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Per una Chiesa Viva Anno VIII - N. 8 – Settembre 2012 P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI www.chiesaravello.it www.ravelloinfesta.it

RAVELLO

Anno della Fede e Nuova Evangelizzazione Il prossimo 11 ottobre, cinquantesimo anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II e ventesimo anniversario della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, avrà inizio l'Anno della fede che Papa Benedetto XVI ha indetto con la lettera apostolica “Porta fidei” dell'11 ottobre 2011. Significative entrambe le ricorrenze perchè il Concilio Vaticano II, nella sua corretta interpretazione, è stato «una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa.» e il Catechismo della Chiesa Cattolica è «uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II», uno strumento prezioso per approfondire la conoscenza sistematica dei contenuti della fede cattolica. Il Santo Padre Benedetto XVI,infatti, nell’indicare gli scopi dell’anno della fede, ha affermato: « Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l'aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell'Eucaristia, che è "il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia". Nel contempo, auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità. Riscoprire i conte-

nuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno [Porta Fidei, 9]». Un altro tema importante dell'Anno della fede è la "nuova evangelizzazione", cioè

l'annuncio del Vangelo ai popoli di antica cristianità, che hanno smarrito la fede o che vivono in una società secolarizzata, in cui è difficile testimoniare i valori cristiani. L'apertura dell'Anno della fede coinciderà con l'Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi che si svolgerà nello stesso

mese e avrà come tema "La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana". Nella Omelia per la Messa Crismale di quest’anno, Benedetto XVI affermava: «L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore. Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sono strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo”. È lo stesso Papa, dunque, a riconoscere la piena continuità di Magistero tra i testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica, invitando la Chiesa ad aprire lo scrigno, ancora troppo poco sfruttato, del tesoro ultraventennale del Beato Papa Giovanni Paolo II.

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SEGUE DALLA PRIMA

È lo stesso Papa, dunque, a riconoscere la piena continuità di Magistero tra i testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica, invitando la Chiesa ad aprire lo scrigno, ancora troppo poco sfruttato, del tesoro ultraventennale del Beato Papa Giovanni Paolo II. Due aspetti possono essere posti in evidenza, a partire dalla citazione pontificia, nel rapporto tra Catechismo della Chiesa Cattolica e nuova evangelizzazione. Il primo lo traiamo dalle parole stesse di Benedetto XVI, che afferma: «Facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore». L’opera di evangelizzazione, quindi, non è appena un “fare” umano, ma necessita, invincibilmente, di un aiuto soprannaturale, il quale si manifesta attraverso le cause seconde (tra esse anche il Catechismo) che rendono capaci di trasmettere rettamente la fede. Tale trasmissione deve avvenire “nel presente”, cioè nell’oggi della vita quotidiana e, in tal senso, l’evangelizzazione è sempre nuova, poiché è un perenne rinnovarsi, nel presente, dell’annuncio evangelico e, nel contempo, rinnova, “rende nuovo” colui che la accoglie. Inoltre il Santo Padre, quasi con un guizzo profetico, afferma che tutto ciò è necessario «affinché tocchi veramente il nostro cuore», ribadendo, sempre secondo il principio della coincidenza tra la propria vita e la verità creduta, che, proprio nell’atto evangelizzante, il cristiano vede toccato il proprio cuore e, dunque, è chiamato a rinnovarsi. Possiamo ragionevolmente sperare, alla luce di tutto ciò, che la nuova evangelizzazione non dovrà essere un’opera da compiere in anni futuri, con strategie umane più o meno riuscite, ma essa, al contrario, avverrà nella misura in cui l’intero Corpo ecclesiale – vescovi, presbiteri, diaconi e fedeli laici - professerà la propria fede e verrà rievangelizzato dalla propria stessa professione di fede. La nuova evangelizzazione non sarà il frutto di un’opera compiuta da pastori e fedeli, ma coinciderà con l’atto stesso dell’evangelizzare, che, nell’istante stesso in cui viene compiuto, rinnova chi lo compie ed è seme di speranza per chi lo contempla e lo accoglie.

La Fede: il vantaggio di essere credenti

Vi do una notizia un po’ riservata. Vi rivelo un segreto; ma, mi raccomando, resti tra noi. La notizia è questa: grande è la fortuna di noi credenti. Grande è la fortuna di chi è «cristiano»; cioè appartiene, sa di appartenere, vuole appartenere a Cristo. Grande è la fortuna dei credenti in Cristo. Però non andate a dirlo agli altri: non la capirebbero. E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali. C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci – disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito – alla cultura imperante; intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci, come sarebbe «politicamente corretto», nella generale confusione delle idee e dei comportamenti. Conoscere il senso di ciò che si fa È già una fortuna non piccola e non occasionale – che ci viene dalla nostra professione di fede – quella di conoscere il senso di alcune piccole consuetudini e di alcune circostanze occasionali. Per esempio, tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: è semplicemente più ragionevole. Un altro esempio: un po’ d’anni fa eravamo tutti eccitati e in tripudio per il suggestivo traguardo del Duemila che ci sarebbe stato dato di raggiungere: ma l’emozione e la festa dei credenti erano meglio motivate. Noi non ci sentivamo emozionati e in festa soltanto Don Giuseppe Imperato per la rotondità della cifra (duemila!);

eravamo presi e allietati dal forte ricordo di un evento che è centrale e anzi unico nella storia: il ricordo del bimillenario dall’ingresso sostanziale e definitivo di Dio nella vicenda umana. Quell’anno appunto ci veniva più intensamente richiamata la memoria dell’Unigenito del Padre che è divenuto nostro fratello e si ravvivava in noi con vigore singolare la grande speranza che duemila anni fa ha incominciato ad attraversare la terra. Come si vede, tutta l’umanità festeggiava il Duemila; ma la nostra festa era innegabilmente più consistente e più razionalmente fondata. Credenti e creduloni Coloro che si affidano a Cristo – che è «Luce da Luce», cioè il Logos sostanziale ed eterno di Dio – sono inoltre abbastanza difesi dalla tentazione di affidarsi a ciò che è inaffidabile. Anche questa è una fortuna non da poco. È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto: crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, al new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, alle catechesi ideologiche che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione. Crede a tutto, appunto. Perciò la distinzione più adeguata tra gli uomini del nostro tempo parrebbe non tanto tra credenti e non credenti, quanto tra credenti e creduloni. La conos cen za d el Pad re Chi è «di Cristo» riceve in dotazione anche la certezza dell’esistenza di Dio.


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Ma non di un Dio filosofico, che all’uomo in quanto uomo non interessa granché; non di un Dio che viene chiamato in causa solo per dare un cominciamento e un impulso alla macchina dell’universo, e poi lo si può frettolosamente congedare perché non interferisca e non disturbi; non di un Dio che, dopo il misfatto della creazione, parrebbe essersi reso latitante. Questa è, press’a poco, la concezione «deistica», e non ha niente a che vedere né con l’insegnamento del Signore né con la nostra vita. C’è anzi da dire che tra il deismo e l’ateismo, per quel che personalmente ci riguarda, la differenza non è poi molta. Il nostro Dio è «il Padre del Signore nostro Gesù Cristo », come amava ripetere san Paolo. E lo si incontra, incontrando Gesù di Nazaret e il suo Vangelo: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio – lo ha detto lui esplicitamente – e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,27). La sfortuna dell’ateo Si può intuire quanto sia grande a questo proposito la nostra fortuna, soprattutto se ci si rende conto davvero della poco invidiabile condizione degli atei. I quali, messi di fronte ai guai inevitabili in ogni percorso umano, non hanno nessuno con cui prendersela. Un ateo – che sia veramente tale – non trova interlocutori competenti e responsabili con cui possa discutere dei mali esistenziali, e lamentarsene. Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, e ogni sua contestazione, a ben pensarci, risulta un po’ comica. Di solito, in mancanza di meglio, finisce coll’aggredire i credenti; ma è un bersaglio che non è molto appagante, perché i credenti (se sono saggi) se ne infischiano di lui e non gli prestano molta attenzione. Un ateo, se non vuol clamorosamente rinunciare a ogni logica e a ogni coerenza, è privato perfino della soddisfazione di bestemmiare. E questa è la più comica delle disavventure. Clave Staples Lewis (l’autore delle famose Lettere di Berlicche), ricordando il tempo della sua incredulità, confessava: «Negavo l’esistenza di Dio ed ero arrabbiato con lui perché non esisteva». Un Dio che ama Gesù poi – rivelandoci, attraverso il mistero della sua passione e della sua gloria, che anche l’umiliazione, la sofferenza, la morte trovano posto in un disegno

d’amore che tutto riscatta e alla fine conduce alla gioia – ci preserva anche dalla follìa di chi arriva a ipotizzare, fondandosi sulla sua stessa personale esperienza, che un Dio probabilmente esiste; ma, se esiste, è malvagio e causa di ogni malvagità. È il sentimento espresso, per esempio, nella spaventosa professione di fede di Jago nell’Otello di Verdi all’atto secondo: «Credo in un Dio crudel che m’ha creato simile a sé». Il Dio che ci è fatto conoscere dal Redentore crocifisso e risorto, è un Dio che ci vuol bene e, come dice san Paolo, fa in modo che «tutto concorra al bene per quelli che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (cf. Rm 8,28); tutto concorre al nostro bene anche quando noi sul momento non ce ne avvediamo. È la verità consolante ed entusiasmante che Gesù ci confida, quasi suprema sua eredità, nei

discorsi dell’ultima cena: «Il Padre vi ama» (Gv 16,27). Il Padre ci ama: con questa certezza nel cuore ogni difficoltà, ogni tristezza, ogni pessimismo diventa per noi superabile. Chi è l’uomo Facendoci conoscere il Padre, Gesù ci porta anche alla miglior comprensione di noi stessi: ci fa conoscere chi siamo in realtà, quale sia lo scopo del nostro penare sulla terra, quale ultima sorte ci attenda. «Cristo – dice il Concilio Vaticano II – proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altis-

sima vocazione» (Gaudium et spes 22). Così veniamo a sapere – e nessuna notizia è per noi più interessante e risolutiva di questa – che siamo stati chiamati ad esistere non da una casualità anonima e cieca, ma da un progetto sapiente e benevolo. Veniamo a sapere che l’uomo non è un viandante smarrito che ignora donde venga e dove vada né perché mai si sia posto in viaggio, ma un pellegrino motivato, in cammino verso il Regno di Dio (che è diventato anche suo) e verso una vita senza fine. Il dilemma tra l’essere increduli e l’essere credenti è in realtà il dilemma tra il ritenersi collocati entro un guazzabuglio insensato e il conoscere di essere parte di un organico e rasserenante disegno d’amore. L’alternativa, a ben considerare, sta fra un assurdo che ci vanifica e un mistero che ci trascende; alternativa che esistenzialmente diventa quella tra un fatale avvìo alla disperazione e una vocazione alla speranza. Perciò san Paolo può ammonire i cristiani di Tessalonica a non essere malinconici e sfiduciati come gli altri; «come gli altri – egli dice – che non hanno speranza» (1Ts 4,13). Questa è dunque la sorte invidiabile di coloro che sono «di Cristo»: dal momento che «conoscono le cose come stanno», non sono costretti ad appendere ai punti interrogativi la loro unica vita. «Dove c’è la fede, lì c’è la libertà» Un’altra grande fortuna di coloro che sono «di Cristo» è quella di essere liberi. Abbiamo ricevuto a questo riguardo una precisa promessa: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32). Il principio di questa prerogativa inalienabile del cristiano è la presenza in noi dello Spirito Santo: «Dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Cor 3,17); quello Spirito che, secondo la parola di Gesù, ci guida alla verità tutta intera (cf. Gv 16,13). Vale a dire, come abbiamo appena visto, ci chiarifica «le cose come stanno». Sant’Ambrogio enuncia icasticamente questo caposaldo dell’antropologia cristiana, scrivendo in una sua lettera: «Dove c’è la fede, lì c’è la libertà». Giacomo Biffi


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Il luogo più povero della terra Forse assomiglio alla volpe della favola di Esopo, ma mi sono sempre reputato fortunato per non essere nato ricco. Per natura sono pigro e fatalista, e credo che se avessi potuto contare su delle rendite, o su un qualche patrimonio, avrei fatto ancor meno di quel poco che sono riuscito a fare. Inoltre, ho sempre pensato che vivere nel lusso possa diventare un fardello molto pesante da portare: sazietà, noia, vizi, sensi di colpa e accidenti del genere. No, meglio continuare a credere ai consigli di saggi e filosofi: la più grande ricchezza che possiamo sperimentare è una buona dose di amore donato e ricevuto, di serenità, di stima da parte degli altri. All’alba del pensiero umano, i saggi greci e orientali si ponevano già quella cruciale domanda: quali sono le cose che rendono piacevole e positiva l’esistenza? I nostri intelligenti antenati non tardarono a capire che vivere in modo sereno e soddisfacente non richiede affatto il possesso di ricchezze. Se possediamo molti beni, ma non siamo capaci di relazioni empatiche, di contatti umani sinceri e profondi, non saremo mai felici. Al contrario, se abbiamo poco o niente, ma viviamo una vita di affetti, di libertà, di pace, non saremo mai infelici. Molti ricchi (ma non solo loro) si befferebbero di queste conclusioni evangeliche. “E’ vero”, direbbero, “la ricchezza non dà la felicità, ma aiuta”; oppure “i soldi in sé non migliorano la vita, ma permettono di ottenere i mezzi per migliorarla”. Inoltre, diranno ai saggi i detrattori delle “verità” filosofiche, dovete ammettere che vivere circondati da stima, amore e serenità è spesso un pura dichiarazione di intenti, essendo arduo per chiunque riuscire a possedere tutti e tre questi beni preziosi. Istintivamente, tutti noi proviamo sentimenti di invidia, sospetto, astio, per coloro che vivono nel lusso. Ma anche nella ricchezza c’è distinzione. Ci sono i na-

babbi che non perdono occasione per ostentare le loro illimitate possibilità economiche; e quelli che hanno una cultura della ricchezza, e che si tengono lontani da ogni ostentazione. Sono i primi, tuttavia, a essere più inafferrabili: frequentano case, luoghi e ambienti sempre esclusivi, viaggiano in jet privati, elicotteri e yacht. Ma ci pensano le cronache mondane a svelare le loro esistenze: si scambiano informazioni sui “personal trainer” e sugli “house-hold manager”; indossano solo capi griffati; si

incontrano al Four Season’s di New York, al Ritz-Carlton di Mosca, al Burj-al -Arab di Dubai, all’Atlantis delle Bahamas; i loro bambini paiono manichini addobbati dal miglior vetrinista della Fifth Avenue. Dunque, i miliardari non sono tutti uguali; e forse non c’è argomento, più di quello della ricchezza, che debba indurci alla prudenza del giudizio. Per cominciare, sapevate che i neo-ricchi americani (e non solo americani) sono quasi tutti individui che non hanno ereditato il loro patrimonio, ma se lo sono guadagnato iniziando dal basso, rischiando in proprio e lavorando sodo all’idea che li ha portati al successo? E sapevate che molti dei paperoni del mondo (Bill Gates, Ted Turner, Warren Buffet, Carlos Slim, David Rockefeller) sono dei grandi benefattori dell’Umanità, e che alcuni di essi (come Charles Feeney, il re dei Duty Free Shops) hanno abbandonato il business e investito tutto il loro patrimonio in attivi-

tà di beneficenza? Ma ci sono altri punti di vista da considerare. Per esempio, gli schiavi dello shopping compulsivo, i ricchi dediti alla caccia incessante di oggetti esclusivi e costosi, lo fanno solo per vizio, per brama di possesso, per ostentare le loro possibilità finanziarie? Gli psicologi sostengono che le cose che vogliamo possedere a ogni costo sono spesso dei surrogati a bisogni che non riusciamo a interpretare. Vorremmo il miglior capo di cachemire perché in realtà abbiamo bisogno di calore umano, vorremmo vivere nell’agiatezza per poter allargare la nostra base sociale, vorremmo poter comprare oggetti costosi e appariscenti per essere ammirati e trattati da persone di rango. Personalmente, quando mi imbatto in scene di lusso sfrenato, due pensieri si affacciano alla mia mente; il primo corre verso l’opposta condizione di chi non ha niente, di chi dal banchetto del mondo è rimasto escluso, ed è un pensiero di rabbia, di impotenza, di pena. Il secondo, umanamente consolatorio, mi suggerisce che chi ha già tanto, e vuole sempre di più, sta solo cercando di colmare un vuoto dell’anima. Non c’è alcun dubbio sul fatto che quanto più ci distacchiamo dalle cose materiali tanto più cresciamo interiormente. Epitteto, vissuto nel I secolo d.C., ne fa una questione di libertà: l’uomo sarà tanto più libero quanto più saprà restare indifferente ai beni esteriori, interessandosi a quelli interiori. La storia dell’Umanità è piena di spiriti eletti che hanno disdegnato le cose materiali per coltivare un’esigenza assoluta. Uno dei massimi esempi, in questo senso, è stato offerto da quella che personalmente considero, insieme a Emily Dickinson, la più grande poetessa di ogni tempo. Sto parlando della letterata russa Marina Cvetaeva, nata a Mosca nell’ottobre 1892, morta il 31 agosto 1941. Questa stella del firmamento poetico condusse quasi tutta la sua esistenza in condizioni di estrema indigenza


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e solitudine. Non solo; rifiutando di piegarsi alle tendenze politiche in atto nella Russia pre-comunista e poi nella Russia Sovietica, dovette sopportare l’ostracismo, le persecuzioni e i giudizi sprezzanti (e falsi) dell’intellighenzia schierata con il potere dominante. Non esiste, nella storia della letteratura mondiale, una parabola umana ed artistica paragonabile a quella di Marina, e un’immagine più tragica di quella di una poetessa di valore assoluto costretta a scrivere queste cose: Alla sorella Anastasija Ivanovna Cvetaeva, da Mosca, il 17 dicembre russo 1920: “Io e Alja (la figlia - n.d.a.) viviamo sempre nella stessa casa, nella stanza da pranzo (le altre sono state occupate). La casa è saccheggiata e devastata. Un tugurio. Nella stufa mettiamo i mobili”. All’amica Olga Eliseevna Cernova, dalla Boemia, il 3 dicembre 1924 (parlandole dell’imminente nascita del figlio, che chiamerà Georgij – n.d.a.): “L’evento avrà luogo tra due mesi e mezzo, e io non ho nulla, neanche il nome dell’ospedale. Non sono stata neppure una sola volta dal dottore – insomma è tutto nelle mani di Dio. C’è bisogno di talmente tante cose che mi gira la testa: oltre ai vestitini e panni vari – la carrozzella, la tinozza per il bagno – da dove le faccio saltar fuori? Siamo indebitati fino all’osso, io questo mese non ho guadagnato nulla”. All’amico Nikolaj Pavlovic Gronskij, dalla Francia, nel febbraio 1931: “Non vi avanzano, per caso, un po’ di franchi? Stiamo morendo di fame. Tutte le risorse di denaro sono finite di colpo, e la Novaja Gazeta non ha preso il mio articolo”. All’amica Anna Antonovna Teskovà, dalla Francia, il 27 gennaio 1932: “Siamo nella più nera miseria, non abbiamo pagato l’affitto (su 1300 franchi avevamo spedito un anticipo di 700, la padrona di casa ce li ha rimandati indietro perché li voleva tutti insieme), e noi, naturalmente abbiamo cominciato a spenderli perché non abbiamo di che vivere…”. Al Soviet del Litfond (una volta tornata nell’Unione Sovietica), da Cistopol (Repubblica Tatara), il 26 agosto 1941: “Chiedo di essere assunta come sguattera nella mensa del Litfond di prossima apertura”. (Cinque giorni dopo, non essendo riuscita ad ottenere un lavoro, Marina

Cvetaeva si impiccherà nella cittadina tatara di Elabuga). Un’intera vita di miseria, sofferenza, delusioni, per la grande anima russa che scrisse: “Della poesia hanno bisogno soltanto le cose di cui nessuno ha bisogno. E’ il luogo più povero di tutta la Terra. E il più sacro”. Rabbia, incredulità, dolore, accompagnano la lettura dell’epistolario di Marina Cvetaeva, dove le lettere di questo tenore superano nel numero quelle, di grande valenza letteraria, dove parla di arte, di poesia, di letteratura. Ma il mondo delle lettere, fortunatamente, ama accogliere gli individui che nella vita non sono riusciti. La povertà, la solitudine e il dolore, che immiseriscono l’uomo comune, sono dei formidabili alleati dei grandi spiriti. “Gli anni felici”, scrive Proust nella Recherche, “sono anni perduti, si aspetta una sofferenza per lavorare. E’ il dolore a sviluppare le forze dello spirito”.Distacco dalle cose materiali, solitudine e sofferenza sopportate con eroica abnegazione, assoluta dedizione alla poesia: ci sono indizi più sicuri per farci capire che Marina ha posseduto la massima ricchezza spirituale, la fusione totale fra vocazione ed esistenza? “Non amo la vita come tale”, scriveva il 30 dicembre 1925 all’amica Anna Antonovna Teskovà, “la vita per me comincia ad avere senso – cioè ad acquistare significato e peso – solo trasfigurata, e cioè nell’arte. Se mi prendessero al di là dell’oceano – in paradiso – e m’impedissero di scrivere, io rinuncerei all’oceano e al paradiso”.E all’amica Vera Nikolaevna Bunina, dalla Francia, il 20 marzo 1928: “Detto questo, con vergogna, come sempre quando si tratta di denaro – che io disprezzo, e che con la stessa moneta mi ricambia (chi riuscirà a odiare di più: io i soldi o i soldi me??) – accludo la mia domanda”.Ci sono persone che hanno trascorso l’intera esistenza negli agi e nelle ricchezze, soddisfacendo ogni voglia, ogni capriccio. Altre hanno vissuto di valori diversi, più intimi e profondi. Un’altra donna nata povera, Francoise d’Aubigné, ma dotata di tale fascino e intelligenza da diventare la moglie morganatica del Re Sole, e passare alla storia col nome di Madame de Maintenon, diceva: “Non davo alcun peso alle ricchezze, ero infinitamente al di sopra dell’interesse, ma volevo l’onore”. Come e più di lei, Marina Cvetaeva non

dava alcuna importanza ai beni esteriori. Spesso chi vive una vita accontentandosi di godere delle ricchezze materiali scompare per sempre dalla scena del mondo. Marina, che ha perseguito l’unico lusso di credere nella propria grandezza, vi resterà in eterno. Coraggio, indipendenza di giudizio, amore per la libertà e per la bellezza del Creato: Marina Cvetaeva ha estratto questo dal mondo, trasfondendolo in poesia e facendone l’essenza di ogni giorno, di ogni attimo della sua vita.

Armando Santarelli

Il segno della maturità cristiana Domenica 12 agosto, in Duomo, durante la celebrazione liturgica delle ore 10.30, sei membri della comunità ecclesiale ravellese hanno ricevuto il sacramento della Confermazione attraverso l’imposizione delle mani e l’unzione da parte di Mons. Claudio Gugerotti, nunzio apostolico in Bielorussia e Arcivescovo titolare di Ravello. All’importante appuntamento Martina Amato, Raffaele Amato, Marco Conte, Alessandro Di Palma, Ilenia Perillo, Raffaella Ruocco si sono preparati seguendo un percorso di approfondimento che si è concluso con un’intensa settimana di incontri, durante i quali, oltre a tirare le somme sui concetti più importanti per affrontare con serietà ed impegno il sacramento della Cresima, hanno affidato questa nuova fase della loro vita spirituale a Gesù Eucarestia durante l’Adorazione del 9 agosto. Durante i tre incontri che hanno concluso il percorso che individualmente ognuno ha affrontato, si è posta l’attenzione soprattutto sul significato del sacramento della Confermazione e sugli effetti che esso produce nella vita di ogni cristiano. La Confermazione, infatti, se da un lato rappresenta la riconferma della propria vita nella fede, che i genitori hanno scelto al momento del Battesimo, dall’altro comporta un’assunzione di responsabilità davanti alla comunità ecclesiale, che riconosce nel cresimato un proprio membro spiritualmente maturo, che agisce non solo per la propria salvezza ma anche per quella degli altri membri della comunità. Continua a pagina 6


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SEGUE DA PAGINA 5 L’effetto maggiore della Confermazione risiede nella testimonianza: al cresimato è richiesto di testimoniare la gioia di Cristo Risorto e il comandamento lasciato da Gesù ai suoi discepoli nel mondo, che per ognuno può essere il lavoro, la scuola, la famiglia o i luoghi di divertimento.

Uno dei tre incontri è stato dedicato ai gesti e ai momenti del rito affinché, se pure emozionati, i sei cresimandi potessero comprendere fino in fondo ogni cosa che avrebbero visto e fatto durante la liturgia domenicale. Ogni gesto è stato presentato attraverso il richiamo continuo alla Sacra Scrittura e alla simbologia che ha accompagnato questo rito dai primi tempi del Cristianesimo e proprio per rendere più incisivo il discorso sull’essere cristiano nella quotidianità è stata presentata, durante l’ultimo incontro, la Lettera a Diogneto, molto apprezzata soprattutto per la chiarezza con cui l’anonimo scrittore antico descrive come un Cristiano deve vivere nel mondo. La giornata del giovedì è stata dedicata all’Adorazione. I sei cresimandi si sono uniti alla comunità nella consueta ora di Adorazione serale per affidare a Gesù i propri dubbi e i propri propositi, consapevoli dell’importanza del sacramento che avrebbero presto ricevuto. Ognuno, dopo essersi sottoposto davanti a Gesù Eucaristia al personale esame di coscienza in vista delle confessioni del giorno successivo, ha voluto rivolgere una preghiera per poter affrontare responsabilmente il momento. La liturgia domenicale ha visto i cresimandi molto emozionati e consapevoli dell’importanza di ricevere lo Spirito

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA Santo con i suoi sette doni e gli innumerevoli frutti. Monsignor Gugerotti ha sottolineato, durante un’omelia che ha colpito tutti per la chiarezza e la capacità di attualizzazione del Vangelo domenicale, come l’essere cristiani oggi non comporti meno rischi del tempo di Gesù. In alcuni luoghi ancora oggi si è perseguitati per la propria fede e anche il partecipare alla liturgia eucaristica domenicale comporta rischi per la propria vita. Essere cresimati significa non escludere dalla propria esistenza dover testimoniare Cristo anche sacrificando la propria vita, perché, in un mondo che conosce sempre meno la differenza tra bene e male, non esiste più la sicurezza che ci sarà sempre la possibilità di vivere liberamente la propria fede. E se pure il Cristiano non sarà condannato a morte non è detto che atteggiamenti di esclusione non lo pongano ai margini della società isolandolo. Momento particolarmente emozionante per tutti è stato quello in cui i cresimandi hanno ricevuto l’imposizione delle mani e l’unzione col sacro crisma accompagnati ai piedi del presbiterio dai padrini e dalle madrine, ma altrettanto emozionante è stata la preghiera dei fedeli affidata alle intenzioni preparate dai cresimandi, che hanno voluto pregare per essere rafforzati in questo nuovo impegno, per i padrini e le madrine, per i genitori che li hanno guidati fin da bambini sulla via della fede, per gli altri giovani affinchè scoprano la gioia di amare Gesù ed infine per le necessità del mondo soprattutto in questo momento di crisi. Dopo la conclusione della liturgia eucaristica e il saluto al Vescovo, una foto di rito ai piedi del presbiterio sotto la sguardo materno della Vergine Assunta ha immortalato questo inizio di una nuova vita fatta di testimonianza e impegno nella comunità ecclesiale e più in generale nella Chiesa.

Incontri agostani

Il mese di agosto a Ravello,da alcuni anni,non è solo il periodo principe della attività turistica della “Città della musica”,ma anche un’occasione per i ravellesi e i numerosi turisti di vivere importanti momenti di fede che ,nonostante il clima di feria,hanno lo scopo di non mandare in vacanza lo spirito. Anzi,proprio nel contesto vacanziero,come Comunità Ecclesiale siamo attenti ad offrire e sfruttare tutte le possibilità per approfondire e confrontare la nostra esperienza di Chiesa con quella di tante altre realtà. Ne derivano degli incontri veri,sinceri che veramente lasciano il segno non solo sul piano delle relazioni umane,ma anche e soprattutto sul piano della formazione spirituale che deve essere continua e che non dobbiamo mai considerare pienamente raggiunta,perché c’è sempre da imparare. Si tratta di incontri veramente speciali in quanto non sono condizionati da finalità turistiche. La Comunità ecclesiale ravellese ha il dovere di annunciare il Vangelo e testimoniare coraggiosamente la fede agli ospiti che affollano il paese durante l’estate, e non sostituirsi, come spesso accade, agli Organi preposti nell’organizzazione di eventi turistici e mondani,magari strumentalizzando drammatici eventi della storia. Capita infatti di far celebrare la Messa a qualche sacerdote in vacanza a Ravello e di scoprire che quell’umile ministro del Signore riveste un ruolo importante nella Pastorale giovanile di una grande Diocesi italiana. Oppure cogli al volo la possibilità di poter ascoltare la testimonianza di fede di una persona che,dopo tante esperienze negative,ha scelto Cristo e ti riempie il Duomo e la Piazza ,affascinando per due ore un pubblico attento,magari curioso,ma nel complesso desideroso solo di conoscere come Dio opera per convertire i cuori. Incontri veri che si differenziano da altri,pur significativi o importanti,perché semplici e volti a favorire il vero inconMaria Carla Sorrentino tro,quello con Cristo. Incontri coerenti per una Comunità ecclesiale che ha il


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dovere di promuoverli,creando le occasioni perché una parola,una testimonianza,una celebrazione liturgica,un centenario servano a scuotere la Comunità spesso assopita o distratta e l’aiutino a riscoprire le radici della Fede in un contesto storico sempre più materialista che continuamente irride e si fa beffa del Cristianesimo e della Chiesa,ostacolandoli in ogni modo. Ovviamente come operatori pastorali non dobbiamo perdere di vista i ruoli,perché,come sottolineava a suo tempo mons.Beniamino Depalma,è molto dannoso “quando i preti vogliono fare la parte dei laici e i laici quella dei preti”.Vediamo allora quali sono stati questi incontri che nel clima agostano la Comunità Ecclesiale di Ravello ha vissuto. Cominciamo da quelli che si sono avuti con Mons.Claudio Gugerotti,Arcivescovo Titolare di Ravello e Nunzio Apostolico in Bielorussia. Mons. Gugerotti ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica del 3 agosto,Ottava di san Pantaleone,e quella del 12 agosto,nel corso della quale ha amministrato il Sacramento della Confermazione a un gruppo di giovani e adolescenti di Ravello.Ancora una volta il presule veronese, che da dieci anni porta il titolo di Arcivescovo di Ravello, ha manifestato la sua gioia nell’incontrare la Comunità Ravellese alla quale si sente particolarmente legato perché dal primo momento si è sentito accolto e amato. E ancora una volta,in occasione dell’Ottava, non ha fatto mancare la sua riflessione sulla figura di san Pantaleone,ricordandone,nel corso della Messa vespertina, il sacrificio per amore di Cristo ed invitando i Ravellesi ad essere fieri di aver per patrono il santo Martire di Nicomedia ed esortandoli a imitarlo nella testimonianza di fede,non ovviamente con il martirio,ma nella vita e nelle opere quotidiane. Mons.Gugerotti ha preso parte anche alla breve processione che si è svolta dopo la celebrazione eucaristica,un ulteriore segno del suo amore per san Pantaleone e di rispetto per l’intera

Comunità Ravellese che chiude con i riti del 3 agosto gli annuali festeggiamenti in onore del suo celeste Patrono,riconosciuto come tale sin dal XVII° secolo. Della celebrazione di domenica 12 agosto,vogliamo solamente ricordare la gioia con la quale mons.Gugerotti ha salutato i cresimandi e l’atteggiamento amabile e paterno con il quale si è rivolto a questi giovani che ,ci auguriamo,non concludano con la Cresima,come tanti che li hanno preceduti,il loro cammino di fede e il loro impegno nella Chiesa particolare e universale. Con la Festa della Trasfigurazione del Signore,il 6 agosto,è iniziata la novena in preparazione alla Solennità dell’Assunzione di Maria al

cielo. E proprio le giornate del 14 e 15 agosto sono state un’ulteriore occasione per vivere al meglio l’incontro con il Signore,sotto lo sguardo materno della Madonna assunta,titolare del Duomo. Per il secondo anno consecutivo la celebrazione vigiliare è iniziata con il canto del Vespro,lodevole iniziativa che dovrebbe vedere,come una volta i membri del Capitolo,i sacerdoti di Ravello uniti intorno all’altare del Signore per ringraziarLo delle meraviglie compiute nella Beata Vergine Maria e lodarlo con le parole stesse della Madre del Signore

“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio ,mio salvatore”.Utopia agostana,la mia!Nel giorno della solennità la Messa solenne del mattino è stata presieduta da don Niccolò Anselmi,sacerdote genovese,Direttore del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile della CEI. Un altro di quegli incontri dei quali si parlava all’inizio. Nella sua omelia,il giovane sacerdote genovese,ci ha fatto meditare sul Mistero dell’Assunzione di Maria,tracciando della Vergine un ritratto stupendo e definendola il”filo di oro”che ci conduce al Signore. Parlando del legame fortissimo che unisce Maria a Cristo,don Anselmi,riportandoci non casualmente ai Vangeli della Pasqua e quindi della Resurrezione,non a caso l’Assunzione è definita la”Pasqua di Maria”,ci ha ricordato che,nonostante i silenzi dei vangeli,è impensabile che il Signore risorto non abbia incontrato per prima la sua amatissima e devotissima madre. Un incontro bellissimo e intimamente profondo che neppure gli evangelisti hanno voluto o potuto descrivere. Già nel corso del novenario don Niccolò Anselmi aveva speso parole di ammirazione per la Comunità ravellese e così ,al termine della messa del 15 mattina,ha voluto ringraziare il parroco,Mons.Giuseppe Imperato,per avergli offerto la possibilità di celebrare l’Eucarestia nel bellissimo Duomo e nel contempo ha elogiato quanti si erano adoperati per rendere bella e solenne la Celebrazione Eucaristica. In primis al Coro della Basilica che, sotto la direzione del bravo e paziente M°Giancarlo Amorelli e accompagnata all’organo dal sempre disponibile M°Achille Camera,ha animato bellamente la liturgia della Solennità,eseguendo anche una delicatissima Ave Maria di Saint–Saens,a quattro voci, che ha contribuito a creare quel clima di raccoglimento e di preghiera che aiutano ad immergersi nel Mistero Eucaristico. Continua a pagina 8


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SEGUE DA PAGINA 7 Bella e solenne la celebrazione eucaristica, alla quale ha partecipato anche la Confraternita di San Giuseppe Lavoratore di Scala, e bella e solenne la processione con la statua della Madonna Assunta. Una processione breve,ordinata e composta che ha percorso agevoli vie del centro storico e che si è conclusa in Duomo con il canto del Magnificat e del tradizionale “Andrò a vederla un dì”,che ha fatto luccicare gli occhi a qualche fedele più anziano. Fede? Emotività? Sentimento?Non giudichiamo,ma doverosamente riportiamo. A dire il vero,l’atmosfera che si era venuta a creare in Duomo nel corso della Messa e della processione era particolare. E qualcuno,tra il serio e il faceto,l’ha paragonata a quella probabile del 1950 quando Pio XII proclamò il Dogma dell’Assunzione. Maria “filo d’oro”che ci conduce al Signore,aveva detto don Anselmi,e così nel giorno dedicato alla regalità di Maria,il 22 agosto,abbiamo vissuto l’altro importante incontro di questo agosto 2012:la testimonianza dell’attrice Claudia Koll.In un Duomo gremito,al termine della Messa,la sig.ra Koll ha guidato l’Ora di Adorazione Eucaristica,invitandoci a meditare su alcuni brani evangelici relativi alla Passione di Gesù.Poi dal sagrato del Duomo,davanti a un pubblico folto e silenzioso,ha reso pubblica testimonianza della sua nuova vita, illuminata e guidata dal Signore. Una testimonianza fortissima che ha suscitato qualche perplessità in chi ovvia-

mente continua ad ignorare la potenza dell’amore misericordioso di Dio,ma che è stata assai apprezzata dalle tantissime persone che,anche da altri paesi della Diocesi e della Campania,hanno voluto vivere a Ravello questo straordinario evento religioso. Un vero incontro con Il Signore. Non teatro,non cultura,non memoria,non spettacoli,non libri ma una donna,un’attrice che ha sperimentato la potenza del male e soprattutto la onnipotenza di Dio e ne ha dato profonda testimonianza in un contesto scevro da finalità mediatiche e promozionali. Certo per l’incontro con Claudia Koll è stata pre-

sente Telediocesi, ma per promuovere una testimonianza di fede non un cantante,comunque pagato, o il Paese. Ci corre l’obbligo di ringraziare quanti ci hanno aiutato ad organizzare l’evento,mettendosi a disposizione gratuitamente per dare suggerimenti e offrire tempo e strumenti perché tutto si svolgesse nel migliore dei modi. Grazie ad Antonio Fraulo e al suo staff,a quanti hanno allestito Piazza Duomo,ai tanti amici che nei giorni precedenti l’evento si sono adoperati per portare locandine e manifesti nei vari Paesi della Diocesi. Grazie soprattutto a don Paolo Cecere che ci ha proposto l’incontro

testimonianza e ha dato la possibilità a Ravello di vivere una serata veramente speciale. Un ringraziamento infine alle Autorità Civili e Militari che hanno autorizzato lo hanno favorito. Mi sia consentito il grazie anche agli assenti, compresi alcuni operatori pastorali, perché ci hanno fatto comprendere che c’è ancora tanto lavoro da fare nelle nostre Comunità ecclesiali se alcuno hanno mostrato indifferenza ad una iniziativa come quella del 22 agosto scorso. Agli incontri sopra citati avremmo voluto aggiungere quello con Santa Chiara di Assisi,in quanto l’11 agosto si è chiuso l’Anno Clariano indetto per ricordare l’ottavo centenario della consacrazione della Santa. Un evento importante passato però sotto silenzio. Una occasione perduta per conoscere e far conoscere la gigantesca figura di Chiara di Assisi che nel 1736 fu dichiarata compatrona di Ravello. Evidentemente nel “secolo dei lumi”le cose andavano diversamente!Chiudiamo così questa cronaca di agosto caratterizzata quest’anno dagli incontri. Incontri che ci auguriamo abbiano contribuito a farci comprendere l’importanza dell’unico grande incontro che ogni battezzato deve quotidianamente realizzare col Signore nella preghiera personale e nei sacramenti. Solo così possiamo ,come san Pietro, fare la nostra professione di fede e alla ipotetica domanda “Volete andarvene anche voi?”rispondere convinti:”Signore,da chi andremo?Tu hai parole di vita eterna”. Roberto Palumbo


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7° Giornata per la Salvaguardia del Creato “Educare alla custodia del Creato per sanare le ferite della terra”, questo è il tema che la Conferenza Episcopale Italiana ha scelto per la 7° Giornata per la Salvaguardia del Creato che come ogni anno si celebra il 1°settembre. Un tema certamente impegnativo e forse più importante di qualsiasi argomento fino ad oggi trattato in quanto senza educazione la tutela del Creato è impossibile; i Vescovi, infatti, partendo dalle tante sofferenze patite come conseguenza di eventi geologici drammatici, dalle frane e alluvioni della Liguria fino al terremoto dell’Emilia Romagna, sottolineano come educare l’uomo a riallacciare il legame tra il Creatore e la cosa creata significhi rileggere la Creazione come un dono che ci è stato affidato per tornare attraverso esso a Dio. Richiamando, inoltre, quanto emerso durante il Forum Europeo Cattolico – Ortodosso soprattutto nella raccomandazione “Non è più possibile dilapidare le risorse del creato, inquinare l’ambiente in cui viviamo come stiamo facendo. La vocazione dell’uomo è di essere il custode e non il predatore del creato. Oggi si deve essere consapevoli del debito che abbiamo verso le generazioni future alle quali non dobbiamo trasmettere un ambiente degradato e invivibile”, i Vescovi invitano soprattutto gli insegnanti a farsi portatori presso le giovani generazioni di questi valori che possano tutelare l’ambiente in modo da riorientare gli stili di vita che troppo spesso contribuiscono a distruggere le risorse del Creato. L’educazione alla tutela del Creato è, quindi, un passo fondamentale per ogni cristiano che vuole vivere responsabilmente il proprio rapporto con l’ambiente che lo circonda. Ma cosa deve suggerire a noi che viviamo in Costiera Amalfitana il tema di questa giornata? Sicuramente deve farci riflettere su come la nostra vita risulti influenzata dal territorio che abitiamo e soprattutto come il territorio risulta influenzato da noi. La Costiera Amalfitana, infatti, è dal 1997 considerato Patrimonio

dell’Umanità dall’Unesco per l’unicità di alcuni aspetti del suo paesaggio, che è stato modellato dall’uomo sotto la spinta di esigenze economiche durante tutta la sua storia. Ma queste trasformazioni, anche se molto profonde (si pensi ai terrazzamenti per coltivare o ai centri urbani sorti nelle vallate dei torrenti o sugli speroni per poterci abitare), sono state realizzate rispettando il legame che legava ogni elemento del paesaggio con gli altri, per cui il terrazzamento e il bosco risultavano indissolubilmente legati da

rapporti di utilizzo comune e così accadeva anche per gli altri elementi, quale l’acqua, il mare o le montagne. Oggi, questa visione globale del territorio si è persa e si è cominciato a ragionare per singolo elemento non avendo al preoccupazione mai di chiedersi cosa accadrà al territorio se si modifica uno solo dei suoi elementi; ed ecco che l’abbandono dei terrazzamenti viene giustificato in termini di antieconomicità delle coltivazioni ma non si pensa che un terrazzamento abbandonato costituisce un pezzo mancante in quel puzzle che è il territorio e come in tutti i puzzle, quando manca un pezzo, non solo non si comprende bene il disegno ma soprattutto gli altri pezzi rischiano di cadere e mandare in frantumi tutto il quadro. La Costiera Amalfitana è un territorio fragile se non si recupera questa idea di globalità, se in esso non si vede un dono magnifico che il Creatore ha fatto alle sue creature che devono considerarsi custodi e non predatori.

Educare a questa visione è un dovere di tutti perché, se ancora il nostro territorio deve fare i conti con lutti ed eventi tragici causati da frane e alluvioni, allora significa che ci sentiamo predatori di esso e non custodi attenti. Essere custodi non significa mummificare il territorio non permettendo alcun sviluppo, pur così necessario per la crescita delle persone che vi abitano, ma comporta progettare linee di sviluppo sostenibile in cui l’occhio attento non perda mai di vista le ricadute di ogni azione sul territorio anche dal punto di vista ambientale. Siamo al secondo anniversario della terribile alluvione che colpì Atrani, l’ultima di una lunga serie, che forse ha prodotto un dolore maggiore per la perdita di una vita umana, ma chiediamoci come sono cambiati i nostri stili di vita da quel giorno. Purtroppo non ci sono stati grossi cambiamenti in quanto ancora lungo le strade si notano discariche più o meno improvvisate e gli incendi devastano ancora i nostri boschi. Eppure sono queste alcune delle cause, insieme ad un abusivismo che in Costiera non è dettato dalla necessità di avere la prima casa o all’abbandono dei terrazzamenti perché non remunerativi, che determinano gli eventi catastrofici che hanno colpito Atrani, come le Cinque Terre in Liguria. Il solo fatto di vedere tante somiglianze tra l’alluvione di Atrani del settembre 2010 e quella delle Cinque Terre nell’ottobrenovembre 2011 dovrebbe farci capire che la natura si comporta sempre allo stesso modo e che dobbiamo essere noi ad apprendere bene la lezione modificando il nostro comportamento. Educare alla custodia del Creato significa questo: far capire che, anche se siamo riusciti a conoscere l’ambiente di Marte mandandoci un robot, conosciamo ancora molto poco il territorio che noi viviamo e forse vale la pena partire da questo prima che lo distruggiamo del tutto ed esso distrugga noi. Maria Carla Sorrentino


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Educazione allo sport e lo sport come educazione L’obiettivo dell’attività di una associazione sportiva è quello della promozione sportiva, proponendo la pratica di varie discipline sportive individuali e di squadra. Lo sport può essere praticato in molti modi e con obiettivi diversi a secondo del praticante. C’è chi punta al miglior risultato possibile per spirito di competizione. Chi invece si pone come obiettivo il benessere fisico personale. E ci sono anche quelli che non hanno bisogno di un obiettivo per praticare uno sport e lo fanno solo per divertimento. Qualunque sia la motivazione della pratica di una disciplina sportiva o artistica ,lo sport è uno straordinario strumento educativo, di aggregazione e di inclusione sociale, attraverso cui trasmettere valori importanti come il rispetto di sé e degli altri, il rispetto delle regole,. l’abitudine al sacrificio ed alla lealtà, l’abitudine alla solidarietà ed alla collaborazione reciproca. Attraverso il suo linguaggio è infatti possibile promuovere stili di vita corretti. Si tratta di ideali universali, validi per tutti e in ogni tempo. C’è un ‘espressione che riassume in sé tutti questi concetti: è Spirito Olimpico. Lo Spirito Olimpico comprende i motivi per cui si pratica uno sport, il modo in cui lo si fa e lo scopo per cui si gareggia. I partecipanti alle Olimpiadi, oggi come ieri, si impegnano a rispettarli con un solenne giuramento. Durante

la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, un rappresentante degli atleti pronuncia questo giuramento: “a nome di tutti i concorrenti, prometto che parteciperemo a questi giochi rispettando e osservando tutti i regolamenti, impegnandoci a praticare lo sport senza fare ricorso a sostanze dopanti e proibite, secondo lo spirito autentico dello sport, per la gloria dello sport e l’onore delle squadre a cui apparteniamo”. Il tema dell’Educazione Sportiva è stato affrontato dalla Comunità Europea con la fondazione dell’ Agence pour l’Education par le Sport, che si batte per favorire e sviluppare in am-

bito Europeo, e non solo, l’educazione attraverso lo sport e l’attività fisica. L’idea di base è lo sport come volano per la coesione e l’inserimento sociale ( Agence pour l'éducation par le sport 47, rue Marx Dormoy FR - 75018 Paris tel.: 0033 01 44 54 94 94 fax: 0033 01 44 54 94 95 www.apels.org). L’Educazione Sportiva è un argomento caro anche al nostro Santo Padre Benedetto XVI che nel 2009 in una lettera indirizzata al Cardinale Stani-

slaw Rylko in qualita’ di Presidente del Pontificio Consiglio per i laici, ha voluto dare risalto all’importanza dello sport come parte integrante nella formazione della persona. Di seguito riportiamo integralmente il testo della lettera : “Al Venerato Fratello Stanisław Card. RYŁKO Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici Con vero piacere, invio un cordiale saluto a Lei, al Segretario, ai collaboratori del Pontificio Consiglio per i Laici, ai rappresentanti degli Organismi Cattolici che operano nel mondo dello sport, ai responsabili delle associazioni sportive internazionali e nazionali e a tutti coloro che prendono parte al Seminario di studi sul tema: "Sport, educazione, fede: per una nuova stagione del movimento sportivo cattolico", organizzato dalla Sezione "Chiesa e sport" di codesto Dicastero. Lo sport possiede un notevole potenziale educativo soprattutto in ambito giovanile e, per questo, occupa grande rilievo non solo nell'impiego del tempo libero, ma anche nella formazione della persona. Il Concilio Vaticano II lo ha voluto annoverare tra i mezzi che appartengono al patrimonio comune degli uomini e che sono adatti al perfezionamento morale ed alla formazione umana . Se questo è vero per l'attività sportiva in generale, tanto più lo è per quella


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svolta negli oratori, nelle scuole e nelle associazioni sportive, con lo scopo di assicurare una formazione umana e cristiana alle nuove generazioni. Come ho avuto modo di ricordare recentemente, non va dimenticato che "lo sport, praticato con passione e

vigile senso etico, specialmente per la gioventù, diventa palestra di un sano agonismo e di perfezionamento fisico, scuola di formazione ai valori umani e spirituali, mezzo privilegiato di crescita personale e di contatto con la società" (cfr Discorso ai partecipanti dei Mondiali di Nuoto, 1 agosto 2009). Attraverso le attività sportive, la comunità ecclesiale contribuisce alla formazione della gioventù, fornendo un ambito adatto alla sua crescita umana e spirituale. Infatti, quando sono finalizzate allo sviluppo integrale della persona e gestite da personale qualificato e competente, le iniziative sportive si rivelano occasione proficua in cui sacerdoti, religiosi e laici possono diventare veri e propri educatori e maestri di vita dei giovani. È pertanto necessario che, in questa nostra epoca - in cui si avverte urgente l'esigenza di educare le nuove generazioni -, la Chiesa continui a sostenere lo sport per i giovani, valorizzando appieno anche l'attività agonistica nei suoi aspetti positivi, come, ad esempio, nella capacità di stimolare la competitività, il coraggio e la tenacia

nel perseguire gli obbiettivi, evitando, però, ogni tendenza che ne snaturi la natura stessa con il ricorso a pratiche persino dannose per l'organismo, come avviene nel caso del doping. In un'azione formativa coordinata, i dirigenti, i tecnici e gli operatori cattolici devono considerarsi sperimentate guide per gli adolescenti, aiutandoli a sviluppare le proprie potenzialità agonistiche senza trascurare quelle qualità umane e quelle virtù cristiane che rendono la persona completamente matura. In tale prospettiva, trovo quanto mai utile che questo terzo Seminario della Sezione "Chiesa e sport" del Pontificio Consiglio per i Laici, incentri la sua attenzione sulla specifica missione e sulla identità cattolica delle associazioni sportive, delle scuole e degli oratori gestiti dalla Chiesa. Auspico di cuore che esso aiuti a cogliere le molte e preziose opportunità che lo sport può offrire alla pastorale giovanile e, mentre auguro un incontro fruttuoso, assicuro la mia preghiera invocando sui partecipanti e su coloro che sono impegnati a promuovere una sana attività sportiva, la guida dello Spirito Santo e la protezione materna di Maria. Con tali sentimenti, invio di cuore a tutti la mia Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 3 Novembre 2009 BENEDICTUS PP. XVI.” Le parole del Santo Padre sono un incentivo per l’attività delle associazioni sportive in generale che si impegnano nella promozione della pratica delle discipline sportive ed artistiche per persone di tutte le età, sia che siano praticanti, sia che operino come dirigenti o allenatori o altro. A.S.D. COSTIERA E MONTI LATTARI Marco Rossetto

Dall’intervista a Mons. Fotunato Frezza, discendente della nobile famiglia ravellese “Frezza”, sottosegretario del Sinodo dei Vescovi, si riportano alcuni efficaci suggerimenti per comprendere il significato del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. E quali mezzi ha la Chiesa oggi, perché il Vangelo diventi effettivamente la porta della fede nel mondo? Direi il Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica che sembra il più autorevole trattato di teologia cattolica apparso dopo il Concilio. La felice coincidenza dei due anniversari annunciati da Benedetto XVI nel Motu proprio — il cinquantennale del primo e il ventennale del secondo — permette di cogliere la reale portata di questi due corpi dottrinali. Si parla tanto di Nuova evangelizzazione. Come la definirebbe? Nel documento Porta fidei il Papa adotta solo due volte questo termine in modo esplicito, mentre insiste diffusamente sulla fede come grazia e compito, e sull’Anno della fede come tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede. Per questo anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione. Come si accede oggi alla fede? Sempre tramite il Vangelo. Nella quantità immensa di messaggi e di comportamenti, che si susseguono con una rapidità travolgente, sembra che la cultura della novità sia l’unico codice interpretativo. Nell’odierno mondo globalizzato bisogna sottrarre la fede al rischio della decadenza giornaliera, causata dal vortice autodistruttivo della novitas. In questo senso la nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana è il programma della vita della Chiesa nell’interpretare la missione dei discepoli del Signore.

Osservatore Romano, 24 /8/2012


CELEBRAZIONI DEL MESE DI SETTEMBRE GIORNI FERIALI Ore 18.00: Santo Rosario Ore 18.30: Santa Messa PREFESTIVI E FESTIVI Ore 18.30: Santo Rosario Ore 19.00: Santa Messa GIOVEDI’ 6-13-20-27 ore 18. 30: Santa Messa e Adorazione Eucaristica 2 SETTEMBRE - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 8 SETTEMBRE: NATIVITA’ DELLA B.V.MARIA 9 SETTEMBRE –XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe VII GIORNATA DIOCESANA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO “Educare alla custodia del creato per sanare le ferite della terra” Cava de’ Tirreni: Eremo di San Martino - Parrocchia Santa Maria del Rovo 11 SETTEMBRE ANNIVERSARIO

DELL’ORDINAZIONE

SACERDOTALE

DI

MONS.

ORAZIO SORICELLI, ARCIVESCOVO DI AMALFI—CAVA DE’TIRRENI 12 SETTEMBRE Memoria del SS. Nome di Maria 14 SETTEMBRE: FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE Pellegrinaggio della Confraternita al Santuario del SS. Crocifisso di Scala 15 SETTEMBRE: MEMORIA DELLA B.V.MARIA ADDOLORATA 16 SETTEMBRE - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 19 SETTEMBRE: SAN GENNARO PATRONO DELLA REGIONE CAMPANIA 21 SETTEMBRE: SAN MATTEO APOSTOLO ED EVANGELISTA 23 SETTEMBRE—XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe. Anniversario dell’inizio del ministero pastorale di Mons. Orazio Soricelli, Arcivescovo di Amalfi—Cava de’ Tirreni. 26 SETTEMBRE: SS. COSMA E DAMIANO 29 SETTEMBRE: SS. MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE,ARCANGELI. 30 SETTEMBRE—XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe.


Incontro settembre 2012