti i sottintesi del caso) a ordire una tra-

12 Anche qui uno scrittore americano in visita a Roma per motivi promozionali diventa oggetto delle attenzioni di un assassino seriale che uccide traendo ispirazione dal suo libro. 13 Tra cui quello di una giovane Veronica Lario (nome d’arte di Miriam Bartolini), da anni moglie di Silvio Berlusconi, che qui viene uccisa tramite taglio di un braccio con un’accetta. La scena è scomparsa in tutti i passaggi televisivi sui canali Mediaset. 14 Argento ha prodotto Dawn of the Dead (1978) di Romero, uscito in Italia come Zombi. 15 Sergio Martino, già incontrato nel capitolo dedicato al poliziottesco, ha attraversato tutti i generi: dal western alla commedia, dall’apocalittico di ricalco al fantasy, dal cannibalico alla commedia scollacciata, spesso in unione con suo fratello Luciano nelle vesti di produttore. Ha anche lavorato per la televisione. Lo incontreremo spesso nel nostro excursus nel cinema di genere. 16 Nel film, una moglie e un’amante tramano per uccidere un uomo.

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ma criminosa, qui è un triangolo maschile a tramare contro la povera signora Wardh. Lo strano vizio della signora Wardh, girato tra Vienna, Italia e Spagna per doveri di coproduzione, vede la protagonista (Edwige Fenech) perseguitata da un ex amante con cui in passato aveva intrattenuto un rapporto velato di sadomasochismo (è questo lo strano vizio del titolo, altri pare non averne la virtuosa signora Wardh. D’accordo, tradisce il marito, ma chi, col senno di poi, non lo farebbe con un uomo così?) mentre intorno a lei iniziano a succedersi strani omicidi. Nel girare questo film, Martino ha ben impressa nella mente la lezione appena impartita da Dario Argento e gli omicidi all’arma bianca appaiono talvolta un poco posticci, come fossero stati aggiunti per seguire l’onda del tempo. La trama, per il resto, contiene tutti gli elementi classici del genere: qualche situazione morbosa, uomini ambigui (per lo spettatore) di cui pare lecito non fidarsi troppo e l’impossibilità della protagonista di farsi prendere sul serio da chi le sta intorno (tutti pensano sia un poco esaurita quando associa la ricomparsa dell’ex amante con gli omicidi che si susseguono), visto che l’unica cosa che fa è urlare in attesa che l’uomo (in senso generale) la salvi. Alla fine rischierà di morire soffocata dal gas in un tentativo di simulazione di un suicidio. La messa in scena del finto suicidio è geniale, anche se non inedita. Chi volesse saperne di più, legga la nota17, chi volesse vedere il film senza sapere nulla abbia l’accortezza di saltarla. È il primo film della Fenech per il produttore Martino (con il quale lavorerà in seguito per una lunghissima serie di pellicole attraversando vari generi) e il primo in coppia con George Hilton18. Segue La coda dello scorpione (1971), sempre sceneggiato da Gastaldi (con Eduardo M. Brochero e Sauro Scavolini), che non vede la Fenech protagonista in quanto incinta al momento della lavorazione. Lisa Baumer (l’attrice Evelyn Stewart, nome d’arte dell’italianissima Ida Galli) riceve la notizia della morte del marito in un incidente aereo. La sua disperazione viene un poco mitigata dalla notizia di essere l’intestataria di un’assicurazione sulla vita del valore di un milione di dollari, somma che la porterà presto ad essere perseguitata da una serie di persone che vogliono la «loro» parte di ricchezza, compresa l’amante del marito, che la accusa di averlo ucciso. Quando anche lei viene assassinata, a Peter, investigatore dell’assicurazione (George Hilton) non resterà che unirsi alla giornalista di cronaca Cleo (Anita Strindberg) nel tentativo di districare una matassa che risulterà essere molto più ingarbugliata di quanto lo spettatore stesso immagini. La pellicola presenta tutti gli elementi classici del genere: un assassino la cui capacità di girare per le strade con occhiali scuri e guanti di pelle nera senza che nessuno lo guardi con sospetto (cosa che non troverebbe riscontro nella realtà), un’ambientazione da film a grande budget – Londra e la Grecia –, una scena 32

in cui la protagonista, resasi conto che l’assassino è alla sua porta, si precipita nella vana speranza di riuscire a chiuderla, vari accoltellamenti girati con dovizia di particolari... È forse, secondo me a torto, il meno considerato tra i gialli diretti da Sergio Martino. Una trama non proprio inedita non riesce a rendere meno godibile uno spettacolo che mescola tutti gli elementi del genere senza sbagliare misura. Sergio Martino si ripresenta l’anno seguente con un’altra opera che utilizza tutti gli elementi del giallo per raccontare una storia che prende spunto da temi demoniaci come in Rosemary’s Baby (1968) di Roman Polanski e che segna il ritorno di Edwige Fenech come vittima sacrificale: Tutti i colori del buio. Qui Jane Harrison (la Fenech), giovane londinese rimasta vittima di un incidente che le ha fatto perdere il bambino che aveva in grembo, è vittima di incubi e visioni che le rendono difficile vivere il quotidiano e che stanno mettendo in crisi il suo rapporto con Richard (ancora George Hilton). In realtà, la donna è vittima di una serie di situazioni che dovrebbero, nelle trame dei suoi persecutori, portarla al suicidio. È qui che la situazione si avvicina a quella del film di Polanski: Jane, esattamente come la Rosemary interpretata da Mia Farrow, arriva a non capire più se ciò che le rovina la vita è frutto della sua psiche o se accade davvero e certo non la aiuta l’incredulità generale che la circonda. Sua sorella Barbara (Susan Scott) la presenta a uno psichiatra ma anche questo non serve: gli incubi continuano e Jane si vede anche perseguitata da un inquietante uomo dagli occhi azzurri (Ivan Rassimov, già parte del triangolo maschile de Lo strano vizio della signora Wardh). La sua vicina di casa Mary (Marina Malfatti) non trova di meglio che accompagnarla al raduno di una setta satanica da cui Jane esce terrorizzata e decisa a non incontrare mai più nessuno di loro. Ma il suo intento non sarà così facile da realizzare. Dietro la presenza di elementi soprannaturali, la trama nasconde un più consueto intreccio familiare con tanto di eredità contesa, ma il film ha un buon ritmo e non perde colpi. Quando uscì nelle sale, il film aveva un prologo in cui la protagonista immaginava ciò che avrebbe poi vissuto nell’epilogo ma pare che il pubblico non capisse e la pellicola fu rimontata. Nella versione televisiva e in quelle pubblicate in DVD il prologo è stato reintegrato. 17 La signora Wardh, incosciente, viene porNel 1972, Martino gira Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo tata in cucina dove dovrà morire soffocata dal io ne ho la chiave, titolo allusivo che si riferisce a una frase scritta su un gas. Per rendere più credibile la messa in scena, biglietto ricevuto da Edwige Fenech ne Lo strano vizio della signora viene posto del ghiaccio sulla leva che chiude Wardh. La protagonista qui è ancora Anita Strindberg, moglie di uno la porta perché sciogliendosi, facci acadere la leva facendo credere che la porta sia sempre scrittore fallito, bevitore e violento (l’attore Luigi Pistilli), che la costata chiusa dall’interno. Pazzesca la scena finastringe a una vita da reclusa in una casa di campagna, alla convivenza le in cui la polizia si serve della protagonista per con un odiato gatto e a continui confronti con la suocera scomparsa. smascherare gli assassini, ben sapendo che gli L’arrivo di Edwige Fenech, nipotina «liberata» – anche troppo visto stessi moriranno a causa della rivelazione. 18 Vero nome Jorge Hill Acosta y Lara, già atche si porta a letto entrambi gli zii – farà esplodere il precario equilitivissimo nello spaghetti western (La più granbrio nella casa. Naturalmente, nel frattempo si sono verificati alcuni de rapina del west, 1967, di Maurizio Lucidi, Il misteriosi omicidi. Qui la Fenech non è più vittima sacrificale (stavolta tempo degli avvoltoi, sempre 1967, di Nando il ruolo è della Strindberg) bensì catalizzatore di tensione in un film Cicero, per citarne due). È anche protagonista de Il dolce corpo di Deborah (1968), giallo che saccheggia con disinvoltura «Il gatto nero» di Edgar Allan Poe (chi di Romolo Guerrieri alias Romolo Girolami, in conosce il racconto sa bene come sarà smascherato l’omicida). Il cast è cui fa coppia con Carroll Baker, con cui aveva da culto, grazie alle presenze di Ermelinda De Felice (poi, spesso, bigià lavorato in L’harem di Marco Ferreri, in cui compare non accreditato. della scoreggiona nelle commedie sexy scolastiche prodotte da Luciano 33


Martino), Enrica Bonaccorti e una giovanissima Dalila Di Lazzaro, nemmeno citata nei crediti, che appare come ballerina svestita su un tavolo durante una festa nella villa. I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973)19 chiude la parentesi gialla di Martino, almeno per quanto riguarda gli anni’70. Il film è infarcito di starlette dell’epoca: ci sono la Suzy Kendall de L’uccello dalle piume di cristallo ma anche Tina Aumont, le floride Angela Covello e Patrizia Adiutori, la Conchita (nei crediti Cristina) Airoldi de Lo strano vizio... e Carla Brait, vista l’anno prima in Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? di Giuliano Carnimeo insieme alla Fenech. Prodotta da Carlo Ponti, la pellicola vede un gruppo di studentesse universitarie minacciate da un maniaco sanguinario. Qui il connubio morte-sesso è dichiarato: già sui titoli di testa assistiamo a uno sfumato amplesso a tre fotografato da una persona misteriosa. La catena di omicidi, mai tanto espliciti, non tarderà ad iniziare. Quello che potrebbe sembrare un film dalla trama scontata, va ricordato, è in realtà un precursore del genere. È anche un buon film, ben sceneggiato dallo stesso regista e da Gastaldi, che lo disseminano di falsi indizi per confondere lo spettatore, tanto che la quantità di vittime è pari alla quantità di sospetti. A metà storia, le ragazze si trasferiscono in una villa isolata in collina (certo non il posto meno rischioso dove andare a rifugiarsi) dove ha inizio una carneficina con tanto di smembramento – non troppo esplicito, sono gli anni ‘70 e la censura vigila – delle vittime, una vera novità nel genere. Sarà il medico Luc Merenda a porre fine alla vicenda salvando l’ultima ragazza, già tra le mani dell’omicida. Famosa la scena in cui una delle protagoniste tenta di uscire dalla stanza in cui è stata rinchiusa facendo cadere la chiave all’esterno su un foglio di giornale. La chiave è però in mano all’assassino (noi lo vediamo, lei chiaramente no), che la poserà sul foglio permettendo alla ragazza di entrarne in possesso, convinta di essere riuscita a liberarsi e finendo invece dritta nelle braccia dell’omicida. Questa scena, è lo stesso Martino a ricordarlo20, faceva gridare il pubblico nelle sale. Il film continua ad avere grande seguito negli Stati Uniti, dove è conosciuto con il titolo Torso.

Dopo un’ultima incursione con Milano, morte sospetta di una minorenne (1975), che già mescola però più generi, Sergio Martino – avvezzo al salto da un genere all’altro – abbandonerà il giallo per il poliziottesco (La polizia accusa: il servizio segreto uccide, 1975) e la commedia. Nel 1973 rincontrerà Edwige Fenech in Giovannona coscialunga, disonorata con onore. Tornerà al giallo nel 1982 con Assassinio al cimitero etrusco, ma i tempi non sono più quelli. LUCIANO ERCOLI Luciano Ercoli, già produttore sin dai primi anni ‘60, debutta nella regia nel 1970 con Le foto proibite di una signora perbene21. Il film, scritto da Ernesto Gastaldi, vede una donna borghese (la tedesca trapiantata in Italia Dagmar Lassander) cedere a un ricattatore che possiede alcune foto che testimonierebbero un omicidio commesso dal marito. Come anche nel di poco successivo Lo strano vizio della signora Wardh, però, la donna è la vittima di una trama ordita contro di lei. Il film non è forse il più riuscito fra i tre gialli girati da Ercoli. Decisamente migliore è La morte cammina con i tacchi alti dell’anno seguente in cui la protagonista (la bellissima Susan Scott, nome d’arte di Nieves Navarro, moglie del regista, presente nel primo film solo in una parte secondaria) deve fuggire da un assassino che la cerca perché convinto che sia in possesso di alcuni diamanti. Meglio ancora, anche se molti lo ritengono meno riuscito del precedente, La morte accarezza a mezzanotte (1972), che vede sempre Susan Scott nei panni di Valentina22 una modella di fama che si presta a un esperimento che consiste nell’assumere una droga e descriverne gli effetti per una rivista d’inchiesta (ok, il giornale è Novella 2000 e lo si vede continuamente per tutta la prima parte del film). Il problema è che la droga in questione la porterà a vedere delitti che verranno commessi di lì a poco, il suo compreso. Infatti, per farsi credere dalla polizia dovrà fronteggiare l’assassino rischiando la pelle. Tutti e tre i titoli sono sceneggiati da Gastaldi23 e contengono gli elementi del genere (gli omicidi efferati, il colpevole la cui identità si mantiene nascosta per tutto il film). Inoltre, parte dei volti è inedita (le pellicole sono tutte prodotte dallo stesso regista in co-produzione con la Spagna e quindi diversi attori vengono da lì) e i film costituiscono una trilogia godibile anche oggi, a più di trent’anni di distanza dalla loro uscita, vuoi anche per un certo gusto «camp» (soprattutto per quanto riguarda La morte accarezza a mezzanotte). Da notare che la colonna sonora di quest’ultimo, ad opera di Gianni Ferrio, contiene il tema «Valentina» interpretato da Mina (che si limita a canticchiare il tema mentre il nome della 19 Da notare come il titolo originale fosse protagonista viene suggerito da un coro sullo sfondo). Ercoli, regista I corpi non presentano tracce di violenza di valore, abbandonò poi il cinema dopo avere diretto un paio di policarnale, poi modificato dalla distribuzione in ziotteschi e un paio di film erotici. Lui e Nieves Navarro sono sposati quanto meno allusivo (del resto qui di violenza carnale non si parla. ancora e ricordano volentieri i loro trascorsi cinematografici. La morte 20 Nel commento audio del DVD pubblicato accarezza a mezzanotte passa sulle reti private di tanto in tanto ma è in Italia da Alan Young Pictures. massacrato di tagli. 21 Notare come i titoli allusivi, che molto promettono e quasi nulla mantengono, siano una costante del genere. 22 Un nome molto utilizzato all’epoca in quanto richiamava l’eroina di Guido Crepax. 23 La morte accarezza a mezzanotte da un soggetto di Sergio Corbucci, mentre La morte cammina con i tacchi alti da Dino Verde.

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Nella seconda parte Titoli mutuati / Mario e Lamberto Bava / Umberto Lenzi e il giallo / Duccio Tessari / I gialli di Lucio Fulci / Mio caro assassino / I titoli minori / Assassini e «scream queen» / Solange e il medaglione insanguinato / Le colonne sonore 35


VENEZIA 62 IN CONCORSO

Cronache dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2005

La selezione ufficiale si è aperta giovedì primo settembre con Good Night, and Good Luck di George Clooney. Il film, che è nato essenzialmente come progetto per la televisione americana e che ha quindi mutato forma, è la seconda prova registica dell’attore americano dopo il riuscito Confessions of a Dangerous Man del 2002. Qui Clooney racconta la biografia de Edward R. Murrow, notissimo giornalista televisivo della CBS ai tempi della «caccia alle streghe» messa in atto dal senatore Jospeh McCarthy contro i comunisti negli anni ’50. Il film segue il confronto tra i due, confronto che contribuì a mettere fine a un periodo buio della politica interna statunitense. Non è un caso che il film venga realizzato ora che molte dinamiche si ripropongono tali e quali nei media americani (e non solo), tra censure agli oppositori della guerra in Irak e il bavaglio imposto a tutti coloro che non sposano posizioni filo-governative dell’amministrazione Bush. Basato su una sceneggiatura scritta a quattro mani con l’attore e regista Grant Heslov (qui anche nelle vesti di produttore) il film mostra una regia più matura rispetto al film precedente (che, secondo lo stesso Clooney, era stato in gran parte messo in scena dal direttore della fotografia Newton Thomas Sigel) e l’attore si ritaglia un piccolo ruolo lasciando la parte del protagonista a David Strathairn (già visto in L.A. Confidential, 1997, di Curtis Hanson e premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile proprio grazie al film di Clooney). È innegabile che Clooney stia crescendo come regista sotto l’ala protettrice di Steven Soderbergh (qui presente fuori concorso con il suo Bubble), con cui ha fondato una casa di produzione dalla quale sono usciti titoli come Far From Heaven di Todd Haynes (2002) e Insomnia di Cristopher Nolan (2002), tra i tanti. Good Night, and Good Luck è un film tipico da cinema indipendente americano, curatissimo (forse più nella forma che nel contenuto) con un cast ottimamente scelto (Robert Downey Jr., Patricia Clarkson) e dialoghi brillanti.

La sessantaduesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è conclusa il 10 settembre tra le inevitabili polemiche sui premi attribuiti e soprattutto con lo spettro del nuovo festival del cinema di Roma, presentato proprio a Venezia dai suoi fautori, primo tra tutti il sindaco Walter Veltroni, e dal ministro della cultura Rocco Buttiglione (ridiamo pure ma intanto è lui. E, nel caso vi fosse sfuggito, il responsabile della cultura per le tre reti Rai è Gigi Marzullo. No, non sto scherzando). Il problema annoso di Venezia sono gli spazi per la mostra: si tratta di sale, pur in perfetto stato, ricavate in spazi preesistenti (uno tra tutti, l’ex casinò) non certo ideali per accogliere la massa di persone che segue il festival. Il progetto per il nuovo palazzo del cinema, vinto dal gruppo 5+1 & Rudy Ricciotti, richiede investimenti cospicui (si parla di 100 milioni di euro), che lo stato non ha, mentre Roma dispone di ampi spazi nella nuova cittadella della musica, progettata da Renzo Piano. Il rischio che la mostra venga trasferita nella capitale non è esattamente probabile, non in tempi brevi comunque, ma certo la convivenza tra due festival nello stesso Paese potrebbe portare a un depauperamento della Mostra di Venezia, considerando anche la forte concorrenza che si fanno i principali festival europei, Cannes, Berlino, Venezia e Locarno. Al di là delle polemiche, restano i film. Il direttore Marco Müller, al suo secondo anno, aveva promesso una Mostra più snella in quanto a quantità di film proposti, rispetto all’anno scorso. E ha mantenuto la promessa, anche se la media quotidiana di film presentati nelle varie sezioni è di 33 opere circa, tante da rendere impossibile la visione anche solo di un terzo dei film proposti. Basti pensare che l’accredito Cinema (non proprio il più restrittivo ma nemmeno il più libero) permette la visione di un massimo di 360 film. In dieci giorni. Il calcolo è presto fatto. 36

David Strathairn in «Good Night, and Good Luck»

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La sincerità dell’intento è ammirevole ed è probabilmente la causa principale (unitamente al tema sul ruolo dei mass media nel pilotare in maniera strumentale le opinioni) dell’unanime apprezzamento da parte di critica e pubblico, apprezzamento che, mai come in questo caso, si è mantenuto inalterato giorno dopo giorno, proiezione dopo proiezione, fino alla conclusione della Mostra. Il titolo nasce dalla frase con la quale Edward R. Murrow si congedava abitualmente dai suoi telespettatori. Il giorno seguente è toccato a Takeshi Kitano con il suo Takeshi’s. Il film, non annunciato nel programma della Mostra come da richiesta dello stesso regista, pronto a ritirarlo nel caso fosse trapelata la notizia della sua presenza, farà piacere a tutti coloro che ritengono sopravvalutato il regista giapponese. Takeshi’s, che narra di un attore fallito (lo stesso Kitano) costretto a lavorare come commesso, è infatti una utile lezione su come non va fatto il cinema, tra sequenze di sogno, balletti e cinema nel cinema (e chi scrive ha apprezzato le sue opere precedenti). Kitano pensa qui di firmare il suo personale 8 1/2 di felliniana memoria ma realizza solo un film indigesto che scontenta tutti. A seguire, lo stesso giorno, Brokeback Mountain di Ang Lee racconta dell’amore che lega due giovani mandriani incontratisi nel Wyoming nel corso di un ventennio a partire dagli anni ’60. Ang Lee torna sull’argomento anni dopo Hsi yen (The Wedding Banquet, 1983) in cui la storia d’amore tra due uomini era più orientata verso la commedia e serviva più che altro a raccontare di un rapporto genitori-figlio, cinese ma da tempo negli Stati Uniti, di culture diverse. Il film è bello, ben girato e ben scritto e centra l’obiettivo di commuovere il pubblico con una vicenda, tratta da un racconto di Annie E. Proulx, vincitrice di un premio Pulitzer, da cui ogni luogo comune è bandito. Sabato è il momento di Les amants réguliers di Philippe Garrell e di Chin-jeol-han Geum-ja-ssi, più noto con il suo titolo internazionale Sympathy for Lady venegeance di Park Chan wook. Il primo riprende le atmosfere care alla nouvelle vague francese (ispirandosi anche dichiaratamente a Prima della rivoluzione, 1964, di Bertolucci) per raccontare di un grande amore (e di altrettanto grandi cicatrici) tra due giovani nel 1968. Un’educazione sentimentale con, sullo sfondo, l’avvicinarsi della rivoluzione. Philippe Garrel, che si potrebbe definire un discepolo di Godard e Truffaut, sembra dimostrare che l’amore è l’unico anticorpo che abbiamo in grado di salvarci dall’orrore del mondo. Leone d’argento per la migliore regia. Il regista di Sympathy for the Devil è stato spesso associato a Quentin Tarantino. Ma Park Chan wook non è Tarantino né vuole assomigliargli. Il suo film – ultimo capitolo di una trilogia sul tema della vendetta, che comprende Old Boy (gran premio della giuria a Cannes lo scorso anno) e Sympathy for Mr Vengeance (2002) – cita e non copia, ha elementi mistici e non li abbozza soltanto, è realistico e non verosimile. Protagonista della storia è la bella Geum-ja che, accusata di aver ucciso un ragazzo di vent’anni e per questo dipinta dai media come un mostro, arrestata e imprigionata per 13 anni, durante la detenzione ha pianificato una vendetta atroce contro chi l’ha ingannata e tradita. L’eliminazione di qualche lungaggine, soprattut38

The Brother Grimm

Proof

Park Chan wook

to nella seconda parte, e un alleggerimento della durata porterebbero questo film allo status di capolavoro. Così com’è, invece, diventa a tratti insostenibile a dispetto di una storia che parla senza giri di parole dell’animo umano. Il giorno seguente viene presentato uno tra i film più attesi della Mostra: The Brothers Grimm dell’ex Monty Python Terry Gilliam. Il film non suscita l’atteso entusiasmo e Monica Bellucci, che interpreta una piccola parte, lavora di fino per confermare tutta la sua inadeguatezza sullo schermo (non sono solo io a dirlo, è tutta la stampa e tutto il pubblico, uniti come mai prima). Comunque sia, l’uscita del film in Italia punterà su di lei, tanto da far decidere al distributore di reintitolarlo I fratelli Grimm e l’incantevole strega, malgrado la sua parte si riduca a una manciata di minuti. Cosa non funziona nel film di Gilliam? Forse il fatto che il regista ha permesso, dopo gli insuccessi commerciali di Brazil (1985) e The Adventures of Baron Munchausen (1988), alla produzione (la Miramax in uno degli ultimi film prodotti dai fratelli Weinstein, che stanno già lavorando con la loro nuova casa di produzione) di attenuare il suo potere immaginifico che è la sua principale caratteristica (vedere, per credere, Fear and Loathing in Las Vegas, 1998). Così il film appare annacquato per l’ansia di piacere a tutti e non sempre sembra un film di Terry Gilliam. Certo, non tutto è soffocato ma di sicuro non è all’altezza dei suoi film precedenti. Accolto meglio è Proof di John Madden, storia di un professore di matematica che scivola nella follia e della paura di sua figlia di fare la stessa fine, tratto da una pièce teatrale di successo di David Auburn e già interpretata da Gwyneth Paltrow a Londra. Accolto inizialmente con diffidenza come una variazione sul tema di Good Will Hunting (1997), episodio anomalo nella cinematografia di Gus Van Sant, in realtà il film parla di tutt’altro: di un complesso edipico, di rapporti irrisolti e di paura. Il film è bello, anche se penalizzato da una sceneggiatura che non sempre chiude le storie, lasciando irrisolte alcune situazioni. Anthony Hopkins fa Anthony Hopkins (anche se lo fa bene) e Gwyneth Palthrow è bravissima così come Jake Gyllenhaal, già interprete sensibile di Brokeback Mountain. Gabrielle di Patrice Chéreau, già autore del claustrofobico Son Frère (2003) e dell’insopportabile La reine Margot (1994) è liberamente tratto dal romanzo «The Return» di Joseph Conrad. Ambientato nei primi anni dello scorso 39


secolo, narra di una coppia di coniugi le cui differenze sostanziali parlano di lacerazione dell’animo umano. Lui è metodico, lei mondana, tanto amante della compagnia da organizzare incontri tra amici a casa loro ogni giovedì sera. La compagnia di cui si circondano pare essere un pretesto per evitare di doversi guardare negli occhi ammettendo forzatamente la loro estraneità l’uno all’altro. Quando lei scappa, lasciandogli un biglietto, in quanto innamorata di un altro uomo, per lui il mondo intero crolla. Film di impianto teatrale (i dialoghi sono più che altro monologhi) in cui la camera di Chéreau non si stacca mai dai protagonisti come a volerli attraversare per giungere alla loro anima. Alla fine Gabrielle tornerà, dopo un solo giorno di assenza, trasformando il marito in un mero testimone della vita al di fuori delle mura che li circonda. Non gli resterà altra scelta che scappare a sua volta. Martedì 6 è il giorno della tragedia: subito dopo, immaginate il trauma, l’imperfetto ma divertente Coffe and Cigarettes di John Turturro, musical scombinato e sboccatissimo dell’attore italo-americano, sullo schermo appare I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza, preannunciato come uno dei titoli più forti del cinema italiano alla Mostra. Non sarà così e il film verrà anche fischiato dal pubblico. Meglio il giorno dopo, che mette in programma due tra i film più attesi dal pubblico dei cinefili: Vers le sud di Laurent Cantet (amatissimo dopo le prove con L’emploi du temps, 2001, e Ressource Huimaines, 1999). Cantet si prende una pausa dai temi sociali trattati mirabilmente nei titoli appena citati e vola nella Repubblica Dominicana (che nel film dovrebbe essere la Haiti di Papa Doc Duvalier della fine degli anni ‘70) per raccontarci una storia, non troppo entusiasmante in verità, di tre turiste canadesi (Charlotte Rampling, Karen Young e Louise Portal) decise a trascorrere una vacanza tra sole, mare e giovani uomini indigeni. Essenzialmente turismo sessuale. Il film esplora le relazioni tra le tre donne e i giovani uomini per raccontare del rapporto esistente tra loro e con sé stesse. Sembra evidente cosa stiano cercando in quel luogo, ma apparirà presto chiaro che non tutto è veramente come appare in superficie.

Vers le sud

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Charlotte Rampling interpreta una donna che mantiene con il sesso un rapporto molto tranquillo: consapevole del fatto che invecchiando sarebbero scemate le possibilità di fare incontri piacevoli, ha sempre dato per scontato che avrebbe iniziato prima o poi a pagare gli uomini per il suo piacere. Il suo obiettivo è Legba (l’attore esordiente Ménothy Cesar, cui è stato attribuito il premio Marcello Mastroianni come migliore attore esordiente) un giovane innamorato di una sua amica di infanzia. Anche Brenda (Karen Young) intrattiene una relazione sessuale con il giovane, lo fa da tre anni ed è determinata a non lasciarlo ad altre. Sue (Louise Portal), consapevole che in altri posti non sarebbe trattata nello stesso modo, vive la situazione con molto realismo e finirà con l’essere solo un’osservatrice della tensione tra le altre due donne. In mezzo alla situazione, Legba appare molto diverso da quello che è in realtà: non tanto un giovane dai valori semplici bensì un uomo che vive un periodo tremendo sotto il potere oppressivo del dittatore Duvalier. Il problema del film risiede nel quanto questa storia possa interessare al pubblico, anche se va ammesso che il suo ricordo rimane così come rimangono le sue atmosfere plumbee, a dispetto dello splendido scenario marittimo.

I PREMIATI Tutti volevano un Leone d’oro per il film di George Clooney – che è bello ma non da Leone d’oro – che invece è andato a Brokeback Mountain di Ang Lee, anche molto bello ma anch’esso non da Leone d’oro. Pronostici ribaltati e Krysztof Zanussi, dato come favorito (dai pochi che l’hanno visto come me in una sala con non più di cento persone) fino a un certo punto, è stato completamente dimenticato. Eppure il suo film è bello, rigoroso nelle immagini e nella sceneggiatura. La coppa Volpi per la migliore interpretazione è andata a Giovanna Mezzogiorno ed ha il sapore più di un premio di incoraggiamento per una carriera (che, iniziata una decina di anni fa, promette di diventare importante) che di un riconoscimento alla sua prestazione nel film della Comencini. Il premio sarebbe andato più meritevolmente a Isabelle Huppert per Gabrielle di Patrice Chéreau, e difatti la giuria rimedia in extremis attribuendole un premio per il complesso della sua opera. Anche il riconoscimento al pur bravo David Strathairn, protagonista di Goodnight, and Good Luck ha più il sapore di un premio di consolazione per il film di George Clooney che, miracolosamente, mette d’accordo critica e pubblico non facendo perdere alla pellicola un’oncia del suo gradimento a distanza di giorni dalla sua proiezione e fino alla fine della mostra. Il premio alla carriera, si sapeva, è stato attribuito a Stefania Sandrelli e molti hanno storto il naso. Non

sarà l’attrice migliore al mondo ma è certamente innegabile che è riuscita ad attraversare quarantaquattro anni di cinema italiano e non (ha debuttato a 15 anni ne Il federale di Luciano Salce, 1961) con la sua aria vagamente disincantata che le garantisce di attraversare qualsiasi ruolo senza rimanerne bruciata. Quarantaquattro anni di carriera durante i quali, ed è un caso unico per un’italiana, ha lavorato con il meglio del cinema: Pietro Germi, Antonio Pietrangeli (nel capolavoro Io la conoscevo bene del 1965), Bernardo Bertolucci (Partner, 1968, Novecento, 1976, e quindi Stealing Beauty, 1996), Scola, riuscendo persino a non farsi macchiare dai brutti film girati immediatamente dopo il successo de La chiave di Tinto Brass (1983), titoli come Una donna allo specchio, L’attenzione, D’Annunzio e l’invedibile Mamma Ebe, tanto per citarne alcuni. E rimanendo persino un’icona strettamente cinematografica anche ora che da tempo si dedica sempre più spesso alla televisione. Quante altre attrici italiane hanno attraversato quarant’anni di cinema italiano, più di cento i film girati, riuscendo a essere richiesta anche all’avvicinarsi dei sessant’anni? Praticamente solo lei. Meritato quindi il premio. Mary Premio speciale della giiuria East of Paradise Premio orizzonti Pervye Na Lune Premio Orizzonti Doc Good Night, and Good Luck Premio Osella per la migliore scheneggiatura 41


BROKEBACK MOUNTAIN USA, 2005 Regia Ang Lee Persona non grata

Il regista polacco Krzysztof Zanussi porta alla mostra Persona non grata, storia di Wictor, ambasciatore polacco in Uruguay che, in seguito alla morte della moglie, vive con estrema circospezione le persone che gravitano intorno a lui nell’ambasciata. Da un lato si chiede quanto possa valere la pena di portare avanti la sua esistenza, ormai privata dei principi che l’avevano visto, giovane, opporsi al regime comunista del suo Paese, dall’altra è preda di sospetti su alcune persone che lo circondano mentre è lui stesso a sentirsi stretto nel ruolo di rappresentante di un sistema nel quale non riesce più a riconoscersi. Alla fine il verdetto sarà chiaro: è diventato una «persona non grata». Il film si basa su una sceneggiatura di grande rigore, senza sbavature, e i dialoghi riescono mirabilmente a mettere a fuoco i personaggi senza eccessive didascalie e la discesa nel dubbio del protagonista. L’attore polacco Zbigniew Zapasiewich, nel ruolo di Wiktor, offre una prova di eccezionale misura vista la difficoltà del ruolo e non gli è da meno Nikita Mikhalkov, attore e regista di Urga, 1991, e Oci Ciornie, 1987, per citarne due. Nel film appaiono anche Remo Girone e sua moglie Victoria Zinny, quota italiana di una co-produzione che, oltre alla Polonia, comprende anche Italia e Russia. Film bellissimo che, a mio modesto parere, avrebbe meritato il Leone d’oro e che non andrebbe perso alla sua uscita nelle sale. Concludiamo con Mary, l’attesissimo film di Abel Ferrara (l’originale autore di film come The Funeral, 1996, Bad Lieutenant, 1992, e del non troppo riuscito New Rose Hotel, 1998) in cui un regista di cinema indipendente, Tony Childress (un ben ritrovato Matthew Modine), si attribuisce il ruolo di Gesù nel film «This Is My Blood» affidando il ruolo della Madonna a Marie Palesi (Juliette Binoche). Alla fine della lavorazione, Marie non riuscirà ad accettare l’idea di tornare alla sua vita newyorkese e deciderà di intraprendere un suo viaggio spirituale che la porterà a Gersusalemme. Intanto, di ritorno a New York, Tony incontra Ted (Forest Whitaker), conduttore una trasmissione televisiva di approfondimento sulla figura di Gesù che ospita personalità illustri come Jean-Yves-Leloup, traduttrice francese del vangelo di Maria Maddalena, Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ed un prete non vincolato dal pensiero ufficiale del Vaticano. Abel Ferrara dirige il suo film con atteggiamento laico (ne sono testimonianza il linguaggio crudo e la blasfemia) evitando ogni facile soluzione a una storia complessa e densa di citazioni, anche visive. 42

Soggetto dall’omonimo racconto di Annie Proulx (pubblicato in italia nel 1999, con il titolo «Gente del Wyoming» da Baldini&Castoldi)

La trama Signal, Wyoming, 1963: Ennis Del Mar e Jack Twist si incontrano fuori dal locale ufficio di collocamento. Sceneggiatura Sono mandriani per necesLarry McMurtry, Diana Ossana sità e accettano l’offerta di Musiche Dylan Tichenor, Gustavo Joe Aguirre di trasferirsi sul Santaolalla monte che dà il nome al film per accudire un gregge di Fotografia Rodrigo Prieto pecore. Entrambi hanno biMontaggio sogno di denaro: Ennis per Geraldine Peroni, Dylan Tichenor sposarsi e Jack per continuare ad essere indipendente Interpreti principali dal padre e esibirsi nei roHeath Ledger, Jake Gyllenhaal, deo locali. Sulla montagna, Michelle Williams, Anne Hathaway isolati, sviluppano prima un Durata 134’ rapporto di cameratismo, poi un’intimità fatta di poProduzione Focus Features, River che parole e quindi una vera Road Entertainment e propria passione, di cui si Leone d’oro accorgeranno con chiarezza al momento della separazione alla fine dell’estate. Dopo essersi sposati entrambi ed essere diventati padri, si rincontrano su richiesta di Jack e non tardano a capire che il tempo non ha affievolito il loro sentimento, bensì lo ha rafforzato. Sarà

l’inizio di un rapporto tormentato che durerà un ventennio. Il film Tratto da un racconto breve della scrittrice E. Annie Proulx, premio Pulitzer nel 1994 per «The Shipping News», Brokeback Mountain narra di un amore lungo vent’anni che cerca di farsi strada tra pregiudizi e convenzioni, primi tra tutti quelli di Ennis Del Mar, restio ad abbandonarsi ai suoi stessi sentimenti, incapace di cedere a un amore che accetterà pienamente solo quando non ci sarà più la possibilità di viverlo. Simile nell’assunto a Maurice di E.M. Foster (da cui James Ivory ha tratto l’omonimo film del 1987), pur ambientato in luoghi e secoli diversi, Brokeback Mountain, ha come scenario le meravigliose montagne del Wyoming e narra di un amore cui nessuno dei due personaggi riesce a sottrarsi. Ang Lee è bravo nel mettere in scena una storia romantica nel modo più classico senza cedere ad alcun luogo comune. Alla fine della proiezione, occhi lucidi per tutti.

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IL CINEMA ITALIANO ALLA MOSTRA

È quello che, abitualmente, ha tutti i riflettori della stampa puntati addosso, con il grosso rischio che si creino aspettative eccessive, puntualmente deluse in sala. Quest’anno, poi, è stata un’ecatombe: tutti, o quasi, i film italiani sono stati fischiati dal pubblico, se non proprio all’unanimità, poco ci manca. Musikanten di Franco Battiato (già regista due anni fa del mediocre Perdutoamor) in primis. Il film, sconclusionato e pretenzioso, non è stato amato da nessuno. L’idea sarebbe quella di raccontare storie di uomini straordinari: Antonio Rezza, cito dal catalogo ufficiale, su sedia a rotelle si fa trascinare di qua e di là per non sentirsi né lì ne qua, mentre nel secondo episodio siamo nell’ottocento, con Ludwig Van Beethoven, interpretato dal regista Alejandro Jodorowsky, alle prese con la sua crescente sordità, e con la sua abitudine di comporre pancia a terra su un pianoforte senza gambe. Senza collocazione spazio-temporale, il musicista viene rappresentato in alcune delle sue più o meno note manifestazioni di estrosa genialità, di rigore e sacrificio, di immensa capacità di cogliere la voce di Dio che si esprime attraverso la musica. Peccato che il film non riesca a dare forma alle sue, interessanti, ambizioni e risulti solo un pasticcio. Dello stesso tenore I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza, un regista che in passato ha diretto film di maggior valore come Jona che visse nella balena (1993), Mio caro dottor Gräsler (1991), Copkiller (1983) e i misconosciuti Si salvi chi vuole (1980) e Forza Italia!. La storia di Olga che, abbandonata dal marito, scivola in un gorgo di ossessioni e autodistruzione, non ha appassionato nessuno. La colpa? In parte di una sceneggiatura che non ci risparmia frasi come Non posso soffiare via il passato come fosse un brutto insetto che si è posato sulla mia mano e molto a causa del suo aspetto. Già, perché se è vero che molti ritengono che il cinema italiano sia morto, questa è pura fiction (già, perché nemmeno la lingua italiana se la passa troppo bene, ultimamente) televisiva, pronta per essere passata in due puntate su Raiuno. Faenza parla di franchi tiratori presenti nelle sale per fischiare il cinema italiano, ma non è così. Come si spiegherebbero allora gli applausi più convinti a La bestia nel cuore di Cristina Comencini da parte dello stesso, identico, pubblico? Il problema è che la televisione, questa televisione, pare avere modificato il gusto dei registi più giovani e piegato gli autori più noti al suo modo di rappresentare le storie. E quindi si parla di linguaggi diversi. Il pubblico di un festival si aspetta di vedere cinema, non prodotti televisivi e quando se ne trova davanti uno, fischia non a torto. Oltretutto il cinema italiano pare basarsi unicamente sul melodramma, I giorni dell’abbandono come a voler interessare un pubblico che si ritiene degno solo di orgogli o elise di rivombrosa. Alla mostra era presente anche quest’anno un tabellone, geLo spazio «ridateci i soldi» stito da Gianni Ippoliti, su cui affiggere i propri commenti sui film proiettati. Se più della metà dei commenti – tutti negativi visto che l’area si chiama Ridateci i soldi ed è patrocinata dal Codacons – riguarda proprio i film di Faenza e Battiato, forse i registi potrebbero farsi un esamino di coscienza ed evitare di parlare di franchi tiratori. Del resto come mai questi presunti tiratori non si sarebbero accaniti contro i film della Comencini e di Avati? Stanchezza? Lasciamo la mania del complotto a certi politici, che ne fanno già un uso smodato. Del film 44

La bestia nel cuore

di Faenza si è discusso anche per il mancato premio all’interpretazione di Margherita Buy che, pur brava, non riesce a creare empatia con lo spettatore quanto invece Angela Finocchiaro in un secondo ruolo. Alla fine de I giorni dell’abbandono si è discusso più sull’identità dell’autore o autrice del libro da cui il film è tratto e che si nasconde dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante. L’ipotesi che sia Domenico Starnone pare essere stata defintivamente smentita. La bestia nel cuore, che Cristina Comencini, figlia di Luigi e già regista di Zoo (1989), I divertimenti della vita privata (1992) e Il più bel giorno della mia vita (2002), per citarne tre, ha tratto dal suo libro omonimo, è invece stato accolto con maggior favore. Il suo pregio è il rigore nel raccontare una storia non facile di abusi in famiglia. La storia di Sabina che, sconvolta da un incubo ricorrente durante la sua La seconda nozze di nozze gravidanza, cerca di ricostruire il passato della sua famiglia facendoselo raccontare dal fratello Daniele, emigrato negli Stati Uniti, è piaciuta senz’altro di più. La regista ha probabilmente fatto bene a tagliare in montaggio in extremis alcune scene che, sulla carta, avrebbero potuto sovraccaricare il tono drammatico senza che ce ne fosse bisogno. Pupi Avati chiude il concorso con La seconda notte di nozze in cui mescola un cast di enorme culto comprendente Katia Ricciarelli, Angela Luce, Tony Santagata e la grande caratterista Marisa Merlini. La storia vede Giordano, un omone dalla barba ispida, sminare i campi della sua Puglia nell’immediato dopoguerra. Quando viene a sapere che Liliana, suo amore dell’adolescenza e in seguito sua cognata, è rimasta vedova, la invita nella sua masseria scatanenando le ire della famiglia. Commuovendo e divertendo, il film conferma Pupi Avati grande narratore di piccole-grandi storie nonché grande direttore di attori, giacché nessun altro sarebbe riuscito a tirare fuori così tanto da un cast così eterogeneo, in cui si distinguono un bravissimo Antonio Albanese e il sempre più bravo Neri Marcorè. Dalle critiche di pochezza cinematografica non si salva neppure il film Texas dell’esordiente Fausto Paravidino, che qui giunge preannunciato dalla sua fama di giovane autore teatrale tra i più considerati. Il film, giova dirlo subito, è non poco deludente. Lo spunto è interessante: la provincia di Alessandria (per precisione la cittadina di Ovada) rappresentata come il Texas, un non luogo dove si mangia cibo spazzatura, dove si beve molto e dove le giornate passano sempre uguali, tra aspirazioni mancate e un quotidiano non particolarmente stimolante. Ma nel film non c’è nulla di più: né la storia, risaputa e fin troppo vista nel cinema italiano più recente, né la regia, senza personalità, né le interpretazioni, troppo teatrali. Niente altro. E non basta un montaggio frenetico a tappare le falle di una sceneggiatura non particolarmente brillante. Il teatro è teatro e il cinema è cinema. Un’ovvietà? Qualcuno lo ricordi al regista. Alla fine di tutte le ambizioni registiche rimane solo un sotto-Muccino (e già qui...), l’ennesimo ritratto di una generazione in crisi, appesantito da interpretazioni troppo teatrali. Il regista arriva preceduto dalla fama di autore/attore teatrale di talento ma il cinema e il teatro sono mezzi espressivi diversi e confonderli non porta a grandi risultati.

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VENEZIA 62 FUORI CONCORSO

ALL THE INVISIBLE CHILDREN Italia, 2005

Film in sette episodi diretti da altrettanti registi in rappresentanza di altrettante nazioni che tratta il tema della difesa dei diritti dei bambini raccontandone le storie di disagio. I proventi del film verranno raccolti nel fondo che porta lo stesso nome del film e gestito da UNICEF, dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e daé World Food Programme. Nel primo episodio, diretto da Mehdi Charef, sette giovanissimi combattenti per la libertà, pesantemente armati, pattugliano il territorio in cerca del nemico. Nel secondo, Emir Kusturica racconta la storia di Uros, che trova il modo per rientrare nel riformatorio da cui è appena stato rilasciato, perché la sua vita lì è migliore che con la sua famiglia. Spike Lee racconta di Bianca, una bambina di Brooklyn, e della sua coperta di essere sieropositiva dalla nascita. Nel’episodio di Katia Lund (co-autrice con Fernando Meirelles di Cidade de deus del 2002) si racconta di una giornata di Bilu e Joao, che raccolgono con un pesante carretto rifiuti nelle strade di San Paolo per poi portarli a un centro di raccolta in cambio di pochi soldi. Jordan Scott e

Ridley Scott realizzano un episodio in cui un fotoreporter traumatizzato deve tornare alal sua infanzia per ritrovare il senso della vita. L’episodio italiano, diretto da Stefano Veneruso, racconta di Ciro, giovane napoletano dedito al furto. John Woo mette a confronto due bambine che vivono vite opposte: una è ricca ma trascurata in famiglia, l’altra è orfana e ambisce a poter studiare. A unirle una bambola gettata dal finestrino dell’auto dalla prima e raccolta dalla seconda mentre è per le strade a vendere fiori. Ogni regista racconta il suo punto di vista sul tema utilizzando il suo linguaggio cinematografico personale e il risultato è di grande effetto, soprattutto negli episodi di Emir Kusturica, che non esita a mostrare la vita del riformatorio come più sana rispetto a quella in famiglia per il protagonista, di Spike Lee, con il suo impietoso e lucido ritratto di una situazione drammatica e delle reazioni di paura che suscita all’esterno, di Katia Lund, che si pone nel ruolo di testimone di una vicenda di estrema povertà ma anche di inventiva e desiderio di cambiamento (i bambini che trasformano i rifiuti in oggetti di gioco), e quello di John Woo. Di tono decisamente minore gli episodi di Ridley Scott e quello di Stefano Veneruso, entrambi fischiati.

CORPSE BRIDE La sposa cadavere, USA, 2005

Un villaggio europeo nel XIX secolo: Victor sta per sposarsi quando, deluso Regia Mike Johnson, Tim Burton dalle prove del matrimoSceneggiatura nio, lancia la fede nuziale su Caroline Thompson, quello che pensa essere una Pamela Pettler, John August radice secca che affiora dal terreno e che è invece il dito Musiche Danny Elfman di una morta, che da quel Fotografia Pete Kozachik momento si sentirà promessa a lui trascinandolo nel suo Montaggio mondo. Chris Lebenzon, Jonathon Lucas Girato in «stop motion», osProduzione Warner Bros. sia con i modelli ripresi fotogramma dopo fotogramDurata 75’ ma, Corpse Bride trae ispirazione da una fiaba tradizionale ebreo-russa del XIX secolo che si ispira a una pratica antisemita che vedeva i matrimoni ebrei rovinati e la sposa rapita e quindi seppellita nel suo abito nuziale. Tim Burton e il co-regista Mike Johnson portano il loro protagonista a compiere il viaggio tra il regno dei morti e quello dei vivi, e ritorno, mostrando come gli stessi possano, in fondo, coabitare. Il protagonista ha

le fattezze dell’attore Johnny Depp, che gli presta la voce nella versione originale. Le altre voci sono quelle di Helena Bonham-Carter, Emily Watson, Albert Finney, Cristopher Lee e Richard E. Grant. Dichiarazione del regista Dopo Nightmare Before Christmas stavo cercando un altro soggetto da realizzare in stop motion, una tecnica che mi piace molto. Un mio amico mi diede un brece racconto, un paio di paragrafi, di una vecchia fiaba popolare che mi ha subito colpito e mi è sembrata perfetta per questo tipo di animazione. È una forma d’arte veramente speciale, l’unione tra il mezzo e il materiale. E in questo caso c’erano tutte le premesse per un buon matrimonio. L’animazione stop motion mi piace in particolare perché è così tangibile. I pupazzi di Corpse Bride sono fatti con una cura particolare, è meraviglioso riuscire a toccare e muovere i personaggi e vedere che il loro mondo esiste veramente. È come girare un film d’azione con attori reali.

Spike Lee

John Woo

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GIORNATE DEGLI AUTORI

ELIZABETHTOWN USA, 2005

Sbagliando il modello di una scarpa per giovani, Drew fa perdere sei miliardi di dollaRegia e sceneggiatura ri all’azienda per cui lavora e Cameron Crowe sente che la sua vita è finita. Musiche Nancy Wilson Proprio mentre è intento a studiare come suicidarsi, gli Fotografia John Toll giunge notizia della morte Montaggio David Moritz del padre. Sarà lui a doversi recare a Elizabethtown, Produzione Paramount Pictures nel Kentucky, città di cui il Interpreti principali padre era originario e dove Orlando Bloom, Kirsten Dunst, si trovava in visita al moSusan Sarandon, Judy Greer, mento della sua morte. Lì Jessica Biel, Alec Baldwin entrerà in contatto con una famiglia chiassosa e calorosa Durata 133’ e, durante il viaggio, farà la conoscenza di una hostess decisa ad aiutarlo nel difficile compito di ritrovare la sua strada. Questa è una commedia, una commedia sentimentale, che racconta di come la strada per ritrovare sé stessi possa essere molto distante da dove la si cerca. È una commedia riuscita, una delle poche negli ultimi anni, diretta da un regista al quale ci si accosta con enorme diffidenza dopo il massacro operato con Vanilla Sky (2001), misero rifacimento di Abre los ojos (1997) di Alejandro Amenabár. Qui Crowe mescola gli elementi della commedia classica, citando a man bassa Billy Wilder e

William Wyler non senza rispetto, giungendo a un risultato se non originale comunque di classe e ben sorretto dalla sceneggiatura. Il viaggio finale di ritorno verso casa è un momento quasi a sé e costituisce un segmento di road movie tra i più divertenti e commoventi. Da non perdere l’apparizione di Susan Sarandon alla cerimonia post funerale del marito, una prova d’attore di grande maestria. Non un capolavoro ma certo un film godibile.

Sezione autonoma e autogestita come la Quinzaine des Réalisateurs di Cannes o il Forum des Jungen Films di Berlino, è promossa dall’ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici) e dagli autori dell’API (Autori Produttori Indipendenti). Le giornate degli autori sono giunte alla seconda edizione dopo il notevole successo dello scorso anno, dettato dall’originalità e dalla qualità delle opere presentate, che non di rado entrano poi a fare parte delle selezioni di festival importanti come quelli di Toronto o Rotterdam. La sezione, che presenta 12 film unitamente a eventi speciali o omaggi, ha lo scopo di creare all’interno della Mostra uno spazio dove sia possibile sperimentare nuovi linguaggi contro l’omologazione del gusto. Direttore è Giorgio Gosetti, già vicedirettore della Mostra del Cinema gestione Gillo Pontecorvo (1992-1996), direttore di Italia Cinema e poi di Audiovisual Industry Promotion, direttore del Courmayeur Noir in Festival, giornalista dell’Ansa. Con Giorgio Gosetti collaborano professionisti del settore, esperti internazionali, giovani allievi della laurea specialistica del Dams dell’Università di Bologna. Quelle che seguono sono alcune tra le opere presentate quest’anno.

Crazy

«Le petit Lieutenant» ha ricevuto il premio Label Europa Cinemas «13 (Tzameti)», vincitore del Premio Netpac

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13 (TZAMETI) Francia/Georgia, 2005 Regia e sceneggiatura Gela Babluani Fotografia Tariel Meliava Produzione Les films de la Strada, Quasar Pictures, Solimane Productions, MK2 Interpreti principali George Babluani, Philippe Passon, Pascal Bongard, Vania Villers, Fred Ulysse Durata 86’

La trama Il giovane Sébastian ha deciso di seguire le istruzioni per un «colpo» destinate a qualcun altro, senza sapere dove lo porteranno. Un‘altra cosa che non sa è che Gérard Dorez, un ambiguo poliziotto, lo sta pedinando. Quando giunge a destinazione, Sébastien precipita in un mondo degenerato e clandestino, nascosto da porte dietro le quali alcuni uomini scommettono sulla vita di altri uomini...

Il film Un film che, come tanti nel periodo del neorealismo, si basa sulle facce. Qui c’è quella, straordinaria, del giovane protagonista, immigrato russo in Francia che, durante i lavori di aggiustatura di un tetto, viene a conoscenza di un «colpo» che sembrerebbe promettere una fortuna quantomeno provvidenziale per lui, sua madre e suo fratello. E‘ una faccia che non tarderà a tradire il terrore per la situazione in cui precipita senza alcuna protezione. Si tratta di un film noir, nella tradizione di Jean-Pierre

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Melville, dalla tensione che non lascia respiro e dalla fotografia, in bianco e nero, scabra e nel contempo bellissima. Il regista Gela Babluani è nato a Tblisi in Georgia 26 anni fa. Il padre, il regista Temur Babluani, lo mandò, così come i suoi tre fratelli, a studiare in Francia, dove Gela non tardò ad interessarsi da par suo al cinema di cui già amava le opere mute e in bianco e nero del cinema sovietico. Diplomatosi, gira il suo primo cortometraggio, A Fleur de Peau, nel 2002. 13 (Tzameti) è il suo primo lungometraggio. Dichiarazione del regista Mi tornano spesso in mente gli stessi ricordi d’infanzia: immagini fisse come raggi di luce che tagliano il buio. Queste immagini sono sempre vagamente presenti. Mi piacerebbe comprendere i fenomeni del sonno attraverso un viaggio iniziatico in un mondo chiuso, nel luogo in cui traiettorie e interessi diversi si intersecano, lì dove l’unica via d’uscita sta in un freddo istinto di sopravvivenza. Per dare sostanza alla storia, mi piace inseguire i personaggi con la cinepresa nell’esecuzione meccanica di ruoli non scritti e, attraverso la direzione precisa degli attori, rivelarne la complessità e l’individualità. Usando inquadrature larghe e luci direzionali per rendere il passaggio dall’ombra alla lucentezza più forte, cerco di trovare il tono giusto per il film e preparare l’ultimo gradino del processo creativo: il montaggio.

ATTENTE Francia/Palestina, 2005

La trama Prima di lasciare la Palestina per trasferirsi all’estero, il Regia Rashid Masharawi regista Ahmad accetta un ulSceneggiatura timo incarico: la realizzazioRashid Masharawi, Oscar Kronop ne di alcuni provini all’estero per attori da scritturare Musiche RegMusic Factory, per il nuovo teatro nazionale Ralph El Khoury & Elie Barbar palestinese. In viaggio con Fotografia Jacques Besse la giornalista disoccupata Bissan e con il cameraman Montaggio Jacques Witta «Lumière», si mette in cerca Produzione Silkroad Production di talenti nei campi profughi di Giordania, Siria e Libano. Interpreti principali La richiesta del regista agli Areen Omari, Mohmaud Massad, aspiranti attori è quella di Yousset Baroud mettere in scena il sentimento che meglio conoscono, quello dell’attesa. Realizzerà presto che il destino dei rifugiati non è in nulla diverso dal suo, stufo delle insormontabili difficoltà che incontra nel suo Paese. Il film A Gaza si sta costruendo, con i fondi dell’Unione Europea, il teatro nazionale palestinese. Un grande Paese ha bisogno di un grande teatro dice il progettista all’inizio. Un grande teatro avrebbe bisogno di un Paese ribatte correttamente Ahmad, regista chiamato ad effettuare dei provini tra

i profughi palestines i in Giordania, Siria e Libano. A tutti coloro che si presentano ai provini, un popolo che non fa altro che aspettare da anni, viene chiesto di simulare una situazione di attesa. Alcuni saranno molto divertenti, altri si presenteranno solo con la speranza di passare il provino e poter quindi fare ritorno alla terra da cui sono dovuti fuggire per poter rivedere i loro cari. Un film importante sul martirio dell’attesa di qualcosa che potrebbe non arrivare mai e sulla speranza che fa sì che la gente non smetta di credere. Una messa in scena, quella della vita in Palestina, di cui non si sa chi sia il regista. Il regista Rashid Masharawi è nato nella striscia di Gaza nel 1962. Il suo primo film Curfew (1993) è stato presentato alla «Semaine de la Critique» di Cannes. Due anni dopo, sempre a Cannes, il suo secondo film, Haifa, partecipa alla sezione «Un Certain Regard». Nel 2002, Ticket to Jerusalem ottiene una menzione speciale al Festival International du Film d‘Amiens. L’ultimo, Arafat my brother (2005), è stato presentato all’ultimo festival di Rottedam. Dichiarazione del regista Noi palestinesi abbiamo la sensazione di non avere in mano il nostro destino. La speranza che una soluzione sia stata trovata è costante ma poi la speranza scema e noi ricom inciamo ad attendere. L’attesa è diventata una parte integrante delle nostre vite, è la radice del nostro essere. L’attente è stato girato in alcuni tra i diversi campi per rifugiati palestinesi che costituiscono la mappa umana del Paese. Oggi ci sono circa quattro milioni di rifugiati palestinesi discendenti dalle 800’000 persone che sono scappate o furono deportate tra il 1948 e il 1950. 51


C.R.A.Z.Y. Canada, 2005

Le vite straordinarie di gente normale in cerca d’amore e felicità. È la storia di due Regia Jean-Marc Vallée intrecci amorosi. L’amore di Sceneggiatura un padre per i suoi cinque Jean-Marc Vallée, François Boulay figli. E l’amore di un figlio per suo padre, un amore Fotografia Pierre Mignot così forte che lo costringe a Montaggio Paul Jutras mentire. Questo figlio è Zac BeauProduzione Cirrus Production Inc., lieu, nato il 25 dicembre C.R.A.Z.Y. Films 1960, diverso da tutti i suoi Interpreti principali fratelli, che vive nel tentatiMichel Côté, Marc-André vo disperato di essere come Grondin, Danielle Proulx, loro. Nei vent’anni che seÉmile Vallée, Maxime Tremblay, guono, la vita porta Zac in Pierre-Luc Brillant, Alex Gravel, un viaggio sorprendente ed Félix-Antoine Despatie inaspettato che lo conduce ad accettare la sua vera naDurata 125’ tura e, cosa ancora più importante, porta suo padre ad amarlo per ciò che egli realmente è. C.R.A.Z.Y. (il titolo è composto dalle iniziali dei nomi dei cinque figli) è un film a tratti esilarante e grandiosamente immaginativo. Brevi sequenze di sogno sono utilizzate con grande perizia contrapposte alle rappresentazioni semplici e crude della vita quotidiana e della sessualità adolescenziale, quella di Zac, mai facile e mai raccontata in maniera scontata. Vent’anni della vita di un ragazzo non comune, e di riflesso della sua famiglia: dalla nascita il 25 dicembre, cosa che porta sua madre ad attribuirgli poteri guaritivi in realtà inesistenti, alla crescita, con le prime esplorazioni della sessualità, alla maturità faticosamente raggiunta. La musica e le icone musicali legate all’era del «Glam rock» sono parte integrante di C.R.A.Z.Y. Come non amare un film in cui scena mostra in chiesa preti e credenti che cantano «Sympathy for the Devil» dei Rolling Sotnes con tanto di coro gospel? 52

Il regista Jean-Marc Vallée è originario di Montréal, dove ha studiato cinema all’Ahuntsic Collège e alla locale università. I suoi cortometraggi «Les Fleurs Magiques» (1995) e «Les Mots Magiques» (1998) hanno ttenuto l’attenzione della critica e premi a diversi festival. Liste noir (1995), il suo primo lungometraggio, ha ottenuto un grande successo di pubblico e nove candidature ai premi canadesi Genie. Il secondo, Los Locos (1998) è un western realizzato negli Stati Uniti. Nel 1998 ha diretto due episodi della serie TV «The secret Adventures of Jules Verne». Dichiarazione del regista A prescindere dal tipo di film che faccio, il mio approccio cinematografico è sempre lo stesso: raccontare una storia con il desiderio di creare il migliore spettacolo possibile. Questa idea di spettacolo è molto importante per me. Come tutti gli spettatori, mi piace fare un tuffo nel vortice della suspense; mi piace quando il ritmo si spezza per essere ripreso e poi accelerato; mi piace essere colto di sorpresa, toccato, imbrogliato, e provocato; scoprire nuovi universi, sognare, ridere, piangere, o tutte e due le cose insieme; mi piace, infine, uscire dal cinema con la piacevole sensazione di vivere la vita al massimo, di morderla con forza, di prendere l’iniziativa, perché ho appena scoperto, guardando il film, quella piccola scintilla di chiarezza che permette di vedere la vita come dovrebbe apparire sempre: bella.

ELIO PETRI. APPUNTI SU UN AUTORE Italia, 2005

La carriera cinematografica di Elio Petri, il grande regista scomparso nel 1982 e autore di opere come La proprietà Regia e soggetto non è più un furto (1973), La Federico Bacci, Stefano Leone, classe operaia va in paradiNicola Guarneri so (1971) e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni Musiche Simone Soldani sospetto (1970), narrata atMontaggio Paola Freddi traverso le interviste ai collaboratori e all’autore stesso. Produzione Testimonianze di: Robert Associazione indagine, BIM Altman, Ursula Andress, Durata 70’ Bernardo Bertolucci, Florinda Bolkan, Flavio In collaborazione con la Bucci, Lino Capolicchio, 62. Mostra Internazionale Marina Cicogna, Dante d‘Arte Cinematografica Ferretti, Gianni Fucci, Antonio Ghirelli, Giancarlo Giannini, Jean Gili, Marco Giusti, Tonino Guerra, Luigi Kuweiller, Carlo Lizzani, Enrico Lucherini, Francesco Maselli, Mariangela Melato, Giuliano Montaldo, Ennio Morricone, Franco Nero, Paola Pascolini, Berto Pelosso, Gillo Pontecorvo, Vanessa Redgrave, Marco Risi, Aggeo Savioli, Furio Scarpelli. Un omaggio doveroso a un maestro del cinema italiano. ... e di «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto»

Elio Petri sul set di «La classe operaia va in paradiso»...

Che avrebbe detto il capoccione di questo o di quello? «Capoccione» era il soprannome che a Elio era stato dato da Marcello e Ruggero Mastroianni. Solo verso la fine della lavorazione mi sono ricordata di quello che aveva detto in un’intervista sui documentari: che proprio non gli piacevano per niente. Per questo, forse, non aveva mai voluto farmi vedere quelli che aveva fatto da giovane. Così ogni volta che i problemi della lavorazione si accumulavano e finivano per sovrastarmi, pensavo che fosse lui a dirmi che questo documentario non s’aveva da fare. E invece... Paola Petri

I registi Federico Bacci Federico Bacci è nato a Livorno. Risiede a Firenze da alcuni anni dove lavora come freelance nel campo del video. Nel 2003 ha scritto con Edoardo Gabbriellini e Lorenzo Tripodi soggetto e sceneggiatura del film B.B. e il cormorano, che ha partecipato alla Semaine de la Critique al Festival di Cannes. Nicola Guarneri Nicola Guarneri è nato in Toscana. Light designer per il teatro e la danza, inizia a lavorare per il cinema verso la fine degli anni Novanta. Nel 2000 si trasferisce a New York dove tuttora lavora come capo elettricista, nell‘ambiente produttivo del cinema indipendente. Stefano Leone Stefano Leone è nato a Pietrasanta, in Versilia. Nel 1995 parte per gli Stati Uniti, per seguire la sua passione musicale e cinematografica. Nel 2000 fonda il progetto UrbanSkin e partecipa all‘organizzazione della retrospettiva su Elio Petri al MOMA. Dichiarazione dei registi La domanda iniziale che ci ha mosso è stata: perché i film di Petri sono irreperibili? Perché questo autore, che ha sapientemente rappresentato la condizione dell‘uomo a cavallo tra gli anni e la fine degli anni Settanta, cui non sono stati risparmiati premi ed elogi – ma anche critiche e infamie – pare sparito da quella memoria collettiva, impalpabilmente ovvia, che è diventato il cinema italiano

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GIACOMO L‘IDEALISTA Italia, 1943

LE PETIT LIEUTENANT Francia, 2005

Regia Alberto Lattuada Sceneggiatura Emilio Cecchi, Aldo Buzzi, Alberto Lattuada dal romanzo omonimo di Emilio De Marchi Musiche Felice Lattuada Fotografia Carlo Nebiolo Montaggio Mario Bonotti Produzione Carlo Ponti per Artisti Tecnici Associati La trama Un giovane professore caduto in miseria a causa del fallimento di un’azienda gestita male dal padre, viene accolto presso alcuni nobili che Omaggio a Alberto Lattuada. gli offrono un lavoro. Nel In collaborazione con la castello dei signorotti vive 20. Settimana Internazionale anche la sua fidanzata che, della Critica essendo stata violentata dal figlio dei nobili, viene allontanata dalla madre del violentatore per tacitare lo scandalo. La ragazza poco dopo cerca di ritornare al paese per riunirsi al suo innamorato, ma sulla strada del ritorno la sorprende una bufera di neve. Giungerà priva di forze e morirà tra le braccia dell‘amato. Interpreti principali Massimo Serato, Marina Berti, Andrea Checchi, Giulio Tempesti, Giacinto Molteni, Tina Lattanzi, Domenico Viglione Borghese

Il film Fortunatamente non c’è solo The Fine Art of Love – Mine Ha Ha di John Irvin a ricordare a Venezia l’appena scomparso (luglio 2005) Alberto Lattuada (lì autore del soggetto, inedito, di un film che invece pare un omaggio a David Hamilton e al suo Bilitis del 1977, con le sue ninfette vestite prevalentemente di veli e riprese fuori fuoco) bensì anche questo suo, primo, film del 1943, tratto dall’omonimo romanzo (1887) di Emilio De Marchi e sce54

neggiato dal regista con Emilio Cecchi e Aldo Buzzi. Questa prima opera del regista milanese mostra già il suo pensiero antiborghese e polemico nei confronti della chiesa, una regia colta e raffinata nonché un interesse per la psicologia femminile che sarà sempre visibile nella sua opera. L‘esistenza del film ha, in sé, del miracoloso: fu messo infatti insieme nonostante le difficoltà della guerra in corso, la censura fascista e la relativa inesperienza della troupe. La carriera di Lattuada, fino a quel momento, includeva una prova da cosceneggiatore e aiuto regista di Piccolo mondo antico (Soldati 1941), ed egli si rivolse infatti a molti suoi colleghi di quello stesso lungometraggio per Giacomo, ivi inclusi lo sceneggiatore Emilio Cecchi, il produttore Carlo Ponti, l’operatore Carlo Nebiolo (promosso a direttore della fotografia) e l’attore Massimo Serato. Il film offrì inoltre il primo ruolo importante alla ex modella Marina Berti. Alberto Lattuada, autore di una quarantina di film e di quasi altrettante sceneggiature, è un regista spesso citato, a torto, più per le scoperte femminili nel suo cinema degli anni ’70 che per la sua intera opera. Cinemino intende dedicargli un ritratto in uno dei suoi prossimi numeri.

Antoine si diploma all’accademia di polizia e si trasferisce a Parigi con l’intento Regia Xavier Beauvois di dare il suo contributo Sceneggiatura alla lotta contro il crimine. Xavier Beauvois, Guillaume Il capitano Vaudieu (NaBreaud, Jean-Eric Troubat thalie Baye) lo prende sotto la sua protezione. Antoine Fotografia Caroline Champetier si ambienta facilmente nelMontaggio Martine Giordano la squadra di detective. Poi una tragedia sopraggiunge Produzione Why Not Productions e Vaudieu deve combattere Interpreti principali i ricordi che era solita affoNathalie Baye, Jalil Lespert, gare nell’alcool. La vendetta Roschdy Zem, Antoine Chappey, non basta. Jacques Perrin Le petit Lieutenant è il quarto lungometraggio di Evento speciale in apertura Xavier Beauvois dopo film acclamati come Nord (1991) e N’oublie pas que tu vas mourir (1995). La regia, sottile ed impressionistica, si basa sui volti dei protagonisti, di cui segue le tracce, in questo che risulta essere un film noir vero e proprio. L’importante, sembra dire la telecamera di Beauvois, è ciò che giace immediatamente sotto la superficie delle emozioni, degli sguardi, delle parole non dette.

Il regista Nato nel nord della Francia, Xavier Beauvois si è trasferito presto a Parigi, determinato a diventare regista. Dopo l’incontro con critici importanti come Jean Douchet e Serge Daney, ha trovato lavoro come assistente di André Téchiné e Mañoel de Oliveira. A 23 anni, Xavier ha scritto, diretto e interpretato il suo acclamato film di debutto, Nord (1990), nominato per il César come Migliore Opera Prima. Ha continuato con N’oublie pas que tu vas mourir (1995, vincitore del premio della giuria a Cannes e del prestigioso Premio Jean Vigo). Il suo terzo film Selon Matthieu (2000), interpretato da Benoît Magimel e Nathalie Baye, come Le petit lieutenant, è stato presentato al Festival di Venezia. Dichiarazione del regista Ho cominciato a concepire un thriller quando stavo montando il mio film precedente Selon Matthieu. Non avevo in mente una struttura precisa per la trama, ma sapevo che non volevo prendere un libro, un film, o qualche altra storia di finzione, come punto di partenza. Volevo che l’ispirazione mi giungesse dalla vita reale. Ho incontrato un capitano di polizia che lavorava alla Divisione Criminale ed ho trascorso molti mesi seguendolo sul campo e in ufficio, persino facendomi passare io stesso, a volte, per un poliziotto. Così ho avuto accesso ai luoghi dei reati e a tutti i livelli di investigazione, anche a quelle più segrete, come le autopsie. La realtà è molto più interessante dei cliché di genere. Per dare vita ai personaggi e aggiungere profondità alle scene nella sceneggiatura molto snella e semplice, ho scelto attori con i quali avevo già lavorato: Nathalie Baye (Vaudieu), Roschdy Zem (Solo), Antoine Chappey (Mallet) e una nuova acquisizione, Jalil Lespert, per interpretare il ruolo del petit lieutenant. 55


NABOER – NEXT DOOR Norvegia, 2005 Regia e sceneggiatura Pål Sletaune Musiche Simon Boswell Fotografia John Andreas Andersen Montaggio Darek Hodor Produzione Spillefilmkomaniet 41⁄2

Il film Considerato uno tra i registi più originali del cinema europeo grazie ai suoi precedenti Budbringeren (Junk Mail, 1997) e Amatørene (You Really Got Me, 2001), Pål Sletaune dirige qui un film originale, stravagante e denso di umorismo nero. Si tratta di un thriller veramente spaventoso il cui protagonista, in seguito a un atto commesso, scivola in un abisso di follia in cui non riesce più a distinguere realtà e fantasia. Il regista, per coinvolgerci nel pensiero del protagonista, lo chiude in un appartamento claustrofobico, a dispetto delle sue tante stanze. Fortemente debitore

Interpreti principali Kristoffer Joner, Cecilie Mosli, Julia Schacht, Anna Bache-Wiig, Michael Nyqvist Durata 73‘

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La trama Naboer è un thriller psicologico dai forti toni erotici. Il protagonista del film, John, abbandonato da poco dalla fidanzata, si fa sedurre dalle due vicine di casa Anne e Kim che lo conducono in un mondo in cui è impossibile per lui separare la finzione dalla realtà.

a due pellicole facenti parte della cosiddetta «trilogia degli appartamenti» di Roman Polanski (Le locataire del 1976 e Repulsion, girato nel 1965), Naboer tiene perfettamente la tensione per tutto il film, insinuando nello spettatore dubbi su dubbi. Ma il protagonista è vittima o aguzzino? Il regista Pål Sletaune (1960) è laureato in letteratura, fotografia e storia dell’arte. Naboer è il suo terzo lungometraggio, dopo Junk Mail (1997) e You Really Got me (2001). Nel 1998, Variety lo ha definito uno dei più promettenti registi al mondo. Ha ricevuto premi internazionali e riconoscimenti sia per i suoi lungometraggi sia per i suoi corti. Dichiarazione del regista Naboer è la versione nuova di un incubo classico. Un giorno scopri una porta accanto alla tua e quando entri ti ritrovi in un mondo in cui non esistono più regole normali. Sei allo stesso tempo attratto e respinto da ciò che hai scoperto: un mondo in cui devi fronteggiare le tue più intime paure. È contemporaneamente l’esperienza più attraente e più paurosa che tu abbia mai fatto. Naboer è un viaggio verso il posto più segreto della Terra, profondo e nascosto dentro te stesso. Sono sempre stato interessato a come lavora la nostra mente. Quale pressione la mente può gestire? Come lavoriamo per rielaborare in una nuova immagine di noi stessi esperienze che non avremmo creduto di poter fare? Naboer è un film sul rifiuto, la vergogna, e il superamento delle frontiere.

PARABOLA Belgio, 2005

La trama Il film si apre con una scena drammatica che risulta dalRegia, fotografia e montaggio l’intreccio di molti destini. Karim Ouelhaj Anzitutto c’è Sarah. È una Sceneggiatura prostituta, non per necessità, Karim Ouelhaj, Daniel Donkers non per scelta, ma perché è un modo per fare soldi veloMusiche cemente. Jimmipace, Cyprien Menedez, Poi c’è Zacharie, l’ex mariKarim Ouelhaj to di Sarah, che rimane nella Produzione Okayss Films sua vita come un’ombra. E poi due donne che Sarah Interpreti principali incontrerà accidentalmente: Céline Rallet, Julie Burg, un’amica d’infanzia, Axelle, Aude Lorquet, Mario Guzman, ed una giovane donna incinDaniel Voisin ta, Elena, abbandonata senza Durata 105’ una spiegazione ragionevole dal marito. Molto velocemente le tre donne condivideranno un’intensa amicizia, ma la realtà che le circonda le travolgerà. Penetrando l’una nella vita dell’altra, ciascuna apporterà cambiamenti radicali alla propria esistenza. Il film Vita quotidiana di una giovane prostituta belga, dalla vita con il marito parassita al lavoro, dalla scoperta della

I premi alle Giornate degli Autori 2005 Le petit lieutenant di Xavier Beauvois vince il premio Label Europa Cinemas – Giornate degli Autori 2005, dedicato per il secondo anno ai film europei delle Giornate degli Autori. La Label è assegnata da una giuria composta da gestori di sale europei. Sin dal 2003, la Label viene attribuita ai film della Quinzaine di Cannes e da quest‘anno anche alla selezione del Panorama di Berlino. Le petit lieutenant riceverà un importante sostegno per la promozione e la visibilità in occasione della distribuzione nelle sale del circuito Europa Cinemas: 1.420 schermi in 600 sale in 322 città di 51 Paesi. La Giuria motiva il premio con la seguente dichiarazio-

malattia all’incontro con due ragazze alla deriva come lei. Il film parte bene, con la descrizione nuda e cruda di una vita da prostituta fatta di adescamenti talvolta casuali e un privato fatto di sfruttamento ma poi il film degenera nel luogo comune e nel melodramma kitsch. Basti pensare che nella scena finale il marito parassita della prostituta si aggira, dopo avere svenduto la moglie a un gruppo di sadici per un’orgia violenta (10 minuti con camera in costante movimento), per le strade di Liegi con una maschera da Pierrot dipinta sul volto con la pioggia che la disfa. Tremendo. Peccato. La protagonista Céline Rallet è brava nel rendere il suo personaggio di donna consapevole senza sbavature né eccessi nei toni. Il regista Karim Ouelhaj si è diplomato in videografica all’Accademia di Belle Arti di Liège. Ha realizzato, come aiutocameraman, documentari, pubblicità e videoclip. È stato assistente alla regia di Philippe Blasband nel film Un honnête commerçant.

ne: «Il film è un potente ma sobrio ritratto drammatico con un inedito punto di vista sulla vita quotidiana in un commissariato. L‘intero cast è davvero notevole e Xavier Beauvois è di certo uno dei più talentuosi registi francesi sulla scena.» La giuria del Premio Netpac – Venezia 2005, presieduta da Anne De Gasperi (Le Figaro, Francia) e composta da Aruna Vasudev (Cinemaya, India - Presidente Netpac) e da Hulya Uçansu (Istanbul Foundation for Culture and Arts, Turchia), ha assegnato il premio a Gela Babluani, regista di 13 (Tzameti), «per la maestria dimostrata nel ritrarre un mondo da incubo».

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SEZIONE ORIZZONTI

ÁRIDO MOVIE Brasile, 2005 Regia Lírio Ferreira Sceneggiatura Lírio Ferreira, Hilton Lacerda, Sergio Oliveira, Eduardo Nunes Musiche Otto, Bernard Ceppas, Kassin & Pupilo Fotografia Murilo Salles Produzione Cinema Brasil Digital Interpreti principali Guilherme Weber, Giulia Gam, José Dumont, Matheus Nachtergaele, Renata Sorrah Durata 115’

Jona, annunciatore delle previsioni del tempo alla televisione nazionale, deve fare ritorno alla sua città natale nel nord-est brasiliano flagellato dalla siccità per il funerale del padre, freddato a colpi di pistola mentre si accompagnava ad una giovane donna. Nel corso del viaggio fa la conoscenza di Soledad, una regista che sta girando un documentario sull’importanza dell’acqua. A distanza e a sua insaputa lo seguono tre amici, Bob, Falcao e Vera, cui aveva sconsigliato di accompagnarlo. In paese franno tutti la conoscenza di personaggi strambi e sfuggenti e si troveranno tutti alle prese con una realtà difficile da capire ma alla quale nessuno potrà fuggire. L’aggettivo del titolo pare riferirsi non tanto alla fotografia bruciata e rossa del film quanto al contenuto dello stesso. Disorientati esattamente come i personaggi del film, non capiamo dove il regista voglia andare a parare e il sospetto che si tratti di una storia che ha a che fare con lo scontro tra due culture (quella cittadina e quella rurale) viene fugato dal fatto che il regista non sfiora nemmeno l’argomento. A cosa abbiamo assistito non lo capiamo neppure dopo ore dalla visione, che in compenso è durata poco meno di due ore.

EVERYTHING IS ILLUMINATED Ogni cosa è illuminata, USA, 2004 Regia e sceneggiatura Liev Schreiber Soggetto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer Fotografia Matthew Libtique Montaggio Craig McKay, Andrew Marcus Produzione Marc Turtletaub, Peter Saraf, Warner Independent Pictures Interpreti principali Elijah Wood, Eugene Hutz, Boris Leskin, Laryssa Lauret. Durata 102’

LA DIGNIDAD DE LOS NADIES Argentina/Brasile, 2005 Regia, fotografia e sceneggiatura Fernando E. Solanas Musiche Gerardo Gandini Montaggio Juan Carlos Macias, Fernando E. Solanas Produzione Cinesur SA – Television Suisse Romande – THELMA Film AG – Dezenove Som e Imagens Durata 120’

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La trama Un giovane si mette sulle tracce di una donna che salvò suo nonno in Ucraina durante l’invasione nazista. Per affrontare il viaggio si mette nelle mani di un’agenzia specializzata nell’accompagnare ebrei nella ricerca di tracce del passato delle loro famiglie.

Il film Del romanzo sensazione (è stato per mesi ai vertici delle classifiche dei libri più venduti nei Paesi anglofoni) di Jonathan Safran Foer, Live Schreiber (già attore nella trilogia di Scream di Wes Craven e in The Manchurian Candidate di Jonathan Demme, in concorso a Venezia lo scorso anno), qui alla sua prima prova registica, tiene l’ossatura mostrando nella prima parte un esilarante scontro tra culture, tra nonni che fingono di essere ciechi e cani presi da un istituto per animali psicopatici, e nella seconda un momento di grande intensità. Cinema e letteratura sono due mezzi espressivi diversi, giova ripeterlo perché capita di rimanere delusi dalla trasposizione di un romanzo sullo schermo, ma qui tutto ciò che conta c’è e rimane il desiderio di leggere, o rileggere, il libro. Strepitosa colonna sonora composta di brani popolari russi.

Rigoroso nella ricerca, approfondito nell’alternare interventi dei protagonisti della resistenza (al potere corrotto, alla polizia mafiosa, a un sistema politico generale) alle immagini di cronaca che li riguardano. Divisi per capitoli , ognuno dedicato a un tema e a una o piu persone, racconta le miserie di un popolo piegato dalla crisi economica e di un potere politico vessatorio nei confronti delle fasce di popolazione più povere. Ma il film racconta anche di un popolo combattivo, di un popolo che non molla e che scende in piazza, manda a monte le aste che portano via le terre ai poveri a causa di prestiti a tassi da usura cantando l’inno nazionale (un inno che parla di libertà), che combatte per ottenere il diritto di gestire autonomamente le fabbriche i cui proprietari sono scappati e che organizza mense nei quartieri più poveri dove nelle pentole si riesce a mettere praticamente nulla (ma proprio nulla). E ci riesce. Il popolo unito non sara mai vinto? In questo caso suona molto vero. Bello, fondamentale strumento di comprensione e opera importante. Co-prodootto da TSR e Trigon, quindi ci sono ottime probabilità di vederlo sui nostri schermi.

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Il regista Lech Kowalski

PERVYE NA LUNE Russia, 2005 Regia Aleksey Fedortchenko Sceneggiatura Alexander Gonorovsky, Ramil Yamaleev Musiche Sergey Sidelnikov Fotografia Anatoly Lesnikov Montaggio Ludmila Zalogneva

EAST OF PARADISE Francia/Stati Uniti, 2005 Regia e montaggio Lech Kowalski Fotografia Mark Brady, Lech Kowalski Produzione Agar Film & Cie Il regista filma per i primi 45’ del film sua madre in primi piani stretti non perdendosi un suo sospiro, una lacrima, un sussulto mentre racconta della sua deportazione dalla Polonia a un campo di lavoro della Siberia e ritorno, quando verrà liberata e dovrà accompagnare suo nipote dalla madre, forse dispersa. È il momento più forte del film, il racconto della deportazione, la lotta per la sopravvivenza in Siberia, non è possibile staccare gli occhi dallo schermo per un solo secondo. Poi la scena cambia e vediamo un giovane bucarsi a New York negli anni ’70, una donna che partecipa a film pornografici che si concede a pagamento per un amplesso filmato. Assistiamo qui alla vita del regista. È lui il ragazzo che si buca, è lui dietro la cinepresa che filma la donna, è lui a raccontare della mafia che vuole finanziargli i film porno. Riprende Ringo, un ragazzo dal corpo distrutto ma che ci appare puro nell’anima, dalle evoluzioni in skateboard all’obitorio. Non ci viene risparmiato nulla di sgradevole in un film con il quale il regista mette a confronto, senza compromessi, due orrori: quello vissuto dalla madre, il degrado da lui vissuto e testimoniato e quello del vuoto di oggi. Un film che vuole ricordare quanto gli orrori, i dolori della gente abbiano sempre a che fare con la lotta contro il potere. East of Paradise conclude una trilogia intitolata «The Art of Surviving» e che comprende anche The Boot Factory (2000), documentario sui poveri calzolai di Cracovia e On Hitler’s Highway (2002), entrambi premiati in diversi festival. 60

Produzione Studio DEYA-TORIS, Sverdlosk Film Studio Interpreti principali Boris Vlasov, Victoria Ilyinskaya, Andrei Osipov, Anatoly Otradnov, Anatoly Slavnin Durata 75’

LA VIDA SECRETA DE LAS PALABRAS Spagna, 2005 Regia e sceneggiatura Isabelle Coixet Fotografia Jean-Claude Larrieu Montaggio Irene Blecua Produzione El Deseo Interpreti principali Sarah Polley, Tim Robbins, Julie Christie, Javier Camara, Sverre Anker Ousdal, Steven Mackintosh Durata 112’

Falso documentario che mescola con sapienza vero materiale d’archivio con materiale girato all’uopo (con tanto di graffi sulla pellicola e disturbi nel suono), First People on the Moon, come recita il titolo internazionale, racconta del programma spaziale segreto russo che avrebbe lanciato nello spazio una navicella ben 30 anni prima di Gagarin. Il progresso viene propagandato in quanto rende forte il potere agli occhi del popolo. E quando qualcosa va storto non ci sono problemi, basta eliminare fisicamente i testimoni. Il film non nasconde un tono drammatico nel mostrare una società che tendeva idealmente a una parificazione sociale, pur facendola pagare al popolo in termini di paura e repressione, ed è invece finito come sappiamo. Il falso documentario non trascura di lasciare trasparire quali e quanti segreti nasconda ancora l’ex regime, per nulla decaduto se si pensa che a capo della nuova Russia c’è l’ex capo del KGB nonché quanto l’immagine filmata ben si presti a manipolare le coscienze della gente.

La trama Una donna solitaria e misteriosa è costretta a prendere un periodo di vacanza dal suo lavoro di operaia. Per evitare il pur temporaneo momento di inattività, si propone per un lavoro provvisorio come infermiera su una piattaforma petrolifera in via di smantellamento sulla quale dovrà accudire un uomo ustionato in un incidente che gli ha fatto anche perdere temporaneamente la vista. Tra i due si instaura un rapporto fatto di poche parole, molti segreti e molte menzogne per proteggerli. Un rapporto dal quale nessuno dei due uscirà illeso e che, forse, potrà cambiare le loro vite.

Il film I titoli di testa si compongono e scompongono lasciando intravvedere un’impercettibile scritta: «Always hope». Ed è proprio di speranza, nonché dell’importanza della memoria, che parla questo film. L’uo-

CINEMA SEGRETO ITALIANO/2 Coda della retrospettiva dello scorso anno dedicata al cinema italiano di genere, di cui ancora non si è spenta l’eco (e di cui abbiamo lungamente riferito sul primo numero di Cinemino), la mini rassegna presenta pochi titoli assolutamente distanti tra loro: si rende innanzitutto giustizia al grande Mario Bava (totalmente assente dalla retrospettiva dell’anno scorso forse perché non considerato tanto segreto) grazie al suo Terrore nello spazio passando per due titoli di Massimo Dallamano legati, come il film di Bava, a un omaggio al produttore Fulvio Lucisano : il trascurabile Il medaglione insanguinato (1975), storia di possessione demonia-

mo, il sempre misurato Tim Robbins, costretto a letto da un incidente, ha come infermiera una giovane donna molto restia a dare informazioni su di sé. Il fatto che entrambi si trovino su una piattaforma petrolifera in via di smantellamento, quindi isolati dal mondo, non pare aiutarli nella difficile costruzione di un’intimità ma poi, poche parole dopo poche parole, subentra una confidenza, pur difficile per i due. Lei, si scoprirà, è una delle tante vittime di una guerra che, come dice Julie Christie in partecipazione speciale, tutti hanno già dimenticato: quella nei Balcani. La vida secreta de las palabras è un film sul dolore, sulla necessità della memoria che aiuti a evitare nuovi orrori già vissuti. Ma, appunto, è anche un film sulla speranza, ma una speranza vera, difficoltosa, senza zuccheri aggiunti. Un film importante che lascia aperti molti interrogativi sulla sorte dei due, forse i meno importanti tra i dubbi che affiorano, ma che mette sale su una ferita che continua a pulsare, anche se la vorremmo rimuovere.

ca risalente all’epoca in cui il cinema italiano inaugurava un filone che tentava di ricalcare il successo di The Exorcist (1973) e Cosa avete fatto a Solange (ne parleremo nella rubrica dedicata al giallo all’italiana), di cui Tarantino aveva proiettato l’anno scorso la sua copia personale in inglese e dai colori completamente saturi causa cattiva conservazione. Non mancano omaggi a Nino Pagot, autore del film di animazione I fratelli Dinamite presentato lo scorso anno dopo 40 anni di assenza dagli schermi, a Vittorio De Seta e al suo, bellissimo, Banditi a Orgosolo, e il titolo più sorprendente dell’intera rassegna: Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini.

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20. SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA

ASÌ Messico, 2005 Regia e sceneggiatura Jesús-Mario Lozano Musiche Fred Saboonchi Fotografia Emiliano Villanueva Montaggio Oscar Montemayor Produzione Xul Producciones, Garza Gracia (NI) Interpreti principali Roberto García Suarez, Berenice Almaguer, David Gonzalez, Oliver Cantù Durata 80’

Ogni sera alle 23.32 siamo testimoni per soli 32 secondi (il tempo massimo in cui riusciamo a rimanere concentrati su un’immagine, pare) della vita di Ivan, un giovane che vive solo. Il suo amico Roel gli regala una videocamera che ha vinto ad una lotteria e Ivan impara ad utilizzarla esplorando ciò che lo circonda. Santiago e Mariana, giovani attori, invitano Ivan a partecipare alla loro pièce che narra di un triangolo amoroso. Sarà l’occasione per Ivan di scorpire sé stesso ma non solo, anche di avviare un processo di maturità.

Il regista Nato a Monterrey nel 1971 e laureato in filosofia con una testi in estetica, insegna alla facoltà di Arti Visive all’Università Autonoma di Nuevo Léon a Monterrey. Ha scritto e diretto opere teatrali, documentari e cortometraggi, tra i quali «El banquete», «Una procesión» e «Elogio del Triángulo». Dichiarazione del regista «Abbiamo solo 32 secondi per vedere qualcosa, prima di rivolgere lo sguardo altrove», dice Ivan in una delle rare scene che durano piu di 32 secondi. Queste scene più lunghe rappresentano il punto di vista soggettivo del protagonista. Tutte le altre durano ossessivamente 32 secondi. Tra un frammento e l’altro ci sono sempre pause in nero di 3 secondi: sono l’istante in cui compare un qualche (non)senso del film. È qui che improvvisamente si inventano raccordi tematici, si costruiscono trame, e la 62

fantasia del racconto invade la mente degli spettatori. È anche il momento in cui si capisce, nell’oscurità, che trentadue secondi sono anche nulla. Nelle sue memorie, Sergej Ejzenstejn scrive: «Non voglio andare a Monterrey. Siamo passati per Monterrey andando verso il confine. Non c’è quasi nulla da vedere». È quel «quasi» a impedire a Ivan di andarsene. Asì è stato preparato e prodotto proprio a Monterrey, in Messico, forse il luogo meno cinematografico che si possa immaginare. È una città dove «non c’è quasi nulla da vedere». Un luogo dove esiste quasi un «nulla» da vedere; un nulla che invade la vita di Ivan e forse di tutti noi che ci ostiniamo a vivere lì. Un film in 35 mm può sembrare un punto di arrivo. Ma cosa potrebbe accadere se continuassimo a fare nuovi montaggi per ogni proiezione di Asì? Come cambierebbe il nostro approccio al film se ogni volta riorganizzasimo le scene? Forse una nuova versione potrebbe iniziare in esterni con la scena della pioggia oppure con lo scontro tra Ivan e Santiago. Saremmo ancora in grado di vedere la stessa storia o di vedere comunque una qualche storia? I personaggi sarebbero gli stessi? Mi piace pensare che il modo migliore di avvicinarsi ad Asì non sia solo in ciò che viene effettivamente mostrato, ma anche nei potenziali spostamenti delle scene durante il montaggio. Mi piace pensare che nella mente potremmo avere un accesso random al film, lasciando le scene strettamente cronologiche insieme e le altre a vagare liberamente in posizioni diverse all’interno del film stesso.

BRICK USA, 2005 Regia e sceneggiatura Ryan Johnson Musiche Nathan Johnson Fotografia Steve Yedlin Produzione Bergman Lustig Production Interpreti principali Joseph Gordon-Levitt, Nora Zehetner, Lukas Haas, Emilie de Ravin, Noah Segan, Matt O’ Leary

La trama All’interno di un campus californiano, Brendan, uno studente solitario, riceve una telefonata allarmante dalla sua ex fidanzata, che troverà poco dopo assassinata all’ingresso di un canale di scolo. I pochi misteriori indizi portano all’interno dal campus, tra personaggi come il carismatico studente spacciatore, la sua guardia del corpo e una ragazza ricca e misteriosa. Sarà compito di Brendan trasformarsi in un investigatore da hard-boiled, per risolvere il mistero.

Il film Presentato al Sundance Festival di quest’anno (dove il regista ha ottenuto il premio speciale della giuria per l’originalità dell’immagine), Brick è ambientato in una scuola che ci appare sempre deserta come se la guardassimo attraverso gli occhi del protagonista, che ama restare isolato

e consuma i suoi pasti protetto da un muro per sottrarsi dagli sguardi della gente e dalla possibilità di contatti. Il film si basa su una storia solida ispirata all’opera di Dashiell Hammett, 1894-1961, creatore, tra gli altri, del personaggio di Sam Spade e autore de Il falcone maltese. Il suo romanzo «Red Harvest» è stato di ispirazione per il film Yojimbo (1961) di Akira Kurosawa, in seguito rifatto da Sergio Leone come Per un pugno di dollari, 1964). Gli elementi del noir classico ci sono tutti, pur aggiornati alla situazione: il duro, il cattivo senza cervello e la femme fatale, tutti coinvolti in un mistero il cui intreccio pare sfuggire a tutti fuorché al protagonista. Brendon brancola nel buio, anche se meno della polizia che si occupa del caso, e noi, come nella migliore tradizione del genere, anche. Le sue scoperte, aiutate dalla collaborazione di un compagno di scuola chiamato «Brain» (cervello) sono anche le nostre, condividiamo i suoi sospetti e saremmo portati a seguire le sue stesse false piste, per poi lasciarci sorprendere da una nuova scoperta che mette in discussione tutto quanto ci sembrava svelato sino a quel punto. Da qui il coinvolgimento totale in una vicenda che non lascia spazio ad alcuna caduta di ritmo che, per una volta, non è dettato da un montaggio furioso ma da una sceneggiatura senza sbavature e ricca di colpi di scena. Ryan Johnson, qui al suo primo lungometraggio, riesce costruire un film dai meccanismi perfettamente funzionanti che portano poi a una conclusione tanto inaspettata quanto perfettamente plausibile, non mancando di aggiungere una sana dose di ironia.

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Cinemino #03 - autunno/inverno 2005  

Numero speciale dedicato alla 62. Mostra d'arte cinematografica di Venezia e al 58. Festival internazionale del film di Locarno

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