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SAVINA TRAPANI

Il giardino fatato e altre fiabe


Copyright 2010 CIESSE Edizioni Design di copertina 2010 CIESSE Edizioni Il giardino fatato e altre fiabe By Savina Trapani Tutti i diritti sono riservati. È vietata ogni riproduzione, anche parziale. Le richieste per la pubblicazione e/o l’utilizzo della presente opera o di parte di essa, in un contesto che non sia la sola lettura privata, devono essere inviate a: CIESSE Edizioni Servizi editoriali Via Conselvana 151/E 35020 Maserà di Padova (PD) Telefono 049 7897910 – 049 8862964 Fax 049 2108830 E-Mail redazione@ciessedizioni.it P.E.C. infocert@pec.ciessedizioni.it ISBN 9788897277309 Collana “RAINBOW” Versione eBook http://www.ciessedizioni.it


NOTE DELL’EDITORE I racconti del presente libro sono opere di pura fantasia. Quest’opera è stata pubblicata dalla CIESSE Edizioni senza richiedere alcun contributo economico all’Autore.


BIOGRAFIA DELL’AUTRICEE SAVINA TRAPANI è nata a Catania il 24.08.1970. Nel 1989 ottiene la Maturità Classica, presso l’Istituto “Sacro Cuore di Gesù” a Catania e nel 1998 il Diploma di Specializzazione in Giornalismo presso l’Istituto “Superiore di Giornalismo” ad Acireale con il massimo dei voti: 110 con lode. Collabora con numerose riviste e periodici come giornalista e scrive poesie, raccolte di fiabe e libri fantasy. La lettura e il nuoto sono i suoi hobby preferiti. Una scrittrice matura e completa, i suoi testi sono sempre colmi di una genuinità considerevole. BIBLIOGRAFIA 1997 racconto per ragazzi: “Accadde in India”, Joppolo Editore” 2003 nell’antologia “Le più belle poesie del premio letterario Olympia Città di Montegrotto Terme 2003” AA.VV., collana “Le schegge d’oro”, la poesia “Quel lungo viale dagli alti cipressi” 2003 nell’Antologia del premio letterario “Il Club dei Poeti 2003” AA.VV., collana “Le schegge d’oro”, la poesia “La sassifraga”, edizioni Montedit


2005 Presso il catalogo annuale dell’Associazione Accademica Catanese “Eliodoro” di Arte, Lettere e Scienze, pubblica la poesie “Ceneri di castagne” per la XXIX Rassegna Nazionale D’Arte 2006 raccolta di fiabe “La Regina dei ghiacci incantati e altre fiabe”, Casa Editrice La Prova D’Autore


Indice Il calzolaio matto La farina del mugnaio Il thè delle cinque (signore) Il Duca e le quattro sfere rosse La luna stanca Il giardino fatato La stanza dimenticata


1. IL CALZOLAIO MATTO

Un tempo, esisteva quella che veniva chiamata e tuttora ricordata come Lastland: su questa terra si evocano tante leggende e, molti fatti accaduti, si narra siano legati ad essa, ma vi è una storia che merita in modo particolare di essere raccontata, in quanto, a Lastland, fu data una lezione di vita, a chi proprio non sapeva vivere. Dovete sapere, infatti, che proprio nel su citato Regno viveva un ricco mercante, il quale era conosciuto da tutti per la sua pigrizia, poiché amava più di ogni altra cosa oziare: niente e nessuno riusciva a farlo riprendere dalla perenne apatia in cui amava perdersi. Tuttavia, ahimé, lui si vantava di aver girato il mondo, in lungo e in largo, per procurarsi le sue mercanzie e grazie


all’impegno che vi metteva era riuscito ad accumulare enormi ricchezze. La storia sulle ricchezze era autentica, peccato però che non si era spostato da Lastland un solo giorno nel corso della sua vita, infatti la sua vera fortuna era data dal fatto che poteva sempre contare su servi fedelissimi che viaggiavano per lui. Un giorno, però, accadde qualcosa d’inaspettato che modificò drasticamente il suo modo di vivere, infatti durante una di quelle mattine, in cui si trovava a gironzolare, senza far nulla, per Lastland, il mercante vide in lontananza il calzolaio, che seduto fuori dalla sua bottega, stava realizzando un paio di quelle sue scarpe che lo avevano reso tanto celebre in varie parti del Regno. Ma il mercante essendo per propensione invidioso di tutto ciò che risultava essere migliore di sé, decise, avvicinandosi, di canzonare quel poveretto intento nel suo lavoro. Appena il calzolaio comprese le intenzioni del mercante, vendendolo in lontananza avvicinarsi, alzò gli occhi al cielo, poiché, ogni qualvolta quello screanzato si recava da lui in bottega, gli faceva sempre perdere del


tempo prezioso, divagando in mille discorsi, senza senso, che non portavano proprio a nulla. “Come state, calzolaio, eh? Oggi abbiamo la sorte dalla nostra dato che possiamo godere di una splendida giornata di sole. Così, ho sentito l’irrefrenabile bisogno di fare una lunga passeggiata, per sgranchirmi un po’ le gambe. E, voi, piuttosto, cosa mi raccontate?”, chiese il mercante, determinato a far conversazione, pur notando quanto fosse occupato il calzolaio, il quale, onde evitare che il mercante potesse trattenersi a lungo, dato che era chiaro che non avesse nulla da fare, cercò di tagliar corto, essendo il più vago possibile: “Sto bene, grazie; ho molto lavoro da sbrigare. Buona passeggiata”, telegrafò verbalmente quest’ultimo. “Su, su, via. Potrete pur scambiare due parole. Posate quell’arnese che tenete in mano e magari scendiamo insieme a bere un goccetto giù alla locanda”, insistette, con il suo grande faccione e i lunghi baffi, il mercante.


A questo punto il calzolaio, incominciò a perdere la pazienza e cercando di controllare il suo collerico malessere, disse: “Se siete disposto ad aspettarmi sino questa sera, forse, per allora riuscirò ad alzarmi dalla sedia”. “Siete sempre in vena di scherzi, voi sbottò a ridere il mercante - E sempre più fortunato, eh!”. Ma notando la perplessità sul volto del povero calzolaio, il mercante, aumentò la dose, azzardando i particolari, per render più chiaro il suo pensiero all’interlocutore: “Svolgete un lavoro che vi permette di poter stare comodamente seduto su di una sedia; oh, via, non fate finta di niente. Invece, ahimè, guardate, questi poveri piedi miei ne hanno tagliata di strada, sarà per questo che li ho sempre gonfi, come due grosse salsicce, e doloranti. Purtroppo, per poter acquistare le mie mercanzie, come ben sapete, son costretto a viaggiare e a camminare. Per voi invece è tutt’altra cosa, sempre seduto; sono sicuro che svolgendo il vostro lavoro in questa condizione, non avvertite la fatica dell’opera quotidiana, ecco perché


lavorate tanto, ed ecco anche perché vi impegnate con tanta passione. Beato voi. Beato!”. Il povero calzolaio era esterrefatto, non riusciva a credere a ciò che aveva udito da quello stolto del mercante, non aveva proprio alcuna coscienza: lui che si spezzava la schiena tutto il giorno su quelle scarpe e che spesso gli rubavano pure parte della notte per riuscire a consegnare in tempo i suoi lavori. Mentre, il mercante non faceva altro che passeggiare per il paese, tutto il santo giorno, oziando in groppa al suo cavallo e infastidendo ora uno ora l’altro. Allora decise di dare una lezione a quello spocchioso e mordendosi le labbra, per non palesare la collera, disse: “Eh, avete proprio ragione, caro mercante, beato io, beato! Ma a proposito, ditemi, a quando il prossimo viaggio di lavoro”. “Beh, vi dirò, penso proprio che la settimana prossima mi rimetto in viaggio; dirò ai miei servi di prepararci come si conviene per affrontare un lungo tragitto e andremo subito via, altrimenti impiegheremo troppo tempo a ripercorrere


la strada del ritorno. Già mi sento a dosso le fatiche di quest’altra spedizione”, esordì il mercante, felice in cuor suo, non solo per l’interesse dimostrato dal calzolaio, ma anche perché, come accadeva sempre, non sarebbe stato lui a dover affrontare le fatiche, ma bensì i suoi servi Così, rimanendo comodamente a casa, avrebbe atteso le mercanzie che gli avrebbero prontamente consegnato. Disgustato da tanta sfacciataggine, il calzolaio decise di attuare la sua vendetta e, prendendo in giro l’ignaro mercante, pensò di fargli un regalo, e che regalo: “Allora, permettetemi di aiutarvi ad affrontare quest’altra fatica, accettando un mio dono, ma vi avverto sin d’ora, prima di rimanerci male, non aspettatevi chissà che. Dovete sapere che ho realizzato un paio di scarpe che fanno proprio al caso vostro. Sono calzari speciali, incantati, infatti, chi l’indossa non prova la fatica del camminare; potrà attraversare a piedi l’intero mondo sentendosi fresco e riposato come se fosse stato seduto, poiché sono le scarpe a fare tutto”.


Il mercante era entusiasta, non poteva pensare nell’esistenza di una cosa simile, lui sarebbe stato l’unico ad indossare una tal meraviglia: “Non posso credere alle miei orecchie…”, si stupì, infatti, l’ingenuo e sentendosi gratificato dal dono inaspettato, realizzò che, quelle scarpe, per le sue brevi passeggiate sarebbero state perfette ed essendo anche un vanitoso si sarebbe potuto pavoneggiare di ciò con amici e parenti. “Cosa posso dirvi, caro calzolaio, effettivamente, considerate le mie esigenze, il vostro dono calza a pennello”, concluse il mercante, senza neppure ringraziare. “Bravo, non ditemi nulla. Non ringraziatemi, per carità, ci mancherebbe altro. Il fatto che le possiate indossare proprio voi, per me sarà un onore. Pensate che, portando queste scarpe, indosserete dei calzari realizzati con materiali rari e pregiati, i quali per procurarmeli mi hanno costretto a compiere imprese che non sto qui a dirvi, ma sempre nulla a confronto delle vostre s’intende, eh!”, continuò il calzolaio con vena ironica e


conferendo maggior valore al dono, introducendo una nota di mistero. Infatti, disse, presuntuosamente il mercante: “Cosa mi dite, davvero? Effettivamente non riesco ad immaginare nessuno più adatto di me a portare un simile paio di scarpe”. “Esatto – si affretto a rispondere il calzolaio, desideroso di punire per la sua boria il mercante – pensate che la suola è indistruttibile poiché l’ho ottenuta utilizzando una squama di drago bianco…è a prova di bomba, credetemi. La morbida monta, invece, l’ho ricavata dalla lingua di drago rosso, infatti, non si macchia e non si graffia; mentre, la colla utilizzata per incollare le varie parti, non è altro che lo sputo di un drago nero. Il tutto è stato prontamente cucito e rifinito utilizzando un lungo filare di seta estratto da un baco dorato, che dischiusosi ha generato una rara farfalla d’oro proveniente dalle rive del fiume Giallo”. “Proveniente da dove?”, domandò, interessato il mercante, sperando di riuscire a ricordarsi tutto ciò che aveva sentito, per poterlo narrare a sua volta.


“Si, si avete capito bene, il fiume Giallo”, insistette il calzolaio, notando l’evidente ignoranza di quell’uomo. “Ma quale fiume Giallo, quello che scorre, dietro la collina qua sotto”, continuò il mercante indicando il ruscelletto che scorreva poco più in là, dietro la collina. Il calzolaio, fece finta di non sentire, quel fiume che scorreva in Cina non poteva essere noto ad un essere come quello, ma per il mercante fu subito chiaro che chi tace acconsente. “Ma comunque, siete pronto per indossarle? Bene aspettatemi qui, che entro in bottega a prenderle”, concluse il calzolaio, il quale si divertiva a prendere in giro il mercante, con tutte queste storie alla cui conclusione, mostrava una faccione inebetito ed esterrefatto; proprio lui che pur vantandosi di aver affrontato grandi viaggi neppure sapeva dove si trovasse il fiume Giallo. Il mercante, nel mentre, non riusciva a stare nella pelle, nell’attesa d’indossare i calzari meravigliosi, tanto vantati dal calzolaio ma, essendo un uomo basso e tarchiato, era un po’ preoccupato, poiché, se


non si fosse guardato in uno specchio, quelle scarpe non avrebbe mai potuto vedersele ai piedi, in quanto il suo grande pancione gliene impediva la visione. Ma tuttavia, ciò che più contava per lui era la bella figura che avrebbe fatto con chi lo avesse incontrato e perdendosi nella convinzione di venir invidiato da tutti nel Regno di Lastland, attese con maggior ansia il ritorno del calzolaio: “Sono il frutto di un incantesimo, fatene buon uso, mi raccomando”, concluse questi di ritorno con le scarpe fra le mani. Così, il mercante prese le scarpe e le infilò nella borsa da viaggio che portava con sé, ben legata alla sella del suo cavallo; quando si allontanò e il calzolaio lo vide girare l’angolo, soddisfatto per la compiuta vendetta, disse fra sé e sé: “Vedrete che bella sorpresa, non appena le calzerete…Come no! Sarete invidiato proprio da tutti”. Durante la strada del ritorno, verso casa, il mercante sempre in groppa al suo cavallo, cominciò a sbadigliare pigramente e pensò di fermarsi per un po’ sotto una grande quercia per schiacciare un breve pisolino. Scese da


cavallo, sistemò la borsa con le scarpe sotto la testa, onde evitare di vedersele rubare e sdraiatosi all’ombra dell’albero si addormentò. Era pomeriggio inoltrato, quando riaprì gli occhi, appesantiti dalla profondità del sonno, e, solo dopo essersi stiracchiato, ripensò al dono del calzolaio prendendo la decisione di rincasare indossando i preziosi calzari. Così, una volta aperta la borsa, ammirò la manifattura perfetta delle scarpe nuove e avendole esaminate attentamente sfilò dai piedi le vecchie e si infilò i calzari ricevuti in dono. Erano proprio delle belle scarpe, pensò il mercante, morbide al punto giusto e il valore della manifattura esaltavano la preziosità di un lavoro perfettamente riuscito; purtroppo come aveva ben immaginato non riusciva a vedersele ai piedi a causa della preponderanza della pancia, ma ciò che più contava era che chi lo avesse incontrato avrebbe potuto aver modo di ammirarle. Decise così d’incamminarsi a piedi verso casa, tanto, come gli aveva spiegato il calzolaio, non si sarebbe stancato dato che le


scarpe facevano tutto loro e afferrate le briglie del cavallo cominciò la passeggiata. “Sono proprio comode – cominciò a dire al suo cavallo – Effettivamente sembra che non sia io a compiere i passi e che movimenti leggeri mi sembra di fare. Sono proprio contento, bravo il calzolaio”. Ma il mercante non poteva sapere che ancora il meglio doveva arrivare… Non appena si ritrovò di fronte casa e arrestò la marcia per poter battere il pugno contro il grande portone, per palesare il suo rientro, stranamente le scarpe sembravano non volersi fermare ed insistenti spingevano i piedi a compiere i passi, tanto che per un paio di volte gli fecero sbattere il faccione tondo contro al portone: “Buone, buone, aspettate no; siamo arrivate, datemi il tempo di bussare altrimenti, ancora una volta, mi farete urtare contro il portone”, disse l’ignaro, rivolgendosi alle scarpe, mentre addirittura cominciava ad ammirarne l’intraprendenza, come se fossero anche in grado di poter ragionare. Esse non sembravano accennare alla sosta e continuavano a marciare spingendo in


avanti il mercante, il quale cominciò a rendersi conto che non vi era verso di farle stare ferme. “Aprite, mannaggia, sono rientrato. Servi, moglie dove siete? E’ possibile che al rientro da una dura giornata, non c’è nessuno ad accogliermi. Dove siate spariti tutti? Certo, il gatto non c’è e i topi ballano! Vero?”, incominciò a gridare il mercante. Quando fu dentro casa e provò a sedersi per sfilarsi il dono che cominciava a diventar scomodo, dato il comportamento insolito dimostrato dalle scarpe, subito apparve chiaro come quelle non stessero mai ferme e nessuno, dai servi alla moglie, riuscì a togliere quei calzari dai piedi del mercante. E fu tutta una confusione… …Il mercante si sedeva e i calzari lo rimettevano dritto in piedi, si fermava e le scarpe acceleravano la marcia, si distendeva e le scarpe lo risollevavano per farlo scendere dal letto. Così, in piena notte, s’intrapresero tutti quei tentativi che avrebbero dovuto permettere di sfilare quelle disgraziate dai piedi del loro proprietario:


“Caro, non temere – diceva la moglie – adesso mi metterò a cavalcioni sulle tue gambe e, aiutata dalle fantesche, te le tireremo via dai piedi queste mostruosità, perché si tratta di questo e non di scarpe come ti ostini a chiamarle tu”. Ma per quanto fossero in quindici nessuno vi riuscì, già era un impresa tenerle ferme, figuriamoci a sfilarle. Allora si ricorse alla cassetta degli attrezzi, dalla quale venne presa una leva per far pressione sui talloni in modo da far schizzare via dai piedi le incomode scarpe, ma a nulla valse l’impresa. Così, uno dei servi pensò di tramortirle e, preso un martello bello grande, tenendo i piedi del mercante ben uniti, gli schiantò dei colpi perfettamente assestati sui calzari e nel cuore della notte si poterono udire in tutto il Regno le urla dello sventurato, mentre quelle testarde rimasero ad esso ben avvinghiate. Col sopraggiungere delle prime luci dell’alba il mercante fuori combattimento e furente dalla rabbia, gridando, disse: “Basta, basta…! Siete un branco d’incompetenti, non siete in grado di sfilarmi queste dannate. Sono avvilito non ce la faccio


più per quanto ho marciato; altro che scarpe incantate…ma gliela faccio vedere io a quel calzolaio dei miei calzari. Sellate il mio cavallo che sarà proprio quel delinquente del calzolaio a dovermele togliere dai piedi, altrimenti faccio una sciocchezza e darò fuoco a queste scarpe orrende” e nel dire ciò, nel culmine della rabbia, cercò di portarsi i piedi in bocca nel tentativo di prendere a morsi quello che poco prima era stato da lui considerato un meraviglioso dono. Ma per quanto provò e riprovò il mercante non riuscì neppure a salire in groppa al suo cavallo, poiché le scarpe, una volta salito in sella, lo spingevano, dalla parte opposta, giù da essa e fra le lacrime, a piedi, s’incamminò alla disperata ricerca del calzolaio; ora mai era avvilito, invece di facilitargli il camminare le scarpe trascinavano un corpo esausto che per quanto si buttasse per terra, tramortito dalla stanchezza, immediatamente veniva rimesso in piedi dalle scarpe incantate. Ma ecco finalmente che il mercante vide in lontananza la bottega del calzolaio e quando trovò la porta chiusa, sbirciò da dietro il vetro della finestra nella speranza di scorgere


qualcuno all’interno, però sempre tenendosi ben ancorato allo stipite a causa dei calzari che lo trascinavano di qua e di là. La disperazione raggiunse il culmine quando lesse un biglietto fuori dalla porta: “Sono assente. Non aspettatemi, poiché non so quando tornerò. Sappiate solo che ho deciso d’intraprendere un lungo viaggio, essendomi reso conto, come qualcuno mi ha fatto notare che, durante la giornata, stavo troppo seduto e avendo abusato fin troppo di una tale fortuna ho deciso di rimettermi in piedi...“. Il mercante pur non avendo colto dal messaggio la sottigliezza, disperato per l’assenza del calzolaio, fu sicuro che se non fosse riuscito a togliersi quei mostri dai piedi entro un paio di minuti sarebbe morto dalla stanchezza e cominciò a parlare a voce alta, nel mentre piangeva: “Sono spacciato, finito; questo delinquente del calzolaio me l’ha fatta. La colpa è mia e della mia boccaccia, quando gli ho fatto notare che stava troppo seduto ha preso coscienza del fatto e giusto adesso doveva partire, ora che sono sconvolto per causa sua. Siano maledetti questi affari che non mi


danno tregua…siate certi che a questa notte non ci arriverò, morirò prima”. Mentre il mercante si stremava nel suo involontario e continuo camminare e ancora camminare, vide ad una certa distanza, un uomo, il quale portava sulle proprie spalle un fagotto, inizialmente lo scambiò per il calzolaio e nella sua furente collera cominciò a sentirsi rincuorato, ma più la sagoma si avvicinava, più il sopraggiungere dello sconosciuto faceva perdere al mercante ogni speranza. Non appena l’aspettativa venne vanificata, cominciò a piangere perdendo ogni ritegno…era ormai certo che stava per morire di stanchezza, in quasi ventiquattr’ore aveva camminato più di quanto non avesse fatto in tutta la sua vita. Ma colui che il mercante aveva confuso per il calzolaio era un semplice viandante che non appena lo vide agitarsi in quel modo provò una gran pena per lui: “Cosa avete da pianger tanto? Cosa vi è mai accaduto? Ma perché non vi fermate un attimo?…Mi ascoltate?”, disse lo sconosciuto, notando come questi si agitava da un punto ad un altro della strada.


“Lasciatemi stare, non vedete che ai piedi porto due maledetti diavoli, due bestie, due orrende mostruosità; questi non sono calzari, sono un tormento che non riesco più a sfilarmi dai piedi. E’ da ieri che cammino, cammino, cammino, senza riuscire a fermarmi un momento, sono distrutto, avvilito…non ne posso più”. Il viandante, cominciò a grattarsi la testa perplesso, effettivamente il mercante non si fermava un solo istante e le gambe come delle molle non facevano altro che spingerlo sempre in avanti. Dopo una breve riflessione, lo sconosciuto, disse: “Eppure vi dirò, ricordo che già una volta mi capitò di sentir parlare di calzari come i vostri e fu una vera impresa riuscire a sfilarli dai piedi, al mal capitato…ma per tutto c’è una soluzione. Sappiate che i calzari che indossate sono certamente fatati ed esiste un solo modo per toglierli di dosso” “Dite - disse ansioso il mercante - farò qualsiasi cosa, pur di poter sfilare dai piedi queste disgrazie. Non ci sarà impresa che riuscirà a scoraggiarmi”.

Il giardino fatato e altre fiabe di Savina trapani  

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