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E 1,00

mensile di cultura cinematografica

27 gennaio 2012: giornata mondiale della memoria

La chiave di Sara

Dal 13 gennaio sugli schermi di Cinemazero

Pasolini in India, un ritorno

Un ampio omaggio nelle principali città indiane

C’eravamo tanto vestiti

Alla Reggia di Venaria “150 anni di eleganza” italiana

Tonino Guerra. Diario di un poeta

In mostra fino al 26/02 le opere del grande uomo di cinema

Sempre incerto il futuro delle piccole sale di provincia

Un’iniziativa di grande successo sempre sul filo della precarietà

Domani accadrà

12

Gennaio

Educare la memoria con il cinema

2012 numero 1 anno XXXII

Addio ad un grande autore del cinema italiano

È morto il 28 novembre 2011 in Calabria, dove abitava, il maestro Vittorio De Seta

Ovvero se non si va non si vede spedizione in abbonamento postale L. 662/96 art. 2 comma 20/b filiale di pordenone - pubblicità inferiore al 45% contiene i.p. in caso di mancato recapito inviare al CMP/CPO di Pordenone per la restituzione al mittente previo pagamento resi


È morto il 28 novembre 2011 in Calabria, dove abitava, il maestro Vittorio De Seta

Andrea Crozzoli

Editoriale

Addio ad un grande autore del cinema italiano Vittorio De Seta era venuto a Sacile nell’ormai lontano 1996, alla sesta e ultima edizione di quella breve e gloriosa stagione rappresentata da Ambiente-Incontri, festival internazionale su natura e ambiente. Un Festival che, con orgoglio, poi “figliò” ispirando la nascita di CinemAmbiente-Environmental Film Festival giunto ora, a Torino, alla 15ma edizione. Dal 1991 al 1996, accolti dal presidente del festival Franco Piavoli, passarono per Sacile: Monica Flaherty figlia del grande Robert, pioniere e maestro del documentario; Marceline Loridan Ivens compagna di Joris, ritenuto uno dei più grandi documentaristi del XX secolo; Jean Rouch, etnologo, antropologo e regista francese famoso per i suoi fondamentali contributi all'antropologia visuale; Michelangelo Antonioni e, per l’ultima edizione, Vittorio De Seta e Ermanno Olmi. Il grande De Seta, classe 1923, era quell’anno presidente di giuria a Sacile e presentò, portandoli con se sotto il braccio, alcuni suoi documentari tra i quali Lu tempu de li pisci spata (1954), Isole di fuoco (1955) e Pescherecci (1959). Tutte copie nuove, a 35mm, di una bellezza folgorante. Il suo stile descrittivo, visivamente impeccabile e il suo sistema di lavoro autonomo e globale (seguiva la fotografia, il montaggio, la colonna sonora oltre alla regia) facevano di lui un unicum nel panorama italiano. Nonostante prestigiosi riconoscimenti in Italia e all'estero De Seta era di una rara semplicità e immediatezza congiunta a un rigore morale e a una coerenza unica nel variegato mondo del cinema. Del suo lavoro diceva: «Lo sguardo neutrale è una menzogna, specie nel mio lavoro, dove basta spostare la macchina da presa di pochi centimetri perché tutto cambi». Il suo primo lungometraggio Banditi a Orgosolo (1961), girato con una troupe composta da tre persone: lui, la moglie Vera Gherarducci e Luciano Tovoli, direttore della fotografia, è una lucida analisi del fenomeno del banditismo sardo, ed è stato di recente riproposto a New York da Martin Scorsese come omaggio a De Seta. Era ritornato al lungometraggio dopo molto tempo con Lettere dal Sahara (2006) dove affrontava il problema dell’immigrazione. Eravamo rimasti sempre in contatto, dai tempi sacilesi, e lo aspettavamo a Pordenone per un incontro con il pubblico sul suo ultimo film. Viveva a Sellia Marina in provincia di Catanzaro e l’aeroporto più vicino per Venezia era quello di Lamezia Terme. Rimase imbottigliato in un mega ingorgo quando la polizia bloccò tutte le strade per un sanguinoso delitto di mafia ai danni di un magistrato. Perse così l’unico aereo per Venezia e tutti noi perdemmo l’occasione, unica, di rivederlo, riascoltarlo e riabbracciarlo per l’ultima volta.

In copertina: Kristin Scott Thomas in una scena del film La chiave di Sarah

cinemazeronotizie mensile di informazione cinematografica Gennaio 2012, n. 01 anno XXXII Direttore Responsabile Andrea Crozzoli Comitato di redazione Piero Colussi Riccardo Costantini Sabatino Landi Tommaso Lessio Silvia Moras Maurizio Solidoro Collaboratori Lorenzo Codelli Luciano De Giusti Elisabetta Pieretto Direzione, redazione, amministrazione P.zza della Motta, 2 33170 Pordenone, Tel. 0434.520404 Fax 0434.522603 e-mail: cinemazero@cinemazero.it http//www.cinemazero.it Progetto grafico Patrizio A. De Mattio [DM+B&Associati] - Pn Impaginazione Tommaso Lessio Composizione e Fotoliti Cinemazero - Pn Pellicole e Stampa Grafiche Risma Roveredo in Piano Abbonamenti Italia E. 10,00 Estero E. 14,00 Registrazione Tribunale di Pordenone N. 168 del 3/6/1981 Questo periodico è iscritto alla Unione Italiana Stampa Periodica


27 gennaio 2012: giornata mondiale della memoria

Silvia Moras

Argomenti tragici che hanno coinvolto la storia dell'umanità necessitano anni per sedimentare nella coscienza collettiva, come fosse una rimozione dell'anima della società. L'espressione artistica è uno strumento di valutazione privilegiato per la comprensione dell'inconscio sociale e l'analisi delle modalità di rappresentazione del lutto. I corpi stremati di sei milioni di ebrei (in totale i morti dal 1933 al 1945 sono stati circa 11-12 milioni), rastrellati nei ghetti europei, condotti nei campi di sterminio i cui nomi ancora oggi portano con sé un alito di vento freddo carico di morte, cessano di essere fantasmi negli incubi di chi ha vissuto quegli avvenimenti e diventano parte della memoria storica impressa sulla celluloide solo nel 1993 con l'affresco in bianco e nero dipinto da Steven Spielberg in Schindler's List. Ma c'è un fondamentale antecedente. Un piccolo omino ebreo, barbiere di professione, dal nome buffo, Adenoid Hynkel, che con un discorso straziante sulla forza dell'amore scuote le coscienze del mondo. E' il 1940 l'omino è Charlie Chaplin e il film è Il grande dittatore (1940). Ne segue il buio per oltre venti anni. La storia, si sa, viene scritta da chi vince, così la Seconda Guerra mondiale viene raccontata in pompa magna dal cinema americano come il trionfo dei valori “made in USA”, come Operazione Eichmann (1961) di R. G. Springsteen. In Italia i primi anni sessanta sono segnati da Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo, in cui una giovane ebrea scampa la morte prostituendosi, e il poco conosciuto La guerra segreta di Suor Katryn (Conspirancy of Hearts, 1960) di Ralph Thomas. Sempre di questi anni è la trasposizione cinematografica di uno dei più celebri documenti di testimonianza delle persecuzioni contro gli ebrei, Il diario di Anna Frank (1959). A fine degli anni ottanta il tema dell'Olocausto ritornò a essere spunto per nuove opere cinematografiche. Nel 1981 lo svizzero Markus Imhoof gira La barca è piena - Das Boot ist voll e nel 1987 con Arrivederci Ragazzi (Au revoir les enfants) Louis Malle affronta il tema dell'Olocausto in modo autobiografico. Jerry Schatzeberg nel 1989 racconta la tragedia degli ebrei in una coproduzione tedesca, L'amico ritrovato (Reunion) tratto dal romanzo di Fred Uhlman. Il 1993 rappresenta uno spartiacque dopo il quale affrontare l'Olocausto non è più un tabù insuperabile. In Italia c'è Francesco Rosi che, nel 1997, racconta il ritorno a casa dal Lager con La tregua, tratto da un romanzo di Primo Levi e soprattutto La vita è bella, in cui Roberto Benigni si permette una rispettosa ironia sui lager. Questo film condivide lo spirito comico con Train de Vie di Radu Mihaileanu, in cui un paese di ebrei organizza un finto treno di deportati per scampare ai lager nazisti e L'isola in via degli uccelli di Soren Kragh-Jacobsen Ancora ricordiamo Il servo ungherese di Giorgio Molteni e Concorrenza sleale di Ettore Scola, che aveva già toccato il tema delle leggi razziali fascista in Una giornata particolare. Roman Polansky esorcizza i demoni del suo passato solo nel 2002 con Il pianista (The pianist), racconto estremamente autobiografico e sostanzialmente il documento di fiction più sconvolgente mai realizzato a proposito della Shoa. Nel 2002 arriva Costa-Gravas con Amen e Rosenstrasse di Margarethe von Trotta seguito da La rosa bianca di Sophie Scholl e Senza destino di Lajos Voltai. Il tabù di Hitler è crollato a sua volta con La caduta di Oliver Hirschbielg, il ritratto degli ultimi giorni del dittatore che ha diviso la Germania e il mondo per il modo “umano” con cui è stato descritto Hitler. Seguono poi Katyn di Andrzej Wajda, The Reader di Stephen Dal dry, Per il programma completo delle proiezioni dedicate alla scuola I nazisti a Roma di Mary Mirka consultate il box La scuola al cinema nell’ultima pagina Milo, Hotel Meina di Carlo Lizzani, Il Bambino con il pigiama a righe di Mark Herman, Operazione Valchiria di Bryan Singer, Defiance di Edward Zwick, Dall'altra parte del mare di Jean Sarto, L'Uomo che verrà di Giorgio Diritti e Vento di primavera di Roselyne Bosch. In occasione delle Giornata della Memoria sono previste una serie di proiezioni rivolte alle scuole nei giorni 24, 25 e 27 gennaio 2012.

Cinema&Didattica

Educare la memoria con il cinema


Dal 13 gennaio sugli schermi di Cinemazero

Jean Lorient

(traduzione dal francese di Andrea Crozzoli)

Cinema&Memoria

La chiave di Sara Il 16 luglio 1942, alle quattro del mattino, ebbe inizio un'operazione di polizia militare che portò all'arresto di 12.884 ebrei, di cui 4.051 bambini, 5.802 donne e 3.031 uomini. Furono tutti rinchiusi per giorni nel Velodromo d'inverno (Vel' d'Hiv) dove all'orrore delle deportazioni si aggiunse l'orrore delle condizioni in cui dovettero cercare di sopravvivere gli internati. Cibo quasi nullo, assenza di toilette, temperature insopportabili dovute al mese di luglio e all'elevatissimo numero di persone in un luogo chiuso (era imposta la chiusura totale di porte e finestre). Solo nel 1995, a cinquant'anni dalla fine della guerra, il Presidente Chirac riconobbe la responsabilità della Francia nella Shoah. Tutto questo, e molto altro, è stato raccontato nel libro La chiave di Sarah di Tatiana De Rosnay, edito in Italia da Mondadori e successivamente nel bel film eponimo del giovane regista Gilles PaquetBrenner al quale abbiamo rivolto alcune domande. Come mai una scelta così impegnativa? «Ho letteralmente divorato il libro e l’avvincente storia, che oltre a narrare la retata di Vél' d'Hiv e i campi di concentramento nel Loiret, ha una prospettiva contemporanea. Dopo la scoperta di un segreto, una giornalista americana che vive in Francia capisce meglio la storia del paese di adozione e vede la sua vita piano piano sconvolta da questa scoperta.». Sia il libro che il film esplorano anche le zone d'ombra della storia, come l'atteggiamento dei testimoni e i membri della resistenza dell’epoca che rimasero ai margini... «La maggior parte di loro distolsero lo sguardo, cercando solo di salvarsi la pelle, come i Tezac, una famiglia che, in termini assoluti, non aveva fatto nulla di male ma si sentiva ancora in colpa, o il Dufaure, che diventarono eroi quasi contro la loro volontà. Ma, aldilà degli schemi, abbiamo i fatti e il loro impatto sulle generazioni future .». Sia il film che il libro hanno avuto in Francia un incredibile quanto meritato successo nel riprendere un avvenimento piuttosto scomodo della storia francese... «Io sono di origine ebraica e gli uomini della mia famiglia sono scomparsi in quel periodo. Mio nonno, un musicista ebreo-tedesco che aveva trascorso la sua vita in Francia, fu denunciato dai francesi e morì agli inizi della sua deportazione. Lo ricordo nel film attraverso il personaggio dell’uomo con il violino che ha l'anello con il veleno che gli permette di decidere quando morire. Mia madre mi ha raccontato la sua storia per la prima volta durante la preparazione del film. Non c’ero quando mio nonno fu deportato, ma ho visto le conseguenze su mia madre, le mie sorelle, mia nonna. Ho scoperto solo leggendo il libro che sono i vivi che devono imparare a convivere con i morti.» A proposito del libro come è riuscito ad avere i diritti per la riduzione cinematografica? «Prima ancora di terminare la lettura del libro, volevo farne un film. Ho scoperto poi che Tatiana e Serge Joncour, l'autore di UV dal quale ho ricavato un mio precedente film, si conoscevano e apprezzavano. Grazie a Serge abbiamo contattato l'editore e l’autrice. Siamo stati i primi a compiere questo passo grazie al fatto che avevo letto d’un fiato il libro appena uscito. Abbiamo così battuto sul tempo tutti gli altri, compresi gli americani.» Con Serge Joncour avete firmato la sceneggiatura, cosa avete cambiato rispetto al romanzo? «Non abbiamo cambiato molto, al di là del carattere di un personaggio. Nel libro, infatti, il fratello minore di Sara va a nascondersi nel ripostiglio, mentre la sua famiglia viene arrestata. Nel film, è Sara che chiede al fratello di andare a nascondersi nel ripostiglio, cambiando così il suo carattere e il suo senso di colpa. L'altro cambiamento importante è stato, a differenza del libro, quello di sviluppare sullo schermo il personaggio di Sara adulta. Ma l'adattamento in sceneggiatura non è stato molto difficile, poiché il libro è molto ben costruito. Le uniche vere sfide sono state quelle per gestire il passaggio da un'epoca all'al-


tra - dal 1942 ad oggi - e di tenere tutto all’interno delle due ore nonostante 250 pagine di copione.». È stato difficile trovare il finanziamento per il film ... Ovviamente si! Con la mia filmografia così caotica. L'uscita del film UV è stata un grande gioco. Ed è una strana sensazione fare un film di cui si è orgogliosi e che nel contempo tutti odiano. Molti hanno subito amato la sceneggiatura di Sara, ma non il fatto che ci fossi io dietro la macchina da presa. Se son riuscito a curare la regia lo devo solo a Stéphane Marsil, il mio produttore, che ha mostrato tenacia e fedeltà rara in questo settore. Ha messo tutta la sua credibilità è in gioco. Perché ha scelto Kristin Scott Thomas per il ruolo della giornalista che, nel preparare un articolo sulla retata di Vel’ d'Hiv', incrocerà il suo destino con quello di Sara? «Il ruolo di Julia Jarmond l’ha un po' spaventata perché non aveva mai interpretato un personaggio così vicino a lei. Ho incontrato Kristin negli Usa il giorno della vittoria di Obama, andando ad attenderla all’uscita dal teatro. Spinta dal desiderio di recitare in questa storia e probabilmente presa dall'euforia che regnava a New York, ha detto di sì. Il suo impegno nel film è stato decisivo per finanziare il progetto. La sobrietà della sua recitazione e la sua classe naturale tengono il film lontano dalla trappola sentimentale.» Come mai la scelta di Niels Arestrup nel ruolo del contadino che raccoglie Sara, dopo la sua fuga? «Niels ha la scontrosità, e il fisico pure, della gente che lavora da queste parti la terra. L’apparente freddezza è un contrappunto interessante per il coraggio e la bontà di carattere che emergono in seguito. La partecipazione al film di Niels, insieme a Kristin, da equilibrio al tutto. Solo lavorando con attori come Kristin o Niels si impara cos’è l'umiltà.» In questo film ritroviamo la rappresentazione diretta di Vél' d'Hiv. Come l’hai affrontata? «Ho incontrato tutti i sopravvissuti che mi hanno raccontato del caldo soffocante, dei suoni, degli odori, del formicolio dei piedi. Invece di filmare la rappresentazione vera e propria, le loro testimonianze mi hanno convinto a seguire un lato più coinvolgente, per rendere questi sensazioni quasi in modo impressionistico. Poi ho visto, per la prima volta, Mr. Klein. E mi sono reso conto che Losey ha girato nel velodromo di Vincennes Jacques Anquetil, un luogo che conserva la sua struttura come Vél' d'Hiv. Volevo che lo spettatore avesse la sensazione del grande spazio Vél' d'Hiv, senza dover utilizzare un’inquadratura complessiva del luogo, perché in questo caso, il punto di vista sarebbe stato fuori o in contrasto con il mio desiderio di immersione totale. Tutte le inquadrature di Vél' d'Hiv sono viste attraverso gli occhi di Sara. Seguendo questi destini diversi, spero di aver fatto un film in cui tutti possono sentirsi coinvolti. Un film che ci mostri la storia senza inutili prediche o banalizzazioni.»


Un ampio omaggio nelle principali città indiane

Riccardo Costantini e Fabio Francione

Pier Paolo Pasolini

Pasolini in India, un ritorno Due continenti letterari e geografici che si incontrano: Pier Paolo Pasolini, scrittore poeta e regista italiano dalla forte vocazione universale e l'India, paese emergente che negli ultimi vent’anni, tra l’ultimo spicchio del ‘900 e i primi anni “zero” di questo inizio secolo, ha saputo e voluto, con qualche contraddizione, coniugare tecnologia e tradizione in un mix esplosivo e ancora foriero di sorprendenti novità. Per la prima volta, dunque, l'India, in forma straordinariamente completa, rende omaggio all’intellettuale friuliano che tanto ad essa era legato e che molto di quel paese ha raccontato, con articoli, libri e film, nel corso di poco più di un decennio, dal 1960 al 1973. Una mostra fotografica sul cinema di PPP, due pubblicazioni in lingua inglese (per la prima volta per quel che riguarda molti testi “indiani”), una retrospettiva in video: il tutto organizzato in collaborazione con Cinemazero e Lodi Città Film Festival dallo Strategic Research and Analysis Organization di Guwahati, una delle città più importanti dello stato nord-orientale dell’Assam, e con un “tour” di meravigliose e storiche città che dalla fine del mese di gennaio alla fine di febbraio prossimi attraversa Calcutta (Koolkata) e la sua gigantesca (proporzionata all’estensione del suo territorio!) fiera del libro, e ancora in viaggio dalla capitale Dehli alla metropoli già nel futuro, Mumbai. Insomma, una celebrazione del cinema di Pier Paolo Pasolini, del suo manifesta versatilità unita ad un talento multiforme e del suo legame profondo - e tuttora laggiù ancora sconosciuto – con l'India, come detto testimoniato da film e libri. In definitiva, è un rapporto lungo un’intera vita, quello di Pasolini con il subcontinente indiano, fatto di incontri forti, intensi, reali, ma spesso improntato anche a contaminazioni culturali, ancora fecondo a più di trentacinque anni dalla tragica scomparsa a percorsi trasversali e a frequentazioni sotterranee. Basta citare che il più antico ricordo “cinematografico” di Pasolini è tutto d'ispirazione indiana. Come ben ricostruito da Luciano De Giusti nel saggio “Il modello del ricordo nel sogno di un'opera” (uscito su Eidos, n.2 giugno 1988 e poi ripreso su Cinemazeronotizie), tale memoria risale al 1927, quando il futuro poeta e cineasta, a cinque anni di età si reca in sala con la famiglia a Conegliano e rimane letteralmente folgorato dalla visione della locandina del film in programma (magari riuscire a scoprire quale esattamente...), che ritrae un malcapitato avventuriero divorato da una tigre. A distanza di quarant'anni, nel 1967, il ricordo diven-


ta spunto di partenza per la realizzazione di Appunti per un film sull'India, uno dei capitoli del vasto, ambizioso e non completamente realizzato progetto degli “Appunti per un film sul terzo mondo”. Alla base degli “Appunti”, vi era il soggetto intitolato “Storia indiana” (pubblicato per la prima volta da Cinemazero nel 1979, nell’ormai leggendario volume curato dallo stesso De Giusti e intitolato “Il cinema in forma di poesia” che di fatto inaugurava la fortuna critica ad oggi ininterrotta della filmografia del regista-poeta), in cui l'avventuriero diventa un principe, capace di farsi sbranare pur di dare nutrimento a un'affamata tigre-madre, rimasta senza cibo proprio quando deve dar da mangiare ai suoi tigrotti. In tale modo lo scrittore Pasolini amplia così lo spunto dettato dalla sua memoria per dar spazio al Pasolini regista; ed è già forte delle sue esperienze e dell'approfondita conoscenza culturale che ha potuto fare sul posto: è al giro di boa del 1960 quando, in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante, il futuro regista di “Accattone” intraprende un intenso viaggio in India. Di quel viaggio il poeta tiene un diario, che con regolarità, come se Pasolini fosse un inviato corrispondente, esce a tutta pagina su “Il Giorno” , in più puntate, seguendo proprio l'evolversi del viaggio umano, sociale e letterario che sta compiendo nel caotico subcontinente indiano (parallelamente anche Moravia scrive le sue corrispondenze per “Il Corriere della Sera” che vedranno una pubblicazione sistematica nel 1962 con il volume “Un’idea dell’India”) . Lo stesso anno gli “appunti” pasoliniani diventeranno un libro dal titolo ormai celebre: “L'odore dell'India”. Uscito per Longanesi e ora disponibile nella collana Garzanti Novecento con l'aggiunta di preziosi inediti, il volume è riconosciuto da sempre quale libro-guida per gli aficionados dei costumi e del modello culturale che l'India dagli anni sessanta ad oggi rappresenta per il mondo occidentali. Un ragionato montaggio di quegli scritti di viaggio, insieme a una collazione di testi tratti da altri volumi che trattano argomenti affini - il terzo del mondo e i paesi in via di sviluppo - usciranno proprio per questa occasione per la prima volta in lingua inglese in un volume unico, sorprendente e prezioso, che intende restituire all'India, come specchio di allora per guardare meglio l'oggi, lo sguardo rovesciato e in prospettiva del nostro grande e mai troppo rimpianto Pier Paolo Pasolini, con la speranza nemmeno troppo segreta che la scoperta del suo cinema – come è stato per l'Italia nel 1961, con “Accattone”, suo esordio alla macchina da presa – sia altrettanto folgorante.

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Alla Reggia di Venaria “150 anni di eleganza” italiana

Lorenzo Codelli

Costumi in mostra

C'eravamo tanto vestiti “Last but not least” dei 150.000 eventi per celebrare i 150 anni dell'unità italiana, la mostra “Moda in Italia. 150 anni di eleganza 1861-2011” si dipana attraverso due piani della restaurata Reggia di Venaria, la Versailles in miniatura alla periferia di Torino. Frotte di scolaresche in jeans e piumotto ridacchianti e spernacchianti vi scoprono come padri, nonni e bisavoli si erano abbigliati. Malgrado le intenzioni dei curatori - tra essi l'eccellente Gabriella Pescucci -, dettagliate in un illustratissimo catalogo stile Vogue non a caso edito da Condé Nast, si resta un po' allibiti di fronte alla disinvoltura con cui sono accumulati, stretti stretti, gomito a gomito, celebri costumi di film sull'800, vere divise e uniformi militari, abiti nobiliari, ball gown, cappotti, taffetà di grandi sartorie contemporanee. Senza manco farli indossare a dei manichini, appesi lì, nel vuoto. Con qualche foto appiccicata sulla parete, e qualche didascalia, a indicare vagamente i periodi storici che s'intrecciano rapidissimamente. Ai cinefili fa ribrezzo come la “solita” Claudia Cardinale del Gattopardo e la “solita” Alida Valli di Senso, debbano sostenere in effigie tutto il senso di quel Risorgimento che si vorrebbe esaltare. Scordando che Luchino Visconti aveva inteso invece sovvertire l'elitaria visione - tramandata tuttora nelle aule scolastiche - di quell'era “eroica”. Costumi del geniale Piero Tosi schiacciati in spazi così ristretti e mal illuminati che il grande Luchino non avrebbe permesso d'usare neanche come camerini per le comparse. Sgargianti i panciotti di artisti futuristi quali Balla e Depero, peccato che manchi il minimo “montaggio per contrasto” rispetto al non distante, e tuttora mefitico, orbace fascista. Piuttosto nazionalistico ribattezzare en passant “Pietro Cardin” Monsieur Pierre Cardin, nato sì nel trevigiano ma che mai aprì atelier nel nostro Bel Paese, purtroppo. Nelle ultime stanze troppa grazia: Krizia, Prada, Valentino, Capucci, Armani, Missoni, Coveri, Max Mara, Fendi, Ferragamo & Co. si scontrano in duelli di esibizionismo kitsch più che di “eleganza”. Perfettamente speculari, nei loro sprechi di tele pregiate e decorazioni iperboliche, agli sdrucimenti e ai buchi sul sedere che si sono imposti massicciamente negli ultimi tempi anche tra i divi miliardari. Una sfilata di moda di candidi manichini di plastica con folla composta da manichini, chiude il percorso; gelidamente auto-celebrando un mestiere avulso dalla realtà, ciò non secondo noi, secondo il tour che abbiamo appena fatto. Ci resta almeno un'immagine emozionante, indelebile, una foto in bianco e nero in un angolo de Le ragazze di Piazza di Spagna (Luciano Emmer, 1952): Lucia Bosè, Cosetta Greco, Liliana Bonfatti, sartine scapigliate che scendono la scalinata della celebre piazza indossando grembiulini bianchi modestissimi; sublime semplicità, dei costumi, del trio, della messa in scena, di un'Italia che fu. Se tale mostra farà tappa, un giorno, al Victoria & Albert Museum di Londra - ove ricordiamo mirabili “costume exhibitions” - , non abbiamo dubbi che verrà rispaziata, rimodulata, storicizzata in ben altro modo. In quell'occasione sì che condivideremo le parole del più fugace Ministro dei Beni Culturali del Pianeta: «Questa mostra meravigliosa non potrà che destare stupore, ammirazione e interesse, rinnovando anche un senso di forte appartenenza e di orgoglio rispetto alla nostra cultura». Giancarlo Galan (23/III/2011-15/XI/2011).


In mostra fino al 26/02 le opere del grande uomo di cinema

Marco Minuz

Tonino Guerra è stato “Lo Sceneggiatore” del cinema italiano. Ma non solo. Le sue parole sono diventate fondamento per la riscoperta della poesia dialettale italiana, mezzo per interrogarci sulle trasformazioni in atto nella nostra società, strumento per accompagnare lo sguardo di importanti registi nazionali ed internazionali. Dai primi anni cinquanta queste parole sono divenute indimenticate sceneggiature per registi come Vittorio De Sica, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, Francesco Rosi, Theo Angelopulos, Andrej Tarkowskij, Michelangelo Antonioni, Elio Petri, Federico Fellini. Un percorso di circa centoventi film, tra cui solo per citare due collaborazioni, dodici sceneggiature con Michelangelo Antonioni e quattro con Federico Fellini, tra cui “Amarcord”, premio Oscar nel 1974. Una carriera celebrata quest'anno con il conferimento del premio, da parte dell'Associazione Sceneggiatori Americani, del premio Jean Renoir quale primo sceneggiatore al mondo. La mostra “Tonino Guerra. Diario di un poeta”, in corso fino al 26 febbraio prossimo presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Pordenone “Armando Pizzinato”, vuole essere un'opportunità per conoscere un nuovo aspetto della poetica di Guerra, nello specifico la sua produzione artistica. Si tratta di un percorso di circa cento opere tra pastelli, dipinti, affreschi, ceramiche, sculture, grafiche e acquarelli, che costituiscono il più vasto progetto espositivo mai ospitato presso uno spazio museale italiano. Non un tradizionale percorso espositivo, bensì un progetto che ha cercato di rimanere il più fedele alla poetica e alle indicazioni dirette di Tonino Guerra, che dalla sua dimora di Pennabilli, ha partecipato attivamente alla costruzione di questa mostra. Nella galleria viene esposta un'importante selezione di opere non basata su criteri tematici o cronologici, bensì organizzata su gruppi di opere rapportati a testi tratti dalla sua produzione poetica. In tal modo, parole ed immagini dialogano assieme e permettono di evidenziare la profonda vicinanza fra esse, e di come esse siano entrambe riflesso della sua straordinaria sensibilità. Come lui stesso scrive: “Per un certo periodo della mia vita mi sono fatto tenere compagnia dal desiderio di far vedere delle figure, delle cose e sono ricorso ai pastelli. In seguito mi sono sempre più affezionato a questo mio interesse sapendo di non essere Picasso, consapevole della mia strada verso la decorazione. I miei quadri vogliono tenere compagnia, sono come degli appunti, dei racconti, delle poesie, delle storie che possono rendere più dolci i muri e suggerire delle favole. Sono tanti piccoli cavalli di Troia per entrare nella memoria di chi guarda.” Durante la mostra, una serie di eventi collaterali permetteranno di approfondire aspetti della produzione letteraria e cinematografica di Guerra. In particolare, grazie alla preziosa collaborazione di Cinemazero, si terranno presso l'auditorium della Galleria un ciclo di proiezioni di film sceneggiati da Tonino Guerra: giovedì 12 gennaio Amarcord di Fellini, giovedì 19 gennaio Nostalghia di Tarkovskij e giovedì 26 gennaio L'eternità e un giorno di Angelopulos. Le proiezioni saranno gratuite e inizieranno alle 20.15. Per maggiori informazioni: www.artemodernapordenone.it.

Cinema&Arte

Tonino Guerra. Diario di un poeta


Un’iniziativa di grande successo sempre sul filo della precarietàG

Marco Fortunato

CircuitoCinema

Sempre incerto il futuro delle piccole sale di provincia Si avvia alla conclusione la V edizione del progetto CircuitoCinema, la manifestazione che ha saputo mettere insieme 9 piccole sale di provincia (Casarsa della Delizia, Codroipo, Cormons, Gemona, Maniago, Spilimbergo, San Daniele del Friuli, San Vito al Tagliamento e Zoppola) e che vedrà la sua terza ed ultima tranche di proiezioni a cavallo tra gennaio e febbraio 2012. Un gran finale con le pellicole più attese dagli amanti del cinema di qualità come protagoniste. Ad inaugurare il nuovo anno, a partire dal 9 gennaio a Cormons (GO) sarà Midnight in Paris, evento di apertura dell'ultimo Festival di Cannes, dove scopriremo il segreto di Gil, giovane scrittore in vacanza con la fidanzata, catapultato nella Parigi degli Anni Venti attraverso una serie d'ironici incontri, spesso surreali, con tante personalità del passato, che lo renderanno protagonista di una commedia irresistibile, condita dalla consueta (auto)ironia del regista newyorkese. In contemporanea a percorrere le tappe del CircuitoCinema sarà il poetico Miracolo a Le Havre firmato dal grande Kaurismäki, anch'esso presentato in concorso sulla Croisette. Qui spetterà a Marcel, un attempato e spiritoso lustrascarpe, affrontare la sfida di ripensare la sua vita dopo che Idrissa, un giovanissimo rifugiato del Gabon, ricercato dalla polizia di frontiera, chiederà il suo aiuto per soccorrere la madre ammalata e fare ritorno a casa. Da metà gennaio spazio a George Clooney, nel non facile compito di dirigere sé stesso, candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America, in Le idi di marzo, dove il suo giovane responsabile della comunicazione sperimenterà bassezze, menzogne e trucchi della politica nella lunga corsa alla poltrona più importante del mondo. In chiusura non uno, ma ben due appuntamenti da non mancare. Il primo quello con l'intenso La chiave di Sara dove un doloroso episodio del rastrellamento nazista del Vel d'Hiv a Parigi nel 1942 si trasforma in un mistero familiare contemporaneo e, infine, la rivelazione della stagione, The Artist, omaggio all'epoca dei “silenti” (cinematograficamente parlando) anni Venti, che sa appassionare e divertire per la sua originalità e creatività. Tra le tante proposte c'è però anche spazio per qualche riflessione generale e per un primo bilancio di una manifestazione, CircuitoCinema che con il nuovo anno festeggia il suo primo lustro tra soddisfazione per i risultati raggiunti e preoccupazione per la costante condizione di precarietà in cui si trova costretta ad operare. Accanto al positivo riscontro di pubblico, che incoraggia a proseguire in questa esperienza, il progetto CircuitoCinema registra, purtroppo, il persistere di una costante difficoltà nel pianificare le attività a lungo termine. Difficoltà dovuta soprattutto all'incertezza del sostegno pubblico regionale. Nonostante la cifra non sia particolarmente elevata (si parla di 30mila euro - da suddividere tra tutte le piazze coinvolte - pari circa alla metà dell'intero budget della manifestazione) CircuitoCinema non è, infatti, ancora riuscito ad ottenere continuità nel finanziamento e questo costituisce oggettivamente un grave handicap, sia perché impedisce una qualsiasi forma di programmazione di attività pluriennali ma anche, in prospettiva, impedisce il coinvolgimento di nuove realtà alle quali CircuitoCinema è costretto a chiedere un'adesione “alla cieca”, senza potergli prospettare se la loro partecipazione sarà o meno sostenuta dall'intervento pubblico, il che, per cinema delle dimensioni periferiche, non è una variabile di poco conto. Tutti i cinema che ora fanno parte del CircuitoCinema sono, infatti, delle strutture monosala, spesso adibite a molteplici attività, e la cui gestione è messa ogni giorno a serio rischio dalla aggressiva proliferazione dei multiplex e da condizioni di mercato che ne rendono sempre più difficile la sostenibilità. La loro messa in rete in un CircuitoCinema rappresenta, quindi, una risposta all'esigenza di fare massa critica e di ottimizzare le gestione delle risorse in chiave economica ma anche la riscoperta di un patrimonio sociale e culturale determinato dalla rivalorizzazione di questi luoghi come centri di aggregazione per le comunità all'interno delle quali si trovano.


LA MUSICA DI TEHO TEARDO

TRIESTE FILM FESTIVAL

Trieste, dal 19 al 25 gennaio 2012

L’associazione Alpe Adria Cinema è stata fondata con il preciso scopo di promuovere e amplificare tutte le iniziative nei campi del cinema, della sperimentazione e dell’audiovisivo, contribuendo di fatto alla crescita culturale e alla ricerca nei paesi dell’Europa centro orientale, l’Asia centrale e i paesi del Mediterraneo. Nei suoi 23 anni di attività l’associazione Alpe Adria Cinema e il suo progetto più importante, il Trieste Film Festival, si sono sempre distinti per l’originalità delle loro iniziative. Il festival ha analizzato e portato visibilità a film e registi che erano stati dimenticati per molti anni. Il Trieste Film Festival ha acquisito sempre maggiore rilevanza a livello nazionale e internazionale, divenendo un punto di riferimento unico nel suo genere, soprattutto per quanto riguarda le cinematografie dell’Europa centro orientale. A livello nazionale il festival ricopre un ruolo fondamentale, essendo l’unico festival ad aver seguito la produzione cinematografica di questi paesi con scrupolosa attenzione. Accanto alle selezioni ufficiali e i programmi collaterali, a partire dal 2010 il festival organizza i meeting internazionali di co-produzione When East Meets West, che coinvolgono più di 120 professionisti del cinema provenienti da tutta Europa. Info: /www.triestefilmfestival.it

INCONTRI CON IL CINEMA DI TONINO GUERRA Pordenone, auditorium galleria PARCO, 12-19-26 gennaio 2012

In occasione della mostra “Tonino Guerra. Diario di un poeta” che si terrà fino al 26 febbraio presso la Galleria d’arte moderna e contemporanea di Pordenone “A. Pizzinato”(PARCO) verranno proiettati, in collaborazione con Cinemazero, tre indiscussi capolavori della storia del cinema di cui Tonino Guerra è stato sceneggiatore. Il calendario delle proiezioni è il seguente: giovedì 12 gennaiosi potrà ammirare Amarcord (1973) di Federico Fellini, il 19 gennaio Nostalghia (1983) di Andrei Tarkovskij ed infine il 26 gennai0 L'eternità è un giorno (1998) di Théo Angelopulos. Le proiezioni inizieranno alle ore 20.15 presso l’auditorium della galleria e l’ingresso è libero. Info: www.artemodernapordenone.it

Domani accadrà ovvero se non si va non si vede

Pordenone, Teatro Comunale Giuseppe Verdi, 10 Gennaio 2012

Nel concerto saranno presentati brani tratti dalle colonne sonore di Teho Teardo ed eseguiti dallo stesso compositore alla chitarra ed elettronica, Martina Bertoni al violoncello ed Alexander Balanescu al violino. Brani tratti da film che hanno goduto di un grande successo, basti pensare a Il Divo di Paolo Sorrentino o La Ragazza Del Lago ed il recentissimo Il Gioiellino di Andrea Molaioli che indagava lo scandalo Parmalat. Teardo e Balanescu avvicinano i loro percorsi per ristabilire nuovi equilibri tra contemporaneità e tradizione classica. La chitarra e l’elettronica di Teardo ed il violino di Balanescu si interrogano sul proprio passato nella ricerca di nuove relazioni tra tradizione e sonorità contemporanee, ridefinendone i confini. Con l’utilizzo dell’elettronica e dell’improvvisazione cercano un nuovo equilibrio che rimetta in discussione le reciproche esperienze musicali fino a scoprire un nuovo dialogo tra mondi apparentemente lontani ma che si sovrappongono, annullando i significati del tempo che li ha custoditi. Teardo e Balanescu hanno affinità anche nel loro rapporto con il cinema. Il primo sta aprendo al cinema italiano le nuove possibilità di una scrittura che attraversa elettronica, minimalismo e musica da camera. Il secondo ha fissato nella storia del grande schermo alcune delle più belle partiture di Michael Nyman. Il punto di incontro è nel suono, nella possibilità di trasformare il suono in scrittura e quindi in visione. Info: www.comunalegiuseppeverdi.it


i film del mese

Con Leonardo DiCaprio, Armie Hammer, Naomi Watts, Judi Dench, Ed Westwick. Biografico, durata 137 min. USA 2012.

Con Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Ashley Jensen. Titolo originale Hysteria. Commedia rosa, durata 100 min. - Gran Bretagna, Francia, Germania 2011

Con Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, Benedict Cumberbatch, Jared Harris. Titolo originale Tinker Tailor Soldier Spy. Spionaggio, durata 127 min. - Gran Bretagna, Francia, Germania 2011.

PRIMA VOLTA ASSIEME PER CLINT EASTWOOD E LEONARDO DICAPRIO

J. EDGAR DI CLINT EASTWOOD

Il prossimo film di Clint Eastwood sarà ancora una volta a sfondo biografico su un personaggio realmente esistito nella storia americana: il funzionario politico Edgar J. Hoover a capo dell'FBI per quasi cinquant'anni. Ad interpretare questa figura che ha visto passare ben otto diversi presidenti americani, sarà Leonardo DiCaprio. Hoover è il titolare di alcune innovazioni molto apprezzate all'interno dell'accademia nazionale per l'addestramento degli agenti come l'archivio delle impronte digitali e l'introduzione dei laboratori scientifici. Si ritrova a metà anni Venti in piena epoca di gangster e a lui si deve la cattura di John Dillinger chiamato il “nemico pubblico numero uno”. In piena epoca maccartista fonda il Counter Intelligence Program attraverso il quale riesce a tenere sotto controllo l'attività di gruppi di estremisti come le Pantere Nere, il Partito Comunista degli Stati Uniti d'America, il Partito dei Lavoratori Socialisti, il Ku Klux Klan e il Movimento degli Indiani d'America. Le indagini di Hoover sono molto dettagliate e mirano a raccogliere informazioni anche su celebrità riguardo i loro interessi, le attività lavorative e il loro orientamento sessuale. Hoover per primo dà di che pensare alle forze dell'ordine a causa delle voci che lo attorniano sulle sue predilezioni per i travestimenti. Tutto questo mentre gli Stati Uniti affrontano situazioni delicate dove Hoover riesce a mettere il naso, dalla guerra in Vietnam agli assassinii politici di Martin Luther King e Kennedy.

UN'IDEA

PICCANTE PER UNA COMMEDIA CHE DIVERTE

HYSTERIA DI TANYA WEXLER

Londra 1880. Il giovane Mortimer Granville è un dottore che lotta per far passare le nuove scoperte scientifiche negli ambulatori e negli ospedali gestiti da vecchi medici fedeli a convinzioni errate ed obsolete. In cerca di un nuovo impiego dopo l’ennesimo licenziamento, lo trova presso il dottor Dalrymple, specializzato nella cura “manuale” dell’isteria che affligge buona parte delle signore di Londra e si manifesta variamente con tristezza, irritabilità, pianto frequente o incontenibile rabbia. Innamorato della seconda figlia di Dalrymple, Emily, e osteggiato dalla primogenita Charlotte, che lo vorrebbe dedito a malattie più serie, Mortimer si ritroverà letteralmente fra le mani l’idea del secolo, durante una visita al suo amico e benefattore Edmund, un appassionato di congegni elettrici. La commedia di Tanya Wexler romanza non poco l’invenzione del vibratore ad opera del signor Joseph Mortimer Granville (il quale lo aveva pensato, in realtà, come strumento per la cura dei muscoli indolenziti in fisiatria e non ci teneva affatto a legare il proprio nome a questo secondo uso) puntando tutto sulla straordinaria coincidenza per cui avvenne nella più puritana delle società, quella della classe agiata nell’Inghilterra della regina Vittoria.

UN FILM ROMANTICO, CARICO E DELICATO ALLO STESSO TEMPO

LA TALPA DI TOMAS ALFREDSON

Londra, 1973. Control, il capo del servizio segreto inglese, è costretto alle dimissioni in seguito all’insuccesso di una missione segreta in Ungheria, durante la quale ha perso la copertura e la vita l’agente speciale Prideaux. Con Control se ne va a casa anche il fido George Smiley, salvo poi venir convocato dal sottogretario governativo e riassunto in segreto. Il suo compito sarà scoprire l’identità di una talpa filosovietica, che agisce da anni all’interno del ristretto numero degli agenti del Circus: quattro uomini che Control ha soprannominato lo Stagnaio, il Sarto, il Soldato e il Povero.


John Le Carré, prima di diventare uno dei massimi esponenti della letteratura di spionaggio, è stato dipendente del MI6 e ha effettivamente visto la propria carriera interrompersi a causa di un agente doppiogiochista al soldo del KGB. Di questa trasposizione per il grande schermo Le Carrè stesso ha dichiarato: “sono orgoglioso di aver consegnato ad Alfredson il mio materiale, ma ciò che ne ha realizzato è meravigliosamente suo”, e non potrebbe esserci verità più lampante e gradita.

Con Brad Pitt, Jonah Hill, Robin Wright Penn, Philip Seymour Hoffman, Chris Pratt. Titolo originale Moneyball. Drammatico, durata 126 min. - USA 2011.

UNA COMMEDIA AL FEMMINILE CONTRO L'INTEGRALISMO

ET MAINTENANT, ON VA OÙ? DI NADINE LABAKI

In un paese in una zona montuosa del Medioriente la piccolo comunità è divisa tra musulmani e cattolici. Se gli uomini sono spesso pronti alla rissa tra opposte fazioni le donne, tra cui spiccano le figure di Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh sono invece solidali nel cercare di distogliere mariti e figli dal desiderio di trasformare i pregiudizi in violenza. Non tralasciano alcun mezzo in questa loro missione, ivi compreso far piangere sangue a una statua della Madonna o far arrivare in paese delle ballerine da avanspettacolo dell'Europa dell'Est affinché i maschi siano attratti da loro più che dal ricorso alle armi. Si arriva però, nonostante tutto, a un punto di tensione tale in cui ogni tentativo di pacificazione sembra ormai inutile. Dopo averci deliziato con una beirutiana depilazione al profumo di caramello, Nadine Labaki lascia la città per tornare ad affrontare con stile diverso ma con intatta (se non addirittura maggiore) efficacia il tema che sembra maggiormente starle a cuore: la convivenza tra esseri umani che professano una religiosità diversa. In questo film, che si apre con una coreografia cimiteriale di grande effetto, Labaki svaria dalla commedia al dramma non negandosi neppure sprazzi di musical.

UN PUNTO DI VISTA POLITICO SUL MONDO SPORTIVO

L'ARTE DI VINCERE DI BENNETT MILLER

Gli Oakland Athletics sono una buona squadra di baseball che però non può competere con i budget stratosferici di squadre come ad esempio i New York Yankees. Quando al termine di una buona stagione il general manager Billy Beane si vede portar via i suoi tre migliori giocatori, la loro sostituzione diventa impossibile, soprattutto con i pochissimi soldi a disposizione. A questo punto però Beane incontra Peter Brand, giovane laureato in economia che gli dimostra come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche invece che sui nomi altisonanti. Beane abbraccia la filosofia del ragazzo e rifonda la squadra con nomi sconosciuti o apparenti scarti, lasciando basiti tutti i collaboratori degli Oakland Athletics, compreso l'allenatore Art Howe. All'inizio le cose non sembrano funzionare, ma pian piano il "sistema" messo in piedi da Beane Brand comincia a dare frutti insperati… L'idea giusta nell'uomo sbagliato. Così potremmo sintetizzare l'idea portante de L'arte di vincere, seconda regia di Bennett Miller presentata al Toronto Film Festival. Questa è la bellezza intrinseca del personaggio principale, Billy Beane, interpretato alla perfezione da Brad Pitt: un uomo che è stato sconfitto come giocatore dal sistema vigente nel mondo del baseball e che da dirigente tenta con ogni mezzo di cambiarlo quando ne vede la reale opportunità. Una figura tutt'altro che eroica quella tratteggiata dalla penna di Steven Zaillian e Aaron Sorkin e per questo molto interessante: Beane è ossessionato dal suo lavoro, anche nel successo continua inconsciamente a sentirsi uno “sconfitto” – non guarda mai le partite allo stadio, sente dentro di sé di non portare fortuna alla squadra – e lo spirito di rivalsa che lo attanaglia non è ben chiaro neppure a lui. La star, colonna portante del film, gli regala carisma e anche una certa dose di ambigua rabbia repressa, che ad esempio viene sfogata dal costante assaggiare ogni cosa che gli capita a tiro.

i film del mese

Con Claude Msawbaa, Layla Hakim, Nadine Labaki, Yvonne Maalouf, Antoinette Noufaily. Drammatico, durata 110 min. - Francia, Libano, Egitto, Italia 2011


BISIO E SIANI SI SPOSTANO AL NORD

Con Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud. Titolo originale Les émotifs anonymes. Commedia, durata 80 min. - Francia, Belgio 2010.

UN

i film del mese

Con Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Nando Paone. Commedia, - Italia 2012

BENVENUTI AL NORD DI LUCA MINIERO

Texas, primi anni '50... Il vero American psycho non è uno yuppie dei rampanti anni Ottanta che abita in un attico dell'Upper East Side, ma uno sceriffo che amministra la legge nel profondo Texas dei prosperosi Fifties. Come Patrick Bateman, Lou Ford è una scheggia impazzita nella voluttà dei suoi tempi, che reagisce alla noia e alla frustrazione con la violenza più estrema e le più turpi perversioni. La somiglianza tra i due termina qui, perché se il romanzo di Bret Easton Ellis tende a dare una visione mostruosa ed esasperata della superficialità e del vacuo narcisismo dei nuovi ricchi, nel racconto originale “The Killer Inside Me” scritto da Jim Thompson nel 1952 (quindi antecedente di ben quarant'anni il romanzo di Easton Ellis) non c'è alcuna traccia di possibile speculazione pseudo-sociologica. È puro pulp. Come puramente pulp è anche la trasposizione di Michael Winterbottom, che, dopo essere divenuto uno dei registi più quotati nei festival internazionali con un cinema di denuncia sociale, fatto di una cruda ricerca del realismo, nella sua prima incursione americana mette da parte ogni presupposto ideologico e si concentra realmente sulla “polpa”, sulla matericità della sua matrice letteraria. Dal reale al iperreale, il regista britannico si conferma un metteur en scène eclettico, ma anche cinico e talentuoso quanto basta per dare al suo film la patina vivida e i colori saturi della grafica dei Fifties. Il suo approccio alla sorgente letteraria è talmente filologico, che il suo film diviene una perfetta sintesi per immagini del romanzo di Jim Thompson, con tanto di titoli di testa fumettistici e colonna sonora a base di pezzi country-jazz. Si immerge talmente tanto nella mente contorta del suo protagonista, da costruire scene di violenza spietata e dirompente, tanto più insostenibili perché perpetrate sul corpo perfetto di Jessica Alba e su quello morbido e dolce di Kate Hudson. The Killer Inside Me non si propone né come un nuovo capitolo del pulp citazionista e “tarantinato”, né come una cavalcata nel neo-noir colto dei Coen. Winterbottom costruisce un universo letterario dove conta solo il piacere del racconto, e dove la violenza, non più finalizzata ad un progetto di ricerca sulle iniquità sociali o le violazioni dei diritti umani, viene utilizzata, piaccia o non piaccia, come forma e contenuto della cultura popolare. E la sua personale “operazione Grindhouse” affascina, turba e coinvolge come solo i grandi racconti sanno fare. AMORE NATO DAL CIOCCOLATO

EMOTIVI ANONIMI DI JEAN-PIERRE AMÉRIS

Jean-René (Benoit Poelvoorde - Coco avant Chanel, Niente da dichiarare?) è proprietario e direttore di una fabbrica di cioccolato, mentre Angelique, sua dipendente, (Isabelle Carré - La volpe e la bambina, Il rifugio) è un'esperta cioccolataia, soprattutto nella preparazione di golose praline di cacao. Entrambi sono persone timide e soffrono di fobie sociali, tanto da non riuscire quasi a proferir parola, nonostante amici e colleghi provino a spronarli a vincere le loro insicurezze. Si innamorano l'uno dell'altro, ma dovranno trovare il coraggio di dichiararsi reciprocamente i loro sentimenti e superare la mancanza di fiducia nel mondo che li circonda. La pellicola di Jean-Pierre Améris, acclamata al Tribeca Film Festival, ha riscosso un grande successo in Francia con 9 milioni euro d'incassi al botteghino ed è riuscito nell'impresa di mettere d’accordo pubblico e critica. Il film si concentra molto sulle patologie sociali, raccontate dal regista con una certa dose di umorismo proprio perché lo ha vissuto in prima persona: "da sempre sono un timido senza speranze, quando la riservatezza ha iniziato a limitare seriamente le mie scelte di vita, mi sono rivolto ai gruppi di aiuto degli Emotivi Anonimi, che adottano lo stesso approccio usato per curare anche altre dipendenze e fobie".


LA SCUOLA AL CINEMA

prenotazione obbligatoria allo 0434.520945 (Mediateca) LA SCUOLA AL CINEMA: SPECIALE GIORNATA DELLA MEMORIA LE PROIEZIONI VERRANNO INTRODOTTE DA UN FORMATORE DI CINEMAZERO; AD OGNI DOCENTE VERRÀ L’INGRESSO PER GLI STUDENTI È DI 4,00 EURO. PER ACCEDERE ALLE PROIEZIONI È INDISPENSABILE PRENOTARE TELEFONANDO ALLO 0434/520945. FORNITO MATERIALE DIDATTICO DI APPROFONDIMENTO.

LA CHIAVE DI SARA un film di Gilles Parquet-Brenner, Francia 2010 (111’) Martedì 24 gennaio 2012, ore 09.00 e ore 11.00 Cinemazero, Pordenone Venerdì 27 gennaio 2012, ore 09.00 e ore 11.00 Cinemazero, Pordenone Julia Jarmond, giornalista americana che vive in Francia da 20 anni, indaga sul doloroso episodio del rastrellamento nazista del Vel d'Hiv a Parigi. Il soggetto di un possibile articolo giornalistico diventa per Julia qualcosa di più personale, fino a svelare un mistero familiare.

Documentare la Memoria:

LA STRADA DI LEVI

un film di Davide Ferrario, Italia 2005 (92’)

Mercoledì 25 gennaio 2012, ore 09.00 Aula Magna Cinemazero, Pordenone Dopo la liberazione dal campo di sterminio di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, Primo Levi intraprese un lungo viaggio attraverso l’Europa per tornare a casa, in Italia. Davide Ferrario e Marco Belpoliti ripercorrono quei seimila chilometri che separavano Levi da Torino, confrontando l’Europa descritta nelle sue pagine con quella contemporanea. Una strada lunga dieci mesi, formalizzata ne "La Tregua", uno dei suoi romanzi più celebri sulla Shoah, sulla sopravvivenza e sul ritorno, seguito di "Se questo è un uomo".

La donna nella Memoria:

LA ROSA BIANCA un film di Marc Rothemund, Germania 2005 (117’) Mercoledì 25 gennaio 2012, ore 11.00 Aula Magna Cinemazero, Pordenone Il 17 febbraio del 1943, quando il governo tedesco dichiarò caduta e perduta Stalingrado, un gruppo di studenti dell’università di Monaco si convinse che la fine della guerra fosse ormai prossima. I tempi e il popolo tedesco erano maturi per il loro sesto volantino rivoluzionario. Furono i fratelli Scholl, Hans e Sophie, a offrirsi volontari e a immolarsi, ignari, per la causa. Quella mattina di febbraio centinaia di volantini di denuncia contro i crimini nazisti vennero disseminati lungo i corridoi degli atenei. Un gesto azzardato che divenne il loro punto di non ritorno: sorpresi da un sorvegliante, furono interrogati dalla Gestapo, processati dalla Corte Popolare di Giustizia e condannati alla ghigliottina in soli cinque giorni.

TOTÒ

FA N S C LU B

PORDENONE

“LE PARODIE”

Totò e Cleopatra

regia di Fernando Cerchio, 1963, 95 min. Venerdì 27 gennaio 2012 - ore 21.00 Mediateca Pordenone di Cinemazero Piazza della Motta, Pordenone con il patrocinio del Comune di Pordenone INGRESSO LIBERO


gennaio 2012 cinemazeronotizie