Issuu on Google+

Delatre La rivista del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia.

Piccolo Teatro della Versilia

N째

0

R.S.V.P

OTTOBRE 2007


N U M! E ZE RO R O

PT

EDITORIALE

Il numero 0! Uao. Dal numero -5 (gennaio 2007) al numero 0 (ottobre 2007): un anno a cercare di capire se questo progetto potesse davvero prendere il via. Ad oggi, ancora è tutto in divenire. Io e Serena (che da questo numero collaborerà costantemente alla rivista) abbiamo in mente di rendere il Delatre un prodotto che non sia per “chi lo fa” ma per “chi lo legge”: dateci tutti una mano! Non chiediamo solo articoli da pubblicare ma anche giudizi sugli articoli, su quelli che più vorreste leggere e su ciò che per voi andrebbe tolto o rivisto. Un grazie a Massimo Leonardi: può darsi che abbia aperto la strada per un nuovo modo di vedere questo spazio. Abbiamo avuto alcuni pedagoghi e registi di indubbio spessore che hanno lasciato parte della loro esperienza sulle pagine del Delatre, ed anche in questo numero troverete un “pezzo da novanta”: Rolando Macrini, regista, musicista, compositore che ha stravolto lo spazio del teatrino di Seravezza rendendolo “mostruso”...in un seminario che ha visto tutti piangere alla luna... Un discorso a parte va per Francesco Martinelli che ogni numero (ve ne siete accorti?) ci regala (sì, regala!) articoli estremamente stimolanti. Ha inoltre permesso che la rivista venisse catalogata nelle biblioteche di Corato e di Ruvo (in Puglia). Yeah!!!!! Claudia

Ciao Viò.

DELATRE N° 0

SV In risposta all’articolo “Il Piccolo Teatro della Versilia ha vinto il Romateatrofestival!!!” di Serena apparso sul Numero -1 (Agosto - Settembre) Finalmente! Eccoci divenuti oggetto di interesse! L’articolo su Romateatrofestival che apriva lo scorso numero ha portato Massimo Leonardi, padre di uno dei bambini-attori-allievi del Piccolo Teatro della Versilia, a voler arricchire la nostra rivista rispondendo a Serena, l’autrice. A lui va il grande ringraziamento per aver dato il via ad un gioco che può far parte di queste pagine o proseguire di fronte ad un caffè ma che in una realtà comune deve comunque esistere: il confronto.

Mi trovo un po’ a disagio, quasi in imbarazzo a scrivere su una rivista che tratta argomenti su cui sono abissalmente ignorante. Tuttavia l’articolo di Serena apparso sul numero di Agosto-Settembre mi ha particolarmente colpito e questo mi ha dato la motivazione a prendere la penna, o meglio la tastiera, e a esternare alcune mie considerazioni. Il mio ruolo nel Piccolo Teatro è quello di genitore di un bambino il quale si diverte un mondo a frequentarlo e trasmette questa sua positività di stato d’animo alla famiglia. Inoltre ero, come tanti altri, a far casino a Roma. Fatta questa doverosa precisazione vengo al punto. Nel suo scritto Serena si pone tutta una serie di domande e con un certo sgomento rileva che, in fin dei conti, chi persegue obiettivi di un certo livello qualitativo si ritrova da solo e a dover contare solo sulle proprie forze. Conclude: “S’è dura!”. Rispondo: e allora? Io non voglio e non so entrare nel merito degli argomenti di Serena. Devo dire però che alcune di quelle domande me le sono poste anch’io, molte delle considerazioni le condivido. Ma tutto ciò è conclusione o premessa al “nostro” operare? Dato il mio stato di profonda ignoranza in materia non sono in grado di sviluppare analisi, fare critiche o proporre strategie. Posso solo ragionare per analogia ricorrendo al mio passato. Intorno ai miei vent’anni, ho vissuto un’esperienza a metà tra lo scoutismo e l’oratorio che è partita dai primi anni settanta ed è durata fino alla metà degli anni novanta con un unico elemento di continuità: ci dovevamo arrangiare da soli. Per non dilungarmi troppo, dirò che le attività si svolgevano nell’indifferenza generale, anche dei genitori dei bambini che vi 2


DELATRE N° 0

SPAZIO ALLE RISPOSTE...

partecipavano. Pazienza: si andava in campeggio in trenta, quaranta ed il più vecchio aveva poco più di vent’anni. Sono troppo emotivamente coinvolto in quell’esperienza per poter trarre un giudizio distaccato. E’ però un fatto che essa ha dato un importante contributo alla leadership della nostra Comunità negli ultimi quindici anni. E’ stato un caso? Perché si abbia un buon vino è fondamentale che si abbiano dei buoni frutti, dei frutti che contengano nella giusta misura i profumi che saranno sprigionati poi dal vino stesso e i profumi a loro volta dovranno essere delicati, non eccessivi. La vite per dare simili frutti deve soffrire. Deve competere con la consimile vicina, deve scavare con le radici per raggiungere l’acqua per la sua sopravvivenza e per nutrire i suoi grappoli. Alla fine di tutto questo, il frutto sarà in grado, se ben lavorato, di dare un vino di rango. Ho reso il concetto? Detto questo, non bisogna scoraggiarsi se si resta soli o quasi, se il pubblico scarseggia e se l’attenzione del politico manca. Stabilito che non vi è interesse dei politici per il teatro, che il pubblico spesso manca, che spesso anche chi fa teatro si perde nei grovigli della burocrazia, che in questo Paese del piffero esiste solo quello che appare in TV, meglio se da Bruno Vespa, che si fa? Si chiude la baracca? Le ragazze vanno a fare le veline, i ragazzi i tronisti, i bambini si alienano in un quiz di Mike Bongiorno e chi resta fuori da tutto questo o va a fare un reality o si suicida con un tubo catodico? Oppure, reprimendo il nostro “io” teatrale, scendendo da una sorta di Aventino culturale e sprigionando l’“es” enogastronomico che c’è nella pancia di tutti noi, ci diamo alla sagra del tordello (con tutto il rispetto per il tordello, si intende!) che garantisce il bagno di folla? No per dio! A me non sembra affatto che mio figlio viva un’esperienza fantasma o quasi. E’ vero: siamo in pochi, siamo soli, c’è da “rumarsi” in tasca se si vuol far qualcosa. In sostanza “s’è dura!” Ma siete anche tanto in gamba! I risultati sembrano confermarlo, vero? Massimo Leonardi

PS per Federico: ma si organizza o no per andare in Polonia? PS per Serena: consentimi un piccolissimo e benevolo rimprovero. I bambini sul palco a Roma non erano “società”: erano attori. Con simpatia. PS finale: chiedo scusa ai lettori e a Serena per il tono di paternalismo che traspare dal mio scritto: del resto, la differenza di età conta…

PT SV

Marcel Marceau nasce Marcel Mangel nel 1923. Nel 1939 cambia cognome in Marceau per sfuggire la persecuzione antisemita in Francia. Nel 1946 inizia a studiare recitazione con il grande maestro di mimo Etienne Decroux. Già nel 1947 nasce Bip, il suo celebre personaggio, che lo accompagnerà per tutta la vita e la carriera: Marceau era un genio dell’arte del mimo e Bip un eroe della pantomima, del gesto, del corpo che racconta attraverso i movimenti l’infinita gamma delle emozioni degli esseri umani. Viso bianco, occhi e bocca incisi di nero e di rosso, costume quasi arlecchinesco a strisce sulle tonalità del grigio, in testa una specie di cilindro floscio con un fiore rosso, movimenti flessuosi e ammiccanti, atteggiamento tra il leggiadro e il malinconico. Questo clown dalla figura esile o, come a volte è stato definito, un Pierrot novecentesco, deve molto alla tradizione della Commedia dell’Arte, alla gestualità dell’opera cinese e del teatro Noh giapponese e soprattutto ai grandi maestri del cinema muto, Buster Keaton, Stan Laurel, Oliver Hardy, i fratelli Marx: in particolare, trae ispirazione da un altro grande personaggio del Novecento, il vagabondo di Charlie Chaplin. Marceau raccontava che la “maschera” di Bip era ispirata a quella di Baptiste-Barrault nel film di Marcel Carné Les enfants du paradis, mentre il nome aveva origine dal Pip delle Great Expectations di Charles Dickens. È grazie al malinconico clown col fiore rosso appassito sul cappello che Marceau e la sua arte diventano celebri: l’apparenza fragile, stralunata, 3

MARCEL MARCEAU OVVERO BIP


DELATRE N° 0

OMAGGIO A MARCEL MARCEAU

unita alla grande vivacità sono le chiavi del successo che porta alla rinascita l’arte antica della pantomima. L’identificazione è il processo su cui si basa il mimo di Marceau: C’è nell’arte del mimo – scrive nel 1957 – l’arte dell’identificazione dell’essere con gli elementi che egli ricrea intorno a lui. Di conseguenza, al mimo oggettivo, caratterizzato dai movimenti meccanici puri che nascono dagli oggetti, egli preferisce il mimo soggettivo, i cui movimenti si riferiscono ai caratteri e alle passioni dell’essere umano e che [..] risultano parimenti dall’identificazione di sé stessi con tutti gli elementi. Nel corso degli anni Settanta Marceau accentua l’utilizzo della musica, in precedenza usata più che altro come sfondo sonoro o come contrappunto del movimento, con la conseguenza di avvicinare sempre più la sua espressione alla danza. Amo il silenzio poiché offre tutta la sua ricchezza alla gravità dell’arte del mimo, ma non potrei concepire la mia arte senza l’utilizzazione della musica. Nel 1949 l’attore fonda la Compagnia di mimo Marcel Marceau, la prima nel suo genere al mondo, attraverso cui sviluppa le sue idee sulla pantomima lavorando per un certo periodo in diversi teatri della Francia e del mondo. Negli anni Cinquanta, le frequenti rappresentazioni, sia sul palco che in televisione, lo rendono popolare anche oltreoceano, dove si avvicina al mondo del cinema prendendo parte a film quali First Class (nel quale interpreta ben 17 ruoli), Shanks, Barbarella, Silent Movie (in Italia conosciuto come L’ultima follia di Mel Brooks): in quest’ ultima pellicola è lui a pronunciare l’unica parola del film (e della sua carriera!), un celeberrimo “no”. Dal 1969 al 1971 l’artista ha animato la scuola internazionale di mimo e poi nel 1978 ha dato vita alla scuola internazionale di mimodramma di Parigi. Il suo sogno di avere di nuovo una compagnia, più volte fallito, si realizza più tardi, nel 1992, con la Nouvelle Compagnie de Mimodrame Marcel Marceau, con la quale propone, fra gli altri, Le manteau, Une soir à l’Eden e Le chapeau LIBRO CONSIGLIATO: melon, omaggio alla bombetta di Chaplin. È scomparso il 22 settembre 2007.

Sull’arte del mimo di Marcel Marceau Ed.del Grifo Italia-1987

Con l’idea di stimolare la lettura e la conoscenza di testi teatrali, prendiamo spunto dal “Corso del Venerdì”, nato quest’anno al PTSV, che lavorerà ad opere di Carlo Goldoni e che presenterà uno spettacolo nella stagione 2008/2009. In queste pagine proponiamo una scena tratta da “Il Teatro Comico” di Carlo Goldoni.

IL TEATRO COMICO: ATTO TERZO, Scena Terza ELEONORA: Vi dirò qualche pezzo di recitativo, che so. ORAZIO: Ma non in musica. ELEONORA: Lo dirò senza musica. Reciterò una scena della Didone bernesca, composta dal signor Lelio. ORAZIO: Di quella, che ha fatto fallire l’impresario? ELEONORA: Sentite: (si volta verso Orazio a recitare) Enea d’Asia splendore... ORAZIO: Con vostra buona grazia. Voltate la vita verso l’udienza. ELEONORA: Ma se ho da parlare con Enea. ORAZIO: Ebbene; si tiene il petto verso l’udienza, e con grazia si gira un poco il capo verso il personaggio; osservate: Enea d’Asia splendore... ELEONORA: In musica, non mi hanno insegnato così. ORAZIO: Eh lo so, che voi altre non badate ad altro, che alle cadenze.

4


DELATRE N° 0

ELEONORA: Enea d’Asia splendore, Caro figliuol di Venere, E solo Amor di queste luci tenere; Vedi come in Cartagine bambina, Consolate del tuo felice arrivo, Ballano la furlana anco le torri?

INVITO AL TEATRO

ORAZIO: Basta così; non dite altro per amor del Cielo. ELEONORA: Perché? recito tanto male?

ORAZIO: No quanto al recitare sono contento, ma non posso sofferire di sentir a porre in ridicolo i bellissimi, e dolcissimi versi della Didone; e se avessi saputo che il signor Lelio ha strappazzati i drammi d’un così celebre, e venerabile poeta, non l’avrei accettato nella mia compagnia: ma si guarderà egli di farlo mai più. Troppo obbligo abbiamo alle opere di lui, dalle quali tanto profitto abbiamo noi ricavato. ELEONORA: Dunque vi pare, ch’io possa sufficientemente passare per recitante?

ORAZIO: Per una principiante siete passabile; la voce non è ferma, ma questa si fa coll’uso del recitare. Badate bene di battere le ultime sillabe, che s’intendano. Recitate piuttosto adagio, ma non troppo, e nelle parti di forza, caricate la voce, e accelerate più del solito le parole. Guardatevi sopra tutto dalla cantilena, e dalla declamazione, ma recitate naturalmente, come se parlaste, mentre essendo la commedia una imitazione della natura, si deve fare tutto quello, che è verisimile. Circa al gesto, anche questo deve essere naturale. Movete le mani secondo il senso della parola. Gestite per lo più colla dritta, e poche volte colla sinistra, e avvertite di non moverle tutte due in una volta, se non quando un impeto di collera, una sorpresa, una esclamazione lo richiedesse; servendovi di regola, che principiando il periodo con una mano, mai non si finisce coll’altra, ma con quella con cui si principia, terminare ancora si deve. D’un’altra cosa molto osservabile, ma da pochi intesa voglio avvertirvi. Quando un personaggio fa scena con voi, badategli, e non vi distraete cogl’occhi e colla mente; e non guardate qua e là per le scene, o per i palchetti, mentre da ciò ne nascono tre pessimi effetti. Il primo, che l’udienza si sdegna, e crede, o ignorante, o vano il personaggio distratto. Secondo, si commette una mala creanza verso il personaggio con cui si deve far scena; e per ultimo, quando non si bada al filo del ragionamento, arriva inaspettata la parola del suggeritore, e si recita con sgarbo, e senza naturalezza; tutte cose che tendono a rovinar il mestiere, e a precipitare le commedie. ELEONORA: Vi ringrazio dei buoni documenti, che voi mi date; procurerò di metterli in pratica.

ORAZIO: Quando siete in libertà; e che non recitate, andate agli altri teatri. Osservate come recitano i buoni comici, mentre questo è un mestiere, che s’impara più colla pratica, che colle regole. ELEONORA: Anche questo non mi dispiace.

ORAZIO: Un altro avvertimento voglio darvi, e poi andiamo, e lasciamo, che i comici provino il resto della commedia, che s’ha da fare. Signora Eleonora, siate amica di tutti, e non date confidenza a nessuno. Se sentite dir male dei compagni, procurate di metter bene. Se vi riportano qualche cosa, che sia contro di voi, non credete, e non badate loro. Circa alle parti, prendete quello, che vi si dà; non crediate che sia la parte lunga quella che fa onore al comico, ma la parte buona. Siate diligente, venite presto al teatro, procurate di dar nel genio a tutti, e se qualcheduno vi vede mal volentieri, dissimulate; mentre l’adulazione è vizio, ma una savia dissimulazione è sempre stata virtù. (parte) ELEONORA: Questo capo di compagnia, mi ha dato più avvertimenti di quello, che faccia un maestro di collegio il primo giorno, che riceve un nuovo scolare. Però gli sono obbligata. Procurerò di valermene al caso, e giacché mi sono eletta questa professione, cercherò di essere, se non delle prime, non delle ultime almeno. (parte) LIBRO CONSIGLIATO: IL TEATRO COMICO - MEMORIE ITALIANE di Carlo Goldoni Ed. OSCAR MONDADORI

5


DELATRE N° 0

: a i h c c e v a g e ” S o r a t L a e t l i e r “fa

PENSIERI E TEATRO

In Amarcord di Federico Fellini uno dei momenti che sempre mi colpisce di più è quello della Segavecchia: i compaesani di una cittadina romagnola, un giorno del mese di Marzo, si radunano in piazza per bruciare le cose vecchie in un solo grande rogo; è un rito di pulizia per lasciarsi alle spalle l’inverno trascorso e accogliere la primavera ventura. La Segavecchia altro non è che un fantoccio, una specie di spaventapasseri, che addo G i troneggia al di sopra di quella che somid nni a i G glia ad una bolgia infernale: ragazzi, adulti, bamdi Foto bini, anziani, tutti si affollano, in frenetica festa, attorno alle fiamme, mentre anticaglie di un passato prossimo si sfaldano incenerite. Anche il nuovo anno di teatro apre le danze con la festa della Segavecchia: in questo caso, però, non è tanto questione di spaventapasseri, fiamme, arsure e fuochi; si tratta piuttosto di acqua e sapone. Alcuni allievi del PTSV, infatti, giorni prima dell’inaugurazione di inizio anno, si sono ritrovati per organizzare al meglio gli spazi di cui la scuola dispone: buttare via le cose inutilizzate, riordinare quelle utili, ripulire ogni angolino, ingrandire la pedana, ridipingere le pareti, appendere nuovi quadri, costruire armadi e scaffali, affiggere appendiabiti, bonificare i bagni, stuccare, imballare, scartare, spostare, scrostare, spazzare, strofinare, selezionare, catalogare, archiviare, tirare a lucido. Alla fine un risultato che ha molto del miracolo. E non c’è stata nessuna impresa di pulizie, peraltro inavvicinabile per il PTSV dal punto di vista economico: ma da queste parti, “fare teatro” significa anche –letteralmente- fare il teatro. Non credo sia frequente che imparare la dizione sia importante come tenere l’ambiente di lavoro pulito, né ricordo che al Congresso Internazionale sulla Formazione dell’Attore, tenutosi a Roma durante il Romateatrofestival, qualche docente abbia parlato di questo. Eppure a scuola, soprattutto per chi desidera fare teatro professionalmente, uno degli insegnamenti è che, prima di salire sul palcoscenico, devi acquisire un’etica di lavoro. Federico ci ricorda che il suo ideale di teatro è quello elisabettiano, un teatro in cui tutti sanno fare tutto e in cui la Compagnia di Attori è un sodalizio di persone, ciascuna delle quali, con le sue peculiarità, ha un ruolo che non si limita a quello recitativo. Il maestro Borowski1 e la sua compagnia di attori hanno messo su un’impresa di pulizie e, tutte le mattine, si svegliano alle cinque per pulire un palazzo intero (è un palazzo occupato da uffici di ogni tipo) in modo da guadagnarsi i soldi per l’affitto del locale in cui lavorano (ossia, l’ultimo piano di questo stesso palazzo). Tutto dipende. L’attenzione per lo spazio di lavoro, poi, la si esercita in tante maniere: è una lavoro continuo di attenzione alle cose circostanti, che funziona non solo durante la preparazione dei luoghi, ma anche durante il loro uso, sia come ambienti di lavoro sia come mezzo di comunicazione. Infatti, l’attore mica parla nel vuoto: parte del suo messaggio è dato dalla sua posizione nello spazio, rispetto agli altri attori, rispetto al pubblico, rispetto agli oggetti di scena. L’anno scorso molte lezioni hanno avuto per oggetto l’esame di scenografie allestite: cosa racconta una sedia illuminata in un certo modo, messa in un certo punto piuttosto che in un altro della scena? e due sedie? quali personaggi, con quale storia occuperanno questi spazi? Alle volte, già soltanto in un oggetto di scena c’è un potenziale narrati1 Piotr Borowski (1953), allievo di Grotowski, segue il maestro presso il Workcenter di Pontedera. Dal 1996 lavora ad un progetto teatrale indipendente nella città di Varsavia; è stato di recente docente all’interno del progetto di formazione professionale per attori “LEAR. TRE VISIONI PER UN RE LEAR” della Fondazione Pontedera Teatro.

6


DELATRE N° 0

PENSIERI E TEATRO

vo incredibile. E l’attore deve essere consapevole dello spazio che andrà ad occupare: ricordiamo con amarezza l’episodio accaduto a Corato, il marzo scorso, quando stavamo per iniziare lo spettacolo con un oggetto di scena in meno, perché dimenticato dietro le quinte. Più in generale, infatti, il rispetto dell’ambiente di lavoro (e non solo) è sicuramente parte di quel senso di disciplina senza il quale, probabilmente, non può crescere né un buon attore né tanto meno un gruppo di lavoro né, in generale, può svilupparsi la vita civile: resta comunque il fatto che non è frequente trovarlo e spesso, o si cresce nella convinzione che tutto sia dovuto, oppure si finisce col vivere con indifferenza accanto a cassonetti straboccanti sotto buchi nell’ozono e soffitti di CO2. Così va la vita. E così va il teatro: basta niente a perdere la bellezza che con tanta fatica siamo riusciti a ritagliare. Tutto si regge su un ordine dettagliatissimo: sappiamo bene come lo spettacolo “Esisto Ancora” fosse il risultato dell’attenzione per ogni minimo movimento di ciascuno, dall’orientamento delle torce all’espressione delle sopracciglia. E, ancora più in generale, una compagnia di attori (e non solo) può nascere e crescere se esiste una forma di autodisciplina che vada oltre il perimetro del palcoscenico, grazie alla quale possono nascere la libertà di ciascuno, la condivisione fra tutti e lo scambio fra regista, attore e pubblico. La Segavecchia non è solo questione di pulizie. Fa parte di quel senso di disciplina che va dal lavoro in scena, fino, per chi vuole fare un percorso di formazione professionale o far parte delle produzioni della scuola, al lavoro fuori scena e aiuta a coltivare con consapevolezza quello che si sceglie di fare per passione. Serena Guardone

7


DELATRE N° 0

La Regia dei miei Sogni La regia è un momento di scoperta e di ammirazione, è la predisposizione ad assistere al miracolo, è l’incontro tra il divino e l’umano. L’attore è la divinità mentre il regista è il santo che si mette in assorta contemplazione, traduce e riporta qualcosa che non tutti sono in grado di vedere dando forma alle visioni. Il regista chiama a sé abili costruttori per edificare i templi. Nonostante questa definizione della regia possa sembrare mistica, ritengo che sia una conquista e un autentico atteggiamento a cui aspiro. Troppe sono le difficoltà esistenti che non mi consentono di mettere in pratica la “santità” quando faccio regia: attori mediocri, modalità di lavoro che prevedono tempi ristretti e luoghi inadeguati, committenze, assenza di persone disposte a costruire templi (devo accontentarmi di cappelle votive costruite con le mie stesse mani), mancanza di tranquillità economica, questioni personali nei rapporti relazionali che annullano la dimensione creativa e artistica. Davvero pochissime volte ho avuto la possibilità di essere soddisfatto delle mie regie, il più delle volte sono tentativi. Quanto è disarmante vedere in prova degli attori che attendono le direttive per prendere una direzione, si nascondono dietro l’ipocrisia del rispetto nei confronti delle funzioni per non far nulla se non gli si dice qualcosa. Non riescono a comprendere che il Verbo non è il regista ma l’attore. Ma che fa il regista? Per come la vedo io è una neces-

8

L’ANGOLO DI FRANCESCO

di Francesco Martinelli (direttore della Scuola delle Arti della Comunicazione di Corato (Ba), scuola gemellata con il PTSV dal 2002) www.teatrodellemolliche.it

o agan P a i inz

saria presenza di C che attua Foto una sintesi estrema di sudore, sangue e piacere. Quante volte durante la pratica di regia dico agli attori la parola “Ancora” senza aggiungere altro, la ripeto fino a quando non vedo il sudore bagnare il pavimento; allora capisco che l’interprete ha raggiunto un grado d’intensità tale che tutto avrà necessariamente senso per lui, allora so che sarà soddisfatto del suo lavoro, crederà nelle sue forze, ma durante questa scoperta energetica mai, e dico mai, l’attore deve obiettare: “Perché devo rifarlo? Cosa manca? Dove sbaglio?”. Nelle vene si dice scorra il sangue, ma alcuni attori sembrano del tutto svenati, per cui provvedo a creare situazioni conflittuali che favoriscono la reazione. Scrive il grande educatore Don Lorenzo Milani “Chi riceve uno schiaffo, se è in mala fede, reagisce male, si ribella. Se invece è in buona fede, viene scosso, e poi è portato a riflettere. Con la dolcezza lo lascerei nell’illusione” (tratto da “L’obbedienza non è più una virtù”). Certo si rischia il caos o atteggiamenti non controllabili, almeno preventivamente, ma solo dal caos si può creare e costituire un ordine. In questo caso occorre una grande dose di intelligenza da parte dell’attore che, postume, comprende quanto è successo convincendosi che è stato stimolato a reagire per far accade-

re qualcosa. L’esaltazione del piacere può condurre alla follia, ma cosa non è folle in ciò che facciamo? Deve essere possibile innamorarsi dei veri attori e con loro fare l’amore, sentirsi appagati, considerare il loro corpo sacro, la loro voce preziosa, creare un’ alchimia simile a quella degli amanti. Per far questo occorre la disponibilità a denudarsi. Il regista deve rispettare ogni attività creativa e artistica manifestata dagli attori. Entrambi lavorano in regime di generosità: l’attore dà senza aspettare, il regista è disposto in qualsiasi momento a modificare qualsiasi suo progetto e intuizione in virtù dell’attore. Alla fine c’è da realizzare la fase più complicata che consiste nella definizione di una scienza. Questo è il momento più frustrante. Tutti gli elementi vivi forniti dall’attore devono essere valutati rispetto ad uno studio scientifico. Il teatro non è solo espressione libera e creativa ma è anche comunicazione. Se in teatro non si dice qualcosa, diventa un’arte inutile che non serve a nessuno, diventa droga che suscita effetti allucinanti, stordisce, tutto diventa sensazionale ma senza senso. Il pubblico è fatto di uomini comuni che devono essere elevati, devono rinascere. Tutto è comunicazione: addirittura sulla carta igienica, cosa meno comunicativa esistente, non a caso si stampano fiorellini delicati che solo al pensiero dello loro meschina fine mi si stringe il cu…C’è sempre un perché quando si mette in scena qualcosa, già dal titolo sulla locandina si instaura un processo comunicativo che non deve essere deluso (il titolo di uno spettacolo è l’impre-


t

DELATRE N° 0

sa più difficile esistente e forse l’unico a risolvere intelligentemente questo problema è stato Pirandello: i titoli delle sue commedie sono un “non detto”). La scenografia, le luci, i costumi, le musiche e soprattutto le canzoni come si scelgono? La scelta deve essere necessariamente vincolata al processo comunicativo che ha caratteristiche analitiche di natura semiotica. Io sono un regista

ROLANDO MACRINI : IL TEATRO DI BABELE

solo quando ho dei veri attori disposti a realizzare il miracolo. Comunque è molto meglio essere un regista mancato che un attore in mano a falsi registi che ignorano la tua essenza per realizzare la loro gloriosa idea, registi che creano aspettative e poi sono assenti o distratti nel momento del bisogno. Quanto sinceramente scritto è sempre secondo me.

Il Teatro di Babele d i Ro l a n d o

Rolando Macrini è direttore artistico del Centro Universitario Tetrale di Viterbo. Studente di Ellen Stewart, si è formato presso LA MAMA EXPERIMENTAL THEATRE CLUB di New York e LA MAMA UMBRIA INTERNATIONAL di Spoleto.

Scrive la penna del maestro di parole (drammaturgo), muto ascolta voci lontane scolpendo irrequiete immagini nel pulviscolo in movimento che al soffio affannato del travaglio, si lacerano. Traduce il maestro di carne (regista) sangue e respiri dimenticati, derubati alla storia dei nessuno. Recitano ipocriti immondi (attori) l’eterna assenza.

Ma c r i n i

Seminario significa, forse, seminare. Io semino il mio viaggio nell’ascolto poetico del mio pubblico: in questo caso i miei attori (“miei” perché io sono il loro tutore, ossia quell’attrezzo senza il quale essi non possono adattarsi meglio alla realtà, anche se -come sappiamo- la realtà nel teatro è fittizia e/o diabolica). Io semino l’ardore della poetica e dei poeti che hanno la forza di perseguire la drammatica vita che io, come seminatore, conduco: l’arte del teatro. Allora, perché inerpicarsi su somme rive che non rappresentano –ribadisco, non rappresentano- i bisogni reali dell’uomo? Altro che rive, noi (inteso come società) intendiamo le dighe, e non le “spensierate” rive, come quelle che forzano l’acqua a scendere nei condotti, a darci man forte, e le cappette accese e l’arrosto ben cotto nei forni a gas, il grill acceso, la luce e la musica di sottofondo: perfetto, no? Allora come non considerare gli attori missionari o gli attori dell’opera superpagati con i costumi esacerbati dal prezzo? Perché contraddirsi? Io abbraccio il seminario come essenza del mio stesso bisogno. Ma perché io stesso ho bisogno di spargere al vento, sulla roccia, sulla pietra o sulla terra, la mia semenza (e/o la mia scemenza). Io devo seminare, come diceva quel buon Gesù. Perché non avere fede, allora, nel bisogno di esprimerci, di comunicare? E’ l’arte del teatro. E noi, noi attori del teatro, noi soldati del teatro di guerra dobbiamo amare e rispettare la divisa del Teatro. Il teatro. Teatrino? Cosa, allora, può fare la differenza tra lo spirito contrattuale e quello di onnipotenza? Il contratto parla da sé. L’onnipotenza fa bene a tutti, anche a me. Io sono l’attore onnipotente, capace di far ridere, far piangere, farci piangere, farci ridere, noi siamo la conseguenza dell’amore. Siamo il teatro del bisogno universale e nessuna NATO o conferenza di PACE può fare quello che noi facciamo dentro, dentro di noi, nella sala prove, e fuori di noi, perché noi siamo insieme onnipotenti. Noi siamo la guerra, le ferite e siamo la pace dei suoi baci. Noi siamo il teatro e lo saremo per sempre. Benvenuti nel teatro di Babele. COS’HO VISTO NEL PICCOLO TEATRO SPERIMENTALE DELLA VERSILIA… Quando il tempo meteorologico ha permesso di rilassare la schiena ci siamo accorti che la potenzialità di fare un buon teatro, anche detto Teatro di Qualità, era possibile. Nel Piccolo Teatro dal Grande Cuore abbiamo provato ad esprimere, ad esprimerci. Il Teatro di Babele ha scosso la placidità del teatro “normale”, ed è stato dirompente, dissacrante, per lo meno dal mio punto di vista: “una bella presa per il culo dello spazio”. Considerare che gli attori abbiano messo a disposizione tutto il fiato, l’ascolto, il rispetto

foto di Gianni di Gaddo

9


DELATRE N° 0

ROLANDO MACRINI : IL TEATRO DI BABELE

ed il coraggio è stato gratificante, incantevole, allettante… Ci è sempre piaciuto pensare alle cose in grande o forse alle cose piccole di qualità, ecco che si è affacciato sulla scena del Teatro del Mondo il Teatro Sperimentale della Versilia: Sperimentale (ribadisco). Io me ne sto seduto e osservo i ragazzi rischiare, provarci, attuarsi, trasformarsi in mostri e poi scimmie e poi ancora in pezzi di un grande puzzle che compongono il teatro possibile di una comunicazione universale,…, forse. È bello pensare di aver instillato il dubbio, è bello credere di essere stati pericolosi e malagevoli, il teatro serve anche a questo. Gli attori del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia sono Bravi, ma debbono, come ogni maestro direbbe, applicarsi di più, riuscire a capire qual è, a teatro, la differenza tra il Bene e il Male, e nella piccola sbirciata dall’occhiello che ho dato la differenza è apparsa ancora “giovinetta”. L’unico modo è donarsi, oppure crescere tecnicamente, ma come sappiamo: “La Tecnica è un surrogato della coca-cola” È preferibile un bel cuore sano e battente, pieno di sangue grondante appena strappato dal petto e gli occhi di fuoco di chi non ha paura di amare. Grazie piccolo Grande Teatro della Versilia, Grazie Maestro Barsanti. Il tempo ci condurrà a mischiarci e a contaminarci ancora, come fanno il Serra e il Vezza, formando il Seravezza e poi il Versilia, così faremo anche noi, spero presto, mischiandoci in quel del: Teatro Sperimentale. Grazie di cuore, grondante in mano con gli occhi di fuoco. Rolando Macrini Viterbo 5 ott. 07

24) IL TEATRO DEL MOSTRO. APPENDICE1.

“Puntuale al ricordo della giornata consustanziale. Di ordine retorico e di impulsi sentimentali. Musica.2” Comportarsi da Mostro significa non riprodurre l’Umano. Questo non intende limitare l’immagine del mostro ad un essere abominevole. È anzi poetico e pensante. Il mostro abiura le bellezza e/o purezza del corpo umano. Abiura il suono di ogni pratica comportamentale dell’uomo. È forse anti-umano. Il mostro è a noi legato dalle antiche origini del Teatro di Babele. Per questo perpetua nelle nostre ossa. Il teatro del Mostro è di solito sempre basso. Le ossa sono tutte piegate. Saltano e Strisciano. Il Mostro è il più delle volte violento, la bava alla bocca, ragno, cavalletta. È tutto storto, gli arti aggrovigliati. È un essere preistorico e futuristico. L’essere futuristico si serve spesso dei prolungamenti degli arti. Il Mostro è un essere meraviglioso. Egli vaga nauseabondo. È imprevedibile. È il luogo delle bestialità umane dei frangenti espansi dal conato. La tradizione degli scarafaggi in un contesto d’apertura tragico. L’elaborazione logica, pensante, la reazione e la bava. Il cadavere ambulante, l’irreale perdizione dello spirito. Il più delle volte il teatro del Mostro non conosce e/o riconosce gli dei, la divinità. È infatti più semplice avvicinare il Teatro del Mostro al regno dia-bolico, “incubo, succubo”3. Il mondo del Teatro del Mostro mangia le pietre, non i pani. È allo stesso tempo spighe di grano al vento. Il Teatro del Mostro prova sentimenti: è animale. Il suono del teatro del Mostro è evidente e fondante. All’occhio di un non udente il teatro del Mostro potrebbe risultare pericoloso, non attendibile. Dovrebbe perciò essere coadiuvato da un uso facciale più violento e corrosivo. Come l’aver ingerito acido muriatico. In tal modo il comportamento può giustificare l’azione vivente del Teatro del Mostro. Il suono dunque attraversa le estensioni vocali più inutilizzate o sotto utilizzate, violenta le corde vocali ed è “dangeroso”4. Il canto è allo stesso tempo straziante e poetico. La voce che brucia, la corda che stride. Il Mostro quando canta quasi sempre piange. È incubo. Il Mostro ha quasi sempre bisogno di accoppiarsi e di ”amare”. 1 2 3 4

10

R. Macrini, 2007, “Teoria e Pratica del Teatro Contemporaneo Eliocentrico”, libro II, Autonomi Editore F. Dei Marmi Pontile, 2007, “4 am., Against Holy Bar”, Seravezza Editore. Institor e Sprengher , Xv sec., “Il Martello delle streghe”, Bulzoni Editore. M. Balestrieri, 2007, “Puttana di Amsterdam”, Pictor Editore


DELATRE N° 0

L ondra 21/8/2007 - Foto di C. Sodi n i

PENSIERI E TEATRO

Pensieri e teatro. Mai come stavolta l’articolo si adatta alla sezione. Quando scegliamo gli articoli, vorremmo poter aver sempre professionisti a fornire materiale di studio e di approfondimento (Enrico Bonavera, Giovanni Fusetti, Sandro Verdecchia...) ma vorremmo anche non tralasciare la ricchezza che gli allievi del PTSV stessi possono regalare scrivendo delle loro esperienze, a volte riconducibili al teatro e a volte no. Nonostante questi primi numeri abbiano sempre avuto autori differenti, è stato raro che ci arrivassero proposte...erano più “inviti” da parte nostra (escludo gli allievi del corso bambini e ragazzi che hanno risposto sempre alla grande!!!). Invece Daniele, allievo del corso di Formazione del PTSV, si è buttato: in queste righe c’è entusiasmo, teatro, non-teatro, follia, Rolling stones...insomma c’è un po’ di tutto.

LIVE MUSIC PACK – Buon ascolto.

Daniele Gemignani

Foto di Claudia Sodini

LIVE DISK 1 E’ ufficiale: andrò a Losanna a vivere la poesia storica delle note dei ROLLING STONES! Ho un paio di giorni per prepararmi e continuo a ripetermi: qualsiasi cosa succeda devo esserci! Compro la tenda, un mio carissimo amico mi presta il sacco a pelo…manca sempre meno! YEEEEAAAH! LIVE DISK 2 Sabato 11 agosto 2007: Viareggio - Losanna - Rolling Stones. La mia vita di sempre qui, la mia vita là per un giorno, un giorno per sempre! I miei occhi si bagnano un po’: GRAZIE! Losanna mi aspetta a braccia aperte…andiamo ragazzi! LIVE DISK 3 CHERCHE BILLETS! La missione biglietti è compiuta dopo grandi sforzi. Facciamo qualche foto davanti all’ ingresso: la mia immagine sarà sicuramente completamente bianca; mi sento energico come un raggio di luce! LIVE DISK 4 Siamo dentro! Sento lo stadio come un tempio, un luogo di culto, di rito, di teatro! Un amico mi garantisce di portarmi a pochi metri dal terreno sacro, il palco. Lo seguo ciecamente e gliene sarò per sempre grato! Arriviamo veramente a pochi metri e siamo sempre più vicini al momento poetico che introduce la poesia degli Stones. LIVE DISK 5 Eccoli! Il concerto inizia con “Start me up” e vengo subito catturato dai suoni degli strumenti, da quella voce accattivante, unica, da una presenza scenica autentica ed elettrizzante. Gli Stones guidano le mie emozioni con estrema dolcezza e attenzione, vedo la mia vita scorrere insieme alle parole e alla musica. Nel mio cuore e nella mia testa io sono lì per loro e loro sono lì per me. Uno spettacolo teatrale incredibile! sul palco ci sono emozioni, personaggi, stati d’animo, azioni e reazioni: la musica è il testo mentre i movimenti dei personaggi, i volti e i ritmi delle loro azioni e reazioni sono il sottotesto. Tutto ha un significato. Ma quello che rende lo spettacolo ancora più affascinante è che per la maggior parte del tempo si tratta di improvvisazione, naturale e spontanea. Sono fortunato ad essere qui, NE FARÓ TESORO PER LA MIA FORMAZIONE! Quando parte “Honky tonk women”, una piattaforma del palco sta venendo in avanti per arrivare fino a centrocampo, passa a pochi metri da me e la gente intorno comincia a impazzire dalle grida. Io invece esprimo la gioia in modo diverso: sollevo le braccia, le incrocio, le allargo lentamente e dolcemente ed infine li saluto. Il mio sguardo si incrocia magicamente con quello di Ronnie Wood che, vedendomi, smette per un secondo di suonare e risponde al mio saluto. Purtroppo non avrò mai la certezza che stesse salutando proprio me ma, vi prego, lasciatemi questa convinzione: è così bella! LIVE DISK 6 Torniamo a casa e io sono ancora più innamorato dell’arte! Più me ne innamoro e più vorrei arrivarci e anche se mi ci avvicino, più me ne innamoro e più mi accorgo di quanto sia difficile il percorso e di quanto non sia compresa questa difficoltà da coloro che non se ne innamorano! Ma io corro sempre sulla mia strada perché credo nel progetto della formazione, credo nel Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia, credo in Federico, nel suo modo di essere arte. Questo è quello che mi spinge a voler dare sempre di più perché mi sento complice di qualcosa di unico che voglio arricchire anche con la mia parte.

LP CONSIGLIATO: BEGGARS BANQUET Rolling Stones (1968)

11


DELATRE N° 0

LA FAVOLA E’ UNA PACCHIA!

Ecco il quarto numero della Favola a Puntate.... L’autore questa volta è Stefano del Giudice, allievo del corso ragazzi del PTSV. Un piccolo riassunto: Arlecchino è scampato all’ira del patron e decide con le 5 maschere (i personaggi dello spettacolo “La vita è una Pacchia”) di passare per il bosco e di andare a Roma in bicicletta. In questa puntata Stefano ha inserito un nuovo personaggio, Piadino Gianduiotto. Le regole per la prossima puntata? Nessun altro nuovo personaggio se non quelli già esistenti (ricordatevi di Beccuccio e il Narratore). L’autrice dello splendido disegno è Elena Buono, attualmente iscritta al corso di pittura dell’accademia di Brera (Milano) e ormai divenuta nostra “disegnatrice” ufficiale. Anche la vostra storia sarà disegnata da lei...quindi FORZA!!!!

Tutti dentro il pentolone (eccetto Arlecchino) Quarta puntata

Personaggi. Narratore: con un cilindro in testa e dei guanti bianchi, gira sempre con un grande bastone nero. Spazzolino: la simpatica maschera con le dita da drago. Niurinuu: la dolce maschera rossa con i fiori in spalla. Swindolè: la maschera che fa più paura di tutte. Oppà: la ranocchietta rosa dalle gambe verdi. Sciua: il pinguino arancione con il frac. Arlecchino: una maschera divertente e stravagante, che ne combina di tutti i colori. Beccuccio: un uomo anziano, con un solo occhio, padrone di Arlecchino. Nuovo personaggio. Piadino Gianduiotto: uomo di una quarantina d’anni, amico di scherzi di Arlecchino, venditore di maschere al mercato nero. (Arlecchino, scampato al patròn, cammina in bicicletta insieme alle 5 maschere lungo il bosco; dalla collina vede una città piena d’acqua che crede sia Roma) ARLECCHINO: Urrah! Sono riuscito a scamparla; il vecchio Beccuccio non si è accorto di niente a causa del suo unico occhio miopizzato, e dovete sapere, mie care maschere, che quel “tonterellone” è persino un po’ sordo da entrambe le orecchie. Ora finalmente posso godermi tutte le meraviglie di questo mondo! (Arlecchino vede in lontananza una città) Cosa vedono i miei occhi! Avevo sentito che Roma era bella, ma io non credevo chi el potesse esser come q’esta cossa che me ritrovo davanti agli occhi che quasi non saprei dire: grande, ma che dico grande?, gigante, ma che dico gigante?, megalonica, ma che dico megalonica?, STRARIPANTE! Io non avevo visto una cossa così bella! Tutta quest’acqua!!! Da ora in poi potrò divertirmi come un matto, facendo quello che “ a me par”, cantar, ballar, giocherellar, facendo scherzi a tutto andà”. SPAZZOLINO: Pere con un’astorà? ARLECCHINO: Se non ho capito male, tu mi chiedi di raccontarti una storia, è così! SPAZZOLINO: Ayeè!!! SWINDOLÈ: No storia, no tale, no story!!! NIURINUU: Perché, Swindolè! OPPA’: No narrative Arlecchin!!! SCIUA: Yeah, Swindolè! ARLECCHINO: Vedo che la maggioranza di voi non vuole che racconti storie, e perciò non le dirò. Io finalmente, care bautte (maschere) sono libero, libero, libero di fare ciò che “io vo’”. (Spazzolino si mette a piangere, e Arlecchino la consola) ARLECCHINO: Suvvia, non voglio vederti piangere in cotal modo, e per farti e farvi contenti vi porterò in giro per questo bosco denominato dagli antichi “Bosco della Morte Felice”. (Arlecchino e le cinque maschere vanno a fare una passeggiata per il bosco, ma quando arriva la notte, inizia a piovere fortemente e le cinque maschere hanno molta paura)

12


DELATRE N° 0

LA FAVOLA E’ UNA PACCHIA!

Entra Piadino Gianduiotto, con un cappello in testa e con addosso un giubbetto. ARLECCHINO: Non fatevi pigliare dal panico, miei amici, e ascoltate le mie parole: dobbiamo trovare velocemente un riparo qua vicino per poter passare la notte. PIADINO GIANDUIOTTO: Incredibile, tu sei…Arlecchino, mio compagno di scherzi! Sono contento nel rivederti…ora che mi ricordo tu mi devi trentacinque soldi che io ti avevo prestato quattro anni fa, per farti scagionare come innocente al carcere di Venezia. ARLECCHINO: Anch’io sono molto felice di rivederti, ma “riguarde ai quattrini” mo’ sono al secco. Te li riporterò in un’altra circostanza. PIADINO GIADUIOTTO: Ti convien dammeli mo’!!! “Congnosco troppo ben” i tuoi giochetti da mascalzone. Quattrini ora, o morte sicura! ARLECCHINO: Facciamo così, finendola qui: potrei regalare a te due dei miei nuovi amici (indicando Sciua e Niurinuu con l’indice della mano destra), così potrai venderli a buon mercato nella città che a te preferisca. In questo modo potrai guadagnare molto più dei trentacinque soldi che a “mi” richiedi. Accetta la mia offerta ma facciamo in fretta, perché piove come dio la manda. PIADINO GIANDUIOTTO: La proposta che qui mi fai è ragionevole, quindi dammi codeste maschere e facciamola finita.

(Arlecchino offre Sciua e Niurinuu a Piadino Gianduiotto, le due maschere iniziano ad urlare e a piangere, poi escono tutti e tre di scena. Arlecchino e le tre maschere continuano a camminare con un passo veloce, fino ad arrivare sotto una gran quercia) ARLECCHINO: Guardate là! C’è una catapecchia, per il momento andiamo a ripararsi là dentro, a voi va bene? SWINDOLÈ: Sisssssseeses, ole, peppeppe!!!! OPPA’: Ok, mi vavaben. SPAZZOLINO: Waben waben pur mi, Arlecchino e pur racò tu adventuressa no, per passar time. ARLECCHINO: Bene, e allora andiamo! vi racconterò, come volete, le mie avventure…ma mo’ dirigiamoci verso la catapecchia. …Continuatela voi!!

Stefano del Giudice.

13


DELATRE N° 0

IL TEATRO DEI BAMBINI

I Corsi per Bambini nell’anno 2007/2008 Al termine dello scorso anno teatrale, i Corsi per bambini e ragazzi della nostra Scuola contavano ormai 50 allieviattori. Durante l’estate, grazie ai Campus e ai Corsi nelle scuole, altri giovani allievi sono entrati a far parte del Piccolo Teatro della Versilia. Dunque all’inizio del nuovo anno teatrale, io, Mirtilla e Federico ci troveremo davanti un piccolo esercito di oltre 60 allievi-attori tra i 6 e i 16 anni. E questo significa che nel nostro piccolo esercito disarmato, ci sono bambine e bambini che ancora non sanno leggere e tentennano quando si chiede di andare a destra o a sinistra e allievi che già studiano Kant e stanno per diventare giovani donne e giovani uomini; allievi che sono con noi solo da pochi mesi e allievi che frequentano la scuola da anni e già hanno vinto premi e rassegne (nazionali e internazionali!). Grandioso: cos’altro potrebbe riunire una tale diversità? Perché più di 60 attori tra i 6 e i 16 anni significa una quantità di energia capace di illuminare New York, un melting pot da far inorridire un’università statunitense, una tempesta di cervelli da far invidia alla Nasa…insomma, roba che potremmo mettere in scena un “Esisto Ancora” solo con i ragazzi e i bambini… Ma vediamo le novità di quest’anno. Per quanto concerne i programmi, ci sono importanti cambiamenti specie per i due corsi avanzati: per prima cosa gli allievi avranno a loro disposizione uno spettro di testi decisamente più ampio degli scorsi anni, così da permettere una scelta personalizzata. Insieme ai testi, verranno inoltre consegnate delle dispense di dizione, che da quest’anno verrà curata come materia a parte. Per la prima volta, gli allievi dei due corsi avanzati si troveranno di fronte ai provini di fine anno; e siamo certi che i ragazzi prenderanno quest’esperienza come motivo di crescita e di divertimento. L’ultima novità riguarda gli allievi del corso avanzato che il prossimo anno accederanno ai corsi per adulti: questi allievi avranno la possibilità di partecipare attivamente a due lezioni tenute da Federico e potranno partecipare come uditori ai seminari di Enrico Bonavera e di Giovanni Fusetti. Come sempre, abbiamo cercato di dare le migliori scelte possibili ai nostri giovani allievi, che rappresentano il futuro della nostra scuola (e non solo!); adesso ragazzi tocca a voi: la grandezza dei maestri è data dagli allievi: rendeteci grandi! Luca Barsottelli

14


DELATRE N° 0

GLI APPUNTAMENTI DEL PTSV

I prossimi seminari del PTSV Da Mer 31 Ottobre a Dom 4 Novembre FRANCESCO MARTINELLI (Direttore della Scuola delle Arti della Comunicazione di Corato)

“La Coreutica del Dramma”

Seminario riservato al Corso di Educazione al Teatro.

“Tecniche del Monologo”

Seminario riservato al Corso di Formazione attoriale e al Corso Avanzato. Ven 9, Sab 10 e Dom 11 Novembre ENRICO BONAVERA (Erede di Ferruccio Soleri, Enrico Bonavera è maestro della Commedia dell’Arte)

“Il Canovaccio” Ven 7, Sab 8 e Dom 9 Dicembre GIOVANNI FUSETTI (Giovanni Fusetti, diplomato nel 1994 all’ Ecole Internationale de Theatre di JACQUES LECOQ di Parigi, fonda nel 1999 Kiklos Teatro, Scuola Internazionale di Creazione Teatrale)

“La Maschera Neutra”

Seminario riservato al Corso di Educazione al Teatro

“Il Clown”

Seminario riservato al Corso di Formazione attoriale e al Corso Avanzato. Ven 22, Sab 23 e Dom 24 Febbraio RAFFAELLA PANICHI (Attrice diplomata alla Silvio D’amico di Roma, fondatrice del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia)

“La Lettura e la Dizione”

Seminario riservato al Corso di Educazione al Teatro.

“La Psicologia del Personaggio”

Seminario riservato al Corso di Formazione attoriale e al Corso Avanzato. data in via di definizione ELENA GUERRINI (Attrice, scrittrice, fa parte della compagnia di Pippo Delbono)

“Dalla Scrittura al Testo”

Direzione: Claudia Sodini Grafica e impaginazione: Claudia Sodini Collaborazione: Serena Guardone Disegni: Elena Buono Fotografie: Gianni Di Gaddo Per Informazioni Tel 3281447868 - info@piccoloteatroversilia.it - www.piccoloteatroversilia.it

15


DELATRE

www.piccoloteatroversilia.it

Jumping Jack Flash Vol. 1 La Vita è una pacchia Un Sogno di W.S. Arlecchino va a Palazzo Esisto Ancora Il Barone Rampante Scene da Otello Petrolineide Pinocchio Zio Vanja

Produced by Claudia Sodini Recorded at Delatre Studios Engineers Serena Guardone We are deeply indebted to Gianni di Gaddo, the Domini and to many friends ®

Stereo PS 539 London Crespole Records 539 West 25th Street,New York, N.Y. 10001 N° 0

OTTOBRE 2007


s

Tutti dentro il pentolone (eccetto Arlecchino) Sciua e Oppà

Personaggi: Narratore: con un cilindro in testa e dei guanti bianchi, gira sempre con un grande bastone nero. Spazzolino: la simpatica maschera con le dita da drago, Niurinuu: la dolce maschera rossa con i fiori in spalla, Swindolè: la maschera che fa più paura di tutte, Oppà: la ranocchietta rosa dalle gambe verdi, Sciua: il pinguino arancione con il frac. Arlecchino: una maschera divertente e stravagante, che ne combina di tutti i colori, Beccuccio: un uomo anziano, con un solo occhio, padrone di Arlecchino. Swindolè Nuovo Personaggio: Piadino Gianduiotto: uomo di una quarantina d’anni, amico di scherzi di Arlecchino, venditore di maschere al mercato nero. (Da una fessura di un sipario rosso, appare il guanto bianco del Narratore che tiene un bastone lungo lungo, di quelli che servono per quando ci si arrabbia. Il sipario si apre e il narratore viene in avanti in proscenio. Batte forte per terra il bastone) BUM BUM BUM. (Le cinque maschere, seguite da lontano anche dalle altre, entrano in scena incuriosite dopo aver sentito il rumore del bastone) NARRATORE: Quella che sto per raccontarvi è una storia vera. Un giorno, care maschere, mi sono recato a Venezia, e là, in quella bellissima città ho incontrato… (entra Arlecchino di corsa saltellando, e da dietro il narratore…) ARLECCHINO: BU!!! NARRATORE: AHHH, Arlecchino, che spavento che mi hai fatto, da dove sei spuntato! ARLECCHINO: Son saltato da quel pino con una capriola messere, ed “ore eccome qua”, davanti ai vostri occhi e a queste maschere che mi appargono nuove. Come salutate “me”, amici! SPAZZOLINO: Orcù azzullalla. SWINDOLE’: alnepiù Karamell. NIURINUU: Aoiill. OPPA’: Tralllallla, ah ah ah!!! SCIUA: Parapunzulèé, eh eh!!! ARLECCHINO: Ma come parlan codesti?! NARRATORE: Quando sono felici emettono suoni incapibili, ma quando sono arrabbiati dalla loro bocca, escono tutte le lingue del mondo. A proposito, Arlecchì, come mai sei vestito in giacca e cravatta? Non sei mai stato così elegante. ARLECCHINO: L’ho rubato al mio padrone, quando sono scappato di casa. Ora però lui è qui, per cotale bosco, a cercarmi, ma non mi troverà. (fa tre salti, un inchino, e una capriola dalla felicità) (da dietro le quinte si sente qualcuno gridare “Arlecchino, fatti vedere, lo so che sei nascosto tra questi cespugli!”) ARLECCHINO: E’ mio padrone!! Sta per portarmi via!!! Messere, che ne dite se scambiassimo vestito e parrucchino, così scambiamo persona. Non vorrei ritornare a casa di mio signore a fare il servo, qua fuori c’è un mondo che mi aspetta! NARRATORE: E va bene, sei mio amico e lo faccio…ma se mi intrufoli dentro un pasticcio, sarai nei guai fino al collo! (Arlecchino e il Narratore a suon di musica si scambiano i vestiti e la parrucca, poi Arlecchino insieme alle altre maschere si nasconde dietro a un cespuglio per assistere alla scena) Entra Beccuccio


BECCUCCIO: Ti ho trovato finalmente perdigiorno…e adesso di corsa a casa, a rifarmi il mio letto e a stirare le camicie di mia moglie. NARRATORE: Se lo vuole lei…

BECCUCCIO: Arlecchino, come mai oggi parli a questo modo? NARRATORE: (si volta in cerca di risposta da Arlecchino che gli suggerisce cosa dire pantomimando)… son malato…malatissimo…quasi morto… BECCUCCIO: Santi numi! Il mio servitore! Corriamo subito a casa! (escono di scena melodrammatici) ARLECCHINO: (sbuca dal cespuglio) El mi patron non s’è meravigliato punto dell’abito rubato e non s’è manc’accorto dello scambio di persona…son proprio bravo a recitar! mi son un grande attore! E adesso me ritrovo con un vestito ancora più bello de quello de prima e sembro davvero un gran signore. Il problema è che non ho un soldo e tengo una fame che me magnarei pure ‘sto cespuglio: che sciagura che è la fame! (alla parola fame le cinque maschere sbucano dal cespuglio ciascuna affamatissima e si avvicinano ad Arlecchino ciascuna domandando nella sua lingua cosa fare) ARLECCHINO: Ancora codesti che parlano a ‘sta maniera! A volte me sembrano dei mattacchioni, altre dei vecchi amici, altre ancora me fanno un po’paura. SPAZZOLINO: Spazolinooooo? (triste e affamata) ARLECCHINO: Arlecchino! Mi son Arlecchin Batoccio, orbo da un oreccio e sordo da un occio! SPAZZOLINO: Spazolinoooo? (affamata e precisatoria) ARLECCHINO: Dev’essere sordo…mi son Arlecchino! SPAZZOLINO: Spazolinooooo? (perentoria) ARLECCHINO: Va ben. Mi son cambiato d’abito, mi son cambiato di persona, mi cambierò anca’l nome. Chiamame come te pare! SPAZZOLINO: Spazolinoooo? (indica il fondale dove si trova una bicicletta e cinque ruote di bicicletta) ARLECCHINO: (d’improvviso capisce il mascherese) Caspita! D’improvviso mi par d’intendere questa strana lingua di questi mattacchioni. (Le maschere parlano in coro spazientite e indicano il fondale scalpitando di fame: Arlecchino guarda le maschere guarda il fondale e capisce cosa stanno cercando di dirgli) ARLECCHINO: Coribandoli! Che idea maravigliossa! Andare a Roma a prendere il Pane Crescigalli!!! Potrei tornare ricco come un pascià: el sarebbe un rimedio contro la fame e mi scamperei anco le busche del mi patron quando s’accorgerà dell’imbroglio! gli regalerei pure dei soldi al mi patron e, siccome mi son un gentiluomo, darei qualche soldo pure a quel buonanima che s’è preso i panni miei! (le maschere fremono) Allora in marcia! (Le maschere esplodono in giubilo festoso e dolce e pazzo. Poi a suon di musica Arlecchino e le maschere vanno a prendere lui la bicicletta e loro ciascuna una ruota -chissà quanto ci metteranno ad imparare ad usare questi mezzi e chissà come ciascuno arriverà ad usarli?!- e poi si mettono in viaggio tutti assieme: Arlecchino si mette alla guida e le altre maschere sembrano trascinate da lui ciascuna volando sulla sua ruota) ARLECCHINO: Cosa vedono i miei occhi! Avevo sentito che Roma era bella, ma io non credevo che poteva essere come questa cossa che me ritrovo davanti agli occhi che quasi non saprei dire: grande, ma che dico grande?, gigante, ma che dico gigante?, megalonica, ma che dico megalonica?, STRARIPANTE! Io non avevo visto una cossa così bella! Tutta quest’acqua!!!


Delatre - Numero 6