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I.P.

Ăˆ viva la scuola Gianluca 7 goal, 0 filoni.

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Sommario Tagli alla scuola. È viva la scuola. ....................................................................... 4 Scuole Aperte, la scuola che cresce in risorse e opportunità ........................... 5 La scuola come presidio per il diritto all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità.................................................................... 6 A teatro la legalità fa scuola . ............................................................................. 10 Conversazione con Diego De Silva................................................................... 10 Scuole Aperte intervista Laura Boldrini (Unchr)................................................ 13 A colloquio con la Iena Giulio Golia testimonial della campagna regionale “la sicurezza sui luoghi di lavoro”........................... 15 Peppe Barra e Scuole Aperte in difesa della cultura e delle tradizioni popolari.................................................................................... 16 Grande successo anche per la seconda edizione di Ethnos per le scuole....................................................................................... 17 Nel centenario della nascita di Django Reinhardt, la tradizione musicale dei Manomanouche per Scuole Aperte........................ 18 Scuole Aperte e Legambiente per un’edilizia scolastica di qualità................... 19 Le News dalle scuole . ....................................................................................... 21

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Tagli alla scuola. È viva la scuola. I finanziamenti ai progetti di offerta formativa delle scuole in questi anni sono fortemente diminuiti con conseguenze gravi sulla vita della scuola: è più difficile inserire alunni svantaggiati, combattere la dispersione scolastica, accogliere bambini provenienti da paesi diversi dal nostro. Le scuole hanno subito un taglio drastico delle risorse necessarie, tanto che molte sono di fronte ad una situazione drammatica. La scuola è passata in questi anni da settore strategico a capitolo di spesa. Con conseguenze disastrose. Il Governo ha affermato che la scuola non può essere un ammortizzatore sociale. E’ vero, la scuola non deve essere un ammortizzatore sociale, deve essere e deve continuare a rimanere, una scuola per tutti, presidio di legalità, di cittadinanza attiva, di inclusione. In questi anni, sono stati investiti dalla nostra Regione, tra fondi regionali ed europei, milioni di euro per la lotta alla dispersione scolastica e per il rilancio della scuola pubblica. Progetti come Scuole Aperte, PAS, Chance, la realizzazione dell’unica Anagrafe Scolastica del panorama nazionale, l’intervento a favore dei precari della scuola, oltre a quello per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità e contro il sovraffollamento delle classi (apprezzato dalle più grandi organizzazioni di persone con disabilità) hanno, di fatto, rilanciato l’ istruzione pubblica campana. Grazie al Progetto Scuole Aperte da quattro anni in Campania oltre 500 scuole pubbliche riaprono i battenti il pomeriggio per accogliere all’interno delle loro strutture tanti giovani studenti, ma anche tanti cittadini, di ogni età, che vogliono continuare a crescere apprendendo e diventando cittadini responsabili. Migliaia di associazioni e quasi centomila cittadini lo scorso anno hanno partecipato alla terza edizione. Si tratta di risultati evidenti, di risultati concreti che abbiamo programmato in maniera biennale, per il 2009/2010 e per il 2010/2011, proprio per garantire una maggiore continuità al pro4  -  Tagli alla scuola.È viva la scuola

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getto Scuole Aperte. Le scuole hanno quindi progettato la loro apertura pomeridiana per due anni scolastici consecutivi. L’apertura pomeridiana delle scuole ha consentito di ridurre drasticamente gli atti vandalici e dunque il concetto di devastazione che rendeva le scuole insicure. Si tratta di un importante segnale di educazione alla legalità. La Regione Campania è al fianco della scuola pubblica con importanti investimenti, offrendo un’opportunità di crescita complessiva. Ha deciso di investire sulla scuola convinta che l’istruzione dei nostri figli sia l’investimento più sicuro e a più alto rendimento futuro; convinta che la scuola di qualità sia una scuola gratuita; che punta al sapere, ma non lo separa mai dal fare; che accoglie senza condizioni chi viene da lontano offrendo loro strumenti culturali di cittadinanza; che lavora per l’inclusione degli ultimi e dei più deboli. La Regione Campania continuerà ad impegnarsi per una scuola più forte, aperta a tutti, per una scuola aperta contro la camorra, per una scuola dai mille colori che sappia accogliere e valorizzare la cultura di tutti.

Scuole Aperte, la scuola che cresce in risorse e opportunità Scuole aperte è un modo di fare scuola senza confini e separazioni per una formazione continua che coinvolge persone di cultura, età, saperi e appartenenze differenti. Al di fuori dell’orario si ritorna a scuola per i moduli e i laboratori di Scuole Aperte. Si trascorrono in aula e fuori dell’aula ore straordinarie dove apprendere e crescere insieme grazie ad una formazione aggiuntiva fatta di nuovi saperi e conoscenze mirate ad accrescere l’identità solidale e il senso di appartenenza comune. Il progetto Scuole aperte è promosso dalla Regione Campania con investimenti che si sono moltiplicati nel corso degli anni. Più investimenti significa più scuole coinvolte, più laboratori aperti, più docenti impegnati, più utenti, più cittadini coinvolti in attività che si sono caratterizzate sempre per il grande entusiasmo di tutti partecipanti. Assieme alla scuola, principale protagonista del progetto, ci sono tanti altri partner che in molti casi hanno svolto il ruolo di veri e propri comprimari. Le associazioni, laiche e cattoliche, e gli enti locali, stabiliscono con gli istituti rapporti di rete, che, grazie ad azioni congiunte e sinergiche, consentono la condivisione di spazi, ma soprattutto di idee. Progetti finanziati as 2006/07........................... 105 as 2007/08........................... 271 as 2008/09........................... 250 as 2009/10........................... 462 Scuole coinvolte as 2006/07........................... 105 as 2007/08........................... 250 as 2008/09........................... 561 as 2009/10........................... 478

Soggetti partner as 2006/07........................... 484 as 2007/08......................... 1235 as 2008/09......................... 1003 as 2009/10......................... 1506 Laboratori as 2006/07........................... 661 as 2007/08......................... 1415 as 2008/09......................... 1350 as 2009/10......................... 1885 Risorse docenti coinvolte as 2009/2010 docenti delle scuole .......... 3086 docenti esterni................... 1969 Scuole Aperte, la scuola che cresce in risorse e opportunità 

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Scuole aperte intervista Andrea Canevaro

trasto con le norme di sicurezza. È uno dei tanti esempi di incapacità di governare, nascondendo tale incapacità dietro la maschera dell’efficientismo e del fare.

La scuola come presidio per il diritto all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Il livello di emergenza a cui siamo arrivati, in riferimento all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità richiede un intervento straordinario a difesa di quei diritti che ha permesso a migliaia di ragazzi di costruirsi un futuro qualitativamente migliore. Gli sforzi che quotidianamente, operatori del mondo della scuola, famiglie, associazioni di volontariato, spendono per una scuola di qualità, sono puntualmente cancellati dalle scelte di un governo che considera la persona solo ed unicamente come un costo passivo e non come portatore di diritti, questo anche in riferimento alla sanità e alle politiche sociali oltre che alla scuola. In controtendenza rispetto alle politiche finanziarie del Governo centrale, l’assessorato all’Istruzione della regione Campania ha operato in difesa della scuola per tutti, della scuola pubblica. Insieme ad uno dei maggiori pedagogisti italiani abbiamo affrontato il tema dell’inclusione scolastica degli alunni con disabilità, dentro la scuola e anche all’interno di Scuole Aperte. La percezione degli addetti ai lavori è quella di una volontà politica di smantellamento di una eccellenza unica al mondo della scuola italiana e cioè l’inclusione scolastica dei ragazzi con disabilità.

si è registrata una inversione di tendenza oppure no?

Prof. Canevaro, a distanza di tre mesi dal Convegno di Rimini sulla Qualità dell’integrazione scolastica e a pochi giorni dal Convegno “L’integrazione delle persone con disabilità. Lo sguardo della pedagogia speciale” tenutosi a Milano il 25 e il 26 febbraio scorso,

Non è per fortuna semplice disfare in un attimo alcuni decenni di storia, che è anche storia del diritto e dei diritti. Vi sono resistenze molteplici ed anche efficaci. E il vero nemico è il malgoverno mascherato da efficientismo. L’aumento degli effettivi per classe è in con-

Direi proprio di no. Si è perfezionato il dispositivo che permette – o consente – di affermare principi costituzionali con solennità e nelle pratiche quotidiane disattenderli. Inoltre si sta verificando qualcosa che rende ingovernabile il sistema educativo. Vengono annunciati con clamore provvedimenti chiaramente non applicabili, come quello delle quote di alunni di altre culture (immigrati). Il clamore del provvedimento è quello che si vuole. La confusione che genera non interessa chi l’ha proclamato. È la logica dello spot, che permette di superare con la massima disinvoltura l’impaccio della coerenza di un disegno, permettendo di affascinare in un istante con un’affermazione, e nell’istante dopo con il suo contrario. In questo momento, l’Italia sta disattendendo in maniera sfacciata alla Dichiarazione dei Diritti delle persone con disabilità, promossa dalle Nazioni Unite e diventate, con la ratifica, legge dello Stato. E quindi, ciò vuol significare che in Italia stiamo correndo realmente il rischio di azzeramento del processo trentennale dell’inclusione scolastica degli alunni con disabilità?

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Le responsabilità a chi sono da addebitare? Alla scarsa o quasi nulla attenzione dell’attuale classe politica governativa alla qualità dell’inclusione degli alunni con disabilità con bisogni educativi speciali o le responsabilità di questa deriva sono da ricercare anche altrove? Le responsabilità sono innanzitutto di chi in questo momento governa. Ed anche da chi dimentica o non vuole conoscere il percorso che è stato fatto. La responsabilità viene evitata con l’ignoranza colpevole, che è perdita di memoria. In certi momenti, essere responsabili vuol dire saper trasgredire. Chi cresce ha quasi il bisogno di “trasgredire”. Endelman sostiene che l’evoluzione dell’intelligenza umana è passata attraverso la possibilità e la capacità di trasgredire, ovvero di conseguire una routine troppo stretta e tale da diventare un destino senza sorprese. A maggior ragione, chi vive con una disabilità deve liberarsi dal “destino segnato”. E questo è diventato un impegno proclamato in tante sedi, ma non sempre seguito da pratiche coerenti. La Convenzione sui diritti delle persone con disabilità riguarda 650 milioni di individui nel mondo. È un mondo in cui la mobilità delle popolazioni è in continuo aumento; in cui la media della durata della vita, in paesi come il nostro, è aumentata (invecchiamento della popolazione); in cui si calcola che, in media, un individuo che viva 70 anni, avrebbe 7 anni – anche comulativi – di condizione di disabilità. La disabilità, come emerge dalla Convenzione, è un concetto in evoluzione. L’art. 1 ribadisce che la disabilità è il risultato dell’interazione tra le caratteristiche delle persone e le barriere attitudinali e ambientali che incontrano. È inscindibile dalla qualità della vita; che può dipendere: da una rete sociale attiva, dall’accessibilità dell’informazione, dall’esigibilità dei diritti (non per un procedimento

giudiziario apposito, ma già presenti, in una società inclusiva, e da una buona accessibilità di prodotti di mercato facilitanti e dalla complementarietà con i servizi sociosanitari con competenze specifiche. Queste annotazioni dovrebbero indurre a pensare che un buon accompagnamento verso il progetto di vita (la vita indipendente) di persone con bisogni speciali può avere ricadute fondamentali anche per chi si ritiene con bisogni normali. Chi è attento alle risorse economiche dovrebbe sapere che in questo caso la spesa può essere un buon investimento. Cosa potremo quindi chiedere al Ministero dell’Istruzione? Quali proposte da sottoporre ai funzionari del Ministero per garantire una migliore qualità dell’inclusione scolastica? Non chiedo a chi ha dimostrato di non voler sapere. Mi dispiace dirlo, ma l’unica cosa che vorrei chiedere è di farsi da parte. Cosa possiamo chiedere agli operatori del mondo della scuola? Di continuare a vivere una passione con professionalità. Cosa possiamo chiedere alle famiglie? Di avere la pazienza, la tenacia, di trovare alleati negli operatori. Uno degli interventi (unico in Italia) svolto dallo Sportello Integrazione di Scuole Aperte dell’Assessorato all’Istruzione della Regione Campania, è stato il monitoraggio sul sovraffollamento delle classi in presenza di alunni con disabilità. I dati inviateci dalle scuole sono a dir poco drammatici, come possiamo definire l’offerta formativa delle scuole in queste situazioni e cosa possono fare le scuole per evitare tutto ciò? È, palesemente, un’offerta illegale indotta dal ministro.

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Lei ha dichiarato che oggi uno dei rischi che corriamo è quella di vivere nelle nostre scuole una falsa integrazione o peggio ancora un’integrazione a pagamento. Come si potrebbe, secondo lei, evitare tutto ciò e strutturare invece una scuola inclusiva, di effettiva qualità, basata sulla valorizzazione della diversità? Cercherei di avere più attenzioni per i profili professionali. Le necessità organizzative dei servizi sono indiscutibili. Misurare i bisogni e quantificare le risposte è necessario. È chiaro che non si può non fare i conti. La logica organizzativa può rispondere in maniera equa alle esigenze delle risorse economiche (con limiti) e alle esigenze dei soggetti? Si possono tenere in equilibrio le necessità che portano a oggettivare i bisogni e le necessità che portano a identificarsi con chi vive i bisogni? Potremmo cercare di semplificare il problema utilizzando strumenti di rilevazione dei bisogni e affidandone l’impiego a chi vive la quotidianità accanto ai soggetti con bisogni speciali. È un modo di arrivare a una soluzione equilibrata. Ma non mette al riparo da rischi. I rischi maggiori, come già accennato, sono di due ordini: l’oggettivazione del bisogno di un individuo, che non è più il signor Filippo, ma “un’appendicite”. E l’identificazione con l’altro, con il signor Filippo. Nel primo ordine di rischi troviamo la categorizzazione e la sua ossessione. Una larga maggioranza di studiosi e di operatori sottoscrive con facilità la dichiarazione circa la relativa irrealtà delle distinzioni in categorie. All’interno della categoria “ritardo mentale” vi sono tali e tante variabili e differenze individuali, da rendere scarsamente significative la categoria stessa. Ma anche la categoria “sindrome di Down” può dar luogo alle stesse considerazioni. Si potrebbe concludere che le categorie sono dannose e inutili? Sarebbe una semplificazione frettolosa e sbagliata. È vero, però, che vi sono usi delle categorie che sono frettolosi e sbagliati: è sbagliato l’uso delle categorie per determinare una lettura dei bisogni, che risulterebbe anche frettolosa e per questo probabilmente apprezzata da chi ritie-

ne che gli accertamenti dei bisogni siano costi passivi. È sbagliato l’uso delle categorie per decidere risposte adeguate: se queste sono tarate su finte omogeneità, non potranno essere adeguate e costituiranno un sistema violento. È sbagliato l’uso delle categorie per stabilire le professionalità da impegnare. Le categorie sono utili per capire delle differenze che si trovano sotto la stessa dizione. Si pensi a “diagnosi di spettro autistico” e alla straordinaria varietà di caratteristiche che contiene questa indicazione; per stabilire reti informative che permettano il miglioramento della qualità della vita dei soggetti con bisogni speciali. Questo è tanto più importante per le sindromi rare, che non possono creare competenze sulla base dell’esperienza del singolo operatore. Paradossalmente, le categorie sono utili per essere messe in discussione. Scoprire l’inadeguatezza di un sistema di classificazione è l’inevitabile premessa della rimozione degli ostacoli per la nostra comprensione. Nello stesso tempo è il modo per ricordarci che le nostre possibilità di comprensione sono relative al tempo storico che viviamo. È importante considerare l’accertamento dei bisogni come tempo costruttivo e quindi le spese che lo sostengono come investimento. Attribuire le necessità organizzative dei servizi (misurare i bisogni e quantificare le risposte) agli stessi Educatori Sociali, prevedendo uno sviluppo di carriera di questa figura professionale che solitamente, se occupa un ruolo dirigenziale lo fa cambiando la propria identità professionale e sforzandosi di identificarsi con professioni manageriali. Evitare di creare gerarchie di servizi su presunte classifiche di maggiore o minore gravità delle condizioni e per questo avere modelli di riferimento per le risposte ai bisogni rilevati sul tipo della proposta di Both e Ainscow, rispettivamente del 2008 e del 2002, che hanno elaborato un’analisi partecipata e di automiglioramento dell’inclusione (scolastica) di chi presenta bisogni speciali. Ianes nel 2005 ha illustrato come sia nato il concetto di Bisogno Educativo Speciale e come lo si possa fondare su ICF. È il segno di una prospetti-

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va che vuole superare il parametro biomedico, andando oltre le categorie di disabilità, ed occupandosi di tanti che vivono diverse difficoltà. L’Index di Both e Ainscow è una risorsa di sostegno allo sviluppo inclusivo e può costituire un ottimo modello di riferimento per un lavoro analogo prodotto da Educatori Sociali. L’attuale lettura dei bisogni, attribuita secondo una logica di divisione del lavoro, impone un modello inadeguato, il cui costo risulta inevitabilmente poco produttivo. I rischi derivati dall’altro ordine di problemi (l’identificazione con l’altro) sono speculari a quelli già esposti riguardo all’oggettivazione del bisogno di un individuo. In particolare può accadere che chi è Educatore Sociale ritenga che le necessità organizzative dei servizi (misurare i bisogni e quantificare le risposte) siano, come tutte le incombenze amministrative, attività che esulano dal proprio impegno. La conseguenza va nel rinforzo di quella divisione dl lavoro che è all’origine dell’inadeguatezza del sistema. L’identificazione con l’altro come compito esclusivo di un Educatore Sociale logora (burn out). L’identificazione con l’altro può isolare e impedire di “leggere” i bisogni includendoli in una “lettura” sociale che permetta di mettere davvero in crisi la “categorizzazione” cui storicamente ci si riferisce. Le risposte individualizzate a bisogni individuali possono non essere per “categorie” e non essere individuali (isolate), ma intrecciare diversi individui in un’ eterogeneità compatibile. Il bisogno di avere un’abitazione ad esempio, non riguarda una categoria (“ritardo mentale”), ma individui non “categorizzabili”. Se la risposta è tale da esigere una certa prossimalità, la stessa risposta deve tener conto della compatibilità (eterogeneità compatibile). Un suo parere sulla riforma in corso per la formazione iniziale e sull’obbligatorietà di tutto il personale della scuola.

Quale potrebbe essere il ruolo della pedagogia speciale nelle attività laboratoriali di Scuole Aperte per migliorare e favorire il processo inclusivo e formativo dei ragazzi con disabilità per la definizione del progetto di vita? Occorre ripensare l’autonomia. Ed occorre partire dalla necessità di sfuggire al rapporto diadico. Che non vogliamo demonizzare. Esso è presente nella vita dell’essere umano in alcune fasi dell’esistenza. Sostanzialmente alla nascita, nella vita di coppia, nei tempi di malattia (ma non necessariamente) e nell’età avanzata (ma non necessariamente). A noi interessa capire quando esso ha un carattere evolutivo e quando invece condiziona staticamente una situazione. Il rapporto diadico ha una dinamica positiva se è evolutivo, aprendosi all’impiego di mediatori e quindi al rapporto triadico, che potremmo anche chiamare rapporto plurale. A volte si ritiene che le persone con una disabilità abbiano bisogno di vivere continuamente nel rapporto diadico. E a volte è così. Ma anche questo aspetto non ha un valore assoluto, e potrebbe essere utile capire come sono cambiate le condizioni di crescita e di vita di chi è cieco. Dobbiamo considerare che il nostro cervello non è una tabula rasa in cui si accumulano delle costruzioni culturali. È un organo fortemente strutturato che realizza il nuovo utilizzando il vecchio. Per apprendere nuove competenze, ricicliamo i nostri vecchi circuiti cerebrali di primati, nella misura in cui questi tollerano un minimo di cambiamenti. Il rapporto diadico propone, o vorrebbe proporre, la garanzia di una stabilità senza cambiamenti. Ma conviene? Certamente è necessario in alcune fasi della vita. Chi cresce essendo cieco, deve avere un periodo di sicuro riferimento in un rapporto diadico. Ma se questo si prolunga eccessivamente, evitando cambiamenti, può danneggiare il processo di crescita.

Non si può parlare di riforma. È un cambiamento imposto dalla contabilità ottusa, che non sa fare investimenti. La scuola come presidio per il diritto all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità 

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A teatro la legalità fa scuola Arrivata alla terza edizione, la rassegna “I teatri della legalità”, promossa dall’Assessorato all’Istruzione della Regione Campania, nell’ambito del progetto Scuole Aperte e realizzata in collaborazione con ‘I Teatrini’, ha portato a teatro, soltanto nell’ultima edizione, circa 40mila ragazzi, in tutta la regione. I Teatri della Legalità si caratterizza per una programmazione di ampio respiro, che affronta e propone ai giovani una selezione di spettacoli, ma anche incontri, laboratori e mostre incentrati sui temi della lotta alla camorra e alla criminalità organizzata, del bullismo, dei conflitti e dello sfruttamento dei bambini soldato, dell’immigrazione e della clandestinità, del lavoro minorile e delle morti bianche, delle regole in democrazia e della cittadinanza attiva, dell’ambiente, della diversità e della malattia mentale. Le rappresentazioni vedono impegnate, quest’anno, 65 compagnie teatrali per circa 170 repliche e più di 300 persone tra attori, registi ed operatori delle istituzioni, della scuola e dello spettacolo. “Teatri della Legalità parla ai ragazzi in prima persona, li coinvolge nel presente, in tutto ciò che circonda le loro e le nostre esistenze. Propone argomenti che irrompono nel nostro quotidiano segnando indelebilmente la vita di molti di noi. Nostro preciso dovere è offrire gli strumenti per comprendere tutto ciò e ostacolarne la pericolosa deriva”. Tutta l’attività si realizza attraverso una rete tra più di 20 amministrazioni comunali della regione. “Nella costruzione del programma - commentano i curatori Mario Gelardi e Luigi Marsano - abbiamo voluto unire autori ed interpreti di primo piano nel panorama teatrale 10  -  Conversazione con Diego De Silva

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italiano, chiamati a pensare e proporre spettacoli per le giovani platee della nostra regione”. Completa l’offerta la rassegna ‘Il Teatro della legalità fatto a scuola’ che porta in scena il protagonismo dei ragazzi e delle scuole che nel corso dei laboratori di Scuole Aperte costruiscono vere e proprie rappresentazioni sempre sul tema dell’impegno civile. Coadiuvati da insegnanti, esperti, associazioni, i giovani di tutta la Campania realizzano spettacoli nei quali la scuola mette in scena il frutto del lavoro realizzato in sinergia, con l’energia e l’entusiasmo che sempre caratterizzano queste esperienze.

Conversazione con Diego De Silva

Scuole Aperte ha incontrato Diego De Silva in occasione dell’inaugurazione e consegna della biblioteca interculturale del 2°CD di Pontecagnano (SA) agli studenti, le famiglie e i migranti del territorio. Essenziale, sincero e schietto, De Silva va al sodo senza mezzi termini su letteratura, scuola, integrazione e politica. In libreria troviamo sempre più spesso libri di scrittori esordienti che raccontano la vita vera, pezzi di storia contemporanea del paese. Lei che ha sempre raccontato storie forti, con personaggi borderline, crede che il rilancio di un genere tra documento e narrativa possa funzionare come motore per scuotere le coscienze,? Io non penso che la letteratura abbia il compito di rendere migliori le persone, se questo succede è assolutamente incidentale. La letteratura non ha altro compito che essere bella.

Un libro è valido se è bello. Se poi questo riesca successivamente, malgrado tutto, malgrado anche se stesso a modificare la realtà è una cosa che può succedere, ma l’autore non si deve porre questo problema. I temi che si scelgono chiaramente sono temi che in qualche modo ti bruciano. Scrivi di quello che ti brucia, di quello che ti fa male, di quello che ti manca. Se ci sono molti libri che stanno più fortemente sulla realtà e se lo fanno in maniera onesta, possono determinare dei cambiamenti, ma non credo che sia quello il loro scopo. In molti suoi libri, comune denominatore sono i bambini, vittime e carnefici, angeli e demoni, piccole icone del nostro tempo. In una società violenta, in cui il male è molto più gratuito, molto più feroce di quella in cui vive Rosario, il protagonista di “Certi Bambini” (2004), come crescono i nostri bambini? Come, in queste condizioni, genitori e insegnanti possono educarli alla responsabilità, reciprocità e legalità? Io credo che l’unico modo per insegnare sia fornire degli esempi credibili. Cercare di mantenere dei comportamenti coerenti con le proprie passioni e con la propria vita. Le cose si imparano essenzialmente per seduzione, per emulazione. Un insegnante bravo è un insegnante che trasmette passione per quello che fa. Un insegnante di lettere ad esempio è uno che ti trasmette la passione di leggere. E per trasmettertela l’insegnante deve leggere. Se tu frequenti mediamente una qualsiasi libreria di una qualsiasi città e fai una piccola statistica sugli utenti, vedrai che di insegnanti ce ne sono pochissimi. Così come ci sono pochissimi avvocati, magistrati…Molto spesso si pretende che i giovani abbiano dei comportamenti che però poi non si riscontrano negli adulti. Allora per poter insegnare bisogna essere appassionati a quello che si fa. Credo che se si dà un esempio credibile, aderente alle tue passioni, un ragazzino con una certa tendenza e curiosità, ti segue. Tullio De Mauro, già Ministro dell’Istruzione ed editorialista de “L’Internazionale”, ha par-

lato delle caratteristiche di una scuola di qualità, che avvicinari la scuola italiana a quelle americane ed europee. Formazione dei docenti, apertura al territorio, coinvolgimento dei genitori, tutte caratteristiche che ritroviamo in Scuole Aperte. Può un progetto come questo rappresentare una risorsa permanente per la scuola italiana attuale? Qual è la sua opinione a riguardo? In questa Scuola Aperta noi stiamo conversando in un laboratorio di informatica dove ci sono dei bambini che possono usufruire liberamente di un computer. Io ho 46 anni e questo quando io andavo a scuola era impensabile, eravamo abituati alle lezioni frontali. Vivevamo in quel modello educativo dove tu ascolti e ripeti. Chiaramente oggi questo non è più possibile. La scuola si aggiorna, si apre, fa quello che può, e questi di Scuole Aperte sono tutti esperimenti, tentativi, sono sostanzialmente dei grandi laboratori. E quindi io sono pienamente d’accordo a incentivare delle modalità didattiche innovative, ad una scuola più presente sul territorio, che si aggiorna. Qui bisognerebbe investire in maniera radicale in cultura, in ricerca, in didattica, bisognerebbe quanto meno raddoppiare gli stipendi degli insegnanti. Sono pagati in una maniera vergognosa. Restituirgli dignità. Guardando all’indietro, si sapeva benissimo che gli insegnanti erano dei sottosalariati, ma questo non incideva minimamente sul loro grado di rispettabilità sociale. Oggi generalmente nell’accezione della mentalità comune delle persone, il professore è un poveraccio, un disgraziato che viene trattato dall’alto in basso perché guadagna quattro soldi. Siamo ad un tale livello di involuzione culturale, per cui bisogna innanzitutto rilanciare la dignità di un insegnante. Una persona che svolge un compito importantissimo, la persona alla quale noi affidiamo tutti i giorni i nostri figli. Eppure questo sembra che sia diventata una figura secondaria, accessoria, come se in Italia bisognasse invece investire solo in impresa, internet, inglese… Lei ha dichiarato che “Napoli è un grosso Conversazione con Diego De Silva 

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condominio dove ciascuno parla la propria lingua, una somma di comunità, ma dal quale non nasce un popolo modificato nella cultura dalla convivenza. Napoli è abituata all’altro, ma basta a se stessa”. Questo vuol dire che l’integrazione tanto necessaria alla convivenza con i migranti non si realizzerà mai? Qual è la funzione della scuola per l’integrazione ad una società fatta di persone e condizioni diverse? Se parliamo di integrazione, questo è un fenomeno che avviene per suo conto, indipendentemente dalle spinte razziste e contrarie. Il problema è passare dalla mera assimilazione ad un vero percorso integrativo. Non domandarsi semplicemente di che cosa devono essere fatti gli spazi delle persone diverse da me, che vengono da altri popoli, che hanno un’altra pelle, altri dei, ma effettivamente domandarsi chi siano. Pensa ad esempio alla discussione sul voto agli immigrati. Questa è una cosa che mi annichilisce. Noi ad un immigrato affidiamo la cura dei nostri bambini, dei nostri vecchi, dei nostri affetti più cari e poi…non vogliamo che loro votino! Se ci pensi è una contraddizione talmente palese, rozza, grossolana, sulla quale non dovremmo stare neanche a discutere. Perché se io voglio, mi interessa, mi serve che una persona mi accompagni i bambini a scuola o assista il mio vecchio padre, come minimo gli dovrei consentire di dire la sua nel momento in cui si esprime un consenso politico e questo invece non lo si vuol fare. Allora questo vuol dire che la considerazione che si ha dell’altro da te è una considerazione tutto sommato utilitaristica. Finché ci sei, finché servi, finché rispetti le leggi hai un lavoro…ma chi sei tu, cosa pensi, da dove vieni, è una cosa che non mi interessa minimamente e che non voglio neanche scoprire e se ci pensi questo è un grande impoverimento, perché la vera ricchezza è nella conoscenza dell’altro. Uno dei miei più cari amici è un iraniano, fa il mio stesso mestiere è uno scrittore e si chiama Hamid Ziarati lui sta in Ital12  -  Conversazione con Diego De Silva

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ia da tantissimi anni. Parlare con una persona che viene da un altro luogo è interessantissimo per la quantità di storie che ti può raccontare, aneddoti, usanze diverse dalle tue è come un viaggio, un grandissimo arricchimento. Per cui, finché non compiamo questo scarto, non ci sarà nessuna forma d’integrazione. Salutiamoci con un auspicio per i nostri ragazzi e la nostra scuola… Io mi auguro che la scuola possa rimanere un luogo in cui si fanno delle belle esperienze, un luogo nel quale si impara la “grammatica dei sentimenti”, dove si può essere felici.. non si ride mai più come si ride a scuola e dove possibilmente si imparino delle cose. Basterebbe solo metterla in condizione di fare dignitosamente il suo lavoro.

Diego De Silva • Scrittore, giornalista e sceneggiatore, il napoletano Diego De

Silva ha pubblicato Certi bambini (2001), premio selezione Campiello, da cui è stato tratto il film omonimo diretto dai fratelli

Frazzi; La donna di scorta (2001), Voglio guardare (2002 e 2008), Da un’altra

carne (2004 e 2009), Non avevo capito

niente (2007, Premio Napoli, finalista al

premio Strega). I suoi libri sono tradotti in Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo e Grecia.

Da Rosarno a Castel Volturno:

Scuole Aperte intervista Laura Boldrini (Unchr)

Ascoltare le storie dei migranti e dei rifugiati, conoscere queste realtà, farsene carico, questo è l’approccio che Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr), in prima linea sull’asilo e l’immigrazione e le spinose questioni dei respingimenti dei migranti, usa per il suo delicato ruolo di rappresentante di una delle principali agenzie umanitarie del mondo. Testimone attivo di alcune iniziative promosse e organizzate da Scuole Aperte sul territorio di Castel Volturno, nel 2008 in occasione degli Stati Generali della scuola e lo scorso novembre per il Tributo a Miriam Makeba, ha commentato con noi i gravi fatti di Rosarno per sottolineare l’importanza di attuare soluzioni serie per la costruzione di una società dell’integrazione, eliminando le marginalità esistenti e promuovendo una cultura dell’altro cominciando dalla scuola. Lei conosce Castel Volturno e il litorale domitio ed è stata tra i primi ad andare a Rosarno. Quale analogie si evincono tra le due realtà? E quali segnali allarmanti può evidenziare tra i rischi nell’area di Castel Volturno? A Rosarno c’è una tipicità dovuta al lavoro stagionale, molti lavoratori vanno lì per un periodo limitato di tempo e poi ritornano dove risiedono abitualmente. Le persone che vivono lì in quel periodo sono tutti lavoratori a nero e abitano in situazioni terribili, in siti dove mancano completamente i servizi, in case diroccate o ex fabbriche. I migranti sono costretti a costruirsi ripari di fortuna. Non avendo a disposizione nulla con cui riscaldarsi, soffrono temperature molto rigide e si arrangiano sotto i teloni di plastica e i cartoni. Anche nella zona di Castel Voltur-

no c’è un serio problema, i migranti sono destinati a lavorare in nero e ho visto situazioni abitative assolutamente inadatte. Ho visto anche a Castel Volturno case sventrate dove abitano persone in condizioni inaccettabili. Queste realtà non si possono nascondere, non si può fare finta che non esistono perchè tutto questo crea anche un disagio grave alle comunità locali. Tale situazione di degrado in cui sono costretti a vivere tanti immigrati spesso anche regolari, spesso anche rifugiati, crea quindi tensione sociale tra immigrati e cittadini, qualcosa che dovrebbe essere assolutamente evitato. Le autorità dovrebbero quindi prenderne atto e lavorare a delle soluzioni concrete. Non affrontare questo problema significa farsi corresponsabili delle conseguenze. L’augurio è che questa vicenda di Rosarno, che è stata una vicenda dolorosa in cui è uscita la rabbia della gente sia una vicenda sulla quale si vada ad investire per dare delle risposte serie al problema che è dietro queste realtà che non esiste solo in Campania o a Rosarno. Nei grandi centri urbani ci sono situazioni di degrado un pò ovunque. A Torino dei rifugiati hanno trovato riparo in una ex clinica abbandonata, a Milano nella stazione di Porta Romana, ma anche a Firenze, Roma e Napoli esistono situazioni difficili. Sono realtà note ma in questi anni non si è arrivati a dare delle risposte a questi bisogni. Con il progetto Scuole Aperte, abbiamo aperto al territorio ad attività che accolgono tutti. Oggi, dopo la legge che introduce il reato di clandestinità, gli stessi Dirigenti Scolastici ci pongono molteplici quesiti sul rischio di accogliere all’interno della scuola adulti stranieri non regolari. Questa situazione limita forteScuole Aperte intervista Laura Boldrini (Unchr) 

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mente il potenziale díintegrazione delle attività che Scuole Aperte veicola. Qual’è il suo parere a riguardo? Una delle tappe fondamentali dell’integrazione sta nell’apprendere la lingua del paese in cui ci si trova. Senza la lingua non è possibile rifarsi una vita nel paese d’asilo.Quindi è importantissimo portare avanti un progetto come Scuole Aperte se si vuole favorire l’integrazione. Per questo motivo le persone dovrebbero essere messe nelle condizioni di partecipare alle attività organizzate nelle scuole senza avere preoccupazioni legate al proprio status. Tra le attività proposte dalle scuole abbiamo registrato durante le varie edizioni del progetto, molti corsi d’italiano per stranieri, purtroppo quest’anno molti migranti non regolari per paura non sono tornati. Il problema del mancato inserimento esiste sia per gli irregolari, ma anche coloro che sono regolari. Per quanto riguarda la condizione degli irregolari è chiaro che bisogna dare una risposta a chi da anni lavora senza che qualcuno sia disposto a metterlo in regola. Ho incontrato a Castel Volturno dei ragazzi che si sentono in trappola, ragazzi che hanno tentato un percorso di regolarizzazione, che alla fine non si è realizzato, che hanno un decreto di esplulsione ma che non riescono a tornare neanche nei loro paesi perchè non hanno i soldi per comprare il biglietto aereo. Allora, in questo caso si deve dar loro la possibilità di un rimpatrio volontario assistito mettendoli in condizione di tornare a casa in modo dignitoso o bisogna mettere in atto l’emersione, cioè consentire ai datori di lavoro disposti a metterli in regola la possibilità di farlo. Purtroppo il decreto flussi è fermo da due anni e questo non consente la regolarizzazione.

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Qual’è la funzione della scuola per l’integrazione rispetto alla società del futuro che sarà fatta da persone che provengono da condizioni e paesi diversi? Finché non si fa un lavoro culturale grosso, ci saranno sempre delle situazioni a compartimento stagno e prevarrà l’incomunicabilità. Per riuscire ad avere una società più amalgamata bisogna incrementare la conoscenza reciproca, lavorare di più sull’educazione dei giovani alla mondializzazione. Bisogna aprire la finestra alle varie culture e portare i ragazzi a scoprire quanto sia interessante conoscere il mondo. È ammirevole lo sforzo che tanti insegnanti fanno in questo senso e anche nello spendersi per sostenere i giovani immigrati rifugiati a inserirsi nella scuola italiana. Per fare tutto questo però c’è anche bisogno di risorse che non sempre sono a disposizione.

Golia “Ci tiene alla vita!”

A colloquio con la Iena Giulio Golia testimonial della campagna regionale “la sicurezza sui luoghi di lavoro” Inviato “senza limiti” pronto a denunciare truffe e malefatte, fa domande pungenti e incalzanti, denuncia e pedina: è la Iena Giulio Golia che non si ferma certo davanti ad una porta chiusa, anzi diventa testimonial d’eccezione per gli studenti delle scuole e i loro docenti, protagonisti nella giornata di venerdì della due giorni “Ci teniamo alla vita” dedicata alla sicurezza del lavoro e ospitata dalla Città della Scienza. L’appuntamento promosso dall’Assessorato all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Campania e dal Comune di Napoli mira a rafforzare l’effettiva conoscenza, la comprensione e l’applicazione della nuova normativa sulla sicurezza, tra criticità e buone pratiche. I ragazzi vedranno il film di Ken Loach sulla privatizzazione delle ferrovie inglesi Mick, Paul e gli altri, e dopo parleranno con Giulio Golia di sicurezza e stile di vita. La Iena Golia è già al secondo incrocio con Scuole Aperte: domani a Città della Scienza e nel settembre del 2007 a Casal di Principe in occasione dell’apertura dell’anno scolastico mentre intervista il padre di Sandokan, Michele Schiavone. Giulio In Italia nel 2009 più di 1000 morti sul lavoro, un fenomeno ampio con dei numeri che sono ancora superiori ai livelli medi europei. Secondo te perché ai giovani si parla poco di sicurezza? Forse la sicurezza è un argomento un pò noioso. Forse si sbaglia il modo di comunicare questi argomenti. Noi parliamo di Sud e il Sud ha un grande problema che si chiama di-

soccupazione. Un padre di famiglia cerca di arrangiarsi, capita che pur di lavorare sia disposto a fare qualsiasi cosa. In questi casi ci sono persone che giocano su questi bisogni. La sicurezza sul lavoro passa in secondo piano. Sono pochi i cantieri in regola. Siamo pieni di burocrazia e spesso sono gli stessi operai che non vogliono utilizzare determinati strumenti perché sono scomodi, sono più mobili senza imbracature che con. Fino a quando esisterà il lavoro nero ci saranno morti sul lavoro, fino a quando si taglieranno i fondi ci saranno morti del lavoro. Nella cultura figlia della televisione ormai il Gabibbo e le Iene sono i riferimenti più immediati contro le ingiustizie. Siete più bravi voi o è debole il controllo da parte dello Stato? Secondo te ci vogliono più iene o ispettori del lavoro? Noi Iene siamo meno burocratiche, più veloci ad intervenire su delle cose, ma non su tutto. Il potere dello Stato ha dei parametri altissimi, noi ci scontriamo con piccoli gruppi, ma forse la nostra forza è la rapida operatività. È chiaro che ci vorrebbero più ispettori del lavoro, più controllo, più consapevolezza ma soprattutto direi più voglia di vivere. Scuole Aperte è fondato sull’idea che la scuola debba aprirsi alle esperienze nei contesti più diversi, come pensi che i temi della sicurezza possano entrare nella cultura dei giovani invece che parlarne sempre dopo l’ennesima morte bianca?

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Ci sono tantissime persone che muoiono al lavoro. Tutti i giorni il marocchino, il napoletano il calabrese cadono dal muretto e non fanno notizia…fino alle grandi tragedie. Noi dovremmo invece abituarci alla cultura della sicurezza. È un fatto di abitudine, come mettere la cintura in macchina o il casco in motorino... Cosa ne pensi della proposta di inserire la sicurezza nei luoghi domestici, scuole, luoghi di lavoro come una vera e propria materia di studio? Io non sono d’accordo, si rischia di farla diventare come l’ora di religione. Educare non significa studiare. È un fatto di cultura. Lo strumento in cui credo è la comunicazione. Su 100 ragazzi 30 saranno interessati e saranno loro, questi trenta che si faranno tramite e che faranno il loro passaggio agli altri. È inutile obbligare, bisogna trovare il comunicatore giusto, non tutti sono adatti. Comunicazione come forma di educazione civica. Uno strumento efficace, se fatta dagli stessi ragazzi, che si adoperano e si mettono a lavorare attraverso le loro esperienze dirette. Ad esempio un concorso ad hoc nel quale premiare la campagna più “figa” fatta dai ragazzi, promosso dalla Regione e altri enti e società che si occupano di sicurezza.

Peppe Barra e Scuole Aperte in difesa della cultura e delle tradizioni popolari L’Assessorato regionale all’Istruzione, formazione e lavoro ha promosso quest’anno una iniziativa che ha riscosso notevole successo. “La cantata dei Pastori patrimonio culturale degli studenti della Campania”, si inquadra nell’ampia offerta culturale e formativa del progetto Scuole Aperte. L’obiettivo è far conoscere, portandolo nelle scuole campane, uno dei testi teatrali più famosi ed apprezzati della nostra cultura popolare. Peppe Barra con la sua compagnia ha presentato il bellissimo e coinvolgente spettacolo in tutta la Campania, in maniera gratuita. Agli eventi hanno partecipato gli alunni, i loro genitori, i nonni, i cittadini. Grande l’entusiasmo innanzitutto dell’artista, Peppe Barra. “È una importantissima iniziativa per le scuole e per l’istruzione – ha detto Barra - e per l’importanza che si dà all’istruzione e alla cultura”. Come vede la rivalutazione del napoletano soprattutto tra i giovani? Il napoletano può essere considerato una vera e propria lingua. E quindi la tutela della nostra lingua soprattutto da parte dei giovani segue il filo rosso di protezione del Sud e della cultura che esprime e che ha espresso. È importantissimo che i bambini conoscano e conservino, rispettino e proteggano il dialetto. Le origini di un popolo vanno protette e rispettate. Io credo che ogni napoletano si senta in qualche modo gratificato dal fatto di parlare una lingua così bella come, così musicale, come la nostra.

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Tutta le scuole della Campania in musica, etnica

Grande successo anche per la seconda edizione di Ethnos per le scuole La II edizione di Ethnos per le Scuole ha preso il via il 4 novembre 2009, e si è conclusa il 6 marzo 2010. Si è partiti dal Teatro San Ferdinando di Napoli, per arrivare al teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere, passando il palazzo mediceo di Ottaviano, l’Istituto Carafa di Cerreto Sannita, in provincia di benevento, il centro sociale di Salerno, e il centro Congressi di Summonte, in provincia di Avellino, soltanto per citare alcune delle tappe previste. Con Ethnos la scuola incontra la musica dal mondo e soprattutto i suoi protagonisti, i suoi cantori. La rassegna è promossa dall’Assessorato all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Campania, per la direzione artistica di Gigi Di Luca ed il coordinamento de La Bazzarra nell’ambito di “Scuole Aperte”. In tutto 18 appuntamenti, in tutta la regione, con artisti che giungono in Italia, in Campania, proprio per introdurre bambini ed adolescenti alla conoscenza delle culture musicali del mondo. “Fornire strumenti privilegiati e persuasivi, come la musica e tutti i linguaggi dell’arte, deve diventare parte integrante del percorso formativo dei giovani. Ethnos rappresenta, in quest’ottica, un’occasione di incontro tra le culture, dato anche il successo riscosso nella passata edizione, che lascerà ancora una volta a tutti gli studenti della Campania testimonianze vive del mondo e nuovi punti di osservazione attraverso cui leggere ed accogliere al meglio le ‘diversità’. Questa seconda edizione è stata dedicata all’Africa ed il suoi cantori da una parte, e agli interpreti, frutto di contaminazioni di ritmi e

sonorità, dall’altra. Gli spettacoli, gratuiti, si sono svolti in teatri, auditorium, centri sociali o nelle stesse scuole. Si tratta di un progetto altamente pedagogico ed educativo che lo scorso anno ha coinvolto in media 800 studenti ad appuntamento ed ha operato anche su territori a rischio. Gli spettacoli accolgono però anche adulti, genitori e parenti e offrono l’incontro con chi opera in organismi nazionali ed internazionali che si occupano di cooperazione allo Sviluppo con attenzione ai paesi africani tra le quali Amnesty, Emergency, Unicef. “I 18 concerti di Ethnos 2009/2010 sono per i ragazzi una grande opportunità di ascoltare musica diversa, non commerciale, parlare con un musicista, conoscere la sua storia, gli strumenti che utilizza e le tecniche per suonarli. Sono anche occasione per conoscere le attività di tante associazioni di volontariato che si occupano di diritti umani”- dice Gigi Di Luca, Direttore Artistico della rassegna.

Grande successo anche per la seconda edizione di Ethnos per le scuole 

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Nel centenario della nascita di Django Reinhardt, la tradizione musicale dei Manomanouche per Scuole Aperte Proseguono con successo e grande partecipazione i concerti di Ethnos per le Scuole,la Rassegna itinerante nata per far incontrare gli alunni delle scuole campane con le musiche del mondo . Dopo aver esplorato le sonorità e i ritmi del continente africano con nove concerti realizzati nei mesi di novembre e dicembre,Ethnos per le scuole è ripartito lo scorso 26 gennaio con una seconda tranche di appuntamenti che termineranno a marzo e proporranno concerti di interpreti che hanno fatto della sperimentazione e della contaminazione il loro universo musicale. Sabato 6 febbraio l’auditorium gremito dell’ Istituto Tecnico Superiore M.Carafa di Cerreto Sannita (BN) ha ospitato il concerto degli strepitosi Manomanouche; una grande opportunità per gli studenti beneventani di conoscere la storia dei nomadi manouche, una delle principali famiglie zingare dell’Europa, di ascolatarne la musica,di interrogare i musicisti sulle particolarità degli strumenti musicali impiegati (come la chitarra manouche) e le tecniche per suonarli. La tradizione musicale di questo popolo,in cui la musica più autenticamente gitana, già di per sè frutto della fusione di varie culture, assorbe elementi del jazz americano, è stata resa nota in tutto il mondo dallo smisurato talento di Django Reinhard, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Il gruppo italiano Manomanouche, che negli ultimi anni è diventato una realtà di riferimento nel panorama europeo del Gipsy Jazz, ha eseguito in concerto per gli studenti arrangiamenti dei brani del leggendario chitarrista e compositore. Un’altra occasione quindi per gli studenti campani, di arricchimento e di conoscenza di altre culture attra-

Conversazione con Vittorio Cogliati Dezza

Scuole Aperte e Legambiente per un’edilizia scolastica di qualità verso l’incontro con quel linguaggio eloquente e potente che è la musica. Ethnos per le Scuole, inoltre, sta promuovendo la partecipazione attiva delle scuole attraverso tre bandi di concorso: Multikulti - concorso di fotografia Mondomix - concorso di musica sono rivolti alle scuole secondarie di primo e secondo grado. I colori dell’Africa - concorso di pittura e disegno è aperto alle scuole primarie e secondarie di primo grado.

Jean “Django” Reinhard È stato uno dei più importanti esponenti del jazz europeo. Le sue composizioni, nel tempo, sono diventati veri e propri jazz standards.

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Legambiente ha presentato il 24 febbraio a Napoli il X Rapporto Ecosistema Scuola (http://www.legambientescuolaformazione.it/ documenti/home/ECOSISTEMASCUOLA-2010.pdf ). L’indagine è stata presentata in occasione del convegno Per un’ edilizia scolastica di qualità, organizzato dall’Assessorato all’Istruzione della regione Campania e l’associazione ambientalista. Per fare il punto sulle politiche del settore abbiamo incontrato il Presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “Ecosistema scuola” il rapporto sulla qualità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi, è uno strumento di sensibilizzazione e informazione sociale che permette una riflessione strutturata sui nodi irrisolti e i risultati raggiunti in materia. Perché è nata l’esigenza di produrre un rapporto di questo tipo? Il rapporto nasce dieci anni fa e nasce in quanto il nostro come movimento ambientalista è particolarmente interessato alle questioni scolastiche affrontando le questioni ambientali anche da altri punti di vista. La scuola è una struttura strategica, anche per la qualità ambientale del paese. Una buona scuola riesce a costruire cittadini consapevoli e siccome le questioni ambientali stanno dentro le grandi sfide contemporanee, un cittadino moderno non può non essere consapevole di queste sfide. Dentro queste sfide ci siamo occupati molto delle scuole dei piccoli comuni e abbiamo sempre partecipato alle iniziative di riforma degli ultimi anni. In particolare la questione dell’edilizia scolastica è stata il nostro cavallo

di battaglia, perché abbiamo colto in questa questione l’intreccio tra la novità dell’autonomia scolastica, i cambiamenti nella didattica che questa avrebbe comportato e la necessità di avere degli spazi diversi dal tradizionale. Partendo da questo abbiamo cominciato a capire cos’era l’edilizia scolastica. Il primo rapporto nasce da questa “incursione”. Quali sono le novità significative che emergono dal rapporto pubblicato quest’anno? La fotografia di quest’anno è un immagine che ci preoccupa per la staticità, nel senso che i problemi che avevamo individuato in passato continuano ad essere all’ordine del giorno. Mentre il paese ha incrementato l’uso delle energie rinnovabili del 30%, nel mondo degli edifici pubblici nei quali gli enti locali dovrebbero investire, non vediamo nessun segnale. Il quadro che emerge è sintetizzabile in tre punti principali. Per primo le risorse, sostanzialmente messe a disposizione dagli enti locali, trasferite dal governo centrale e ancora irrisorie producendo una debolezza strutturale delle possibilità d’intervento per migliorare la situazione. Inoltre, sono 14 anni che stiamo aspettando l’anagrafe della situazione edilizia e il collaudo statico dell’agibilità degli edifici scolastici, che continua ad essere poco certificata e con ampi margini di non conoscenza della situazione. In ultimo, mentre ci sono state e continuano ad esserci segnali significativi per la raccolta differenziata nelle scuole, che ha anche un risvolto educativo molto importante, Scuole Aperte e Legambiente per un’edilizia scolastica di qualità 

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su altri fronti ambientali non vediamo segnali altrettanto significativi. Risorse, anagrafe scolastica, fonti d’inquinamento…un’evidente stato d’emergenza per l’edilizia scolastica nazionale. A fronte del confronto odierno tra Regioni, Enti Locali, associazioni di categoria e sindacati, quali sono i punti fermi, i nodi principali sui quali impostare delle soluzioni innovative? Dalla discussione di oggi individuiamo alcuni punti significativi sui quali continuare a lavorare: la revisione complessiva del patto di stabilità che taglia le gambe agli enti locali; la certezza nel tempo delle risorse, in modo che enti locali ma anche le imprese, possano programmare gli interventi anche strutturali da mettere in campo. Sin da oggi potremmo ottenere risorse attraverso il risparmio energetico, attraverso le fonti rinnovabili, così che le risorse risparmiate possano rimanere a vantaggio della scuola ed usarle per un miglioramento strutturale. Si deve cominciare a pensare a quelle che possono essere nuove soluzioni finanziarie e organizzative per consentire alle scuole, in una fase in cui le risorse finanziarie non arriveranno, di invertire la tendenza, trovando altre forme per arricchire il budget ed intervenire sulle strutture. Lei ha parlato dei SUD, per la varietà e le sfumature delle differenze tra territori. L’edilizia scolastica in Campania versa ancora in uno stato d’emergenza, Benevento prima e Napoli dopo però si posizionano in graduatoria prima di Milano. Quali sono le eccezioni che fanno la differenza? Quando parlavo di eccezioni non mi riferivo solo all’edilizia scolastica, ma anche alla raccolta differenziata a Salerno, al sistema dei trasporti pubblici a Bari, alle energie rinnovabili in Puglia o su scala regionale il sistema di trasporti della Campania. Le eccezioni sono di questo tipo. Grazie alle mie visite sul territorio ho visto anche ad esempio in Sicilia edifici scolastici assolutamente all’avanguardia e 20  -  Scuole Aperte e Legambiente per un’edilizia scolastica di qualità

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moderni. Complessivamente, non è detto che essere nel sud significa condizioni peggiori. Benevento è al 21 posto. Molto spesso le città grandi sono penalizzate per la mancanza di informazioni, di conoscenza rispetto al questionario che noi mandiamo. Ma anche molti comuni medi non riescono a risponderci. Forse è questo che fa la differenza tra nord e sud. Il nord è più abituato a rispondere a questo tipo di indagine e si è organizzata anche a livello amministrativo per avere la capacità di farlo. In alcune città del sud questo continua ad essere un’anomalia. A fronte del largo impegno sui temi ambientali, le scuole del mezzogiorno rimangono ancora arretrate sull’applicazione delle buone pratiche. Di ambiente nelle scuole si parla in maniera larga, cosa manca per superare questo gap? Manca un rinnovamento profondo della didattica, della cultura, delle discipline. Oggi la riforma della scuola non può essere solo una riforma di tipo ingegneristico, solo su come organizzare i corsi di studio. Il problema è spostare l’attenzione dalle nozioni alle competenze, cosa che si è tentata di fare all’epoca del governo precedente. Parlare di competenze, significa parlare prevalentemente di competenze trasversali, che hanno bisogno anche di competenze disciplinari. Le questioni ambientali pongono in campo una serie di competenze nuove per i cittadini di oggi che hanno a che fare con la comprensione sistemica della realtà all’interno della quale servono diverse discipline. La soluzione non è implementare l’educazione ambientale, ma stare dentro il curricolo strutturale della scuola consentendo meno compartimenti stagni e più elementi di intreccio e comunicazione tra le diverse aree disciplinari. Nella scuola è importante la pratica, il fare, come promuove Scuole Aperte. Nell’ambito delle nostre attività, grande successo hanno ottenuto azioni come gli orti sinergici, il volontariato ambientale…che hanno coinvolto ragazzi e anziani. In che modo le giovani generazioni

molto attente a questi temi, possono condizionare le scelte di governo del territorio?

Noi più di dieci anni fa abbiamo inaugurato un progetto che si chiamava “Lavori in corso”, che prevedeva l’apertura di cantieri nel territorio applicando le competenze acquisite a scuola: adottare un giardino, una pista ciclabile, una piazza e trasformarla attraverso un intervento materiale sul campo. Innestare esperienze di questo tipo, significa rendersi conto di quali regole bisogna rispettare, significa creare alleanze e parlare con diversi interlocutori. Questo è uno dei modi in cui si può lavorare. Il problema importante è misurare le conoscenze acquisite a scuola con un impegno civile nel territorio, riappropriandosene. Perché, se io sono in prima persona coinvolto nel recupero di pezzi di territorio, poi li tratterrò meglio. Lavorare sul territorio, uscire da scuola, sporcarsi le mani, e utilizzare le competenze acquisite a scuola per migliorare l’ambiente intorno, migliora la responsabilità sociale, legando la conoscenza all’impegno.

News dalle Scuole Aperte

Le mamme samurai di Scuole Aperte Periferia nordorientale di Napoli. A ridosso tra Capodichino e Poggioreale in uno dei quartieri più estesi della città, ma anche con il più alto tasso di disoccupazione, un gruppo di mamme si ritrova nel pomeriggio nella palestra dell’IC Sanzio per partecipare ai laboratori di Scuole Aperte. Diciotto mamme in tuta e scarpette da ginnastica stanno sperimentando le prime mosse dell’antica arte marziale giapponese chiamata aikido. Il laboratorio “Aikido: armonia, energia, espressività” si tiene ogni mercoledì dalle 16.30 alle 18.30, due ore durante le quali le partecipanti, stanno imparando i principi dell’armonia e della pacifica risoluzione dei conflitti. Inizialmente dubbiose, il titubante approccio si è trasformato subito in grande curiosità ed interesse. La collaborazione tra scuola, associazioni e istituzioni hanno contribuito a instaurare subito un clima di collaborazione e fiducia. Alternando teoria e pratica le mamme samurai si stanno esercitando ad usare alcune tecniche di base per la difesa personale. A mani nude o maneggiando il Ken (la spada di legno usata per l’allenamento) praticano una corretta respirazione e lavorano sulla postura che viene esaltata nei suoi aspetti positivi. Il maestro Paolo Biondi, esperto del laboratorio, ci spiega l’importanza della pratica dell’aikido soprattutto in contesti a rischio di marginalità come quest’area della città “Lo scopo primario di un’Arte Marziale è avere un’azione formativa sull’individuo, indipendentemente da età, sesso, estrazione culturale e sociale del soggetto che apprende. L’aikido rafforza la fiducia in se stessi, incoraggia atteggiamenti di rispetto nei confronti del proprio corpo arricchendo l’abilità nello stabilire e mantenere rapporti interpersonali e le capacità di fronteggiare e risolvere pacificamente i conflitti che nascono nella relazione con gli altri”. L’aikido è una disciplina non violenta che cerca di potenziare al massimo la consapevolezza e la padronanza del proprio corLe mamme samurai di Scuole Aperte 

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po, conservando la lucidità mentale in ogni circostanza. Non c’è bisogno sempre di un’entrata dura o di un colpo forte, a volte basta uno sguardo preciso, una postura corretta o un movimento centralizzato per ottenere un risultato potente che, nel contempo, non disturbi l’avversario. Un ottimo esercizio per le mamme samurai di San Pietro a Patierno che con Scuole Aperte lavorano su una nuova modalità di problem solving.

Scuole Aperte: poesia e legalità a Brusciano I ragazzi della “Dante Alighieri” incontrano l’autore del libro “Il diritto e la giustizia come un fiume in piena nella nostra storia” “Come si combatte la camorra?”, “Un giorno sconfiggeremo la criminalità organizzata?”, “Sei mai stato minacciato?”, ”Ma tu non hai paura?”. Queste sono solo alcune delle domande rivolte dagli alunni della scuola elementare “Dante Alighieri” di Brusciano, a Leandro Limoccia autore del libro “Il diritto e la giustizia come un fiume in piena nella nostra storia”. I ragazzi che partecipano ai laboratori di Scuole Aperte hanno invitato l’autore del libro (da sempre impegnato contro la criminalità) a presentare il suo ultimo lavoro nel loro Istituto. Ma non si è trattato di una solita presentazione: i bambini, con l’aiuto del dirigente Luigi Gesuele, degli insegnati, del coordinatore e dell’Associazione “La Città Invisibile”, hanno composto delle poesie sul tema, che poi hanno recitato durante l’incontro. Non solo, ma i piccoli, oltre che poeti, si sono comportati da veri cronisti, preparando una serie di domande semplici ma efficaci da fare all’avv. Limoccia. “Con i bambini volgiamo costruire un percorso di formazione alla giustizia, con loro 22  -  Una scuola attenta ai bisogni reali del territorio

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vogliamo fare un cammino di progettualità, non parlare di legalità, ma far vivere il senso di giustizia, costruire percorsi dove si possa vivere la democrazia, la partecipazione: l’essenza della legalità è la responsabilità, e ad educarci è la bellezza, per me ha un significato ben preciso significa condividere la gioia e le fatiche i momenti belli e quelli che lo sono di meno”, ha affermato l’autore, prima di recitare le favole sulla legalità (da lui composte) che hanno riscosso molto successo in platea. Una bella iniziativa ed un ottimo esempio di scuola viva ed aperta al territorio.

IC F. Baracca

Una scuola attenta ai bisogni reali del territorio Presso l’IC F. Baracca, nel cuore dei quartieri spagnoli, ho assistito al primo incontro del laboratorio di italiano per stranieri “ Mondo unito”, inserito nel progetto Scuole Aperte azione A “ARCOBALENO: tutti i colori del mondo”. Già 15 i partecipanti, tutti appartenenti alla comunità singalese, fortemente presente nel territorio, e tutti entusiasti di questa opportunità. Per favorire la massima frequenza, il laboratorio si svolge di giovedì, giorno libero dal lavoro per gli utenti, ed è supportato dall'associazione di volontariato AQS che attua un baby parking per consentire la partecipazione a tutte le donne. Le attività procedono tra l'entusiasmo e la partecipazione entusiasta e il coinvolgimento di tutti, utenti, esperti e tutor che operano in un clima di reale scambio interculturale.

Il teatro sociale a Fisciano Lancusi Una sperimentazione didattica promossa dal Movimento di Cooperazione Educativa viene praticata con successo all’interno dei laboratori di Scuole Aperte che si svolgono presso l’Istituto Comprensivo “Don Alfonso De Caro” di Fisciano Lancusi, in provincia di Salerno. “Noi insieme…siamo uno” è il titolo dell’attività di drammatizzazione condotta dall’esperta Emilia De Simone e ispirata alla pedagogia e alla metodologia del teatro sociale. E’ un gruppo numeroso ed eterogeneo, per età e provenienza sociale. Si tratta di un percorso formativo ed educativo sulla diversità che viene fatta vivere concretamente come valore in grado di apportare nuovi modi di agire, pensare, vivere e di percepire la realtà. Ci si incontra in un ambiente scolastico ampio e indifferenziato che durante il laboratorio diventa uno spazio di comunicazione, condivisione, confronto ed elaborazione di vissuti. Vengono proposte varie modalità di animazione ispirate alla psicomotricità relazionale che mettono al centro la corporeità, unitamente alla memoria e alla condizione sociale di ciascun partecipante. Dall’animazione si passa gradualmente alla costruzione dei dialoghi, liberamente ispirati ad un testo già noto , ma che viene reinterpretato a partire dalle proprie emozioni. Il prodotto finale si configura come una “socializzazione” del laboratorio, lo spazio scenico è il luogo della rappresentazione dei talenti e dei saperi che il gruppo è riuscito a far emergere. Grazie a Scuole Aperte ai cittadini di Fisciano Lancusi viene proposta l’esperienza del teatro come strumento di cambiamento nelle relazioni personali e sociali, come esperienza che unisce intorno alle proprie pratiche generazioni, condizioni sociali e diversità. Il tutto avviene in un’atmosfera di intensa comunicazione: quando si abbattono le barriere, generazionali o culturali che siano, il risultato è di certo una comunità che “insieme” diventa “una”.

Clown in prima fila all’IC Ruggiero di Caserta ‘Una missione d’amore, clown in prima fila’, questo il titolo del laboratorio di clowterapia attivato, nell’ambito del progetto Scuole Aperte, presso l’istituto comprensivo “Ruggiero” di Caserta. Il laboratorio è rivolto a tutti coloro che vogliono migliorare il modo di relazionarsi con gli altri, che vogliono instaurare un contatto positivo con l’interlocutore, che vogliono imparare a creare un clima di serenità e di allegria. I problemi personali e sociali si riflettono spesso sul modo di porsi verso gli altri, e creano ulteriori difficoltà di relazione, insoddisfazione e disagio. L’obiettivo del corso è invece quello di informare e formare sulle principali tecniche di ‘approccio positivo’ con lo scopo di costruire, intorno alla persona che vive una difficoltà fisica o psicologica, una situazione accogliente, e sorridente. “La clownterapia – ha spiegato l’esperta del laboratorio Ida Roccasalva - è una disciplina che utilizza il valore terapeutico della risata e delle emozioni positive correlate allo stato di salute fisico e psicofisico”. Nel corso del laboratorio vengono proposte le tecniche della clownterapia attiva e passiva. “La clownterapia passiva – ha spiegato la dott.ssa Roccasalva – significa abbandonarsi senza reazione al ridere attraverso uno stimolo esterno, come una barzelletta. Mentre quella attiva – ha proseguito – avviene tramite alcune condizioni tecnico-pratiche che puntano a scoprire la vena comico-umoristica che tutti possediamo al fine di adottare una visione umoristica della propria vita”.

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