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Per una Chiesa Viva Anno X - N. 3 – Aprile 2014 www.chiesaravello.it

P ERIODICO

DEL LA C OMU NITÀ E CCL ESIAL E DI RA VEL LO

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La Risurrezione di Cristo è la nostra più grande certezza La Pasqua di Resurrezione di Gesù di Nazareth, centro del messaggio cristiano, risuonato fin dagli inizi e trasmesso fino a noi come scrive San Paolo ai cristiani di Corinto: «A voi… ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto; cioè che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,3-5), è certamente il culmine del Mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio e conferma la divinità di Cristo, come pure tutto ciò che Egli ha fatto e insegnato. La Morte e la Risurrezione di Gesù, con le sue prime apparizioni da risorto a Pietro e ai Dodici, sono proprio il cuore della nostra fede e della nostra speranza, come volle ricordare Papa Francesco durante l’omelia della prima Pasqua celebrata lo scorso anno da Vescovo di Roma. Senza questa fede nella morte e nella risurrezione di Gesù anche la nostra speranza sarà debole perché proprio la morte e la risurrezione di Gesù sono il cuore della nostra speranza. L’Apostolo afferma: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati». Purtroppo, spesso si è cercata di oscurare la fede nella Risurrezione di Gesù, e an-

che fra gli stessi credenti si sono insinuati dubbi. Un po’ quella fede “all’acqua di rose”, come diciamo noi; non è la fede forte. E questo per superficialità, a volte per indifferenza, occupati da mille cose che si ritengono più importanti della fede, oppure per una visione solo orizzontale della vita. Ma è proprio la Risurrezione che ci apre alla speranza più grande,

perché apre la nostra vita e la vita del mondo al futuro eterno di Dio, alla felicità piena, alla certezza che il male, il peccato, la morte possono essere vinti. E questo porta a vivere con più fiducia le realtà quotidiane, affrontarle con coraggio e con impegno. La Risurrezione di Cristo illumina con una luce nuova queste realtà quotidiane. La Risurrezione di Cristo è la nostra for-

za! Senza risurrezione le promesse di Cristo sarebbero vane, cadrebbero le prospettive di vita e di eternità e la morte riprenderebbe l’ultima parola. Se Gesù non fosse risorto, la sua sarebbe solo la vicenda di uno dei tanti uomini assassinati dall’ingiustizia e dalla malvagità umana. Gesù è realmente morto e tutti quelli che l’hanno conosciuto vivono la profonda disperazione della perdita del Maestro di Nazareth. Vanno a visitare la sua tomba e la trovano vuota. Trovano solo un angelo ad accoglierli e questi annuncia che il Cristo non è lì, ma è risuscitato come aveva detto. “ Il Crocifisso non è qui, è risorto”dice il Messaggero celeste alle donne che spinte dall’amore sono andate al sepolcro;esse sanno accogliere quest’annuncio con fede; credono, e subito lo trasmettono, non lo tengono per sé, lo trasmettono. La gioia di sapere che Gesù è vivo, la speranza che riempie il cuore, non si possono contenere. Questo dovrebbe avvenire anche nella nostra vita. Sentiamo la gioia di essere cristiani! Noi crediamo in un Risorto che ha vinto il male e la morte! Abbiamo il coraggio di “uscire” per portare questa gioia e questa luce in tutti i luoghi della nostra vita!

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Segue dalla prima pagina La Risurrezione di Cristo è la nostra più grande certezza; è il tesoro più prezioso! Come non condividere con gli altri questo tesoro, questa certezza? Non è soltanto per noi, è per trasmetterla, per darla agli altri, condividerla con gli altri. E' proprio la nostra testimonianza. Gesù risorto, con le sue apparizioni, conferma che la sua vita continua presso Dio. Nella sua risurrezione non solo hanno risposta i desideri e le attese di ogni uomo riguardo alla possibilità di una vita ultraterrena, ma si mostra con chiarezza che quello che Gesù ha realizzato rimanda al suo essere non solo vero uomo, ma anche vero Dio. Alla luce della risurrezione si ha la vera comprensione di tutti i gesti e gli insegnamenti di Gesù, del suo legame con il Padre, dell’autorità con cui si rapporta alla legge ebraica e rimette i peccati, dei suoi miracoli. Gesù è Dio venuto nella storia, coloro che riconoscono ciò si confrontano con il modello di uomo da lui proposto, e tentano di realizzare il Regno di Dio di cui ha parlato. Gesù è Dio venuto nella storia per salvare l’uomo. Da che cosa? -Dal non senso: l’uomo non è sulla terra per caso, ma perché Dio l’ha voluto e amato; -dalla paura della morte: l’uomo risorgerà; -dall’angoscia del peccato: l’uomo è perdonato da Dio; -dall’incertezza: all’uomo è indicata la via da seguire; -dall’egoismo e dalla solitudine: l’uomo è chiamato a nuovi rapporti con gli altri; -dalla schiavitù del potere e del denaro: l’uomo vale per se stesso e non per il riconoscimento degli altri o per ciò che ha. Gesù dona all’uomo la salvezza e gli affida un compito: quello di realizzare pienamente la propria umanità nell’apertura a Dio e agli altri. Ogni cristiano deve seguire Gesù non per dovere, ma nella convinzione che solo in quella sequela si realizza veramente la propria umanità, e dunque la propria felicità.

La salvezza è un dono da ricevere con cuore umile, come ha fatto Maria

Dove porta la superbia del cuore? Papa Francesco ha svolto la sua omelia soffermandosi su Adamo ed Eva che, cedendo alla seduzione di Satana, hanno creduto di essere come Dio. Quella “superbia sufficiente” fa sì che siano allontanati dal Paradiso. Ma il Signore non li lascia camminare da soli, fa loro una promessa di redenzione e cammina con loro. “Il Signore – ha detto ancora il Papa – accompagnò l’umanità in questo lungo cammino. Ha fatto un popolo. Era con loro”. E quel “cammino che è incominciato con una disobbedienza”, “finisce con una obbedienza”, con il sì di Maria all’Annuncio dell’angelo. “Il nodo che ha fatto Eva con la sua disobbedienza – ha detto richiamando Sant’Ireneo di Lione – lo ha sciolto Maria con la sua obbedienza”. E’ un cammino, ha soggiunto, “nel quale le meraviglie di Dio si moltiplicano”: “Il Signore è in cammino con il suo popolo. E perché camminava con il suo popolo, con tanta tenerezza? Per ammorbidire il nostro cuore. Esplicitamente lo dice, Lui: ‘Io farò del tuo cuore di pietra un cuore di carne’. Ammorbidire il nostro cuore per ricevere quella promessa che aveva fatto nel Paradiso. Per un uomo è entrato il peccato, per un altro uomo viene la salvezza. E questo cammino tanto lungo aiutò tutti noi ad avere un cuore più umano, più vicino a Dio, non tanto superbo, non tanto sufficiente”. E oggi, ha proseguito, la liturgia ci parla “di questa tappa nel cammino di restaurazione”, “ci parla di obbedienza, di docilità alla Parola di Dio”: “La salvezza non si compra, non si vende: si regala. E’ gratuita. Noi non possiamo salvarci da noi stessi: la salvezza è un regalo, totalmente gratuito. Non si compra con il sangue né di tori né di capre: non si può comprare. Soltanto, per entrare in noi questa salvezza chiede un cuore umile, un cuore docile, un cuore obbediente. Come quello di Don Giuseppe Imperato Maria. E, il modello di questo cammino

di salvezza è lo stesso Dio, suo figlio, che non stimò un bene irrinunciabile, essere uguale a Dio. Paolo lo dice”. Il Papa ha messo l’accento sul “cammino dell’umiltà, dell’umiliazione”. Questo, ha detto, “significa semplicemente dire: io sono uomo, io sono donna e Tu sei Dio, e andare davanti, alla presenza di Dio”, “nella obbedienza, nella docilità del cuore”. E per questo, ha esortato nella Solennità dell’Annunciazione, “facciamo festa: la festa di questo cammino, da una madre a un’altra madre, da un padre a un altro padre”: “Oggi possiamo abbracciare il Padre che, grazie al sangue del suo Figlio, si è fatto come uno di noi, ci salva. Questo Padre che ci aspetta tutti i giorni … Guardiamo l’icona di Eva e di Adamo, guardiamo l’icona di Maria e Gesù, guardiamo il cammino della Storia con Dio che camminava con il suo popolo. E diciamo: ‘Grazie. Grazie, Signore, perché oggi Tu dici a noi che ci hai regalato la salvezza’. Oggi è un giorno per rendere grazie al Signore”. Omelia del 25 Marzo 2014 La Pasqua cristiana ha come oggetto e soggetto Gesù, che si offre agli uomini per la loro salvezza. Crocefisso alla vigilia del Sabato grande, il giorno dopo risorge. Da allora quel giorno diventerà "il giorno del Signore" per eccellenza. Nel giorno della Pasqua di Cristo i cristiani rinnoveranno la loro adesione a Cristo, cantando la liberazione dal peccato e alimentando la speranza nel suo ritorno.


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La POLITICA di DIO La Chiesa si avvia a celebrare i secondi vespri della Solennità dell’Annunciazione del Signore quando inizio a scrivere questo contributo che, confesso, è nato proprio nel clima di questa festa dal sapore natalizio apparentemente in contrasto con il clima quaresimale nel quale generalmente cade. Del resto la solennità dell’Annunciazione, che la Liturgia, salvo in alcuni casi, pone nel periodo di Quaresima ricorda solennemente l’inizio della nostra salvezza, resa possibile grazie al “fiat” pronunciato dall’umile ragazza di Nazareth, che si realizza pienamente nel Mistero Pasquale. E’ una ricorrenza che non può essere omessa in alcun modo e infatti anche se, complice un tempestivo primo plenilunio di primavera, il 25 marzo cade nella Settimana Santa o addirittura può essere il giorno di Pasqua, la Chiesa trasferisce al lunedì dopo la Settimana in Albis la Solennità d ell’A nnunciazion e, perché non può tralasciare di celebrare l’evento che ha dato inizio alla Redenzione. Ma al di là delle considerazioni calendariali che ci ricordano anche che il 25 marzo cade nove mesi esatti prima del Natale e tre mesi prima della Natività di san Giovanni battista (24 giugno), la Solennità dell’Annunciazione si può considerare comunque ben inserita nel cammino quaresimale e non avulsa dal percorso di conversione che la Santa Madre Chiesa ci invita a fare costantemente per essere nella vita quotidiana gioiosi testimoni del Risorto. Ripercorrendo le tappe del cammino quaresimale di questo Anno A ci accorgiamo che la Liturgia della Parola proclamata nelle Domeniche di Quaresima ci presenta diverse figure femminili. Così nella prima Domenica, abbiamo ascoltato la pagina della Genesi nella quale si racconta il peccato originale. Eva dialoga con il

serpente e il tentatore ha la meglio. Infatti, come ha ricordato il Papa nell’Angelus di domenica 9 marzo u.s., non bisogna dialogare con il demonio, perché Satana è astuto. Ma occorre fare come Gesù che rifiuta le seducenti proposte del tentatore volte a distrarlo dal progetto del Padre e si rifugia nella Parola di Dio. Cristo conosce bene l’avversario e non commette l’errore di Eva, ma ci ricorda che “nel momento della tentazione, delle nostre tentazioni ,niente argomenti con Satana, ma sempre difesi dalla Parola di Dio”.Ecco il punto: la Parola di Dio. Il nostro cammino quaresimale è caratteriz-

zato per tradizione da alcune pratiche anche lodevoli che però andrebbero corroborate dall’ascolto e dalla meditazione della Parola di Dio, fondamentale per avviare sempre in noi il processo di conversione che va messo in atto ogni giorno, perché quotidianamente abbiamo il bisogno di convertirci. Invece preferiamo le pie e devozionali pratiche, magari anche messe in scena, che colpiscono emotivamente ma il più delle volte non ci cambiano. In agguato c’è il rischio di ridurre la Fede appunto ad una messa in scena, tralasciando di ascoltare Dio, nel quale diciamo di credere, che ci parla sempre e in particolare la Domenica, Pasqua settimanale. Ma se non lo ascol-

tiamo quando ci parla,in chi e in che cosa crediamo? La Quaresima deve essere veramente il tempo del silenzio e dell’ascolto, caratterizzato sì dal clima austero al quale ci richiamano le Ceneri che ci vengono imposte all’inizio del cammino in preparazione alla Pasqua,ma anche dalla gioia. Alla gioia richiama l’invito che il celebrante ci rivolge mentre sparge sul nostro capo l’austero simbolo delle ceneri: Convertiti e credi al Vangelo. Una esortazione che legittimamente può, o meglio deve, sostituire la tradizionale ma lugubre “Ricordati che polvere sei e in polvere tornerai”. La conversione non può comportare altro che gioia, la gioia di incontrare il Signore e di vivere sempre sotto la sua guida. Se la nostra vita, infatti, sarà illuminata da Cristo non dobbiamo temere di ritornare in polvere. La conversione non può essere frutto della paura! Le nostre celebrazioni dovrebbero avere sempre e in tutto questo carattere gioioso, in quanto celebriamo il Signore della vita. Ma siamo popolo di dura cervice! Cosa significhi incontrare Dio, ascoltando la sua Parola, lo ricorda l’episodio della Samaritana, uno dei più belli del Vangelo, che è stato proclamato nella Terza Domenica. Malgrado la sua appartenenza ad una comunità eretica, questa donna di Samaria che, come Eva, aveva dato ascolto al tentatore, in un giorno della sua vita, durante la normale routine quotidiana, incontra, senza saperlo, Dio e parla con Lui. E proprio questa donna esorta gli altri dicendo: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia Lui il Cristo?”.

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Segue da pagina 3 E’ affascinata dalla sua parola,si fida di Lui, crede in Lui. Non sapremo mai cosa avrà fatto in seguito questa donna di Samaria. Ma non importa. Non ci interessa più. Come spesso accade il Vangelo presenta questi personaggi, apparentemente minori, che con un gesto, un breve dialogo,a volte una invocazione ci confermano di aver pienamente realizzato la loro vita, perché hanno visto, incontrato e ascoltato il Signore e gli hanno creduto. A questo traguardo dovrebbe portarci il cammino quaresimale e ogni anno dovremmo, al termine di questo tempo forte che “dalla testa scende ai piedi”, come ricordava Mons. Tonino Bello, richiamando i gesti simbolici dell’imposizione delle ceneri e della lavanda dei piedi, essere più ricchi perché abbiamo fatto più spazio a Dio nei nostri cuori. Tra i tanti insegnamenti che la pagina evangelica della terza domenica ci consegna, mi piace sottolineare quello che ci invita a mettere da parte il pregiudizio. La Samaritana smentisce i benpensanti che sono prevenuti e ci esorta a fare un esame di coscienza. E’ l’esortazione di papa Francesco che ci ricorda come la calunnia, il pregiudizio, le chiacchiere distruggono la Chiesa e non appartengono al discepolo di Cristo. Anzi, se vogliamo, sono ancora il frutto di quel dialogo con la persona sbagliata che fecero i progenitori e della mancanza di ascolto e di dialogo con Dio, che non inganna e non delude mai, anche quando razionalmente tutto sembra finito o impossibile. A rammentarcelo sono due altre donne,Marta e Maria, sorelle di Lazzaro,che incontriamo nel Vangelo della quinta domenica. Malgrado la delusione per il voluto ritardo di Gesù, prima Marta e poi Maria professano la loro fede in Cristo, dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Sanno chi è il loro amico e sanno bene che non le deluderà, anche se Marta, alla richiesta di Gesù di togliere la pietra,fa notare che il morto “manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Ma le due donne, discepole di Cristo, non si

sbagliano. E Lazzaro viene fuori! La Samaritana, Marta e Maria, con i loro atteggiamenti, ci indicano come essere discepoli di Cristo. E ancora donne sono quelle che osservano ciò che accade dopo la Deposizione di Cristo dalla croce, come leggiamo nella sequenza che chiude la narrazione della Passione secondo Matteo che quest’anno viene proclamata nella Domenica delle Palme. Le stesse donne che vivranno per prime l’evento del mattino di Pasqua e correranno a dare l’annunzio agli apostoli. Insomma nel progetto di Dio le quote rosa sono state pienamente rispettate. E non sono state necessarie battaglie. Comprendiamo bene allora perché la solennità dell’Annunciazione rientra a pieno titolo nel cammino quaresimale. La Vergine che riceve l’annuncio dall’Angelo Gabriele è modello per vivere bene la Quaresima. E’ la Vergine dell’ascolto e del silenzio, è la Vergine che crede e si fida di Dio,è la Vergine che, superata la legittima obiezione frutto della mente umana che vuole comunque capire e comprendere come Dio agisca, pronuncia il suo “fiat” incondizionato. Un “fiat” che si unisce all’ascolto, al silenzio e alla fede di san Giuseppe che la Liturgia celebra il 19 marzo nella seconda solennità prevista nel tempo di quaresima. Un uomo e una donna con l’ascolto e il silenzio paradossalmente aiutano Dio a realizzare il suo progetto, come un uomo e una donna con la disobbedienza e le “chiacchiere” con il tentatore lo avevano distrutto. Un Dio che è politicamente corretto, che non fa preferenze, ma che continua a chiedere agli uomini e alle donne di ogni tempo di aiutarlo a realizzare il suo piano di Amore. Ieri a Maria di Nazareth ,a Giuseppe, alla donna di Samaria, a Marta a Maria di Magdala, oggi a noi. La Quaresima ci aiuti a comprendere le ragioni per dare nel segreto del nostro cuore il nostro voto favorevole alla proposta che Dio ci fa ogni giorno. Diciamo sì a Dio. Non sarà un voto perso.

Giornate Eucaristiche

In quest’anno 2014 lo Spirito Santo ha suggerito al nostro parroco di posticipare le Giornate Eucaristiche, che si tengono da qualche tempo nella Chiesa di Santa Maria a Gradillo, alla terza settimana di Quaresima, dal 24 al 27 Marzo. Il soffio dello Spirito che ci fa sperimentare sempre la novità, la bellezza della vera fede ha fatto coincidere le prime due Giornate con la Solennità dell’Annunciazione del Signore. Maria, prima discepola di Gesù, Donna Eucaristica in questi giorni è stato per ciascuno di noi, modello di preghiera a cui ispirarci. Il programma delle Quarantore ha seguito lo schema di sempre: ogni mattina alle ore 8,00 Concelebrazione Eucaristica di Don Peppino Imperato e di Don Carmine Satriano, al termine della Celebrazione, Esposizione del Santissimo Sacramento ed adorazione ininterrotta a cura dei vari gruppi ed associazioni parrocchiali che hanno assicurato la preghiera continua e silenziosa alternata alla recita del Rosario Eucaristico e della Coroncina alla Divina Misericordia. Alle ore 18,30, ogni sera, canto dei Vespri, Omelia, Benedizione Eucaristica. Interessanti gli spunti di riflessione ed i suggerimenti per la crescita spirituale ed in particolare per il cammino in preparazione alla Pasqua, dettati di volta in volta da Don Peppino, Don Carmine e Don FerRoberto Palumbo dinando Di Maio, Parroco del Sacro


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Cuore di Gesù a Pompei, il quale ha tenuto le Omelie durante i Vespri. Don Peppino, nell’Omelia del primo giorno, partendo dal Vangelo di Luca (Lc 4,2430) ci ha invitato a riscoprire la responsabilità di ciascuno verso il Dono di Gesù Presente e Vivo nell’Eucaristia, nei Tabernacoli e nelle Celebrazioni. Nel Vangelo di Luca ci è stato descritto la mancata accoglienza di Gesù da parte dei suoi concittadini a Nazareth. I Nazaretani non hanno accolto Gesù poiché avevano troppa confidenza con Gesùi, conoscendolo bene e prevenuti come erano, piuttosto che ascoltare le Parole di Gesù, si lasciano prendere dallo sdegno a tal punto da attentare alla sua vita cercando di precipitarlo dal ciglio di un burrone. Anche noi oggi, pur avendo il Dono della Sua Presenza, non lo rispettiamo, lo trattiamo come uno di noi. Egli è sempre presente , “se noi non ci lasciamo affascinare dalla Sua Presenza , non ci prostriamo , non Lo Adoriamo, se non ci sentiamo piccoli, piccoli, diamo dimostrazione di una fede immatura”. L’invito di Don Peppino, dunque, è a sentire la responsabilità di saper accogliere il Dono della Presenza di Gesù tra noi.In queste Sante Giornate siamo invitati a chiedere al Signore di aiutarci ad addolcire le nostre anime, ad aprire il nostro cuore e a liberarlo dall’attaccamento alle cose della terra. Gesù deve essere lodato, amato, ringraziato e contemplato. Lo facciamo tutto questo o ci comportiamo come gli abitanti di Nazaret? Don Ferdinando di Maio,la prima sera ha commentato una frase del Vangelo di Giovanni 14,1-12, soprattutto il versetto: “ Non sia turbato il vostro cuore!” Egli ci ha esortato ad essere nella pace e nella gioia, poiché nel nostro tempo molti per vivere meglio si rivolgono agli psicologi, se non addirittura a maghi ed indovini anziché al Signore e ci ha invitati a riporre in Gesù la nostra fiducia, sempre presente nei Tabernacoli, dove una lampada rivela la Presenza, “Abbiate fede in Dio, abbiate fede anche me”dice Gesù agli Apostoli turbati, la stessa cosa dice a noi oggi, se stiamo uniti

a Gesù attraverso i Sacramenti, attraverso la preghiera, nulla potrà mai turbarci . Don Ferdinando ci ha raccontato anche la sua esperienza di vita ,in cui è riuscito a superare un momento di depressione grazie alla preghiera e alla sua vicinanza a Cristo e il grande dolore per la perdita della madre. Momento che è durato solo poche ore, perché dopo poco, il suo cuore si è inondato di pace dopo aver riflettuto sulla pagina dell’Apocalisse che descrive la presenza delle Anime davanti al Signore. Pace e gioia Don Ferdinando adesso testimonia agli altri; “Fidiamoci di

Dio”, egli dice, “non è un caso se nella Bibbia ci sono 365 inviti (uno per ogni giorno dell’anno) a non turbarci, a non scoraggiarci, come dice San Paolo a “stare sempre lieti” e ad avere gioia. Scegliere la gioia e la letizia di cui parlava anche San Francesco significa lasciarsi guidare dallo Spirito che ci aiuta a rimanere sempre in Cristo, senza lasciarci irretire da altri idoli: denaro, successo, lavoro e affetti. Nella seconda giornata delle Quarant’ore, Solennità dell’Annunciazione del Signore a Maria; viene proclamato il brano Vangelo di Luca che racconta come l’Arcangelo Gabriele è stato mandato da Dio ad annunciare a Maria il progetto di Dio e la risposta entusiasta di Maria: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la Tua Parola”. Sia Don Carmine nell’Omelia del mattino che Don Ferdinando nell’Omelia dei Vespri ci hanno fatto notare come Dio abbia rispettato la libertà di Maria ed abbia aspettato la sua risposta incondizionata per portare a compi-

mento il Piano di Salvezza. Don Carmine ci spiega che la Storia della Salvezza è stata svelata al popolo di Dio un po’ alla volta nel corso dei secoli, attraverso i profeti affinché si preparasse all’Incontro con Gesù. Anche noi nel periodo di Quaresima ci stiamo preparando alla Santa Pasqua, riceviamo molti aiuti, ad esempio momenti di preghiera come le Quarantore in cui siamo invitati a metterci dinanzi al Mistero dell’Eucaristia e ad aprirci all’Adorazione e alla Contemplazione così come ha fatto Maria; Ella può essere considerata il Primo Tabernacolo perché ha posseduto in sé il Bene dell’Umanità ed Ostensorio perché si è aperta all’Amore. Ciascuno di noi può fare altrettanto, se solo si apre alla Grandezza di Dio e dà la stessa risposta entusiasta di Maria:“ Eccomi!”. Se siamo in grado di uscire da noi stessi, diventeremo Tabernacoli ed Ostensori e testimonieremo di essere partecipi del Piano di Salvezza, ponendo la nostra fiducia in Dio, così come hanno fatto tutte le Anime Sante, per essere destinatari della Salvezza e donarla agli altri. Nell’Omelia della sera, Don Ferdinando si è soffermato sulla importanza della Devozione a Maria; perché non possiamo fare a meno della Madonna. Ella è Madre di Gesù, ai piedi della Croce Gesù l’ha costituita anche Madre Nostra, Madre della Chiesa. Come gli uccelli sono dotati di due ali per poter meglio volare così anche noi,ha affermato don Ferdinando, abbiamo ,per così dire, due ali per meglio poter volare verso il Paradiso: Maria e Gesù Eucaristia e ci ha descritto una visione avuta da San Giovanni Bosco, il quale vide una nave con a bordo il Papa, che rappresenta la Chiesa in difficoltà salvarsi dagli attacchi dei nemici (il diavolo) approdando ad un porto dove c’erano due Colonne : una con l’Immagine di Gesù Eucaristia e l’altra con l’Immagine di Maria e dove ancora era scritto : “Auxilium Christianorum”.

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Segue da pagina 5 Maria ci aiuterà in tutte le situazioni della nostra vita. Alla Celebrazione Eucaristica del terzo giorno delle Sante Quarantore, Don Peppino commentando il Vangelo di Matteo 5,17-19, ci ha spiegato che Gesù non è venuto ad abolire ciò che Dio aveva detto a Mosè ed ai profeti per il percorso di fede del popolo ebraico ma per portare a compimento , cioè a dimostrare concretamente come si corrisponde alla Volontà ed all’Amore del Padre e come si ama fino a dare la Vita. Gesù incarnandosi nel seno di Maria ha stretto una nuova alleanza con noi ,un’amicizia unica fino a voler essere sempre presente, così come aveva annunciato : “ ecco sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,16-20) . Siamo noi consapevoli della grandezza di questo Dono?. Come diceva San Tommaso d’Aquino, ci rendiamo conto di quanto è stupendo il Banchetto a cui partecipiamo ? Siamo consapevoli che mangiamo il Corpo di Cristo che ci ricorda la sua Passione ? Il Salmo responsoriale dice: “celebra il Signore Gerusalemme”. La Gerusalemme siamo noi, oggi , che dobbiamo imparare a rendere grazie, a lodare ed amare il Signore per il Dono della Sua Presenza. La terza sera dopo il canto dei Vespri, facendo riferimento agli Apostoli, don Ferdinando ci ha fatto notare che dopo la cattura di Gesù, a parte Giuda che ha tradito Gesù per denaro, tutti gli altri, a partire da Pietro che lo rinnega tre volte, abbandonano Gesù, fuggono, se ne vanno via, solo Giovanni resta e segue Gesù fino al Calvario. Eppure gli Apostoli hanno seguito Gesù per tre anni, hanno ascoltato le sue Parole, hanno assistito ai miracoli, è bastato poco perché dimenticassero tutto questo. Illustrando la Parabola del seminatore, Don Ferdinando ci ha spiegato che il seme buttato sul terreno, simboleggia la Parola di Dio seminata dai suoi ministri, il terreno siamo noi credenti che ascoltiamo e dobbiamo far fruttificare la Parola ascoltata. Nella

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA Parabola il seme viene beccato dagli uccelli e non può portare frutto, e questo rischio si corre sempre. Anche noi dopo aver ascoltato tanti insegnamenti, suggerimenti per la nostra crescita spirituale in questi giorni di meditazioni corriamo il rischio che “il corvo”, il diavolo si diverta a beccare, a distruggere, ci faccia dimenticare ciò che abbiamo ascoltato in modo che il seme non porti i frutti desiderati. Come gli Apostoli hanno poi ottenuto la forza necessaria a testimoniare Cristo e la Parola ascoltata nei tre anni vissuti con

Gesù dopo aver ricevuto lo Spirito Santo. “Ricevete Lo Spirito Santo” dice Gesù alitando su di Loro, così anche noi siamo stati invitati ad invocare lo Spirito affinchè discendendo personalmente su ciascuno di noi ci dia la Forza per essere sempre uniti a Cristo e saper testimoniare l’Amore di Dio e far fruttificare il seme ricevuto. Perciò tutti insieme abbiamo chiesto a Gesù per intercessione della Madre Maria che soffiasse su di noi il Suo

Spirito, abbiamo invocato, anche accompagnati dalla musica :“Soffia Gesù, soffia” e anche in ebraico abbiamo invocato “Ruah, Ruah, Ruah” (che significa soffia). Lo Spirito va invocato e questa Forza va sempre ricaricata attraverso la preghiera, l’Adorazione, l’Incontro con Gesù per avere sempre l’energia necessaria per vincere la pigrizia, lo scoraggiamento, la fatica della vita e le insidie del demonio. La Celebrazione del mattino dell’ultimo giorno delle Giornate Eucaristiche ha assunto un significato particolare, essendo giorno 27 del mese, come da qualche tempo stiamo facendo, abbiamo pregato ed abbiamo chiesto l’intercessione del nostro Santo Protettore San Pantaleone per la crescita spirituale della nostra Comunità, per le nostre famiglie, per i nostri ammalati e per tutte le persone in difficoltà, abbiamo recitato la Coroncina in onore del Santo Patrono, certi che Egli ascolterà le nostre suppliche. Nell’Omelia Don Carmine ci ha esortato a tendere verso la Santità,ad aprirci ed entrare in intimità con Dio, perché l’intimità, ha detto, è il luogo dell’Amore. Chi veramente ama è capace di “essere per l’altro” sa mettersi a servizio, così come nel Sacramento del Matrimonio dove i coniugi si mettono a servizio l’uno dell’altro, o del Sacramento dell’Ordine quando il Presbitero si mette a servizio della Comunità. Nell’Amore si incontra Dio e l’Eucaristia è il Sacramento dell’Amore, il luogo nel quale Cristo ha voluto condividere fino in fondo il destino dell’uomo, è il Sacramento dove possiamo vivere tutti gli altri Sacramenti , la nostra vocazione e la nostra testimonianza, così come hanno fatto i Santi che staccati dalle cose della terra si sono elevati spiritualmente a Dio e qualcuno anche fisicamente, come per esempio San Giuseppe da Copertino. Un invito ancora a celebrare la Pasqua del Signore. Celebrare la nostra Pasqua ci ha spiegato Don Carmine significa mettersi in ascolto della Parola di Dio, riscoprire il nostro Battesimo, così come ci viene suggerito in queste Domeniche di Quaresima in cui siamo chiamati a scegliere Dio (prima Domenica di Quaresima, le tentazioni), a rivestirci di Gesù.


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Nel Battesimo ci immergiamo in Cristo e diventiamo nuove creature e la Veste Bianca rappresenta la Veste Sfolgorante di Gesù al Monte Tabor (seconda Domenica di Quaresima). Dobbiamo dissetarci in Cristo, Cristo infatti è la nostra Acqua (così nel Battesimo e nel Vangelo della Terza Domenica di Quaresima: la Samaritana). Dobbiamo diventare responsabili, rientrare in noi stessi, evitare di farci attrarre da falsi ideali per lasciarci guidare dallo Spirito che ci aiuterà ad ascoltare la Parola di Dio, a proclamarla e a vivere la nostra fede a gloria e lode di Dio Nell’ultima Omelia, Don Ferdinando rifacendosi al brano degli Atti degli Apostoli che descrive la Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, ci spiega che come Pietro e gli altri hanno avuto il coraggio di testimoniare la Resurrezione di Gesù fino al martirio, e Pietro addirittura parla ad una folla di circa cinquemila uomini, così anche noi dobbiamo avere il coraggio di testimoniare, ma soprattutto dobbiamo essere sempre uniti a Cristo per non lasciarci vincere dalle seduzioni di satana che in questi periodi lavora alacremente per strappare molte anime a Cristo, creando la confusione ed inculcando false idee sull’esistenza del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno. Molti, forse anche noi, ci lasciamo vincere dal dubbio, così che più facilmente siamo portati al peccato. Oggi, molti peccati anche gravi vengono sottovalutati: l’unione tra persone dello stesso sesso, rapporti sessuali al di fuori del Sacramento del Matrimonio, convivenze. E’ tempo questo allora di pregare per essere sempre più uniti a Gesù ed avere la forza di combattere il male che sempre serpeggia nel mondo. Don Ferdinando ci ha assicurato che è la Madonna che da circa trent’anni chiede la conversione del Cuore a Medjugorje, perché la maggior parte delle anime va in Purgatorio, molte anime vanno all’inferno, e sono ancora poco le anime che vanno direttamente in Paradiso. Ha ricordato che Santa Faustina nel suo Diario testimonia di essere stata portata sette volte da Gesù a vedere come era l’Inferno. Il Signore ci offre sempre tante opportunità per salvarci. Non sciupiamole.

Fate quello che vi dirà

Tra i brani del Nuovo Testamento più conosciuti, forse una menzione, degna di lode, merita quello che descrive l’episodio delle “nozze a Cana”, la rivelazione pubblica, della missione di Gesù. Ed è su questo passo del vangelo di Giovanni (Gv 2,1 – 12) che si sono snodate le catechesi del cenacolo di Quaresima della Fraternità di Emmaus nei giorni 15 e 16 marzo scorsi. L’incontro si è aperto con un clima di festoso chiacchierio venutosi a creare allorché si sono incontrate le diverse Comunità che, pur distanti davvero chilometri, si ritrovano e si rinsaldano nella conoscenza e nell’amicizia, proprio in questi momenti di grazia, che ci tengono per un paio di giorni lontani dalle insidie del vivere quotidiano, e vicini alla predisposizione di santità cui ciascuno è chiamato. L’invocazione allo Spirito Santo e la lettura della Parola di Dio, hanno contribuito a restituire alla sala il silenzio e l’attenzione necessari alla comprensione del Vangelo, tuttavia, è stato l’invito del custode della Fraternità, Don Silvio, in piena sintonia con il tempo liturgico che stiamo vivendo: “solo l’umiltà ci permette di far entrare la parola nel nostro cuore”, a dare il fischio d’inizio a questa maratona di Spirito. Nonostante l’episodio di Cana tratti di nozze, l’evangelista non parla proprio di matrimonio, sembrerebbe un controsenso, eppure non vi è nesGiulia Schiavo sun annuncio del legame tra uomo e donna (non si conoscono i loro nomi, i detta-

gli della festa,…), bensì si annuncia la coalizione definitiva tra Dio e l’uomo, l’alleanza nuziale sugellata con la Croce. Cristo è lo sposo della Chiesa, e c’è spazio anche per i coniugi, infatti, se Dio sceglie una festa nuziale per rivelarsi, è perché sui consorti grava la responsabilità di rivelare il Suo volto. Questa parola di consolazione per tutti i battezzati viene così palesata durante un avvenimento allo stesso tempo semplice e straordinario. La festa appartiene all’ordinario, tutta la comunità dell’epoca festeggiava l’unione sponsale ed in questo rituale conosciuto e rispettato, il Padre, svela la venuta del Figlio, e non a caso o improvvisamente, come un fulmine che si abbatte a ciel sereno. Gesù, è un invitato alle nozze, anzi il verbo usato è “caleo”, ossia “chiamare”, il che sottolinea che qualunque evento nel percorso terreno di Gesù rappresenta una chiamata. Egli non si trova lì per caso, partecipa alla vita della gente, ed, in una cornice di salvezza, è chiamato da Dio. Tutto ha una sua straordinaria esattezza, anche il tempo: “il terzo giorno”, che è un annotazione cronologica e teologica. Già nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni, non a caso, si parla “di giorni”, del “girono dopo”, e dell’indomani”, fino ad una trasposizione numerica che va dal terzo al sesto giorno, e richiama la creazione.

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Segue da pagina 7 Nel libro della Genesi, il terzo giorno si ebbe la vita sulla terra e il sesto Dio creò l’uomo, è come se l’evangelista riproponesse l’evento, una nuova creazione: in progressione, il terzo giorno Dio si manifesta, il sesto giorno Gesù si manifesta trasformando l’acqua in vino. Ogni brano della Sacra Scrittura ne ricorda un altro, e la memoria la percorre per riferimenti, il “terzo giorno” Dio: chiese ad Abramo il sacrificio di Isacco ed il terzo giorno (ossia il sesto) arriva al Monte Moia; si manifestò a Mosè; c’è stata la Passione e la Risurrezione,…La memoria è importante nel discernimento dei Testamenti, sappiamo che Dio si è dichiarato con potenza il terzo giorno, quel che non conosciamo, è quale sarà il nostro, terzo giorno, ce n’è sempre uno e accadrà qualcosa, basterà aver imparato a riconoscerlo, beati noi se l’esperienza d’insufficienza, l’attesa, culminerà con il terzo giorno. Nella circostanza descritta, inoltre, è presente la madre di Gesù. Così viene definita Maria, che è menzionata prima del Figlio, essa è presente in Cana di Galilea, a pochi kilometri da Nazareth, perché probabilmente è proprio per lei l’invito, e con lei per il figlio. Maria in questo Vangelo non è citata con il proprio nome, solamente per ciò che è: la madre, e in due soli capitoli, questo (il secondo) ed il diciannovesimo (flagellazione e condanna); l’uno prepara l’altro, Maria madre di Gesù e dei discepoli; e l’atro compie quello annunciato nel primo, Maria Madre di tutti. E’ con il titolo di “Madre” che, in effetti, Maria è ricordata nella Chiesa primitiva e solo negli Atti degli Apostoli, cominciamo a trovarli entrambi, “Maria, la Madre di Gesù…”. Nel Nuovo Testamento, ci viene presentata con l’Annunciazione e già come Madre, come colei che accoglie l’annuncio. La festa di nozze era, in generale, un avvenimento importante, che poteva durare anche una settimana, di-

pendeva dalle risorse economiche degli sposi, per cui che mancasse il vino, non era poi una circostanza così rara e l’evangelista non si sofferma, sui particolari. La mancanza di vino, però getta un’ombra sulla festa né il maestro di tavola, né il padrone di casa sanno che fare e qui emerge la Madre che si rivolge al figlio “Non hanno più vino”. Maria interviene quando si manifesta il disagio, dopo che il fatto è già accaduto e la festa rischia di non raggiungere il suo obiettivo e nessuno può fare nulla. Maria, sa che Gesù è l’unica persona presente in grado di poter porre rimedio all’accaduto, perché Lei è cosciente che Lui non è un Figlio della carne. Le sue certezze, non sono

quelle degli altri, che invece ne potrebbero dubitare, solo la sua memoria è viva al riguardo. L’uomo al quale si rivolge (Gesù) porta in sé il mistero di Dio ed ella gli si rivolge come discepola, è la fede che nella sua misteriosa, ma reale autorità divina, lo guarda e gli chiede di manifestare la sua potenza. In apparenza, Maria, non chiede a Gesù né di intervenire, né di fare un miracolo, si limita a fare una constatazione e Lui comprende cosa desideri colei che non pretende, né chiede, tuttavia, con delicatezza materna, fa notare una necessità. L’attesa e la richiesta sono implicite, però la richiesta è urgente e lo denota la sinteticità della frase, questa concisione manifesta un’impellenza. Maria dà a Gesù un’informazione facendosene carico, presenta come un suo personale disagio quello che in realtà

è una problematica degli sposi, se ne interessa, Lei è lì, tanto tra gli invitati quanto tra gli organizzatori della festa, è partecipe della vicenda. Benedetto XVI è proprio così che ci presenta Maria: una credente nella fede, una donna che ama con gesti silenziosi, che ha occhi sempre aperti e cuore sempre pronto. Osserva le difficoltà degli altri e se ne fa carico. Nei trent’anni passati a Nazareth con il Figlio, dopo la dipartita di Giuseppe, chissà quanto tempo avranno trascorso in dialogo e questo fa nascere quella muta complicità che nessuna parola può mai descrivere: oltre le parole, uno sguardo, ed è subito intesa. Lo stesso vale per la preghiera, se preghiamo in dieci minuti, forse neanche recitiamo; solo il tempo per la meditazione tanto della Parola, quanto delle catechesi, permette di predisporre un cuore alla preghiera. In questo Maria ci fa da maestra, ed il cristianesimo si rende il manifesto più alto del tema femminile. Attraverso Maria, che non resta chiusa nel suo piccolo, solo su sé, ma, sempre attenta al mondo si accorge di ciò che non va: osserva i servi, il padrone di casa,.. costantemente protesa verso gli altri, sposta il baricentro dell’interlocuzione con Dio, da un primato per l’epoca prettamente maschile, anche alla donna e nel Magnificat si ripercorre la storia della salvezza che passa, con la Misericordia di Dio, proprio attraverso di Lei. Non è raro soprattutto oggigiorno, rischiare di restare intrappolati nei propri problemi, senza accorgersi che forse a due passi c’è chi sta peggio. L’erba del vicino non è sempre migliore, e lo sguardo spesso non riesce ad oltrepassare le barriere che anche le più legittime delle constatazioni, erigono. Amare, significa uscire per andare incontro agli altri, non è solo attesa, restando fermi l’amore si blocca, il matrimonio rischia la rottura, il vino viene a mancare. Tutti cercano e desiderano


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la felicità e questo al momento si concretizza nell’ideologia del singolo: da soli si hanno maggiori possibilità per farsi strada nella vita, per cui la gioia e la felicità sono a portata di mano, ma si è comunque e sempre da soli…La felicità è nel rendere felici gli altri, concetto semplice e dimenticato. Non ci si redime, se non facendo della propria vita un dono per gli altri, la comprensione e lo sforzo di applicazione di questo principio, segnano il passaggio dall’adolescenza, all’età adulta. E’ deleterio dover costatare come ancora a trenta e anche a quarant’anni sia possibile ravvisare condotte inverse, si è cresciuti apparentemente, purtroppo si è rimasti adolescenti nei comportamenti, rinnegando se stessi. Maria a Cana vede l’importante, la mancanza di vino è il dettaglio, l’essenziale sono il disagio e l’amarezza che il particolare provoca, così si ravvisa la visione d’insieme. L’attenzione ai dettagli, a volte, rischia di farci perder la visione d’insieme, l’essenziale appunto. L’educazione, per esempio, essa è formata da tanti piccoli dettagli, però è soprattutto un piano di vita; educare non è una corsa da dieci metri, bensì da diecimila, va misurata su tempi lunghi che ci permettano, con il dono del discernimento, di vedere l’imprescindibile. Anche la vita della coppia è molto simile e plasma quella della famiglia. Quando gli sposi, vivono alla ricerca esclusiva del proprio egoistico benessere, schiacciato dalle necessità che pure possono essere tante e valide, si crea un’automatica chiusura a ciò che è oltre i muri di casa. Porte e finestre chiuse, per non vedere, per non aiutare, anche solo pensando di non essere in grado di poter fare nulla per chi sembra stare peggio di noi, dunque è preferibile rivolgere lo sguardo solo sul proprio mondo. I figli seguono tutto ciò e senza permettergli di rapportarsi al mondo esterno, potranno solo amplificare le proprie esigenze non sapendo che lì fuori c’è chi li attende per un sorriso, un sacrificio, un dono più grande: l’amore. Sarebbe soddisfacente poter essere in grado di chiedere a Dio occhi per vedere le necessità dei fratelli, ma

con Lui è tutto più difficile perché ci chiede di andare oltre, di vincere la mediocrità, ci insegna che guai e gioia sono due strade parallele. Maria è attenta perché è una donna che ama, non solo vede e costata, ma si lascia coinvolgere, ravvisa che manca il vino e cede alla carità, avrebbe anche potuto non far nulla e per tanti buoni motivi. Per intervenire ci vuole coraggio e lo dona la fede, che permette al malessere degli altri di ferirci. Già venticinque anni fa Giovanni Paolo II, nella Mulieris Dignitate, sulla dignità della donna, esaltava la sensibilità di Maria, nonostante fosse una donna sofferente in corpo e spirito con il cuore trafitto da una spada. La donna è più resistente dell’uomo alla sofferenza: la premura

materna che ha per i figli, la solitudine della vedovanza, la disperazione delle madri sole, lo sfruttamento, le ferite delle coscienze che ledono la dignità stessa dell’essere donna, tutto è posto sotto la croce di Cristo. La donna si lascia coinvolgere maggiormente dell’uomo da ciò che la circonda ed il pericolo è cadere nell’emotività. Maria interviene con fermezza a Cana, non lascia che le emozioni prendano il sopravvento, invece non sempre questo si realizza e provoca turbamento. Maria non si agita e non crea ansia intorno a sé, semplicemente è sicura di quel che sta facendo e con Lei sono state tante le donne che hanno reso omaggio all’amore di Dio nella fedeltà al Vangelo e alla Chiesa: Santa Matilde di Toscana, Brigida di Svezia, Rosa da Lima, Monica di

Sant’Agostino, e tante altre ancora. A Cana si rivela il ruolo della donna sia all’esterno, nella Comunità, che all’interno, nella Chiesa domestica. La stabilità di quest’ultima, dipende anch’essa dalla solidità della coppia e la donna che denota una maggiore sensibilità affettiva, plasma e fortifica la vita del nucleo familiare. Anche se non sempre e dovunque, è spesso lei a portare maggiormente il peso di una problematica, nessuno può negare il ruolo che essa assume come sposa e madre spendendo tenacia, dedizione, spirito di sacrificio ed energie fisiche per la stabilità della famiglia; ha una posizione privilegiata nell’intessere relazioni e nel costruire il dialogo, ma, anche qui, si prefigura un’insidia all’orizzonte: il chiacchiericcio. Si sa, dove l’uomo ha mezza parola, la donna ne ha più di una, il nucleo originale è positivo in sostanza, nessuno è perfetto! Al di là di tutto, è però forse la tenerezza, il tratto femminile di cui la famiglia ha più bisogno. Gli impegni rischiano di bruciare le relazioni, per cui custodire il tempo dell’intimità è la cosa più difficile da attuare e l’unica in grado di salvaguardare la santa gioia dello stare insieme. Solo la tenerezza di una madre, sa come conciliare il tutto, per questo è decisivo recuperare la sensibilità femminile per metterla a servizio di quel complicato sistema chiamato “famiglia”. Custodire la tenerezza è quella capacità di adattamento e integrazione che l’essere umano ha sempre dimostrato di avere nel corso della storia e che rischia di perdere proprio ora che se ne rende necessario l’utilizzo per salvaguardare tutto e tutti. Per completare la figura di Maria, occorre infine contemplare la dolcezza dei modi che adopera. In tutta questa vicenda delle nozze, l’intelligenza della fede le consente di interpellare l’Unico che può, perché ha un canale privilegiato con il cielo: Gesù.

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Segue da pagina 9 E’ cosciente che da sola non può risolvere il problema e non perde tempo a chiamare i diretti interessati, tanto non potrebbero far nulla lo stesso: non si agita e non s’impone, fa presente il problema con dolcezza, come una preghiera, è certa che si porrà rimedio. Anche noi nei passaggi stretti della vita, usiamo e abusiamo della preghiera, è l’unico potere che Dio ha dato agli uomini: il potere di chi rinuncia agli altri poteri, perché ha la fede e sa cosa questa può offrire. E’ il presentarsi come mendicanti che non hanno nulla se non la fede, che porta a Dio, fonte di ogni grazia e misericordia. Dette così tutte queste cose sembrano un po’ sui generis, eppure anche stavolta ci è stata data la possibilità di toccare con mano quanto appena ascoltato attraverso le testimonianze proposte. Una famiglia del centro - sud che ha cresciuto dei figli celebrolesi; una coppia esiliata per lavoro da una grande città ad un paese di montagna che nell’Eucarestia si è sentita comunque a casa; un’intera famiglia che si prepara al diaconato del papà; un uomo che nonostante abbia subito la separazione, cerca di convogliare ancora il bene dei figli verso la madre;… Ecco i doni: la certezza che Dio può; il coraggio della fede; la sensibilità; la tenerezza, il tutto con grande umiltà e consapevolezza, senza inganni, seminando solo il bene per se stessi e gli altri in mezzo a tante difficoltà, proprio come ci ha ricordato Mons. Alfano nel suo intervento dopo l’ora nona. Non è possibile prendersi gioco di Dio, così come troppo spesso si fa con la buona fede degli uomini, e ciascuno è responsabile di ciò che ha seminato, l’onestà delle opere e la perfezione degli intenti sono, con l’esempio di Maria, una sicura via per la Santità. Non tutto però “scende dal cielo” per ottenere, bisogna chiedere, chiedere, chiedere,…Alle nozze la mancanza di vino è come l’imperfezione che attraversa la nostra esistenza, che accom-

pagna la storia dell’umanità, perché non sempre siamo in grado di rispondere ai desideri del cuore, corrispondere le attese di Dio o anche solo all’amore del coniuge. Il vino che manca è l’occasione per renderci conto che abbiamo assolutamente bisogno della grazia di Dio e Maria interviene per farci presente che l’unico rimedio, l’unica speranza, l’unica medicina è Gesù Cristo. Abbiamo e saremo sempre bisognosi e radicalmente difettosi, perché fragili, ma Cristo è pronto a vestire la nostra fragilità con la potenza

che viene da Dio. Perché ciascuno possa accogliere Maria nella sua casa, Gesù dice a Giovanni “ecco Tua Madre” e da quel giorno, la accolse con sé. A Cana, come scrive Giovanni Paolo II, Maria vede, interviene, sollecita Gesù, comincia la sua materna intercessione per tutta l’umanità. Nella Sua umiltà, (“sono la serva del Signore”, l’annunciazione) si rivela la Sua grandezza. Dio l’ha resa Madre: a Nazareth è madre di Cristo; a Cana è madre degli sposi, si preoccupa per loro come per dei figli; sulla croce è chiamata ad essere madre dei discepoli, ed è con loro a Pentecoste; diviene così madre dell’intera umanità. Si pone tra il Figlio e le persone, non come un’estranea, e coopera alla missione salvifica dell’Unigenito presentando i bisogni di ogni uomo. Nessuno gli chiede nulla, ma Lei si adopera comunque. La Chiesa, invece, ci chiede di pregarla e supplicarla, la preghiera più antica a Lei si rivolge (sotto la Tua protezione cerchiamo rifugio,…), soprattutto nel tempo della prova è lì pronta ad

ascoltarci e a richiamare la nostra attenzione, e da oltre due secoli, si mostra al mondo (Lourdes, Fatima,…). Non di meno partecipa alla storia dell’Evangelizzazione, nel 1531 è apparsa ad un indigeno in Messico dove da dieci anni si proclamava la Parola di Dio, oggi è patrona dell’America Latina ed il suo santuario in Guadalupe, è una delle mete più ambite del mondo mariano. Maria appare per ricordare a tutti che abbiamo bisogno di tornare al Vangelo, alla presenza di Dio. Anche oggi manca il vino e non perché il Padre sia assente, ma perché si è creato un divario, si vive come si potesse farne a meno di Lui. Il Suo posto è diventato marginale e la Madre interviene per richiamarci a Dio, noi siamo fatti a Sua immagine e senza, siamo niente, cenere, un soffio che se ne va. Siamo davvero in pericolo, lei scruta l’orizzonte lo sa e ci invita costantemente con coraggio ad essere più vigilanti perché il maligno è all’opera e dobbiamo stare in guardia. Giovanni Paola II agli inizi degli anni novanta aggiunse una litania a quelle lauretane: “Maria regina della famiglia”, Madre della chiesa in generale e in particolare di quella domestica. A lei ci consegniamo con la preghiera mattutina dell’affidamento e sarebbe bene recitarla con tutta la famiglia, figli compresi, non solo per le beghe quotidiane, anzi, soprattutto per i grandi eventi, un battesimo, una comunione, precederli con un pellegrinaggio mariano sarebbe un atto di vera fiducia alla custodia. Non sarebbe neanche una novità, fino a mezzo secolo fa’ i pellegrinaggi erano forme di espiazione e ringraziamento e venivano fatti per lo più verso mete mariane con grande fede. Non riduciamoci però a fare uso e abuso di questa intercessione e proviamo a chiedere l’essenziale: che non manchi mai nella nostra casa e nella nostra vita la gioia del cuore; che possiamo avere un cuore grande capace di amare sempre, che non arretra dinanzi agli ostacoli, che non


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manchi mai nella nostra casa e nella nostra vita la gioia del cuore; che possiamo avere un cuore grande capace di amare sempre, che non arretra dinanzi agli ostacoli, che non misura i limiti degli altri; di condurci alla vita eterna. Nell’Ave Maria, la preghiera più conosciuta, già le chiediamo di pregare per noi peccatori perché l’ora della morte diventi l’ora della vita. Non ci spaventiamo se non arriva tutto e subito, nel racconto di Cana anche Maria subisce un primo rifiuto, quello del Figlio che dinanzi alla sua richiesta la raggela; non si perde d’animo, non lo obbliga, ma allerta i servi “Fate quello che vi dirà”, li sprona ad essere vigilanti e pronti. Maria non cerca di convincere Gesù, sa che non ha l’autorità per farlo, non parla al figlio della carne, bensì all’inviato di Dio. Ella è certa che qualcosa deve accadere e lo comunica ai servi con le parole, il Prescelto vede e ascolta, riconosce in Lei la volontà del Padre e adempie, si lascia strappare il miracolo. Lo Spirito Santo riempie la vita di Maria molto di più che la nostra e il Figlio si lascia toccare dalle sue parole e accoglie l’invito. Il Vangelo va letto con il cuore di chi contempla, da sole le parole non dicono tutto, nessuno conosce il Figlio più della Madre e nessuno conosce la Madre più del Figlio. Lei non chiede al Figlio, ma ordina ai servi e dinanzi a Dio comanda con gli uomini. Possiamo affidarle il comando della nostra casa, è un ottimo nostromo e non perderemmo nulla della nostra libertà. Così come chiede ai servi di restare in attesa, così chiede a noi di attendere la Parola e il “miracolo” verrà. Anche noi al cenacolo abbiamo vissuto un piccolo “miracolo”, la disponibilità all’ascolto di Dio che ci siamo regalati con la possibilità di essere al cenacolo. Non è facile lasciare tutto sia pure per due soli giorni e partire, ci siamo fidati, come Maria. Soprattutto le mamme sono rimaste stupefatte da ciò che hanno ascoltato, hanno compreso che sono proprio loro le prime ad essere chiamate a seguire i passi di Maria. In molte hanno commentato “oggi si è parlato anche di me”, duemila anni di storia, sempre la stessa storia: una madre è sempre una madre, per pochi e per tutti, non lasciamoci sfuggire la possibilità di compiere il nostro viaggio terreno in così eccellente compagnia.

INFORMAGIOVANI Azione A1 e A2 del Piano Territoriale Politiche Giovanili (PTG)

L'Informagiovani, è un servizio pubblico comunale e provinciale che fornisce, con prestazioni gratuite, supporti d'informazione ed orientamento ai giovani ed ha il compito di raccogliere/elaborare/ trasmettere informazioni nei diversi settori di interesse giovanile in modo da essere facilmente ed immediatamente utilizzabili dall'utente. Il servizio InformaGiovani è un centro di promozione dell’informazione che si costruisce e modifica continuamente sulla base delle persone a cui si rivolge. Il giorno 30 ottobre 2013, l’A.S.D. Costiera e Monti Lattari si è aggiudicata in via provvisoria l’affidamento dell’Azione A1 e A2 del piano territoriale politiche giovanili della rete distrettuale 51capofila comune di Amalfi- e che comprende anche i comuni di Cetara,Maiori,Minori,Positano,Ravello,Scala e Tramonti. Con la determina n.gen.931 del 16-12-2013 il comune di Amalfi ha aggiudicato definitivamente l’appalto all’associazione per la realizzazione delle attività previste nel progetto presentato nella richiesta di affidamento. Le attività Informagiovani lavorano a stretto contatto con i Forum dei Giovani e con gli assessori delegati per lo sport e le attività sociali dei propri comuni. Il compito dell’A.S.D. Costiera e Monti Lattari è quello di coordinare il lavoro dei vari Informagiovani, di attivarli laddove non sono più operativi e di promuovere la presentazioni dei progetti dei giovani sia in campo lavorativo che culturale o artistico. Del distretto 51 fanno parte i coPatrizia Cioffi muni di Cetara, Maiori, Minori, Amal-

fi ,Ravello, Scala, Tramonti e Positano . Al fine di confrontarsi e di presentare dei progetti per le attività sportive, culturali, artistiche e sociali il giorno Venerdì 4 luglio 2014 presso l’Auditorium Oscar Niemeyer ci sarà un convegno a cui saranno invitati a partecipare tutti gli uffici informa giovani , i vari Forum dei Giovani dei 14 comuni della Costiera (gli 8 comuni del distretto 51 ed anche quelli che fanno parte di altri distretti), i rappresentanti delle sedi informagiovani della provincia di Salerno, un delegato delle politiche sociali della regione Campania, gli assessori delle politiche sociali e le varie associazioni sportive che svolgono la loro attività anche nel sociale nei comuni della costiera e dei monti Lattari. Sarà un momento di confronto, di preparazione dei progetti da presentare in regione Campania, di scambi culturali, di decisione sulle modalità del proseguio delle attività Informagiovani e Forum dei Giovani per il futuro. I problemi di un forum dei Giovani si possono risolvere anche con l’appoggio degli altri Forum e questo principio è alla base dello sviluppo dei progetti che i giovani possono presentare per avere dei fondi dalle istituzioni comunali, provinciali , regionali ed Europee per promuovere iniziative e/o attività produttive e/o attività sociali. Il reperimento dei fondi è sempre l’elemento critico che frena le iniziative dei ragazzi e delle organizzazioni di volontariato che si impegnano nel sociale o che si vogliono associare per far partire attività produttive che possono creare qualche posto di lavoro per chi ne ha bisogno. Continua a pagina 12


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Il coordinamento delle attività delle sedi Informagiovani e dei Forum dei Giovani avrà due obiettivi principali: La diffusione delle informazioni su opportunità di studio , di corsi di specializzazioni per diplomati e laureati e di master post universitari in italia e all’estero. la presentazione dei progetti per le iniziative dei giovani e delle organizzazioni giovanili per qualunque attività si voglia promuovere di interesse collettivo o per far partire progetti di attività produttive proposte dai giovani. Il 4 Luglio sarà un momento di confronto a cui ci auguriamo possano partecipare anche gli assessori di riferimento di ogni paese dove è presente una sede Informagiovani o dei Forum dei Giovani ed organizzare così un coordinamento delle risorse disponibili per supportare le varie iniziative o per aiutare le singole organizzazioni come nel caso del Forum di Maiori che dopo il furto dei materiali per le attività culturali del 24 Marzo è stato aiutato con la fornitura di nuove attrezzatura provenienti dal Forum dei Giovani di Amalfi (le attrezzature di entrambi i Forum sono state acquistate con fondi regionali e quindi lo scambio delle attrezzature per lo sviluppo delle attività è lecito e logico. L’appartenenza dei giovani ad una o all’altra comunità è solo geografica. Lo scambio di risorse e il dare una mano per supportare chi ha bisogno è il principio che ci auguriamo sarà parte dei principi delle attività delle varie sedi dei Forum e degli Informagiovani il cui futuro sarà la fusione in unico organismo che avrà maggiore forza propositiva). Marco Rossetto

Alba di Primavera Perfino nella posa del mare che sembra essersi improvvisamente cambiato d'abito, preparato per la nuova stagione, per quanto urli, si sollevi ed accapigli con gli scogli, non ha più, ed è un dato di fatto, quella veemenza che ricorda la ruggine scirocco di novembre o gli sbuffi gelidi di gennaio. Semplicemente è un'altra stagione: che sia il 12 od il 21 di marzo, questa creaturina profumata che si chiama primavera, ancora magari implacentata in qualche cordone di freddo persistente, nel liquido amniotico delle ultime grandinate o della tramontana fuori luogo, è già munita di gambe, mimose, verdi squillanti infiorescenze e di voglia di venirci incontro. Innegabile. La città a marzo è così diversa dal posto da cui provengo. Sono sicura di questo perchè ho un tappeto di indizi a confermarmelo: la luce è differente, sparata come da un proiettore invisibile affisso nel cielo che ha la faccia del sole e rifratta da un vetrino multisfaccettato che ne cambia posizione ed angolazioni, colpisce gli edifici intorno, mantecati con più storia che marmi o cemento e si riflette intorno con una forza nuova, a me a tratti sconosciuta. La città, questa città che non serve nominare, il cui nome è talmente noto e sparso da essere quasi un comandamento, forse il dodicesimo, è così diversa dal posto da cui provengo: a quest'ora laggiù il brusio è labile, qui è già frastuono, si sta comunque col naso per aria e a fare la gimkana fra i turisti, ma gli spazi sono enormi, il dedalo di ostacoli superiore a qualsiasi altro, e serve una dose di attenzione che chi, come me, proviene dal posto appunto da cui provengo, non avrà mai a suffi-

cienza. Il primo effetto è quasi quello di uno stordimento: stordimento da bellezza, da bandiere di paesi diversi, da guglie e da fontane, da gite di scuole geograficamente spinte contro come da una macchina lanciapalle e che si impilano orizzontalmente in una fila più o meno ordinata come se fossero un gigantesco formicaio in trasloco, un plotone di scuri esserini posizionati, a mo' di pedine, nel gorgoglio- groviglio delle strade altisonanti del centro. " Caspita, sono qui!" penso mentre mi guardo intorno. E' una sensazione comune a molti, ma per me diventa sorpresa . Alle nove e mezza i negozi stanno già sboccati sulle vie con fame di clienti, i neon e le ammiccanti proposte primavera estate sono un ginepraio di ecopelle, frange multicolor e listini intorta caviglie montati su sandali dal tacco vertiginoso, alle nove e tre quarti, la processione sonnambula dei maniaci da shopping compulsivo, si seziona e direziona secondo le tangenziali più attraenti o le inevitabili corsie preferenziali. Le porte automatiche degli alberghi migliori si spalancano come un minuto Olimpo tutto terrestre: difficile prendere nota di tutte le lingue in quella brodaglia di eccitata richiesta informazioni, ne avrò sentite almeno dieci, e tutte insieme, qualcuna ovviamente da cliché e fin troppo familiare, qualcun'altra al limite del comprensibile. Le mappe - guida della città, stanno in mano a tanti, troppi sconosciuti, e mentre qualcuno si ferma a mo' di obelisco con un dito sul cerchietto nero indicato dal concierge gentilmente ( insieme al nome del titolare del ristorante


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in cui recarsi per la sera), una coppia cerca faticosamente di farsi strada con le buste della prima spesa, latte, pane, forse una confezione trasparente di uova. " E' sempre così a quest'ora" dice la donna, scuotendo la testa, ormai avvezza a quel circo di sorpresa, indizio, richiesta info, meraviglia, stupore che si sciorina su un range di età assolutamente variegato. E' così diversa la città dal posto da cui provengo, anche nella richiesta delle informazioni e poi il brontolio delle auto è costante: però più sopra il cielo è di un azzurro incredibile, marzo ha fatto il suo dovere in anticipo, di regalare quasi un antipasto a base di estate. Via la sciarpa, forse via anche il cappotto. C'è da camminare sulle pietre disconnesse e fra i plotoni appunto di scuole provenienti dal resto del mondo. Solo il rumore delle macchinette da caffè ed il vocio dei bar è quasi identico a quello lasciato più di duecento chilometri indietro: ma l'odore che proviene dalle porte spalancate è quasi meccanico, artificiale, un buongiorno direi apocrifo rispetto a certe placide, genuine, calme tradizioni da paese. Fra la foto di rito ed un acquisto, gli occhi si posano sull'ingresso di uno dei tanti " forni commmerciali". Sono appena le dieci ed un quarto ed il cielo è ancora terribilmente azzurro, e forse fa più caldo di prima, anzi questo è sicuro perchè un cono di sole è ingrassato e adesso, oltre a colpire la facciata austera del palazzo che ho di fronte tutto incerottato di bandiere, da quella italiana a quella europea, ha spostato il suo peso fino al marciapiede su cui stanno i miei piedi che vengono da un altro posto. E lo ha colonizzato. Assolutamente. Dicevo sono appena le dieci ed un quarto, quando all'ingresso di uno dei tanti forni commerciali, munito di provvido, consumato scalino, quasi da passo di devozione e di pellegrinaggio, noto una donna, credo avrà settantanni, è difficile scommettere più che sulla sua età, certo sulla sua condizione. E' ben vestita, cose semplici, certo da poco, ma combinate in un puzzle di grande, ammirevole dignità, i capelli grigi raccolti in una coda breve

ed arruffata, le gambe vicine vicine al busto. Posso pensare che stia riposando, aspettando qualcuno, magari un figlio fagocitato dal bisogno compulsivo di acquisto di cui parlavo prima, invece no, quella donna tende la mano. Con la stessa dignità con cui si è sistemata i capelli ed abbigliata, con la stessa dignità con cui sta su quel gradino cercando di non essere di peso, cercando di farsi notare e non e con una strana, dolorosa riga sul viso, quella che tanti, troppi hanno in questi giorni, come un microchip da condanna, un codice da redivivo campo di concentramento, un marchio che si chiama po-

vertà, disperazione. E' bella quella donna, potrebbe essere la mamma o la nonna di chiunque intorno, del signore in giacca e cravatta con la ventiquattrore che corre prima di lui in ufficio, della ragazza tutta vestita Chanel che saluta qualcuno, forse un collega, un vecchio amore, sotto la scritta cubitale de Il Messaggero. E' bella anche nella sua disperazione, in quella richiesta di aiuto quasi timida, delicata e soffusa come una sordina. Un'altra donna, più giovane, le si ferma accanto e si accovaccia per essere alla sua " altezza". Lei racconta qualcosa, magari di una pensione che non basta, di un affitto che non riesce a pagare: intanto il traffico va e viene, le ventiquattrore corrono, corrono anche dei bambini ed il solito Rapido su rotaie di scarpe da ginnastica conosciuto al resto del mondo come gita scolastica. E vanno anche le buste della spesa, i cappuccini e i sacchetti colmi di cornetti. Poco oltre, un altro " forno commerciale" ospita un'altra donna: anche lei potrà avere settantanni, ma li nasconde bene. E' seduta senza sforzo anzi con un'aria infa-

stidita e stizzosa. Ha un cappello ecru' con una bella falda, morbidi mocassini, una giacca bordata di pelliccia ed una borsa di quelle che si fanno notare e che richiedono, sottecchi, uno sguardo ulteriore se non altro per ipotizzarne la cifra d'acquisto. La signora ha anche un cellulare, credo di ultima generazione e dopo aver bofonchiato qualcosa e scosso la testa in segno di visibile disapprovazione, blatera al destinatario oltre la barriera hi tech color alluminio, che lui o chissà chi altro è un cretino e che non ha capito nulla. Lamentando anche la sua attesa proprio là, alle dieci ormai quasi e mezza sullo scalino di un forno commerciale. Poca distanza fra le due donne, forse poco più di un metro, di una ragazza cinese che tiene le mani in tasca, di un'altra in shorts ridottissimi e calze nere velate, poco più di un altro paio di turisti, dell'ennesima gita. Ma intanto il cielo è sempre azzurrissimo, sfacciatamente sereno e qualcuno acquisterà tanto, qualcun altro passando davanti ad una vetrina storcerà le labbra, magari mordendosele, qualcuno conterà una manciata di spicci solo pregando di riuscire a comprare un po' di pane. E intanto il palazzo austero ed incerottato dalle bandiere mette quasi soggezione, così come la grande fontana, e la parata di tavoli bianchissimi di un noto ristorante e anche la signora in cuissardes avana con un profumo che inonda la strada più di un'alluvione mettono soggezione. Ma è quasi primavera, e marzo ce l'ha fatta e la città è così diversa dal posto dal quale vengo: qui inferno e paradiso, miseria e nobiltà stanno a pochi passi gli uni dagli altri. Il tempo di un caffè, di uno sguardo sul quotidiano e di una chiacchiera col collega: "L'hai vista anche tu quella signora? Poveretta". Una ragazza lo dice e lo dimentica, mentre Roma si avvia al mezzogiorno.

Emilia Filocamo


I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

P AGINA 14

Alla vigilia delle canonizzazioni del 27 aprile Il 27 aprile di quest’anno saranno iscritte nell’albo dei santi due gigantesche figure di Papi: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Pontefici molto amati e popolari, che sono rimasti nel cuore della gente e che con la loro genialità operativa hanno aperto nuovi orizzonti al cammino della Chiesa e hanno inciso nella storia del mondo. Due Papi diversi per origine e per formazione, ma ambedue grandi per la nobiltà dell’animo, per la ricca umanità e per la straordinaria spiritualità e intelligenza. Qual è il segreto dell’incontenibile simpatia che Papa Roncalli ha suscitato in uomini e donne di ogni nazione, di ogni condizione sociale e perfino di differente indirizzo religioso o politico? Il Papa nativo di Sotto il Monte ha affascinato grandi e piccoli con la sua straripante bontà, manifestata anche compiendo gesti di affetto spontaneo e toccante, come quando la sera dell’apertura del concilio disse alla gente in piazza San Pietro di fare una carezza ai propri bambini, ritornando a casa, e di dire loro che era la «carezza del Papa». L’umanità ha sete di bontà, di amore, di calore umano e quando trova questi valori vissuti con l’intensità che fu propria di Papa Roncalli, l’ammirazione e la simpatia erompono spontanee. La bontà con la quale Papa Giovanni XXIII ha conquistato il mondo è stata avvantaggiata da un carattere felice, sereno e ottimista quale era il suo, ma non si deve dimenticare che quel carattere era il risultato di un impegno e di uno sforzo continuo di virtù personale, attinta alla scuola del Vangelo. In altre parole, il suo modo di essere e di vivere era frutto di una profonda vita di preghiera e di sforzo ascetico di migliorare se stesso, appresi in famiglia nei primi anni e poi fatti maturare e crescere. Quando era nunzio in Bulgaria, scrisse ai suoi genitori: «Da quando sono uscito di casa, a poco più di 10 anni, ho letto molti libri ed ho imparato molte cose che voi non potevate insegnarmi. Ma quelle poche che ho appreso da voi sono ancora le più preziose e le più importanti e sorreggono e danno valore alle molte altre che appresi in seguito». La bontà di Papa Roncalli ha poi avuto grande successo, perché era accompagnata da saggezza e da buon senso. È stata una bontà illuminata da una intelligenza che seppe sempre guardare lontano. Quando Roncalli

divenne Papa, diede origine a iniziative che hanno commosso il mondo, prima fra tutte l’indizione del concilio. Egli cercò sempre di avere rapporti di cordiale amicizia anche con persone lontane dalla Chiesa e dalla fede cristiana. Nella sua vita fu certamente non un costruttore di muri, ma di ponti. Il concilio Vaticano II è in realtà un grande ponte da lui gettato verso il mondo moderno. Anche le sue due memorabili encicliche, Mater et magistrae Pacem in terris sono due specie di ponti verso tutti gli uomini di buona volontà sui temi dell’economia, del lavoro, della giustizia sociale e della pace. Con la sua bontà Roncalli — da nunzio apostolico, da patriarca di Venezia e poi da Papa — riuscì a risolvere molti problemi, perché la sua bontà apriva le porte al dialogo e questo aiutava a trovare le giuste soluzioni. Egli era convinto che, per quanto una persona umana fosse incline al male, permaneva in lei sempre un raggio di bontà e una componente di umanità. In ogni uomo e in ogni donna — diceva — vi è qualche cosa di buono, anche in coloro che sembrano i più cattivi. Per questo egli aveva fiducia non solo in Dio, ma anche negli uomini. Mentre la Chiesa proclama santo Papa Roncalli, dal cuore sgorga spontanea l’acclamazione: Onore e gloria a questo Papa che ha aperto il concilio; benedetto sia questo Papa che ha dato al mondo l’immagine della bontà e ha indicato a tutti che la sola strada che conduce a un futuro migliore è la via della verità, della giustizia, della solidarietà e dall’amore. Benedetto questo Papa che ha insegnato al mondo che l’umanità ha bisogno soprattutto di amore e di bontà. Il mondo ha anche apprezzato la figura gigantesca di Papa Giovanni PaoloII soprattutto per quello che ha fatto nei 26 anni e mezzo di pontificato, perché questo

era l’aspetto che più appariva. Tuttavia la dimensione dominante in lui è stata senza alcun dubbio la preghiera. La sua lunga vita fu una mirabile sintesi di preghiera e di azione, ma, nel suo animo e nella sua visione personale, la priorità l’aveva la preghiera. Fin dalla sua giovinezza Karol Wojtyła ha amato e privilegiato la preghiera; essa faceva parte della sua esistenza. Possiamo dire anzi che la preghiera è stata la vera sorgente del suo dinamismo e della sua instancabile attività apostolica; essa è stata anche la radice dell’efficacia della sua testimonianza. Lavorando vicino a Papa Giovanni Paolo II, molte erano le cose che colpivano. La sua sicurezza, innanzitutto: era un uomo di certezze. E poi la profondità del suo pensiero, la capacità di parlare alle folle, la facilità per le lingue, la prontezza di battuta adatta a quella situazione. Ma la cosa che mi ha sempre impressionato di più è stata l’intensità della sua preghiera, manifestazione di una profonda e vissuta unione con Dio. Colpiva come egli si immergeva nella preghiera: si notava in lui un trasporto che lo assorbiva come se non avesse avuto problemi e impegni urgenti a cui dedicarsi attivamente. Il suo atteggiamento nella preghiera era di profondo raccoglimento e, in pari tempo, di serena scioltezza: testimonianza, questa, di una comunione con Dio intensamente radicata nel suo animo, espressione di una preghiera convinta, gustata, vissuta. Vedendolo pregare quando era solo, si intuiva come l’unione con Dio era per lui il respiro dell’anima e la sorgente della sua dedizione. Commuoveva la facilità e la prontezza con le quali egli passava dal contatto umano con la gente al raccoglimento del colloquio intimo con Dio. Aveva una grande capacità di concentrazione. Quando era raccolto in preghiera, quello che succedeva attorno a lui sembrava non toccarlo e non riguardarlo, tanto si immergeva nell’incontro con Dio. Durante la giornata, il passaggio da un’o ccupazione all’altra era sempre segnato da una breve preghiera. Quando scriveva, con la sua minuta calligrafia, il testo in polacco dei suoi discorsi, delle sue omelie o dei documenti magisteriali, si apriva sempre con una breve invocazione o preghiera in latino, sulla destra del foglio, e ripresa poi nella pagina successiva. Ad esempio: Totus tuus ego sum e nel foglio seguente:et omnia mea tua sunt


I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

P AGINA 15 e così via negli altri fogli. Egli si preparava ai vari incontri della giornata o della settimana pregando. Qualche volta lo disse espressamente. Per esempio ricevendo Gorbaciov nel 1989, il Papa iniziò il colloquio confidando al suo interlocutore che si era preparato all’incontro pregando Dio per la sua persona e per l’i n c o n t ro . Tutte le scelte importanti erano da lui maturate nella preghiera. Prima di ogni decisione significativa Giovanni Paolo II vi pregava sopra a lungo, per più giorni e, a volte, per più settimane. Più importante era la decisione, più prolungata era la preghiera. Nelle scelte di un certo peso non decideva mai su due piedi. Ai suoi interlocutori che gli chiedevano o proponevano qualcosa, rispondeva che desiderava riflettervi sopra prima di decidere. In realtà, guadagnava tempo per ascoltare qualche parere — aveva sempre molti contatti — ma soprattutto intendeva pregarci sopra e ottenere luce dall’alto prima di decidere. Ricordo più di un caso, negli anni in cui ero sostituto in Segreteria di Stato, in cui mi sembrò che il Papa fosse già chiaramente a favore di una determinata scelta. Gli chiesi pertanto se si poteva procedere a darne comunicazione. La risposta fu: «Aspettiamo, voglio ancora pregare un po’ per questa scelta prima di decidere definitivamente». Quando si stava studiando una questione e non si riusciva a trovare la soluzione, il Papa concludeva dicendo: «Dobbiamo pregare ancora perché il Signore ci venga in aiuto». Giovanni PaoloII si affidava alla preghiera per trovare chiarezza sulla strada da seguire. Due settimane dopo la sua elezione alla sede di Pietro, andò al santuario della Mentorella, a una sessantina di chilometri da Roma, e parlò della preghiera e affermò, fra l’altro, che il primo compito del Papa verso la Chiesa e verso il mondo era quello di pregare. Disse: «La preghiera (...) è il primo compito e quasi il primo annuncio del Papa, così come è la prima condizione del suo servizio nella Chiesa e nel mondo». Aggiunse, poi, che «la preghiera è la prima condizione della libertà dello spirito e pone l’uomo in rapporto col Dio vivente e perciò dà un senso a tutta la vita, in ogni momento, in ogni circostanza» (Omelia al santuario della Mentorella, «L’Osservatore Romano», 30-31 ottobre 1978, p. 2). La preghiera era in lui qualche cosa di spontaneo e, in pari tempo, era legata alle pratiche di pietà tradizionali, fra le quali l’ora di adorazione ogni giovedì, la

via crucis che faceva ogni venerdì e il rosario quotidiano. L’Eucaristia, il crocifisso e la Madonna erano i tre centri della sua pietà. La messa era per lui la realtà più alta e più sacra: il cuore di ogni suo giorno. In un incontro con i sacerdoti nel 1995 disse: «La messa è in modo assoluto il centro della mia vita e di ogni mia giornata». Quando era in casa e l’orario gli permetteva di essere solo in cappella, mi è stato riferito che amava pregare anche prostrandosi disteso sul pavimento come nei giorni dell’ordinazione sacerdotale ed episcopale. Con quella posizione intendeva esprimere profonda adorazione e umile implorazione davanti all’infinita grandezza di Dio. A proposito della via crucis che Giovan-

de, il Papa, con in mano un libretto, fece la pratica della via crucis così come gli risultò possibile, in elicottero. Nel 2000 non aveva la salute di prima, altrimenti sicuramente l’avrebbe fatta di notte. A proposito della preghiera di domanda, rispetto alla preghiera di adorazione, di ringraziamento e di richiesta di perdono, ho trovato interessante la risposta che Papa Giovanni Paolo II diede ad André Frossard durante alcuni colloqui che ebbe con lui a Castel Gandolfo nel 1982. Traduco letteralmente il paragrafo dal volume pubblicato da Frossard nel novembre del medesimo anno sotto il titolo N’ayez pas peur!: «Vi fu un tempo nella mia vita in cui mi sembrava che fosse conveniente limitare la preghiera di domanda (cioè la preghiera di intercessione a favore di una persona o di una situazione) per lasciare più spazio alla preghiera di adorazione, di lode e di ringraziamento, giudicandola più nobile. Questo tempo è passato. Più vado avanti nel cammino che la Provvidenza mi ha indicato, più sento fortemente in me il bisogno di ricorrere alla preghiera di domanda, e più il cerchio delle domande a Dio si allarga». Giovanni Paolo II con la sua preghiera abbracciava tutto il mondo e più volte ha parlato di «geografia della preghiera», confidando che, mentre pregava, faceva idealmente il giro del mondo, soffermandosi sulle nazioni più oppresse o bisognose. La sua preghiera di intercessione a favore di persone e di situazioni aveva sempre un respiro universale. È fuori dubbio che Papa Giovanni Paolo II è stato un mistico. Un mistico però attento alle persone e alle situazioni. Un mistico che influì sul corso della storia; un Papa che il mondo ha stimato per l’incontenibile dinamismo, per i tanti gesti, le innumerevoli iniziative, i grandiosi viaggi e che ha ammirato per l’opera realizzata affinché il nostro mondo moderno aprisse le porte e il cuore a Cristo, redentore dell’uomo. Motivo ispiratore di tutta l’attività del Papa Giovanni PaoloII fu il desiderio di avvicinare gli uomini e le donne del nostro tempo a Dio e di fare entrare Dio in questo nostro mondo con piena cittadinanza.

ni Paolo II faceva ogni venerdì, il cardinale Innocenti mi ha raccontato il seguente episodio. Era nunzio a Madrid in occasione del primo viaggio in Spagna di Giovanni Paolo II. Il Papa, nel giovedì di quella settimana, aveva avuto una giornata intensissima, per cui arrivò a cena alle ore 21. Il programma dei giorno dopo prevedeva la prima colazione alle ore 6.30 e poi partenza per Siviglia alle ore 7. Il nunzio si svegliò presto il mattino, un po’ per la preoccupazione della visita pastorale del Papa, un po’ perché aveva ceduto il suo letto e la sua camera al Papa per cui aveva dormito in un letto piccolo sistemato in mansarda. E così alle 5 del mattino era già in piedi. Scese al primo piano alle 5.30 convinto che il Papa sarebbe sceso soltanto un’ora dopo. Notò però che nella chiesetta della nunziatura era accesa la luce. Pensò che la sera precedente ci si fosse dimenticati di spegnerla. Andò ad aprire la porta della chiesetta e con sorpresa vide il Papa inginocchiato per terra, davanti a una delle stazioni della via crucis. La giornata era piena di impegni pastorali a Siviglia e a Granada, ma il Papa era già in chiesa alle 5,30 del mattino per fare la via crucis. Ho accompagnato il Papa in Terra Card. Giovanni Battista Re Santa nel 2000. Il venerdì di quella settimana, Osservatore Romano 28 marzo 2014 nel volo da Gerusalemme al lago di Tiberia-


CELEBRAZIONI DEL MESE DI APRILE GIORNI FERIALI Ore 18.00: Santo Rosario Ore 18.30: Santa Messa GIORNI PREFESTIVI E FESTIVI Ore 18.30: Santo Rosario Ore 19.00: Santa Messa GIOVEDI’ 3-10-24 APRILE Al termine della Santa Messa delle 18.30 Adorazione Eucaristica VENERDI’ 4-11 APRILE Ore 19.00: Via Crucis 6 APRILE - V Domenica di Quaresima Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe

CELEBRAZIONI DELLA SETTIMANA SANTA 13 APRILE - Domenica delle Palme Ore 8.00-19.00: Sante Messe Ore 10.15: Benedizione delle Palme a Santa Maria a Gradillo e processione verso il Duomo per la celebrazione della Santa Messa 14 APRILE - Lunedì Santo Ore 19.00: Liturgia Penitenziale. 15 APRILE - Martedì Santo Ore 18.30: Via Crucis Liturgica per le vie del paese con partenza dalla chiesa di Santa Chiara. 16 APRILE - Mercoledì Santo AMALFI – Cattedrale – ore 18:00 Solenne Celebrazione della Messa Crismale presieduta da S. E. l’Arcivescovo 17 APRILE - Giovedì Santo ore 19.30: Santa Messa in “Coena Domini”. Al termine della celebrazione processione del SS. Sacramento alla Cappella della Reposizione per l’adorazione. Corteo dei Battenti. 18 APRILE - Venerdì Santo Ore 18.30: Azione Liturgica Liturgia della Parola; Preghiera Universale; Adorazione della Croce; Comunione Eucaristica. Ore 19.30: Processione del Cristo Morto. 19 APRILE - Sabato Santo Cristo risusciti Ore 21.00: Solenne Veglia Pasquale. Benedizione del fuoco nuovo; Liturgia della Parola; Liturgia Battesimale; in tutti i cuori! Liturgia Eucaristica. È il dono celeste 20 APRILE - Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore Ore 08.00 - 10.30 - 19.00: Sante Messe che imploriamo 21 APRILE - Lunedì in Albis per celebrare Ore 8.00 – 10.30: Santa Messa Ore 19.00: Messa Vespertina e processione con la statua di San Pantaleone. e vivere degnamente le 25 APRILE - Festa di San Marco Evangelista Ore 19.00: Santa Messa Feste Pasquali! 26 APRILE - Agerola: In occasione della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II si terrà la Festa Diocesana dei Giovani. SANTA PASQUA 27 APRILE - II Domenica di Pasqua - Domenica della Divina Misericordia Ore 08.00 - 10.30: Sante Messe Ore 19.00: Messa in onore del Santo Patrono: preghiera per glia ammalati Vaticano: Canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II

Incontro aprile 2014