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FRANCESCO SCARDONE

Anime tagliate


Copyright © 2011 CIESSE Edizioni Design di copertina © 2011 CIESSE Edizioni Anime tagliate di Francesco Scardone Tutti i diritti sono riservati. È vietata ogni riproduzione, anche parziale. Le richieste per la pubblicazione e/o l’utilizzo della presente opera o di parte di essa, in un contesto che non sia la sola lettura privata, devono essere inviate a: CIESSE Edizioni Servizi editoriali Via Conselvana 151/E 35020 Maserà di Padova (PD) Telefono 049 78979108/8862964 | Fax 049 2108830 E-Mail redazione@ciessedizioni.it P.E.C. infocert@pec.ciessedizioni.it


ISBN 978897277330 Collana GREEN Versione eBook http://www.ciessedizioni.it NOTE DELL’EDITORE Il presente romanzo è opera di pura fantasia ed è adatto a un pubblico adulto, in quanto descrive atti di sesso esplicito. Ogni riferimento a nomi di persona, luoghi, avvenimenti, indirizzi e-mail, siti web, numeri telefonici, fatti storici, siano essi realmente esistiti o esistenti, è da considerarsi puramente casuale e involontario.


Quest’opera è stata pubblicata dalla CIESSE Edizioni senza richiedere alcun contributo economico all’Autore.


A Ingmar Bergman, grazie per l'ispirazione


BIOGRAFIA DELL’AUTORE FRANCESCO SCARDONE nasce nel novembre 1989 a Torre Annunziata (NA). Diplomato al liceo classico frequenta ora il corso di laurea in lettere moderne. Ha esordito nel 2010 con il romanzo Necrophylia. Ha pubblicato vari racconti su antologie e riviste specializzate. Tra i suoi autori preferiti: Dostoevskij, Palahniuk, Kerouac. I suoi riferimenti cinematografici: Lars Von Trier, Fellini, Bergman. BIBLIOGRAFIA 2010 – Necrophylia - MJM editore 2010 - La paura di essere me (racconto in antologia) - Caravaggio editore


Racconti e poesie vari su riviste di letteratura


PROLOGO Ho il buco del culo talmente largo, che riesco a infilarci tutta la mano. Se me lo olio per bene, riesco a ficcarci dentro mezzo braccio. Non fa tanto male quanto sembra. Una volta che ci fai l'abitudine, diventa quasi piacevole. Aspetterò il prossimo distinto padre di famiglia/nonnetto psicopatico/ventenne in cerca di nuove esperienze e gli farò provare il più bel sesso anale che i suoi testicoli gonfi potrebbero mai immaginare. Ricordo lo strazio delle prime volte. Tutto quel sangue che veniva giù. Il dolore insopportabile. Ma il dolore è solo un'appendice. Il sottotitolo a piè di pagina. Il dolore non è niente.


Non vale un cazzo. Ora, mentre mi guardo il culo flaccido e brufoloso allo specchio, soprattutto in questo momento, il dolore vale meno che mai. Mi allargo l'ano e conto i pezzi di vetro che ho appoggiato sull'asse del water. In verità, non c'è molto da imparare. È tutto così dannatamente semplice. Con calma, come se fosse la cosa più naturale al mondo, infili il primo pezzettino fino a dove riesci ad arrivare con la mano. Poi cominci a scendere, fin quando ti ritrovi l'ultimo frammento infilato proprio all'entrata dell'ano. Quando ci hai fatto l’abitudine, riesci a diminuire le fuoriuscite di sangue al minimo. Ti pulisci con un paio di Cotton Fioc e il gioco è fatto. Il tuo culo. Quel terribile tunnel senza fine. Quella crepa blasfema, che


porta dritta all'inferno. Quella bocca famelica e oscena. In breve tempo, non avrai più alcuna sensibilità. Quel buco immondo che hai tra le chiappe, non ti apparterrà più. Sarà la pattumiera del tuo marciume. L'inceneritore delle tue pene. Conficco il primo pezzo. Sento il sangue caldo che mi scivola fra le dita. Il primo mattoncino per la ricostruzione del mio ego martoriato. Il primo passo verso la riscoperta di sé. Infilo il secondo pezzo. Non sono frocio, ma si può mai ficcare il proprio arnese nel culo della mamma dei propri figli? Si giustifica così la maggior parte. Come se a me fregasse qualcosa.


Infilatelo nel mio di culo, il vostro bel cazzone turgido! Avanti signori, venghino, si tengono due, anche tre spettacoli al giorno! Venghino signori, venghino! Non fate complimenti: con l'equivalente del biglietto di entrata, non ci comprate nemmeno una lavastoviglie di seconda mano per la bella mogliettina. Venghino, forza, su! Si deve provare tutto nella vita! È un altro degli alibi che trovano per sé stessi. Se si deve provare tutto, perché non provi che effetto fa una fucilata dritta in bocca? Arrivo al terzo pezzo. Non sento più niente, oramai. Quello che viene dopo è pura ascensione. È farsi spirito ed evacuare da sé. Fluttuo fra la luce opaca e le mattonelle azzurre del mio bagno. Mi siedo sulla tazza e mi osservo mentre continuo a ficcarmi schegge di luce nell'entrata posteriore.


Diademi di speranza mi scavano le pareti anali. Un buco del culo non è solo un buco del culo. Non sempre. A volte può essere la scorciatoia più breve verso la beatitudine. Il sentiero più sicuro per l'immortalità. E la scena si ripete. Sempre. Ogni volta più precisa della precedente. L'attempato padre di famiglia si lascia sedere sul letto. Stempiato. I primi capelli bianchi gli tempestano l'inconsistente chioma. Uno sguardo da bassotto assonnato. Le palpebre gli chiudono gli occhi. Le pupille si adagiano sul fondo dell'iride. Il padre di famiglia si tira l'arnese fuori dalle mutande. Se lo fa venire duro. Ora, però, non ha il coraggio di dirmi quello che vorrebbe. Sono attimi di goduria infinita, quelli durante i quali mi guarda, supplichevole, con


quell'aria da cane bastonato. "Cazzo, metti quella merda di culo all'aria e fammici fare un bel giro, sporco frocio di merda!" Vorrebbe urlare con la sua bocca asciutta. Il massimo che i suoi occhi mi rimandano, però, è quell'inebetita implorazione silenziosa. Quella tacita preghiera. Quel muto grido d'angoscia. Si passa la lingua sulle labbra e mi sorride. Timidamente, mi appoggia una mano su un fianco. Ogni volta penso che prolungare tutto questo sarebbe troppo crudele, anche per uno come me. Allora mi giro e mi piego. Quello che succede dopo è rapido e vuoto. Non significa nulla. Né per me, tantomeno per quel povero cristo che tra un quarto d'ora non riconoscerà più il suo cazzo. Entra. All'inizio nemmeno se ne rende conto. “È questo, quello che si prova a entrare


in un buco più stretto della figa?” Starà pensando. Va più in fondo. Non è così male. Sente tutto il sangue che gli pompa nella florida erezione. Con la moglie erano anni che non si sentiva così eccitato. Passata la prima timidezza, dà una piccola botta. Un leggero pizzicore, ma niente di particolare. La tragedia arriva quando comincia a vedere il sangue che cola. Avrà le sue cose? È la prima cosa che gli passa per la testa e sembra quasi compiaciuto dell'idiozia che ha pensato. Poi, però, cerca di tirare fuori il pene. Il vetro comincia a scavare nella pelle, in profondità. Il dolore non vale nulla. Il dolore non è un cazzo! Caccia un breve, sordo grido. Il suo irragionevole spirito di conservazione gli fa tirare il cazzo fuori dalle mie budella con un gesto brusco. Ed è la


cosa più stupida che avrebbe potuto fare. Il vetro non ha pietà. Gli dilania la pelle in un viscido strappo magenta. Il suo pene marsupiale vomita fuori tutto il sangue che l'erezione aveva accumulato. L'irreprensibile padre di famiglia non può credere ai suoi occhi. Non è il suo quel cazzo che gli pende tra le cosce. Quello è solo un'accozzaglia di nervi recisi e vene strozzate. Non è il suo cazzo quello, no! No! No! No! Ma più di tutto, in questo momento, sta pensando: "Ora che cazzo racconto a mia moglie?" Si tira su i pantaloni e si fionda fuori. Mi lascia la sua bella scia di sangue per tutto il corridoio e si chiude la porta alle spalle. Non lo racconterà a nessuno. Non avrà il coraggio nemmeno di andare al pronto soccorso per farsi medicare. Cercherà di curarsi da sé, rischiando


di farsi venire una bella infezione. Preferirà fingersi impotente con la moglie per i prossimi quindici anni, piuttosto che ammettere di essersi concesso un giretto nella parte oscura della luna. Sulla cima aguzza dell'esistenza. Terrà tutto per sé. In poco tempo si convincerà che niente di tutto questo sia mai accaduto. Le ferite guariranno e la sua vita continuerà a rotolare, inarrestabile, giù per la china della sua comoda, insignificante routine. Ma, in fondo, non dimenticherà. Non potrà non ricordare per sempre quegli attimi angosciosi durante i quali è stato costretto a pagare la sua somma di sofferenze per la colpa comune. Perché la verità è che non ci sono peccatori. C'è solo il peccato. Non


esistono colpe individuali. C'è solo la colpa comune. E dobbiamo tutti scontarla. Tutti. Il problema è che il dolore non è mai abbastanza. C'è sempre qualche pena da scontare. Qualche sbaglio per il quale farsi perdonare. Qualche crimine non punito. Sempre. Il dolore non vale un cazzo, sì, è solo un'appendice. Il sottotitolo a piè di pagina. Tutto vero. Però, in fin dei conti, il dolore è tutto. Tutto quello che mi resta per sentirmi ancora vivo. Tutto quello che mi separa, che mi trattiene dalla morte. Più dolore proverò, più avrò da vivere. Solo spingendo la soglia di sopportazione dei miei tormenti sempre oltre, potrò augurarmi di essere immortale. Se mi rimane ancora qualcosa per cui soffrire, a 'sto


mondo, di sicuro non mi farò annientare da tutto il resto. Il fatto è che io ci ho provato. Ci ho provato per davvero. Ma non ho trovato null'altro. Qualcosa che vada oltre l'angoscia. Qualcosa in più del supplizio. La vita finisce là dove finisce il dolore. Fine. Dissolvenza. Non ha senso sperare in altro. Continuare a illudersi. Il dolore è l'unica dimensione possibile. È l'unico stato pensabile. È la sola cosa sensata. Reale. La verità è che il dolore è tutto. Il dolore è la vita stessa e senza di esso noi cessiamo di esistere. Infilo l'ultimo pezzo e me ne torno in cucina. Tra poco il campanello suonerà, l'ennesimo sprovveduto errore della natura mi seguirà, inconsapevole, nella mia stanza da letto e la scena si ripeterà.


Il dolore si libererĂ . Di nuovo. Mi siedo e aspetto. DRRRRRIIIIIIINNNN.


1. Marco ha una quarantina d'anni. Un paio di stupendi occhi azzurri gli ballonzolano tristi nelle pupille. Gli vado ad aprire e lui mi saluta timido. “Ciao” mi fa, “Si può?” Se ne resta sulla soglia e aspetta che lo faccia entrare. Gli mostro il sorriso più smagliante che riesco a cacciarmi fuori dagli angoli delle labbra e gli faccio segno di seguirmi. Faccio strada fino in cucina. Ancora avvolto nel suo impermeabile beige da investigatore privato, si lascia sedere su una delle mie vecchie sedie di paglia. Tiene lo sguardo basso e si rigira le mani nervosamente. “Ti posso offrire qualcosa?” Gli chiedo. “Un caffè?”


“Oh certo, sì, se per te non è un problema.” Mi sorride lui. Ora, mentre vaga con lo sguardo incerto per il mio squallido cucinotto, io so cosa, più di tutto, vuole da me. Io lo so che la cosa che più desidera, in questo momento, è mettersi a parlare. Che tra pochi minuti comincerà a raccontarmi la sua insipida vita coniugale. Che mi dirà come è freddo il letto che divide con la sua donna. Ricorderà che un tempo non era così. Disgustato, affermerà che non si sognerebbe mai di ficcare il pisello nella stessa bocca che bacia ogni mattina i suoi bambini. Poi comincerà a parlarmi dei suoi stupendi figli. Mi dirà che la piccola ha avuto da poco il suo primo ciclo. Che pensava di morire dissanguata, la piccina. Mi dirà come il maschio è tutto lui. Con quel muso duro e quegli occhietti


sfrontati che non si tirano indietro davanti a niente. Comincerà a elencarmi tutti i mobili che vuole comprare all'Ikea, per la nuova cameretta dei piccoli. È una sorpresa per il loro compleanno, mi rivelerà. Poi continuerà a dirmi come, non appena apre la porta di casa, il loro grosso san Bernardo gli salta addosso e gli fa le feste. Mi farà una descrizione di un quarto d'ora su come Billy gli lecca il viso e le mani. Non contento, comincerà a elencare tutte le ingiustizie che è costretto a sopportare sul posto di lavoro. Mi aggiornerà su tutti i tipi di mobbing che subisce giornalmente. Mi sorbirò una lunga e dettagliata narrazione di tutti i soprusi che il suo capo inventa per far diventare la sua vita ancora più infernale di quanto già non sia. Quando se ne andrà, saprò a memoria


i nomi di tutti i suoi colleghi. Gli slogan pubblicitari dei nordici centri commerciali dove porta la sua bella famigliola la domenica, dopo un'estenuante settimana, mi rimbalzeranno nella testa per tutta la serata. Senza ritegno, senza nessuna pietà, comincerà a parlarmi di sua madre. Delle trecentoventisette malattie che la tormentano da quando il marito se n'è andato al creatore. Mi farà un lungo sermone sul carattere prettamente psicologico dell'asma. Spenderà l'ennesima mezz'ora della mia pazienza, informandomi su tutti i modi in cui è possibile somatizzare un attacco di panico. Seguirà un dettagliato elenco delle centododici medicine che la povera vecchina è costretta a ingurgitare ogni mattina appena sveglia, dopo ogni pasto, a cavallo tra le cinque e le otto.


Blometanol. Plumerazin. Atafisin. Mecarpazin. Seguirà una breve invettiva sulla malasanità e su quanto tempo e fatica gli abbiano fatto sprecare i vari medici, sballottandolo da uno studio specialistico all'altro. Spenderà qualche breve epitaffio anche per il defunto padre, onesto e grande lavoratore, un comunista d'altri tempi. È stato partigiano lui, mi dirà con gli occhi pieni di ammirazione e orgoglio. Mentre avvito la macchinetta del caffè, guardo Marco e so che tra poco comincerà con la sua lagna. Solo il tempo di incrociare il mio sguardo. Scambiare il disprezzo, che il mio viso insofferente gli rimanda, per un'espressione di simpatia e disponibilità e il casino è fatto. Comincerà a parlare a macchinetta. Un discorso tirerà l'altro. Io, con la

Anime tagliate di Francesco Scardone  

"Più dolore proverò, più avrò da vivere. Solo spingendo la soglia di sopportazione dei miei tormenti sempre oltre, potrò augurarmi di essere...

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